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	<title>lettera &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Sopra (e sotto) Il tempo ammutinato</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/07/31/sopra-e-sotto-il-tempo-ammutinato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Jul 2024 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Anterem]]></category>
		<category><![CDATA[Il tempo ammutinato]]></category>
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		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Balducci]]></category>
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		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia edita]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Camoglio]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marco Balducci</strong><br />Leggere queste pagine-partiture è in realtà un perdersi nei suoni: suonano nel ritmo delle sillabazioni, nelle pause degli spazi bianchi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(Lettera a Silvia Comoglio)</p>
<p style="”text-align: right;">di <strong>Marco Balducci</strong></p>
<p><span style="color: #222222;">“<span style="font-family: georgia, serif;">Silvia è un&#8217;estremista”. Questo volevo dire, a Ferrara, come battuta a commento delle poesie del </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>Tempo ammutinato</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">.</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">Poi sarebbe servito spiegarsi, perciò ho preferito non dirlo (non essendomi preparato a farlo). Questa idea però si sta consolidando e dall&#8217;intuizione potrei trovare le impressioni che sotterraneamente l&#8217;hanno costruita, lettura dopo lettura. </span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">Di sicuro l&#8217;estremismo della tua poetica è molteplice e la definizione di </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>estremismo</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"> può riguardare più di un aspetto. La prima evidenza è sulla pagina: le parole dominano il senso, singolarmente, evocandolo non attraverso costruzioni sintattiche ma in forza di un&#8217;autonomia espressiva declinata in metamorfiche accentazioni, spezzature, assonanze&#8230; già lì si &#8220;ascoltano&#8221; i suoni delle parole: nella lettura mentale. Questo non esclude la significanza, ma questa a me appare l&#8217;aspetto in ombra rispetto la luce del suono: la parola detta significa dentro il dettato, alla maniera in cui l&#8217;ipnosi procede attraverso una precisa intonazione della voce a dare forza alle parole che diventano imperative, significanti dunque al sommo grado (dato che determinano degli atti). Ma qui il motore delle parole serve a raccontare per lampi, in una maniera quasi </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>imagista</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">, non delle storie ma eventi. </span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">E l&#8217;alternarsi nella prima sezione del </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>Tempo ammutinato</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"> (che in realtà comincia con il 2.) di scrittura in corsivo a quella in tondo suggerisce un dialogo tra due voci che interrogandosi a vicenda costantemente rilanciano con domande su domande (enigmi su enigmi?) l&#8217;attesa di risposte che chi legge/ascolta è chiamato a cercare.</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">Ma </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>l&#8217;estremismo</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"> di questa forma di poesia forse non è neppure tale, dato che é quasi un </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>unicum</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"> nella sua formulazione: dunque estrema rispetto a quali modelli? A questa domanda forse potresti rispondere tu stessa e te la giro volentieri&#8230; &nbsp;nella mia ignoranza non trovo analogie con altre scritture poetiche quanto piuttosto con qualche pratica rituale, sacerdotale, dove l&#8217;evocazione è forse equivocata non altro essendo che un&#8217;intima liturgia ad uso personale di interrogazione del sé recondito da parte di un sé medianico.</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">(Una tua risposta intanto l&#8217;avrei trovata, rileggendo dal blog di Marco Ercolani di una tua dichiarazione di poetica dove escludi intenzioni sperimentali, seppure l&#8217;estetica dell&#8217;avanguardia possa essere stata da te conosciuta e interiorizzata&#8230;) Comunque l&#8217;aspetto performativo che è peculiare e rivelatore della tua poetica non è riconducibile ad altri poeti/e performatori/trici, mentre trovo interessante qualche analogia con l&#8217;attitudine interpretativa di un duo di cantanti (e autori) inglesi che hanno messo in musica le </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>Elegie Duinesi</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"> di Rilke, in un album del 1998, </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>Just After Sunset</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">: Anne Clark e Martyn Bates declamano, (soprattutto la prima, l&#8217;altro vocalizza più melodicamente), dando ai testi un&#8217;atmosfera aurorale&#8230; &nbsp; &nbsp;</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">Tornando al </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>Tempo ammutinato</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">: la terza sezione inizia con una quartina scioglilingua che solo a vederla attiva la salivazione del piacere: </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>che sia &nbsp;di terra parlata / la barca &nbsp;a molo di mondo, / la spiga, di bruma bruciata, / senza sponda di stella</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">. La rima alternata </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>parlata/bruciata</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"> è annegata nelle allitterazioni delle dentali, labiali, nell&#8217;accelerazione finale delle sibilanti. Il senso è trasfigurato, eppure è detto: ma infine, quand&#8217;anche lo si legga l&#8217;ennesima volta, ancora sfugge, rifulgendo in chiusura la stella che lo evade nel lampo: il lampo che ammalia e stordisce.</span></span><br />L<span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">eggere queste pagine-partiture è in realtà un perdersi nei suoni: suonano nel ritmo delle sillabazioni, nelle pause degli spazi bianchi che sono le sospensioni gestuali del direttore d&#8217;orchestra tra un movimento e l&#8217;altro o tra dei pianissimo e momenti briosi o meditativi.</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">Poi leggo:</span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i> ì-mmortale &nbsp;proclamo te &nbsp;/ nel tempo ammù-tinato</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">.</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">Estremismo della </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>Chiaroveggenza</i></span></span><span style="color: #222222;"><sup><span style="font-family: georgia, serif;"><i>1 </i></span></sup></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">: tu, con mandato che viene da sfere a me non visibili, con parole divinatorie sciogli il mio destino fatale&#8230;</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">Perché non sono forse io, il tuo lettore, il tuo specchio, il tuo orecchio, a dover vivere per sempre?</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">Questo infine mi sono chiesto per un momento, incantato da questa investitura che riservi probabilmente a un tu reale o ideale cui concedi </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>il tempo ammutinato</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"> (come quello dell&#8217;orologio di Apollinaire le cui lancette girano a rovescio</span></span><span style="color: #222222;"><sup><span style="font-family: georgia, serif;"><i>2 </i></span></sup></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">?) &nbsp;perché il suo amore possa sopravviverti e perché possa celebrare per sempre la tua memoria.</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">O semplicemente, la parola.</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">Chiudo il libro, ti abbraccio.</span></span></p>
<p><span style="font-size: small;">Note:</span></p>
<p><span style="font-size: small;">1. </span><span style="font-size: small;"><i>Chiaroveggenza</i></span><span style="font-size: small;"> è il titolo di una sezione di </span><span style="font-size: small;"><i>Afasia</i></span><span style="font-size: small;"> di Silvia Comoglio (Anterem, 2021)</span></p>
<p><span style="font-size: small;">2. Allusione all’orologio del ghetto di Praga in </span><span style="font-size: small;"><i>Zona, </i></span><span style="font-size: small;">di Guillaume Apollinaire</span></p>
<p>***</p>
<p></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: large;">c</span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">ome se una fosse la rupe,<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">l’offerta chiusa di fiore<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">in altra fascia di mondo <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">é-retta a materia</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">e sia carta di mondo <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">la terra ―<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">nata a bisbiglio in á-<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">bisso di sogno ―</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">e dite, raddoppia, </span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>forse</i></span></span> <span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>raddoppia?</i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">, <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">il lato dei dissi a taci di tempo dove ―<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">dove la terra è l’eco di un’ombra á-<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">mata a ritroso?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">e l’eco, dite, á-mata a ritroso <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">è dove a Est del giar-dino di Eden<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">all’indietro cercano cielo u-<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>signoli stupendi</i></span></span></p>
<p></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">In la diesis</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"> <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">ebbra voce a taglio è il molto che sovrasta <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">il limite a roveto di contratta lingua nella bocca,<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">la musica di piume resa, </span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>resa estrema</i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">, estrema ―<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">nello spazio, alto, di cicogna</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>(&#8230; un giorno saremo strani ordini predetti<br /></i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>in asse alle finestre &#8211; chiuse &#8211; per la notte,<br /></i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>scure effigi scure a gote píccole di mondi dove ―<br /></i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>dove dire: </i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">qui-è-il-cielo</span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i> e questo, di recente,<br /></i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>appena respirato il pruno scuro nell’ansa ―<br /></i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>dell’inverno &#8230;)</i></span></span></p>
<p></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">In sol maggiore</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">stanotte sono chi racconto : pausa<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">disgiunta da memoria : vera rosa ― <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">ricurva di follia ―</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">(generarti a nome del mio tempo fu l’unico segreto,<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">del labbro, appena, fessurato &#8230;</span></span></p>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>&#8230; </i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">allora, fu detto, </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">è acuta forma di radice<br /></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">lo sguardo appena srotolato in sillabe di nomi<br /></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">incessanti e già caduti </span></span></span></p>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">&#8230; </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>rose</i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">, ritorte di sibille, di mondi ―<br /></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">a voci irregolari, </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>leggermente</i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">, negl’occhi, arti-<br /></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">colate &#8230;</span></span></span></p>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">&#8230; la distanza tra sillaba e sibilla è allora ―<br /></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">mantice di casa a luce soffiata inter-mittente?</span></span></span></p>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="color: #000000;">…</span> <span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">fui </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>qualsivoglia-tuo-reame</i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"> terríbile e vivente,<br /></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>l’urgenza </i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">che prego di guardare nel dono del suo peso &#8230;)</span></span></span></p>
<p></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">In do minore</span></span></p>
<p></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">tutto fu misura di conscio crepitare a terre di boscaglia,<br /></span></span>“<span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">álbe </span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>rese alte!</i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"> da incógnite tue rose, “fíbule del tempo,<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">di guardia,</span></span><i> </i><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">alla fontana</span></span><i> </i></p>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">(fino a questo dire è salita con l’argano la voce &#8230;<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">&#8230; tremito che nuota, stretto, al dormiveglia</span></span></p>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">&#8230; cima di montagna &#8211; informe e sprofondata &#8211;<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">nell’idea, incessante, di presenza)</span></span></p>
<p></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">In la diesis</span></span></p>
<p></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>&#8230; e cresce &#8211; a galla sopra al limo &#8211; cresce <br /></i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>a orbita di luna l’al-bero sul limo &#8230;</i></span></span></p>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">(&#8230; e a sedurci qui rimase il prodigio di sapersi </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">ó-<br /></span></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">rizzonte seminato nel buio della terra &#8230;</span></span></p>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">&#8230; una scala di </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">mí-<br /></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">nima misura …</span></span></span></p>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">&#8230; la lácrima svegliata stornando ―<br /></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">terra dalla terra, l’ómbra ―<br /></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">dall’albero fantasma &#8230;)</span></span></span></p>
<p></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">In mi settima diminuita</span></span></p>
<p></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>e, poi, fu detto infine:</i></span></span></p>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="color: #000000;">― <span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">e </span></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">tu dórmimi nana ai piedi del re sí-<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>lhouette</i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"> di rosa non rosa, fischio,<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>scosceso</i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">, del tempo che accende <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">lúne forti nel Sempre, nell’onda stu-<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>penda di rena</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"> * * *</span></span></p>
<p style="padding-left: 400px;">… <span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>í</i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>-mmortale proclamo te<br /></i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>nel tempo ammú-tinato?</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">*</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">(ma): fu nitore —<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">áppiccato nudo<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">dove, </span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>iddio</i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">, discese —<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">a nodo appena sciolto?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">*</span></span></p>
<p><a name="_Hlk127015330"></a> <span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">e dove fu nitore —</span></span></p>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>(</i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>á-ppiccato nudo!)</i></span></span></p>
<p><i></i><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">fu tempo, dite, ammutinato?<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">iddio disceso a dono <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">fin dove, in apice di sete,<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">la térra tu síllabi a deriva?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">*</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">e dove —<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">fu tempo ammutinato <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">esiste, dite, l’universo? <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">o è vasto —<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">ordine di terra <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">solo —<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">una candela?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">*</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">(e): </span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>la grazia</i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"> del tempo ammutinato<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">è il fiore spaccato a vita?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">*</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">(ma, allora): dove fu nitore á-<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">ppiccato nudo il tempo, <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">si vide, mondo senza abisso, <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">iddio disceso a dono <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">fin dove, in apice di sete, <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">si spacca il fiore a vita <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">perché sia il tempo ammutinato<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">l’eterno mirácolo di vita</span></span></p>
<pre>&nbsp;</pre>


<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Lettere dall&#8217;assenza #5</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/06/17/lettere-dallassenza-5-2/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Jun 2021 05:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[assenza]]></category>
		<category><![CDATA[banchina]]></category>
		<category><![CDATA[cimitero]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mariasole Ariot</strong> <br />
Cara L. 
