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	<title>lettera aperta &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Hanno scelto l&#8217;ignoranza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Oct 2014 05:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[lettera aperta]]></category>
		<category><![CDATA[politica europea]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Scienziati di diversi paesi europei descrivono in questa lettera come, nonostante una marcata eterogeneità nella situazione della ricerca scientifica nei rispettivi paesi, ci siano forti somiglianze nelle politiche distruttive che vengono seguite. Quest’analisi critica, pubblicata contemporaneamente in diversi quotidiani in Europa, vuole suonare come un campanello d’allarme per i responsabili politici perché [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/non-tagliare-la-scienza1.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-49202" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/non-tagliare-la-scienza1-300x227.jpg" alt="non tagliare la scienza1" width="300" height="227" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/non-tagliare-la-scienza1-300x227.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/non-tagliare-la-scienza1.jpg 522w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: right;"><em>Scienziati di diversi paesi europei descrivono in questa lettera come, nonostante una marcata eterogeneità nella situazione della ricerca scientifica nei rispettivi paesi, ci siano forti somiglianze nelle politiche distruttive che vengono seguite. Quest’analisi critica, pubblicata contemporaneamente in diversi quotidiani in Europa, vuole suonare come un campanello d’allarme per i responsabili politici perché correggano la rotta, e per i ricercatori e i cittadini perché si attivino per difendere il ruolo essenziale della scienza nella società.</em></p>
<p><strong>I responsabili delle politiche nazionali di un numero crescente di Stati membri dell’UE hanno completamente perso contatto con la reale situazione della ricerca scientifica in Europa.</strong><br />
[senza però mitizzare minimamente la Scienza, per carità, leggetevi un buon <a href="http://www.alfabeta2.it/2012/04/13/atomi-e-coscienza/">antidoto</a>, <em>a.s.</em>]<span id="more-49200"></span><br />
Hanno scelto di ignorare il contributo decisivo che un forte settore della ricerca può dare all’economia, contributo particolarmente necessario nei paesi più duramente colpiti dalla crisi economica. Al contrario, essi hanno imposto rilevanti tagli di bilancio alla spesa per Ricerca e Sviluppo (R&amp;S), rendendo questi paesi più vulnerabili nel medio e lungo termine a future crisi economiche. Tutto ciò è accaduto sotto lo sguardo compiacente delle istituzioni europee, più preoccupate del rispetto delle misure di austerità da parte degli Stati membri che del mantenimento e del miglioramento di un’infrastruttura di R&amp;S, che possa servire a trasformare il modello produttivo esistente in uno, più robusto, basato sulla produzione di conoscenza.</p>
<p>Hanno scelto di ignorare che la ricerca non segue cicli politici; che a lungo termine, l’investimento sostenibile in R&amp;S è fondamentale perché la scienza è una gara sulla lunga distanza; che alcuni dei suoi frutti potrebbero essere raccolti ora, ma altri possono richiedere generazioni per maturare; che, se non seminiamo oggi, i nostri figli non potranno avere gli strumenti per affrontare le sfide di domani. Invece, hanno seguito politiche cicliche d’investimento in R&amp;S con un unico obiettivo in mente: abbassare il deficit annuo a un valore artificiosamente imposto dalle istituzioni europee e finanziarie, ignorando completamente i devastanti effetti che queste politiche stanno avendo sulla scienza e sul potenziale d’innovazione dei singoli Stati membri e di tutta l’Europa.</p>
<p>Hanno scelto di ignorare che l’investimento pubblico in R&amp;S è un attrattore d’investimenti privati; che in uno “Stato innovatore” come gli Stati Uniti più della metà della crescita economica è avvenuta grazie all’innovazione, che ha radici nella ricerca di base finanziata dal governo federale. Invece, essi mantengono l’irrealistica aspettativa che l’aumento della spesa in R&amp;S necessaria per raggiungere l’obiettivo della Strategia di Lisbona del 3% del PIL sarà raggiunto grazie al solo settore privato, mentre l’investimento pubblico in R&amp;S viene ridotto. Una scelta in netto contrasto con il significativo calo del numero di aziende innovative in alcuni di questi paesi e con la prevalenza di aziende a dimensione familiare, tra le piccole e medie imprese, con senza alcuna capacità d’innovazione.</p>
