<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>letteratura italiana &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/letteratura-italiana/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Fri, 11 Jul 2025 17:02:36 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Forze brutali di compensazione. &#8220;L&#8217;anniversario&#8221; di Andrea Bajani</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/07/11/forze-brutali-di-compensazione-lanniversario-di-andrea-bajani/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2025/07/11/forze-brutali-di-compensazione-lanniversario-di-andrea-bajani/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[lisa ginzburg]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Jul 2025 14:13:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=114495</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Lisa Ginzburg </strong><br />
Il romanzo, dice Andrea Bajani nel doloroso e bellissimo L’anniversario (Feltrinelli 2025, vincitore della ultima edizione del Premio Strega) possiede una “forza brutale di compensazione”. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-114497" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/6893d97f-9585-473b-a9d6-3c3870db2aac-225x300.jpeg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/6893d97f-9585-473b-a9d6-3c3870db2aac-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/6893d97f-9585-473b-a9d6-3c3870db2aac-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/6893d97f-9585-473b-a9d6-3c3870db2aac-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/6893d97f-9585-473b-a9d6-3c3870db2aac-150x200.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/6893d97f-9585-473b-a9d6-3c3870db2aac-300x400.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/6893d97f-9585-473b-a9d6-3c3870db2aac-696x928.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/6893d97f-9585-473b-a9d6-3c3870db2aac-1068x1424.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/6893d97f-9585-473b-a9d6-3c3870db2aac-315x420.jpeg 315w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/6893d97f-9585-473b-a9d6-3c3870db2aac.jpeg 1536w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>L&#8217;Anniversario</em> di Andrea Bajani è il libro vincitore del Premio Strega 2025. Andrea Bajani è stato parte della redazione di Nazione Indiana e ci fa piacere festeggiarlo da qui.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di<strong> Lisa Ginzburg</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Il romanzo, dice Andrea Bajani nel doloroso e bellissimo <em>L’anniversario</em> (Feltrinelli 2025, vincitore della ultima edizione del Premio Strega) possiede una “forza brutale di compensazione”. Ovvero, l’immaginazione arriva in soccorso là dove vi sono lacune della memoria, cavità vuote del trauma di una ferita che la scrittura potrà suturare sempre solo in parte. Come un grande occhio che tutto vede e tutto registra, il Romanzo, quasi fosse personaggio esso stesso, è allora dispositivo immaginifico che fa da contrappeso “in levare” a una storia altrimenti troppo vera, e troppo intessuta di sofferenza, per poter essere narrata.  Il racconto di Bajani, la cui lettura colpisce dritto al cuore per come lo stile è scabro, nitido e lucido se pure usato per esprimere sentimenti molto intensi e duri da scandagliare, non è “autofiction”, ma qualcosa di più profondo, di più affilato e coinvolgente. Non “autofiction”, bensì memoria cui viene in soccorso il Romanzo, quando quella esiti o incespichi perché addentratasi a rivisitare lampi di ricordo che non è in grado di sostenere.</p>
<p style="font-weight: 400;">La vicenda, triste in modo straziante, è quella dell’addio di un figlio ai suoi genitori, la sua definitiva partenza dalla casa di famiglia dopo quarant’anni di un inferno domestico che è stato concentrazionario, per come le dinamiche tossiche, nel loro ripetersi e acuirsi, sono risultate coercitive negli effetti. Il legame disfunzionale tra i genitori si è cementato in una dinamica impossibile a scardinarsi. Il padre tiranneggia moglie e figli costringendo la consorte a una deriva fatta di violenza, possesso, mortificazione; e i figli, obbligati spettatori, loro anche sono oggetto delle feroci richieste di conferme di questo adulto imploso, che sempre oscilla tra vittimismo e furia, che di continuo procede sul filo dell’ambivalenza tra richiesta e dominio. Di contro, una madre che della propria abnegazione ha fatto una forma di non esistenza, di non vita. Una donna che pur di non essere vista, lei per pima non si guarda, preda di una distrazione distruttiva. Qualcuno il cui autosabotaggio è rinuncia a stare nel mondo, una rinuncia che passa per una sorta di incrollabile sfiducia, un grado tale di disillusione da quasi toglierle umanità. Per desolazione, e per troppo subire, questa madre non ha paura di nulla, e ciò la rende capace di una cieca forma di determinazione, buia come buio e sventurato è lo stallo del nucleo famigliare nell’isolamento e il malamore.</p>
<p style="font-weight: 400;">Dei due, padre e madre, non ci sono descrizioni fisiche, non fosse per un polpaccio troppo sottile della madre che da bambina ha avuto la poliomielite. Eppure vediamo tutto, prima e dopo le violenze domestiche, attraverso l’oggetto di un telefono arrivato in casa troppo tardi e le cui intermittenze dell’accesso alla linea (decretate dal padre) dicono tutta la nevrosi di un ménage avvelenato e velenoso. Anche, vediamo tutto (di nuovo senza disporre di descrizioni) di una geografia italiana che è paesaggio di una rotta migratoria anomala, da Roma al Piemonte spostandosi dalla grande città a frazioni di paesi sotto alle Alpi, via via più romiti, abitati dal “silenzio della disperazione”. Bajani ci accompagna con maturità di narratore, rendendo l’invivibile visibile e dicibile. Accade così che una materia narrativa estremamente densa e difficile trovi ritmo in un tono pacatissimo. È la calma la cifra di un distacco che solo lo stacco temporale e un tenace lavoro interiore hanno potuto generare. I dieci anni di silenzio con i genitori e la sorella, dieci anni di strappo dalla radice, come si trattasse di un’orfanezza datasi da solo per troppo avere patito e subìto le malapiante di stessa radice, Bajani li celebra con questo libro/anniversario, autobiografico ma senza niente di ombelicale, dove racconta la sua storia ma senza indugiare in un eccesso di auto-indulgente sentimentalismo: mai. Parole misurate e precise, dolenti come fossero quelle di un lungo canto, di congedo e di sopravvivenza, ma anche di consolazione, quella che la letteratura può regalare se si fa esperienza. Leggere <em>L’anniversario</em> è davvero un’esperienza. Un attraversamento che ci tocca e ci trasforma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questa recensione è uscita su &#8220;Avvenire&#8221; il 24 gennaio 2025.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2025/07/11/forze-brutali-di-compensazione-lanniversario-di-andrea-bajani/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Guerra e pace tra Tommaso Landolfi e la sua terra</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/09/23/landolfi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Sep 2024 05:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Tarcisio Tarquini]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Landolfi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=109651</guid>

