<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>leonardo sciascia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/leonardo-sciascia/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sun, 22 Feb 2026 18:38:51 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>La separazione delle carriere: giudici e no (Letteratura e diritto #6)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/28/la-separazione-delle-carriere-giudici-e-no/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/28/la-separazione-delle-carriere-giudici-e-no/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Feb 2026 06:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo sciascia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura e diritto]]></category>
		<category><![CDATA[pasquale vitagliano]]></category>
		<category><![CDATA[separazione carriere]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=118230</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Pasquale Vitagliano </strong>  <br /> La prima separazione delle carriere l’ha realizzata Atena nell’Areopago. Nella trilogia di Eschilo, infatti, assistiamo alla nascita del processo e alla trasfigurazione della vendetta arcaica nella più moderna amministrazione della giustizia. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p>La prima separazione delle carriere l’ha realizzata Atena nell’Areopago. Nella trilogia di Eschilo, infatti, assistiamo alla nascita del processo e alla trasfigurazione della vendetta arcaica nella più moderna amministrazione della giustizia. Questa svolta di civiltà produce anche un mutamento antropologico. Le terribili Erinni, che sono le accusatrici di Oreste, colpevole di aver ucciso la madre Clitennestra per vendicare il padre Agamennone, si trasformano in Eumenidi, le benevole. Chissà che l’inconscio collettivo della politica non riveli questo desiderio: rendere i pubblici ministeri, che rappresentano, appunto, l’accusa, più benevoli. Ammansire le procure è l’inconfessato obiettivo che una parte politica persegue dai tempi di Tangentopoli. Con il referendum del prossimo marzo siamo arrivati all’Armageddon.<br />
Sul piano giuridico il discorso si fa più lineare. La nostra civiltà, almeno sulla carta, ha già introiettato la riforma di Atena. Tanto che il pubblico ministero ha l’obbligo di cercare anche le prove a favore dell’imputato. Nella pratica, si dirà, questo non avviene. Il tema, dunque, è un altro. Si dovrebbe avere il coraggio di non parlare più di carriere ma di funzione. Sarà mica che la funzione inquirente non è una funzione giurisdizionale ma poliziesca? La discussione assumerebbe tutt’altra piega e si sgancerebbe dall’attualità del referendum. Vi immaginate lo zelante ispettore Javert essere benevolo nel perseguire Jean Valjean? E chi può pensare al Grande Inquisitore dei Fratelli Karamzov o al giudice istruttore Petrovic di fronte al delitto compiuto da Raskol’nikov, come a un giudice terzo? Ne Il buio oltre la siepe (To Kill a Mockingbird), ci ricordiamo, anche grazie al film, l’avvocato Atticus Finch, ma non Horace Gilmer, il procuratore pieno di pregiudizi razziali niente affatto benevoli.<br />
Per trovare un giudice-eumenide bisogna andare a Porte aperte e al giudice descritto da Leonardo Sciascia (tirato per il bavero nella polemica referendaria). Impariamo da questo romanzo che il mestiere del giudice, qualunque sia la carriera, consiste, come la lingua italiana, nel “ragionare”. E mi pare evidente che stiamo vivendo un’epoca di scarsi ragionamenti. Il giudice di Mani Pulite Antonio Di Pietro voterà SI al referendum sulla separazione delle carriere. Appunto, lo avevano criticato per essere stato, in realtà, un poliziotto. Almeno, lui è rimasto coerente. Noi invece ci sentiamo più garantiti se giudici e procuratori condividono la stessa cultura della giurisdizione e dunque lo stesso ordinamento.<br />
Il sistema giudiziario italiano è, per fortuna, tra i più garantisti. Lo dimostra, se si guardano le statistiche, il fatto che, con tre gradi di giudizio, le assoluzioni prevalgono sulle condanne. Se c’è stato e persiste un abuso della carcerazione preventiva, va detto che in Italia, appena fuoriuscito dalla stagione del terrorismo (ed allora la legislazione di emergenza restrittiva delle garanzie costituzionali fu contestata da pochi), il sistema giudiziario è stato continuamente “stressato”, prima con la corruzione di Tangentopoli, poi con l’offensiva della criminalità organizzata.<br />
C’è da chiedersi perché le forze politiche che invocano la separazione delle carriere in nome del garantismo e dello stato di diritto, sono le stesse che invocano misure securitarie e repressive in materia di ordine pubblico. Questa contraddizione rivela una cattiva coscienza. “Li arrestano, poi i giudici li mettono fuori”. Quante volte abbiamo sentito questa frase da bar? Ecco, i giudici sono alla bisogna, secondo la convenienza, quelli che non rispettano i diritti della difesa, e allo stesso tempo quelli che lasciano liberi i delinquenti.  Siamo arrivati al punto. La separazione è solo un velo. Dietro questa riforma, soprattutto con lo sdoppiamento del CSM, l’organo di autogoverno della magistratura, c’è l’obiettivo non dichiarato di rompere l’unità della giurisdizione, che in Italia ha col tempo anche formato una cultura della giurisdizione garantista e soprattutto indipendente dal condizionamento del potere politico.<br />
Non è stato sempre così, attenzione. Fino agli anni ’70 gli uffici giudiziari di Roma venivano chiamati il “porto delle nebbie”. La stagione è cambiata con la generazione dei “pretori d’assalto”. Con le loro prime inchieste contro la corruzione ruppero la storica alleanza tra Potere e Magistratura. La volontà di una parte politica è di ritornare al passato. Le procure vanno normalizzate. Erinni con i pesci piccoli. Benevole con i potenti. Altro che garantismo. Addio indipendenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1 class="tdb-title-text"></h1>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/28/la-separazione-delle-carriere-giudici-e-no/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>6</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Giudici (Letteratura e diritto #3)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/05/06/giudici-letteratura-e-diritto-3/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 May 2025 05:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[giudici]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo sciascia]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[pasquale vitagliano]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=112462</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Pasquale Vitagliano </strong>  <br /> Con uno scritto del 1981, "I burocrati del Male", Leonardo Sciascia, commentando la manzoniana Storia della colonna infame, mette in guardia dal pericolo anti-illuminista e totalitario di utilizzare la funzione giudiziaria come strumento etico.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-112467 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/71PwE18vn-L._SL1024_1.jpg" alt="" width="350" height="467" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/71PwE18vn-L._SL1024_1.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/71PwE18vn-L._SL1024_1-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/71PwE18vn-L._SL1024_1-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/71PwE18vn-L._SL1024_1-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/71PwE18vn-L._SL1024_1-696x928.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/71PwE18vn-L._SL1024_1-315x420.jpg 315w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></p>
<p>È davvero un giudice. Ritengo sia il complimento migliore che si possa fare a un giudice. Terzo per vocazione rispetto alle parti, voce della legge. Nell’immaginario dovrebbe concentrare le migliori qualità umane dell’equilibrio, della sobrietà e di una magnanimità non lassista. Ci sarà un giudice a Berlino? È l’ultima speranza per un mugnaio di sottrarsi alle angherie dell’imperatore di Prussia. La frase erroneamente viene attribuita a Bertold Brecht di <em>Vita di Galileo</em>. In realtà, si è trattato di una attribuzione giocosa del drammaturgo tedesco Peter Hacks nella sua opera <em>Il mugnaio di Potsdam: una commedia borghese</em>. Resta la contraddizione di un tale affidamento con una concezione marxista della storia, secondo cui la magistratura è una sovrastruttura funzionale al sistema di potere. Più coerente con questa realtà è il giudice di <em>Pinocchio</em> per Carlo Collodi, cioè uno scimmione della razza dei gorilla. Anche Fabrizio De André diffida dei giudici la cui altezza – allusivamente – non supera un metro e mezzo. Anche George Simenon non aveva una grande stima dei giudici. Infatti, l’alter-ego dell’ispettore Maigret è il giudice istruttore Ernest Coméliau, che si distingue per la sua ristrettezza di visione. Eppure, in uno dei libri più intimi e crudeli, <em>Lettera al mio giudice</em>, il protagonista, condannato a morte per l’uccisione dell’amante, si rivolge ad un giudice che porta quello stesso cognome. “Vorrei tanto che un uomo, un uomo solo mi capisse. E desidererei che quell’uomo fosse lei”. Mi sono domandato se questa lettera sia stata un effetto, in qualche modo, della sindrome di Stoccolma.<br />
All’angustia dei giudici di Maigret si aggiunge il loro carattere minaccioso in due autori molto sensibili al tema, Dostoevskij e Kafka. La figura del giudice assume un’immagine tetra e per niente rassicurante. La terzietà scompare. Il giudice svetta con la sua forza accusatrice rispetto all’imputato che si sente già colpevole e condannato. Il giudice diventa un persecutore. Con uno scritto del 1981, <em>I burocrati del Male</em>, Leonardo Sciascia, commentando la manzoniana <em>Storia della colonna infame</em>, mette in guardia dal pericolo anti-illuminista e totalitario di utilizzare la funzione giudiziaria come strumento etico. Punto di riferimento di una pura visione garantista, è stato, però, brandito, postumo, essendo lui morto nel 1989 prima della stagione delle stragi mafiose e dello scontro su Tangentopoli, come un’arma culturale contro la magistratura politicizzata. Eppure, con <em>Porte aperte</em>, proprio lo scrittore siciliano disegna una delle più lusinghiere figure di giudice. Il ‘piccolo giudice’, compromettendo la sua carriera, in un ambiente in cui tutti, popolo e regime, si aspettano che l’assassino sia giustiziato, si assume la responsabilità di non comminare la pena di morte, sorretto dalla sua cultura giuridica e letteraria.<br />
Per orientarsi nella polemica attuale che ha portato il governo allo scontro con i giudici a causa della separazione delle carriere tra giudicanti e inquirenti, suggerisco la lettura di un’opera teatrale, <em>Corruzione a Palazzo di Giustizia</em> di Ugo Betti, che tutto sintetizza su questo tema. Il potere di sentenziare ha come vizio inerente la corruzione: la verità giudiziaria “corrompe” sempre la verità storica; quasi mai coincidono, della seconda la prima dà sempre una versione fattuale ma microscopica, parziale ma socialmente accettabile. Solo la virtù può legittimare l’autorità. Alla fine del dramma, solo il grande corruttore, il giudice Cust, lo comprende per il peso che si porta sulla coscienza. Dunque, qualsiasi riforma deve essere una auto-riforma per essere efficace. Una conclusione (etica) che non vale solo per i giudici e la giustizia.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/01/15/le-lettere-scarlatte-letteratura-e-diritto-1/" rel="noopener" target="_blank">Le lettere scarlatte (Letteratura e diritto #1)</a><br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/02/27/un-genere-anglosassone-letteratura-e-diritto-2/" rel="noopener" target="_blank">Un genere anglosassone (Letteratura e diritto #2)</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Un genere anglosassone (Letteratura e diritto #2)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/02/27/un-genere-anglosassone-letteratura-e-diritto-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Feb 2025 06:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Giancarlo De Cataldo]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo sciascia]]></category>
		<category><![CDATA[pasquale vitagliano]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo poliziesco]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=111600</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Pasquale Vitagliano </strong>  <br /> Intanto cosa è accaduto in Italia? Se la collana Urania-Mondadori dà il nome di “giallo” al genere, va riconosciuto che questi libri sono sempre stati considerati di serie B, libri adatti per le stazioni ferroviarie.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-111902" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Cover_Bleak_House_1852-32.png" alt="" width="354" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Cover_Bleak_House_1852-32.png 354w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Cover_Bleak_House_1852-32-177x300.png 177w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Cover_Bleak_House_1852-32-150x254.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Cover_Bleak_House_1852-32-300x508.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Cover_Bleak_House_1852-32-248x420.png 248w" sizes="(max-width: 354px) 100vw, 354px" /></p>
<p>Le ragioni per le quali il giallo è (stato) un genere principalmente anglosassone sono quelle che hanno fatto nascere in quell’area geografico-culturale il giornalismo delle note 4 domande. Sistema di autogoverno delle comunità cittadine, rete capillare di giudici di pace, cioè onorari di prossimità, modello accusatorio e non indiziario del processo penale (i fatti vanno provati in udienza davanti ad una giuria), sono elementi che formano cittadini che non percepiscono la giustizia come una statua incombente e lontana con bilancia e spada. La vicinanza solletica anche la curiosità. Ecco l’attenzione verso le notizie di cronaca. In Italia il percorso è stato molto diverso. I giudici sono quelli che incarcerano Pinocchio e i giornalisti hanno ambizioni di letterati. Per lungo tempo qui da noi sarebbe stato impensabile un film come <em>L’asso nella manica</em> di Billy Wilder in cui il protagonista va alla ricerca dello scoop della vita per un piccolo giornale di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Albuquerque">Albuquerque</a>.</p>
