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	<title>letteratura israeliana &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La dodicesima nota</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 May 2017 05:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Carteggi letterari]]></category>
		<category><![CDATA[La dodicesima nota]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura israeliana]]></category>
		<category><![CDATA[Lev Matvej Loewenthal]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lev Matvej Loewenthal [Pubblichiamo un estratto La Dodicesima Nota, Carteggi Letterari Le Edizioni, 2017.] Premessa Non un precetto (Dio me ne guardi!), piuttosto un consiglio: evitate di morire a Me’a She’arim durante un’eclissi di sole prima dello shabbat; sempre che, per una qualche ragione, non vogliate essere ritrovati, leggermente decomposti, solo all’alba della domenica [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><span style="margin: 0px; font-family: 'Georgia',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Lev Matvej Loewenthal</span></span></strong></p>
<p>[Pubblichiamo un estratto <em>La Dodicesima Nota</em><strong>, </strong>Carteggi Letterari Le Edizioni, 2017.]</p>
<p><em>Premessa</em></p>
<p>Non un precetto (Dio me ne guardi!), piuttosto un consiglio: evitate di morire a Me’a She’arim durante un’eclissi di sole prima dello shabbat; sempre che, per una qualche ragione, non vogliate essere ritrovati, leggermente decomposti, solo all’alba della domenica successiva.<span id="more-68071"></span></p>
<p>Lo dico, perché all’altra estremità del cielo è già sorta la macchia biancastra della stella del mattino, quando, all’altezza del civico 23 della Avodat Yisra’el, in un vizzo cortile, è stato rinvenuto il cadavere di un uomo dall’età indefinibile, deceduto il pomeriggio di tre giorni prima.</p>
<p>Accanto al corpo un qualcosa che, inizialmente scambiato per un voluminoso <em>shtreimel</em> bordato di morbida pelliccia di zibellino, si è rivelato essere un cane, vivo.</p>
<p>Intendiamoci: confondere un bonario cane acciambellato con un pregiato tondo copricapo ricavato da una trentina di code di sventurati mustelidi – implicito apprezzamento del pelo del cane, il quale, commosso, ringrazia – non è poi così bizzarro quanto non notare, per tre giorni buoni, dal venerdì alla domenica, il corpo senza vita di un pover’uomo in un cortile.</p>
<p>Eccomi, nondimeno, costretto a fare l’avvocato del diavolo.</p>
<p>Alla negligenza degli onesti cittadini del rione ultraortodosso di Me’a She’arim hanno indiscutibilmente contribuito quei due elementi raramente coincidenti: l’eclissi totale di sole del venerdì e l’inizio dello shabbat. Tre ore ininterrotte di oscurità totale, durante le quali si è scatenato il diluvio. Gerusalemme è stata avvolta dalle tenebre in pieno giorno e così c’è stato chi non ha visto, chi non ha voluto vedere e chi, ammesso che, una volta tornato il sole, abbia visto, non ha proprio potuto muovere un dito.</p>
<p>Dalle sei del pomeriggio del venerdì e durante tutto il sabato, qualsiasi gesto che comporti un’intenzionale volontà di agire è proibito: anche telefonare alla polizia se c’è un morto stecchito sotto casa.</p>
<p>Domenica 6 giugno 1999, la notizia dell’anomala eclissi viene riportata dai giornali della sera <em>Ma&#8217;ariv</em> e <em>Ye Dioth Ahronoth</em>. In un trafiletto si accenna al cadavere della Avodat Yisra’el: l’identità dell’uomo resta, tuttavia, ignota, si è potuto solo stabilire che, chiunque egli sia, è stato derubato.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><em>I. La nazione invisibile</em></p>
<p style="text-align: right;">5 giugno 1999</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un’unica idea nella mente di Hassan: che la polizia, armata di odio verso suo figlio, sia già dietro alla Toyota amaranto che arranca verso il porto di Ashdod.</p>