Seduta sulle ginocchia dell’alba ho il volto rivolto ad est, ho sempre capito i segni cardinali, li sento nell’esofago, ti scrivo mentre la casa è un temporale.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_91005" aria-describedby="caption-attachment-91005" style="width: 1487px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/BruceDavidson-1980-New-Yrk-Cty-.jpg" alt="" width="1487" height="1000" class="size-full wp-image-91005" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/BruceDavidson-1980-New-Yrk-Cty-.jpg 1487w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/BruceDavidson-1980-New-Yrk-Cty--300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/BruceDavidson-1980-New-Yrk-Cty--1024x689.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/BruceDavidson-1980-New-Yrk-Cty--768x516.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/BruceDavidson-1980-New-Yrk-Cty--150x101.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/BruceDavidson-1980-New-Yrk-Cty--696x468.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/BruceDavidson-1980-New-Yrk-Cty--1068x718.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/BruceDavidson-1980-New-Yrk-Cty--625x420.jpg 625w" sizes="(max-width: 1487px) 100vw, 1487px" /><figcaption id="caption-attachment-91005" class="wp-caption-text">Bruce Davidson USA. New York City. 1980. Subway.</figcaption></figure></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align:right">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p style="text-align:justify">Cara L.&nbsp;</p>
<p>Seduta sulle ginocchia dell’alba ho il volto rivolto ad est, ho sempre capito i segni cardinali, li sento nell’esofago, ti scrivo mentre la casa è un temporale. Mi sono rinchiusa qui in una posizione d’attesa, come l’animale morto di fronte alla preda, irrigidito come i piccoli topi per fingersi invisibile: dire non prendermi, dire non ci sono.&nbsp;</p>
<p>Mentre tu, L. ci sei da secoli e scalpiti nel mondo. Ti ho vista piegare le strade per aprirti un varco, bere boccette per la crescita e la disperazione, mangiare funghi e dispensare voglie, non posso dire che mi manchi. Mi manca la tua voce, l’animale che portavi in gola e che cantava al mattino, non mi hai mai portata sulle rotaie, ti sei distesa senza aspettarmi. &nbsp;</p>
<p>Dal tuo letto al mio passano millenni, dove io accudisco l’immobilità tu hai il volto ceruleo e ti accontenti dei fiori, di quei piccoli oggetti appoggiati sul cemento, una candela rossa che smette di bruciare quando è notte – e chi l’ha accesa spera in un fuoco, e chi ha il fuoco spera in un incendio.<br />
Là, dove tutti stanno, nei condomini apparecchiati dei morti, milioni di piccoli camei con la foto più bella, i parenti decidono il tuo ricordo, come ricordare, l’espressione di un giorno, quando il giorno non è che un giorno, e io sono troppo distante: ci separano continenti. Mi hanno detto delle tue ossicine mentre scrivevo il commiato alla mia lingua, ho dichiarato che non ci sarebbe stato più linguaggio. Anche in questo momento la lingua non mi sostiene, cede ad ogni passo, mi hanno chiesto: riconosci queste ossa?&nbsp;</p>
<p>Non le ho mai viste, ho solo sentito scricchiolarti un plesso solare la notte in cui hai detto che la tua testa era una mandria, e che le mandrie sono piante, e che le piante vanno innaffiate. Mi hai detto – e scricchiolavi – che avevi smesso di innaffiarti la testa, le piante hanno un inizio e una fine, le tue foglie avevano finito di respirare.&nbsp;</p>
<p>I petali sono caduti d’improvviso, come da una grondaia nel corpo.&nbsp;</p>
<p>Ho chiesto di conservare solo questo. Un grammo della tua pianta è racchiuso in un vaso, un colore ruggine, i vagiti escono dal vaso, li sento ululare nella notte. &nbsp;</p>
<p>Seduta sulle ginocchia del mattino il cielo mi penetra la gola, ho ingoiato l’umidità della nebbia, sono piena di umori nella bocca, lo sterno è un passaggio per arrivare al fondo dei fondi e non c’è fondo. Pensata dai pensieri, dicevi: hai deciso di eliminarne uno a uno. &nbsp;</p>
<p>Qui gli oggetti hanno la forma di autunno, la necessità di percorrere le stagioni al rovescio, rovesciare i nomi, anagrammare i contenuti delle nostre percezioni. Non chiedermi di pregarti, non me lo hai mai chiesto.<br />
E ancora, batte ancora questo tuonare delle cose nella stanza, dove io irrigidisco gli arti e tu non hai più arti, dove io ho osservato il passaggio veloce dalla banchina tu hai poggiato l’inappartenenza sui ferri battuti.<br />
Forse abbiamo aspettato entrambe. <em>Se morire significa aspettare, se aspettare significa morire.</em> &nbsp;</p>
<p>Mi hanno prelevato imbavagliata da ogni intento e portata nel labirinto dei corridoi, le stanze verdi, i soffitti sporchi, le donne senza madre gettate sulla cesta girevole dei disperati, l’uomo con la faccia di bottiglia, la vecchiaia con gli occhi dipinti, e mentre trascinavano le braccia, le gambe si stingevano sull’asfalto. Ho lasciato una bava di lumaca per chilometri, non hanno pulito niente: ci sono ancora le mie tracce. &nbsp;</p>
<p>I prelievi del sangue, i prelievi di cuore dal bulbo degli occhi – e diceva la madre: prego, signorina, suturatele la bocca. &nbsp;</p>
<p>Eri tu sulla banchina, ero io sulle rotaie. Abbiamo aspettato entrambe, i miei petali secchi sono i tuoi petali secchi, il mio vaso è il tuo vaso, dove io non sono io e sono la tua animella capovolta. Non portarmi la cera, non consumarmi. Svolta tre volte a destra, mi hanno incastrato tra la cassa del padre e quella di uno sconosciuto. Dove io non sono io e tu se rimasta dove non sono. Il silenzio merita attenzione, cammina piano, non svegliarci, mi troverai a sud, hanno scelto un volto che non avrei mai scelto – i ricordi non sono mai i nostri ricordi, siamo i ricordi degli altri, a volte siamo solo una dimenticanza. &nbsp;</p>
<p>Dimentica le parole, dimentica le frasi, dimentica le piante della testa, dimentica i pianti, dimentica le ore passate a contemplare, dimentica che non avevo scelta, dimentica che ho confuso, dimentica la storia che ci siamo rammendate, dimentica la bava alla bocca, dimentica la scia, dimentica che avevo paura, dimentica che tu camminavi quando io non avevo gambe, dimentica gli arti, dimentica che i giorni erano contati, dimentica che li ho contati.&nbsp;</p>
<p>Tua<br />
S.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>A Mario Guaraní Galzigna</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/10/29/a-mario/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2020 13:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Artaud]]></category>
		<category><![CDATA[etnopsichiatria]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Foucault]]></category>
		<category><![CDATA[lettera]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[mario guaraní galzigna]]></category>
		<category><![CDATA[padova]]></category>
		<category><![CDATA[professore]]></category>
		<category><![CDATA[psichiatria]]></category>
		<category><![CDATA[ricordo]]></category>
		<category><![CDATA[shubert]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot &#160; Ricordo la prima volta che ci siamo parlati: ero appena rientrata a Vicenza dopo gli anni trentini, abitavo in una casa buia. Ho una memoria vivida per i dialoghi, debole per le immagini, ma ricordo sempre i luoghi precisi e la posizione dei corpi quando si parlano. Me ne stavo seduta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/Mario-Galzigna-Foto-296x300.jpg" alt="" width="296" height="300" class="alignleft size-full wp-image-86883" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/Mario-Galzigna-Foto-296x300.jpg 296w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/Mario-Galzigna-Foto-296x300-250x253.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/Mario-Galzigna-Foto-296x300-200x203.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/Mario-Galzigna-Foto-296x300-160x162.jpg 160w" sizes="(max-width: 296px) 100vw, 296px" /></p>
<p style="text-align: right;"> di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo la prima volta che ci siamo parlati: ero appena rientrata a Vicenza dopo gli anni trentini, abitavo in una casa buia. Ho una memoria vivida per i dialoghi, debole per le immagini, ma ricordo sempre i luoghi precisi e la posizione dei corpi quando si parlano. Me ne stavo seduta sul divano con un gatto, la luce accesa e troppo forte, e ti immaginavo da qualche parte nella tua città, forse nella casa di cui ogni tanto apparivano scorci di fotografie ne <em>L&#8217;ordine del discorso</em>, la rubrica che curavi. Io avevo un gatto, tu avevi un cane.<br />
&nbsp;<br />
Ero imbarazzata, come gli studenti nell&#8217;aula insegnanti, a comporre il numero che mi avevi lasciato negli interni, poi fu una lunga conversazione di un&#8217;ora e più come due nuovi amici. La mia tristezza, la tua sensibilità, la mia pena, la tua capacità di entrare nella pena senza invadenza, le mie parole, le tue parole. <br />
Sei stato uno dei primi lettori dei frammenti di un libro che sto portando a termine, era il duemilaquindici. L&#8217;avevi letto in rete, e tu eri un divoratore di parole, avido di conoscenza, nel sapere ma fuori dal Sapere di cui si gonfiano il petto certi accademici &#8211; e ti premeva conoscere e far conoscere, ti premevano i vasi comunicanti, così siamo diventati vasi comunicanti. &nbsp;</p>
<p>Poi ci siamo scritti, e poi è arrivata la voce. &nbsp;</p>
<p>Abbiamo parlato delle derive della psichiatria, abbiamo parlato di Artaud, abbiamo parlato della melancolia, delle Lettere a Theo di Van Gogh, della disperazione, dell&#8217;epoca a cui inappartengo, di quella che stavi cartografando,la psichiatria, l&#8217;etnopsichiatria, la psicoanalisi, la filosofia, la resistenza, il resistere. Mi hai fatto parlare sottovoce di me, mi hai parlato con discrezione di te, delle tue ricerche, delle tue passioni. Io suonavo Schubert quand&#8217;ero bambina, tu lo ascoltavi, e lo cantavi.<br />
Appassionato è l&#8217;aggettivo giusto per darti un nome. Ne avevi aggiunto uno al tuo: <em>Guaraní</em>, di ritorno dal tuo viaggio in Brasile. <strong>Mario Guaraní Galzigna</strong> &nbsp;</p>
<p>Eri serio ma non eri serioso, conoscevi la risata:e abbiamo anche riso.&nbsp;</p>
<p>Dovevamo vederci quell&#8217;anno, ma non ci siamo incontrati &#8211; io, troppo timida per tutto. <br />
Poi è passato il tempo, io ti seguivo, tu mi seguivi, sempre in sordina, senza mai fare troppo rumore.<br />
Avevi capito quello che scrivevo più di molti altri, sapevi in quali radici affondava il mio discorso che non aveva ordine, e lo sapevi senza sapere, prima di saperlo, e io seguivo il tuo come si faceva in certe aule fumose delle lezioni francesi degli anni Sessanta, quando a volte sfuggono parole ma resta forte il desiderio di andarle a ricercare, ritrovarle, ritrovare chi le ha pronunciate, rimasticarle, sentirle in bocca e trascriverle. Non avevo la conoscenza per comprendere tutto ciò che scrivevi, ma le cose non passano solo attraverso la comprensione, riescono a tracciare solchi invisibili, direzioni, e tu li tracciavi, le tracciavi. Percorsi.&nbsp;</p>
<p>Per me eri un po&#8217; così, forse lo eri per tutti: arrivato da un&#8217;epoca passata dove la sete di libri e lavagne e pensiero era grande. Ma vivevi anche il fondo del presente, lo scavavi, nei tuoi libri di filosofia, di epistemologia, e nel tuo impegno nella salute mentale. Archeologo dell&#8217;esistenza.<br />
Il tuo volto mi ha sempre ricordato qualcuno, ma non ho mai saputo chi, e ancora non lo so, un volto come un enigma da decifrare, ma il sorriso delle tue foto con tua moglie Maddalena non era un enigma, diceva una sincerità delicata. &nbsp;</p>
<p>Un giorno abbiamo unito le nostre visioni, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/12/08/il-respiro-dellessere-riflessioni-sullimmagine/">qui</a>, tu hai messo le parole, io uno scorcio in bianco e nero che, avevi detto, sembrava un violino. In realtà era solo l&#8217;interstizio del sedile di un treno. Resta questo saggio, la tua profondità, la meticolosità della ricerca della linea della frase, le lingue, il linguaggio, l&#8217;arte, la filosofia.<br />
Un anno fa ci siamo riscritti, non stavo bene, mi invitasti a raggiungerti a Padova, parlare dal vivo, volevi aiutarmi. Un&#8217;altra lunga telefonata, gentile. &nbsp;<br />
<em>Gentile</em> è un altro aggettivo con cui vorrei ti si ricordasse. </p>
<p>Ti risposi che quando avrei avuto le forze l&#8217;avrei fatto. <br />
Poi ho atteso, non ce l&#8217;ho fatta. Ancora una volta. Ho saputo ora della tua scomparsa, e sono rimasta in silenzio. Credevo ci saremmo visti, non ci siamo mai visti.<br />
Resta tutto quel che resta, tutto quello, così tanto, che ci hai lasciato.</p>
<p>Mariasole </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>E molto vi è oltre. Un saluto per Rubina Giorgi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/07/13/e-molto-vi-e-oltre-un-saluto-per-rubina-giorgi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jul 2019 12:25:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[giormaria cornelio]]></category>