<p>Leonardo Sciascia fu il primo a rompere il tabù del poliziesco, al punto di pagarne pegno in prima persona, considerato in alcune antologie scolastiche non come un classico ma come autore di gialli. Per il grande scrittore siciliano il primo detective della storia è stato il profeta Daniele. È lui che risolve il caso dei due vecchioni e così salva Susanna dalla condanna. Lo stesso episodio lo analizza Bruno Cavallone, anche come docente di diritto processuale civile, considerandolo un paradigma della necessità del controesame dei testi ai fini della fondatezza della prova. Nella letteratura bisogna aspettare il XIX secolo per trovare il vero primo detective nella storia. Si tratta dell’ispettore Bucket nel romanzo <em>Casa Desolata</em> di Charles Dickens. Anche se, a dire il vero, dei proto-investigatori li troviamo ne <em>L’assassino del motorista</em> Rolsen del norvegese Maurits Hansen del 1839 e nel celeberrimo <em>I delitti della Rue Morgue</em> di Edgar Alla Poe del 1841.</p>
<p>Intanto cosa è accaduto in Italia? Se la collana Urania-Mondadori dà il nome di “giallo” al genere, va riconosciuto che questi libri sono sempre stati considerati di serie B, libri adatti per le stazioni ferroviarie. La storia cambia nella metà degli anni ’90. Anche se Carlo Lucarelli inaugura la saga del suo commissario nel 1990, è nel 1994 che esce il Birraio di Preston di Andrea Camilleri e un anno dopo <em>L’alligatore</em> di Massimo Carlotto (per cronaca, egli stesso condannato a 16 anni di carcere per un’accusa di omicidio, dopo sei anni ha ricevuto la grazia dal presidente della Repubblica). Perché le date sono importanti? In televisione nel 1984 ebbe un successo stupefacente la serie del commissario Cattani de La Piovra (l’ultima stagione è del 2001), interpretato da Michele Placido. Ma soprattutto scoppia nel 1992 Tangentopoli. La lotta alla corruzione politica e alla Mafia con le stragi del ‘93 fanno dei magistrati degli eroi. Tantissimi lo sono stati davvero. Molti ne hanno assunto solo la postura. Alcuni si sono mossi sul proscenio come calciatori o star dello spettacolo. Altri ancora sono diventati autori di polizieschi. Nel 2000 esce Romanzo criminale del giudice Giancarlo De Cataldo. Il grande successo ottenuto è la consacrazione definitiva del genere sugli scaffali della letteratura. Nel suo ultimo libro <em>Per Questi Motivi</em> (il PQM delle sentenze, che precede il dispositivo, ovvero la formula conclusiva). Autobiografia criminale di un paese (SEM, 2024), egli ha tentato di “illustrare come si arriva ad una sentenza”, in casi da lui non trattati, e “come possono aver ragionato i giudici e come possiamo ragionare oggi, a tanti anni di distanza dai fatti”. Ecco, aspettiamo con curiosità che scriva (lo ha preannunciato egli stesso in un’intervista) anche sull’omicidio di Marta Russo, essendo stato giudice relatore nel relativo processo. Intanto sul caso vi consiglio di leggere <em>Polvere</em> di Chiara Lalli e Cecilia Sala.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/01/15/le-lettere-scarlatte-letteratura-e-diritto-1/" rel="noopener" target="_blank">Le lettere scarlatte (Letteratura e diritto #1)</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Les nouveaux réalistes: Giovanni Palilla</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/12/01/les-nouveaux-realistes-giovanni-palilla-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Dec 2022 06:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Congetture su Jakob” di Uwe Johnson]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Palilla]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo sciascia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=100339</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Giovanni Palilla</strong> <br />Eppure, tutto ciò mi sembrava banale e normale: a lungo la scambiai per fortuna, ma avrei potuto giurare che non sempre era stato così; tuttavia, non saprei dirvi quando ho cominciato a notare che al mio passo, qualsiasi direzione io prendessi, i semafori diventavano verdi: solo di recente ho cominciato a notare gli anelli di quella catena che mi facevano essere inesorabilmente al posto giusto al momento giusto.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-100344" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/20210407_164713.jpg" alt="" width="882" height="1264" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/20210407_164713.jpg 882w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/20210407_164713-209x300.jpg 209w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/20210407_164713-715x1024.jpg 715w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/20210407_164713-768x1101.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/20210407_164713-150x215.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/20210407_164713-300x430.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/20210407_164713-696x997.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/20210407_164713-293x420.jpg 293w" sizes="(max-width: 882px) 100vw, 882px" />Congetture su Peter</strong></p>
<p>di <strong>Giovanni Palilla</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dovevo capirlo dall’orario dei treni che qualcun altro doveva aver scritto la mia vita, governata da un’inesorabile catena di casualità: giunto al binario, mancavano sempre pochi minuti all’arrivo del treno, come se mi stesse aspettando, come se fossimo giunti allo stesso istante per proseguire assieme; e se per caso fossi stato in ritardo, ché mi ero svegliato tardi, oppure mi ero perso nell’indugiare mattutino – questo lavoro, questa vita che sto conducendo, è davvero un buon motivo per separarsi dalle lenzuola? – un qualche contrattempo tecnico di indubbia natura avrebbe momentaneamente bloccato il suo scarrozzare, permettendo alla mia trafelata corsa di raggiungere l’agognato mezzo. Eppure, tutto ciò mi sembrava banale e normale: a lungo la scambiai per fortuna, ma avrei potuto giurare che non sempre era stato così; tuttavia, non saprei dirvi quando ho cominciato a notare che al mio passo, qualsiasi direzione io prendessi, i semafori diventavano verdi: solo di recente ho cominciato a notare gli anelli di quella catena che mi facevano essere inesorabilmente al posto giusto al momento giusto.</p>
<p>I miei dubbi ebbero conferma quando decisi all’improvviso, a pochi istanti dall’arrivo della puntualissima metro teutonica, le mani in tasca e lo sguardo sicuro, di risalire le scale e prendere la metro nella direzione opposta, e nel farlo mi guardai attorno, salendole quasi di soppiatto, come se stessi compiendo un atto osceno. Ma la metro non arrivò. L’iniziale ritardo di cinque minuti, che già di per sé in quel momento avrebbe potuto confermare la mia teoria, si trasformò in un ritardo di dieci, venti, trenta minuti e dopo ben un’ora e mezza d’attesa, che aveva messo a dura prova non solo i miei di nervi, ma anche quelli dei tedeschi – senza aver ricevuto, tra l’altro, alcuna spiegazione esaustiva dell’accaduto ma solo generiche scuse, un fällt heute aus dopo l’altro – dopo un’ora e mezza il treno fece la sua comparsa. Una volta dentro, la metro, piena di gente come in quelle foto che si vedono della metropolitana di Tokyo, andò a passo lentissimo, e a ogni fermata sostava più di cinque minuti per via di un problema alle porte che non ne volevano sapere di chiudersi con la solenne dignità che, di norma, caratterizza le puntuali Straßenbahn della Sassonia.</p>
<p>Estenuato dal puzzo, dalla stretta vicinanza con gli altri passeggeri, una vicinanza troppo intima, decisi in prossimità di una fermata a caso di scendere e cambiare nuovamente binario, senza sorprendermi che, giunto dall’altra parte, nel guardare il tunnel nero dopo qualche secondo i fari del treno incontrassero il mio sguardo deluso. La mia fuga da quella catena che vincolava la mia vita a episodi di casualità non pareva possibile, dato che nemmeno la mia deviazione sembrò spezzarla. In realtà, riuscii a liberarmene, o meglio fu la catena a spezzarsi in un momento determinato della mia vita, quando mi ritrovai a mio malgrado spettatore di un fatto ben preciso: comincio a raccontare dai treni per un vezzo letterario, forse perché anch’io bin immer quer gegangen lungo i binari della mia vita. La storia potrebbe in realtà cominciare qui: dopo aver sbagliato direzione del treno, preso da una sensazione malinconica che sempre mi coglie alle ore 17:00, soprattutto quando d’inverno fa buio presto, decisi di fare un salto in centro, dove, benché di piccole dimensioni, sempre andavo per raccogliere i pensieri sparsi lungo le vie, e passeggiando, giunto sotto al grattacielo, moderno correlativo oggettivo di questa città, stanco e costernato per il tempo che avevo inutilmente perso dietro ai treni, io, personaggio pirandelliano, con traumi pirandelliani, da tempo abitante di luoghi non pirandelliani, feci la conoscenza di Peter Weinberg, 45 anni, spiaccicatosi davanti a me dopo un salto dal trentacinquesimo piano del grattacielo, il City-Hochhaus Leipzig.</p>
<p>Che a Lipsia, la Klein Paris, mein Leipzig lob’ ich mir, la nuova Berlino, dove si organizzavano rave nei cantieri, in cui i baristi ubriachi – non avevo mai visto una barista ubriaca prima di allora – ti servivano da bere Clubmate e vodka, che a Lipsia, dove tutti erano Künstler e affittavano un atelier, città di palazzi abbandonati – guardavo sempre con fascino l’hotel Astoria di fianco alla stazione, chiedendomi come un edificio del genere potesse restare così, senza scopo? –, palazzi nei quali i giovani, che avevano tutti figli come se fosse cosa da poco, organizzavano proiezioni dei film di Fellini: com’era possibile che a Lipsia, dove esplodeva il mondo, lui avesse deciso di farsi esplodere la testa buttandosi dall’ultimo piano di un grattacielo? Ne scrivo adesso perché mi accorgo di non essermi mai veramente confrontato con questa cosa che mi era successa: ricordo, passeggiando, di aver sentito un botto, e allora io pensai: “oddio, stanno sparando”; i giovani davanti alla mensa, che armeggiavano con lo skateboard, scapparono tutti, urlando a squarciagola: “du scheiße, du scheiße”.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-100343" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/crime-scene-body-outline-vector.jpg" alt="" width="381" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/crime-scene-body-outline-vector.jpg 381w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/crime-scene-body-outline-vector-300x157.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/crime-scene-body-outline-vector-150x79.jpg 150w" sizes="(max-width: 381px) 100vw, 381px" /></p>
<p>Un uomo giaceva in una pozza di sangue, una grande macchia rotonda che nella mia memoria partiva dalla testa e si espandeva come un sole rosso lungo tutta la piazza, con i suoi raggi, rivoli di sangue, che cercavano di catturare la nostra attenzione. Mentre scrivo torna in me la stessa inquietudine che provai nel voltarmi, nel coprirmi gli occhi, nel difendere me stesso contro quella visione che avevo paura potesse imprimersi in maniera indelebile nella mia memoria. Non immediatamente avevo capito che si era lanciato dal grattacielo: dopo che una piccola folla si fu radunata davanti all’uomo, sentii qualcuno dire nee, ist gesprungen. Quel botto, dunque, non era uno sparo, era stato lui, era stato prodotto dal suo corpo. Ho sempre pensato alla morte come a un fatto privato, come la nascita, qualcosa da condividere solo con i tuoi cari: ho immaginato il momento della morte come una vecchietta che sta per morire e che aspetta che il figlio torni dal lavoro per prendergli la mano – caro mio, stringimi la mano – e spirare, mentre lo stoppino di una candela bianca si consuma e alla fine si spegne. In quel momento, oltre alla stessa inquietudine che sto rivivendo adesso mentre scrivo, ho provato anche rabbia: perché avevi voluto condividere qualcosa di così intimo e privato con noi, persone del tutto sconosciute che casualmente eravamo lì? Perché hai voluto che ti vedessimo dall’interno?</p>
<p>Penso ancora oggi che tu ci avessi obbligato a conoscerti, senza darci la possibilità di dimenticarti, perché fare un incontro del genere con una persona in un momento così delicato della sua vita non si può dimenticare mai; tu, invece, non avrai mai la possibilità di conoscerci. Non sono al corrente ancora oggi dei motivi per cui tu abbia compiuto quell’ultimo passo: me ne andai dopo che fu arrivata l’ambulanza, indignato che qualcuno andasse lì da te a guardarti da vicino; ero rimasto a lungo prima del suo arrivo, quasi a tenerti compagnia, con rispetto, non immaginando che quegli interminabili minuti avrebbero turbato a poco a poco il mio inconscio, fino ad adesso. L’indomani in ufficio, situato proprio di fronte al luogo dell’accaduto, a piano terra, chiesi in giro ai miei colleghi: mi avevano detto qualcuno dal Ticketbüro aveva assistito alla scena da dentro. Nessuno sapeva, tuttavia, chi fosse quell’uomo. Spulciai tutti i notiziari locali, le Radiosendungen, nulla di nulla: nessuno parlava di questo avvenimento, come se non fosse mai accaduto. <img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-100342" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/17f1fe40-0717-448b-bf82-5846caa192e5_1_201_a-scaled.jpeg" alt="" width="2560" height="2292" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/17f1fe40-0717-448b-bf82-5846caa192e5_1_201_a-scaled.jpeg 2560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/17f1fe40-0717-448b-bf82-5846caa192e5_1_201_a-300x269.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/17f1fe40-0717-448b-bf82-5846caa192e5_1_201_a-1024x917.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/17f1fe40-0717-448b-bf82-5846caa192e5_1_201_a-768x688.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/17f1fe40-0717-448b-bf82-5846caa192e5_1_201_a-1536x1375.jpeg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/17f1fe40-0717-448b-bf82-5846caa192e5_1_201_a-2048x1834.jpeg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/17f1fe40-0717-448b-bf82-5846caa192e5_1_201_a-150x134.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/17f1fe40-0717-448b-bf82-5846caa192e5_1_201_a-696x623.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/17f1fe40-0717-448b-bf82-5846caa192e5_1_201_a-1068x956.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/17f1fe40-0717-448b-bf82-5846caa192e5_1_201_a-1920x1719.jpeg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/17f1fe40-0717-448b-bf82-5846caa192e5_1_201_a-469x420.jpeg 469w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p>
