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	<title>letteratura latinoamericana &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il mistero Hilda Hilst</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/21/il-mistero-hilda-hilst-di-lisa-ginzburg/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[lisa ginzburg]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jan 2026 06:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura brasiliana]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura latinoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[questionidipunteggiatura]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Lisa Ginzburg</b> <br />
Un lungo soliloquio che trae forza da sé stesso, come accade in certi testi mistici dve la potenza dell'ispirazione sostituisce ogni stilema o ragionamento.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/IMG_2536-1024x1024.jpg" alt="" width="696" height="696" class="aligncenter size-large wp-image-117667" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/IMG_2536-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/IMG_2536-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/IMG_2536-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/IMG_2536-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/IMG_2536-1536x1536.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/IMG_2536-2048x2048.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/IMG_2536-420x420.jpg 420w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/IMG_2536-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/IMG_2536-1068x1068.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/IMG_2536-1920x1920.jpg 1920w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" />

<p>di <strong>Lisa Ginzburg</strong></p>
<p>L&#8217;anarchia nell&#8217;uso della punteggiatura intimidisce, perché come accadrebbe nella realtà ascoltando un soliloquio, o un&#8217;invettiva, o un semplice discorso pronunciato senza pause, o pause come intervalli astratti e decisi in maniera solo arbitraria, il disagio nasce dal tenere come auditori il fiato sospeso esattamente come accade al dicitore, o scrittore. Questa la prima componente di stile che rende da subito inconfondibile, ma anche &#8220;ingombrante&#8221; (perché informe, scontornato da limiti non consueti, eccessivo) l&#8217;oggetto letterario che questo testo di Hilda Hirsch definisce. Lei, scrittrice di prosa e più ancora prolifica autrice di versi, possiede prosa che della poesia ha soggiacente il respiro, il &#8220;flatus&#8221;, fiato ininterrotto perché sempre vicino all&#8217;anima, in risonanza con i di lei sussulti, soliloqui, silenzi.</p>
<p>Molto silenzio, tra le righe di questa prosa che quasi non conosce arresto.</p>
<p>Lei, Hilda Hilst, in Italia ancora praticamente semi sconosciuta, nel &#8220;suo&#8221; Brasile fu a lungo trascurata dalla critica, legittimata come poeta più che come narratrice solo negli ultimi anni della vita. Il padre era un ricco commerciante di caffè al quale era stato diagnosticato un disagio psichico invalidante, la madre una proprietaria di fazenda, la Casa do Sol, vicino a Campinas, un luogo ampio e agiato dove Hilda, stanca della mondanità paulista, meno che trentenne si ritira, per vivere, con consapevolezza ma anche con fiera noncuranza del proprio privilegio sociale, la sola vita che le interessi condurre. Scrivere, prosa, poesia, teatro.</p>
<p>Spesso affiancata a Clarice Lispector, Hilst conduce con analogo rigore letterario una ricerca autoriale però molto diversa, se anche ci si attenga a quest&#8217;unico <em>L&#8217;oscena signora D</em>. Il rapporto con le parole è legame d&#8217;amore: meticoloso, ossessivo, intessuto di una cura che trascende lo stile, che è segno di puro, incondizionato sentimento amoroso. Controllo viscerale, fisico, di parole concepite e maneggiate nel loro essere effetti della fisicità: qualcosa di assai differente dal dominio che Clarice Lispector esercita sulla lingua in termini di intelligenza raffinatissima e mirabolante figuratività immaginativa. Qui, nella scrittura di Hilst, tutto si gioca sul piano di visioni, suoni: immagini di una carnalità che sempre chiede di ritornare al corpo, secondo un percorso restituito nell&#8217;egida di un inesausto aderire al dettaglio di ogni momento del sentire.</p>
<p>Quel che più colpisce è allora il flusso ininterrotto, uno <em>stream of consciousness</em> articolato in linguaggio 4carnale tanto quanto scarnificato. Un procedimento che sortisce lo specialissimo risultato di un grado di scrittura prossima  al «misticismo». </p>
<p>&#8220;E i gesti, mio Dio, come me li sono presi: lenti frivoli pausati a ricevere il mondo, intrepidi grotteschi. E i gesti passi di parole di coloro che mi hanno fatto sentire amore, gratitudine in tutta me stessa, e che oro che succulenze che aroma avrei desiderato avere, e case luccichii, uccelli, poesie, luce avrei desiderato essere, tutto ai piedi di coloro che mi hanno fatto sentire amore&#8221;.</p>
<p>Mistico questo Io che scrive avvertendosi solo, staccato dal resto, secondo un grado di separazione tale da portarlo a oggettivare il proprio stesso desiderio. Al di là di quanto possa risultare vibrante il sentimento d un Io che appartato scrive, al di là delle molte incursioni dell&#8217;eros che innalzano immediatamente l&#8217;intensità della lingua, altra caratteristica assolutamente &#8220;mistica&#8221; è che in ogni pagina di questo soliloquio amoroso sempre la parola è corpo, e il corpo è parola. L’oscenità (termine usato per parossismo, ma efficace) coincide allora con quel che di più puro il linguaggio possa raggiungere : identità di pulsione e voce, di desiderio e suo timbro, di tormento erotico e sua intonazione.</p>
<div dir="auto"> </div>
<div dir="auto">Predominante sul contenuto (osceno come il titolo evoca, solamente perché a venire raccontato é un desiderio sessuale pulsante, vibrante, reale in spregio a qualsiasi sogno) c&#8217;è lo stile. Un ostinato amore per il &#8220;mezzo&#8221;, che rende questo libro una lezione di quel genere di purezza di intenzioni di cui la letteratura mai come ora ha fame, sete. Bisogno, come dell&#8217;ossigeno. </div>