					<description><![CDATA[di <strong> Tarcisio Tarquini </strong> <br />
In questo scritto parlo di Tommaso Landolfi e di “scene di vita di provincia”: alludo al rapporto dello scrittore con la sua terra, alle ragioni di quella felicità di scrittura di cui egli confessa di riempirsi a Pico e non da altre parti. Mi riferisco, inoltre, alla diffidenza con cui la provincia guardò Landolfi, ricevendone in cambio un sentimento assai vicino al rancore]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_109656" aria-describedby="caption-attachment-109656" style="width: 450px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="wp-image-109656" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/1-Landolfi-ritratto-di-Mario-Ritarossi-1988.jpg" alt="" width="450" height="570" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/1-Landolfi-ritratto-di-Mario-Ritarossi-1988.jpg 1181w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/1-Landolfi-ritratto-di-Mario-Ritarossi-1988-237x300.jpg 237w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/1-Landolfi-ritratto-di-Mario-Ritarossi-1988-808x1024.jpg 808w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/1-Landolfi-ritratto-di-Mario-Ritarossi-1988-768x973.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/1-Landolfi-ritratto-di-Mario-Ritarossi-1988-150x190.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/1-Landolfi-ritratto-di-Mario-Ritarossi-1988-300x380.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/1-Landolfi-ritratto-di-Mario-Ritarossi-1988-696x882.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/1-Landolfi-ritratto-di-Mario-Ritarossi-1988-1068x1353.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/1-Landolfi-ritratto-di-Mario-Ritarossi-1988-332x420.jpg 332w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /><figcaption id="caption-attachment-109656" class="wp-caption-text">Tommaso Landolfi in un ritratto di Mario Ritarossi (1988)</figcaption></figure>
<p>di <strong>Tarcisio Tarquini</strong></p>
<p>Il palazzotto seicentesco, che fu della famiglia Landolfi ed ebbe come ultimo abitante Tommaso, con la giovanissima moglie Marisa e i due figli Idolina e Landolfo (rispettivamente la Maior, la Minor e il Minimus dei grandi diari “Des Mois” e “Rien Va”) sta nella parte alta di Pico, in un quadrante delimitato da vicoli, i due laterali che accompagnano la pendenza del colle. É protetto da mura che lasciano solo immaginare il giardino un tempo fiorente, oggi bruttato, dice chi lo ha visitato di recente, dai segni e dalle conseguenze del lungo abbandono. È il maniero nel quale venne Eugenio Montale, trovandovi ispirazione e immagini per la elegia di Pico Farnese ma che fu inaccessibile a tanti altri ammiratori dello scrittore, che poi non seppero resistere alla letteraria tentazione di raccontare i vani tentativi per penetrarne l&#8217;intimità.</p>
<p>É dalla morte di Tommaso Landolfi, avvenuta – lontano da qui &#8211; l&#8217;8 luglio del 1979, che si discute del destino di questa casa che, accertato naturalmente il favore della famiglia, sarebbe dovuta essere da tempo acquisita al patrimonio pubblico e tutelata come si conviene a un luogo di tali memorie, ma è da quel momento, appunto, che ogni volta che lo si è tentato polemiche di ogni tipo ne hanno compromesso e frenato il buon esito. In queste settimane sembra essersi arrivati a una svolta, il comune nel prossimo mese di novembre entrerà in possesso di casa Landolfi, ma per farne cosa non è ancora ben chiaro. A Pico se ne discute animatamente, c&#8217;è chi non nasconde il malumore per il mutuo contratto che prosciugherà le povere casse comunali per i prossimi decenni, altri intravedono, invece, le opportunità che nasceranno dall&#8217;aver salvato un bene prestigioso, uno dei luoghi più misteriosi e evocati della letteratura italiana del novecento. A ben vedere, comunque, si tratta prima di tutto di un risarcimento, un atto di pacificazione, di reciproco riconoscimento, di una terra con il suo scrittore più grande e di lui, tramite i suoi diretti famigliari, con la sua terra, di cui finalmente può diventare ciò che finora non è mai stato: un tratto di identità.</p>
<p>In questo scritto, dunque, parlo di Tommaso Landolfi e di “scene di vita di provincia”: alludo al rapporto dello scrittore con la sua terra, alle ragioni di quella felicità di scrittura di cui egli confessa di riempirsi a Pico e non da altre parti. Mi riferisco, inoltre, a una polemica che fu in un certo senso la plastica rappresentazione della diffidenza con cui la provincia, che non egli non accetterà mai di riconoscere come sua, guardò Landolfi, ricevendone in cambio un sentimento assai vicino al rancore. E concludo con un episodio – un convegno, un libro &#8211; che, forse, fu un primo passo di riavvicinamento, un omaggio non formale arrivato tardi ma non inutile.</p>
<h2>Scena uno. A Pico, una doppia sospensione dell’incredulità</h2>
<p>La mia tesi landolfiana è del 1976, la chiesi e ottenni da Walter Pedullà, che di Landolfi si occupava anche dal versante della cosiddetta critica militante, una definizione con la quale si intendeva – non so se oggi, in un’età di crisi di tutte le militanze sia ancora così &#8211; quell&#8217;attività a metà tra giornalistica e saggistica che trova la sua sede più immediata sui giornali. Nel caso di Pedullà erano le fittissime pagine dell&#8217;<em>Avanti!</em> piene di segnalazioni di romanzi, libri di poesie, saggi letterari e filosofici generalmente estranei, possiamo dire, al “mainstream” dell&#8217;epoca, nelle quali, quindi, trovavano la giusta dimensione i libri di Landolfi, insieme con altri autori, come Giuseppe Bonaviri, anche lui legato alla provincia di Frosinone, accomunati dalla eccentricità delle loro narrazioni, nelle quali la cifra naturalista, che pure continuava a sentirsi, si era trasformata in racconto fantastico grazie a eventi imprevisti, a smottamenti di significato che sembravano voler rivendicare, prima di ogni altra cosa, i diritti della fantasia, lo statuto autonomo della letteratura: un tema questo su cui Landolfi molto insisterà nelle sue riflessioni diaristiche.</p>
<p>Metà degli anni settanta, e un po&#8217; prima, sono gli anni nei quali si pubblicano l&#8217;“Horcynus Orca” di D&#8217;Arrigo, la “Storia” di Elsa Morante, libri che hanno tutti un respiro, una forza narrativa, un ottimismo sulle capacità conoscitive della scrittura molto distanti dal supposto corto respiro di Landolfi, dalla sua diegesi autoriflessiva, come si è detto di recente, che sembra fiaccare, sabotare, il racconto, anche se poi, in effetti, è essa stessa un racconto: il racconto di uno scrittore infelice, dubbioso, sicuro solo quando il rito della parola, che egli evoca come possibilità, strumento di difesa garantitogli dal suo mestiere, si compie con esiti che a volte paiono imprevisti per lo stesso scrittore.</p>
<p>Negli anni ai quali mi riferisco, e nei quali scrissi la mia tesi su Landolfi che intitolai “Lo stile e la bestia”, in effetti Landolfi poteva sembrare uno scrittore lontano dai gusti e dalle predilezioni di un giovane studente di lettere di una università italiana negli anni settanta, ancora segnati dalla ricerca di una letteratura civile, impegnata, contenutistica, partigiana fino ad escludere o guardare con diffidenza tutto ciò che muoveva in direzioni diverse. La stessa attenzione dei critici letterari, pure contraddistinta da nomi autorevoli che hanno fondato la critica landolfiana e sono un punto di partenza valido ancora oggi, non andava al di là della recensione dell&#8217;ultimo libro stampato, come testimonia – potremmo dire “per tabulas” – la stessa ampia rassegna bibliografica, raccolta e distinta anno per anno da Idolina Landolfi, che troviamo nei due volumi de “Il piccolo vascello solca i mari”, pubblicati nel 2008 che rappresentano un autentico testamento di scienza e di affetto che lei, la Minor, ha intestato al padre con la sua ultima fatica. poco prima di morire.</p>
<p>Idolina, nella sua introduzione al primo volume rizzoliano delle Opere scrive “<em>sia detto per inciso e una volta per tutte che la maggior parte della produzione landolfiana – rare sono le eccezioni, almeno sino ai primi anni Sessanta, quando prende dimora quasi stabile altrove – è ascrivibile ai periodi trascorsi a Pico; così l&#8217;esame dei manoscritti rivela la norma, sempre in riferimento al lasso di tempo suddetto, una pagina di gran lunga più tormentata nei testi composti altrove, di contro a quella usuale, dotata di pochissime correzioni, spesso risultato di una ‘seduta unica’ notturna”</em>.</p>
<p>La prima delle scene di vita provinciale riguarda questo punto. La “Pietra lunare”, che reca come sottotitolo “scene della vita di provincia” – pubblicato nel 1939 &#8211; è un romanzo che ci aiuta a spiegare quello che scrive Idolina, e che aveva già rivelato lo stesso Tommaso, la ragione per la quale lo scrittore scrive a Pico con una facilità che smarrisce in altri luoghi. Penso che in questa condizione c&#8217;entri molto il fatto della “sospensione dell&#8217;incredulità” di cui la “Pietra Lunare” è una sorta di manifesto, così come è una sorta di manifesto del romanzo che parla di se stesso (una tendenza landolfiana su cui più in generale ha scritto Marcello Carlino). Ripeto cose note: per essere catturati nella lettura di un testo letterario, per seguirlo nelle sue evoluzioni e peripezie è indispensabile che il lettore abbandoni il suo consueto statuto della realtà e si predisponga a credere come verosimili le vicende narrate, a considerarle vere nel contesto dell&#8217;universo evocato dalla narrazione. Perché il meccanismo funzioni, però, c&#8217;è bisogno di un&#8217;altra condizione, che anche il narratore accetti la sua “sospensione dell&#8217;incredulità”: non solo il lettore deve credere a quello che lo scrittore racconta, ma anche lo scrittore deve mollare il suo ancoraggio allo statuto della realtà e accettare quello intimo alla storia che sta raccontando; nasce proprio dalla difficoltà a prendere per buono quanto gli detta la fantasia il continuo interrogarsi di Landolfi su quanto scrive. La lotta perché scatti la sospensione dell&#8217;incredulità, la sua e del lettore, e il timore che questo non avvenga è il tarlo che Landolfi si porta dietro, è l&#8217;ossessione sull&#8217;insufficienza della sua letteratura che lo costringe a fermarsi, interrogarsi, vilipendersi, tormentarsi.</p>
<p>Qualcosa avviene, però, a Pico. Ed è la stessa cosa che capita a Giovancarlo, un giovane che torna al suo paese dalla città, che nella prima scena della “Pietra lunare” entra in un ambiente, tra persone che già vivono nell&#8217;incantesimo della sospensione dell&#8217;incredulità cosicché non si sorprendono, anzi non fanno nemmeno caso, ai primi segni della metamorfosi caprina di Gurù, la protagonista della storia. E passo dopo passo, presumibilmente seguendo, o parafrasando, la stessa traiettoria del lettore, Giovancarlo si metabolizza nel romanzo fino a sentirsi disponibile, pronto, ai suoi racconti e alla loro logica stravolta. Landolfi a Pico diventa Giovancarlo, sospende l&#8217;incredulità di narratore e si lascia possedere dalla luna fino a condividere la notte di Gurù, seguendone il cammino fatale, e l&#8217;apparizione delle madri, si lascia conquistare dalle sue fantasie, quelle su cui altrove si spunterebbero le sue penne, consumate dai mille dubbi del suo procedere autoriflessivo. Non è solo una praticissima questione di tranquillità e isolamento che Pico garantisce, è la dimensione diversa di un rapporto con la realtà perché è una realtà diversa che dispone a credere all&#8217;incredibile, che mette lo scrittore a contatto diretto con una vena immaginativa capace di alimentarne la scrittura che così diventa fluida, obbligata.</p>
<p>La scrittura di Landolfi non è mai facile, è pur sempre segnata – come scrive Debenedetti – dal “massimo di chiarezza al servizio del massimo di procurata oscurità”; resta sempre patinata da una specie di velatura di artificialità. Mi piacerebbe parlare della sua natura di grande, magniloquente scongiuro per sconfiggere il negativo della vita e del mondo. E anche di sottolineare che se la luna è la figura decisiva per far scattare, in Giovancarlo e in altri personaggi landolfiani, la sospensione dell&#8217;incredulità, dietro la luna si cela una figura ancora più ammaliante, la bestia davvero centrale di tutto il bestiario landolfiano, il ragno, di cui non serve ricordare il ruolo potente nelle civiltà contadine e lo spossessamento, la perdita della presenza, che provoca e che può essere reintegrata solo con la forza misteriosa dell&#8217;esorcismo e del rito.</p>
<p>La luna landolfiana è fatta di materia ragnesca, Gurù come tutte le altre creature lunari, come i lupi mannari e le capremannare a lei sorelle, ne viene punta, diventa, lo dice nella sua litania, “ciascuna ma nessuna”. Lo stesso Landolfi è uno scrittore mannaro, le parole egli le usa, proprio come Gurù, per rinominare le cose, per individuarle, per evitare che finiscano per annullarlo. La sospensione dell&#8217;incredulità che Landolfi ci chiede e chiede a se stesso – e che non gli riesce se è lontano da Pico, e solo a Pico trova la sua condizione ideale – non è solamente per tentarci all&#8217;avventura piena della letteratura, ma per predisporsi lui stesso al grande scongiuro, al rito che sconfigge l&#8217;essenza orrida e innominabile di quello che Debenedetti avrebbe chiamato “il tremendo fenomeno vita”.</p>
<h2>Scena due. Frosinone, contrafforti per nulla</h2>
<p>Landolfi – è la seconda scena di vita di provincia che propongo – non è uno scrittore presente nell&#8217;olimpo delle celebrità e glorie provinciali. Non lo era, almeno, fino a un po&#8217; di tempo fa, quando questa diffidenza, non immotivata e reciproca, tra lui e la provincia, non era stata in parte lacerata da qualche atto riparativo, sia pure compiuto alla memoria.</p>
<p>In questa diffidenza c&#8217;è, naturalmente, un dato oggettivo: non può essere intestato a una dimensione provinciale un intellettuale che ha nutrito la sua letteratura di cultura e letture europee e che perciò non viene percepito come parte della stessa famiglia: qualcuno, per fare un nome, come Libero De Libero che con il suo “Ascolta la Ciociaria” ha regalato un canto nobile alla terra ciociara e che, perciò, nella vicenda che sto per ricordare, viene citato proprio in contrapposizione con Landolfi, anche se tra i due, in merito, ci sarà una corrispondenza quasi complice.</p>
<p>L&#8217;atto scatenante del ripudio provinciale di Landolfi, che rende esplicita, probabilmente, una antipatia più lontana, è un racconto che lo scrittore pubblica nell&#8217;ottobre del 1955 sul Mondo di Pannunzio, su un giornale, dunque, dell&#8217;intellettualità radicale e, aggiungerebbero oggi alcuni che non siamo noi, elitaria, radical chic.</p>
<p>Il racconto si intitola – ma Landolfi sembrerà poi prendere le distanze dal titolo &#8211; “I contrafforti di Frosinone”. Lo leggiamo, con qualche minima variazione, documentata da Idolina, rispetto al testo pubblicato dal giornale, nel volume “Se non la realtà” uscito nel 1960 e che ritroviamo contenuto nel secondo volume delle Opere complete, pubblicato da Rizzoli nel 1992, con una nota della stessa Idolina nella quale si fa riferimento alle “divertenti” reazioni che il racconto, quasi quaranta anni prima, aveva suscitato.</p>
<p>Landolfi, in quell&#8217;articolo, certo non sfuggitogli di mano se, perdendo il carattere di occasionalità giornalistica, sarebbe entrato a far parte di un suo libro, aveva raccontato, cominciando dalla stazione di partenza delle corriere a Castro Pretorio a Roma, di un viaggio di ritorno al suo paese, con sosta nella città che “con felice eufemismo – scrive &#8211; è stata definita capitale della Ciociaria”. “Con felice eufemismo – spiega subito – perché non è intanto chi non veda che ha un brutto nome: Frosinone”. “I suoi partigiani medesimi – insiste – devono confessare la sgradevole impressione indotta da questo falso accrescitivo (…). Frosinone!”. “Un nome – scrive ancora – che par fatto apposta per evocare facce aduste e camuse di pacchiane con relativo fazzoletto da capo”, e del resto “come dimenticare che nel teatro popolare romanesco, quello da periferia, c&#8217;era sempre, prima che il fascismo attribuisse a questa città grado di capoluogo, qualche personaggio che per far sghignazzare gli spettatori e coprire un altro di ridicolo gli chiedeva se fosse di Frosinone?”. Dei contrafforti, subito dopo aver evocato le mura di Volterra, le mura ciclopiche, gli spalti di Tebe e Ninive, scrive che essi sostengono “una gialla casuccia in stile novecento”, cioè il “mero nulla” e poi, rimettendo nel mirino memorie e tradizioni frusinati “(lui preferirebbe “frosinonesi”) ironizza acidamente che è difficile trovare in Italia “una città che non offra alcuna testimonianza dei suoi gloriosi passati (…) ma come la nostra Frosinone dimostra non impossibile”.</p>
<p>Al furore polemico di Landolfi non sfuggono i santi patroni di Frosinone, il nome altolocato “con dovizia di acche e dittonghi alla latina” di un&#8217;osteria che fa da stazione di sosta delle corriere dirette – come quella dello scrittore – verso il sud della provincia, un premio di pittura istituito di recente e una gazzetta “ciociara o di Ciociaria” che ha pure l&#8217;ambizione di avere una sua pagina culturale. Per concludersi con l&#8217;argomento principe della contestazione, quello che si palesa come la vera miccia che ne ha fatto esplodere il rancore, l&#8217;innalzamento, per decisione di un regime dittatoriale, di Frosinone al rango di provincia con annessione del suo luogo d&#8217;origine, un paese che era stato sempre nella provincia di Caserta, sebbene “né la sua lingua, né le sue tradizioni ebbero mai nulla a che vedere con ciò che ancora qualche vecchio chiama lo stato romano: di qua Longobardi, Normanni, Angioini, di là papi e loro accoliti; di qua una lingua tipo napoletano abruzzese di là una specie di romanesco suburbano; a non tener conto poi di tutto il resto”.</p>
<p>Ce ne era, dunque, abbastanza per provocare la replica, nel seguente mese di novembre, della Gazzetta Ciociara, un quindicinale diffuso prevalentemente per abbonamento che affidava il compito di rintuzzare le parti più velenose dell&#8217;intervento di Landolfi a un suo collaboratore illustre, Anton Giulio Bragaglia.</p>
<p>L&#8217;articolo, posizionato in prima pagina con il titolo “Frosinone e i falsi ciociari” veniva preceduto da un corsivo del direttore Giulio Celletti, che elenca i collaboratori più illustri della terza pagina del giornale, tra cui il già ricordato De Libero, informando nello stesso tempo, con una punta di veleno, che dal momento della sua fondazione, due anni prima, il periodico veniva inviato regolarmente in omaggio a Landolfi, senza aver mai ricevuto da lui segni né di apprezzamento né di ringraziamento.</p>
<p>Quello che, però, qui vorrei sottolineare è il livello della risposta di Bragaglia che Idolina, nella sua nota, cita solo parzialmente, quella in cui il maestro futurista di Frosinone afferma livorosamente, in sintesi, di non aver mai sentito nominare prima di allora questo Landolfi; una replica che non sembra all&#8217;altezza di un artista del livello di Bragaglia, espressione di una cultura e di esperienze artistiche che si farebbe fatica a liquidare come provinciali. Ho cercato, perciò, la fonte e letto per intero l’articolo di Bragaglia che prima di arrivare alle contumelie, che ne occupano una piccola parte, quella conclusiva, svolge un ben più articolato, e possiamo dire, elegante ragionamento sulla questione cruciale della lingua “burina”, la riporta alla tradizione precedente alla toscanizzazione del romano, avutasi con Leone X, la assimila alla tradizione delle maschere del teatro regionale, rivela che il ciociaro, in un caso l&#8217;alatrese, era studiato e usato da Petrolini per alcune sue performance teatrali (in “Lumie di Sicilia”, ma pure in “Gigi er bullo” – aggiungiamo &#8211; dove il grande attore romano, giocando sull&#8217;equivoco, chiama la sua fidanzata di Alatri, “alatrina”).</p>
<p>E, per quanto riguarda la città di Frosinone, priva, secondo Landolfi, di bellezze da ostentare, Bragaglia ricorda che c&#8217;è stata una guerra a fare piazza pulita di ogni testimonianza del tempo passato: non del tutto, però, come dimostra un antico teatro romano e come mostra di trascurare un ciociaro che si vergogna di esserlo rimettendo in discussione non tanto l&#8217;imposizione amministrativa del fascismo ma un’evidenza storica e territoriale.</p>
<p>Nei numeri seguenti del quindicinale resta qualche traccia indiretta della polemica con una intensificazione di articoli che insistono sulla cultura della provincia, del resto Landolfi, in maniera che, senza timore di offenderlo, possiamo pure definire altezzosa affida la sua conclusione a un pezzo indirizzato non al direttore della “Gazzetta Ciociara” ma al direttore de “Il Mondo” e pubblicato il 20 dicembre 1955. Lo scrittore parla di uno scritto, quello di Bragaglia, che si riduce a “una serqua più o meno nutrita e più o meno ben distribuita di contumelie” e prima di dichiarare chiuso “l&#8217;incidentino”, promettendo di non voler impegnarsi in eventuali ulteriori interventi, un po&#8217; in contraddizione con quanto scritto all&#8217;inizio di replica di essere stato malinteso, afferma che “le smanie dell&#8217;illustre concittadino” (così il direttore della Gazzetta aveva presentato Bragaglia) non fanno che confermare me e i lettori bennati in quanto nel mio articolo era (e me ne pento) appena implicito”.</p>
<p>Stento a credere che Bragaglia non conoscesse Landolfi, stento anche a credere che Landolfi non conoscesse Bragaglia. Un anno prima, nell’ottobre del 1954, Landolfi era stato chiamato in causa, sempre sulla “Gazzetta Ciociara”, da Libero De Libero in un articolo intitolato “Ciociaria terra di Circe” e che aveva provocato una polemica nella quale si erano infilati il critico d’arte Michele Bianconi, docente di storia dell’arte all’Università di Roma, sorano, e lo stesso Anton Giulio Bragaglia.</p>
<p>De Libero aveva scritto di una Ciociaria tanto estesa da arrivare alla sua Fondi e che il nome Ciociaria non proviene affatto dal termine “ciocia”, un calzare il cui uso era ben più diffuso della terra a cui avrebbe dato il nome, ma dalla maga Circe, da cui sarebbe derivato il termine Circeria da cui, infine, Ciociaria. Ma a noi interessa il punto in cui, per comprovare la vivacità di una discussione sull’identità territoriale delle terre del basso Lazio, il poeta aveva richiamato la radicale convinzione di Landolfi: “Provatevi a ricordare – scrive De Libero – queste vicende allo scrittore Tommaso Landolfi che è di Pico; quella provincia di Frosinone affibbiata al suo paese gli scotta più del marchio nazista sulla pelle di un ebreo, e vi direbbe persino che il brigantaggio dalle sue parti vestì panni regali nella persona di Michele Pezza, alias Fra Diavolo, mentre dalle parti di Frosinone esso fumava di sporcizia alle ciocie di Gasparone e di Peppe Mastrigli”.</p>
<p>Molto più moderato Bragaglia nella risposta a De Libero rispetto a quella dell’anno successivo a Landolfi. “La Ciociaria è un luogo fiabesco, poetico, per le sue colline, le valli, il mare circeo (…). Come tutti i paesi letterari essa ha i confini vaghi. Per Pascarella ha una circoscrizione, per i campani un più ristretto confine, per i romani è vastissima e comprende Anticoli Corrado (…) dove siamo decisamente nella Sabina”. Nessuna battuta riservata alla citazione landolfiana.</p>
<p>Sarebbe, comunque bastato attendere un po’ per dare una dimensione giusta ai “Contrafforti di Frosinone”. Qualche mese più tardi, infatti, Landolfi scrivendo delle abitudini e della lingua degli abitanti di un “paesino” , il villaggio X, che sembrerebbe Pico, annotava “quanto di più ignobile la periferia della capitale offre alla vista e ad altri sensi è qui accolto in poco spazio e può essere rapidamente apprezzato: qui balconi a vasca da bagno, gialli edifici scolastici novecento (…) qui anche badaloni con fasce ai polpacci o basco discorrenti in una lingua che è quella stessa ormai della capitale, solo se possibile più corrotta o grossolana”. Frosinone, dunque, era poco più che una raffigurazione metaforica dell&#8217;Italia del dopoguerra, della sua urbanistica dozzinale, dominata dal giallo delle costruzioni (ma forse – suggerisce un amico – c&#8217;entra anche il giallo di certi pittori futuristi e post futuristi), un&#8217;Italia marcata dall&#8217;involgarimento delle parlate, che per Landolfi si traduceva in stizza polemica, in aristocratico distacco, e in Bragaglia diventava materia teatrale, creazione di una maschera nuova da aggiungere alle maschere nobili della commedia italiana.</p>
<h2>Scena tre. Pico-Frosinone, una postuma riconciliazione</h2>
<p>La ferita dei Contrafforti di Frosinone e della polemica seguitane io credo abbia gettato una grandissima ombra nel rapporto di Landolfi con questa provincia. Per anni di Landolfi non si è parlato, un giornale locale, in occasione della organizzazione di una tavola rotonda sullo scrittore, sul finire degli anni Ottanta, commentò l&#8217;avvenimento affermando che si stava parlando di una personalità nota più in Russia che nella sua terra natale. Era, probabilmente, un&#8217;esagerazione, ma non ricordo che sia stata contraddetta o smentita.</p>
<p>Nel 1983 il comune di Pico e la provincia di Frosinone, pronubi il sindaco Antonino Conti e l&#8217;assessore provinciale Adalberto Carè, dedicarono un primo appuntamento allo scrittore con un seminario di studio, al quale presero parte Walter Pedullà, Geno Pampaloni, Marcello Carlino e Luciana Martinelli, che ebbe come titolo “Landolfi alla ricerca dei suoi lettori”. E si voleva alludere certo non solo ai lettori della sua provincia, ma ponendo questo tema, si riprometteva di suscitare in tutti l&#8217;interrogativo se si stesse facendo il necessario per favorire una fortuna critica più larga procurando finalmente allo scrittore una popolarità possibile, diciamo compatibile con una letteratura per definizione selettiva.</p>
<p>Abbiamo appreso solo dopo, leggendo la ricostruzione delle vicende editoriali dei libri di Landolfi, prima con Vallecchi e poi con Bompiani, Einaudi e Rizzoli – in quegli anni era ancora lontano il trasferimento all&#8217;Adelphi – che uno dei problemi della scarsità di lettori, testimoniato (è ancora Idolina a certificarlo con un suo studio) dalla tiratura e dalla sorte delle diverse tirature, consisteva più che nei lettori nelle scelte editoriali, nella scarsa cura della promozione e distribuzione, nel considerare, in fondo, Landolfi come un dotazione preziosa per il catalogo ma assolutamente ininfluente ai fini del fatturato e perciò una sorta di investimento residuale.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-109659" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/5-Landolfi-Libro-per-Libro-Copertina.png" alt="" width="400" height="539" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/5-Landolfi-Libro-per-Libro-Copertina.png 656w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/5-Landolfi-Libro-per-Libro-Copertina-223x300.png 223w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/5-Landolfi-Libro-per-Libro-Copertina-150x202.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/5-Landolfi-Libro-per-Libro-Copertina-300x404.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/5-Landolfi-Libro-per-Libro-Copertina-312x420.png 312w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p>Ma un momento di svolta per Landolfi e il suo rapporto con la nostra provincia penso possa essere fissato in un convegno svoltosi, tra Pico e Frosinone, nel dicembre del 1987, del quale è restato un libro che è ampiamente citato nella più recente bibliografia landolfiana.</p>
<p>“Landolfi libro per libro” fu il titolo – dell’incontro e del volume &#8211; scelto dagli organizzatori, io ne ebbi la cura ma gli enti che lo promossero furono la provincia di Frosinone e il comune di Pico, con la volontà di farne un appuntamento ricorrente e la premessa di una Fondazione da costituire.</p>
<p>Si trattò di un convegno importante, dicevo, perché programmaticamente, accanto a critici di mestiere, giovani e meno giovani, vennero chiamati a confrontarsi con i libri landolfiani una schiera di giovani scrittori e scrittrici nella presunzione di favorire così un “rendez vous” di questi libri con la nuova letteratura che si stava formando grazie a una nuova generazione, collocata all&#8217;altezza di anni in cui la scrittura fine, complessa, di Landolfi poteva trovare epigoni, ammiratori, interpreti più freschi.</p>
<p>Di quella “due giorni” – alla cui ideazione ebbe un ruolo determinante Raffaele Manica &#8211; ha scritto recentemente uno dei partecipanti, Emanuele Trevi, nel saggio-romanzo “Due vite”, nel quale racconta di due amici, Rocco Carbone e Pia Pera, che si conobbero in quelle giornate: Pia Pera parlò del Landolfi traduttore (“Tommaso Landolfi nello specchio russo”), Rocco Carbone del “Dialogo dei massimi sistemi” , Emanuele Trevi relazionò su “Gogol a Roma”, Pietro Tripodo, un altro amico a cui Emanuele Trevi ha dedicato un ricordo bellissimo in “Senza verso”, affrontò – all&#8217;avvio un po&#8217; di contraggenio, come ha notato Andrea Cortellessa – i due grandi libri della poesia di Landolfi, “Viola di morte” e “Il tradimento”, uscendone poi conquistato.</p>
<p>Se si scorre l&#8217;indice del libro che raccoglie tutti i contributi si rinvengono nomi diventati importanti e noti, nelle cui opere, di allora e successive, non è difficile rintracciare echi landolfiani, segno che la scelta non era stata casuale e che per la maggior parte di loro avrebbe trovato conferma nel tempo.</p>
<p>Walter Pedullà commentava che questi nuovi critici trattavano Landolfi come la moglie di Gogol, una bambola gonfiabile a proprio piacimento e propria discrezione per adattarla alle preferenze della “poetica” di ciascuno di loro, con una operazione di lettura sempre finalizzata, però, a scoprire le finzioni del racconto. Ma, ripeto, l&#8217;importanza di questo convegno fu nel fatto che finì per costituire una sorta di ufficiale riconciliazione tra la provincia di Frosinone e Landolfi, un atto che chiude senza dimenticarla, ma assegnandole il giusto profilo, la ferita provocata dai “Contrafforti di Frosinone”, ribadendo la lezione che la letteratura non può impantanarsi troppo con la cronaca o gli umori, e i malumori, del momento.</p>
<p>Ho scritto in avvio di questo testo che finalmente, dopo svariati tentativi finiti nel vuoto e tante attese andate deluse, il palazzo di Landolfi è in procinto di passare in proprietà al comune di Pico con la finalità – è negli auspici &#8211; di farne un luogo della cultura e di studio dell&#8217;opera dello scrittore.</p>
<p>Anche questo può essere un passaggio d&#8217;epoca dall&#8217;enorme valore simbolico. E la prova che se per un attimo anche noi accettiamo la sfida della sospensione dell&#8217;incredulità lo scenario nel quale entriamo comincia a popolarsi, un castello torna a vivere sotto lo sguardo ironico e, per una volta, compiaciuto del suo aristocratico abitante.</p>
<p><em>Questo testo è la rielaborazione di un intervento, tenuto a Pico il 7 settembre 2024, al Convegno “ Linguaggi e mondi possibili di Tommaso Landolfi”, promosso dal comune di Pico, dall’Università di Cassino e del Lazio meridionale e dall’Associazione “Letterature dal Fronte”, per la regia di Clara Abatecola. La tavola rotonda, coordinata da Raissa Raskina e Riccardo Finocchi del Laboratorio TECNAL dell’Università di Cassino, ha visto la partecipazione, oltre all’autore di questo scritto, di autorevoli contemporaneisti come Paolo Trama, Andrea Cortellessa, Isabella Pezzini, Daniele Giglioli e, in video, Silvana Cirillo.</em></p>
<h2>Materiali</h2>
<ul>
<li><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/2-Bragaglia-vs-Landolfi.pdf">La Gazzetta Ciociara, l’articolo di Anton Giulio Bragaglia in replica ai “Contrafforti di Frosinone”</a></li>
<li><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/3-Libero-De-Libero-e-la-Ciociaria.pdf">La Gazzetta Ciociara, Libero De Libero scrive di Ciociaria e cita Landolfi</a></li>
<li><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/4-Avanti-Convegno-83.pdf">L’Avanti! Su un convegno dedicato a Landolfi nel 1983 che ha per titolo “Landolfi alla ricerca dei suoi lettori”</a></li>
</ul>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Branchi di cani</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/05/18/branchi-di-cani/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2024/05/18/branchi-di-cani/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 May 2024 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[laura mancini]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=108065</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Laura Mancini</strong> <br />
Non so quando fu che iniziai a pensare ai branchi di cani. Branchi, di, cani, sarei tentata di scandire per ricordare come singoli elementi possano compattarsi in un simbolo monolitico e depositarsi nella mente fino a produrre calcare e ruggine, fino al totale squagliamento in un immondo pantano.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignright wp-image-108066" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Cani_LM-min-300x134.jpeg" alt="" width="449" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Cani_LM-min-300x134.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Cani_LM-min-1024x456.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Cani_LM-min-768x342.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Cani_LM-min-1536x684.jpeg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Cani_LM-min-2048x912.jpeg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Cani_LM-min-150x67.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Cani_LM-min-696x310.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Cani_LM-min-1068x475.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Cani_LM-min-1920x855.jpeg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Cani_LM-min-943x420.jpeg 943w" sizes="(max-width: 449px) 100vw, 449px" />di<strong> Laura Mancini</strong></p>
<p>Non so quando fu che iniziai a pensare ai branchi di cani. Branchi, di, cani, sarei tentata di scandire per ricordare come singoli elementi possano compattarsi in un simbolo monolitico e depositarsi nella mente fino a produrre calcare e ruggine, fino al totale squagliamento in un immondo pantano. L’idea era prima assente e poi costante, mi svegliava di notte con dettagli sino ad allora trascurati e caricava di nuove energie visive durante i rituali di preparazione alla giornata che incombeva al di fuori della porta; infine percorreva con me le strade trafficate e rabbiose della città mentre accompagnavo le donne da casa alla stazione e dall’aeroporto a casa a bordo del mio taxi rosa senza licenza che mi esponeva al linciaggio della mafia turistica. Forse l’immagine dei branchi di cani venne a me per sostituire quella del linciaggio – un’alternativa più surreale ma per questo suprema al genere di brutta fine cui l’esperimento di auto-reddito mi esponeva, una fantasia di violenza incontestabile, impossibilitata a un co-protagonismo con altre morti. Erano i cani e i cani soltanto a potermi finire. Ciò che vedevo era semplice da decifrare: un compatto gruppo di cani bavosi deciso a uccidermi poiché l’istinto gli ordinava di farlo. E contro l’istinto non c’è molto da obiettare, valutavo con un convincimento che non avevo mai provato di fronte a nulla. La mia unica scelta fino all’inizio dell’ossessione era stata quella di lasciarmi ossessionare. Che cosa studiare, con chi dividere le spese di un appartamento, dove andare in vacanza erano questioni che non avevano mai raggiunto un’evidenza alla quale reagire secondo un preciso e implicito schema – A più B uguale C, C meno B uguale A eccetera. Nel sogno a occhi chiusi o aperti i cani si manifestavano all’improvviso cogliendomi alla sprovvista come l’organismo giudicante che non mi avrebbe fatto transitare e soprattutto che non mi avrebbe lasciata vivere ponendo fine a ogni problema.</p>
<p>Per scrivere questo memoir flash ho ripercorso in ordine cronologico le occorrenze del personaggio “branco di cani” nella mia quasi quarantennale vicenda e non so se il risultato sia quanti o qualitativamente rilevante, alla rilettura non sembra che i singoli episodi abbiano avuto un significato dirimente, nessuno di essi pare aver segnato un prima e un dopo, nessuno di quei branchi ha spartito le acque della mia in fondo lineare esperienza. Eppure la sola ripetizione epifanica, per ragioni misteriose e dunque degne di riguardo, mi pare acquisire un peso ogni giorno più tangibile. Un peso e un ringhio che mi porto dentro in ogni attività, dalla più squallida e corriva – avviare la lavatrice, parcheggiare la macchina, bollire le zucchine, depilarmi le ascelle, pagare le bollette – alla più intensa e complessa – non saprei citarne alcuna.</p>
<p>La prima volta in cui mi imbattei in un branco di cani avevo otto anni e mi trovavo a Bracciano, nella sontuosa e decadente villa di un’amica dei miei genitori. La residenza era composta da due piani di stanze su stanze e un immenso giardino con campi da tennis, piscina vuota e pista di atterraggio per elicotteri e jet privati. L’amica dei miei l’aveva acquistata a un prezzo stracciato da un attore americano che doveva aver coltivato il pallino di quella precisa zona lacustre durante il breve periodo in cui aveva avuto successo e un budget illimitato per dare sfogo alle sue in fondo scontate megalomanie hollywoodiane. Tra i segnali di rovina della casa c’era un branco di cani semi-randagi che si aggirava per il giardino – ettari ed ettari di parco, a loro completa disposizione. Poiché i miei genitori mi avevano avuto a un’età in cui negli anni Ottanta non era molto comune mettere al mondo bambini i figli dei loro amici nella maggior parte dei casi non erano miei coetanei ma già adolescenti e si sottraevano ai raduni dei nostri andandosene a spasso con i compagni di scuola, in viaggio, in gita, o in motorino chissà dove. Per la noia quel giorno mi misi a fare scherzi telefonici digitando numeri a caso da una delle camere da letto arredate con moquette, specchi, abat-jour e tolette. Poi vidi i cani dalla finestra, li corteggiai con lo sguardo seguendo il loro compatto moto verso una parte avvallata del giardino. Li raggiunsi all’istante, mi sedetti all’ombra di un albero che nella mia ricostruzione fiabesca è un ciliegio e lì cantai per un tempo pressoché infinito canzoni inventate di sana pianta sullo stile di Che sarà sarà. I cani si adagiarono sul prato intorno a me in un cerchio quasi perfetto e stettero immobili a sentirmi cantare. Ad ascoltarmi ammaliati, nella mia percezione degli eventi. Il randagio di taglia grande che si era sdraiato più vicino a me aveva sulla fronte una specie di sassolino lucido e liscio che toccai tante volte e che crescendo anni dopo valutai essere stata una zecca.</p>
<p>Il branco di cani che vidi a Palermo quando andai a trovare una mia compagna di università mi fece paura. Avevo conosciuto quest’amica di nome Virginia a un corso di storia contemporanea dal programma seducente – rivoluzione culturale, civil rights movement, Woodstock, Sessantotto, femminismo. Era tenuto da uno storico famoso e anziano che ipnotizzava la classe con un eloquio forbito e un ritmo retorico perfettamente equilibrato, scevro da qualsiasi isteria post-ideologica. Il parterre di Roma Tre era meno alternativo di quanto avessi sperato nel corso dell’estate precedente all’immatricolazione sognando gruppi di antintellettuali da sottoscala e collettivi politici internazionali. Trascorso un paio di mesi dall’inizio delle lezioni mi aggiravo sola per i corridoi cercando un nascondiglio dove mangiare il panino avvolto nella stagnola. Dunque quando avevo preso posto vicino a Virginia ero stata mossa da una certa speranza di socializzazione, basata su indizi estetici: esibiva uno spesso cerchio d’argento sul labbro inferiore – che lei chiamava “il gioiello” – e una specie di divisa collegiale nera a metà tra il redskin e il mod. Io ero reduce dalla fase rave e apprezzavo tutte le sottoculture di quello che consideravo un comune lato della barricata.</p>
<p>Al termine dell’anno accademico Virginia mi disse che sarebbe tornata a vivere a Palermo, si era trovata male a Roma, non aveva stretto amicizie – ero una rara eccezione, insufficiente a farle da tessuto sociale –, aveva discusso con la padrona di casa tanto aspramente da doversi rivolgere in modo poco punk ai carabinieri – che io chiamavo “le guardie” – e non le piaceva il cibo – la <em>vostra</em> frutta non sa di niente, diceva sprezzante. A Palermo, dove la raggiunsi ad agosto per consegnarmi al sentimento di inadeguatezza e anomalia assoluta nell’ambito del suo omogeneo giro di rocker coperti di tatuaggi old school, quello dei branchi di cani era un problema. Il suo migliore amico, vedendomi impietrita da una comitiva canina ruminante nell’immondizia, mi spiegò di aver trascorso le ultime ore di una notte brava a tentare di rientrare a casa senza riuscirvi per colpa dell’assedio dei cani che gli correvano incontro ringhiando al suo minimo tentativo di avvicinamento al portone del palazzo. Aveva dormito in macchina. Ero sbalordita, e lo fui ancora di più quando ritrovai il tema, o meglio il personaggio, o meglio il nemico, nel romanzo <em>Il tempo materiale </em>di Giorgio Vasta, segno che non avevo rielaborato il ricordo fino alla deformazione, ma che i branchi di cani all’inizio del secondo millennio infestavano Palermo.</p>
<p>Qualche anno dopo, ai tempi del lavoro creativo che non mi permetteva di progettare le ferie fino alla data dell’improvvisata partenza, il mio compagno e io trascorremmo una ventina di giorni di luglio e agosto in giro per il Sud Italia. Il nostro obiettivo era riabilitare l’immaginario del Sud, esplorarne le bellezze recondite, e ci ritenevamo tanto più soddisfatti quanto meno frequentata era l’area in cui ci riusciva di bazzicare, tappa dopo tappa. L’esito più alto del binomio ammirazione-emarginazione di quella vacanza fu Isola di Capo Rizzuto, in Calabria, dove pernottammo in un campeggio di fricchettoni adulti dediti ad attività come lo yoga kundalini al tramonto, i bagni nell’argilla rossa di cui la spiaggia in cui il campeggio collinare precipitava era ricca e la musica reggae che risuonava da mattina a notte fonda per tutta l’area delle piazzole, e del bar, e del parcheggio. Il campeggio era gestito da un collettivo bolognese, mentre il personale dedicato alla manutenzione e alle pulizie era calabrese e questo generava un’atmosfera coloniale scioccante che ci indispose e intrigò al tempo stesso. Non ci mischiammo né con gli uni né con gli altri, né con la popolazione villeggiante di cui snobbavamo le attività, tanto che una ragazza una sera mentre ero in fila per pagare la pizza mi chiese stai bene? per la sola espressione che mi deformava il volto.</p>
<p>Un tardo pomeriggio, per fuggire ai bassi dei subwoofer e alle nenie rastafariane andammo a correre nella campagna che circondava il campeggio, era sconfinata, selvaggia, arruffata e il miglior scenario possibile per un branco, di, cani. Al solo scorgere le nostre figure – una alta e sottile, l’altra minuta e luccicante – il maremmano capo, o così lo intesi sul momento, dalla sommità di un cucuzzolo ululò come ci si aspetta che faccia un lupo mannaro. Al suo richiamo seguì la repentina comparsa di una decina di simili che prese a venirci dietro nervosamente. Non correre, mi ordinò il mio compagno mentre entrambi correvamo, e proprio quando i cani erano a un palmo dai nostri glutei nervosi una macchina sopraggiunse sgommando con la portiera spalancata per offrirci un passaggio. Appena volati a bordo del sedile posteriore ci trovammo faccia a faccia con un pitbull che abbaiò forte ma era buono, spiegarono i proprietari, aggiungendo che quella dei branchi di cani era una vera piaga della zona. Loro campeggiavano nel villaggio accanto al nostro campeggio – un luogo per famiglie in cui faticavo a collocare la coppia di punkabbestia con pitbull che ci aveva salvato – e non uscivano se non in macchina.</p>
<p>E infine i cani di ieri. Guidavo lungo la Flaminia considerando con rabbia quanto odiassi le macchine, lo smog, la dittatura del motore, il modo assurdo in cui si accetta di vivere per mancanza di inventiva o stanchezza di ribellione. Da quando ho abbandonato il taxi rosa non utilizzo mai l’automobile e nelle rare occasioni in cui lo faccio mi agito, suono il clacson, pigio a scatto l’acceleratore, inchiodo e sbuffo tendendo la mascella e i muscoli della schiena. Guido con arroganza esponendo me stessa e chi è a tiro a inutili rischi. Dunque ieri mentre i pini e le loro radici ritorte sotto l’asfalto bitorzoluto scorrevano al mio fianco e contro le ruote della povera Yaris ho acceso la radio e sono piombata all’istante nel pieno del palinsesto di Radio Onda Rossa che a Roma Nord di norma prende male, ma ieri trasmetteva alla perfezione. Wow, ho pensato dimenticando le macchine e le radici, che fortuna. La trasmissione in cui mi ero imbattuta oltre a proporre una sofisticatissima selezione di musica industrial che Shazam non riconosceva trattava un tema affascinante: urbanistica siberiana. La giovane studiosa che dialogava entusiasticamente con il presentatore descriveva nel dettaglio il pregio artistico della metro di Mosca, le caratteristiche che rendono unica la sua architettura, il sistema circolare delle fermate. E poi, come un dono inatteso, ecco i cani: nella metro di Mosca ogni mattina branchi di cani vagabondi salgono a bordo di un vagone, cambiano linea al momento opportuno e infine scendono alla stazione del mercato, dove trascorrono la giornata girovagando alla ricerca di cibo. Quando il mercato chiude lo stesso branco riprende la metro, cambia nuovamente linea e torna al punto di partenza, nel luogo in cui ha sede la propria casa collettiva di strada, in una precisa zona della città. Un branco di cani randagi pendolari, capaci di prendere i mezzi di trasporto, uniti nel pellegrinaggio quotidiano. È un caso unico al mondo, studiato da zoologi e veterinari con chip e satelliti, che dimostra un comportamento animale in nulla inferiore a quello umano. Non ce la faccio, questo è troppo, ho detto ad alta voce accostando per fare benzina o gas – la spia rossa del serbatoio non spiegava quale dei due mancasse né mi era chiaro come insufflare il secondo nel veicolo senza farlo esplodere.</p>
<p>Sulla piazzola della stazione di servizio, nell’attesa che qualcuno apparisse per aiutarmi come ho sempre sperato e non è mai accaduto, ho visto comporsi la sequenza, ripetersi la visione, i branchi seguiti agli altri branchi, gli anni del bilico e quelli del disincanto, i cani alle calcagna di un nutrimento qualsiasi, gli studi inservibili all’autodifesa. Ho suonato il clacson che emette il suono ridicolo di una trombetta ridicolizzando ogni richiesta di attenzione pensando di nuovo a loro, imbattibili e determinati, pronti a sbarrarmi la strada in giardino, per strada, in campagna, su questa squallida piazzola che fa da terreno a un mancato incontro, da conferma a un colpevole spaesamento. Se solo arrivasse qualcuno, ho sussurrato al cemento mentre il ringhio montava, ancora e ancora.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2024/05/18/branchi-di-cani/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sessantacinque anni</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/03/11/sessantacinque-anni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Mar 2024 06:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Comberiati]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=107051</guid>