<p>“Di sicuro non vogliono dare la stessa idea ad altri spostati di mente”, mi disse qualcuno che oggi non ricordo. La tua vita era diventata così insopportabile che avevi deciso con un salto di liberartene; quella stessa tua vita, in modo casuale, era diventa per me un’ossessione; allo stesso tempo, direi che la nostra relazione era anche di tipo causale: se tu non ti fossi spinto, la tua vita per me non sarebbe mai stata interessante; o per lo meno, non ti avrei potuto conoscere, dandoti un nome. Cosa ti avrà spinto giù dal trentacinquesimo piano: debiti? Depressione? Una doppia vita che non riuscivi a gestire? Mancanza di attenzione? La mia l’hai avuta. Per giorni non riuscii a pensare ad altro, rifugiandomi nelle congetture pocanzi nominate. Ho anche fatto un sogno una volta, uno di quei sogni vividi che la mattina mi lasciano smarrito sopra al letto: qualcuno, non so se una mia amica o un qualche genere di strega, mi stava leggendo le carte. Erano delle carte strane, scure, mai viste prima: lo sfondo era nero, e gli arcani erano accennati con un tratto argentato e dorato. La carta che pescai era un arcano a me sconosciuto, e che difatti non esiste. In basso si leggeva THE FALL OF THE KNIGHT, in lingua inglese, e i caratteri componenti il nome della carta sembravano scritti a mano, in stampatello; e, pareva, da una mano nervosa, dato che c’erano più tratti a formare la stessa lettera. La carta vedeva al centro un cavaliere, ma non era un cavaliere di qualche seme, no, era proprio un nuovo arcano, che il mio cervello aveva gestaltet in quel momento, per me. Un qualcosa di simile l’avevo già vista: una volta mi sono state regalate delle carte, i tarocchi delle vetrate, il cui cavaliere di coppe viene raffigurato mentre cade da cavallo perché ebbro di vino. Significato: attento a non esagerare.</p>
<p>Qui il messaggio era un altro: THE FALL OF THE KNIGHT rappresentava con tratti violenti un cavaliere che cadeva da cavallo, perdendo la spada, e nel cadere, moriva. Questo non era un avvertimento: il significato era proprio rovina. Quel sogno mi turbò per giorni, a lungo ci sono ritornato sopra, rimuginandoci: solo di recente ho capito che quel cavaliere eri tu, che non hai mai cessato, dentro la mia testa, di buttarti dal trentacinquesimo piano. Le congetture che mi son fatto dentro di me sono state milioni: ti avrei incontrato lo stesso se non avessi cercato di liberarmi dal giogo delle catene prendendo la metro nella direzione opposta? Es war Mord? Oppure è stata una punizione essermi trovato di fronte alla morte – nel vero senso della parola – ? Non posso fare a meno di farmi le stesse domande che le persone si fanno dai tempi dell’oracolo di Delfi: siamo noi a costruire il nostro destino man mano oppure è tutto scritto dentro a un libro? Era scritto da qualche parte il fatto che dovessi trovarmi proprio lì nel momento in cui tu cadevi rovinosamente dal tuo cavallo? E chi lo sa: so solo che dopo quell’incontro anche a me toccò aspettare i treni, come tutti gli altri.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;affaire Moro</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/08/24/laffaire-moro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Aug 2022 05:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[16 marzo 1978]]></category>
		<category><![CDATA[aldo moro]]></category>
		<category><![CDATA[L'affaire Moro]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo sciascia]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Venceslav Soroczynski]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=98821</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Venceslav Soroczynski</strong> <br />
Sul finire delle vacanze d'agosto c'è chi, come Venceslav Soroczynski, rilegge Leonardo Sciascia e il suo  "L'affaire Moro". Non esattamente una recensione ma una condivisione di pensieri su un libro uscito proprio il 24 agosto del 1978.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-98822" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/sciascia.jpg" alt="" width="356" height="493" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/sciascia.jpg 462w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/sciascia-217x300.jpg 217w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/sciascia-150x208.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/sciascia-300x416.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/sciascia-303x420.jpg 303w" sizes="(max-width: 356px) 100vw, 356px" />una rilettura di <strong>Venceslav Soroczynski</strong> di <strong>Leonardo Sciascia</strong>, <em>L&#8217;affaire Moro</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Aldo Moro fu rapito il 16 marzo e assassinato il 9 maggio. Già il 24 agosto, in meno di quattro mesi, Sciascia consegnava della vicenda un dipinto chiaro e definito, denso e puntellato di fatti. Aveva raccolto lettere, resoconti, articoli di giornale, voci, elementi forse in-provabili (le intuizioni lo sono, ma dobbiamo ignorare le intuizioni degli intellettuali?), ma certo non improbabili, che formavano un quadro dai colori accecanti come in un’opera fauve, o come nella stagione del terrorismo italiano.</p>
<p>Mi perdonino il fantasma di Sciascia, e i superstiti di Moro, se tocco l’argomento da un luogo di vacanza. Il motivo è puramente (o impuramente) personale: quel bisogno di gravità che mi prende ogni anno in riva al mare. Ma, letto oggi, su una sdraio in Sicilia, questo pamphlet fa sudare freddo. Perché l’<em>Affaire</em> Moro è studiato in una particolare declinazione, che non è la ricostruzione dei fatti, dei moventi e degli effetti, ma il punto di vista di un <em>uomo</em>, un prigioniero condannato a morte. Tale Moro si sentì, a opera dei brigatisti, ma anche a causa dei suoi colleghi di partito, della Chiesa, dello Stato. Solo la sua famiglia lo rivoleva indietro e chiamò a raccolta coloro che potevano salvarlo. Che però non sentirono, o fecero finta di non sentire, o non fecero neppure finta. E restarono muti, o biascicarono reazioni e rimedi non all’altezza delle istituzioni. Di nessuna istituzione, per blanda che fosse: una ASD di provincia avrebbe avuto più dignità, più coraggio e, al contempo, più pietà per il suo presidente.</p>
<p>Presidente che, nel momento in cui fu rapito, aveva un impegno: stava andando in Parlamento a votare le fiducia in un governo sostenuto dal PCI. E, secondo Sciascia, “Il punto di consistenza del dramma, la ragione per cui a Moro si deve in riconoscimento la morte sta appunto in questo: che è stato l’artefice del ritorno, dopo trent’anni, del Partito Comunista nella maggioranza di governo&#8221;. La sottrazione di Moro al teatro politico doveva dunque evitare lo sconvolgimento interno e internazionale che sarebbe derivato dalla presenza dei comunisti alla guida di un paese aderente al Patto Atlantico.</p>
<p>Immobilizzare il quadro politico, dunque. E Moro, nelle sue lettere dalla “prigione del popolo”, accusa la DC proprio di immobilismo, un immobilismo che assume ogni giorno di più i tratti della rigidità. Rigidità che pare non ascrivibile al disorientamento, ma a un calcolo o, addirittura, a una pressione esterna: “Vi è forse, nel tener duro contro di me, una indicazione americana e tedesca?”, scrive Moro nella lettera del 10 aprile. Per comprendere l’enormità della domanda, si pensi che chi la pose immaginava che sarebbe stata pubblicata da tutte le testate – e, infatti, lo fu. E si pensi che, man mano che le fine si avvicinava, ogni sua parola poteva rubricarsi asintoticamente a una dichiarazione resa in punto di morte.</p>
<p>Sciascia, però, non rigira il dito: testimonia quanto deve, quanto è necessario all’inquadramento dei fatti e dei sentimenti dell’uomo Aldo Moro. Il saggio dell’autore siciliano ci rende conto dell’insistente appello del prigioniero a chi può salvarlo, affinché lo salvi. Di questo, è pieno il libro; questo, a me lettore attuale e cittadino di ritorno, sembra essere il portato morale di maggior rilievo della vicenda: l&#8217;invocazione a cedere alle richieste dei brigatisti, che restituirebbero il rapito in cambio di alcuni loro compagni detenuti in carcere. Moro ricorda ai suoi colleghi democristiani che lo scambio di prigionieri non è fatto eccezionale ed è pratica esperita già in altre occasioni. E chiede che tale rimedio venga adottato anche in suo favore. E lo dice in più missive, con parole sempre più allarmanti, temendo la morte, vedendola avvicinarsi, comprendendo che quello è il suo futuro, se non riuscirà a scalfire la rigidità dello Stato.</p>
<p>E si spinge, nella lettera alla DC del 27 aprile, a “convocare per data conveniente e urgente il Consiglio Nazionale avendo per oggetto il tema circa i modi per rimuovere gl’impedimenti del suo Presidente”. Un&#8217;idea geniale che, oltre a costituire prova della sua intelligenza e lucidità, dimostra che gli anni di piombo sono la trama poco credibile di una storia che nel nostro Paese è realmente accaduta. Così come le stesse lettere di Moro sarebbero letteratura, se non fossero soprattutto prova di indegnità dei destinatari. Egli scrive della necessità che di lui ha il partito, il Paese, i suoi cari soprattutto. E che per questo sarebbe necessario cedere al ricatto dei terroristi.</p>
<p>Eppure, mentre leggevo e provavo vergogna nei confronti dei turisti stranieri che mi sapevano cittadino di quella Repubblica che non volle indietro quell’uomo, il mio pensiero era che io, al posto suo, avrei, più egoisticamente, urlato solo voglio vivere! E forse – l’ho sognato in una notte che ha separato due giorni di lettura delle pagine più drammatiche – avrei perfino riferito pubblicamente i segreti più inascoltabili, o avrei brandito questa minaccia, pur di farmi riscattare. Ma Moro no: tacque. Forse non conosceva fatti delicati? O, forse, fu davvero, e semplicemente, uno statista, quale, con parola già però sacrificale, lo definirono, dopo il rapimento, i suoi colleghi di partito?</p>
<p>E allora l’<em>Affaire</em> Moro ci dice cosa si sia dimostrata essere l&#8217;Italia: non una nazione, ma qualcosa che sta fra alcune linee di confine e certa pessima letteratura. “Lasciata (&#8230;) alla letteratura la verità, la verità (&#8230;) sembrò generata dalla letteratura”, scrive Sciascia. La penisola evidentemente non è solo ricca di arte, ma è essa stessa una forma d’arte e, nelle opere d’arte – si sa – si mente, si uccide, si deruba, si tradisce, poiché la solidità della trama viene prima di tutto. E non ci si deve annoiare. E, lo vedete anche voi oggi: non ci si annoia. E ci vuole sempre il morto, che paga per tutti. E colui che viene sacrificato è, fra l’altro, “il meno implicato di tutti”, come di Moro scrisse Pasolini (in &#8220;Il vuoto del potere&#8221; ovvero &#8220;l&#8217;articolo delle lucciole&#8221;, Corriere della Sera, 1° febbraio 1975). Ma il verbo <em>sacrificare</em> forse non delimita a sufficienza l’azione, o la somma di azioni che Sciascia, in esergo, sospetta, citando violentemente Canetti: “La frase più mostruosa di tutte: qualcuno è morto «al momento giusto»” (in <em>La provincia dell’uomo: quaderni di appunti 1942-1972</em>, 1973).</p>
<p>Poi, dopo quella morte, tutti sembrarono orrendamente sollevati (questo nel libro non c&#8217;è: è idea mia), come quando muore un familiare per una malattia contro la quale non si poteva fare nulla, o per la quale il costo delle cure era troppo alto. Perché di questo parve trattarsi. E, come in ogni misera sceneggiatura di una serie di serie b, si trovò la scusa: la ragione ufficiale del sacrificio fu il rispetto verso le famiglie degli uomini della scorta, uccisi nel rapimento: non sarebbe stato giusto trattare con gli assassini di cinque servitori dello Stato. E, con questa motivazione, se ne lasciò assassinare un sesto.</p>
<p>Quel sesto uomo che aveva creduto nella pietà, nella giustizia, nell’equità, nell’amicizia, nell’applicazione di alcuni principi che oggi chiamiamo valori senza sapere quanto valgono. E ci aveva creduto talmente tanto da ricordarli ai potenti con un candore che assunse i tratti della fiaba, non immaginando che l’esito della fiaba italiana non è mai il lieto fine, ma il risultato di un calcolo costi-benefici.</p>
<p>Questo libretto, in 150 paginette scritte in grosso, fa emergere un Paese nel quale la tragedia si consuma senza dramma, in cui il giallo è complessissimo, eppure si sa sin dall’inizio chi sarà la vittima e chi è il colpevole. Colpevole che forse non ha un nome perché non è un uomo, ma è un sistema, un conglomerato di abitudini, complicità, necessità, ragion di stato, lentezze, inefficienze, i quali, però, tutti assieme, funzionano benissimo per raggiungere l&#8217;obiettivo di qualcun altro.</p>
<p>Un Paese, insomma, nel quale <em>tutto</em> è possibile, nel bene e nel male. Tesi utile a innescare una lettura critica della Storia e, forse, del presente: se si è lasciato uccidere Moro, forse si lascerà uccidere chiunque, per un interesse superiore. Ma anche questo nel libro non c’è: è un’idea mia, però io sono in riva al mare: la temperatura è altissima, il sole deforma la vista e, forse, anche i miei pensieri.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Lettre à un voyou. In memoria di Samuel P. le prof d&#8217;histoire</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/10/18/lettre-a-un-voyou-in-memoria-di-s-p-prof-dhistoire/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2020/10/18/lettre-a-un-voyou-in-memoria-di-s-p-prof-dhistoire/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Oct 2020 12:30:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Giancarlo Covino]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo sciascia]]></category>
		<category><![CDATA[marc bloch]]></category>
		<category><![CDATA[Samuel Paty]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=86703</guid>