<p>Hanno scelto di ignorare il tempo e le risorse necessari per formare ricercatori. Al contrario, facendosi schermo della direttiva europea mirante alla riduzione del personale nel settore pubblico, hanno imposto agli istituti di ricerca e alle università pubbliche drastici tagli nel reclutamento che, insieme alla mancanza di opportunità nel settore privato, stanno innescando una “fuga di cervelli” dal Sud al Nord dell’Europa e al di fuori del continente stesso. Questo si traduce in un’irreversibile perdita d’investimenti e aggrava il divario in R&amp;S tra gli Stati membri. Scoraggiati dalla mancanza di opportunità e dall’incertezza derivante dalla concatenazione di contratti a breve termine, molti scienziati stanno pensando di abbandonare la ricerca, incamminandosi lungo quella che, per sua natura, è una via senza ritorno. Invece di diminuire il deficit, questo esodo contribuisce a crearne uno nuovo: un deficit nella tecnologia, nell’innovazione e nella scoperta scientifica a livello europeo.</p>
<p>Hanno scelto di ignorare che la ricerca applicata non è altro che l’applicazione della ricerca di base e non è limitata a quelle ricerche con un impatto di mercato a breve termine, come alcuni politici sembrano credere. Invece, a livello nazionale ed europeo c’è una forte pressione per concentrarsi sui prodotti commercializzabili che non sono altro che i frutti che pendono dai rami più bassi dell’ intricato albero della ricerca: anche se alcuni dei suoi semi possono germinare in nuove scoperte fondamentali, affossando la ricerca di base si stanno lentamente uccidendone le radici.</p>
<p>Hanno scelto di ignorare come funziona il processo scientifico; che la ricerca richiede sperimentazione e che non tutti gli esperimenti avranno successo; che l’eccellenza è la punta di un iceberg che galleggia solo grazie alla gran massa di ghiaccio sommerso. Invece, la politica scientifica a livello nazionale ed europeo si è spostata verso il finanziamento di un numero sempre più limitato di gruppi di ricerca ben affermati, rendendo impossibile la diversificazione di cui avremmo bisogno per affrontare le sfide della società di domani. Inoltre, questo approccio basato sull’eccellenza sta aumentando il divario nella R&amp;S tra gli Stati membri, poiché un piccolo numero di istituti di ricerca ben finanziati sta sistematicamente reclutando questo piccolo e selezionato gruppo di vincitori di finanziamenti.</p>
<p>Hanno scelto di ignorare la sinergia critica tra ricerca e istruzione. Anzi, hanno reciso il finanziamento della ricerca per le università pubbliche, abbassandone la qualità complessiva e minacciandone il ruolo di soggetti atti a favorire lo sviluppo di pari opportunità. E soprattutto, hanno scelto di ignorare il fatto che la ricerca non ha solo il compito di essere funzionale all’economia, ma anche di incrementare la conoscenza e il benessere sociale, anche per coloro che non hanno le risorse per pagarlo.</p>
<p>Hanno scelto di ignorare tutto questo, ma noi siamo determinati a ricordarglielo perché la loro ignoranza può costare il nostro futuro. Come ricercatori e come cittadini, formiamo una rete internazionale per promuovere lo scambio d’informazioni e di proposte. Ci stiamo impegnando in una serie d’iniziative a livello nazionale ed europeo per opporci fermamente alla distruzione sistematica delle infrastrutture di R&amp;S nazionali e per contribuire alla costruzione di un’Europa sociale costruita dal basso. Sollecitiamo gli scienziati e tutti i cittadini a difendere questa posizione con noi. Non c’è altra possibilità. Lo dobbiamo ai nostri figli, e ai figli dei nostri figli.</p>
<p>Primi firmatari:</p>
<p><strong>Amaya Moro-Martín</strong>, <em>Astrophysicist</em>; Space Telescope Science Institute, Baltimore (USA); EuroScience, Strasbourg; spokesperson of Investigación Digna (for Spain).<br />
<strong>Gilles Mirambeau</strong>, <em>HIV virologitst</em>; Sorbonne Universités, UPMC Univ. Paris VI (France); IDIBAPS, Barcelona (Spain); EuroScience Strasbourg.<br />
<strong>Rosario Mauritti</strong>, <em>Sociologist</em>; ISCTE, CIES-IUL, Lisbon (Portugal).<br />
<strong>Sebastian Raupach</strong>, <em>Physicist</em>; initiator of “Perspektive statt Befristung” (Germany).<br />
<strong>Jennifer Rohn</strong>, <em>Cancer cell biologist</em>; Division of Medicine, University College London, London (UK); Chair of Science is Vital.<br />
