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	<title>letteratura cinese &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il fatale talento del signor Rong</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jan 2018 06:00:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Mai Jia, Il fatale talento del signor Rong, Marsilio editori, 2016, 412 pagine, traduzione di Fabio Zucchella Rong Jinzhen è stato il più geniale crittografo cinese del secolo scorso. Ma questo lo scopriremo solo a metà della lettura di Il fatale talento del signor Rong. Prima di giungere a questo punto l&#8217;autore, che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-72216 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/maijia.jpg" alt="" width="582" height="291" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/maijia.jpg 582w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/maijia-300x150.jpg 300w" sizes="(max-width: 582px) 100vw, 582px" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="LEFT"><b>Mai Jia,</b><i><b> Il fatale talento del signor Rong</b></i><b>, Marsilio editori, 2016, </b>412 pagine, traduzione di Fabio Zucchella</p>
<p align="JUSTIFY">Rong Jinzhen è stato il più geniale crittografo cinese del secolo scorso. Ma questo lo scopriremo solo a metà della lettura di<i> Il fatale talento del signor Rong</i>. Prima di giungere a questo punto l&#8217;autore, che è anch&#8217;esso personaggio del romanzo, decide di cercare nel passato le ragioni del suo genio. Rong Jinzhen era destinato a diventare quello che è diventato. Perché aveva una antica ava capace di interpretare i sogni e un nonno professore all&#8217;università. Una dinastia di menti aperte e curiose. Una famiglia dalla testa grossa, in tutti i sensi. Rong Jinzhen ha avuto un&#8217;infanzia complicata, abbandonato dalla madre, cresciuto da un vecchio tutore inglese che lo ha educato leggendogli la bibbia e gli ha lasciato sul letto di morte un incarico gravoso, che diverrà stimolo involontario della sua intelligenza matematica. Ancora adolescente, fragile e geniale entrerà in contatto con un matematico ebreo che riconoscerà il suo talento prodigioso. Fino all&#8217;incontro con i servizi segreti.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;autore riesce a comporre una storia che avvince e allo stesso tempo non rispetta alcuna stanca regola delle spy stories all&#8217;occidentale. Sembra, quello raccontato in questo romanzo, il reportage di un giornalista curioso, di uno scrittore che nella vita vera ha lavorato per anni come crittografo e che quindi conosce un mondo fatto di muri invalicabili, di porte chiuse, di misteri da tenere segreti. Al punto che si dubita se Rong Jinzhen sia vissuto per davvero o sia solo il sogno di un crittografo diventato scrittore.</p>
<p align="JUSTIFY">Mai Jia evita orientalismi inutili. Racconta la Cina da cinese, nel secolo di Mao, della seconda guerra mondiale, dell&#8217;invasione giapponese, della rivoluzione culturale. Il tutto visto nel chiuso della testa di un genio fragile, ai limiti dell&#8217;autismo. Ai limiti della follia.</p>
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		<title>Mo Yan: letteratura contadina</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/07/12/mo-yan-letteratura-contadina/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 06:30:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Pira]]></category>
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		<category><![CDATA[Gavoi]]></category>
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		<category><![CDATA[intervista]]></category>
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					<description><![CDATA[(riproponiamo un articolo del 2010 su Mo Yan, oggi Nobel per la letteratura) di Andrea Pira “Chi le ma?” “Hai mangiato?”. È una strana frase da dire a qualcuno quando lo si incontra per strada. L&#8217;equivalente cinese del nostro “come stai?”. Un saluto comune tra le vecchie generazioni per le quali rispondere con un sì [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/mo-yan.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-36081 alignleft" title="mo yan" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/mo-yan.jpg" alt="" width="288" height="250" /></a><em>(riproponiamo un articolo del 2010 su Mo Yan, oggi <a title="wikipedia" href="https://en.wikipedia.org/wiki/Mo_Yan#Nobel_Prize_in_Literature.2C_2012" target="_blank">Nobel per la letteratura</a>)</em><br />