					<description><![CDATA[di effeffe Caro Samuel, cosa è successo in questo nostro mondo di così grave e impercettibile al punto di non essercene resi conto? In un attimo ti han tirato giù dalla cattedra cambiandoti il nome da professore a voyou, delinquente. Così quelli hanno detto. E ti hanno perfino cambiato la faccia sulle prime pagine della [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-86709" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/121974669_357656675291920_5934290676385680310_n.jpg" alt="" width="347" height="347" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/121974669_357656675291920_5934290676385680310_n.jpg 2047w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/121974669_357656675291920_5934290676385680310_n-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/121974669_357656675291920_5934290676385680310_n-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/121974669_357656675291920_5934290676385680310_n-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/121974669_357656675291920_5934290676385680310_n-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/121974669_357656675291920_5934290676385680310_n-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/121974669_357656675291920_5934290676385680310_n-250x250.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/121974669_357656675291920_5934290676385680310_n-200x200.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/121974669_357656675291920_5934290676385680310_n-160x160.jpg 160w" sizes="(max-width: 347px) 100vw, 347px" /></div>
<div>di</div>
<div><strong>effeffe</strong></div>
<div></div>
<div></div>
<div>Caro Samuel,</div>
<div>cosa è successo in questo nostro mondo di così grave e impercettibile al punto di non essercene resi conto? In un attimo ti han tirato giù dalla cattedra cambiandoti il nome da professore a voyou, delinquente. Così <a href="https://www.youtube.com/watch?v=iFsOE84KeOg"><em>quelli </em></a>hanno detto. E ti hanno perfino <a href="https://www.liberation.fr/checknews/2020/10/17/conflans-non-cette-photo-ne-montre-pas-l-enseignant-tue-lors-de-l-attaque_1802696">cambiato la faccia</a> sulle prime pagine della prima ora dei giornali confondendola, nella fretta, con quella di un collega, Michel, professore di storia della stessa scuola. Eppure ti assicuro che qui, in tutta questa vicenda di certo non sei tu ad aver perso la faccia.</div>
<p><span id="more-86703"></span></p>
<div></div>
<div>Tu sai meglio di chiunque altro quanto sia importante in questo nostro mestiere metterci la faccia. Apporre un volto all&#8217;idea, un nome, un cognome, come quello che i tuoi ragazzi scrivono in alto a sinistra della loro copia del compito in classe, è un atto di fiducia verso un interlocutore, un gruppo, una collettività, una classe. Perché se dai un nome e una faccia all&#8217;idea significa che non c&#8217;è pericolo, il tempo della dialettica, del confronto possibile è ancora nel campo dell&#8217;umano.</div>
<div>La parola è tutto, tu questo lo sai, ma non ancora niente se non ci metti una faccia e il nome, la faccia e il nome giusti, però.</div>
<div>
<div>
<div id="m_4320538299990141413gmail-:16n">
<div id="m_4320538299990141413gmail-:16m">
<div dir="ltr"></div>
</div>
</div>
</div>
</div>
<div><a href="https://www.youtube.com/watch?v=G4Oz44Ny7b8">Una,</a> eletta di un tale partito, ha dichiarato che in fondo te l&#8217;eri cercata. Come t&#8217;è venuto in mente, come se non bastasse a qualche giorno dalle vacanze, di parlare di cose così in classe. Avresti dovuto sentire i consigli della Madame e rinunciare al progetto. Far esprimere dei tredicenni su questioni capitali come la libertà d&#8217;espressione! educarli a dibattere, argomentare, contrastare, sostenere idee con la parola! Ma come diavolo t&#8217;è venuto in mente, dicono<em> loro. </em></div>
<div></div>
<div>
<p>La risposta in questo flusso di parole confuse e contraddittorie, è sgorgata <a href="https://twitter.com/ClementLanot/status/1317483608500801539?s=20">dalla voce</a> cristallina di uno dei ragazzi della tua scuola, che dice &#8221;</p>
<div class="css-1dbjc4n r-15d164r r-vlx1xi">
<div class="css-901oao r-jwli3a r-1qd0xha r-a023e6 r-16dba41 r-ad9z0x r-1g94qm0 r-bcqeeo r-bnwqim r-qvutc0" dir="auto" lang="fr"><span class="css-901oao css-16my406 r-1qd0xha r-ad9z0x r-bcqeeo r-qvutc0">&#8220;Il faut continuer à apprendre [&#8230;] sinon les terroristes ils ont gagnés.&#8221;. Lo dice con una presa di parola e una franchezza trasparente che questo deve essere insegnato e imparato, come una priorità, a ragionare su qualsiasi cosa senza temere un giudizio o peggio ancora una sentenza di morte.Questi sono i frutti della libertà d&#8217;espressione che è quella che lo storico e maestro Marc Bloch pretendeva, &#8220;la libertà senza aggettivi&#8221;.<br />
</span></div>
<div dir="auto" lang="fr"></div>
<div class="css-901oao r-jwli3a r-1qd0xha r-a023e6 r-16dba41 r-ad9z0x r-1g94qm0 r-bcqeeo r-bnwqim r-qvutc0" dir="auto" lang="fr"><span class="css-901oao css-16my406 r-1qd0xha r-ad9z0x r-bcqeeo r-qvutc0">In &#8220;Una storia semplice&#8221; di Leonardo Scascia c&#8217;è un passaggio proprio su questo tema centrale del &#8220;ragionare&#8221;, reso immortale nella versione cinematografica da <a href="https://www.youtube.com/watch?v=_pqTu9Np_gE">Gian Maria Volonté</a>.<br />
</span></div>
<div dir="auto" lang="fr"></div>
</div>
<pre dir="auto" lang="fr"><span class="_5yl5">Il magistrato si era intanto alzato ad accogliere il suo vecchio professore.</span>