					<description><![CDATA[di <strong> Daniele Comberiati </strong> <br />. Ero passato dal Dépanneur un venerdì pomeriggio, pensando di trovarlo chiuso. Il classico atto mancato, mi dicevo parcheggiando la macchina.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Per Besa è uscito <a href="https://www.besamucieditore.it/libro/il-diario-delle-mie-sparizioni-daniele-comberiati/"><em>Il diario delle mie sparizioni</em></a><em>, </em>di Daniele Comberiati. Pubblichiamo un estratto del primo racconto, dal titolo <em>Sessantacinque anni</em>].</p>
<p>di <strong>Daniele Comberiati</strong></p>
<p><em>           SESSANTACINQUE ANNI<img loading="lazy" class="alignright wp-image-107054" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/9788836293520_0_424_0_75-193x300.jpg" alt="" width="210" height="326" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/9788836293520_0_424_0_75-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/9788836293520_0_424_0_75-150x233.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/9788836293520_0_424_0_75-300x466.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/9788836293520_0_424_0_75-271x420.jpg 271w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/9788836293520_0_424_0_75.jpg 424w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" /><br />
</em></p>
<p><em>            Il Dépanneur</em></p>
<p>Ero passato dal <em>Dépanneur</em> un venerdì pomeriggio, pensando di trovarlo chiuso. Il classico atto mancato, mi dicevo parcheggiando la macchina. In realtà, speravo che sarebbe stato chiuso ma avevo promesso a mia moglie che ci sarei andato in settimana. Si trovava nella vecchia zona industriale della città, ormai da anni, se non da decenni, in disuso. Quando ero ragazzino c’erano ancora i meccanici, soprattutto di motociclette elettriche – i veicoli a benzina stavano già scomparendo – e con i miei ci eravamo andati quattro o cinque volte, a mia memoria sempre il sabato pomeriggio, quando non c’erano eventi organizzati, non avevo compiti da fare e, affinché non passassi ore attaccato al telefono, mio padre mi costringeva a uscire con lui. Comprava i pezzi di ricambio per la moto e i catarifrangenti colorati per le nostre biciclette, che non erano a norma – infatti li aggiungevamo a quelli comunali, non potevamo sostituirli – ma erano verdi o gialli e a me e mia cugina piacevano tantissimo. Io però, che avevo due anni più di lei, già li usavo meno (la bici mi serviva solo per andare al liceo e al centro civico) e passavo quei pomeriggi ad annoiarmi. Se veniva pure mia cugina era anche peggio perché mio padre iniziava a fare i confronti – vedi com’è sorridente lei? Devi sempre rovinare tutto con il tuo carattere? – e io mi immusonivo ancora di più. Le ultime volte ci eravamo andati noi due soli (anche mia cugina stava crescendo e, siccome mio padre era solo suo zio, non poteva certo obbligarla) e mi ricordo pomeriggi polverosi e annoiati in cui io non potevo rimanere in macchina e lo ascoltavo discutere sulla possibilità di comprare al mercato nero una targa valida per l’estero. «Ormai non le vendono più o sono carissime» gli rispondeva uno dei meccanici, attento a non farsi sentire. L’ultima volta avevano tutti la stessa tuta blu acido con due fasce gialle sugli avambracci.</p>
<p>E comunque quelle vecchie fabbriche ne avevano attraversate di ere: dal tessile alla produzione chimica, negli anni Settanta. Con la delocalizzazione, le aziende avevano chiuso e i due edifici più grandi avevano ospitato per un’estate la più grande occupazione abitativa della città. La polizia li aveva sgomberati piuttosto in fretta – un giorno umido di fine agosto, quando tutti sembravano aver cose più importanti a cui pensare – ma il quartiere per decenni era rimasto alternativo: un enorme centro sociale, che ospitava concerti punk-rock e festival di fumetto e letteratura indipendenti, aveva preso il posto delle case popolari fin quando, attraverso un movimento lento ma percepibile, anche il centro sociale si era trasformato. Una discoteca alternativa, così dicevano alcuni amici di mio padre che ci erano andati, ma pur sempre una discoteca: un locale in cui si pagava l’ingresso con le cripto-monete, che possedeva i documenti di usufrutto dei terreni, e i cui gestori pagavano le tasse. Della politica rimanevano strofe sparse di alcune canzoni dei gruppi che si esibivano, e i graffiti che imperversavano sui muri delle altre fabbriche. Poi erano rimasti solo i muri a ricordare quei movimenti, mentre i musicisti alternativi erano invecchiati e i prezzi dei biglietti erano triplicati nel giro di mezza estate: la discoteca alternativa era ormai un locale alla moda, e per questo fu spostato al centro della città – stessa gestione, stesso nome, persino stessi buttafuori all’entrata, ma cocktail più cari – allo Shibozu, il quartiere dove, dalle 21 alle 4 e 30 del mattino, si svolgeva tutta la vita notturna. La giustificazione era che alle vecchie fabbriche non ci fossero posti per i parcheggi con le colonnine per le ricariche delle auto elettriche, e che il traffico bloccasse la principale arteria cittadina che dalle 21 alle 22, mentre gli ultimi impiegati tornavano nei quartieri suburbani, era molto trafficata.</p>
<p>Cancellarono l’ultimo graffito dopo il crollo del capitalismo e decisero di metterci gli “Uffizi per le nascite, i decorsi e i decessi”. «È un luogo inclusivo», era lo slogan, «che serve a tutta la città e di cui la popolazione potrà usufruire». In effetti, non era lo stesso quando c’era il centro sociale: la musica dei Porn-corn, per esempio, piaceva a qualche vecchio amico di mio padre ma non a me. Invece agli Uffizi ci dovevamo passare tutti, prima o poi.</p>
<p>Del passato però era rimasto il nome, dagli antichi proprietari belgi di una delle fabbriche, curiosamente la più piccola, che produceva tappi da bottiglia: il <em>Dépanneur</em>.</p>
<p>Non c’era fila perché, l’ho capito dopo, gli uffici non chiudevano mai. H24, sette giorni su sette. La burocrazia perpetua.</p>
<p>«Chi deve registrare?»</p>
<p>«Mio padre…»</p>
<p>«Genere?»</p>
<p>«Mio padre… uomo».</p>
<p>«Ha indisponibilità?»</p>
<p>«Io o lui?»</p>
<p>«Suo padre, ovviamente. Perché non è venuto lui a registrarsi?»</p>
<p>«È arrivato ieri a casa nostra. Si sta ambientando…»</p>
<p>«Sessantaquattro anni precisi, quindi? Lo prenoto fra trecentosessantacinque o trecentosessantasei giorni?»</p>
<p>«Ah, possiamo decidere noi?»</p>
<p>«Certo, anche se teoricamente dovrebbe essere lui a decidere. Ma nei primi due mesi può cambiare, basta inviarci una mail».</p>
<p>«Faccia trecentosessantasei allora».</p>
<p>«Perfetto. Il regolamento con le tariffe e le multe lo ha già suo padre. Si ricordi solo che, dal primo gennaio di quest’anno, ogni giorno di ritardo è punibile con una multa in denaro o con una pena sociale per i figli o i nipoti dell’anziano, qualora i figli avessero ancora a carico prole minore. Lei ha figli?»</p>
<p>«Sì, uno».</p>
<p>«Età?»</p>
<p>«Nove anni».</p>
<p>«In tal caso potrebbe riversare su di lui la pena sociale per il mancato arrivo di suo padre. Raddoppiamento delle tasse universitarie, accesso vietato ad alcune facoltà di prestigio, decurtamento parziale dei primi stipendi…»</p>
<p>«Sì sì ho capito, grazie, non c’è bisogno che faccia la lista».</p>
<p>«Una firma qui… perfetto. Se suo padre non si presenta due mesi dopo la data, la reclusione familiare è obbligatoria e suo figlio sarà ospitato in uno dei centri per minori della città fino a quando non lo ritroviamo. Per le modalità di esecuzione parleremo con suo padre fra sei mesi circa. Gli ricordi di rispondere alle mail; senza risposta procediamo automaticamente con l’iniezione e la cremazione, a meno che non ci siano ragioni religiose contrarie esplicite, ma per queste deve compilare altri documenti».</p>
<p>«No, non mi sembra, mio padre è ateo».</p>
<p>«Perfetto allora. Grazie di essere venuto, e approfitti con suo padre dell’anno spirituale, mi raccomando!»</p>
<p>«Certo, grazie».</p>
<p>Ero ritornato alla macchina sollevato e angosciato al tempo stesso. Risposi a un messaggio di mia moglie: “Tutto a posto al <em>Dépanneur</em>, serve qualcosa per cena?”</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Igiaba Scego: una Cassandra che predice il passato</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/02/22/igiaba-scego-cassandra-a-mogadiscio-recensione/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2023/02/22/igiaba-scego-cassandra-a-mogadiscio-recensione/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Feb 2023 06:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[igiaba scego]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Somalia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=101661</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Davide Orecchio</strong><br /> Si può dare voce a una storia ridotta in macerie? In «Cassandra a Mogadiscio» di Igiaba Scego si trova la risposta, ed è sì. Pagine colme di amore per la Somalia e l’Italia offrono un testo privo di rabbia; davvero un miracolo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p style="font-size:17px">di <strong>Davide Orecchio</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large is-style-default"><img loading="lazy" width="1024" height="768" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cover-cassandra.jpeg" alt="" class="wp-image-101841" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cover-cassandra.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cover-cassandra-300x225.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cover-cassandra-768x576.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cover-cassandra-150x113.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cover-cassandra-696x522.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cover-cassandra-560x420.jpeg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cover-cassandra-80x60.jpeg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cover-cassandra-265x198.jpeg 265w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 style="font-size:22px">Appunti su <em>Cassandra a Mogadiscio</em>. Memoir, romanzo epistolare, storia collettiva</h2>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<div class="wp-block-columns">
<div class="wp-block-column">
<p class="has-background" style="background-color:#8dedfc">«Waris said her grandmother rarely left their council flat in Wolverhampton any more (&#8230;), and she&#8217;s never stopped mourning everything she&#8217;s lost<br />she lived a well-off lifestyle in Mogadishu until 1991, in a family where all the adult men worked in the family dental practice, until they were killed and she fled here with her daughters <br />(&#8230;)<br />I haven&#8217;t suffered, not really, my mother and grandmother suffered because they lost their loved ones and their homeland, whereas my suffering is mainly in my head <br />(&#8230;)<br />I&#8217;m not a victim, don&#8217;t ever treat me like a victim, my mother didn&#8217;t raise me to be a victim.»<br />– <strong>Bernardine Evaristo</strong>, <em>Girl, Woman, Other</em></p>
</div>