		<category><![CDATA[lettera]]></category>
		<category><![CDATA[Rubina Giorgi]]></category>
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					<description><![CDATA[[Pubblico qui una lettera -come tentativo di saluto- per Rubina Giorgi, poetessa e filosofa venuta a mancare questa notte.] Cara Rubina, «Molto c’è da trovare, e di grande, e molto vi è oltre» dicevi con Hölderlin, e io non so come fare appello a questa vastità che lasci spalancata, e di cui tutta la tua [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="page" title="Page 1">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p><strong>[Pubblico qui una lettera -come tentativo di saluto- per Rubina Giorgi, poetessa e filosofa venuta a mancare questa notte.]</strong></p>
<p style="text-align: left;">Cara Rubina,</p>
<p style="text-align: justify;">«Molto c’è da trovare, e di grande, e molto vi è oltre» dicevi con Hölderlin, e io non so come fare appello a questa vastità che lasci spalancata, e di cui tutta la tua vita è stata -credo- un formidabile indizio. Non è nostra abitudine scriverci a quest’ora, senza la chiarità della notte gonfia di frammenti, e di messaggi. Oggi, queste poche righe nascono gelate, fanno voto all’incompiuto, e io davvero non riesco a spiegarmi quanto respiro vien meno al mondo ora che d’improvviso mancherà una tua risposta. Tu mi hai iniziato alla legge del nutrimento, e del continuo “rivenire alla realtà”: perché ogni tuo capello era fuoco coperto,<em> e la generazione della Vita è una lotta e un lavoro permanente</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Giacché non ci è possibile congedo, custodisco l’intima consapevolezza che la morte non ti è stata d’impedimento, e che soprattutto per questo ci è mancato un vero saluto: «Strano che l’angelo sia tacente? [&#8230;] Bisogna avere un tempo pari, infinito».</p>
<p style="text-align: justify;">Avrei voluto invitarti per un altro pancotto: lascio qui, invece, una cartolina da uno dei nostri incontri più felici, insieme alle righe che ci consegnasti quel giorno: «Il traino favoloso dell’amore è l’immagine. Se la nostra immagine dell’amato riuscisse a perdurare sempre in un modo vivido l’amore non avrebbe mai fine.»</p>
<p style="text-align: justify;">La tua scienza amorosa non può trovare riparo nella finitudine: rimane ancora da far girare il mondo, da <em>sbigottirlo</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ti abbraccio forte,</p>
<p style="text-align: justify;">Giorgiomaria</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-79888" style="letter-spacing: 0.05em;" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/Screenshot-2019-07-13-at-12.41.03-1024x567.jpg" alt="" width="860" height="476" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/Screenshot-2019-07-13-at-12.41.03-1024x567.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/Screenshot-2019-07-13-at-12.41.03-300x166.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/Screenshot-2019-07-13-at-12.41.03-768x425.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/Screenshot-2019-07-13-at-12.41.03-250x138.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/Screenshot-2019-07-13-at-12.41.03-200x111.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/Screenshot-2019-07-13-at-12.41.03-160x89.jpg 160w" sizes="(max-width: 860px) 100vw, 860px" /></p>
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		<title>Il tuffatore</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/01/02/il-tuffatore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Jan 2016 06:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Jacopo La Forgia]]></category>
		<category><![CDATA[lettera]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Jacopo La Forgia Procul recedant somnia, Et noctium phantasmata Cara Alice, &#160; oggi è il 7 ottobre e sono seduto in un bar di Venezia. Davanti a me ho il ponte dell’Accademia. L’ultima ora l’ho trascorsa a pensare al prisma che hai tatuato sull’avambraccio. Ricordo molto bene quanto fosse spesso l’inchiostro nero dei contorni. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">di <strong>Jacopo La Forgia</strong></p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: right;"><em>Procul recedant somnia,</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Et noctium phantasmata</em></p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">Cara Alice,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>oggi è il 7 ottobre e sono seduto in un bar di Venezia. Davanti a me ho il ponte dell’Accademia. L’ultima ora l’ho trascorsa a pensare al prisma che hai tatuato sull’avambraccio. Ricordo molto bene quanto fosse spesso l’inchiostro nero dei contorni. La forma del disegno, invece, non la riesco più a evocare. Ho sforzato la memoria a lungo perché ne ricomponesse l’immagine, ma mi sfugge.<span id="more-58879"></span></p>
<p>Io e Eric, il 19 aprile dell’anno scorso, ci siamo dati appuntamento davanti all’ultima casa che esce dalle periferie del villaggio di Tatopani. Mi viene incontro per salutarmi, è l’alba, e inciampa su un gradino. Intanto mi guarda, come a chiedermi “tutto bene là dentro?”. Quel gradino è tagliato nel cemento. Com’è stato portato fino a qui, il cemento? Nei sacchi da 50 chili che i <em>porter</em> trascinano su e giù per le montagne o nel rimorchio di un camion, sulla grande strada che i cinesi stanno battendo per collegare il Tibet e il Nepal attraverso l’Himalaya? Io all’asfalto preferisco lo sterrato, per i problemi che ho alle ginocchia e per la fatica che faccio a camminare su superfici troppo dure.</p>
<p>Credo che il gradino qui dell’inciampo sia lo stesso delle scale che saltavo per entrare nell’androne del tuo palazzo su via ***, Alice. Mi guardo i piedi che uso per camminare: indosso le scarpe da lavoro con la punta d’acciaio che ho comprato in Australia tre mesi fa.</p>
<p>La solidità delle case basse intorno a noi grava sulle fondamenta in cemento e sulle porte di legno come le schiene delle donne gravano sulle articolazioni delle loro ginocchia. Impugnano delle scope in vimini, e dai loro piedi con le unghie sporche, nelle ciabatte di plastica blu, torno alle mie gambe doloranti che sorreggono la schiena, dritta, la parte del mio corpo che preferisco.</p>
<p>Mentre la temperatura si addensa nelle teiere che vediamo in ogni casa, dappertutto, le gambe scaldano il mio corpo passo contro passo. Le mie mani sono ancora fredde: eppure, sull’ergonomia in plastica dei bastoni da trekking trovo immediatamente aggrappi tenaci, con la stessa sensibilità e destrezza con cui afferravo il tuo corpo dalla vagina per strattonarlo e portarlo verso di me, attraverso le porte che vengono spalancate il mattino per far uscire le persone che affollano le strade. Strade anguste, le voci non si distinguono, la lingua è sconosciuta; gorgoglii, gli esseri umani polverosi, e l’odore della loro pelle m’invade, disturbandomi. Ho le articolazioni dolenti perché sono appena entrato nel giorno. Occupo lo spazio in modo sgraziato, impegno le prime energie tentando di assestarmi sul movimento che mi risparmi dalla fatica; m’illudo di poter imparare dai nepalesi, che si orientano piano e con grazia, che abitano le increspature dello spazio sapendone le giustizie, le fenditure e i ruoli. Ricordo la tua sensibilità per l’estensione delle cose più brevi.</p>
<p>I vicoli costringono verso la strada principale l’acqua che esce da sotto le case, da sotto le porte; la strada spezza il paese in due come la valle spezza le montagne, e in ogni spazio roteano gli occhi, alcuni bisbigliano e altri gridano.</p>
<p>Uova, pane e frutta; io ho il voltastomaco perché ho mangiato del formaggio di yak. I nepalesi si raschiano la gola e sputano violentemente a terra; ne vedo alcuni che troncano la testa di un pollo, là dietro, e poi bagnano la terra con l’acqua sporca e il sapone. La mia maglietta è ancora intrisa del sudore di giorni passati e gli odori che l’aria mi caccia nel naso mi fanno senso. Anche i bambini ora mangiano delle cose, molti si voltano a guardarci, una luce transita e m’illumina le mani con cui ho tirato dei soldi fuori dalla tasca, mi accarezzo i miei calli con le monete e guardo come le nuvole contrastano i numeri con il metallo. I soldi che dovrei a Eric per la partita a carte che ho perso ieri sera, e i cani che si rincorrono e abbaiano, in lotta tra loro, non mi possono far dimenticare così a lungo il tuo incostante timbro di voce, Alice. E non sarebbe proprio il caso che pensassi a te, ora.</p>
<p>Eric mi fa notare come la pioggia della sera prima abbia irrigidito l’aria, districando le polveri che vengono dall’India, rendendo l’atmosfera più pulita e la distanza più visibile; m’indica la cascata di ghiaia, oltre la fitta tesa di giungla che fino a poco fa si era palesata, immobile, alla fine di un occhio, e che adesso si muove, si espande e si contrae.</p>
<p>Oramai siamo fuori dal villaggio, ed Eric ha un naso grande e a caduta, i denti che masticano del tabacco, zigomi con la barba e un tatuaggio sul polso. Le mani, libere, finiscono con dita dritte, cilindriche, e dondolano parallele ai fianchi: aiutano il passo, composto, la presa decisa sulla direzione, e quando sentiamo il rumore del fiume mi sporgo sul burrone al lato della strada per contarne le rocce che ne dividono i flutti: si separano e s’incontrano, senza tregua.</p>
<p>Sono le cinque del mattino, Eric ha legato il suo zaino alla schiena, e c’è bisogno che io allacci meglio le scarpe perché piegarsi è una fatica.</p>
<p>Prendiamo la prima curva a destra e le cime che abbiamo allontanato con estrema lentezza nei giorni passati, come in un lunghissimo saluto a mano aperta e con le dita tese come ti ho salutato io l’ultima volta, un anno fa, e tu mi hai dato le spalle e si cammina piano, sai, per l’altitudine. Le cime, dicevo, si dileguano alle nostre spalle, per riapparire in seguito, quando svoltiamo di nuovo a sinistra, ma più lontane.</p>
<p>Gli occhi sono allenati alla distanza. Ciò non impedisce, per fortuna, che le cime e i ghiacci più tenaci incidano a fondo, ancora una volta, la mattina presto, sul nostro ricordo delle nostre montagne. A me incidono sul ricordo tuo, per la verità, perché nel punto in cui finiscono tutti questi corpi di cui ti sto scrivendo spero ogni volta che ricominci il tuo, ma questo non accade mai; io non riesco ad arrendermi, ma non lo trovo più, non lo vedo più, non lo riesco più a rievocare, com’era fatto quando mi dormiva accanto o mi camminava vicino.</p>
<p>Le prime volte che abbiamo camminato insieme pensavo fossi goffa, ma bastava poco tempo per rendermi conto che sbagliavo: tu inciampi nello spazio perché non lo occupi ma lo scopri; ti spaventa, sì, lo spazio straniero, ma lo indaghi e non demordi, componi una lotta indefettibile contro questo spazio che ti stupisce, di cui non concepisci la regolarità perché ne cogli ogni differenza; io invece, tutto teso a tentare un movimento fluido, come se il mio spazio già lo conoscessi tutto, mentre lo ignoro, e voglio saltare alla fine del percorso per evitarne le tortuosità, sempre cedo, sempre crollo, sto sempre a terra, non sono ancora capace…</p>
<p>Incidono, dicevo, il tuo corpo e queste cime, sul ricordo delle mie montagne, a Nord, che sono un italiano; e probabilmente incidono anche sul ricordo delle sue, di Eric, che è un quebechiano, anche se non so a quali montagne si riferiscano le sue nostalgie, ancora non gliel’ho chiesto. Le montagne dove abbiamo camminato fin da ragazzini, e ognuno sta con il possesso delle proprie cime e dei propri fardelli e con la fallace consapevolezza del proprio corpo e del tuo mentre la strada s’inerpica, si stringe, attraversa un breve e stretto ponte. Rivolgiamo la testa verso il basso per intravedere l’incessante e violento movimento dell’acqua, e l’acqua mi ricorda che è il momento che la strada c’insegni la giungla, penetrandovi dentro, scavalcando le radici spesse che emergono dal terriccio scuro.</p>
<p>Oggi cammineremo fino a sera, visti i 1600 metri di dislivello della tappa. All’inizio, la latitudine del Nepal, che è la stessa dell’Egitto, ci impone un’umidità pesantissima. Ci fermiamo spesso per bere l’acqua che abbiamo purificato e raccolto nelle borracce. Siamo in aprile e il monsone si sta avvicinando. Sanguisughe allignano tra gli arbusti e, dopo aver cavalcato le foglie che crollano dagli alberi, s’infilano repentine negli scarponi a trangugiare la pelle delle caviglie.</p>
<p>Verso le undici del mattino comincia a piovere; poi, intorno alle undici e mezzo, inizia a piovere fortissimo. Facciamo fatica ad avanzare, il sentiero è ripido e noi scivoliamo nel fango. Decidiamo di fermarci: troviamo riparo accanto a una parete di roccia inclinata, a ridosso del sentiero, e ci sediamo sul terriccio umido.</p>
<p>La sera prima Eric indossava una felpa, così il tatuaggio che ha sull’avambraccio sinistro l’ho notato solo oggi. È una lunga e sottile linea nera, che parte dall’incavo del gomito e finisce dove inizia il palmo.</p>