di <a title="China Files" href="http://www.china-files.com" target="_blank"><strong>Andrea Pira</strong></a></p>
<p>“Chi le ma?” “Hai mangiato?”. È una strana frase da dire a qualcuno quando lo si incontra per strada. L&#8217;equivalente cinese del nostro “come stai?”. Un saluto comune tra le vecchie generazioni per le quali rispondere con un sì vuol dire “sto bene”. “Quando ero piccolo, negli anni Sessanta, noi bambini andavamo a cercare le bacche per mettere qualcosa nello stomaco”, ha detto Mo Yan, in Sardegna per partecipare al festival letterario &#8216;L&#8217;isola delle Storie” di Gavoi. Per il più importante autore cinese contemporaneo il cibo fu la musa ispiratrice. “Decisi di prendere carta e penna in mano quando un mio amico mi disse di conoscere uno scrittore che mangiava tre volte al giorno”, ha raccontato. “Ci pensate? Tre pasti, mentre noi vedevamo la gente morire di fame”.<br />
<span id="more-36080"></span><br />
Nato a Gaomi nel 1955, Guan Moye -questo il suo vero nome- ha legato alla campagna tutta la sua opera. “In molti mi chiedono quando scriverò un romanzo ambientato in città. Sinceramente non lo so. Ci sono ancora troppe storie da scrivere sulla vita contadina”.<br />
A undici anni abbandonò la scuola per il lavoro nei campi. “Parlavo molto e non andavo a genio al maestro”, ha detto, “Ero un bambino e non capivo che a quei tempi una parola di troppo poteva costare cara”. Anche per questo prima di uscire di casa la madre gli raccomandava di stare zitto, consiglio subito dimenticato appena varcata la soglia: “Mi sono ricordato di quella frase solo da adulto quando scelsi lo pseudonimo il Mo Yan (senza parole)”.</p>
<p>“Andavo nei campi la mattina presto e tornavo la sera” ha raccontato , “per molti anni ho passato più tempo con gli animali che con gli uomini”. Un&#8217;esperienza messa a frutto nel romanzo &#8216;Le sei reincarnazioni di Xinmen Nao&#8217;, dove Mo rende gli animali -un cane, un toro, una scimmia, un asino e un maiale- gli spettatori privilegiati di cinquant&#8217;anni di storia cinese.</p>
<p>La grande scuola dello scrittore furono gli anziani di Gaomi e l&#8217;esercito. “Passavo le ore a sentire i loro racconti”. Storie e leggende, ha ammesso, diventate materiale per i suoi libri. “All&#8217;inizio pensai: è troppo facile, sto solo raccontando storie tradizionali”.</p>
<p>L&#8217;apprezzato scrittore venne però fuori soltanto dopo aver lasciato la campagna per arruolarsi nell&#8217;esercito. “Fare il soldato era un sogno per noi ragazzi: buon cibo, una bella uniforme e un giorno libero alla settimana. Cose inimmaginabili nel mio villaggio”. È in caserma che si formò “sui libri di Balzac, Calvino, Gabriel García Márquez”, ha raccontato.<br />
“Mentre leggevo il &#8216;Visconte dimezzato&#8217; battevo i pugni sul tavolo domandomi perché una storia così non mi fosse mai venuta in testa”.</p>
<p>Mo scrive di contadini per parlare della Cina. “Uso il passato per descrivere il presente, nelle mie storie i lettori possono ritrovare loro stessi e la nostra società”. La stessa società che, nonostante i progressi e lo sviluppo, “ha visto aumentare la disuguaglianze tra ricchi e poveri e sta distruggendo l&#8217;ambiente”. Peccato i giovani non sembrino interessarsi alla Storia. “Leggono per svago senza prestare molta attenzione a cosa è scritto tra le righe”, ha detto Mo, scettico anche sul proliferare degli scrittori online, “tanti ma di scarso valore, su diecimila racconti pubblicati su internet solo pochi sono buoni”. Anche se, nonostante le critiche, gli autori cinesi che hanno scelto di fare della scrittura online la propria fonte di reddito hanno raggiunto il milione.</p>