<div class="wp-block-column">
<p class="has-text-align-justify has-background" style="background-color:#8dedfc"><em>«Jirro</em> in somalo significa “malattia”, letteralmente è così, ogni vocabolario ti riporterà questa spiegazione. Persino Google Translate.<br />Ma <em>Jirro</em> per noi è una parola più vasta. Parla delle nostre ferite, del nostro dolore, del nostro stress postraumatico, postguerra.<br /><em>Jirro</em> è il nostro cuore spezzato. La nostra vita in equilibrio precario tra l&#8217;inferno e il presente.<br />Siamo esseri diasporici, sospesi nel vento, sradicati da una dittatura ventennale, da una delle più devastanti guerre avvenute sul pianeta Terra e da un grosso traffico di armi che ha seppellito le nostre ossa, e quelle dei nostri antenati, sotto un cumulo di kalashnikov.»<br />–<strong> Igiaba Scego</strong>, <em>Cassandra a Mogadiscio</em></p>
</div>
</div>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:20px">Poco meno di un anno fa, in un giorno d’esordio della primavera romana – tarda mattinata, da qualche parte tra il Campidoglio e il Teatro di Marcello –, la scrittrice Igiaba Scego mi raccontò che stava lavorando a un libro molto complicato per lei, e altrettanto necessario (l’aggettivo <em>necessario</em> affiora spesso, enigmaticamente, nelle recensioni o quando si parla e scrive di libri, ma in questo caso adoperarlo è corretto).&nbsp;<br /><br />Eravamo seduti fianco a fianco nell’angolo di un tavolo ampio, in attesa che una riunione iniziasse. Scego indossava occhiali da sole, se ricordo bene; io lenti da vista che si appannavano sulla mascherina Ffp2. Paradossalmente tolsi gli occhiali annebbiati per vederla meglio, come se guardare e ascoltare fossero gesti complici, solidali in una sola intenzione, quella di capire cosa Igiaba cercava di spiegarmi.</p>