<strong>Francesco Sylos Labini</strong>, <em>Physicist</em>; Enrico Fermi Center, Institute for Complex Systems (ISC-CNR), Rome (Italy); editor of Roars.it.<br />
<strong>Varvara Trachana</strong>, <em>Cell biologist</em>; Faculty of Medicine, School of Health Sciences, University of Thessaly, Larissa (Greece).<br />
<strong>Alain Trautmann</strong>, <em>Cancer immunologist</em>; CNRS, Institut Cochin, Paris (France); former spokesman of “Sauvons la Recherche”.<br />
<strong>Patrick Lemaire</strong>, <em>Embryologist</em>; CNRS, Centre de Recherche de Biochimie Macromoléculaire, Universités of Montpellier; initiator and spokesman of “Sciences en Marche” (France).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>per firmare si può andare <a href="%20http://openletter.euroscience.org/open-letter-italian/">qui</a>:</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Scrivo per essere capito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Nov 2009 07:30:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Perissinotto]]></category>
		<category><![CDATA[antonio scurati]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[daniele giglioli]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[gilda policastro]]></category>
		<category><![CDATA[lettera aperta]]></category>
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					<description><![CDATA[una lettera aperta a Gianni Biondillo di Alessandro Perissinotto Caro Gianni, questa è una lettera aperta, quindi, in quanto “lettera” avrà qualcosa di privato nei suoi contenuti, e in quanto “aperta”, avrà qualcosa di pubblico. E’ diretta a te, ma ovviamente credo che possa interessare anche gli altri lettori di NI e per questo ti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/perissinotto.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/perissinotto.jpg" alt="perissinotto" title="perissinotto" width="454" height="277" class="alignnone size-full wp-image-26062" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/perissinotto.jpg 454w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/perissinotto-300x183.jpg 300w" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" /></a></p>
<p>una lettera aperta a Gianni Biondillo di <strong>Alessandro Perissinotto</strong></p>
<p>Caro Gianni,<br />
questa è una lettera aperta, quindi, in quanto “lettera” avrà qualcosa di privato nei suoi contenuti, e in quanto “aperta”, avrà qualcosa di pubblico. E’ diretta a te, ma ovviamente credo che possa interessare anche gli altri lettori di NI e per questo ti prego di pubblicarla.<br />
Circa tre anni fa, mi chiedesti se avevo voglia di scrivere qualcosa per Nazione Indiana: io nicchiai e, alla fine, non scrissi nulla senza addurre alcuna motivazione. Ora provo a vincere la mia naturale diffidenza verso i blog (specie quelli letterari), proprio per spiegarti quella mia diffidenza, ma anche per parlare della disputa Giglioli – Policastro – Biondillo (ah, già, Biondillo sei tu). <span id="more-26060"></span><br />
Contro i blog letterari non porterò le motivazioni confuse e criptiche della Policastro (del suo e del tuo intervento parlerò tra un attimo), ma qualcosa di più concreto, di più “alla buona”. Ho seguito in questi giorni il post sul post-noir (il gioco di parole è suo e non mio) di Giampaolo Simi e mi sono trovato d’accordo con lui. Ho provato a scrivere un mio commento su Facebook, ma qualcosa non ha funzionato e il commento è stato mutilato: pazienza.  Poi ho seguito la stessa discussione su Nazione Indiana e, come già mi è capitato altre volte, sono rimasto colpito e sinceramente disgustato dalla violenza verbale delle repliche. E’ un fenomeno che gli studiosi di comunicazione in rete hanno definito “Flaming”: un continuo alzare i toni favorito dall’assenza di un’interazione fisica. Se le persone che sono intervenute fossero state chiuse in una stanza, forse sarebbero giunte a prendersi a pugni, ma, più probabilmente, guardandosi negli occhi avrebbero trovato a ristabilire un minimo di rispetto. Ma l’aspetto peggiore del Flaming consiste nello smarrimento del tema della discussione: ci si accapiglia sui toni delle repliche e si perde di vista l’argomento di cui si stava discutendo. Così, i blog letterari diventano spesso delle arene consacrate al nulla, a narcisistici giochi di parole, all’esaltazione di quella che, in “Amici miei”, avrebbero chiamato “La supercazzola prematurata”. Dunque, siamo davvero sicuri che certi interventi su NI o su altri siti e blog letterari siano poi tanto diversi, nello spirito e negli esiti, dagli articoli di Giglioli e della Policastro che tu critichi?<br />