<p>È l’alba di sabato: il sole immobile, bianco, la luce opaca, c’è un bambino che guarda. In piedi, sulla spiaggia. Nell’aria è rimasto l’umido della notte.</p>
<p>Tutto, per un attimo, si tinge di color zafferano: il bambino dai pantaloni larghi che guarda – forse per l’ultima volta il proprio padre –, il padre, il porto, il mare, la nave.</p>
<p>È l’attimo in cui il sole si sveglia e si dà la prima spinta verso l’alto, poi la sabbia diventa arancione. Il caldo torrido.</p>
<p>Essendo Nadim ancora al principio della vita – ha solo dodici anni –, c’è da supporre che il futuro gli riservi ore più allegre o più tristi di questa, anche se lui non dimenticherà facilmente quest’alba.</p>
<p>In futuro, specchiandosi, accanto all’iride vedrà una leggera striscia arancione, rimastavi impressa quando si è coperto le palpebre per trattenere le lacrime, perché lui, adesso, è un uomo: una striscia di sabbia lontana.</p>
<p>Devo riferirvi del momento esatto in cui questa vicenda ha avuto inizio. Non intendo dire che sia assolutamente necessario che io lo faccia, ma occorre pur parlare del venerdì, quando, stordita da un pesante scirocco, Gerusalemme stava aspettando un po&#8217; di pioggia alla vecchia maniera.</p>
<p>Non bisogna recarsi alla moschea ogni giorno, se non lo si vuole, tranne il venerdì, per la preghiera comune del mezzogiorno. Tuttavia, il venerdì dell’eclissi e del diluvio, alla moschea di al-Aqsa la <em>khutbat</em> s’è tenuta dopo le tre del pomeriggio, alla ricomparsa del sole.</p>
<p>Nadim e suo padre si stavano dirigendo verso la fontana per le abluzioni, quando uno sconosciuto, incappucciato, si è avvicinato a Hassan, chino, con i piedi bagnati e gli ha sussurrato: “Oggi, durante l’eclissi, tuo figlio ha derubato un vecchio ebreo, forse l’ha persino ucciso, presto la polizia verrà a casa tua e lo prenderà, dammi ascolto, portalo via, oppure nascondilo”. Il padre è rimasto in silenzio.</p>
<p>Il bambino non ha notato lo sconosciuto, ma si è accorto che lo sguardo di suo padre è improvvisamente cambiato. Oggi non saprebbe dire se ci fosse fierezza in quegli occhi, o rimorso. Ai giorni del Tempio, accanto alla Porta della Catena, si trovava il Mahkame, il palazzo che ospitava la corte islamica: chi era sospettato di aver compiuto un crimine doveva toccare la catena e, se era colpevole, questa diventava invisibile.</p>
<p>Siamo sinceri: noi sappiamo che, se Nadim fosse vissuto a quei tempi e avesse toccato la catena, non sarebbe successo proprio niente. La catena sarebbe rimasta al suo posto, pesante e arrugginita.</p>
<p>Padre e figlio sono entrati nella moschea e si sono confusi tra i fedeli. “Il venerdì”, si ripete Hassan, “è diviso in dodici ore: fra queste ve n’è una nella quale il servo musulmano chiede a Dio qualsiasi cosa e la sua supplica viene esaudita. A quell’ora, l’ultima dopo <em>asr</em>, pregherò per la sorte di quest’unico figlio che mi rimane”. Nadim stava ascoltando con attenzione il discorso del predicatore sulla misericordia divina, che in arabo si dice <em>rahma</em>. Nella radice R-H-M – che indica ciò che è dolce e tenero, nutriente e protetto, come un grembo – c’è tutto il carattere materno della misericordia di Dio.</p>
<p>Ecco, il ragazzo si stava crogiolando nella placenta della serenità, quando il padre gli ha detto all’improvviso: “Partirai stanotte, ti accompagnerò al porto di Ashdod”. “Dove andiamo?”, ha chiesto il bambino. “Non importa dove andrai”. “Io da solo?”. “Non parlare ad alta voce!”, “Devo lasciare Gerusalemme? Io non ho fatto niente di male”. “Non voglio sapere cosa hai fatto, da quando hai iniziato a frequentare quel vecchio ebreo, sono stati solo guai e ora che è morto sarà anche peggio!”.</p>