<pre class="wp-block-verse" style="font-size:22px">“Voglio raccontare la storia della mia famiglia, di mia madre e mio padre, dei miei fratelli, del nostro paese di origine – la Somalia – e della guerra civile che l’ha distrutto”, mi disse.</pre>



<h2>“Quali archivi hai consultato?”</h2>



<p style="font-size:20px">Subito chiesi quali archivi stesse consultando o avesse visitato, perché, quando qualcuno conversando con me evoca la parola <em>storia</em>, penso subito a biblioteche e archivi, a carte, documenti e libri, a parole scritte e tramandate: parole come pilastri, carte come mattoni sui quali edificare, appunto, una storia (e una lingua, e uno stile).&nbsp;<br /><br />Ma ormai dovrei sapere che non funziona sempre così. Non esiste un metodo solo. Non esiste una sola ricetta <em>per farlo</em>. Soprattutto: non sempre si può disporre di un archivio, di un lascito familiare, di un deposito genealogico, di lettere o diari preziosi. In realtà avrei dovuto già saperlo mentre Igiaba raccontava il suo progetto. Ho letto ricerche di storia orale; e ho letto <em>Città sommersa</em> di Marta Barone, ricostruzione di un padre perduto senza che lui avesse lasciato una pagina, un solo rigo di eredità.</p>



<h2>“Nessun archivio. Li hanno distrutti”</h2>



<p style="font-size:20px">Eppure la risposta di Scego – “Non ho consultato nessun archivio. Li hanno distrutti. Non è rimasto nulla. Nemmeno un pezzo di carta” – mi sorprese molto, direi troppo, e lei se ne accorse. <em>Nessun archivio? Nessuna biblioteca? Come farà? Come ci riuscirà?</em>, devo avere pensato, e Igiaba deve averlo intuito fissandomi, tanto che ha poi deciso di riportare questo episodio nell’opera cui stava lavorando.&nbsp;<br /><br />La riunione iniziò e smettemmo di conversare sul libro di Igiaba. Ma ormai mi ero convinto che a questa scrittrice toccasse un compito difficile e lungo, del quale avrei letto l’esito tra chissà quanti anni. Mi sbagliavo anche su questo. <em>Cassandra a Mogadiscio</em> (Bompiani 2023, 368 pagine) è <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.bompiani.it/catalogo/cassandra-a-mogadiscio-9788830109230" target="_blank">appena uscito</a>. Il lavoro era molto più avanzato e maturo di quanto avessi immaginato. L’ho letto, sottolineato, annotato per una decina di giorni. Poi l’ho posato sul mio tavolo. Poi me ne sono andato in giro nelle mie giornate, nel lavoro, nelle perdite di tempo, ma dedicando sempre al libro di Scego uno scompartimento dei miei pensieri; pensieri che adesso provo a organizzare in questi appunti.</p>



<h2>Come ci sei riuscita?</h2>



<p style="font-size:20px">Se qualcuno elaborasse una serie di quesiti condensati in una formula del genere: “Si può raccontare una storia senza possedere documenti, solo attingendo alla propria memoria e alla memoria delle persone che si è deciso di ascoltare? Si può dare voce a un passato ridotto in macerie?”; se qualcuno si ponesse davvero questa domanda, che implica un assillo morale oltre che metodologico, troverebbe la risposta – ed è “sì” – in <em>Cassandra a Mogadiscio</em>. Igiaba Scego l’ha fatto, ha visto e predetto il passato in luogo del futuro, è una Cassandra con gli occhi sulla nuca, veggente della storia, interprete dei fatti di ieri che l’hanno messa al mondo, figlia di una città e nazione distrutta (Mogadiscio come Troia), e ha scritto un libro struggente e prezioso.<br /><br />Forse si è capito: senza carte a disposizione, l’autrice ha edificato il proprio lavoro sulle fondamenta di interviste e memorie personali. L’esito sulla pagina, però, è letteratura, è <em>scritto</em>, non compaiono quei brani esatti e incontaminati persino nelle sgrammaticature cui la storiografia orale ci ha abituati.&nbsp;<br /><br />In un passo della postfazione Scego spiega il metodo adottato, quando precisa che in <em>Cassandra a Mogadiscio</em>:&nbsp;</p>



<p class="has-background" style="background-color:#8dedfc;font-size:20px">«Ci sono il colonialismo, il trauma della dittatura e la guerra civile. Ci sono le tante ferite provocate alla Somalia da tanti colonizzatori differenti. In queste pagine spero di essere riuscita a cucire il mio pezzo di storia, a unire gli strappi dando un nome al tormento che chiunque abbia vissuto una guerra sperimenta, a quello che viene spesso definito trauma postbellico (anche se nella situazione somala non si può parlare veramente di &#8220;post&#8221;, perché purtroppo ci siamo ancora dentro): io ho preferito chiamarlo <em>Jirro</em>, usando la parola somala per &#8220;malattia Per dar voce al <em>Jirro</em> ho cercato di utilizzare il metodo di indagine memoriale che Alessandro Portelli, grande conoscitore della letteratura afroamericana e storico orale, ha diffuso».</p>



<h2>Memoir, e lettera a una nipote</h2>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-left is-style-large"><p><em>«Il nostro archivio è hooyo (mamma, ndr). E chiunque abbia visto la Somalia prima della distruzione.&nbsp;<br />È così, nipote amatissima.<br />Il tuo aabo (papà, ndr) è un archivio.<br />Lo zio Abdul è un archivio.<br />Zahra è un archivio.<br />Mamma Halima è un archivio.<br />E naturalmente lo era aabo. Il mio dolce aabo, che mi manca ogni giorno di più.<br />E anch&#8217;io in un certo senso sono un archivio. Perché ricordo.»</em></p></blockquote>



<p style="font-size:20px">Cosa è<em> Cassandra a Mogadiscio? </em>È, per molti versi, un <em>memoir</em>. L’autrice racconta la propria vita, come già le è successo in altre opere. Nata a Roma nei primi anni Settanta, figlia di due profughi somali fuggiti dalla dittatura di Siad Barre, dunque figlia dell’esilio e di un’improvvisa povertà. Separata, lei con i genitori, dal resto della famiglia, innumerevoli fratelli e altri parenti rimasti in Somalia o disseminati nella diaspora tra Europa e America. È dunque la storia di una ragazza italiana e somala che cresce negli ultimi trent’anni del secolo scorso tra pensioni malandate e appartamenti dimessi del quartiere Balduina, tra povertà, amori liceali e malattie, e dolori e sofferenze per la sorte della lontana Somalia (dove soggiornerà solo per un breve periodo) ridotta in cenere dalla guerra civile. Una ragazza che cresce fino a diventare la donna adulta che è oggi, la scrittrice che è oggi.</p>



<p style="font-size:20px">Ma è anche la storia di un uomo, il padre di Igiaba. Lo incontriamo in momenti molto diversi della sua vita. Giovane colto, intelligente, reclutato come “mediatore culturale” dai britannici nei primi anni Quaranta. Poi esponente politico di primo piano nella Somalia che, negli anni Cinquanta e Sessanta, prova a rendersi autonoma e democratica nonostante la tutela post- o neo coloniale dell’Occidente (attraverso l&#8217;amministrazione degli italiani, il colmo: i vecchi dominatori). Quindi messo in fuga dal regime di Siad Barre – che a oppositori e vecchia classe dirigente non consentiva altra scelta –, spossessato di tutto: agio economico, status, professione, figli; ramingo nei piani più bassi della piramide sociale italiana, quelli riservati ai migranti, a chi deve sbarcare il lunario. Infine anziano, malato, disincantato in anni vicini ai nostri e nel suo esito biologico.<br /><br /><em>Cassandra a Mogadiscio</em> è soprattutto la storia di una donna, la madre di Igiaba, che apprendiamo nelle sue origini rurali, tra vita pastorale e cura dei dromedari nella boscaglia. La vediamo poi crescere: si urbanizza nella capitale, lavora, incontra il suo futuro marito, lo sposa e poi – a differenza di tante altre mogli di politici somali caduti in disgrazia – non lo abbandona, affronta l’esilio con lui, la vita dura di Roma, immigrata, africana, spesso sfruttata.</p>



<p style="font-size:20px">Attorno a questi tre personaggi ne ruotano molti altri, e in tutti loro risuonano le peripezie, direi le sventure, della Somalia, paese senza pace novecentesca tra dominio coloniale, dittatura, guerra civile, e nel nuovo secolo destinato a un fallimento che pare incurabile: «“Immondezzaio”, così i media chiamano la Somalia. Per il mondo siamo una latrina. Pestilenziale, unta, condannata all’eterno tormento», scrive Scego. <br /><br />Insomma è una storia collettiva. E, in tutte le sue anime, porge il resoconto di un trauma che ha ferito irrimediabilmente una terra e un gruppo di persone, una grande famiglia articolata nelle sue generazioni. Ma<em> </em>è anche una lettera. La sua forma è epistolare. Una lunga lettera rivolta a un’altra discendente della diaspora, la giovane nipote di Scego: si chiama Soraya e vive in Canada. Lei, rappresentante di tutte le ragazze e i ragazzi della sua generazione, è la destinataria della storia, colei alla quale il racconto deve essere trasmesso.</p>



<div class="wp-block-image is-style-default td-caption-align-right"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/indice-846x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-101950" width="635" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/indice-846x1024.jpeg 846w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/indice-248x300.jpeg 248w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/indice-768x930.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/indice-1269x1536.jpeg 1269w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/indice-150x182.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/indice-300x363.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/indice-696x843.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/indice-1068x1293.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/indice-347x420.jpeg 347w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/indice.jpeg 1596w" sizes="(max-width: 635px) 100vw, 635px" /></figure></div>



<h2>Indimenticabile madre</h2>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-left is-style-large"><p><em>«Vedo quanta voglia ha la mia hooyo, la tua ayeyo, quella nonna che ormai è arrivata alla soglia degli ottant&#8217;anni, di raccontarti il mondo, il suo, per trasmettertelo. Ma non parla bene nessuna delle tue lingue. </em><br /><em>(&#8230;) </em><br /><em>E hooyo voleva (&#8230;) passarmi la sua vita. Perché non si trattava più di una storia famigliare e basta. Era qualcosa che andava oltre. </em><br /><em>(&#8230;) </em><br /><em>“Ascoltami,” mi ordina. “</em>Degheso<em>. Non c’è bisogno che annoti tutto. Usa la memoria. Usa il cuore.” </em><br /><em>(&#8230;) </em><br /><em>E io sono per te anche colei che traduce. Antenata dopo antenata. Virgola dopo virgola. Massacro dopo massacro. Viaggio dopo viaggio. Kalashnikov dopo kalashnikov. Sono la </em>turjumaan<em>, la traduttrice, di una storia ancora da scrivere.»</em></p></blockquote>



<p style="font-size:20px">Dobbiamo questo libro al talento di Igiaba Scego. Ma lei lo deve alla forza e all’ostinazione di sua madre Chadigia. È la <em>hooyo</em> a esprimere il desiderio che la storia sia messa per iscritto e trasmessa. Vuole che la giovane nipote la conosca. Ma non può raccontargliela direttamente. Non hanno nessuna lingua in comune. Non il somalo, non l’inglese né il francese, non l’italiano. E la nonna non sa scrivere, e legge poco e male. È lei a costringere la figlia – la scrittrice, la <em>traduttrice</em> – al lavoro.<br /><br />Chadigia è un personaggio indimenticabile, e sono indimenticabili le pagine che ce la mostrano: sia nell’atto di ricordare, anziana a Roma, al fianco della figlia e spronandola all’ascolto, sia nell’atto di esistere in questa storia, a partire dall’infanzia e poi nell’avventura della vita. Ma spiccano alcune pagine in particolare. Un cuore più vivido pulsa nei brani sulla guerra civile scoppiata nel 1991. Qui inizia una stagione lunga, silenziosa, pericolosa. Quando la madre, senza capire cosa stia per accadere in Somalia, decide di partire per Mogadiscio.&nbsp;</p>



<p class="has-background" style="background-color:#8dedfc;font-size:20px">«Mise due stracci in valigia e approdò dalla sorella. Era l&#8217;unica ottimista in un paese in cui tutti erano diventati improvvisamente pessimisti. Lei credeva che la Somalia avesse un futuro.»&nbsp;</p>



<p style="font-size:20px">Di lì a poco Chadigia sparisce, «inghiottita dalla guerra. (&#8230;) Tradita. Dalla nazione. E dalla storia». Trascorrerà un anno nel paese lacerato dalla violenza, testimoniando atrocità e cercando riparo come può. La sua assenza trova un controcanto (e un vero e proprio biografema) nello strazio romano della figlia adolescente, che vede la tragedia somala incarnarsi in quella della madre, e in apprensione per lei contrae il <em>Jirro</em> per la prima volta nella vita, sulla soglia dell’età adulta. Una malattia che è davvero patologia storica, politica, dolore collettivo capace di incorporarsi nella carne della ragazza sino a farle perdere il corpo inducendola a un vomito continuo, a un quotidiano rigurgito. Si capisce allora perché sia questa madre l’energia di <em>Cassandra a Mogadiscio</em>, la forza di tutto: è attraverso la sua sorte (per fortuna benigna, Chadigia riapparirà a Roma nel 1992) che Scego prende coscienza della ferocia in cui è sprofondata la Somalia.</p>



<h2>La forma e la lingua</h2>



<blockquote class="wp-block-quote is-style-large"><p><em>«“Allora dille, a quella mia nipote scapestrata e dolcissima, che l&#8217;italiano è la lingua dei sogni. Anzi dille che l&#8217;italiano è la lingua del più grande sogno di sua nonna. Ritrovarci io e lei presto insieme e parlare. Guardandoci negli occhi. Senza intermediari. Con la forza dei nostri sospiri. Devi dirle che la aspetto. Che sono anni che voglio chiacchierare con lei. E superare l&#8217;oblio”.»</em></p></blockquote>



<p style="font-size:20px">Accennavo sopra alla forma epistolare del libro. La lunga lettera di Igiaba a Soraya. Funziona benissimo. Porge una lingua intima e orale, conversazionale, e una narrazione mai lineare ma fitta, invece, di ripetizioni, digressioni, sospensioni, arresti e ripartenze. Esattamente come dovrebbe accadere in una lettera. Forse una lettera scritta a mano, penna e inchiostro su carta, e non scolpita e corretta davanti allo schermo di un computer.&nbsp;<br /><br />Il tutto è controllato in un flusso che pare naturale nel suo perdersi e ritrovarsi tra presente e passato, tra personaggi, episodi e diverse epoche in un arco temporale che va dagli anni Trenta del Novecento a oggi. Ma è appunto architettura, scelta stilistica. Questo libro è un tessuto imprevedibile e irripetibile, esattamente come annuncia la sua copertina, là dove incontriamo una fotografia della madre di Igiaba, giovanissima, intenta a spiegare a una donna italiana come si cuce un paio di babbucce: mani e dita intrecciate, ago, filo, sguardi concentrati su una trama che non sarà mai geometricamente simmetrica ma, come rivendica la stessa autrice, caleidoscopica.<br /><br />Infine la questione della lingua. Si sarà capito che a leggere <em>Cassandra a Mogadiscio</em> s’impara un mucchio di parole somale. Ma si apprende anche l’amore per l’italiano. Non è una questione irrilevante. Stiamo parlando della lingua degli antichi colonizzatori. E poi del gergo burocratico, brutto, ostile, indifferente che accoglie una famiglia di profughi e la umilia con la sua modulistica (permessi di soggiorno e via elencando).<br /><br />Eppure è una lingua amata e adottata. Chadigia vorrebbe che la nipote Soraya la imparasse. Altro che inglese, francese o addirittura somalo: la nonna vuole parlarle in italiano. E Igiaba in italiano continua a scrivere, non lo “tradisce” per altri idiomi – più appetibili sul proscenio editoriale globale – che un’autrice cosmopolita come lei potrebbe tranquillamente frequentare. È un affetto che colpisce ed emoziona. Forse contiene una specie di perdono storico, non lo so. Sicuramente rivela una superiorità rispetto a chi, italianissimo e razzista, dall’altra parte della barricata storica, fu protagonista di violenze e sopraffazione.&nbsp;<br /><br /><em>Italiano</em>. Ecco cosa scrive Igiaba Scego al riguardo:&nbsp;</p>