<p>– Che cos’è quel tatuaggio, Eric?–</p>
<p>– È…–</p>
<p>S’interrompe.</p>
<p>– Perché una linea? Che cosa significa? –, lo incalzo io.</p>
<p>– Non lo so –, mi risponde, e mi fissa. Attende che io chieda ancora.</p>
<p>– Scusa, com’è possibile che non lo sai?–</p>
<p>Ci fermiamo per un attimo, beviamo del caffè. Mi continua a fissare e io sostengo il suo sguardo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È l’aprile dell’altr’anno quando sono sull’Himalaya; e cammino, cammino.</p>
<p>Cammino tra le montagne che circondano e incastrano la vetta più alta del massiccio dell’Annapurna, il primo ottomila scalato dall’uomo, e con il K2 il più pericoloso, per il rapporto tra morti e tentate ascensioni. Sono nel nord-ovest del Nepal e cammino da una trentina di giorni. Gli ultimi quattro, la lunga e lentissima discesa dal passo di Thorung La, 5400 metri di altitudine, fino a Tatopani, una piccola località termale, molto più in basso, a 1200 metri.</p>
<p>I primi chilometri neve, moltissima neve, poi incontro pellegrini buddisti, e attraverso una moltitudine di piccoli villaggi. Scure facce nepalesi, monasteri, risaie. La strada mi conduce dai picchi del desertico Mustang a una giungla densissima. Mi fanno molto male i ginocchi.</p>
<p>A Tatopani ci arrivo il 15 Aprile, e decido di fermarmi lì per qualche tempo, per far riposare le gambe e i polmoni stressati dall’altitudine. La tappa successiva mi avrebbe portato di nuovo su, a 2600 metri: alla macchina del mio corpo concedo qualche giornata di riposo, prima di impegnarla nella nuova parte del viaggio.</p>
<p>Il quarto giorno che sono a Tatopani incontro Eric, un ragazzo franco-canadese che ha ventiquattro anni, fa il fisioterapista e fino a un po’ di tempo fa viveva e lavorava a Montreal. Entrambi stiamo viaggiando in solitaria, quindi decidiamo di affrontare la tappa successiva insieme. Finiamo la partita a carte e il tè, e andiamo a dormire.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Siamo seduti sotto la roccia; con il rumore, e le narici che filtrano: la violenza della pioggia mi mette a mio agio con le mie piccole angosce (sono lontano, e solo), e posso ascoltare la storia di Eric,</p>
<p>–… che è una storia strana –, attacca lui.</p>
<p>– Saranno otto mesi, ormai, che non bevo un caffè come si deve, e non accenna a smettere di piovere. Hai tutto il tempo di proseguire e raccontarmi tutto –, gli rispondo io.</p>
<p>Ha cacciato fuori una moka dal suo borsone e ci ha fatto un caffè che mi ha servito in un piccolo bicchiere d’acciaio.</p>
<p>– L’altr’anno. Ho trascorso cinque mesi su una nave da crociera, in Sud America, a lavorare a tempo pieno come uno schiavo, a massaggiare sconosciuti per mettere da parte i soldi con cui pagarmi questo viaggio.–</p>
<p>– Sì, me l’hai già detto ieri sera.–</p>
<p>– Beh, le cose non è che andassero come mi ero immaginato prima di imbarcarmi. Pensavo sarebbe andata più liscia. Invece lavoravo moltissimo, e quando la sera smettevo, attaccavo a bere e continuavo fino a crollare per terra. Solo, senza essere riuscito a fare amicizia con nessun membro dell’equipaggio. Poco tempo in mare ed ero già stremato e incazzato nero.</p>
<p>La notte uscivo in coperta e passeggiavo avanti e indietro per tutte le decine e decine di metri di lunghezza della nave.</p>
<p>Mi fermavo a guardare il mare nero, illuminato dalle stelle, dalla luna.</p>
<p>Progettavo di rubare una scialuppa di salvataggio e tornare a terra, fuggire per sempre da tutta quella noia. Oppure sognavo, appoggiato al parapetto con la testa penzoloni, di scavalcare e gettarmi in un lungo tuffo, affondare in quell’abisso per qualche minuto per farmi passare la sbronza e poi una lunghissima nuotata fino a terra. Fantasie in cui mi cullavo la sera, ogni sera. Una lunghissima nuotata verso il Sud America…</p>
<p>Insomma, a salvarmi dagli abissi è stata una ragazza che si è imbarcata in Uruguay. Era con due amici che si stavano facendo un lungo giro del continente. Una piccola ragazza giapponese della mia età, Misato. Delicata…–</p>
<p>Eric è un ragazzo massiccio ed è molto miope. I suoi occhiali sono spessi.</p>
<p>I tuoi lo erano, Alice? Tra le mie figurazioni interiori del tuo passato miope, di cui ho goduto appena, per pochi minuti, quando ti ho visto la prima volta, che eri seduta a terra, non ce n’è nemmeno una che riguardi lo spessore dei tuoi occhiali.</p>
<p>Avevi vent’anni, nella mia città; è stato solo per un attimo, trac, con la voce irregolare e nervosa. Non mi sono presentato perché litigavi con un uomo.</p>
<p>Quando ti ho incontrato nuovamente, anni dopo, t’ho approcciato dicendoti che t’avevo riconosciuta, e tu mi hai detto che eri stata da poco operata agli occhi. Volevi farti dare indietro le percezioni che non avevi mai posseduto.</p>
<p>Eri delicata? La tua fragilità è scomponibile, mi sono sentito colpevole di averla annientata in pezzi, e mi sono detto poi che colpevole non lo ero affatto.</p>
<p>Pochi giorni dopo mi sei venuta a prendere a casa con la tua macchina verde, perché pioveva e io in quel periodo ero a piedi.</p>
<p>Dovevamo bere a lungo quella sera. Sembrava che ci conoscessimo da un po’, anche se era il nostro primo appuntamento.</p>
<p>Poi mi hai portato a casa tua.</p>
<p>Le cicatrici delle tue ferite, sulle gambe e sui fianchi, mi aprivano a una moltitudine che purtroppo non ho mai avuto o trovato il modo di conoscere. Ne ho potuta scorgere solo una piccola parte.</p>
<p>È un’infinità indominabile, la moltitudine degli altri, non credi? Chi s’illude d’essersene appropriato è uno sciocco. Non resta che cullarci nell’illusione di un contatto che non esiste.</p>
<p>Mi aggredivano quando mi parlavi, le cicatrici e i tuoi occhi, gialli, quando rivolgevi le tue pupille verso le mie e le fissavi brevemente, o quando eri distratta, incastrata nelle tue ansie e nelle tue brevi e fortissime follie, che mi mettevano a terra.</p>
<p>Ho una foto di te con il sangue che ti cola sulla coscia.</p>
<p>Quando abbiamo scopato la prima volta, quando mi hai portato a casa nella tua panda verde, che t’eri operata col laser per tentare una nitidezza che non avevi mai esplorato.</p>
<p>Non t’ho mai chiesto come fosse diverso il mondo, dietro quegli occhi nuovi. Mi sono pentito, di non avertelo mai chiesto.</p>
<p>Ho una foto di te che ti nascondi dietro le tende della portafinestra del tuo salotto angusto, le tende gialle. Si scorge solo la traccia di un corpo lontano, l’ombra formata dalla luce del sole sulla stoffa.</p>
<p>Intanto la pioggia smette di cadere. Ci rivolgiamo contemporaneamente verso il sentiero, dove vediamo passare un cane scuro e arzillo: per un momento si ferma, per sgrullarsi l’acqua di dosso.</p>
<p>Immagino che anche Eric, come sto facendo io, si concentri sui due uomini in ciabatte che seguono il cane: fumano e trasportano dei grossi cesti di vimini sulle spalle, coperti da teli di plastica. Dietro agli uomini un albero, e altri alberi con la corteccia calda e umida dietro quello. E ancora più in là, su altre montagne che non sono quella sul cui fianco siamo appoggiati noi, moltissimi ripidi terrazzamenti. È allora che i miei pensieri e quelli di Eric, gli stessi fino a un attimo prima, si distinguono, perché solo io posso intuire la tua figura nuda nascosta dietro agli alberi più lontani; una figura minuscola, enormemente distante; eppure è una nudità fortissima: tu, così minuscola, che sostieni un peso così grande, chilometri e chilometri di pelle, ogni traccia un odore differente, ogni particolare un’incisione più profonda.</p>
<p>In fondo, nell’orizzonte nebbioso, il Dalaughiri ha la testa tagliata sopra le nuvole, in una finestra azzurra. Poi le nuvole calano e lo impediscono di nuovo alla vista. Quando il Dalaughiri è coperto, io torno indietro a dove sono adesso, passando per i terrazzamenti, gli alberi e questo primo albero vicino a noi dopo il sentiero; gli uomini si sono volatilizzati, e con loro il cane. Tu sei seduta dietro a quell’albero. Sudi come sudiamo noi. Finisco il caffè, appoggio la tazza a terra e cerco in tasca le sigarette.</p>
<p>– Con Misato il sesso era strano: sembrava che non si dedicasse affatto al suo piacere personale, e che non desse importanza ai suoi orgasmi; li raggiungeva raramente. Si lasciava spogliare con calma, e sempre con un po’ di emozione, come se fosse la prima volta che la vedevo nuda, quando magari era la centesima. Poi lasciava che affondassi in lei come meglio credevo, senza chiedermi mai nulla di particolare, muovendosi poco, e interrompendo il suo silenzio solo raramente, con piccoli e impercettibili gemiti. Quando finivamo, mi accarezzava un po’ maldestramente il corpo e mi chiedeva se mi fosse piaciuto; la domanda la rivolgeva ogni volta al mio orecchio sinistro, tenendo la testa incastrata tra la mia spalla e il collo. La posizione che assumeva il suo corpo sul mio, dopo il sesso, era sempre la stessa, e quelle domande rituali erano ripetute sempre con lo stesso tono, con la stessa paura. Io non potevo che risponderle che sì, il sesso mi era piaciuto, ma in verità lei non è che facesse nulla di particolare per rendere la cosa coinvolgente. Io allora non so bene perché me ne sia innamorato…–</p>
<p>Tu il sesso lo divoravi, cristo, Alice. La prima volta che ti sei seduta sopra di me e hai cominciato a urlare mi hai terrorizzato, per la foga con cui te ne appropriavi. Ricordo bene come quella volta rischiai di perdere l’erezione, perché eri un corpo senza controllo, un oggetto inafferrabile. Mi trovavo dentro un sogno in cui mi cadevano gli oggetti dalle mani. La potenza che ne scaturì poi, quando imparai a maneggiare la tua carne, la nostra potenza, è la tra le nostalgie più terribili che ho.</p>
<p>– Te ne sei innamorato?–</p>
<p>– Sì, mi piaceva avere cura di lei, sai. Col tempo si aprì, e io scoprì la sua fragilità. A ogni modo, è scesa dalla nave quando abbiamo attraccato in Uruguay. Io ho proseguito i miei giri per mare.</p>
<p>Pensavo incessantemente a tutti i particolari del suo corpo a cui mi ero appassionato toccandola. Dalle gambe magre, e storte, al mento. Dal collo alla pancia. Pensavo pure alle ginocchia. Impossibile togliermela dalla testa; e mi masturbavo in continuazione. Nella memoria mi ero anche convinto che il sesso fosse una meraviglia. Mah. Sta di fatto che quando il contratto è finito e io, con i soldi e tutto, ho preso l’aereo per Lima, ancora pensavo a lei.–</p>
<p>I tre mesi successivi, Eric li ha passati in Perù, soprattutto sulle montagne. Quei mesi non riguardano Misato, e mi vengono descritti in poche parole; il racconto ricomincia con lei che gli scrive un’email e gli dice che lo pensa spesso e che lo vorrebbe toccare di nuovo, come lui vorrebbe toccare lei. Eric è così felice che non ci pensa due volte prima di prenotare, per il giorno dopo, un volo per Tokyo.</p>
<p>– A Tokyo, ho dedicato a lei tutto il tempo che potevo. Mi ha invitato a vivere nel suo appartamento di periferia, con un piccolo balcone e due gatti. Durante il giorno, mentre lei lavorava come praticante in un ufficio di avvocati in centro, io esploravo la città che non avevo mai visto e ingrassavo tutti i chili persi in Perù. Erano anni che non stavo così bene. La sera lei tornava a casa e io ero lì che l’aspettavo…–</p>
<p>Nella casa a piazza Bologna non avevi i fornelli, Alice. Entravo in cucina per bere, avevamo fatto del sesso micidiale sul pavimento del salotto e avevo sete. E in cucina non c’erano i fornelli, o almeno non erano visibili.</p>
<p>Ti svegliavi la notte, affamata, e fumavi per non mangiare.</p>
<p>– Avviamoci, non piove più–, mi dice Eric.</p>
<p>Io spengo la sigaretta e mi rimetto il pacchetto in tasca, mentre lui ripone moka e fornelletto nello zaino. Ci alziamo e riprendiamo il sentiero.</p>
<p>– Un sabato sera eravamo in un locale di Shinjuku, lo sai cos’è Shinjuku?–</p>
<p>– Sì.–</p>
<p>– Bravo… Beh, insomma, eravamo in una specie di <em>dancing pub</em>, diciamo. Con un bancone per bere in un angolo, e dall’altra parte divanetti in pelle e gente seduta a bere; in mezzo una pista da ballo con il pavimento nero e una luce stroboscopica mal funzionante. Eravamo io, Misato, e amici suoi. Bevevamo e ballavamo. I giapponesi bevono molto e si ubriacano facilmente. Io reggo di più, ma gli avevo dato giù forte, quindi ero piuttosto sbronzo.</p>
<p>Mentre ballavamo, tre uomini sui quarant’anni, seduti a un tavolino, due di loro in giacca e cravatta e il terzo con una polo, mi avevano squadrato varie volte con insistenza, ma alla cosa non avevo dato alcun peso. Credevo che mi guardassero così perché infastiditi dal fatto che un occidentale avesse rimorchiato una giapponese. Non me ne preoccupo, continuo a ballare, continuo a baciare Misato.</p>
<p>Quando apro gli occhi e mi separo da lei, perché devo andare a pisciare, noto che il <em>pub</em> si è svuotato. Della cinquantina di persone che avevo intorno a me fino a poco prima è rimasto solo il barista e tre ragazzi appoggiati al muro che ci guardano, fumando.</p>