Per spiegare meglio il senso della mia domanda mi prendo un po’ di spazio per dire che mi trovo d’accordo con te. L’idea che una affermazione come “la manifesta, prevaricante superiorità intellettuale (per formazione, consapevolezza teorica, orizzonte comune) dei critici sugli scrittori” possa essere oggetto di riflessione (anche solo per essere confutata), mi riporta indietro di una quindicina d’anni e a un’esperienza personale (te l’avevo detto che sarei andato sul privato). Provo a raccontartela in breve.<br />
Negli anni tra il ’95 e il ’98, io ho seguito il Dottorato di Ricerca in teoria e Analisi del Testo, presso l’università di Bergamo. E’ stata un’esperienza esaltante: per me, con un diploma di Perito Industriale e una Laurea in Lettere presa da non frequentante, era la prima occasione di stare a fianco di docenti straordinari (e non c’è nelle mie parole alcuna piaggeria, quanto, semmai, riconoscenza). Al tempo stesso è stata un’esperienza faticosa, una continua battaglia con il mio senso di inadeguatezza. Tra i miei compagni di corso c’erano Daniele Giglioli e Antonio Scurati. Loro erano intellettuali di razza, io ero il perito industriale diplomato in una scuola confinante con la Fiat Mirafiori. Non che me lo facessero pesare, anzi, penso che non sapessero neppure quali fossero stati i miei (non)studi superiori, ma tra me e loro c’era, credo, lo stesso fossato che divide te (non si adombri, signor Architetto se la comparo a un Perito) e gli articoli che ti hanno tanto indispettito. Una volta feci ridere di gusto i miei compagni dicendo che “Jack Frusciante” di Brizzi era un libro che andava esaminato con attenzione: non insignito dello Strega, ma analizzato per la sua capacità di coinvolgere il pubblico (allora) giovanile. Al suo arrivo nel dottorato (io ero già lì da un anno) Scurati commentò un mio intervento nel quale definivo inutilmente involuto un testo di Derrida con queste parole: “Le affermazioni del collega dimostrano o scarsa onestà intellettuale o una totale ignoranza”.<br />
Scurati  aveva ragione: ignoravo e ignoro ancora oggi, deliberatamente, le ragioni dei decostruzionisti, nonché (senza che vi sia alcun rapporto tra le due cose) quelle della “critica militante”. Dunque, se devo scegliere una parte della mia doppia identità, sono costretto a optare per quella di scrittore, sono portato a far pesare di più i miei otto romanzi che i miei studi letterari. L’aver vissuto però dai due lati della barricata (e mai barricata fu più inutile), mi fa però dire, mi si perdoni la semplicità del concetto, che la critica militante alla Giglioli, alla Luperini o alla Policastro (“Giglioli vale Luperini” scrivi tu) non contiene in sé altro errore se non quello di non riuscire a comunicare né con gli scrittori, né con i lettori. Un errore non da poco, mi dirai tu. Sono d’accordo, ma scientificamente la loro posizione è ineccepibile. In quanto scrittori, noi non siamo per loro degli interlocutori, al più siamo degli oggetti di studio: quando mai si è visto un batterio dialogare con il microbiologo che lo osserva dall’altra parte del suo microscopio? Noi produciamo testi che, per loro, hanno una vita del tutto indipendente dalla nostra e da quella dei lettori (empirici) che li leggono o che, nel caso di romanzi come i miei e i tuoi, li “consumano”.  All’interno del loro universo di riferimento “tout se tient”.<br />
Come dici? Non vedi l’utilità di una critica letteraria che trascuri scrittori e lettori? Nemmeno io. E ancor meno vedo l’utilità di pubblicare interventi come questi sul “Manifesto”; a meno che lo scopo sia quello di ribadire che la sinistra sta da una parte e la gente, anche quella che, umilmente, legge, sta dall’altra. In “L’altrui mestiere”, Primo Levi si fa beffe dello “Scrivere oscuro”: mi sembra che la sua lezione sia passata inosservata.<br />
Usando una di quelle similitudini calcistiche che ai tempi del dottorato spandevo a piene mani per il più gran sconforto di Scurati (nel già citato dibattito su Derrida arrivai a citargli Arrigo Sacchi), ogni tanto penso che i critici militanti siano come i giornalisti sportivi, come quelli che, pur senza aver mai calzato gli scarpini coi tacchetti, sanno come si vince un campionato.<br />
Mi chiedo, e lo chiedo agli altri scrittori: è possibile capire realmente il romanzo se non ci si cala in tutto il suo processo ideativo e produttivo? E’ possibile per un critico comprendere cosa diventa il tuo testo dopo una giornata di estenuanti trattative con il tuo editor? Certo che è possibile, ma solo a partire da un gesto di umiltà, dal riconoscimento che non esiste la superiorità intellettuale del critico; solo a partire da un incontro.<br />