<p>Passeggiando tra i vicoli di Gavoi, Mo si ferma e traccia su un pezzetto di carta alcuni caratteri non semplificati, come quelli usati in Cina prima della riforma della scrittura voluta dal governo tra gli anni Cinquanta e Settanta: “Sono più belli”, ha ammesso. Anche questo, forse, un esempio della sua &#8216;letteratura delle radici&#8217;.</p>
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		<title>Giallo di China</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Oct 2009 06:30:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
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		<category><![CDATA[Lavinia Benedetti]]></category>
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		<category><![CDATA[noir]]></category>
		<category><![CDATA[Qiu Xiaolong]]></category>
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					<description><![CDATA[di Simone Pieranni e Lavinia Benedetti [direttamente dalla Cina i due autori ci propongono un testo sulla storia e le classificazioni di genere nella letteratura cinese e un&#8217;intervista a Qiu Xiaolong, forse il più famoso scrittore di gialli cinesi contemporaneo, e noi volentieri pubblichiamo. G.B.] Definizioni Dopo il compasso, la polvere da sparo, perfino gli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/qiu_xiaolong2.jpg" alt="qiu_xiaolong2" title="qiu_xiaolong2" width="454" height="233" class="alignnone size-full wp-image-23560" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/qiu_xiaolong2.jpg 454w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/qiu_xiaolong2-300x153.jpg 300w" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" /></p>
<p>di <strong><a href="http://www.china-files.com/home.php">Simone Pieranni e Lavinia Benedetti</a></strong></p>
<p>[<em>direttamente dalla Cina i due autori ci propongono un testo sulla storia e le classificazioni di genere nella letteratura cinese e un&#8217;intervista a Qiu Xiaolong, forse il più famoso scrittore di gialli cinesi contemporaneo, e noi volentieri pubblichiamo.</em> G.B.]</p>
<p><strong>Definizioni</strong><br />
Dopo il compasso, la polvere da sparo, perfino gli ombrelli, la millenaria cultura cinese non poteva che sostenere di avere anche inventato un genere letterario, ovvero il giallo. Fin da tempi antichissimi il popolo cinese ha mostrato un fervido interesse per vicende a carattere legale-poliziesco. Già sotto il governo dei Qin, dinastia che unificò per prima il territorio cinese nel 221 a.C., compaiono i primi scritti che descrivono procedure legali; si tratta però ancora solo di elementi isolati, scarne descrizioni di carattere più che altro compilativo, forse a sostegno della politica legista perpetuata dai regnanti di questa dinastia. Le prime vere raccolte compaiono in epoche successive e diventeranno fonte inesauribile per novelle vere e proprie raccontate dai cantastorie di epoca Song (960-1279). <span id="more-23559"></span><br />
Oggi, sul motore di ricerca Baidu, il più usato dai cinesi di tutte l’età della neo sessantenne Repubblica Popolare si legge: “Il romanzo poliziesco più antico al mondo è il Bao gong’an, novelle di casi criminali raccolte in epoca Ming.” Conforme al crescente messaggio di incitamento nazionalista a sostegno della politica del partito, questa affermazione non ci stupisce. Bisogna però precisare cosa si intenda in cinese per romanzo poliziesco, poiché la mente cinese, così come la lingua, è sempre stata di natura pratica e schematica, non permettendo fraintendimenti di alcun genere.<br />
Il genere definito come “poliziesco”, in cinese “侦探小说” (zhentan xiao shuo), significa letteralmente “romanzo investigativo”. In teoria, quindi, tutte quelle trame che prevedono un certo tipo di investigazione, dovrebbero essere racchiuse in questa categoria. Ma la parola zhentan, se intesa come nome anziché come aggettivo, significa anche “investigatore”. È per questo che la categoria zhentan xiaoshuo racchiude esclusivamente quei romanzi che vedono come protagonista un detective, privato o pubblico che sia.<br />