<p>Passo vicino al bancone barcollando, chiedo al barista dov’è il cesso. Lui me lo indica. Entro nel bagno del <em>pub</em>, ampio e pulito. Dietro di me ho i giapponesi che prima mi fissavano.</p>
<p>Piscio e quelli parlano tra di loro a bassa voce. Mentre mi lavo le mani loro fanno lo stesso. Ne ho una a destra e uno a sinistra.</p>
<p>Mi sciacquo a lungo i polsi, bevo l’acqua ferrosa, mi sciacquo ripetutamente la faccia, mi bagno i capelli. Sono cose che faccio sempre, quando sono ubriaco. Mi piace la freschezza dell’acqua, e quando sono sbronzo me la godo particolarmente. Bevo a lungo. Lo specchio mi restituisce l’immagine di un corpo sproporzionato e lento.</p>
<p>Poi incontro lo sguardo del giapponese alla mia destra. Porta una cravatta di maglia blu, con un nodo piccolo, e mi fissa sorridendo.</p>
<p>«Io ti ho già visto, sai?», mi fa, e il suo inglese è perfetto.</p>
<p>«Non credo proprio», rispondo io, «sono a Tokyo da pochi giorni ed è la prima volta che ci vengo.»</p>
<p>«Sì, sì, lo so… non ti ho visto qui.»</p>
<p>«E dove ci saremmo incontrati?»</p>
<p>«Non te ne preoccupare, adesso… Ascolta piuttosto quello che ho da dirti.</p>
<p>La prima volta che i miei genitori mi hanno portato in piscina avevo sei anni. Io sono nato in America. Mia madre è di Boston. Ma quando avevo cinque anni ci siamo trasferiti a Nagoya, la città di mio padre. Conosci Nagoya?»</p>
<p>«Sì, ne ho letto in un romanzo.»</p>
<p>«Spero fosse descritta bene, in questo romanzo, perché la considero la mia città e voglio che se ne parli bene, che la gente se ne faccia un’idea attinente alla realtà. Soprattutto in Occidente. Era descritta bene?»</p>
<p>«Non so, non ricordo con esattezza… credo di sì.»</p>
<p>«Bene, bene…». Per un momento s’interrompe, guarda il suo compagno, si passa le dita della mano destra sulle labbra, accenna un sorriso.</p>
<p>«Ora, devi sapere che io sono di buona famiglia e questa piscina era la piscina più bella di Nagoya, non c’è dubbio su questo.»</p>
<p>L’altro giapponese annuisce spesso. Ci stiamo tutti e tre asciugando le mani con la carta. Io faccio fatica a concentrarmi su quello che il tizio mi sta dicendo, perché intanto devo tenermi dritto, in piedi. Rischio di cadere, ho un po’ di nausea. Appoggio una spalla al muro. Non ho idea del perché mi abbia rivolto la parola e sono sicuro di non averlo mai visto.</p>
<p>«Lunghezza olimpionica, 20 corsie, alte vetrate fino al soffitto. L’intera struttura è in vetro e acciaio. Io però non ero contento, perché odiavo nuotare, e perché vicino alla prima corsia, la corsia dove mi allenavo più spesso, c’era un ambulatorio. E io, avanti e indietro, vasca dopo vasca, pensavo che prima o poi mi avrebbero portato lì dentro e fatto a pezzi.</p>
<p>Il nuoto non faceva per me, insomma, ed ero anche terribilmente annoiato. Erano i miei genitori a costringermi a continuare. Sai: la salute, e così via. Per sei anni, sempre accompagnato da mia madre, tre volte a settimana, ho continuato a nuotare. Fino a quando qualcosa non è cambiato radicalmente.</p>
<p>Era il settembre dei miei dodici anni quando, al mio ritorno agli allenamenti dopo l’estate, trovai due meravigliose sorprese. La piscina era stata completamente ristrutturata e per questo l’ambulatorio era stato spostato in un’altra zona dell’edificio. Il luogo in cui sarei morto, tranciato in innumerevoli pezzi, non era più visibile dall’acqua. Inoltre, e questo mi rese ancora più felice, era stata montata una splendida piattaforma per tuffi. Blu oltremare. Una piattaforma perfetta, con i trampolini a tre, cinque, sette e dieci metri. Dovetti insistere molto, ma dopo un paio di mesi convinsi i miei che volevo mollare il nuoto per cominciare a tuffarmi. Fu così che divenni un tuffatore. E che tuffatore! Ero molto bravo, Eric.»</p>
<p>«Come fa a conoscere il mio nome?»</p>
<p>«Questo non importa, adesso. Importa che io finisca la mia storia. Importa che tu faccia attenzione e capisca cosa ti sto dicendo. Stai capendo, mi stai seguendo, o sei troppo ubriaco?»</p>
<p>«No, la sto seguendo. A dodici anni è diventato un tuffatore.»</p>
<p>«Uno dei più bravi, ripeto. Il migliore di Nagoya, di certo. Entravo in acqua come un siluro, senza spruzzi, senza mutarne mai la placidità, senza disturbarne il silenzio. E nel mondo intorno a me tutto aveva un nome. Oltre le alte vetrate c’era un mondo cangiante, sfuggente, innominabile, ma nella mia piscina sapevo il nome di ogni cosa, sapevo dominare ogni oggetto. Per farlo bastava tuffarmi. Poi risalire sulla piattaforma e poi tuffarmi di nuovo.</p>
<p>È grazie al mio destino di tuffatore che un giorno giunsi, dall’altezza del trampolino più alto, a una certezza che ritengo inequivocabile.</p>
<p>Dondolando la testa verso l’acqua, riflettendo sui movimenti da compiere per comporre al meglio il mio tuffo, divenni consapevole, e subito dopo certo, che qualunque essere umano che guardi in basso da una certa altezza, viene tentato dal desiderio di gettarsi. Che non esiste nessuno che sfugga a questa tentazione. Io avevo la grandiosa possibilità di sublimarlo, questo desiderio; cinque volte a settimana, in una caduta ripetuta infinite volte. “E il resto dell’umanità?”, mi chiedevo quella sera da lassù. Non esiste nessuno, te lo ripeto Eric, e capiscimi bene, nessuno, che non abbia la pulsione a gettarsi.</p>
<p>Capivo per la prima volta che la paura dell’altezza non deriva dal timore di compiere un passo falso, inciampare e cadere, ma dalla volontà di inabissarsi. Ogni uomo è teso sopra un abisso. E quando guardi in basso e in basso c’è l’acqua è ancora peggio, sai: l’attrazione è ancora maggiore. Quando sotto di noi c’è l’acqua, da qualsiasi altezza ci gettiamo, noi crediamo, o meglio sentiamo, che l’acqua accoglierà la nostra caduta, che ci avvolgerà, levandoci il respiro solo per pochi attimi per poi restituirci alle nostre vite precedenti.»</p>
<p>La storia del giapponese è finita, e io percepisco un dolore intensissimo in una zona circoscritta della nuca, un’area molto piccola tra il capo e le spalle, come un grosso ago, come la puntura di un grosso pungiglione.–</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Eric, la mattina seguente, si risveglia su una panchina.</p>
<p>– Per qualche breve minuto, ancora in dormiveglia, mi concentro a guardare la faccia di ognuno di quelli che passano di lì, ma sono troppi, e camminano troppo in fretta. Poi mi rendo conto che sono su una panchina e non so come ci sono arrivato. Tutto quello che ti sto raccontando, ci impiego un tempo molto lungo a realizzarlo. Minuti. Mi gira la testa. Mi ricordo solo del bagno e del pungiglione sulla schiena; della notte seguente nulla. Vomito. Una signora sulla cinquantina che passa di là, un occidentale, accento francese, si ferma e mi chiede: «tutto bene?»</p>
<p>«No, credo di essere svenuto. Non so… non riesco a capire dove mi trovo…»</p>
<p>Lei indica il grande edificio davanti a noi: «quella è la stazione dei treni di Shinjuku.»</p>
<p>A quel punto mi ricordo della serata nel pub, mi ricordo che ero con Misato.</p>
<p>«Mi farebbe fare una chiamata? Ho un’amica che mi può aiutare.»</p>
<p>Lei fruga nella borsa e mi passa il telefono. Compongo il numero di cellulare di Misato. Lei risponde, immediatamente, e scoppia in lacrime. «Cosa hai da piangere? Dove cazzo sono? Cosa mi è successo?»</p>
<p>«Pensavamo tutti fossi morto, Eric…»</p>
<p>«Eh? Senti: dimmi dove sei, ti raggiungo.»</p>
<p>«Sono a casa…»</p>
<p>Riaggancio, do il cellulare alla tizia e mi muovo verso la metro. Sono spaventatissimo. Pensavano fossi morto.</p>
<p>Mentre sono nel vagone, mi appoggio con il braccio sinistro alle porte e noto il tatuaggio. Puoi immaginare che colpo mi è preso! Due tizi mi raccontano una storia assurda, io svengo e la mattina dopo sono in metro con tutto il braccio arrossato. Mi viene da svenire, la metro è piena, ingoio la saliva e scendo alla fermata di Misato.</p>
<p>Corro verso casa sua.</p>
<p>Quando entro mi abbraccia a lungo, poi mi dice che non mi hanno visto uscire dal bagno, che hanno pensato che i due tizi fossero dei mafiosi, che non hanno chiamato la polizia per paura di ritorsioni.</p>
<p>Io devo sedermi sul divano, per evitare di svenire, per non sparire. Misato ha appoggiato le ginocchia a terra, è crollata, tenendo il viso e le lacrime tra le mani.</p>
<p>Io rimango impassibile. Quella mattina ero indifferente a tutto, m’ero svegliato… m’ero svegliato che ero distante; hai presente la sensazione, Lorenzo? Quando ti ritrovi improvvisamente da un’altra parte del mondo, quella in cui abiti nella casa che ti sei costruito da solo. T’hanno allacciato alla corrente, al gas e all’acqua, ma se esci non incontrerai nessuno. Intorno c’è il deserto, in senso sia spaziale che temporale. Non c’è nessuno da nessuna parte, e non c’è nessuno per sempre.</p>
<p>Lei continuava a dirmi che mi aveva creduto morto, che era certa d’avermi perso. Ero nuovamente a faccia a faccia con l’assurda ritualità delle sue ripetizioni, come quando facevamo sesso, sulla nave da crociera, e lei mi chiedeva ogni volta se mi fosse piaciuto o meno.</p>
<p>Tra una frase e l’altra farneticava parole incomprensibili, in giapponese. “Chi è questa donna?”, mi chiedevo intanto io, con le mani poggiate sulle ginocchia, in attesa che smettesse di piangere.</p>
<p>«Credevo fossi morto, credevamo fossi morto…». “Beh non lo sono, Misato, cristo, sono vivo!”, pensavo intanto io; “cos’è, t’eri già abituata all’idea che fossi sparito? T’è bastata una notte per risistemare la tua vita intorno all’evento della mia morte?”</p>
<p>Ma non davo voce ai miei pensieri, li lasciavo navigare nella testa. Non ci tenevo a modificare quella realtà aliena con l’intervento delle mie parole. Ripeto, mi trovavo in un luogo e in un tempo d’indifferenza assoluta.</p>
<p>Sono passate un paio d’ore, a questo modo, con me mani sulle ginocchia e Misato mani in faccia; poi ho capito che era il momento che me ne andassi. Non è che vi abbia riflettuto, prima di deciderlo. Non era la conseguenza logica degli avvenimenti delle ultime ore, era semplicemente quello che mi sentivo, decisamente, di fare in quel momento. E l’ho fatto, e basta. Mi sono alzato, sono andato nella stanza da letto, ho preso il mio zaino, l’ho riempito, l’ho chiuso e sono tornato in salotto. L’ho guardata per qualche minuto, ancora in lacrime, ancora a terra. Sono uscito.</p>
<p>Qualche giorno dopo ho deciso che era ora di tornare sulle montagne e ho prenotato l’aereo per Kathmandu. Misato non l’ho più sentita.–</p>
<p>Qui in Nepal si rimette a piovere, e la meta è ancora lontana. La pioggia zampilla a grande velocità sul sentiero, spruzzi e pozzanghere. Passo dopo passo la perturbazione aumenta, con l’intensificarsi della forza del vento. Sembra che tutta la superficie del Nepal si sollevi, ubbidendo alle forze che la spingono dal sottosuolo. Gocce più grosse colpiscono gli stinchi, le ginocchia, le cosce, e la pioggia si arrampica sul corpo, fino a sferzare la faccia, e fin sopra la testa. Il cielo è chiuso l’universo ne è tutto riempito.</p>
<p>Si scatenano dei tuoni intensissimi, e noi stiamo per scavalcare un altro fiume, ingrossato dal monsone, violento, terribile, come le ossessioni che mi assalgono ogni giorno la mattina quando mi sveglio sul mio materassino disteso per terra, con la polvere nel naso, e ti ho sognato in incubi in cui mi confidi che hai trovato del sesso migliore del nostro, che sono stato troppo brutale con te, che non ho rispettato la tua fragilità, che ti ho gettato nell’angoscia.</p>
<p>Ci fermiamo di nuovo a metà del ponte.</p>
<p>C’è l’opposizione tra la ramificata profondità della giungla e, aggrappata ai fianchi delle colline, la tappezzeria di campi coltivati, che la interrompe e la recupera quando i tagli sulla superficie della terra vengono ricuciti. Sullo sfondo, più lontano, la ripidità radicale delle cime. Il range himalayano, la potentissima barriera che ci impedisce di tornare a noi stessi; ce l’ha impedito a lungo, per mesi, prima di ricondurci al presente tragico di queste concrezioni mentali, amalgamate con le circonvoluzioni della materia grigia, inestricabili, un labirinto senza traccia, una mappa senza legenda. Io e Eric siamo incapaci d’interpretarne le simbologie e siamo illeggibili.</p>
<p>Le nostre ossessioni sono cancerogene, obbligano alle chemioterapie dei ricordi, a staccare i peli del corpo dalle radici: ci svegliamo la mattina credendo che sia tempo di voler tornare, e ci manca la volontà necessaria ad affrontare il giorno come dovremmo. Ci rigettiamo ancora una volta nel sonno, un’altra ora o due, quando sono le cinque, ma quando torniamo a dormire non ci è concesso alcun sollievo; di nuovo incubi terribili. Tutti i morti che tappezzano il passato, gli uomini e gli animali, i malati, i maltrattati e gli odiati, gli errori e le impronte delle bestie che non esistono, le interpretazioni fallite, il cibo scaduto, e tu Alice, con il corpo orribilmente maciullato.</p>
<p>Tutto quello che pensavamo di aver seppellito.</p>