<p>Così Nadim è venuto a sapere che il suo <em>sav</em> non c’è più. Ma non può piangere di fronte a suo padre che, improvvisamente, lo vuole allontanare da sé e dalla madre. “Cosa farò io da solo?”, inizia a domandare, “dove vuoi che vada?”. “Avresti dovuto pensarci prima e non piagnucolare!”. Il padre è deciso. Nadim scoppia a piangere, perché è davvero poco più che un bambino. “Dovrai salutare tua madre, ma non dirle perché parti”. “Ma io non so perché mi mandi via!”, singhiozza.</p>
<p>Il padre non ha sentito quelle ultime parole lamentose, già pensava a cosa raccontare a sua moglie. “Dirò che Nadim ha trovato lavoro su una nave della De Beers, una bella nave tutta blu, che scivola leggera sul Mediterraneo, guadagnerà bene, sai, anche se non ha esperienza, imparerà a essere uomo e a non mugolare come un cucciolo a ogni minima difficoltà, perché il lavoro sarà duro e lui dovrà rimanere a lungo lontano da casa, sì, vedrai, gli farà bene. Tu lo tratti come se fosse sempre uno scervellato, figurarsi che te lo saresti portato ancora ai bagni con te, se non lo avessero fermato sulla porta, facendoti notare che ha già i baffi e potrebbe dare fastidio alle donne!”.</p>
<p>Hassan ha deciso: una bella nave tutta blu. E Nadim ha imparato la bugia a memoria. “Sarà il nostro segreto, mio e tuo”, gli ha detto il padre e lui, pur nel trambusto che ha in testa, è felice di condividere qualcosa con suo padre. Si è sentito adulto e a casa ha recitato la sua parte. “Perché vuoi partire? Resta con la tua famiglia, te lo chiede la tua mamma”.</p>
<p>Nadim ha scansato la madre con una manata, da adulto, poi si è pentito, le ha sorriso e a malapena è riuscito a trattenere le lacrime e noi sappiamo quanta fatica gli costi. La madre, in silenzio, ha iniziato a preparargli un’enorme valigia, in cui si rannicchierebbe volentieri lei stessa. Durante la notte, ha creduto che se si fosse lasciata prendere dal sonno, la sciagura le sarebbe entrata in corpo. Ha sentito i tarli rodere il legno con colpetti simili a quelli della pioggia che ticchetta sulle foglie. Ha cercato di tenere la mente occupata. È andata a guardare Nadim nel suo letto. Le ombre lo avvolgevano. “Amore, gioie, affanni ora devono dormire, rinasceranno domani”, si è detta. “Quante volte, in notti come questa, sveglia, ti ho cullato e ora vuoi farti cullare da una nave, tu che hai paura dell’acqua. Scervellato d’un bambino!”.</p>
<p>Di stanza in stanza, è andata districando le preoccupazioni, come fossero le maglie d’un telaio e, pensando a questo suo figlio rimastole, s’è addormentata. Intanto il vento, lentamente, ha spazzato via la notte.</p>
<p>E all’alba Hassan è al porto, pronto a far imbarcare il piccolo, dopo una folle corsa su quel rottame di Toyota. “Non vuoi proprio sapere come sono andate le cose?”, insiste ancora Nadim. “Non ho questa curiosità”, taglia corto il padre. “Ragazzo, mi raccomando, qualsiasi cosa ti chiedano, tu rispondi sempre e solo: sono figlio della nazione invisibile”. Nadim è certo che la nazione dove è nato, alla luce calda del sesto giorno di ottobre del 1987, presto non sarà più invisibile, anche grazie a persone come il suo sav. Ora, un’unica idea nella mente di Hassan: che la polizia, armata di odio verso suo figlio, sia già dietro alla Toyota amaranto che ha appena raggiunto il porto di Ashdod.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><em>II. Ascolta la Verità</em></p>
<p style="text-align: right;">Sabato, Givat Yonah, città portuale di Ashdod</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nadim è distratto.</p>
<p>Giunta su uno sperone roccioso, la macchina si è fermata, tra giardini di cedri</p>
<p>e di palmizi.</p>
<p>Lì, sulla collina, il bambino ha appena visto qualcosa di scuro che si sposta con la rapidità di una cometa.</p>