Con il termine 推理小说 (tuili xiaoshuo), dove tuili significa “dedurre” si intendono invece quei romanzi dove il protagonista o chicchessia fa un’opera di deduzione. Ragionevolmente questo genere dovrebbe prevedere almeno un processo logico, dove da effetto se ne deduce una causa. I tuili xiaoshuo includerebbero, quindi, non solo i romanzi di Sir Arthur Conan Doyle o Agatha Christie, ma anche tesi accademiche, libri teorici.<br />
Abbiamo poi il termine 悬疑小说, letteralmente “romanzi di suspence”, che così intesi potrebbero definire anche il ben noto capolavoro classico cinese, Sogno della camera rossa. Chi sarà la sposa del contesissimo Jia Baoyu? A questa rosa di termini si aggiungono anche quelli tradotti dalle lingue straniere come 黑色小说 (heise xiaoshuo), “noir”, 间谍小说 (jiandie xiaoshuo), “spy story”, 犯罪小说 (fanzui xiaoshuo), “crime story” o addirittura冷硬派小说 (lengying pai xiaoshuo), letteralmente “romanzi Hard-boiled”.<br />
A onor del vero, anche se i cinesi non si possono propriamente definire gli scopritori del poliziesco, sono comunque i primi a mostrare interesse per questo genere di letteratura. Essendo di natura curiosa, la popolazione cinese si riversava già quasi mille anni fa nelle aule di tribunale per assistere alle sentenze giudiziarie. Ciò ha permesso la nascita di un genere letterario, novelle e poi romanzi, che descrivevano vicende giuridiche. Queste anche se povere di suspence, di deduzioni, di spie e di super-detective alla 007, abbondavano di criminali e magistrati che si annoverano di diritto il titolo di primi investigatori al mondo.</p>
<p><strong>La saggezza e la censura</strong><br />
«Ci sono cose che un uomo farà e cose che un uomo non farà». La frase di Confucio, utilizzata nel suo ultimo romanzo, descrive più di una caratteristica di Qiu Xiaolong, uno dei pochi giallisti cinesi che scrive in inglese, è pubblicato anche in Cina e vive negli Usa. «Una giusta distanza &#8211; ha detto tempo fa &#8211; come fossi dentro e fuori allo stesso tempo. Un poeta della dinastia Tang diceva che non puoi vedere il vero volto della montagna Lu, perché tu sei nella montagna».<br />
Nato a Shanghai nel 1953, Qiu ha studiato a Pechino e negli Stati Uniti. Durante le proteste di Tian&#8217;anmen nel 1989 si trovava negli Usa. Come volontario aiutò gli studenti cinesi cucinando e vendendo involtini primavera fuori dall&#8217;università. Il governo lo scoprì, la polizia andò a casa della sua famiglia e la minacciò. «Quando sentii una radio cinese fare il mio nome come fiancheggiatore degli studenti rimasi sconvolto e non tornai in Cina fino al 1995». Tornato a Shanghai ha trovato un paese diverso e ha deciso di raccontarlo: in inglese e attraverso dei gialli ambientati tra passato non troppo remoto e presente sfavillante cinese. Qiu Xiaolong vive a St Louis, la città di T.S. Eliot, la sua grande passione. Perché come il protagonista dei suoi romanzi anche Qiu Xiaolong è traduttore. Oltre al poeta di St. Louis ha tradotto anche Montale, che a sua volta tradusse Eliot in italiano, in cinese.<br />
La Cina raccontata da Qiu Xiaolong che leggiamo in Occidente è diversa da quella che leggono i suoi lettori cinesi: per pubblicare in madrepatria ha accettato, anche per non mettere a repentaglio il suo editore, cambiamenti piuttosto profondi nei suoi libri. E il suo ultimo romanzo, Ratti Rossi, edito da Marsilio, è tutto incentrato sul tema della corruzione.<br />
Nei suoi gialli il protagonista è l&#8217;ispettore Chen: un poeta piazzato dal Partito a fare lo sbirro. Chen ha la passione per la buona cucina del Montalbano di Camilleri, la flemma del Duca Lamberti di Scerbanenco e il romanticismo poetico di nessun altro. Una sorta di Prufrock moderno, tra volontà di cambiare dall&#8217;interno il sistema, recuperare ed esplorare il passato e la domanda di Eliot sempre con sé: «posso osare?». Qiu Xiaolong racconta la Cina, tra materialismo capitalista e perdita del passato, distici di epoca Tang e massime di Confucio, per esplorare e capire la Cina moderna, anche quella olimpica.</p>
<p><strong>La Cina corre verso il futuro. Nei tuoi libri e nelle tue interviste hai detto che non c&#8217;è l&#8217;attenzione al passato. Cosa pensi della recente pubblicazione su un magazine cinese di una foto di feriti di Tian&#8217;anmen che, secondo la rivista, sono state pubblicate per sbaglio? Più in generale si dice che i giovani non sappiano cosa successe nel 1989.</strong><br />