<p>S’aggrappano alla memoria come fa la neve sulle pareti più alte dell’Annapurna, per sempre. Ai ghiacciai non basterà certo il tempo d’uno scioglimento, per sparire: con il freddo del nuovo anno torneranno ad affondare ferite nella carne. Raschiano via tutte le nostre difese, crivellano la testa d’urla e di sputi, aggrediscono il corpo di sogno. Preghiamo per un’inversione magnetica dei poli, un cataclisma. Poi ci svegliamo.</p>
<p>I campi coltivati hanno colori marrone, verde chiaro, giallo.</p>
<p>Eric continua a camminare, camminare. Anch’io cammino, cammino, pesto i piedi sempre più forte, sfascio le articolazioni, sfracello la terra sotto i piedi. Il tramestio del tuo corpo scomposto, del tuo odore, in piena notte. Ti agiti e mi ti aggrappi al busto mentre il letto si inclina a novanta gradi, e solo la forza delle mie braccia, appese per le dita al bordo del materasso, ci tiene in vita sopra la voragine che si è aperta ai piedi del letto. Hai un alito terribile, trattengo il respiro per ore, mentre ti tengo la vita, impedendo che ti cada.</p>
<p>Quando mi sveglio, ho il tuo odore meraviglioso cacciato nelle narici, dolce, la morbidezza delle tue cose, il sapore della parete frontale della tua vagina sulle dita, che me le caccio subito in bocca. È l’illusione del dormiveglia. Guardo i miei piedi nudi, sporchi, le ginocchia vecchie, le tue gengive in mostra mentre ridi del mio corpo dimenticato.</p>
<p>Queste montagne ci contaminano, siamo i malati della pioggia monsonica, io e Eric, pieni di pustole e sanguisughe, con lo stomaco a rivoltarsi per il cibo andato a male, non ci laviamo mai. Affondo le mani nella barba come se volessi tirare il vomito fuori dalla gola.</p>
<p>Vorrei che da ragazzino m’avessero insegnato a saltare più lontano, rompendo, leggero, l’ordine del tempo, così da evitare l’ostacolo in cui ho inciampato all’inizio di questa breve lettera, sopra quelle montagne, e presentarmi alla finestra di camera tua per spaccarla con una testata. Prendo un pezzo di vetro e lo uso per inciderti il petto; lo spalanco e lo riempio di queste angosce che anche la sera, anche dopo aver dimenticato gl’incubi del mattino e faticato tutti i chilometri e le ore di veglia, sono ancora lì, prima che mi addormenti.</p>
<p>Ho passato tutto il giorno a pensare a te e a guardare le montagne.</p>
<p>Acqua, roccia, giungla, neve, deserto. Nell’ultimo mese avrò camminato 400 chilometri, su giù su giù ogni giorno, nel pantano umido e sporco e fangoso dei tuoi ricordi inquinanti, delle grandiose colpevolezze; questo splendido narcisismo che ci rende i potentissimi campioni del nostro destino. Ci relega al passato come se ne fossimo gli ultimi colpevoli. Vorrei catalogare in un solo pensiero dalla durata breve, in una compressione mnestica, la malvagia gravidanza delle mie nostalgie, la concentrazione d’immagini del tuo viso breve e spaventato, e riporlo in uno spazio della mente dove la mia desolazione le possa affrontare e annientare.</p>
<p>Siamo rimasti in silenzio molto a lungo; un’ora, forse. C’è stato un tuono, l’ennesimo, e poi Eric mi ha rivolto la parola, con il tono di voce molto alto, perché io lo potessi sentire al di là del temporale:</p>
<p>– Questa è la storia del mio tatuaggio. Ci sono alcuni segni, sul mio corpo, di cui Misato ha tracciato una nuova identità. Tutti questi segni io li ho perduti, non sono più in mio possesso. Ne posso solamente raccontare la storia. Questa linea che ho qui sul braccio è uno di questi segni.–</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È tardi adesso, devo smettere di scrivere e tornare a casa perché il bar sta chiudendo e perché ormai è buio. Gli occhi si confondono e non riescono a seguire il segno della penna sulla carta come dovrebbero.</p>
<p>I canali sono immobili. Dal ponte dell’Accademia qualcuno ha gettato in acqua una barca di carta, dopo averle dato fuoco, e ora quella scivola sulla superficie del Canal Grande; verso San Marco, verso la Laguna. Domani rileggerò quello che ho scritto, finirò la mia lettera e poi te la spedirò.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La luce prima, il turbamento poi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/02/05/la-luce-prima-il-turbamento-poi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Feb 2014 07:30:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro chiappanuvoli]]></category>
		<category><![CDATA[Emanuele Tonon]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[lettera]]></category>
		<category><![CDATA[madre]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Sleep Party People]]></category>
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					<description><![CDATA[Lettera a Emanuele Tonon scritta da Alessandro Chiappanuvoli &#160; Caro Emanuele, è quasi un mese ormai che ho finito di leggere La luce prima, ma finora ho aspettato a scriverne, seppure una reazione me l’abbia scatenata il tuo libro. Ho aspettato perché ho avuto un po’ di paura, lo confesso. Molti occhi in questo momento sono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/LA-LUCE-PRIMA.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-47488" alt="LA-LUCE-PRIMA" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/LA-LUCE-PRIMA.jpg" width="249" height="387" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/LA-LUCE-PRIMA.jpg 249w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/LA-LUCE-PRIMA-193x300.jpg 193w" sizes="(max-width: 249px) 100vw, 249px" /></a>Lettera a<b> Emanuele Tonon</b> scritta da<b> Alessandro Chiappanuvoli</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Caro Emanuele,</p>
<p>è quasi un mese ormai che ho finito di leggere <a href="http://www.isbnedizioni.it/libro/186">La luce prima</a>, ma finora ho aspettato a scriverne, seppure una reazione me l’abbia scatenata il tuo libro. Ho aspettato perché ho avuto un po’ di paura, lo confesso. Molti occhi in questo momento sono puntati su di te e il tuo nome circola sempre più spesso sulle bocche di esperti del settore e non ho voluto espormi. Mi spiego. Non è che abbia paura di dire che il tuo libro non mi è piaciuto, non è questo il punto perché sono convinto che La luce prima non sia un’opera scritta per piacere, ho avuto paura di ammettere che mi ha turbato, profondamente.</p>
<p>Ho cominciato l’anno passato a ricordare il tuo nome, letto qua è là su internet, con l’uscita del tuo ultimo lavoro. Non fu l’argomento Marco Simoncelli (<a href="http://www.66thand2nd.com/libri/99-i-circuiti-celesti.asp">I circuiti celesti</a>) a incuriosirmi, ma i post lusinghieri sui social network di tante conoscenze, per te amici, che abbiamo in comune. Lessi così un tuo racconto sul primo volume della rivista <a href="http://www.wattmagazine.it/">Watt Magazine</a> e, devo dire, quell’estratto proprio da La luce prima, però decontestualizzato, non mi impressionò particolarmente. Mi promisi però di leggerti meglio. Nei giorni immediatamente precedenti all’ultima edizione della fiera Più libri più liberi, diverse persone mi dissero che sarebbero venute alla tua presentazione e mi avevano invitato a partecipare. Non riuscii a venire quel venerdì, fui presente a Roma solo il sabato e me ne andai in giornata. Passai tuttavia allo stand della Isbn Edizioni e presi questo tuo libro, lo scelsi istintivamente, loro mi consigliarono pure di partire da <a href="http://www.isbnedizioni.it/libro/267">Il nemico</a> ma non volli sentire ragioni, ormai avevo scelto. Lessi inoltre, a ridosso del Natale, il tuo scambio di lettere con Moresco, fu la svolta decisiva che mi fece prendere in mano La luce prima.</p>
<p>Le pagine iniziali, devo ammetterlo, sono state difficili per me. Mi sono sentito fuori luogo, come una persona estranea presente per caso a un momento familiare decisivo, o peggio, a un delicato scontro d’amore. Sulle prime non ne coglievo correttamente il senso del testo e ti rivelo che mi sono anche interrogato sul perché delle tante parole d’elogio spese in tuo elogio che avevo letto. Mi sono detto più volte di andar via, di chiudere il libro e di nasconderlo tra gli altri nella libreria, non con rancore però, sia chiaro, avrei voluto farlo con tacito riserbo, invece, come se non avessi voluto disturbare il tuo mondo, umano e letterario. Ogni volta però, la sera, aprivo di nuovo La luce prima e ne leggevo qualche pagina. Ti giuro, non ho continuato per la curiosità morbosa di sapere di più su te e su tua madre, né per interesse critico, per carpire insomma qualche segreto dallo scrittore alla moda di turno, e poi, confesso che ho avuto subito l’impressione che il tuo libro non volesse dimostrare nulla, tantomeno il tuo talento, ma che fosse piuttosto, e avevo ragione, un gorgo, un vortice centripeto che ingoia dai piedi. Ho continuato a leggerlo, invece, proprio per quel turbamento cui accennavo e che prendeva sempre più forma in me, e poi perché, come te, amo mia madre, e mio padre, e mi spaventa l’idea di perderli, e ancora perché, più di tutto, mi spaventa l’idea di perderli prima che abbia potuto esprimergli tutto il mio amore, e la mia gratitudine, e pure i rancori e le paure legate così visceralmente al nostro rapporto. Sai, vivo in una terra dove la morte ha deciso di venire a vivere in pianta stabile, deve essersi affittata una casa in centro storico, credo, e questa presenza mi turba, mi turba tutta questa imprevedibile fragilità alla quale non ero mai stato abituato.</p>
<p>A causarmi quel turbamento penso sia stata la domanda che si è insinuata nel mio cervello, pagina dopo pagina, notte dopo notte. Trovarle risposta mi pareva che potesse essere il modo giusto per dargli pace, a quel turbamento. Ebbene, in queste settimane, ho capito che non è vero, che non è possibile quietarlo, trovare la risposta a quella domanda è solo un gioco al massacro, è infliggersi gratuitamente un dolore, è masochismo. Ecco, quella domanda: «Sono capace io – non solo come scrittore ma come uomo – di soffrire così tanto? Di causarmi tanta sofferenza? Sono capace di spogliarmi completamente di ogni riservatezza e di ogni artificio retorico per mettere a nudo il mistero emotivo e razionale che mi lega non solo a mia madre ma a qualsiasi altra persona?»</p>
<p>Tu ne sei stato capace, te ne devo dare atto, ed è questo il pregio principale del libro: la dimostrazione tua, di uomo e di scrittore, di saperti mettere totalmente in gioco, senza esitazioni, per certi versi, e al contempo con una paura fottutissima, umana, che traspariva in ogni parola.</p>
<p>Forse quel mio turbamento era mosso anche dall’invidia, chissà, l’invidia per il tuo coraggio, non lo escludo. Preferisco però, per un mio equilibrio psicofisico, pensare che si sia trattato di innocente ammirazione. Vedi, dal mio punto di vista, il valore di questo tuo coraggio, e quindi del libro, non si esprime tanto nelle immagini che hai scelto di raccontare, né nei dettagli che hai descritto, quelle piccolissime e preziosissime verità familiari che riveli prima di tutto a te stesso, e poi a tua madre, e poi a tutti noi, quanto invece nella capacità tua, personale, di far breccia, di riuscire a portare finalmente la luce nella buia vulnerabilità che ogni essere umano ha dentro di sé, e che poi scatena domande inquietanti come la mia. È come se, scavando dentro te stesso, avessi scavato e tirato fuori segreti inconfessabili, archetipi umani, dentro di me, e dentro ogni uomo che ha calcato la superficie del pianeta. È la tua confidenza col mistero che mi ha turbato. È stata non tanto la tua fede dichiarata, quanto la tua fedeltà al mistero stesso che mi ha illuminato, prima, e conquistato, poi.</p>
<p>Grazie.</p>
<p>Vorrei farti dono in cambio, perché è vero che il dono genera alleanze, il video di questa canzone, che mi ha fatto pensare a te e alla tua Luce.</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=TPlQmBqtOjU">http://www.youtube.com/watch?v=TPlQmBqtOjU</a></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Atlantide, Il Grande Dittatore e un dubbio capitale sulla scrittura collettiva – Una lettera a Vanni Santoni</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/03/17/atlantide-il-grande-dittatore-e-un-dubbio-capitale-sulla-scrittura-collettiva-una-lettera-a-vanni-santoni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Mar 2013 07:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[atlantide]]></category>
		<category><![CDATA[George Perec]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