<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Jorge Ibargüengoitia &#8211; La presa del Pedernal</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/01/31/jorge-ibarguengoitia-la-presa-del-pedernal/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Jan 2022 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Ammazzate il leone]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Jorge Ibargüengoitia]]></category>
		<category><![CDATA[La Nuova Frontiera]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura latinoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Jorge Ibargüengoitia </strong> <br />
«Questo paese ha bisogno di progresso. Per progredire c'è bisogno di stabilità. La stabilità la possiamo raggiungere se voi vi tenete le vostre proprietà e io la presidenza. Tutti insieme, tutti contenti, e avanti così»]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Jorge Ibargüengoitia</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>«Questo paese ha bisogno di progresso. Per progredire c&#8217;è bisogno di stabilità. La stabilità la possiamo raggiungere se voi vi tenete le vostre proprietà e io la presidenza. Tutti insieme, tutti contenti, e avanti così».</p></blockquote>



<pre class="wp-block-preformatted">Per gentile concessione dell'editore, pubblichiamo un estratto da <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.lanuovafrontiera.it/prodotto/ammazzate-il-leone/" target="_blank">Jorge Ibargüengoitia, <em>Ammazzate il leone</em>, La Nuova Frontiera 2022, traduzione di Angelo Morino</a>.
</pre>