Daniele Giglioli scrive: “gli scrittori si trovano a fare i conti quasi solo col mercato, il che rende ovviamente difficile sperimentare, anche in forma coperta, e non iconoclasta come le avanguardie.” Non è vero. Non è vero che lo scrittore guarda solo il mercato, concetto anonimo e freddo. Lo scrittore si trova a fare i conti con i lettori, quelli veri, quelli in carne ed ossa (e non con le loro fantasmatiche proiezioni sotto forma di “modello”). E anche qui, avviandomi alle conclusioni, permettimi, caro Gianni, una rievocazione personale. Qualche anno fa, mi trovai a presentare alcuni miei romanzi (allora appena usciti in traduzione francese da Gallimard) in un festival letterario dalle parti di Grenoble. Dopo la prima e canonica presentazione in biblioteca, mi caricarono in macchina e mi portarono in un ospedale (ex-cronicario) abbarbicato sul pendio di una montagna (d’inverno spesso lo si raggiunge solo con l’elicottero e la funivia). Mi ritrovai a parlare dei miei libri nell’atrio dell’ospedale, circondato da pazienti in sedia a rotelle o in lettiga: gente con le flebo al braccio, gente con ingessature da mummia cinematografica. “Questo è un ospedale per lungodegenti. – mi spiegarono – I ricoverati sono quasi tutti reduci da gravi incidenti stradali o da trapianti di organi.” Al termina della presentazione, ovviamente, non furono i lettori a venire da me per l’usuale firma copie, ma fui io a fare il giro. Quando giunsi alla lettiga su cui giaceva, a pancia in giù, una ragazza di colore, questa mi disse: “La ringrazio per le belle ore che mi ha fatto trascorrere qui dentro con i suoi romanzi”. Inutile dire che mi si inumidirono gli occhi: io non pensavo che lì dentro le ore potessero passare, belle o brutte che fossero. E invece alcune di quelle ore, per i miei lettori, erano state belle. Il giorno dopo fu il turno di una casa di riposo e i lettori mi ringraziarono per aver lavorato sulla memoria della Seconda Guerra Mondiale, sulla loro stessa memoria. Vedi caro Daniele? Vedi che hai torto? Non è il mercato il nostro unico interlocutore, sono le persone, quelle che la critica militante cancella dal proprio orizzonte.<br />
Pur privilegiano i lettori (come persone) e non il mercato (come entità), mi sembra poi che, per lo scrittore, il sottoporsi al giudizio di una moltitudine, il rendersi vulnerabile ai commenti di decine di migliaia di lettori, sia un salutare bagno di umiltà. Permettetemi di trovare ridicola e patetica la chiusa di Gilda Policastro: “Ci sono sì o no, questi scrittori? Ci sono, ci sono, Giglioli, ma sono pochissimi (altro che vitalità), sono nascosti, scrivono, come Gabriele Frasca, romanzi su sottoscrizione, mandati in lettura ad interlocutori selezionati accuratamente in ambiti diversi (non solo critici e scrittori, dunque, ma storici, filosofi, sociologi) perché il libro nasca dal dibattito delle idee e non dall’ossessione di essere lo Scrittore, icona pop-chic dei vecchi e nuovi media.”  Io non conosco i testi di Gabriele Frasca (poiché non sono un interlocutore selezionato non me li ha mai mandati in lettura) e proprio per questo ne ho, a priori, il massimo rispetto. Anch’io però sono il massimo scrittore del mio condominio (composto da 4 appartamenti), anch’io sono incoronato poeta dai miei pochi e selezionati amici. Già per pubblicare libri non ci vuole molto coraggio, ma per scriverli e non pubblicarli ce ne vuole ancora meno. Il giudizio di un editore non sarà quello della Storia, ma qualcosa più della condiscendenza degli amici vale, il consenso dei lettori non equivarrà a un Nobel, ma conta più della triste compassione dei colleghi per lo “scrittore incompreso”.</p>
<p>Ed eccomi alla fine, caro Gianni. Ho finalmente scritto qualcosa per/su Nazione Indiana. La Policastro dice ancora: ”La categoria che andrebbe proposta ai romanzieri di oggi (…) è quella lacaniana dello “sfiancamento” contro la “scorrevolezza”: “I miei scritti non li ho scritti perché vengano capiti, li ho scritti perché vengano letti. Che non è per niente la stessa cosa” (da Il trionfo della religione).” Io invece scrivo per essere capito (e leggo per provare a capire): se pensi che tutto ciò sia compatibile con lo spirito di Nazione Indiana, sono disposto a scrivere ancora. </p>
<p>Un caro saluto</p>
<p>Alessandro</p>
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