<p class="has-background" style="background-color:#8dedfc;font-size:20px">«Una lingua un tempo nemica, un tempo negriera, ma che ora è diventata, per una generazione che va da mia madre a me, la lingua dei nostri affetti. Dei nostri più intimi segreti. La lingua che ci completa nonostante le sue contraddizioni. Lingua di Dante, Petrarca, Boccaccio, Elsa Morante e Dacia Maraini. Lingua di Pap Khouma, Amir Issaa, Leila El Houssi, Takoua Ben Mohamed e Diarah Kan. Lingua un tempo singolare e ora plurale. Lingua mediterranea, lingua di incroci».</p>



<p style="font-size:20px">Hooyo – Chadigia, la madre – non può leggere il libro di Igiaba. Immagino e spero che la figlia lo abbia declamato per lei ad alta voce, dalla prima all’ultima pagina. Immagino l’emozione dell’ascolto, la memoria e la storia che riempiono il tinello di un’abitazione romana, il ricordo di chi non c’è più, la fiducia e l’amore in chi ancora c’è. </p>



<p style="font-size:20px"><em>Cassandra a Mogadiscio </em>consente un ingresso lieve in una storia importante e cruenta. Pagine colme di amore per la Somalia e per l’Italia insieme (che forse questo amore non se lo merita) offrono un testo privo di rabbia; davvero un miracolo.</p>



<p class="has-text-align-center" style="font-size:25px">↫ ↬</p>



<h3>Per approfondire:</h3>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-nazione-indiana wp-block-embed-nazione-indiana"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="EHeBxm5VHH"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/07/12/il-colonialismo-montanelli-i-nonni-fascisti-la-memoria/">Il colonialismo, Montanelli, i nonni fascisti, la memoria</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;Il colonialismo, Montanelli, i nonni fascisti, la memoria&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2014/07/12/il-colonialismo-montanelli-i-nonni-fascisti-la-memoria/embed/#?secret=EHeBxm5VHH" data-secret="EHeBxm5VHH" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
</div><figcaption>Un dialogo tra Igiaba Scego e Paolo Di Paolo (2014)</figcaption></figure>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2023/02/22/igiaba-scego-cassandra-a-mogadiscio-recensione/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Un «insopprimibile senso di vivere». L’«inverno freddissimo» di Fausta Cialente</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/12/12/linverno-freddissimo-di-fausta-cialente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Dec 2022 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[fausta cialente]]></category>
		<category><![CDATA[francesca rubini]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Nottetempo]]></category>
		<category><![CDATA[un inverno freddissimo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=100489</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Francesca Rubini</strong><br />
Il romanzo, quasi teatrale, assente nelle librerie da oltre 40 anni, mette in scena la Milano del 1946 ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Francesca Rubini</strong></p>



<p style="font-size:20px">«Non vedevo l’inverno da ben ventisei anni, avevo completamente dimenticato tutti i suoi aspetti e le sofferenze che possono accompagnarlo», ricorda <strong>Fausta Cialente</strong> in un’intervista degli anni Settanta. Dal 1921, quando ventitreenne raggiunge la famiglia del marito Enrico Terni ad Alessandria, Cialente ha vissuto e scritto l’Egitto: una lunga insistente estate sconvolta dalla Seconda guerra mondiale (che vede l’autrice impegnata nella lotta antifascista al Cairo) e interrotta nel 1947 dal ritorno nell’Italia del neorealismo, dove continua la militanza politica fra le pagine culturali dell’«Unità» e di «Noi donne». <br /><br />Dal <strong>nomadismo</strong> di un’esistenza sempre in fuga verso un <em>altrove</em> (alla fine degli anni Cinquanta ricomincerà a viaggiare, per poi stabilirsi e morire, nel 1994, in Inghilterra), lontana dai clamori della scena letteraria, restano splendidi racconti di ambientazione levantina e di interni borghesi, rubriche radiofoniche, decine e decine di servizi giornalistici, importanti traduzioni, e alcuni tra i romanzi più belli del Novecento. <strong>Libri sempre <em>fuori tempo</em></strong>, spesso stonati rispetto al clima culturale del momento, sostenuti dalla critica e presto dimenticati, ma ciclicamente svelati come tesori nascosti, perfino inattesi. </p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="500" height="714" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/cialente.jpeg" alt="" class="wp-image-100496" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/cialente.jpeg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/cialente-210x300.jpeg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/cialente-150x214.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/cialente-300x428.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/cialente-294x420.jpeg 294w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure></div>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:20px">L’ultima riscoperta è quella di <strong>Nottetempo</strong>, guidata dalla sapiente cura di <strong>Emmanuela Carbé</strong>, che suggerisce ai lettori <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.edizioninottetempo.it/it/un-inverno-freddissimo" target="_blank"><strong>un testo assente nelle librerie da oltre quarant’anni</strong></a>. Pubblicato nel 1966 nel clima dello sperimentalismo e della neoavanguardia, <em>Un inverno freddissimo</em> è un romanzo dal carattere quasi teatrale che mette in scena, nel <strong>rigido inverno del 1946</strong>, la vicenda di <strong>Camilla</strong>, madre separata dal marito che mantiene figli, nipoti, vicini di casa in una soffitta abusiva, piccolo ricovero contro il freddo di una civiltà lacerata e in lenta ricomposizione. </p>



<p style="font-size:20px">A <strong>Milano</strong>, città «così gravemente sfregiata», «stordita e inerte», in cui la guerra ha offeso l’inviolabilità degli luoghi privati (le finestre dei palazzi sono «occhiaie vuote» aperte sull’abisso dei palazzi sventrati), la protagonista si ostina a ricostruire nel perimetro della soffitta la perduta corrispondenza fra gli individui e lo spazio, fra le coscienze e la Storia. La rieducazione alla vita passa per i quieti sospiri delle stuoie, i soffi del camino, lo scricchiolio dei mobili, i gemiti nelle grondaie dove si annidano le ambizioni e il malessere degli abitanti (alcuni destinati ad essere <em>sommersi</em>, altri <em>salvati</em>), i loro egoismi, i loro conflitti, le loro solitudini. </p>



<p style="font-size:20px">La <strong>soffitta</strong> non è un’isola felice nel mezzo della metropoli distrutta, ma il frammento di un grande crollo storico che riflette la sorte di due generazioni (quella degli adulti che hanno ridotto il mondo in macerie; quella dei più giovani, che pretendono di ereditare un mondo a misura dei propri desideri), le contraddizioni di un intero paese colto nel passaggio fra lo slancio civile della <strong>Resistenza</strong> e la nuova corsa al benessere materiale della ricostruzione. </p>



<p style="font-size:20px">Nella cronaca di <strong>un’anonima quotidianità</strong>, la prosa intimamente suggestiva e la raffinata tensione stilistica di Cialente costringono a trattenere lo sguardo (senza compiacimenti sentimentali e senza eroismo) sulla paura, la privazione, l’incertezza dell’esistenza interrotta e per sempre ferita. Quando gli esseri umani si scoprono incapaci di immaginare il futuro, la realtà diventa un inverno «feroce», «maledetto», «terribile», che un solo personaggio è in grado di soffrire e superare. </p>



<p style="font-size:20px">Camilla è la sponda luminosa del romanzo e conserva i termini di una <strong>denuncia radicale</strong>: priva di qualsiasi preparazione ideologica e di contrassegni esclusivi ma dotata di una spontanea immunità al pregiudizio, di buon senso e di vivace intelligenza etica, la moglie-madre-massaia costruisce la sua identità fuori dalle categorie della morale borghese, rifiuta il suo ruolo di cura come annullamento e difende sopra ogni altra responsabilità il rispetto per se stessa e il suo diritto alla felicità. Non una figura esemplare, ma un carattere esposto alla fragilità, condannata nonostante tutti gli sforzi a fallire nei propri doveri, ma che al cedimento degli affetti e all’incoerenza del destino continua ad opporre un «insopprimibile senso di vivere». </p>