<span class="_5yl5">«Con quale piacere la rivedo, dopo tanti anni!». </span>

<span class="_5yl5">«Tanti: e mi pesano» convenne il professore. </span>

<span class="_5yl5">«Ma che dice? Lei non è mutato per nulla, nell’aspetto».</span>

<span class="_5yl5">«Lei sì» disse il professore con la solita franchezza. </span>

<span class="_5yl5">«Questo maledetto lavoro… Ma perché mi da del lei?». </span>

<span class="_5yl5">«Come allora» disse il professore.</span>

<span class="_5yl5">«Ma ormai…». </span>

<span class="_5yl5">«No». </span>

<span class="_5yl5">«Ma si ricorda di me?». </span>

<span class="_5yl5">«Certo che mi ricordo». </span>

<span class="_5yl5">«Posso permettermi di farle una domanda?… Poi gliene farò altre, di altra natura… Nei componimenti d’italiano lei mi assegnava sempre un tre, perché copiavo. Ma una volta mi ha dato un cinque: perché?». </span>

<span class="_5yl5">«Perché aveva copiato da un autore più intelligente». </span>

<span class="_5yl5">Il magistrato scoppiò a ridere. </span>

<span class="_5yl5">«L’italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…». </span>

<span class="_5yl5">«L’italiano non è l’italiano: è il ragionare» disse il professore. «Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto».</span>

<span class="_5yl5">La battuta era feroce. Il magistrato impallidì. E passò a un duro interrogatorio.</span></pre>
<div class="css-1dbjc4n r-15d164r r-vlx1xi">
<div class="css-901oao r-1n1174f r-1qd0xha r-a023e6 r-16dba41 r-ad9z0x r-1g94qm0 r-bcqeeo r-qvutc0" dir="auto"><span class="css-901oao css-16my406 r-1qd0xha r-ad9z0x r-bcqeeo r-qvutc0">Caro Samuel, come tanti nostri colleghi in queste ore non mi sono dato pace, non ho trovato risposte. Ho letto articoli, ascoltato trasmissioni televisive e radiofoniche a te dedicate ma una pace, tregua, al mio ragionare sulla tua morte, non l&#8217;ho trovata. Pensa che ancor prima di scriverti questa lettera ho chiesto a un amico disegnatore, Giancarlo Covino, <span class="d2edcug0 hpfvmrgz qv66sw1b c1et5uql oi732d6d ik7dh3pa fgxwclzu a8c37x1j keod5gw0 nxhoafnm aigsh9s9 d3f4x2em fe6kdd0r mau55g9w c8b282yb iv3no6db jq4qci2q a3bd9o3v knj5qynh oo9gr5id hzawbc8m" dir="auto">di immaginare un disegno per accompagnarla. È un&#8217;immagine chiara e allo stesso tempo piena di dolcezza. Perché, come insegna l&#8217;arte della guerra, non bisogna mai andare sul campo scelto dal nemico.</span><br />
</span></div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div dir="auto">Ho ragionato con dolcezza al fatto che si dovrà cominciare da ora, tutti, a preparare una sequenza da proporre ai ragazzi per ogni materia, perché ogni materia, il francese, la fisica, la storia, l&#8217;italiano non sono il francese, la fisica, la storia, l&#8217;italiano, ma arte del ragionare. Prepararci a fondo, senza paura, con gioia e senza concedere un millimetro di campo al nemico, alle sue passioni tristi, sul tema della <strong>libertà senza aggettivi</strong>. In modo da essere pronti tra sette anni, quando tuo figlio entrerà al collège, ad offrirgli quegli stessi strumenti che per vocazione e con coraggio tu sei riuscito a porgere ai tuoi ragazzi.</div>
<div class="css-1dbjc4n r-1g94qm0">
<div class="css-1dbjc4n">
<div class="css-1dbjc4n r-1ny4l3l">
<div class="css-1dbjc4n r-1adg3ll r-1udh08x">
<div class="r-1adg3ll r-13qz1uu"></div>
</div>
</div>
</div>
</div>
<p>Ora vado in Place de la République. Ho appuntamento con Andrea Inglese perché insieme vogliamo rendere omaggio alla tua vita. Aujourd&#8217;hui</p>
</div>
<div></div>
<div>
<figure id="attachment_86712" aria-describedby="caption-attachment-86712" style="width: 739px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-86712" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/samuel-B.jpg" alt="" width="739" height="478" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/samuel-B.jpg 739w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/samuel-B-300x194.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/samuel-B-250x162.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/samuel-B-200x129.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/samuel-B-160x103.jpg 160w" sizes="(max-width: 739px) 100vw, 739px" /><figcaption id="caption-attachment-86712" class="wp-caption-text">Blackboard with chalk and eraser</figcaption></figure>
</div>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2020/10/18/lettre-a-un-voyou-in-memoria-di-s-p-prof-dhistoire/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il volo di Camilleri sulla Storia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/07/19/il-volo-di-camilleri-sulla-storia/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2019/07/19/il-volo-di-camilleri-sulla-storia/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jul 2019 05:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Camilleri]]></category>
		<category><![CDATA[birraio di preston]]></category>
		<category><![CDATA[commissario montalbano]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Tomasi di Lampedusa]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo sciascia]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Pirandello]]></category>
		<category><![CDATA[marco viscardi]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[re di girgenti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=79960</guid>

					<description><![CDATA[&#160; di Marco Viscardi A un certo punto si fermò e taliò verso terra. Vitti la piazza, le case con la gente supra i tetti che accomenzava ad andarsene e in mezzo alla piazza vitti macari il palco e una cosa, una specie di sacco, che pinnulava dalla forca dunnuliando. Rise. E ripigliò ad acchianare. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-79961" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/67388728_689408871505668_72949078924722176_n.jpg" alt="" width="1280" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/67388728_689408871505668_72949078924722176_n.jpg 1280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/67388728_689408871505668_72949078924722176_n-300x141.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/67388728_689408871505668_72949078924722176_n-768x360.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/67388728_689408871505668_72949078924722176_n-1024x480.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/67388728_689408871505668_72949078924722176_n-250x117.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/67388728_689408871505668_72949078924722176_n-200x94.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/67388728_689408871505668_72949078924722176_n-160x75.jpg 160w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Marco Viscardi</strong></p>
<p><em>A un certo punto si fermò e taliò verso terra. Vitti la piazza, le case con la gente supra i tetti che accomenzava ad andarsene e in mezzo alla piazza vitti macari il palco e una cosa, una specie di sacco, che pinnulava dalla forca dunnuliando. Rise. E ripigliò ad acchianare. </em></p>
<p>È un finale bellissimo quello del <em>Re di Girgenti </em>[2001]. Zosimo guarda da una prospettiva non più umana lo spettacolo della propria impiccagione. I gradini che lo portavano verso la forca sono finiti e con loro si sono spente le voci che l’avevano accompagnato al <em>som de l’escalina </em>ammonendolo con parole sconosciute: <em>sovenha vos a temps de ma dolor… </em>Le stesse di Arnaut Daniel prima di gettarsi nel <em>foco che affina. </em>Il tempo terreno si è chiuso e una nuova, misteriosa dimensione sta per schiudersi. E da quella soglia il mondo è un grande e confuso teatro. Una scena colta a volo d’uccello in cui Zosimo è contemporaneamente ‘una cosa, una specie di sacco’ che penzola da un palco e l’intelligenza liberata dai pesi che quello spettacolo contempla. Nella lotta la morte ha irrigidito il corpo ma l’intelligenza resta fluida e ride, semplice e creaturale, davanti a quella scena dove i vivi sono in realtà morti e il morto è vivissimo e aereo.</p>
<p>Consegnata al lettore, l’ultima pagina è un rilancio, una sfida che va ben oltre la mole del volume del libro, ben oltre l’esistenza terrena del suo protagonista ma entra nelle nostre vite, fa di noi stessi racconto. Nel 1977, Sciascia aveva chiuso il suo <em>Candido ovvero Un sogno fatto in Sicilia </em>con la liberazione del protagonista che, dissipata ogni cupa presenza di padri/padroni, «si sentiva figlio della fortuna; e felice». Zosimo ha convertito la violenza della storia nel volo dell’intelligenza. I suoi persecutori restano invischiati nelle cose, Zosimo plana altissimo al di sopra di tutto.</p>
<p>Se per un attimo facciamo nostro il punto di vista di Zosimo, se guardiamo dall’alto, ci rendiamo conto che il mondo letterario di Camilleri è unico e ogni divisione fra romanzi polizieschi e romanzi duri è &#8211; come già avvenuto per Simenon – vana e un po’ snob. La storia è un enigma e il racconto storico è un poliziesco. Ma allo stesso tempo un poliziesco è immerso nelle leggi storiche del suo tempo, è invischiato di inchiesta. Storia e Giallo sono due strumenti con cui si affronta un medesimo problema, radicato nella tradizione narrativa siciliana già prima di Pirandello, fino dalle scaturigini veriste: il conflitto fra le parole e le cose, la lotta fra caos del reale e rigidità fittizie dei discorsi ufficiali. Come se il modello storico manzoniano trapiantato in Sicilia si fosse sbilanciato verso gli Azzeccagarbugli che diventano di volta in volta i cantori di corti, gli storiografi, i verbalizzatori delle versioni ufficiali.</p>
<p>Dietro la bellezza esteriore, si nascondono le vere leggi della storia. Gli inseguimenti di Tancredi e Angelica nell’aereo palazzo di Donnafugata portano alla scoperta – dietro tanta bellezza – di stanze in cui si consuma la violenza. Quella del piacere sadico del boudoir dei perversi settecenteschi e quella abbacinante del Duca santo che si flagellava davanti al suo Dio affinché col proprio sangue potesse fecondare le terre che la provvidenza gli diede in feudo. Dietro la bellezza di scale, sale e salotti, c’è sempre una frusta insanguinata a ricordare che la violenza è il motore della storia. Camilleri approfondisce spesso lo iato che esiste fra la molteplicità del reale e il grigiore accomodante delle versioni ufficiali. Fra questi, il capolavoro è il <em>Birraio di Preston</em>, che fin dalla sua prima edizione del 1995 porta in copertina i compassati visi cinquecenteschi del <em>Gruppo del tiro a segno di Amsterdam </em>ritratti da Dirck Jacobs. Quelle figure ci guardano ferine e sono pronte a inghiottirci, a portarci nella loro società conformista e violenta che nasconde dietro il rigore inappuntabile dell’apparenza la cieca ossessione del <em>particulare </em>e dell’interesse. I fatti raccontati sono immaginari ma in qualche modo ispirati all’inchiesta parlamentare sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia (1875-76) di Franchetti e Sonnino e si svolgono nel cuore della cartografia sentimentale di Camilleri: fra il capoluogo Monteleusa e la turbolenta Vigata. Qui Camilleri racconta dell’oltracotanza del regio prefetto che vuole obbligare i vigatesi ad assistere all’inaugurazione del nuovo Teatro Re e dei cittadini offesi della mediocrità del melodramma scelto: il giustamente dimenticato <em>Birraio di Preston</em>, di Luigi Ricci.</p>
<p>Alla fine il teatro va a fuoco e ci sono anche dei morti, ma la verità dei fatti, che il lettore conosce per aver letto il romanzo, viene sviata nelle versioni ufficiali, e la colpa viene fatta ricadere sul pazzo del paese. Camilleri finge che l’ultimo capitolo del romanzo sia l’inizio di uno studio monografico sulla storia di Vigata opera di Gerd Hoffer. Hoffer è il figlio di un ingegnere tedesco impiegato nelle miniere della zona, Gerd era stato il bambino che aveva gridato all’incendio del teatro, di fatto il primo personaggio del romanzo, che qui ritroviamo non da incendiario, ma da pompiere. Dietro la sua falsa oggettività, Hoffer è ossequioso verso i poteri, legittimi e illegittimi, della nuova Italia. La sua è una contro-narrazione della vicenda del romanzo, ma gli abusi e le collusioni del prefetto, le insulse cautele del questore e la viscida ambiguità dei politici locali, si capovolgono in mielosa apologia, panegirico dell’esistente.</p>
<p>Come spesso in Camilleri, il lettore credeva di assistere ad un’opera buffa e finisce raggelato. I cattivi hanno vinto e l’operetta si è congelata nell’allegoria grottesca, anamorfica, dell’interminabile crisi italiana, della serie lunghissima delle nostre doppie e triple verità, dei nostri avvelenamenti pubblici. Di fronte a questa rigidità delle forme, l’inquietudine conoscitiva di Camilleri si manifesta nel rigore etico di una scrittura che sa rifiutare le convenzioni letterarie e l’obbligo della consequenzialità e racconta la storia con un intreccio non sistematico, in cui i capitoli non seguono l’ordine naturale e scartano di lato, anticipando o rallentando gli avvenimenti della trama. E ciascuno di questi capitoli scompaginati inizia con l’incipit di un libro diverso, e l’intero volume con l’incipit più famoso della letteratura, quello che Snoopy ruba a Bulwer-Litton: «Era una notte che faceva spavento, veramente scantosa» (p. 9). Con un lampo dissacrante compare persino, ma stravolta in un orgasmo interregionale, uno dei loci più insigni delle nostre lettere: «“Signora sta vinendo? Sta vinendo signora?”  […] “Sì…Sì Vegni!&#8230;Ve..gni…Ghe sont!” la svinturata arrispose» (p. 148).</p>
<p>Il giulebbe del melodramma, avrebbe detto Tomasi di Lampedusa, che tutto ingloba, tutto stordisce, tutto allenta, inzucchera e avvelena. Di fronte alla melassa opprimente della pacificazione, la scrittura tenta la sua battaglia: far riemergere tutto quanto non collima, non tiene, tutto quanto deve essere dimenticato perché, altrimenti, può turbare e increspare l’ipocrita serietà degli uomini della società del tiro a segno.</p>
<p>Alla fine però si torna sempre al commissariato di Vigata, a donne e uomini che conosciamo come i più familiari e di cui sapremmo elencare vizi e virtù: Salvo, Livia, Mimì Augello e Bebba, Fazio, Gallo, Ingrid, il dottor Pasquano e poi i questori, i prefetti, i giornalisti delle tv libere e di quelle asservite, i ristoranti di pesce e la cucina di Angelina. Tutti personaggi di carne e carta che ci vivono in testa e che non ci abbandoneranno, accanto a Renzo, a Edmond Dantès, a Farinata degli Uberti e agli altri che ci empiono di sogni. Fra questi, però, quello che per ultimo dovrebbe abbandonare la scena dell’omaggio all’autore è Agatino Catarella, Catarella il puro, il fuori registro, l’extravagante. Agatos e Cataros – come mi ha fatto notare una lettrice più acuta di me – Buono e puro. L’uomo che rifiuta il linguaggio comune, perché ha capito che è un linguaggio mistificante e ipocrita e ne parla uno suo, fatto di libere associazioni, di assonanze e consonanze, divagazioni fughe e scarti del pensiero. Il mite piantone del commissariato di Vigata, il sorvegliante della soglia, è l’antitesi dei custodi di Kafka che vivono di fronte alla Legge e per la Legge parteggiano. Catarella è un ribelle contro le convenzioni sociali ed è un difensore dell’umano. Sarà triste ora che il maestro è andato via, ma è anche l’unico ad immaginarlo che vola e ride mentre guarda questo nostro sciagurato pianeta. Di cui, se esiste uno spazio oltre questo che conosciamo, forse continuerà a ricordarsi.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2019/07/19/il-volo-di-camilleri-sulla-storia/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sciascitudine</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/01/28/sciascitudine/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2015/01/28/sciascitudine/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jan 2015 06:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Domenico Della Monica]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo sciascia]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=50523</guid>