<p>Scende dall’auto, sotto la prima sferza afosa della giornata, lascia cadere le braccia lungo i fianchi e guarda, impietrito. Tutto è immobile, tranne la cometa. Anche Nadim pare una statua di gesso. Solo le sue labbra abbozzano un sorriso. L’ombra di una mosca, fissa, sembra disegnata al suolo.</p>
<p>La cometa è uno scompigliato cane barbone, col caos in corpo: un’informe massa di pelo, setoso come quello d’uno zibellino. Il cane è stanco, ha sete: ha camminato a lungo, a volte ha corso dietro alla macchina, che a sua volta accelerava per non farsi raggiungere dalla tanto temuta polizia israeliana che, in verità, ancora neppure sa del cadavere nel cortile.</p>
<p>Muscoli forti, profilo diritto, vista, udito e olfatto ben sviluppati, la splendida bestia guaisce. Indugia. Si accuccia sul ventre. Scodinzola festosa.</p>
<p>“Partirai con me?”, gli chiede Nadim.</p>
<p>Il cane ha come un colpo di tosse. Il bambino odora di paura, di preoccupazioni e di pensieri disordinati. “Tu solo conosci la verità, perché non la racconti a mio padre?”. È vero: solo il cane sa come sono andate le cose.</p>
<p>Eppure, la realtà, come era solito ripetere il vecchio <em>sav</em>, è come un dipinto: puoi darle voce solo osservandola da lontano, altrimenti rischi di perderti nei dettagli, equivocare, sentirla solo bisbigliare, sebbene sia quella sinfonia di minuscoli particolari a creare l’insieme. E tu devi ancora imparare a leggere, perché le minuzie sono quasi sterminate e le tue conoscenze, il più delle volte, restano superficiali e imperfette, in continui cambi di scenario.</p>
<p>Devi rimanere concentrato! L’impresa è estenuante e non a tutti è dato di comprendere. Puntelli di pennello, reticoli di luce, guizzi d&#8217;acqua variano di tono. Prova ad alzare o abbassare di un’ottava e cambia il punto di vista. E tu sei perso, irrimediabilmente.</p>
<p>Sei un padre troppo sospettoso, credimi, Hassan, tu che non hai fiducia in quest’unico figlio rimastoti!</p>
<p>Ascoltami, sai che non sono certo filosionista: sono solo un cane, io, e posso raccontarti quello che vedo e sento. Ma è bene che tu apprenda sin d’ora che a Me’a She’arim, le ore dodici segnano l’alba, o il tramonto.</p>
<p>Adesso, per qualche minuto almeno, smetti di pensare alla polizia e seguimi con la mente: fintanto che mi starai accanto, la tua testa sarà limpida e leggera.</p>
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		<title>Paradise Lost</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Feb 2009 17:12:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Ari Folman]]></category>
		<category><![CDATA[cinema israeliano]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto israelo-palestinese]]></category>
		<category><![CDATA[Eran Kolirin]]></category>
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		<category><![CDATA[Hany Abu-Assad]]></category>
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		<category><![CDATA[Hiam Abbass]]></category>
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		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Ron Leshem]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-13964" title="waltzwithbashir41" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/waltzwithbashir41.jpg" alt="waltzwithbashir41" width="312" height="208" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/waltzwithbashir41.jpg 312w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/waltzwithbashir41-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 312px) 100vw, 312px" /><br />