<p style="font-size:20px">È con questo personaggio che Cialente sfida il <strong>tempo freddissimo delle sconfitte</strong> individuali e collettive, in un libro che racconta il lutto e il rimpianto, il bisogno difficile e irrinunciabile di vivere attraverso la perdita, senza indulgenza e senza conforto, ma senza disperazione. Scoprendo che per scrivere serve «rimpiangere e soffrire […] ma è pure necessario ambire, godere, stringersi ad altri esseri umani, riceverne il calore, con qualcuno procedere insieme». E che per vivere, forse, non è così diverso. </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Le foglie di Adamo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/06/16/le-foglie-di-adamo/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2022/06/16/le-foglie-di-adamo/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jun 2022 05:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[laura mancini]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=98016</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Laura Mancini</strong> <br />La voce brusca dello zio e quella fioca del nonno riscossero Adamo dalla sua beatitudine. Si voltò e li vide sbracciarsi oltre il cancello mentre un uomo vestito di lenzuola sbatacchiava il lucchetto. Adà, sfiatava il nonno, Adamo! tuonava lo zio. Adamo fece un nodo al respiro.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_98048" aria-describedby="caption-attachment-98048" style="width: 348px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" class="wp-image-98048" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Mancini-min-212x300.jpg" alt="" width="348" height="492" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Mancini-min-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Mancini-min-724x1024.jpg 724w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Mancini-min-768x1086.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Mancini-min-1087x1536.jpg 1087w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Mancini-min-1449x2048.jpg 1449w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Mancini-min-150x212.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Mancini-min-300x424.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Mancini-min-696x984.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Mancini-min-1068x1510.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Mancini-min-1920x2714.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Mancini-min-297x420.jpg 297w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Mancini-min-scaled.jpg 1811w" sizes="(max-width: 348px) 100vw, 348px" /><figcaption id="caption-attachment-98048" class="wp-caption-text">Artwork di Lorenzo Trivelli</figcaption></figure></p>
<p>di <strong>Laura Mancini</strong></p>
<p>La voce brusca dello zio e quella fioca del nonno riscossero Adamo dalla sua beatitudine. Si voltò e li vide sbracciarsi oltre il cancello mentre un uomo vestito di lenzuola sbatacchiava il lucchetto. Adà, sfiatava il nonno, Adamo! tuonava lo zio. Adamo fece un nodo al respiro. Appena cessato il chiasso lo zio e il nonno gli corsero incontro seguiti dall’uomo di lenzuola. Che fì, com’è success, piagnucolava il nonno accelerando il passo sciancato che gli aveva sempre conosciuto. Per lo spavento di quell’intonazione dolente che gli era invece estranea, Adamo poggiò la fronte sulla pietra e chiuse gli occhi. Si sentì sollevare e i calzoncini stretti sul ventre, i suoni confusi, l’aria di terra. Prese a scavare la pietra con la punta delle dita per arpionarsi ai segni di ferro che non sapeva essere lettere e numeri. 1923-1946.</p>
<p>Poi venne agguantato, arrotolato in un maglione e, in una pasta di lacrime e moccio, subito tradotto fuori dal cimitero, dove aveva trascorso ore felici sul marmo ghiacciato, in ascolto dei grilli, della civetta e del sentiero scricchiolante di ghiaia che i ragazzini di giorno discendevano in picchiata sgommando. <em>Mè, mo torna Adamuc’</em>, gli aveva suggerito il padre, ma lui era rimasto a contemplare le foglie dell’albero lucidate dal vento della notte. Supino, con le gambe raccolte sul busto, aveva ammirato quelle foglie e dietro le foglie le stelle, ammucchiate e scintillanti come dal gradino di casa non apparivano mai.</p>
<p>Il cimitero era circondato dai frutteti dove molti di domenica pranzavano al sole, sdraiati su tovaglie bucate. Vagando per quei giardini Adamo riceveva in dono ciliegie e pesche succose. <em>Shìne com’ no </em>confermava il padre, poteva accettarle, <em>ringrazia</em> e Adamo ringraziava. Un pomeriggio, lontano dalla madre da tanti giorni quanti rendono corti i vestiti e lunghi i capelli, aveva trovato su un uscio un cestino di mele e lo aveva preso pensando, ma non sentendo, <em>shine com’ no</em>. Poco dopo due uomini in divisa avevano bussato alla porta chiedendo vostro nipote è in casa? È stato denunciato per furto. La nonna aveva ululato per l’onta e la protesta, ma allo stanarlo sul retro con il cestino tra le ginocchia e le guance gonfie di frutta, era scoppiata a ridere, e con lei gli uomini in divisa. Avevano riso, e riso, tutti tranne Adamo, prostrato dal mal di pancia. <em>Ia’, mo vattinne a papà</em>, ma non si era mosso. Aveva percorso la strada in discesa dietro il carro del prete, e in salita con i soli nonni, ma poi di nuovo in discesa, senza altri che il buio e le stelle, per fissare il punto esatto in cui gli uomini che gli toccavano la testa con mani di legno avevano lasciato il padre. Nella foto incorniciata indossava una camicia bianca con un fiocco di carta al collo. <em>Ti sì fatt’ grande</em>, gli aveva detto per premiare il coraggio del bambino che Adamo non poteva più essere. <em>Mammà mo risposa, zizì è pateto</em>. Adamo aveva continuato a guardare le foglie ballare indifferenti.</p>
<p><em>Canta Adamuc’</em>, gli aveva proposto il padre al mattino, e lui aveva cantato lungo tutta la strada sterrata che portava alla spiaggia, riempendo i polmoni di aria salmastra e restituendo alle chiome dei nespoli le sue fantasie più dolci, il desiderio di vivere libero in città, divertirsi e guadagnare. Erano verde, erano verde ’e fronne, intonò scendendo dalle fratte all’arena. Aveva temuto di scoprirsi la voce spezzata come le costole, il fiato corto, il passo molle, e invece riusciva ad accontentare il padre con i più schietti vocalizzi. <em>La fine del mondo</em>, lo sentì infatti gongolare. Me pare ancora ’e sèntere sì a vita mia, insisté Adamo esaltato dal riconoscimento. Era felice che il tono tenesse nonostante i fianchi contusi, la giornata di vacanza era lunga e ancora piena di occasioni.</p>
<p>Al mare c’erano solo coppie appartate e qualche pescatore in riva. Adamo passeggiava controvento, rifiatando dal cicaleccio che sulla corriera, a scuola e al bar avvolgeva ogni suo sorriso e ogni suo silenzio. <em>Cussì ci piace a nuie</em>. Così piaceva a loro, era vero, si disse, scalciare pietre senza pensieri, fumare e cantare con sentimento. Il mare era di vetro, il cielo una coperta. Adamo si massaggiò in segreto i due ematomi sulle anche, ovali corti e larghi come le suole delle scarpe che li avevano impressi. O come le foglie di magnolia che avrebbero ombreggiato il suo sonno cittadino, tra le braccia della destinataria della lettera nascosta in tasca. ’Sta vita che sarìa s’io nun tenesse a te? Ispirato dalla visione, aggiunse il verso nello spazio bianco che precedeva la firma. Mancavano due mesi alla comparsa natalizia della <em>bella guagliona</em>, come lei non avrebbe tollerato di essere definita se avesse udito ciò che solo Adamo poteva. <em>Ma assai</em> <em>bella, brav’ </em>rintuzzava il padre a sorpresa di tanto in tanto, per ricordargli a quale fine fossero destinati i suoi dispiaceri quotidiani<em>. </em>Era un puro caso che la sera precedente Adamo avesse ricordato di trasferire la lettera nel vestito della domenica, prima che quello della settimana fosse messo a bollire. Immaginò gli occhi da gatta fondersi in un orrore ciclopico, la bocca accartocciarsi in un cruccio e ridacchiò imbarazzato. <em>L’amour, l’amour, che te fa fa’ l’amour</em>, buttò lì il padre per calmare il tremolio di ginocchia in cui sempre l’idea di lei lo precipitava.</p>
<p>Poi le nuvole stesero un velo sulla spiaggia e nel cuore trillante di Adamo, il vento increspò il mare con piccoli mulinelli di schiuma e la sabbia si sollevò in un nastro feroce. <em>S’è fatt nir nir</em>, sospirò il padre per avvisarlo e Adamo mirò dritto alla gola del porto, dove trovò la coppola, le braccia conserte e la bocca serrata in un taglio. Per un minuto o due non fece altro che registrare le onde dietro di sé, quanto eterne e vere, sentendo la potenza del mare allargargli le spalle, raddrizzargli la schiena, tendergli i muscoli, uno a uno. Sullo sfondo del panorama al contrario erano il muro di sassi, lo sbattere delle persiane, la chiesa, la piazza, il bar del corso, le saracinesche abbassate, la villa, le panchine, la fontana e quella cattiveria piccola così. <em>Corr’ Adamuc’</em> precisò il padre colpendo forte al centro della mente buia di Adamo, poiché mai, nemmeno nei giorni più duri, lo aveva spinto lontano.</p>
<p>Li vede questi? gli chiese il medico. Adamo non confermò l’ovvio tenendo gli occhi fissi sulla lastra. Sa che cosa sono? Sembravano foglie di una talea ben radicata nel terreno, o piccoli funghi germogliati all’ombra di un boschetto. Metastasi, e uccideranno sua madre. Suo padre è informato? Suo padre era morto, ed era vivo, e non aveva mai sentito la parola metastasi, avrebbe puntualizzato Adamo se di fronte non avesse avuto uno dei morti, ma uno dei vivi. Cosa possiamo fare, commentò piatto invece, per fingersi interessato e andare al sodo. Niente, non possiamo fare niente. <em>Adamuc’ </em>lo chiamò il padre per sollecitarlo a dire altro. Adamo controllò l’orologio facendolo roteare sonoramente sul polso e strinse la mano al medico; poi, giunto al pianterreno del corpo B, telefonò al fratello e gli riferì ciò che gli era appena stato illustrato senza note di biasimo per l’interrogatorio patibolare. Più tardi, mentre percorreva il centro a passo d’uomo sgrullando la cenere più all’interno che all’esterno dell’abitacolo, sentì le parole del padre carezzargli la barba lunga due giorni. S<em>tarebbe bene partire</em> consigliava con il tatto che sempre gli usava, ma poi, come spaventato dalla mancata reazione del figlio, aggiunse: <em>Sì tu il primo</em>. Adamo sapeva di essere il primogenito, e l’unico ad avere dimestichezza con le carte, la casa, la banca, ma anche che nulla sarebbe riuscito a farlo retrocedere nel passato, nemmeno il commiato da chi lo aveva messo al mondo. <em>Non sia mai</em>, non seppe trattenersi dall’infierire il padre, <em>che ti penti quann’ è tardi</em>. No, replicò Adamo fermo, era sfuggito alla risacca delle onde e non si era scusato per aver rubato le mele, la sua piccola storia aveva tentato continuamente di attribuirgli colpe che colpe non erano.</p>
<p>Nel pomeriggio andò a prendere le bambine al corso di musica e con la scusa di voler sentire quanto fossero progredite dispose le sedie in balcone per suonare qualcosa insieme. L’acqua te ’nfonne e va, urlarono con due chitarre e tre voci al boschetto su cui affacciava la palazzina. <em>Angeli sono</em>, <em>stelle del firmamento</em> gli sussurrò il padre perché capisse che gli era vicino in ogni istante, dalla sua parte ovunque fosse. <em>Canta Adamuc’</em> e Adamo cantava, assecondando le stonature delle figlie con tutto il fiato che aveva in corpo e gettando ogni dubbio residuo a quel tramonto monco d’oro e di rosso nella certezza che il brutto potesse infine scivolare sulle piastrelle lucide, mutare in linfa, penetrare la terra secca del giardino e generare un altro platano, che il sodalizio attorno al quale l’asse della sua vita aveva girato non subisse intrusioni, che i vivi restassero coi vivi e i morti coi morti con quell’unica, personale eccezione, e che l’eccezione durasse in eterno, tramandandosi. Piangi? gli chiese la piccola. Ti prego piangi! lo spronò la grande, ti vuole consolare, disse indicando la sorella, è la fissazione del momento. Ma nessuno è più felice di me, replicò Adamo, ed era vero: nessuno era più felice di lui.</p>
<p>Nel Giorno dei Morti, che era il giorno dei vivi, Adamo tornò a controllare in quali condizioni versasse ciò che si era lasciato dietro. Il cielo era bianco e i rami degli alberi lo additavano agonizzanti come a dire sai e non parli, tu lo sai e non dici niente. Una coppia di mezza età puliva a testa china il vialetto con rapide mosse decise, l’uomo spazzava affastellando la sterpaglia in capannelli che la donna travasava dentro grandi buste nere. Adamo li salutò prestando attenzione a non interferire coi loro mucchi e distratto dallo schivarli si trovò di colpo al cospetto della foto e della pietra – il fiocco di carta, gli occhi di fuoco, 1923-1946 – senza riparo dall’emozione, ma l’emozione era il sollievo e non recava violenza. <em>Sempre chesto sono</em>, ribadì il padre snervato dalla sua circospezione, <em>la senti anche tu la voce, che giovane rimane</em>. Adamo si mise in tasca una foglia secca prefigurando il milione di frammenti puntuti che ne sarebbe derivato, tra i ricci crespi della fodera del montone. Un pizzico per ogni ragione del bene, un pizzico per ogni ragione del male. <em>Semp’ a penzà e ripenzà </em>lo redarguì il padre morbido. E morbido era tutto, di quel giorno, il prato, il muschio, la stoffa, i petali, il suono aperto e poi chiuso del proprio nome che Adamo sentì cantilenare quando era ormai prossimo all’uscita. Da una siepe tosata di fresco sbucava il volto raggrinzito di un buon amico, furbo e triangolare come il tempo lo aveva conservato. Il padre, tramortito dal riconoscimento, strepitò <em>ved’ tu come s’è fatt’! </em>trovando il bambino di un tempo canuto e zoppo, invecchiato com’era il figlio, e come lui non era. C’incontriamo nella terra dei vivi, disse l’amico quando fu tanto vicino da toccare la spalla di Adamo. Rivelava nel portamento una maestosa decadenza che la parlata lenta, come di chi voglia essere meglio compreso, non smentiva. Hai ancora la Olympia blu? gli chiese Adamo per camuffare quanto gli fosse duro quel morbido, quanto nero quel bianco. L’amico emise un sibilo che era forse ironia e guardandolo dritto negli occhi scandì fuori contesto: ho sempre avuto di te una stima, un’ammirazione. La prima foglia si ruppe sotto la pressione delle dita, e continuò a sminuzzarsi mentre l’amico infilava tra i pensieri sconnessi nuove implacabili e definitive sentenze. Passano gli anni, ma i sentimenti tuoi non si spengono. Poi tacque, aspettando una reazione. Adamo scosse confuso la testa per chiarire che anche lui credeva in quella negazione e no, si risolse a dire rimestando la foglia rotta in tasca, non si spengono.<em> Adamuc’</em>, disse il padre, <em>jammucenne</em>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2022/06/16/le-foglie-di-adamo/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;orso di Calarsi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/06/30/lorso-di-calarsi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Jun 2021 12:07:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[claudio conti]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Calvino]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=91406</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Claudio Conti</strong><br />
«Da una parte l’Impero ottomano, dall’altra la Valacchia. In mezzo il Danubio, nero e immenso».
Lara è sul fianco e ruota la testa all’indietro, verso Adrian. Rimane così per un po’, con la reminiscenza del suo profilo a sfumare sul cuscino. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Claudio Conti</strong><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/orso-diavolo-4-300x200.jpeg" alt="" width="300" height="200" class="alignleft size-medium wp-image-91407" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/orso-diavolo-4-300x200.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/orso-diavolo-4-768x513.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/orso-diavolo-4-150x100.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/orso-diavolo-4-696x464.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/orso-diavolo-4-629x420.jpeg 629w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/orso-diavolo-4.jpeg 998w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>«Da una parte l’Impero ottomano, dall’altra la Valacchia. In mezzo il Danubio, nero e immenso».<br />
Lara è sul fianco e ruota la testa all’indietro, verso Adrian. Rimane così per un po’, con la reminiscenza del suo profilo a sfumare sul cuscino.<br />
«Fai sul serio?» gli chiede alla fine, assonnata.<br />
Adrian accende l’abat-jour e si tira su puntando i gomiti. «Non dormire», le dice mentre si sistema il cuscino dietro alla schiena, «devi ascoltare».<br />
Allunga una mano per prendere le sigarette dal comodino e si sofferma sul libro su cui era poggiato il pacchetto.<br />
Lara gli lancia un’occhiata. «Non vorrai fumare?»<br />
Adrian solleva il libro e se lo rigira tra le mani. Lei ruota il corpo verso di lui e il movimento troppo brusco manda all’aria la stanza, che inizia a girare.<br />
«Sono sottosopra», mugugna.<br />
Lui sfoglia pagine come schiaffi.<br />
«Fa’ attenzione con quello».<br />
«Sembra antico».<br />
«Lo è».<br />
«Cosa hai detto che studi?»<br />
«Non me l’hai chiesto. Storia dell’arte».<br />
Adrian si blocca e centra una pagina con l’indice. «Sono disegni arabi?»<br />
«Miniature. Cinesi, persiane e turche».<br />
Lui prende una sigaretta dal pacchetto usando i denti, senza distogliere lo sguardo dal libro. «<em>Miniature</em>?»<br />
Lara chiude gli occhi nel tentativo di rallentare la rotazione del letto. «Si chiamano così».<br />
«È curioso perché la storia che ti stavo raccontando», richiude il libro e lo lancia sul comodino, «parla proprio di turchi».<br />
Lara sobbalza per il rumore. Cerca con lo sguardo il libro, per metà oltre il bordo del mobile, quindi scivola su di lui, sul suo fisico curato, i pettorali, i tatuaggi. «E della Valacchia», aggiunge con un mezzo sorriso annoiato.<br />
«È il posto da cui vengo».<br />
Lara torna a rivolgergli la schiena, tirandosi il lenzuolo fin sopra la spalla. «Senti, per me vieni dal <em>Blu Line</em>», gli risponde sbadigliando, «può bastare?»<br />
«Tra poco me ne vado».<br />
«Non ho mica detto che devi andartene, sono solo stanca, e poi ho bevuto troppo».<br />
Adrian fa scattare l’accendino e fissa il cuore blu della fiamma fremere sulla brace dalla sigaretta.<br />
«Mi sei sembrata una che l’alcol lo regge bene».<br />
«Se sono qui con uno che in piena notte si mette a parlare dell’Impero ottomano», fa lei in mezzo a un altro sbadiglio, «direi che non lo reggo poi così bene».<br />
«Non ho neanche iniziato».<br />
«È una minaccia?»<br />
«Studi Storia dell’arte, il passato dovrebbe interessarti».<br />
«Sì», gli fa con un filo di voce, «ma il passato è lì, stanotte non andrà da nessuna parte».<br />
«Il passato si muove eccome», risponde lui con una sfumatura nervosa che la sorprende. «È un cacciatore instancabile», aggiunge soffiando fumo.<br />
«Ti avevo chiesto di non fumare».<br />
Adrian le sfiora il collo con l’indice e lei si ritrae come una chiocciola.<br />
«Facciamo così», gli propone, «racconta la tua storia, non badare a me», la voce sembra spegnersi, «ma se mi addormento non prendertela».<br />
Lui le scopre la schiena nuda e ne segue l’armonia della sinusoide. Lara si tira su il lenzuolo, con un gesto rapido. «Lo fai sempre?» Gli chiede quasi infastidita.<br />
Adrian tira dalla sigaretta e lancia il pacchetto verso il comodino, mancandolo.<br />
 «Faccio sempre cosa?»<br />
«Tormentare, lo fai con tutte?»<br />
«In effetti no».<br />
«È il mio giorno fortunato, allora».<br />
«È la storia di un destino. Un <em>deochi</em> vecchio di duecento anni», le dice poggiando la testa sul muro e osservando le decorazioni sul soffitto, «una condanna nata ai tempi degli orsi ballerini».<br />
Lara sbuffa divertita e scettica. «Gli orsi ballerini, ovvio, come ho fatto a non pensarci».<br />
«Erano Ursari», fa Adrian, serio. «Andavano avanti e indietro lungo la sponda del Danubio, nei pressi di Calarsi, di villaggio in villaggio. Gli orsi ballavano al ritmo del tamburello alzandosi sulle zampe posteriori, sai, acrobazie e giochi. I contadini, quei poveracci, ci andavano matti. Pensavano fosse magia».<br />
Lara sente un sapore terribile in bocca. «Mica volevo offenderti», gli fa infilando una mano sotto al cuscino per sorreggere meglio la testa.<br />
«Quella gente campava così, d’elemosina, accampandosi dove capitava, era una vita misera», si prende una pausa e tira dalla sigaretta.<br />
Lara ci pensa su. «Tu hai una vita misera, Adrian?»<br />
«Che vuoi dire?»<br />
«Non ho visto orsi al <em>Blue Line</em>, stasera. Ho visto un ragazzo ben vestito che striscia la sua carta».<br />
Adrian getta la cenere sul pavimento e si rivolge alla sua nuca. «E con questo?»<br />
Lara si aggiusta ancora il cuscino, il sonno sembra aver abbandonato la sua voce. «Il passato è morto. Muore ogni minuto».<br />
«Non dovresti fidarti delle apparenze».<br />
Lei sente salire un po’ di nausea. «L’apparenza è tutto quello che abbiamo».<br />
Adrian fissa i colori che animano gli inserti della porta di legno. «Le apparenze, già», ripete sovrappensiero. «Dalle apparenze direi che hai una bella casa».<br />
«È di mio padre», taglia corto lei.<br />
«Cioè tua», ribatte Adrian.<br />
Lara si gira lenta e incrocia il suo sguardo impassibile.<br />
«È meglio amministrare capitali che ammaestrare orsi», le fa.<br />
Lei sembra irrigidirsi, rimane a scrutarlo con una vaga sensazione di disagio che non sa interpretare.<br />
«E tu che ne sai di come campa mio padre?»<br />
Adrian accenna un sorriso. «Il tuo è un cognome noto in città», le risponde con ovvietà.<br />
Lara ha la testa pesante e crolla ancora sul cuscino. È stanca, non le piacciono le serate che si trascinano. Vorrebbe restare sola. «Be’, sappi che non ti sposerò», gli fa scherzando, cercando di spazzare via quella sensazione che le si è appiccicata addosso.<br />
«Il gruppo di Ursari venne sterminato durante la notte della mattanza turca», continua lui, «tutta la maledetta tribù».<br />
Lara si sistema con la schiena sul materasso e le mani sulle lenzuola, attenta a non scoprirsi il seno. Fa un paio di profondi respiri col naso. Le manca l’aria e c’è quel puzzo di fumo.<br />
«La mattanza turca?»<br />
Adrian sposta il peso su un gomito, inclinandosi verso di lei. Le sfiora un seno da sopra il lenzuolo indugiando sul capezzolo.<br />
«Gli ottomani risalgono il Danubio, entrano dal Mar Nero con la loro flotta e invadono la Valacchia. Avanzano sulla terra con gli azab, i tagliatori di teste; sul fiume con le galee davanti al Mahmudiye, il più grande vascello turco, centoventisette cannoni puntati sulla costa, ottanta metri di legno, mille marinai d’equipaggio». Quasi bisbiglia, ora. «Sono spietati e sanguinari, i turchi, uccidono qualsiasi cosa abbia vita. Florina ne sente il puzzo e sbuca dalle tende quando è notte fonda. Sente il fiume ribollire, sente la loro musica: il ritmo ossessivo dei tamburi, il sibilo delle canne di ney e le armonie orientali dei tanbûr. Capisce che gli sono addosso».<br />
Lara sente lo stomaco indurirsi e chiudersi.<br />
«Florina era una tua…».<br />
Adrian si ritrae e si appoggia di nuovo sul cuscino.<br />
«La mia quadrisavola. Lei non dorme mai, lei è il loro angelo. Dalla riva, coi piedi dentro al fango, sente l’odore del sangue che scivola sopra al fiume; vede il cielo farsi porpora per gli incendi e capisce che non c’è tempo: prende suo figlio Victor, di dodici anni, e lo infila in un siluro». La fissa. «Nel Danubio ci sono pesci siluro lunghi fino a quindici metri».<br />
Lara cerca di sistemarsi meglio, ma si agita senza trovare la posizione. Sente che sta per vomitare. «Sei rumeno, quindi».<br />
Adrian fissa la sigaretta facendola ruotare tra pollice e indice.<br />
«Florina ne cattura uno e lo tramortisce con una delle sue misture calmanti per orsi; ci infila dentro il piccolo Victor, che respira grazie a una canna di bambù, e lo affida al Danubio. Quindi libera tutti gli orsi della tribù che si gettano nelle acque e seguono il siluro dritti fino all’isola degli orsi».<br />
Lara ha voglia di infilarsi la maglietta, la cerca, è in fondo al letto. «Devo andare in bagno».<br />
Fa per alzarsi ma Adrian la blocca afferrandole un braccio.<br />
Lara guarda quella mano, guarda lui, stupita.<br />
«Ho bisogno di vomitare».<br />
«Ho quasi finito», la rassicura allentando la presa.<br />
«Fai presto, allora», gli fa decisa, mentre posa lo sguardo sulla tenda tirata, sulla porta chiusa, sulle mutande sul pavimento, sul suo cellulare, che ha lasciato sul comò, dall’altra parte della stanza.<br />
«L’isola degli orsi è ancora lì, è un isolotto in mezzo al Danubio. Lì ha vissuto Victor con la sua comunità di orsi ammaestrati. Lì ha fatto scendere sulla mia famiglia il <em>deochi</em>».<br />
Strizza il filtro e spegne la sigaretta con tre colpi pieni di scintille sulla copertina del libro che si sbilancia e cade dal comodino.<br />
Lara spalanca gli occhi incredula. «Ma che cazzo fai».<br />
Adrian spegne l’abat-jour e scivola verso di lei.<br />
«Quando l’eco dei turchi si allontana», riprende con voce bassa, «Victor fa ritorno al campo e vede i suoi amici, i suoi genitori, Florina; tutti fatti a pezzi. Le teste infilzate sui ceppi, fisse in espressioni innaturali. I corpi bruciati e rattrappiti, lasciati ai ratti».<br />
Lara vede gli occhi di Adrian guizzare nel buio, piccoli e vuoti. Allunga un braccio verso il paralume ma Adrian le afferra ancora il polso. Tenta di divincolarsi, lui lo stringe con forza.<br />
«Lasciami».<br />
«Nella testa di Victor accade qualcosa di terribile. Il ragazzino perde la sua parte umana, diviene un mito. L’Orso di Calarsi, così lo chiameranno per il resto della sua vita. Tutta la stramaledetta Turchia aveva terrore dell’Orso di Calarsi. Dal più disperato dei contadini su fino al grande sultano. L’Orso di Calarsi addestra i suoi orsi ad uccidere; di più, gli insegna a sventrare e mangiare i nemici: gli ottomani prima e gli zaristi poi. E Victor uccide con loro, mangia i nemici con loro».<br />
«Mi stai spaventando».<br />
Adrian la fissa nel buio. «Ecco da dove vengo io. Ecco il mio deochi». La tira a sé. «Ecco <em>chi sono</em>», sibila.<br />
Lara fa una smorfia di dolore. Cerca di liberarsi usando l’altro braccio ma Adrian lo blocca.<br />
«Lasciami andare».<br />
Adrian risponde con una specie di risucchio, un verso di rifiuto sordo e osceno.<br />
Lara si sente debole. Non capisce cosa le sta succedendo. Lo fissa atterrita. È capace solo di un sommesso lamento.<br />
«Io e te siamo la nostra storia»<br />
«Cosa ne sai di chi sono?» gli chiede, quasi implorandolo.<br />
«Lo so da duecento anni chi sei, Lara».<br />
Adrian le sorride d’un sorriso freddo e impuro, la tira sotto di sé con forza, le incrocia le braccia e la schiaccia puntandole un ginocchio sulla pancia.<br />
Lara soffoca un urlo di dolore, non riesce a respirare e nel buio vede solo i suoi denti.</p>
<p>Claudio Conti è stato <a href="https://www.youtube.com/watch?v=XdIuS3SWJAw">finalista</a> al Premio Italo Calvino 2021.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Un selvaggio che sa diventare uomo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/03/23/un-selvaggio-che-sa-diventare-uomo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Mar 2021 13:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[domenico talia]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[premio campiello]]></category>
		<category><![CDATA[questione meridionale]]></category>
		<category><![CDATA[ristampe]]></category>
		<category><![CDATA[saverio strati]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=88704</guid>