					<description><![CDATA[una segnalazione di Romano A. Fiocchi Domenico Della Monica, Sciascia uomo solo. La vita e le battaglie civili di uno scrittore “scomodo”, Comunità Casa del Giovane, novembre 2014. Libro anomalo. Autore un medico, da trent’anni appassionato di letteratura, scrittore di saggi e di racconti alla Čechov, collaboratore di pagine culturali, insomma uno di quelli che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/sciascia.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-50524" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/sciascia.jpg" alt="sciascia" width="315" height="498" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/sciascia.jpg 315w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/sciascia-189x300.jpg 189w" sizes="(max-width: 315px) 100vw, 315px" /></a>una segnalazione di </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><b>Romano A. Fiocchi</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><b>Domenico Della Monica</b></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;">, </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Sciascia uomo solo. La vita e le battaglie civili di uno scrittore “scomodo”</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;">, Comunità Casa del Giovane, novembre 2014</span></span><span style="font-family: Garamond, serif;">.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;">Libro anomalo. Autore un medico, da trent’anni appassionato di letteratura, scrittore di saggi e di racconti alla Čechov, collaboratore di pagine culturali, insomma uno di quelli che il nostro </span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/author/francesco-forlani/"><span style="font-family: Garamond, serif;">Effeffe</span></a></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> chiama “volontari della cultura”. Come editore, non un editore vero ma semplicemente una comunità: quella della Casa del Giovane, dove si recuperano ragazzi sbandati e si insegna loro un mestiere – fra cui, appunto, stampare i libri. Eppure </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Sciascia uomo solo</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> non è un libro da poco, basti dire che è stato presentato all’Archivio di Stato di Pavia insieme a Nicoletta Trotta del </span><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://centromanoscritti.unipv.it/"><span style="font-family: Garamond, serif;">Fondo Manoscritti</span></a></span></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, il mitico fondo creato da Maria Corti, da cui sono emerse ovviamente anche lettere di Sciascia. Ma a tutto ciò l’autore sembra non dare importanza: per Della Monica queste cento pagine (guarda caso cento erano le pagine annue che scriveva quasi regolarmente Sciascia) sono solo un modo per pagare il suo debito di lettore a un maestro di vita, di scrittura, di nobiltà d’animo come non ce ne sono più. Sono cento pagine che sanno sintetizzare con scorrevolezza di linguaggio chi era e chi non era Leonardo Sciascia, i suoi rapporti con la politica, con i preti, con la religione, il suo amore viscerale per la Sicilia e per l’Italia, e i suoi libri, naturalmente: da quella </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Civetta</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, che lui non amava, sino </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>A ciascuno il suo</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, a </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>L’affaire Moro</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, al suo </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Candido</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, scritti come quasi tutti gli altri nella sua casa di Racalmuto.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;">Recensire quello che di per sé è già la recensione di una vita non aggiungerebbe nulla a quanto Domenico Della Monica ha già detto con parole ben calibrate. Ecco allora la scelta di proporre qui di seguito le pagine di introduzione, tra le più belle del libro. Pagine che racchiudono tutto il rammarico per un’assenza. Quasi ci rendessimo conto dell’autentica importanza di un bene solo quando l’abbiamo perso.</span></p>
<p style="text-align: center;" align="JUSTIFY">***</p>
<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;">Da </span><strong><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Sciascia uomo solo</i></span></strong><span style="font-family: Garamond, serif;"> di <strong>Domenico Della Monica</strong></span></p>
<p align="JUSTIFY"><a name="OLE_LINK1"></a> <span style="font-family: Garamond, serif;">Sono venticinque anni che la sua voce s’è spenta. Una voce che ci manca, mi manca.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;">Quella voce che nell’aula del Parlamento e nelle pagine dei giornali si scontrava aspramente nel giudizio sui rapporti tra Stato e Brigate Rosse e sui cosiddetti “professionisti dell’antimafia” con giornali e giornalisti famosi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;">Era stato l’ultimo degli intellettuali italiani “impegnati” a vestire con onore questo aggettivo, dai primi anni Sessanta fino alla sua morte. Ci manca quella voce che non era mai prevedibile, la voce di un uomo che non stava né di qua né di là ma sempre a ridosso della ragione critica e illuminista; un uomo che veniva dalla sinistra ma che era impietoso con “i cretini di sinistra”, un uomo che ci ha insegnato a decrittare la parola mafia ma di cui erano inesorabili le sferzate nei confronti dei “professionisti dell’antimafia”.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;">È morto prima di vedere Tangentopoli e Giulio Andreotti accusato di essere in combutta con la mafia, e la consacrazione di Indro Montanelli da parte dell’opinione pubblica di sinistra laddove, anni prima, Sciascia era stato uno dei pochissimi a dirne bene. Non ha potuto vedere il degrado e la crisi dei nostri partiti, travolti dagli scandali, ben più squallidi e tristi di altri precedenti. Ci mancano le pagine che avrebbe scritto Sciascia, eccome se ci mancano.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;">Delle generazioni di intellettuali siciliani che hanno lasciato il loro marchio sulla storia letteraria e civile del nostro paese, veniva dopo Vitaliano Brancati, nato nel 1907, e dopo Elio Vittorini, nato nel 1908.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;">Era quasi coetaneo di Gesualdo Bufalino, nato a Comiso nel 1920, di cui era stato proprio Sciascia a scoprire e rivelare il talento.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;">Era siciliano al cento per cento, sicilianissimo. Lui, così parco di parole, sceglieva volentieri una parola siciliana a confidare un giudizio o un’emozione agli amici più fidati. Aveva conosciuto e amato Parigi ma anche la Spagna come nessun altro intellettuale italiano del secondo dopoguerra, ma era in quella sua casa di campagna della “Noce” che si ritirava a trovare il ritmo e l’arabesco di quelle cento pagine annue che erano divenute il suo stemma narrativo. Era stato lui una volta a ricordare una lettera di Blaise Pascal a un amico, dove Pascal si scusava di avere scritto così tanto: di scrivere breve non aveva trovato tempo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;">Cento pagine o poco più. A cominciare da quel gioiello del 1956, </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Le parrocchie di Regalpetra</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, un libro che faceva i conti con il Neorealismo e li chiudeva. E poi i quattro magnifici racconti riuniti con il titolo </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Gli zii di Sicilia</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, i saggi dedicati a Luigi Pirandello e al pirandellismo, romanzi come </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Il contesto</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> o </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Todo modo</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> che facevano da metafora di un’epoca della politica italiana. E poi quei libri che si situavano a metà tra l’invenzione narrativa e l’indagine poliziesca, e a farne da spunto era la morte di un geniale fisico siciliano o il suicidio dello scrittore francese Raymond Roussel. E poi quel libro-pamphlet che non è forse il suo più bello, </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>L’affaire Moro</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> del 1978, ma certo quello che più facilmente torna alla memoria. E gli innumerevoli atti d’amore alla sua Sicilia, talvolta quei libri nati dalla sua collaborazione con Ferdinando Scianna, un siciliano di Bagheria, tra i più noti fotografi italiani. E poi le collaborazioni ai giornali, dal </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Mondo nuovo</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> diretto da Lucio Libertini negli anni Sessanta alla </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Stampa</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> degli anni Ottanta, passando per il </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Corriere della Sera</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;">Sulla prima pagina del quotidiano milanese, si era alla metà degli anni Ottanta, apparve un suo articolo il cui titolo e il cui contenuto gli sarebbero stati rinfacciati per sempre: “I professionisti dell’antimafia”. Questo articolo criticava in maniera severa un magistrato siciliano che era stato promosso perché appariva particolarmente meritevole nella “lotta alla mafia”. Quel magistrato si chiamava Paolo Borsellino, anni dopo dilaniato da una bomba mafiosa.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;">Al siciliano Sciascia non piacevano le consorterie, neppure quella dei “professionisti dell’antimafia” che aveva tra i suoi esponenti anche il sindaco di Palermo Orlando, un ex democristiano che aveva ottenuto notevoli consensi con le sue denunce dei misfatti della mafia (ma qualche magistrato palermitano ha avuto modo di raccontare che mai era venuta dal sindaco un’informazione importante, una pista valida a contrastare e combattere la mafia in concreto).</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;">Agli occhi di Sciascia i professionisti dell’antimafia erano retori che sfruttavano a loro favore la rabbia sacrosanta dell’opinione pubblica contro la “piovra”.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;">Il criterio polemico era giusto, ma il nome scelto (Borsellino) quanto di più sbagliato.</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-family: Garamond, serif;">Sono stato mal consigliato” confesserà più tardi Sciascia a Gianni Riotta.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;">Lo scrittore e Borsellino si incontrarono qualche anno dopo e Sciascia riconobbe di aver sbagliato.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;">Ho sempre trovato ignobile che alla morte di Borsellino i nemici di Sciascia abbiano potuto scrivere che quell’articolo abbia contribuito a “isolare” Borsellino, quasi a rendere più agevole l’azione dei suoi assassini. E dell’accanimento dei suoi nemici restano memorabili gli interventi di Arlacchi in due numeri successivi di </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Repubblica</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;">Parole non di critica ma quasi di insulto alla memoria di Sciascia, e che suscitarono furibonde reazioni tra gli amici dello scrittore.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;">E mi dispiace che il quotidiano romano (di cui sono assiduo lettore) fece più volte da punta di diamante dello schieramento avverso a Sciascia. Quest’ultimo e il direttore di </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Repubblica</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> avevano più volte incrociato le lame della polemica: dissapori nati nel 1978, al tempo del rapimento di Moro, quando Sciascia venne tacciato di essere uno dei creatori dello slogan “Né con lo Stato né con le Brigate Rosse”, ciò che non aveva mai scritto né pensato. Innumerevoli volte smentirà che quello slogan gli appartenesse e lo condividesse. Giudicava, questo sì, che la classe dirigente italiana del tempo di Moro era moralmente indifendibile. E ognuno può essere d’accordo o meno con questo giudizio.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;">Sciascia era un uomo imprevedibile, come ogni spirito libero, al confine tra gli schieramenti e le opposte verità. Era sempre stato di sinistra, ma rinunciando alla sua vena liberale e libertaria; da intellettuale siciliano celeberrimo i comunisti avrebbero voluto utilizzarlo come una bandiera: riuscirono infatti a convincerlo nel 1975 a sedere in consiglio comunale di Palermo nelle loro file: ma si trovarono ben presto puntata in volto la sua lama polemica. E infatti l’esperienza durò poco, pochissimo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;">Da antifascista, fu attratto dal destino di un intellettuale siciliano fascistissimo, Telesio Interlandi. A lui avrebbe dedicato le consuete cento pagine annue, se la morte non lo avesse fermato. La casa editrice Sellerio ha lasciato bianco quello che avrebbe dovuto essere il numero 200 della collana “La Memoria”, il libro su Interlandi. Poco prima di morire Sciascia consegnò a un suo amico, il giudice Enzo Vitale, i fogli e gli appunti che aveva preparato, tanto ci teneva a che un giorno quel libro venisse alla luce. Sciascia, uomo al confine tra due culture, era incuriosito dal personaggio Interlandi: si chiedeva com’è che un siciliano di talento avesse sconfinato nel reame dell’abiezione, quello della predicazione antisemita. Ai suoi occhi era un indizio tra i tanti di come i colori della vita siano chiaroscurali, di come ben poco sia interamente nero o interamente bianco.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;">La malattia era entrata da tempo nel suo sangue. Gli ultimi mesi furono molto dolorosi: fu un suo amico siciliano a battere a macchina il testo del suo ultimo libro </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Una storia semplice</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, pubblicato postumo da Adelphi. A Ferdinando Scianna un paio di giorni prima di morire confidò che vivere a quel modo non aveva più senso. Con la sua morte scomparivano i mille tratti della sua umanità, perché l’uomo Sciascia non era meno nobile dello scrittore, il suo cuore e la sua mente erano una sola armoniosa macchina di conoscenza e di vita. Spenti l’uno e l’altra, non ci resta che cercarli su uno scaffale. È il solo conforto che rimane a noi che l’abbiamo tanto amato.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;">Ma non ci basta. Non mi basta.</span></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2015/01/28/sciascitudine/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La luna e il faro, il Meridiano su Vincenzo Consolo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/01/27/la-luna-e-il-faro-il-meridiano-su-vincenzo-consolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jan 2015 13:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Aleister Crowley]]></category>
		<category><![CDATA[antonio machado]]></category>
		<category><![CDATA[Calvino]]></category>
		<category><![CDATA[Caterina Pilenga]]></category>
		<category><![CDATA[Cefalù]]></category>
		<category><![CDATA[cesare segre]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Turchetta]]></category>
		<category><![CDATA[Ginzburg]]></category>
		<category><![CDATA[Il gattopardo]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo sciascia]]></category>
		<category><![CDATA[licantropia]]></category>
		<category><![CDATA[Lucio Piccolo]]></category>
		<category><![CDATA[Luna]]></category>
		<category><![CDATA[mafie]]></category>
		<category><![CDATA[Meridiani]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[mondadori]]></category>
		<category><![CDATA[palermo]]></category>
		<category><![CDATA[Risorgimento]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Consolo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=50637</guid>