di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Al campus di Gerusalemme andava forte il <em>wonder- pot</em>, una pentola a forma di ciambella in cui si potevano cuocere dei dolci senza il forno. Andavano forte le torte al cioccolato- suppongo pure all’hashish, ma non ho avuto occasione di assaggiarle- la musica che anni dopo sarebbe diventata world, il tè a litri, succhi di frutta, birra. Dormivo nella stanza della mia amica che vi era approdata dopo la maturità e, finito il corso di ebraico intensivo, aveva cominciato i suoi studi alla Hebrew University. Era la vita libera, la vita adulta dalla quale mi divideva solo l’anno che mancava pure a me per lasciare la Germania, anche se non sarei tornata dalla terra dei carnefici alla terra dei miei avi.<span id="more-13961"></span><br />
Quei tre giorni a Gerusalemme, mentre i miei continuavano a stare in albergo a Tel Aviv, ne erano stati l’assaggio. La città era tersa nell’aria mai troppo calda di inizio estate, morbida dal colle del campus fino giù al centro, di materia antica anche negli edifici nuovi perché costruiti in <em>Jerusalem stone</em>, pietra calcarea dal colore di pelle dorata.<br />
C’era sempre gente che veniva a trovarci. Parlavamo fino a tardi, di letteratura, cinema, politica, storie personali. C’erano Zvi, un ragazzo americano che studiava arabo, e Pepita, la room-mate da me sfrattata che veniva dall’Olanda. Tutti iscritti a facoltà di orientamento sociale, tutti animati da uno spirito sionista teso verso un futuro di libertà, fraternità, uguaglianza, pace. Nessun israeliano, ma forse era dovuto al fine settimana. Il ragazzo di Pepita lo era, però palestinese, come mi venne confidato con l’orgoglio di chi, pur non essendo che un gruppo di studenti al primo anno, si sente una sorta di avanguardia.<br />
Il terzo giorno, la pentola dei miracoli al centro della stanza veniva sostituita dalla radio. Dal campus sparivano i ragazzi, tranne quelli stranieri come Zvi. Stava per scoppiare la guerra, era già scoppiata. Libano, 1982. Sentivamo quel che dicevano sull’avanzata, le notizie sulle manifestazioni che si stavano organizzando. <em>Shalom Achshav, Peace Now</em>. Io ripartivo, loro ci sarebbero andati.<br />
Mi è tornato in mente vedendo <em>Valzer con Bashir </em>quando vengono nominati gli oltre vent’anni in cui Ari Folman dice di aver rimosso la guerra in Libano. Quel tempo mi è parso un’enormità: rispetto al punto di partenza geografico che forse mi ero trovata a spartire con qualche suo compagno d’armi, al senso di appartenenza che quell’ipotesi mi confermava. Johnny Rotten, il patchouli, le citazioni dei grandi film americani sul Vietnam: riferimenti in cui mi ritrovavo. Ma soprattutto questo: la dimensione caserecca che hanno tutti i discorsi sul trauma, la rimozione, la colpa, la shoah. Per chi come me o Folman è figlio di gente che ne è scampata, certe nozioni psicoanalitiche sono come la cassetta degli attrezzi per affrontare i fantasmi ereditati, lontanissimi dalla chaiselongue dello strizzacervelli di Woody Allen o di altro arguto psicologismo ebraico. Quel che ne viene fuori in questo caso, è una docufiction animata di forza straordinaria che sembra un incontro fra <em>Apocalype Now</em> e <em>Maus</em>. Folman dice che il suo sarebbe un film “assolutamente impolitico” e per quanto simili dichiarazioni siano diplomatiche, ritengo che in questo caso sia la verità. Pur mostrando alla fine le immagini oscene, tremendamente attuali, dei palestinesi uccisi a Sabra e Chatila di modo che, come sostiene, nessuno possa uscirne pensando di aver visto una figata, non lascia mai il punto di vista israeliano. Del resto, chissà se è possibile fare un film di guerra credibile stando da tutte due le parti? Clint Eastwood ha girato contemporaneamente <em>Lettere da Iwo Jiwa </em>e <em>Flags of Our Fathers </em>e poi li ha separati.<br />