					<description><![CDATA[di Domenico Talia Mico, Leo e Dominic Arcàdi, la storia di tre uomini. Tre vite difficili. Una vicenda che intreccia i rapporti di tre generazioni di meridionali, di italiani, nel Novecento. Il nonno, il padre e il figlio, tutti uomini di un Sud che cambia in tanti aspetti e in tanti altri resta uguale. Il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Talia</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-88705" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/download-4.jpeg" alt="" width="222" height="227" />Mico, Leo e Dominic Arcàdi, la storia di tre uomini. Tre vite difficili. Una vicenda che intreccia i rapporti di tre generazioni di meridionali, di italiani, nel Novecento. Il nonno, il padre e il figlio, tutti uomini di un Sud che cambia in tanti aspetti e in tanti altri resta uguale. Il protagonista principale è Leo, un ragazzo che subisce lo scherno dei suoi coetanei, è vittima dell’incapacità educativa del suo maestro e finisce per passare le sue giornate nella campagna di Santa Venere, lontano dal paese. Separato dalla vita civile diventa un ‘<em>selvaggio</em>’ e cade nella trappola della ‘ndrangheta e delle sue leggi spietate. Intorno alla figura di Leo si sviluppa <em>Il selvaggio di Santa Venere</em>, un romanzo nel quale Saverio Strati ha innestato tratti antropologici e storici che abbracciano un intero secolo. Il romanzo pubblicato nel 1977 da Mondadori vinse il Premio Campiello.<span id="more-88704"></span> Adesso lo ha ristampato <a href="https://www.store.rubbettinoeditore.it/il-selvaggio-di-santa-venere.html">l’editore Rubbettino</a> con una illuminante prefazione di Walter Pedullà, un grande vecchio della critica letteraria italiana che di Strati è stato giovane compagno di università a Messina e poi amico per tutta la vita.</p>
<p>Il romanzo è costruito intorno alla formazione civile di un giovane contadino calabrese che conosce a sue spese il mondo arcaico e violento della ‘ndrangheta e fa di tutto per allontanarsene. È uno tra i primi romanzi a narrare la vita dei malandrini, il loro linguaggio, le loro ritualità, l’equivoco senso dell’onore. Come purtroppo accade anche ancora oggi, per dirla con le parole di Pedullà, Leo diventa ‘ndranghetista anche <em>«per desiderio di stima e di rispetto … [perché] soffre di essere trascurato e isolato, umiliato e offeso dall’indifferenza altrui.</em>» Per l’insieme dei temi affrontati siamo di fronte a uno tra i più forti e profondi romanzi di Strati, che di fatto è anche uno strumento di interpretazione storica della realtà meridionale tramite le voci dei suoi tre personaggi. Protagonisti legati tra loro come raccontano bene le parole di Dominic quando si riferisce a suo padre Leo: <em>«Lui aveva succhiato il sapere che sapeva da suo padre, mi spiegava,  e io succhiavo il sapere che era sapere di suo padre e suo insieme. Sotto sotto, a rifletterci bene, io non ero uno, ma tre: nonno, padre e figlio, ero.»</em></p>
<p><em>Il selvaggio di Santa Venere</em> ha avuto una gestazione durata più di due decenni. Il romanzo è la rielaborazione, scritta in due anni e passata attraverso sei versioni, di un breve racconto di quindici pagine che Strati aveva scritto negli anni Cinquanta e a cui aveva dato il titolo Leo. In una intervista, rilasciata in occasione della prima pubblicazione del libro, Strati ha dichiarato: <em>«La prima idea risale al 1952: ero studente a Messina, e buttavo già ogni mio spunto narrativo su di un quaderno, alla rinfusa. In quelle pagine ho riscoperto la prima stesura di La Marchesina (del 1956) e l’abbozzo del Selvaggio.</em>» Dal breve racconto del 1952 al romanzo vincitore del Super Campiello nel 1977 e adesso, dopo quarant’anni, alla nuova uscita con Rubbettino che sta ripubblicando i libri di Strati per offrirli ai suoi estimatori e a nuovi lettori. Una nuova edizione che rimette in circolo un romanzo che scava nella realtà della Calabria e del Sud attraverso le vicende di tre generazioni di meridionali. Per farlo, il romanzo percorre l’evoluzione del mondo del Novecento e della cultura del Meridione descrivendo le logiche e i meccanismi di adesione alla ‘ndrangheta, le sue lusinghe e le sue atrocità, i suoi riti e i delitti.<br />
<img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-88706" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/unnamed-300x226.jpg" alt="" width="300" height="226" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/unnamed-300x226.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/unnamed-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/unnamed-200x151.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/unnamed-160x121.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/unnamed-400x300.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/unnamed.jpg 512w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>La terra nel racconto di Strati è quasi una maledizione che lega i contadini a una realtà dura e violenta. Lavorare la terra sembra l’unica possibilità per sopravvivere in un mondo antico e arretrato che l’autore de “<em>Il Selvaggio</em>” contrappone alla modernità e alla vita civile sperimentata da chi ha viaggiato e ha visto il mondo. Il cambiamento generazionale e di coscienza civile descritta tramite i principali protagonisti è emblematica della natura profonda della narrazione dello scrittore di Sant’Agata del Bianco. Il figlio di contadini Dominic diventa insieme operaio e intellettuale critico sia del mondo primitivo e selvaggio di suo nonno Don Mico e di suo padre Leo, sia della nuova società industriale a cui lui fornisce mente e braccia. Ma Dominic sa anche che quella società gli ha permesso di costruirsi una coscienza sociale e politica che lo spinge a intravvedere come un nuovo Sud basato su una agricoltura moderna e industriale possa rappresentare l’alternativa al potere politico mafioso costruito sull’arretratezza e sul clientelismo.</p>
<p>La struttura temporale del racconto si fonda su elementi ciclici ma è soprattutto strutturata su un tempo stratificato con andate e ritorni. Sovrapposizione di epoche, fatti, consapevolezze e paralleli tra padri e figli nel racconto di Strati si susseguono con salti narrativi che costringono chi legge a fare i confronti tra le diverse generazioni, tra i loro modi di pensare, tra genitori e figli che nel romanzo di Strati sono in perenne contrasto. Sostenuti da radici millenarie ma proiettati sempre verso il nuovo. Anche il linguaggio usato sembra riflettere queste visioni: a volte duro e crudo quello usato dall’autore. L’uso dei termini dialettali, quelli che vengono dalla lingua di Omero, serve all’autore per descrivere in maniera più efficace e profonda la realtà che narra, in particolare quando racconta il sapere contadino o i rituali della ‘ndrangheta. Allo stesso tempo, come spiega Pedullà nella prefazione, Strati per poter farsi capire da tutti si era impossessato del migliore italiano per raccontare un mondo difficile usando con padronanza la lingua nazionale <em>«in un romanzo che non ha peli sulla lingua e che si è fornito un lingua capace di dire tutto, il reale, l’immaginario, e l’auspicabile.»</em></p>
<p>L’importanza dell’uso del linguaggio è ribadita non soltanto nella forma narrativa di Strati, ma anche nei contenuti stessi del romanzo. Leo è costretto a lasciare la scuola e viene avviato dal padre al duro lavoro di contadino anche per le sue difficoltà di maneggiare le parole. Leo diventa il “selvaggio di Santa Venere” perché nessuno sostiene le sue debolezze.<em> «Perché s’era lasciato affibbiare e incantare dall’ndrina?»</em>, gli chiede il figlio Dominic e lui risponde <em>«Mah, così! Per la solitudine, per l’ignoranza e anche per le circostanze del destino.</em>» Quando Leo viaggia e conosce altre realtà, consuetudini e luoghi differenti, riesce ad allontanarsi dal crimine anche perché acquista esperienze, nuove conoscenze, un nuovo linguaggio. Questa sua nuova coscienza contribuisce a rendere migliore anche suo figlio. Le generazioni degli Arcàdi narrate da Strati sono fatte da uomini che lasciano il loro Sud spinti dal bisogno. Uomini che vivono la necessità di cercare luoghi nuovi dove avere vite dignitose ma dove non riescono a liberarsi dalla pena dello sradicamento. Persone che vivono con la ragione i mondi che li ospitano, ma che il cuore tiene fortemente legati ai loro luoghi originari.</p>
<p>La coscienza del danno e dell’impatto pernicioso della criminalità è cambiata molto rispetto agli anni in cui Strati ha scritto il romanzo. Tuttavia, anche in un periodo in cui sono molti i libri che parlano di ‘ndrangheta, rileggendo il libro di Strati si avverte una narrazione in cui la presenza della criminalità è evidente e condizionante, ma la sua descrizione non è mai strumentale. La ‘ndrangheta è narrata come un elemento negativo e opprimente, ma non come unico stereotipato male. È incarnazione di violenza e potere in uomini che cercano con mezzi brutali di conquistare denaro e comando anche legandosi alla borghesia famelica e alla politica corrotta. Queste ultime incarnano forme moderne di corruttori delle coscienze e di profittatori dei beni pubblici alimentati anche da collusioni opache che, in forma non molto diversa, anche Dominic nel ‘<em>Selvaggio</em>’ di Strati aveva avvertito e rifiutato in quanto nemici della sua terra e del suo progresso, anche nel senso ideale che a quest’ultimo termine aveva dato Pier Paolo Pasolini.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-88707" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/images.jpeg" alt="" width="144" height="215" /></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>E tu splendi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/09/04/e-tu-splendi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2020 05:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe catozzella]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=85839</guid>

					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Giuseppe Catozzella, E tu splendi, Feltrinelli editore, 2018, 231 pagine Anche questa estate, come ogni anno, Pietro e Nina vengono spediti dal padre – la mamma è morta da poco &#8211; da Milano ad Arigliano, il paese d&#8217;origine della famiglia, nel cuore sperduto della Lucania. La voce narrante di Pietro ci fa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-85840" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/catozzella.jpg" alt="" width="267" height="418" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/catozzella.jpg 267w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/catozzella-192x300.jpg 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/catozzella-250x391.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/catozzella-200x313.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/catozzella-160x250.jpg 160w" sizes="(max-width: 267px) 100vw, 267px" /></p>
<p align="LEFT"><b>Giuseppe Catozzella, </b><i><b>E tu splendi</b></i><b>, Feltrinelli editore, 2018, 231 pagine</b></p>
<p align="JUSTIFY">Anche questa estate, come ogni anno, Pietro e Nina vengono spediti dal padre – la mamma è morta da poco &#8211; da Milano ad Arigliano, il paese d&#8217;origine della famiglia, nel cuore sperduto della Lucania.</p>
<p align="JUSTIFY">La voce narrante di Pietro ci fa conoscere gli abitanti del borgo: vecchi stralunati, contadini rancorosi, ragazzini selvaggi. Sembrerebbe un&#8217;estate come tutte le altre, immobile e gioiosa, se non fosse che toccherà proprio a Pietro scoprire che nella vecchia torre normanna abbandonata si nasconde un gruppo di clandestini africani.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;avvenimento irrompe come un cataclisma nel borgo, scatenando i più bassi istinti di conservazione, i peggiori rigurgiti identitari, il populismo più vieto nei confronti di questi migranti. E Pietro stesso non ne sarà esente, osservando Josh, uno dei clandestini (suo coetaneo), come fosse un essere misterioso, affascinante e pericoloso. In una realtà piegata da vecchi conti mai saldati, paralizzata dalla memoria e dal passato, il gruppo di clandestini diventa il perfetto capro espiatorio di ogni male, quasi fosse una maledizione, un monito inviato dagli dei.</p>
<p align="JUSTIFY"><i>E tu splendi </i>è, soprattutto, un tributo alla letteratura meridionalista del novecento. L&#8217;affetto di Giuseppe Catozzella alle terre che descrive è palesato dal calco quasi pedissequo della sua scrittura alla tradizione neorealista dei Silone, dei Levi, degli Jovine. Il Sud di Catozzella sembra fotografato in bianco e nero, con sfumature seppiate; incapace di conoscere la modernità, persino di raggiungerla. Ma non si faccia l&#8217;errore di credere <i>E tu splendi </i>un romanzo “realista”. In realtà non di romanzo dovremmo parlare ma di fiaba. O, forse, di fine del periodo fiabesco della vita. L&#8217;estate raccontata in queste pagine è, in definitiva, quella del passaggio della linea d&#8217;ombra del protagonista, che abbandonerà l&#8217;infanzia verso una nuova consapevolezza dell&#8217;esistenza. Tutta da raccontare.</p>
<p align="JUSTIFY">.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>precedentemente pubblicato su</em> Cooperazione<em>, numero 20 del 15 maggio 2018</em>)</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-05-07 06:45:07 by W3 Total Cache
-->