					<description><![CDATA[&#160; di Giuseppe Schillaci  &#160; É saturnina la Luna, atra, melanconica, sospesa nell’attesa infinita della fine che non arriva mai. Ma se malinconia è la storia, l’infinito, l’eterno sono ansia, vertigine, panico, terrore.  Lei, la Luna, ci salvò e ci diede la parola.  Lei schiarì la notte primordiale, fugò la dura tenebra finale. (Lunaria, Mondadori, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/1899523_10205793313102256_2148515537667228216_o.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-50711" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/1899523_10205793313102256_2148515537667228216_o-300x198.jpg" alt="1899523_10205793313102256_2148515537667228216_o" width="300" height="198" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/1899523_10205793313102256_2148515537667228216_o-300x198.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/1899523_10205793313102256_2148515537667228216_o-1024x677.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/1899523_10205793313102256_2148515537667228216_o-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/1899523_10205793313102256_2148515537667228216_o-900x595.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/1899523_10205793313102256_2148515537667228216_o.jpg 2048w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Giuseppe Schillaci </strong></p>
<div class="page" title="Page 86">
<div class="section">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right"><em>É saturnina la Luna, atra, melanconica, sospesa nell’attesa infinita della fine che non arriva mai. </em></p>
<p style="text-align: right"><em>Ma se malinconia è la storia, l’infinito, l’eterno sono ansia, vertigine, panico, terrore.</em></p>
<p style="text-align: right"><em> </em><em>Lei, la Luna, ci salvò e ci diede la parola. </em></p>
<p style="text-align: right"><em>Lei schiarì la notte primordiale, fugò la dura tenebra finale.</em></p>
</div>
</div>
</div>
</div>
<p style="text-align: right"><span style="line-height: 1.5">(<em>Lunaria</em>, Mondadori, 1985) </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 21 gennaio 2012 è scomparso Vincenzo Consolo, uno dei più raffinati scrittori italiani, tra gli ultimi intellettuali europei della sua generazione, classe 1933, ad aver vissuto le luci e le ombre del Novecento. A tre anni dalla morte, Mondadori pubblica finalmente il Meridiano “L’opera completa” di Vincenzo Consolo, con un saggio introduttivo di Gianni Turchetta e uno scritto di Cesare Segre. Il volume raccoglie i romanzi e i racconti, le scritture liriche e quelle d’intervento sociale, restituendo così l’immagine poliedrica di uno dei più grandi cesellatori della lingua italiana, le cui opere sono state tradotte in diversi Paesi e studiate nelle università di tutto il mondo.</p>
<p>Dello scrittore Vincenzo Consolo, collaboratore dell’Einaudi di Calvino e Ginzburg, m’impressionò, già da adolescente, l’originalità della voce: una lingua barocca ma schietta, appassionata, sempre in bilico tra contemplazione e denuncia, una scrittura legata profondamente alla sua terra. Consolo era ossessionato dalla Sicilia, così come tutti i grandi scrittori sono ossessionati dalla propria identità, dalla verità e dal divenire: la sua opera racconta un’isola visionaria e tragicamente reale, tra mito e storia, poesia e narrazione, alta letteratura e cultura popolare. A rileggere i suoi testi, oggi, si notano alcune figure che ritornano, ossessive, per tessere un mondo fragile e sublime, inquieto, in dissoluzione. Una di queste figure è il faro, presente anche nel titolo della raccolta di saggi <em>Di qua dal faro </em>(Mondadori, 1999): il faro per Consolo è un baluardo, la luce della ragione contro l’oscurantismo, una barriera contro il caos della notte.</p>
<p>La contrapposizione tra luce e oscurità si rivela poi, in tutta la sua potenza, nel romanzo di Consolo che più ho amato: <em>Nottetempo, casa per casa</em>, premio Strega nel 1992. Si tratta di una storia ambientata a Cefalù, in provincia di Palermo, ai tempi della nascita del Fascismo. Per Consolo, l’adozione del romanzo storico è sempre da intendersi in chiave metaforica rispetto al presente: gli anni Venti sono così un’epoca d’oscurantismo simile a quella che l’autore presagiva agli inizi degli Anni Novanta, all’alba del “nuovo ventennio”. La metafora storica era già presente nel romanzo sul Risorgimento tradito, <em>Il sorriso dell’ignoto marinaio</em>, pubblicato in pieni anni Settanta e etichettato come l’ « anti-Gattopardo », in cui Consolo racconta di un nobile siciliano illuminato che tenta di resistere al potere reazionario della nuova Italia, per parlare in realtà dell’Italia post-sessantottina, ipocrita e refrattaria a un reale cambiamento. Ma torniamo a <em>Nottetempo, casa per casa</em>. Qui, alla violenza fascista e alla perversione del potere fa eco un altro oscuramento della ragione, questa volta misterico, soprannaturale. Proprio nei primi anni Venti, infatti, si trasferiva a Cefalù Aleister Crowley, il mistico artista inglese che inneggiava alla libertà dei sensi e a un mondo esoterico che rasentava il delirio visionario. Alla ragione del faro si riflette e s’oppone così la poesia della luna, che è anche, irrimediabilmente, segno di follia e di dolore, come per il padre del protagonista Petro Marano, che corre rabbioso nelle notti di luna piena per quietare il suo male catubbo (la licantropia).</p>
<p>Ecco delinearsi il paradosso dello scrittore, la tensione irrisolvibile tra prosa e poesia, tra la storia oggettiva del faro, da un lato, e i mondi immaginari della luna, dall’altro. In questo orizzonte si muove la lingua musicale di Vincenzo Consolo, trovando nelle parole la propria salvezza. La vera sconfitta è l’afasia, l’impossibilità del racconto, il silenzio della morte. Così Consolo, come Petro Marano<em>,</em> cerca redenzione nel racconto, che sembra nascere da una nostalgia per l’unità perduta, da un’aderenza naturale tra le parole e le cose. Questa sorta di autenticità perduta, di bellezza primordiale, Consolo la insegue, ostinato, in tutta la sua opera, inventandosi una lingua che resuscita le voci greche, arabe, spagnolesche e francesi che hanno abitato, secoli fa, la Sicilia.</p>
<p>Vincenzo Consolo adorava la sua terra, e non solo perché rappresentava il teatro della sua infanzia, ma anche perché lo scrittore guardava alla Sicilia come centro del Mediterraneo, ricettacolo di culture d’oriente e d’occidente, porta d’Africa, culla della letteratura italiana e della civiltà europea. Ecco perché, negli ultimi anni della sua vita, intervenne spesso nel dibattito pubblico sull’emigrazione, allorché la Sicilia veniva considerata non più come porta, ma come muro d’Europa. Ma la Sicilia di Consolo è anche una terra del Sud, di un Sud d’Italia che è simile a tutti i Sud del mondo, e che è dunque terra tradita, ferita dalle storture del potere, schiacciata dalle meschinità umane, dalle mafie, dall’avidità, dall’ignoranza. Da emigrato al Nord Italia, a Milano, dove s’era trasferito già negli anni Sessanta, Consolo scrive di sradicamenti, di fughe, di un’Itaca a cui è impossibile ritornare.</p>
<p>Ho avuto l’onore di incontrare Vincenzo Consolo e il piacere di frequentarlo negli ultimi anni della sua vita, insieme alla compagna Caterina Pilenga, suo riferimento prezioso e costante. Durante quelle cene nelle osterie di provincia, restavo affascinato dai racconti d’un mondo quasi picaresco, che non esisteva più, e dai suoi aneddoti sui maestri della letteratura mondiale o sui personaggi leggendari del popolo siciliano, sempre dipinti con sagacia e profonda umanità; dagli occhi di quest’uomo minuto e fiero trasparivano le immagini delle sue opere, la loro complessa semplicità, l’ironia, la discrezione, la rivolta.</p>
<p>Vincenzo Consolo ci lascia un’opera densa, in cui ogni parola ha un peso e marca la propria estraneità al cicalio dei best-sellers contemporanei e dell’editoria mercenaria. La sua scrittura ci ricorda che la letteratura è una cosa seria, un tempio in cui entrare con rispetto, senza rinunciare però al contraddittorio e allo sberleffo, alla commedia dentro la tragedia, alla trivialità e al sorriso, alla speranza in un mondo diverso, nonostante la catastrofe. Consolo ha creduto sempre, caparbiamente, alla potenza della lingua e alla necessità della luce, forse proprio perché temeva con profonda angoscia il silenzio e le tenebre. La sua maestria letteraria abbracciava dunque ora la luna, ora il faro, e cercava di far proprie, allo stesso tempo, paradossalmente, la visionarietà del poeta Lucio Piccolo (la luna) e la tensione sociale di Leonardo Sciascia (il faro). Questo movimento torna sempre alla sua Sicilia, che è anche metafora dell’Italia, in una lotta appassionata, irrisolvibile e mai elusa, contro l’oscurantismo.</p>
<p>Da Milano, Consolo « scendeva » spesso in Sicilia, nella sua Sant’Agata di Militello, e lo faceva quasi fosse un dovere, una questione di principio. Proprio a Sant’Agata di Militello si tennero i suoi funerali, tre anni fa: una lunga processione silenziosa e commossa, lontano dai clamori dell’Italietta del 2012, agli antipodi d’un mondo che non lo capiva più, e da cui Consolo si teneva lontano. Lui, il razionale lunatico Vincenzo Consolo, si nutriva di disillusioni e continuava a scrivere, finché ne ebbe le forze. Quando lo interrogavano sul tempo presente o sull’avvenire di quest’Italia matrigna, Consolo amava citare un verso di un poeta spagnolo a cui era particolarmente affezionato, Antonio Machado; un verso semplice, tre parole: « desperados esperamos todavia ».</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dalla parte di Sciascia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/01/18/dalla-parte-di-sciascia/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2015/01/18/dalla-parte-di-sciascia/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Jan 2015 06:26:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo sciascia]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Squillacioti]]></category>
		<category><![CDATA[Teo Lorini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=50562</guid>