Ma <em>Valzer con Bashir </em>non è impolitico soltanto perché sono sempre occhi israeliani che guardano la distruzione materiale e fisica dell’avversario. Lo è soprattutto perché una matrice preesistente fa da filtro a quello sguardo. Da un lato il film sposa la tesi della non partecipazione dei soldati israeliani al massacro, dall’altro fa cadere per Sabra e Chatila la parola-scandalo, la parola- chiave: genocidio. Deve essere impolitico per poter dire: il nostro Vietnam, la nostra perdita di innocenza &#8211; e di memoria &#8211; origina dal nostro esserci sentiti nazisti, e questo non cambia sposando una versione dei fatti che esclude ogni diretto coinvolgimento. Quel “nostro”, tuttavia, non è nemmeno posto come sentire condiviso da una nazione. Riguarda solo un gruppo di ex commilitoni della stessa generazione e provenienza: askenaziti, coi familiari sopravvissuti o morti nei lager.<br />
Ne sono lontanissimi i ragazzi che nel 2000 devono lasciare l’ultimo avamposto occupato nel 1982, di cui racconta Ron Leshem nel romanzo <em>Tredici Soldati</em>. Ne è stato tratto il film <em>Beaufort</em>, premiato alla Berlinale giusto mezz’anno dopo che per la seconda volta il Libano veniva invaso dall’esercito israeliano. Qui i soldati non sono più di leva, ma di carriera: ultraortodossi delle colonie, figli di russi e soprattutto di <em>mizrahim</em>, ebrei espulsi dai paesi arabi. Nessuno che possa essere parente dei protagonisti di <em>Valzer con Bashir</em>. Quelli là, i privilegiati, anzi hanno rotto i coglioni con le loro storie lacrimevoli di poveri palestinesi e nonni sterminati. Dover lasciare il bunker all’ombra di un castello dei Crociati in cui aspettavano i razzi di Hezbollah, per quei nuovi soldati è privazione di prospettive e identità, cacciata dal giardino di Eden, come afferma provocatoriamente il titolo originale del romanzo.<br />
Anche <em>Il giardino di limoni </em>che una vedova palestinese cerca di difendere dal decreto israeliano di sradicarlo ha all’inizio un aspetto edenico. Film molto più convenzionale e leggero di <em>Valzer con Bashir</em>, è capace tuttavia di trafugare il politico nel privato, a partire da quel che l’immaginario –anche israeliano- associa con la coltivazione degli agrumi, essendo quel giardino in realtà un limoneto. Qui dove non c’è guerra, i palestinesi sono comprimari: cominciando da Hiam Abbass, attrice nata a Nazareth, cui il ruolo di Salma Zidane è stato cucito su misura. Ma oltre alla sua splendida faccia antica, il regista Eran Riklis mostra pure qualcosa dello squallore della Cisgiordania, la difficoltà di muoversi coi posti di blocco e altri aspetti di vita quotidiana sotto occupazione. Salma ha una figlia a Ramallah, l’altra a Gaza, il maschio oltreoceano che nella sua camera ha lasciato come traccia dei suoi sogni il manifesto del omonimo Zizou, ma per il momento fa lo sguattero a Washington. La prima è raggiungibile con difficoltà, la seconda è quasi come fosse in America, forse è persino più difficile parlarle.<br />
Sta in un college statunitense anche la figlia della vicina israeliana oltre al recinto che diventerà muro di divisione, la moglie del ministro della difesa che, confrontandosi con le angherie di Salma, si scopre <em>Desperate housewife</em>. Più importante dell’abbozzata, consolatoria solidarietà tra donne, è il ritratto della loro solitudine speculare. Del loro dover restare dove sono, murate da ragioni di stato e società, mentre altri se ne vanno. Palestinesi e israeliani, sparsi per una diaspora che permette più facilmente di campare, formarsi, sentirsi persone e basta, come per motivare la sua scelta di vivere in Francia, spiega nelle interviste Hiam Abbass che ha recitato e fatto da consulente per <em>Munich</em> di Spielberg, però anche interpretato la madre di uno shahid nel controverso film palestinese <em>Paradise now</em>.<br />