Ho letto di questo incidente. Non mi sorprende che molti dei giovani cinesi, i nati negli anni 80, non sappiano nulla di quanto è accaduto nel 1989. La ragione è molto semplice: il Governo non ha mai parlato di quei fatti, li ha cancellati. Così come la rivoluzione culturale. D&#8217;altro canto la società materialistica che sta affermandosi in Cina non ha tempo di guardarsi indietro: deve guardare avanti per fare sempre più soldi. Semplicemente alla censura del Governo c&#8217;è una mancanza di interesse per quei fatti. Fare soldi è la priorità. E&#8217; un&#8217;illusione pensare che prima o poi si possano affrontare davvero questi due buchi neri nella storia cinese.</p>
<p><strong>Molti scrittori cinesi però indagano proprio quel periodo storico.</strong><br />
Si ma l&#8217;argomento in Cina è fuori discussione. Ne parlano in pochi, anche perché i media, che dovrebbero portare alla luce questo genere di cose, sono controllati, completamente. Se ne parli, nessuno riporta le tue parole. Anche alcuni miei amici a volte mi chiedono spiegazioni su quei fatti perché un&#8217;informazione vera non c&#8217;è.</p>
<p><strong>Nel tuo ultimo libro parli di corruzione. Pensi che questo fenomeno sia una novità o sia invece insito nel sistema sociale e politico cinese da molto tempo?</strong><br />
E&#8217; molto complicato. Nei miei libri parlo di cose realmente successe. A Shanghai quando arrestarono i boss del partito per corruzione chiamai l&#8217;editore e gli dissi che finalmente potevano pubblicare il libro in cinese. La risposta mi sorprese: nessuno si può permettere di dire che qualcuno è corrotto. Solo il partito può farlo. I miei libri sono stati pubblicati in cinese con cambiamenti rilevanti. Shanghai è diventata la Città di H. e tutti i riferimenti a luoghi ed eventi sono stati cambiati. Oppure il romanzo dal titolo Quando il rosso è il nero con chiari riferimenti politici ai due colori, in Cina è stato tradotto come Elegia per una casa Shikumen. In Cina un sistema legale non c&#8217;è mai stato, siamo sempre stati dipendenti dall&#8217;attesa di una persona onesta capace di risolvere tutti i problemi e annientare la corruzione. Il sistema non può garantire questo, perché è immerso nelle logiche di potere.</p>
<p><strong>Qualcuno come l&#8217;ispettore Chen, anche se hai dichiarato che non ti è particolarmente simpatico, sarebbe utile nella Cina moderna?</strong><br />
L&#8217;ispettore Chen non so se potrebbe essere utile oggi. Ho alcuni amici a cui piace. Sono cinesi: non sono poliziotti, ma hanno la stessa storia. Loro sono persone che hanno deciso di rimanere nel sistema e combattere dall&#8217;interno, accettando però di starci. Compromessi. Non sono felici, ma hanno scelto di provarci. Loro vogliono cambiare questo paese. Chen è come loro. Non lo definirei un eroe, piuttosto è un anti eroe. Accetta compromessi, nella speranza di poter cambiare qualcosa. Quando mi sono posto la domanda se restare o no in Cina una volta che sono tornato, mi sono risposto negativamente: ho pensato che sarebbero stati troppi i limiti per uno scrittore. E ho deciso di restare negli Stati Uniti, anche se non ho problemi quando torno in Cina.</p>
<p><strong>Cosa consiglieresti ad un occidentale in Cina, per capire al meglio la vostra cultura?</strong><br />
A parte leggere i miei libri, suggerire una cosa sola è impossibile. Direi però di non preoccuparsi delle differenze, di non essere timorosi. Direi di buttarsi, informarsi, guardare anche la televisione e soprattutto parlare con i cinesi, senza avere timore di incomprensioni. I giovani non ricordano il passato, ma sembrano avere voglia di condividere con gli occidentali le proprie speranze e le proprie esperienze. Non conoscono la propria storia, ma parlano inglese, navigano sul web, leggono e soprattutto conoscono molto bene la cultura e la mentalità occidentale. Quest&#8217;ultima caratteristica è un&#8217;ottima cosa. Consiglierei di non avere paura della Cina.</p>
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