					<description><![CDATA[Tra memorie e inquisizioni. La necessità di leggere Sciascia Esce il secondo volume delle Opere. Che contiene scritti ancora attualissimi: dalla cronaca di Rosetta, giovane mondana milanese massacrata dalla polizia, all’Affaire Moro. di Teo Lorini   Agli sciasciani di stretta osservanza la storia è nota: malato da tempo, Leonardo Sciascia non ebbe modo di veder [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Lorini_sciascia_2.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-50563" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Lorini_sciascia_2-183x300.jpg" alt="Lorini_sciascia_2" width="183" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Lorini_sciascia_2-183x300.jpg 183w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Lorini_sciascia_2-626x1024.jpg 626w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Lorini_sciascia_2.jpg 650w" sizes="(max-width: 183px) 100vw, 183px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra memorie e inquisizioni. La necessità di leggere Sciascia</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Esce il secondo volume delle Opere. Che contiene scritti ancora attualissimi: dalla cronaca di Rosetta, giovane mondana milanese massacrata dalla polizia, all’Affaire Moro.</p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Teo Lorini</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Agli sciasciani di stretta osservanza la storia è nota: malato da tempo, Leonardo Sciascia non ebbe modo di veder stampata l’ultima sua opera,<em> Una storia semplice</em>, che tuttavia Adelphi riuscì a far arrivare in libreria proprio nel giorno – il 20 novembre 1989 – in cui l’autore di Racalmuto moriva.</p>
<p style="text-align: justify;">Quasi a celebrare questo sodalizio d’impegno, il secondo volume delle <em>Opere</em> curate da Paolo Squillacioti esce a ridosso del 25° anniversario della scomparsa di Sciascia. Meno colossale del primo (che superava le 2000 pagine), questo volume s’articolerà in due tomi. In quello che abbiamo fra le mani sono raccolte due categorie di testi. Intanto le “Memorie”: il lessico erudito dell’uso racalmutese <em>Occhio di Capra </em>e il mirabile diario in pubblico <em>Nero su nero</em>, zibaldone di pensieri apparsi in vari quotidiani sull’arco del cruciale decennio 1969-’79. Poi, ed è il boccone più ghiotto, le “Inquisizioni”. Il termine, mutuato dalle <em>inquisiciones</em> dell’amato Borges, ma anche dalle inquisizioni filologiche di Salvatore Battaglia, identifica quelle opere in cui narrativa e saggistica si coniugano e il saggio storico viene temprato dallo strumento inesausto di una lingua che intaglia tenacemente parole e frasi alla ricerca di quella concisione che per Sciascia è stata, sino alla fine, obiettivo inderogabile della scrittura. Troviamo dunque in questa sezione opere fondamentali, e carissime al Racalmutese, come la <em>Morte dell’inquisitore</em>, <em>Il teatro della memoria</em>, <em>L’Affaire Moro</em> e il dittico <em>La strega e il capitano</em> e <em>1912 + 1</em>, con cui Sciascia omaggiò in ragguardevole sequenza Manzoni prima e Pirandello poi.</p>
<p style="text-align: justify;">Grandi riproposte dunque, in un’edizione suntuosa e condotta con lo scrupolo filologico di cui Squillacioti ha già dato prova nel primo volume delle <em>Opere</em> (ma anche in <em>Il fuoco nel mare</em>, riedizione adelphiana dei racconti extravaganti). Sarebbe tuttavia un errore ridurre questa al monumento con cui si mummifica un autore ormai canonico ascrivendolo alla categoria del classico. Anzi, proprio le “Inquisizioni” dimostrano l’attualità del messaggio di Sciascia, la <em>necessità</em> di rileggere Sciascia, a un quarto di secolo dalla sua scomparsa. Alcuni esempi, e non necessariamente tra i più famosi. Le <em>Cronachette</em> (apparse nel 1985 per Sellerio, come 100<sup>a</sup> uscita della collana “La memoria”, che proprio Sciascia inventò e che oggi è diventata una specie di riconoscibilissimo brand per gialli di successo) includono la storia della <em>Povera Rosetta</em>, «giovane mondana» milanese con velleità di cantante, massacrata da un brutale pestaggio poliziesco in piazza Vetra e morta in ospedale «dopo dieci ore di atroce agonia e senza un familiare che l’assistesse»: come non sentire risuonare in questa storia (di cui fra l’altro il siciliano Sciascia riesce a restituire in pieno la profonda milanesità) i nomi di più recenti “morti di Stato” per i quali – come per la povera Rosetta – non è stato trovato alcun colpevole.</p>
<p style="text-align: justify;">E ancora <em>L’affaire Moro</em>, libro su cui nacque il nostro amore per Sciascia e che l’autore ricorda spesso tra i suoi più travagliati («Questo libro mi ha dato l’insonnia»). Sciascia entrò infatti come deputato a Montecitorio l’anno successivo al rapimento e all’omicidio di Moro; fu membro della commissione parlamentare d’inchiesta su Via Fani e redasse una relazione di minoranza (stampata in coda all’<em>Affaire Moro</em>), non solo per prendere le distanze dalle conclusioni di quel comitato, ma anche per rendere fruibili ai cittadini le migliaia di pagine contorte e, di fatto, illeggibili che la commissione aveva prodotto. Proprio quel gesto, assieme alla lettura che nell’<em>Affaire </em>egli diede dei passaggi del sequestro e delle lettere del Presidente DC dal carcere brigatista, gli valsero cospicue critiche di quello che oggi si chiamerebbe «complottismo», accuse che lo accompagnarono per il resto della vita con lunghe polemiche, talora isteriche, spesso pretestuose, ma che nella sostanza non inficiano le conclusioni a cui Sciascia era pervenuto già nel 1978, tanto che a Domenico Porzio dirà nel 1989: «Di quel libro non ho da mutare una virgola. E visto che tutto ciò che è avvenuto in seguito mi ha dato ragione, io ne sono soddisfattissimo. Naturalmente ci sono stati degli attacchi feroci. Ma hanno avuto torto loro».</p>
<p style="text-align: justify;">La (ri)lettura di una delle più preziose tra le “Inquisizioni” sciasciane si arricchisce, nel volume di Adelphi, dell’appendice curata da Squillacioti che riepiloga con abbondanza di interessanti testimonianze e documenti la storia del libro, le difficoltà e le controversie che ne accompagnarono la stesura e l’uscita per i tipi di Sellerio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che più inquietava Sciascia, attento lettore pirandelliano, e che più inquieta ancor oggi il pubblico dell’<em>Affaire</em>, è la progressiva delegittimazione di Moro e dei suoi scritti, un misconoscimento che, pirandellianamente appunto, congela Moro nella “forma” dello statista e al contempo lo condanna a morte come uomo. Ma, come si legge in <em>Occhio di capra</em>, «non c’è fatto pirandelliano che, prima o dopo Pirandello, non sia realmente accaduto». Così è sulla controversa identità dello “Smemorato di Collegno” che Sciascia ripercorse nel <em>Teatro della memoria</em> e che, mentre il fascismo definitivamente si consolidava, occupò l’Italia, divisa tra “bruneriani” e “canelliani”. Così è ancora per <em>1912 + 1</em>, l’omaggio a Pirandello con cui Sciascia inaugurò la propria collaborazione con Adelphi e che riepiloga un anno che avrebbe dovuto cambiare tutto in Italia, tutta l’Italia. Il suffragio universale, il patto Gentiloni, la fine del <em>non expedit</em>: un salto nel buio? Il trionfo del socialismo? La nascita di un’Italia nuova? Naturalmente no. Quella rivoluzione non doveva compiersi e, puntualmente, non si compì, come altre rivoluzioni più prossime a noi. E Sciascia si lascia andare a un ricordo personale, rievocando il suo unico incontro con Giorgio La Pira che «ripeteva “Si dev’essere d’accordo”. Tutti d’accordo. Muoveva le piccole mani come a modellarlo materialmente l’accordo: docile e dolcissimo impasto».</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong><em>apparso su “<a href="http://www.pagina99.it/">Pagina99</a>” del 3 gennaio 2015</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<div class="youtube-embed" data-video_id="U9GgoQDRbUA"><iframe loading="lazy" title="Leonardo Sciascia _ La rimozione" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/U9GgoQDRbUA?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2015/01/18/dalla-parte-di-sciascia/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-07-26 04:32:52 by W3 Total Cache
-->