Il giovane avvocato che porterà la causa di Salma fino alla corte suprema israeliana e si innamorerà della sua bellezza e del suo coraggio, è anche lui rientrato da poco in patria. Nel primo incontro, mangia nostalgico una scatoletta di pesci affumicati portati da Mosca dove ha lasciato una figlia bionda. E non è a caso il figlio di Salma quello più indifferente a tutta la questione dei limoni piantati da suo nonno. “Vieni in America, mamma”, dice, “starai come una regina” e riattacca. In alternativa alla solitudine o allo sradicamento non solo dei limoni, non resta che cantare in coro come alla festa del ministro con catering kosher gestito da arabi vestiti con fez e pantaloni a sbuffo: rientrare nei ruoli e nei ranghi. Alla fine l’avvocato rilascia dichiarazioni sulla vittoria ottenuta per la causa palestinese e si fidanza con la figlia di un ministro di Al-Fatah. Ed è col nome che le deriva dal figlio maschio- “Um Nassar”- che pure Salma viene apostrofata quando qualcuno vuole rimetterla al suo posto.<br />
Umm Khaltoum, la Callas della musica araba, sparge invece la sua voce per uno squallido fast-food nel film <em>La Banda </em>(2007) di Eran Kolirin. La banda della polizia di Alessandria doveva esibirsi in un centro arabo di Petah Tikvah e invece finisce a Bet-ha-Tikva, città dormitorio dove non vivono che ebrei sfigati. Dina, gestrice dell’unico bar-tavola calda, sistema gli arabi smarriti per la nottata. Di nuovo il motore è una figura femminile di bellezza ed energia orientale. E sola: single in questo caso. Vedovo invece è Tawfik, il direttore della banda al quale Dina dedica la canzone della defunta diva, dopo averlo paragonato ad Omar Sharif, l’eroe dei melodrammi egiziani che, visti in tivù, da ragazza l’avevano fatta sognare. Attraverso un linguaggio sghangerato alla Tati o Kaurismaki, Kolirin recupera uno struggimento per l’oriente cui il suo paese appartiene per geografia e origine di gran parte dei suoi abitanti, mentre i casermoni nel deserto più che occidentali sono lo stesso schifo in tutto il mondo. E’ questa la cosa che va più a fondo nella sua garbata commedia sentimentale. O il fatto che una giornalista abbia chiesto a Sasson Gabai, l’attore israeliano che interpreta il rigido Tawfik, se avesse avuto difficoltà a entrare nel ruolo di un colonnello arabo. “Per niente”, fu la risposta, “sono nato in Iraq, l’arabo è la mia lingua madre”.<br />
Quelli che erano i ragazzi riuniti intorno al wonder-pot, continuano a svolgere lavori dal risvolto sociale, ma non più in Israele. Sono finiti a Ginevra, Amsterdam, New York. Chi resta invece, sono gli abitanti di posti come Bet-ha-Tikva, o quelli che furono i <em>Tredici Soldati </em>nel Libano occupato. Pure i registi hanno un piede dentro e uno fuori, non foss’altro che per le platee e i premi internazionali che li hanno gratificati. Colpisce che pur distanti l’un dall’altro di circa dieci anni, sono tutti e tre maschi e di origine askenazi. Come se fosse ancora necessaria una provenienza privilegiata per riuscire a raccontare un conflitto attraverso volti, storie, sguardi pienamente individuali. Cosa che magari aiuta pure a capire un’altra disparità: come mai il conflitto israelo-palestinese o -arabo giunga a noi soprattutto attraverso il cinema israeliano. Non si tratta forse solo delle maggiori facilità di girare, né dell’astuzia usata nel contrabbandare il veleno della realtà dentro prodotti godibili o parzialmente edulcorati. Quel che pare più difficile per un palestinese è trovare la sufficiente dose di libertà artistica fra le esigenze di mediazione e militanza. Il film sui due aspiranti attentatori suicidi <em>Paradise now</em>, ha un produttore israeliano ed è riuscito a vincere il Golden Globe, nonché accedere a una nomination agli Oscar per un paese di nome “Palestina”. Il suo regista Hany Abu-Assad vive in Olanda da trent’anni. Rispetto a una terra così ferocemente amata da produrre paradisi accessibili grazie al tritolo, forse è necessario cominciare a costruire dalla distanza.</p>
<p>pubblicato su &#8220;Il Riformista&#8221;, il 25.1.2009.</p>
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