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		<category><![CDATA[oulipo]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura collettiva]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Zucco Caro Vanni, domenica scorsa incontro un tuo lungo articolo su La Lettura del Corriere della sera, e affrontando quest’ultimo lo strano caso della scrittura collettiva, un argomento e una modalità di composizione letteraria che affiora ciclicamente nei punti più disparati dell’oceano della letteratura, un’isola tipo Atlantide, con i suoi fasti e le [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><figure id="attachment_45138" aria-describedby="caption-attachment-45138" style="width: 839px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Mappa-immaginaria-di-Atlantide-dal-Mundus-Subterraneus-di-Athanasius-Kircher-pubblicato-ad-Amsterdam-nel-1665-la-mappa-è-orientata-con-il-Nord-verso-il-basso..gif"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-45138" alt="Mappa immaginaria di Atlantide tratta dal Mundus Subterraneus di Athanasius Kircher, pubblicato ad Amsterdam nel 1665, la mappa è orientata con il Nord verso il basso." src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Mappa-immaginaria-di-Atlantide-dal-Mundus-Subterraneus-di-Athanasius-Kircher-pubblicato-ad-Amsterdam-nel-1665-la-mappa-è-orientata-con-il-Nord-verso-il-basso..gif" width="839" height="581" /></a><figcaption id="caption-attachment-45138" class="wp-caption-text">Mappa immaginaria di Atlantide tratta dal Mundus Subterraneus di Athanasius Kircher, pubblicato ad Amsterdam nel 1665, la mappa è orientata con il Nord verso il basso.</figcaption></figure></p>
<p>Caro Vanni,</p>
<p>domenica scorsa incontro <a title="articolo e paratesti" href="http://www.scribd.com/doc/129587307/Storia-e-Prospettive-Della-Scrittura-Collettiva-in-Italia-La-Lettura-10-03-2013" target="_blank">un tuo lungo articolo</a> su <i>La Lettura</i> del <i>Corriere della sera</i>, e affrontando quest’ultimo lo strano caso della scrittura collettiva, un argomento e una modalità di composizione letteraria che affiora ciclicamente nei punti più disparati dell’oceano della letteratura, un’isola tipo Atlantide, con i suoi fasti e le sue cupole dorate che balenano negli occhi di qualche avventuriero per pochi istanti prima di inabissarsi ancora tra i flutti, mi ci sono calato dentro, cercando di avvistare la stessa isola dalla prua del mio divano.</p>
<p>Del resto, è un luogo comune, ormai, anche se il più difficile da conseguire: fare letteratura, perdere giorni sonno forze dietro le continue evoluzioni dei personaggi e della lingua – dei personaggi dentro la lingua, della lingua dentro i personaggi – riesce davvero solo se chi scrive, forzando la propria natura, bucando il guscio di granito in cui prospera incontrastato Il Grande Dittatore del proprio Io, riesca a connettersi a tutto e ogni cosa, dalla materia inerte alla più insignificante creatura alla più lontana esplosione stellare. E scrivere a più mani, da subito, nel furioso e diacronico battere sui tasti di un numero elevato di dita, rende evidente una tra le possibili soluzioni al problema, non fosse altro che Il Grande Dittatore da solista si trova a cantare in coro, guardandosi per forza di cose intorno e tentando di accordare la propria voce a quella degli altri partecipanti alla scrittura. Non è un caso, infatti, che nell’articolo si parli di <i>concertazione nella produzione di un testo</i>: più voci, fondendosi, corrompendosi, modulando ognuna in funzione delle altre, avverano una nuova trama, una nuova tessitura, una nuova composizione in cui un mondo &#8211; reale o presunto, minuto o espanso, nella sua ineguagliabile stilizzazione e complessità &#8211; trova un senso o lo disperde, lasciando ai propri lettori la sensazione che la vita sia questa festa mobile, per dirla con Hemingway, o la migliore catastrofe in cui avventurarsi o battere i denti.</p>
<p>Da parte mia, andando indietro nella storia della letteratura, sebbene con qualche forzatura, ho sempre inteso la scrittura collettiva come <i>un’officina di letteratura potenziale</i>, la formula con cui i componenti dell’OuLiPo, nel 1960, definivano la letteratura che veniva fuori da una scrittura vincolata, dove i vincoli, le restrizioni, i <i>contraintes</i>, le regole categoriche adottate convenzionalmente prima di mettersi a scrivere – George Perec, per esempio, venne a capo di un intero romanzo senza mai usare la lettera e – costringevano gli scrittori a battere nuove piste, altri modi per affrontare la realtà, il verosimile o il suo contrario. E scrivere in 115, come è capitato a te, mettendo a punto un metodo, convogliando in un unico e coerente risultato le spinte centrifughe a cui porta il furioso e diacronico battere sui tasti di molteplici dita, non è altro che consegnarsi a questa enorme costrizione, tentando di tramutarla da vincolo in risorsa, rendendola più che altro produttiva di idee e soluzioni. Per essere parecchio vintage, questa costrizione non sarebbe altro che una musa, in fondo.</p>
<p>Ma continuando la lettura dell’articolo, oltre a incrociare un illuminante excursus di come la scrittura collettiva abbia trovato in Italia un terreno particolarmente fertile, abbondano tutta una serie di riferimenti ai software open source e all’intelligenza collettiva della rete, certo, alle similitudini con le botteghe rinascimentali come officine di creazione e luoghi di confronto e pianificazione, va bene, alla palestra in cui possono consapevolmente accedere perfetti sconosciuti per diventare poi gli artisti di un prossimo futuro, giustissimo, alla messa in ombra degli aspetti più deleteri e velenosi dell’autore al tempo della società dello spettacolo, senz’altro, alla constatazione che ogni testo è una produzione collettiva a cui concorrono le più diverse e troppe volte anonime professionalità, ok.</p>
<p>E la letteratura? E la fuoriuscita dal proprio Io e la connessione a tutto e ogni cosa? E il mondo e l’assegnazione o la dispersione di senso?</p>
<p>In un attimo scorgo Atlantide, poi volutamente la perdo di vista, non inseguendo più le cupole dorate, ma un dubbio capitale. Che la scrittura collettiva, molto più della scrittura sostenuta in completa solitudine, sia una sfida artistica così impegnativa da un punto di vista psicologico, così sfiancante in campo relazionale, così snervante per la ricerca continua di equilibrio e compromesso tra le parti in causa, che alla fine chi la pratica sostituisce il fine, la letteratura, al mezzo per arrivarci, il metodo di scrittura collettiva – diventato a questo punto un valore, un valore assoluto.</p>
<p>Tra l’altro, lo dici molto chiaramente nell’articolo. <i>Due erano i nostri obiettivi: codificare un metodo di scrittura collettiva che potesse essere usato da chiunque, per qualunque tipo di testo narrativo, e utilizzarlo per realizzare un romanzo a molte mani che fosse sufficientemente valido da arrivare alla pubblicazione con un editore di primo piano.</i></p>
<p>Ed è proprio a questo punto che il dubbio iniziale ne produce molti altri: possibile che a una simile profusione di forze e immaginazione collettiva debba seguire un risultato piccolo piccolo, cioè un romanzo sufficientemente valido da arrivare alla pubblicazione? E la scommessa, l’ambizione dei risultati? Dove differirebbe questo romanzo rispetto a quello scritto da un unico scrittore, nel numero dei suoi autori? E non è questo un modo per prestare il fianco al mercato piuttosto che alla letteratura? Non è che messa così, i 115 autori, evidenziati in grassetto, manipolati pubblicitariamente come un fenomeno da guinness dei primati, diventano un’arma del marketing e della promozione editoriale invece che un setaccio raffinatissimo delle ossessioni umane?</p>
<p>Io non so se riuscirei mai a partecipare a un progetto di scrittura collettiva. Mi sembra già così complicato, alle volte, allineare le parole in completa solitudine cercando il giusto modo di dire le cose. Mi sembra, alle volte, che il Grande Dittatore mi reclami a sé e che io non riesca fino a fondo a uscire dal suo guscio o, a mali estremi, rendere l’interno di quel guscio un mondo angusto però abitabile – di Ferdinand Céline, in fondo, ce n’è stato uno, e pochi come lui. Ma la scrittura collettiva, secondo me, se spinta al vertice delle sue possibilità, anche se tra mille complicazioni, ha modo di ovviare con molta più forza e decisione questo problema. C’è in gioco la possibilità di connettersi ancora più profondamente a tutto e ogni cosa. Anche se Atlantide, nell’orizzonte di questo articolo, è balenata davvero troppo poco in bella vista.</p>
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		<title>Irpinia tumefatta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 09:30:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Franco Arminio Caro Latouche, quando ero bambino aspettavo con ansia la neve. Ero, come tutti i bambini, desideroso di non andare a scuola. Il mio maestro non era un tipo mite, ma a quei tempi era normale che un maestro maltrattasse i suoi allievi. E allora la neve era una delle poche speranze che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/01/28/41461/latouche_disegno/" rel="attachment wp-att-41462"><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-41462" title="latouche_disegno" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/latouche_disegno-300x291.jpg" alt="" width="300" height="291" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/latouche_disegno-300x291.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/latouche_disegno.jpg 335w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>di <strong>Franco Arminio</strong></p>
<p>Caro Latouche,</p>
<p>quando ero bambino aspettavo con ansia la neve. Ero, come tutti i bambini, desideroso di non andare a scuola. Il mio maestro non era un tipo mite, ma a quei tempi era normale che un maestro maltrattasse i suoi allievi. E allora la neve era una delle poche speranze che avevo, oltre alle malattie, per non andare a scuola. Quando nevicava c’era un altro motivo per cui ero contento. La neve bloccava quel poco di vita motorizzata che c’era nel paese. Mi piaceva che la vita si fermasse, perfino il fatto che andava via la corrente mi dava una certa esultanza, perché con la corrente andava via la modernità. Niente televisione, ma chiacchiere e partite a carte davanti al fuoco.<br />
<span id="more-41461"></span><br />
Erano gli anni sessanta. L’Irpinia cominciava a crescere, era una crescita lenta, che non cambiava l’aria dei luoghi. Le cose nuove, le cose moderne, si sistemavano prendendosi solo una parte della scena. Poteva essere la carta da parati, potevano essere i termosifoni o anche solo il cestino di plastica sulla tavola, comunque era un addobbo superficiale, il paese come focolare e grembo di tutti rimaneva ben vivo.</p>
<p>Poi arrivò il terremoto e la ricostruzione. Qui l’idea della crescita fu quanto mai nefasta. La rottamazione del mondo contadino divenne sempre più veloce e il cesto delle comunità cominciò a perdere molti fili. Lo sviluppismo portò a immaginare piani urbanistici assolutamente sovradimensionati. E il risultato adesso è sotto gli occhi di tutti: ci sono più case che abitanti. E quei pochi che sono rimasti abitano per lo più nelle periferie. I paesi hanno il buco al centro. Da qui la sensazione di vuoto che danno a chi li attraversa e a chi li abita, il loro rianimarsi solo nel mese di agosto o quando c’è qualche funerale. Siamo passati dallo sviluppismo alla desolazione. E i dirigenti politici di allora, che curiosamente sono in gran parte anche quelli di adesso, appaiono come sigillati nelle loro fumose manfrine, tesi a preservare poteri e privilegi.</p>
<p>L’Irpinia di oggi si presenta tumefatta, ammaccata dalla modernizzazione incivile, ma è un luogo molto interessante, perché qui più che altrove si sta provando a dire e a fare qualcosa di diverso. La tua analisi dei guasti prodotti dallo sviluppismo qui trova una palese conferma, ma anche i tuoi ragionamenti sulla necessità di trovare un’altra strada, qui possono trovare un terreno propizio. Magari del mio lavoro parlerò durante la pubblica conversazione che faremo domani. Ora mi preme farti cenno al fatto che a dispetto di tanti sfregi, l’Irpinia è ancora una provincia bellissima. La sua bellezza non è fatta di luoghi famosi e pezzi firmati. Bisogna andarsela a cercare, è una bellezza diffusa sopratutto sui bordi e nelle zone più alte. Penso che ti possa dare belle suggestioni fare un giro in posti come Montefusco, Montaguto, Trevico, Senerchia, Monteverde, Cairano. Proprio in quest’ultimo paese abbiamo fatto per due anni un festival di arti e di pensieri adiacenti all’idea della decrescita. L’Irpinia ha sempre avuto un’economia fragile. E forse questa fragilità ha sempre tenuto viva una certa predisposizione al pensiero. E da questo umore pensoso nascono pericoli e opportunità. Da una parte l’accidia, la maldicenza, e altri prodotti tipici della mentalità provinciale, dall’altra una vena utopica che porta a concepire quello che manca come una risorsa. E allora a Cairano parlavamo di museo dell’aria. E sull’altopiano del Formicoso ci siamo opposti tenacemente a chi voleva esportare i rifiuti in una terra considerata vuota.</p>
<p>Insomma, caro Latouche,<br />
qui ci può essere una significativa ricaduta locale del tuo pensiero.<br />
A questo proposito mi piacerebbe che tornassi in Irpinia per mostrarti quanto sono pieni i nostri vuoti.</p>
<p>Nei prossimi mesi nell’ambito del parco letterario dedicato al grande irpino Francesco De Sanctis, ci saranno una serie di incontri con pensatori ed artisti molto vicini alla tua sensibilità e in generale molto attenti ai luoghi. Non a caso il primo incontro sarà col geografo Franco Farinelli. Mi piacerebbe che l’ultimo incontro fosse con te. Sarebbe incoraggiante che questo tuo primo passaggio irpino ti convincesse a impiantare qui una sorta di laboratorio della decrescita. Non siamo stati bravi a seguire le sirene dello sviluppo, sicuramente saremo meno zoppicanti su una strada in cui si sta bene o si sta male tutti assieme e non ognuno per conto suo.</p>
<p>Io non sono un esperto di economia. La mia critica alla modernità si basa sul malessere che sento in me e che vedo in giro. La dittatura dell’economia mi pare abbia portato a una sorta di autismo corale. Prima era come se la vita di ognuno uscisse da un fondo comune. Adesso questo fondo si è molto assottigliato. Mi viene da pensare a uno zoccolo di luce, consumato dal buio delle infinite transazioni quotidiane per curare i nostri interessi personali. Molti sono riusciti ad affrancarsi dalle miserie materiali anche di un recente passato, ma per tutti adesso c’è lo zoccolo della miseria spirituale. Come se la vita di ognuno, anche quella più ricca, fosse comunque impoverita dallo squallore di fondo in cui girano le cose.<br />
La mia adesione alla decrescita è emotiva prima che intellettuale. Sento la necessità di restare qui, ma di restare contribuendo a inventare nuove comunità. Io le chiamo comunità provvisorie. E con questa espressione penso alla certezza dei danni che il modello capitalista arreca al pianeta e alle persone che ancora possiamo dire umane. Non altrettanta chiarezza c’è sull’alternativa. Forse ci vuole che maturi proprio un’altra percezione, un’altra idea del nostro stare al mondo. E forse il fallimento del comunismo è stato dovuto al fatto che non era poi un modello veramente alternativo al capitalismo. In attesa che arrivi un nuovo umanesimo, che a me piace immaginare possa venire da posti come questo, forse si possono tracciare strade provvisorie, strade che non sono dirette verso il sol dell’avvenire, ma che permettano almeno di farci un poco meglio compagnia.</p>
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		<title>Il Sole 24ore, i poeti e la poesia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Oct 2010 08:00:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Pubblico molto volentieri questo post di Azzurra D&#8217;Agostino ed il link ad una sua lettera sulla poesia indirizzata al caporedattore del Sole 24ore. Ho chiesto ad Azzurra se potevo dare visibilità a questo su gesto su Nazione Indiana, e lei ha acconsentito, per questo la ringrazio. Del suo discorso condivido tutto, e le riconosco una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em> Pubblico molto volentieri questo post di Azzurra D&#8217;Agostino ed il link ad una sua lettera sulla poesia indirizzata al caporedattore del Sole 24ore. Ho chiesto ad Azzurra se potevo dare visibilità a questo su gesto su Nazione Indiana, e lei ha acconsentito, per questo la ringrazio. Del suo discorso condivido tutto, e le riconosco una pacatezza e ragionevolezza dei toni necessarie, ma che, io, ad esempio, non sarei riuscita ad avere. (f.m.)</em></p>
<p>di <strong>Azzurra D&#8217;Agostino</strong></p>
<p>Il 3 ottobre scorso, dopo aver letto l&#8217;inserto domenicale del Sole 24ore, scrissi al caporedattore una lettera di protesta/richiesta. Il mio disappunto verteva sul fatto che lo spazio dedicato alla poesia, su tutti i giornali sempre molto ridotto e spesso all&#8217;acqua di rose, fosse da qualche tempo occupato dagli interventi di Davide Rondoni. Ora, la mia lettera non voleva essere un semplice attacco alla persona di Rondoni, che non conosco personalmente e che nulla mi ha fatto, bensì una riflessione che a partire da questo ampliasse un po&#8217; il suo raggio. <span id="more-36983"></span>La presenza di Rondoni <em>anche</em> sul 24ore mi è sembrata insomma qualcosa su cui riflettere. Non perché Rondoni non sia degno di comparire sul più rilevante inserto culturale italiano: egli è figura controversa che non va censurata. Però avendo lui moltissimi altri spazi (tra cui la televisione), ed esprimendo spesso opinioni che comunque hanno un che di allineato a dettami di certo ortodossi (sia verso la Chiesa che verso il Governo) mi è sembrato il caso di segnalare che ci sono in Italia moltissimi altri bravi poeti di certo degni di fare riflessioni e proposte di lettura magari diverse, con altri orizzonti, e che di spazi per far sentire la loro voce ne hanno molti molti meno. Ora, le poche battute che a Rondoni sono affidate non sono in sé quello che fa la differenza, non è solo questo. Dargli o meno spazio non è infatti una questione solo di equilibrio ma proprio di concezione della cultura e della politica culturale. Dare spazio alla poesia ma soprattutto al modo di parlarne, ai temi che apre, alle questioni che solleva, è qualcosa che ha una certa rilevanza e non basta “marcare il cartellino” come se fosse indifferente il libro o i libri che si considerano, e chi li recensisce.<br />
La mia lettera è stata di certo molto appassionata e dai toni accesi, che possono essere letti anche come offensivi, sebbene non fosse questo ciò che desideravo esprimere.<br />
Cosa di cui mi sono scusata personalmente con lui, a cui ho chiesto che la lettera venisse recapitata e che so essere stata da lui letta – in un qualche modo infatti mi ha risposto, tranne sull&#8217;unica domanda che gli ho posto: ma Bondi come “poeta”, le piace?</p>
<p>Ora, penso che più che una sconosciuta come me, sarebbe doveroso ascoltare la voce e l&#8217;opinione dei poeti chiamati in causa e naturalmente anche di tutti gli altri non citati. Magari per essere smentita, per sapere se e dove sbaglio e cercare di andare più a fondo nell&#8217;analisi (mi è stato detto di essere semplicemente ideologica e banalmente anticlericale – vorrei mi si spiegasse di più, se davvero è così). Penso che quando ci sembra che qualcosa non vada sia il caso di iniziare a dirlo, e non fare finta di nulla perché tanto non è importante e niente può essere mutato e poveri noi eccetera. In questo momento mi sembra invece che tutto sia molto importante. Soprattutto sbilanciarsi.<br />
Dunque chiederei a chi voglia farlo, di esporsi e dire se non sia il caso di pretendere che il tiro sia un po&#8217; più alto, che il dibattito intellettuale sia più esigente e accolto nella sua complessità, complessità che non è solo un bianco e nero in cui basta dar voce una volta a un cattolico e un&#8217;altra a un comunista per aver fatto dei passi avanti arricchenti. Penso occorra molto di più e molto più andare a fondo ed entrare molto di più in crisi. Ripeto: non è Rondoni la questione, ma quello che scegliere lui o chi per lui significa.<br />
Ringrazio per l&#8217;attenzione.</p>
<p><strong>La lettera in questione può essere letta <a href="http://www.facebook.com/note.php?note_id=10150265701655515&#038;id=1538955896&#038;ref=mf">QUI</a>. </strong></p>
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		<title>Caro Papà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 16:03:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[una possibile lettera di risposta del figlio di Celli immaginata da Piero Sorrentino Caro papà, grazie dei complimenti per la carriera universitaria che mi fai dalle pagine di uno dei principali quotidiani di questo Paese. È una fortuna non da poco. Non tutti i figli hanno il privilegio di leggerli, e non tutti i padri [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/busta2-240x300.jpg" alt="busta" title="busta" width="240" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-26930" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/busta2-240x300.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/busta2.jpg 280w" sizes="(max-width: 240px) 100vw, 240px" /></p>
<p><em>una possibile lettera di risposta del figlio di Celli immaginata da</em> <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p>Caro papà,</p>
<p>grazie dei complimenti per la carriera universitaria che mi fai dalle pagine di uno dei principali quotidiani di questo Paese. È una fortuna non da poco. Non tutti i figli hanno il privilegio di leggerli, e non tutti i padri di scriverli. Per esempio il papà del mio compagno di corso Cesare, un metalmeccanico di Latina con tre figli e una moglie casalinga, ha acquistato nelle pagine di cronaca locale del <em>Messaggero </em>un piccolo box di tre righe per la laurea di suo figlio: solo per la soddisfazione di veder comparire il nome del suo pupillo &#8211; e la relativa, brillante votazione &#8211; a pag. 47, nella colonna riservata alla “piccola bacheca”, tra un annuncio di massaggi erotici e un appello per il ritrovamento di <em>Bibo</em>, un cucciolo di Jack Russell scomparso a Vairano Scalo la settimana scorsa.<br />
<span id="more-26926"></span><br />
Ho letto con attenzione la tua <a href="http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/scuola_e_universita/servizi/celli-lettera/celli-lettera/celli-lettera.html">lettera</a>. Intanto mi chiedo perché tu non me l’abbia lasciata sul tavolo della cucina, o spedita nella mia casella privata di posta elettronica. Che, per caso ti si è impallata di nuovo la rubrica, e il mio nome è andato a finire sotto l’indirizzo della redazione di <em>Repubblica</em>?<br />
Non ti preoccupare; anche se fosse stato un gesto sbadato, non importa. È lo stesso una lettera bellissima. Lo sfogo di un uomo amareggiato, addolorato. Un’invettiva rabbiosa contro i poteri forti di questo Paese. Contro chi questo Paese se l’è mangiato, giorno dopo giorno, ingoiandolo a grossi bocconi o a microscopici pezzi. Contro questa “società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l&#8217;affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.”. Ben detto, papà. Un Paese debole, cinico, falsamente morale ma profondamente moralista, che ama presentarsi al mondo sotto una veste seducente e amabile, salvo poi sapersi vendere in privato al miglior offerente, al più forte, al più aggressivo, al più furbo, al più ricco; un popolo capace di nascondere sotto una coltre di frizzi e lazzi il peggior sangue, le truffe più pericolose, le ribalderie della peggior specie. Bravo papà!<br />
Gruppi bancari, università, compagnie telefoniche, aziende che fatturano centinaia di milioni di euro. <em>Unicredit</em>, <em>Eni</em>, <em>Omnitel</em>, <em>Wind</em>, <em>Rai</em>, <em>Luiss Guido Carli</em>. Tu sì che sei un esperto della materia! In questi anni sei stato immerso fino al collo nel midollo di potere italiano. Ti sei seduto su poltrone che scottavano. Sei stato per ben tre anni al vertice della Rai. Direttore generale, eh! Tre anni son tanti. Chissà quanto ti sei dovuto barcamenare tra lottizzazioni selvagge, tentativi di raccomandazione, bustarelle, intrallazzi, veleni. Non deve essere stato facile per te uscirne talmente pulito da poterti permettere di scrivere a testa alta quella lettera a <em>Repubblica</em>. Papà, che orgoglio mi dà la stesura di questa lettera! Che brivido mi corre lungo la schiena, a leggere il tuo appello a lasciare questo Paese martoriato da gruppi bancari, università, compagnie telefoniche, aziende che fatturano centinaia di milioni di euro all’anno. Ma come hai fatto, mi chiedo?<br />
Hai tenuto gli occhi chiusi per tutti questi anni, papà mio? Il naso turato per non sentire il puzzo che saliva da sotto quelle potentissime poltrone che hai occupato? Quanto hai dovuto tenere stretti i tuoi occhi, papà, per non vedere il marcio che mi indichi nella tua meravigliosa lettera?<br />
Quanto dolore, povero papà mio.<br />
Mica come il papà di Cesare, il metalmeccanico con le ritenute fiscali in busta paga. Lui di questo Paese non sa niente. Tu no, papà. Tu sai tutto.</p>
<p>Ti abbraccio,</p>
<p>tuo figlio</p>
<p>p.s. Mi è arrivata una email anonima. Contiene la scheda editoriale del tuo superbo saggio “Comandare è fottere”.<br />
Dice: &#8220;<em>Ci sono troppe cose che si fanno ed è bene non dire</em>. Questo è un libro che non fa giri di parole. Che magari mentre tu stai lì a farli, gli altri ti soffiano la poltrona da sotto il sedere. Il mondo del lavoro è una giungla, con poche regole e tanti aspiranti leoni. Lo sa bene Celli, che per anni è stato ai vertici delle maggiori aziende italiane. E allora risultano inutili, se non addirittura ridicoli, i discorsi buonisti e politicamente corretti sulle strategie per fare carriera.<br />
In questo &#8220;piccolo vademecum per bastardi di professione&#8221; l&#8217;ex presidente della Rai dice tutto quello che di solito in proposito si tace. Ovvero che, alla faccia dell&#8217;utopia delle pari opportunità, &#8220;nascere bene&#8221; aiuta eccome. Così come aiuta saper scegliere la persona giusta da servire per poi abbandonarla quando serve, selezionare alleati e nemici, usare l&#8217;arte della seduzione e della finzione. E quando arrivi poi, consiglia Celli, non guardarti indietro, sii sempre pronto a succedere a te stesso o a farti rimpiangere attraverso i successori.&#8221;</p>
<p>Secondo me è quello stronzo di Cesare. Adesso lo chiamo e gliene dico quattro.</p>
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