<h2 class="has-text-align-center">*</h2>



<p class="has-drop-cap" style="font-size:20px">Alla fine del XVI secolo, gli spagnoli decisero di costruire un forte per difendere Puerto Alegre dai corsari. Per erigerlo, scelsero l’isolotto del Pedernal (così chiamato, perché qualcuno vi aveva trovato del <em>pedernal</em>, della pietra focaia), che è situato all’imboccatura della baia.<br /><br /><br />Il forte del Pedernal, che avrebbe dovuto impedire l’entrata (o l’uscita) di navi nemiche nel porto, non servì mai a nulla, perché i corsari non arrivarono mai a Santa Cruz de Arepa. Coloro che lo costruirono non avrebbero mai immaginato che i barbacani che stavano costruendo si sarebbero trasformati, col passare del tempo, nella trappola in cui sarebbe caduto un esercito spagnolo, perché al Pedernal andò a rifugiarsi, con i resti delle sue decimate forze, dopo la battaglia di Rebenco, il generale Santander.<br /><br />Per undici mesi resistettero gli spagnoli, in quell’ultimo baluardo. In realtà, non fu un’ardua impresa, perché nessuno li attaccò durante quel periodo, né resistettero perché ne avessero voglia, ma perché nessuno passò a imbarcarli. La guarnigione era stata dimenticata dal mondo civile, come disse un deputato spagnolo quando si seppe la notizia del massacro.<br /><br />Dopo undici mesi di assedio (per modo di dire, visto che gli spagnoli andavano sulla terraferma ogni pomeriggio a rifornirsi di viveri), Belaunzarán, il più giovane dei capi ribelli, decise di sferrare un colpo che avrebbe messo fine, per sempre, alla dominazione spagnola di Arepa. Radunò sulla spiaggia i neri della Humareda e gli indios guarupa del Paso de Cabras, e quando fece buio e la marea fu più bassa, si spogliò della sua vistosa uniforme da generale di brigata, e nudo, con solo un machete in mano, si cacciò nell’acqua fino alla vita, si volse verso i neri e i guarupa, che lo guardavano senza capire cosa tramasse, e sollevando il machete, gridò:<br /><br />«Chi vuole la gloria mi segua!»<br /><br />Ciò detto, stringendo il machete fra i denti, cominciò a nuotare in direzione dell’isolotto. Mille uomini lo seguirono, nuotando nudi, col machete fra i denti. Molti annegarono, ma molti riuscirono a superare i cento metri di larghezza del canale che separa l’isolotto dalla terraferma, e si scagliarono come un fulmine sui centoquarantatré spagnoli, che, ignari, erano intenti a celebrare una festa, in onore di Maria Ausiliatrice, e in memoria del prodigioso trionfo delle navi spagnole a Lepanto. Era il 24 maggio. Non ne sopravvisse neppure uno.<br /><br />Don Casimiro Paletón, che all’epoca era un giovane poetastro, cantò quest’impresa in un poemetto di mille versi sonori (uno per ogni partecipante), in cui definì Belaunzarán, che aveva ventiquattro anni, l’“Eroe Giovinetto”, cosa di cui non si sarebbe mai pentito abbastanza.<br /><br />Ogni anno, il 24 maggio, i neri della Humareda e gli indios del Paso de Cabras si radunano sulla spiaggia, ballano per sei ore al suono dei bongos, dinanzi al corpo diplomatico, ai funzionari e alla ciurmaglia del porto; alle sei arriva Belaunzarán a cavallo, vestito da generale di brigata. Si toglie gli abiti, rimane in mutande, si caccia un machete fra i denti, e ripete l’impresa di nuotare fino al Pedernal, dove lo aspettano, suonando, la banda dell’artiglieria, e una signorina travestita da Patria, che lo incorona di alloro.<br /><br />Sono in molti a seguirlo nella traversata, e, ogni anno, qualcuno annega. La speranza proverbiale dei ricchi di Arepa è “che il Grassone anneghi mentre nuota verso il Pedernal”. Desiderio che non è mai stato esaudito nei venticinque anni successivi all’indipendenza.<br /><br />Pepe Cussirat e Paco Ridruejo pranzarono all’Hotel de Inglaterra e arrivarono sulla spiaggia vestiti di bianco, con panama in testa, alle quattro e mezzo, quando le danze erano all’apice.<br /><br />Sotto un pergolato di frasche, seduto su un seggiolone di vimini, Sir John Phipps dorme tranquillamente, grazie alla sua sordità. Accanto a lui, il primo segretario dell’ambasciata britannica si allontana le mosche.<br /><br />Facendosi strada fra gli avanzi di pesce fritto, i gusci di cocco verde che coprono la sabbia, i due giovani dandy raggiungono il “pergolato a pagamento” salutando, mentre passano, Bonilla, Paletón e il signor de la Cadena, che sbadigliano sotto il pergolato dei deputati. Mentre Paco Ridruejo paga per le seggiole, qualcuno, dagli ultimi posti, saluta cordialmente Cussirat. Questi risponde al saluto e, quando il suo compagno gli si siede accanto, domanda:<br /><br />«Chi è quel tizio?»<br /><br />Ridruejo guarda verso l’individuo che, seduto su una panca affollata, si toglie il cilindro per la seconda volta, china il capo e sorride.<br /><br />«È un musicista, un protetto di Ángela Berriozábal.»<br /><br />I guarupa ballano al suono di tamburi, sonagli, flauti di giunco e chitarroni; i neri, al suono di bongos e tamtam. Tutti insieme e senza concerto. Tutti si ubriacano, alcuni litigano, altri cadono sulla sabbia, sfiniti, e si addormentano per smaltire la sbornia.<br /><br />La banda dell’artiglieria e i bambini delle scuole raggiungono il Pedernal, a gruppi, sulla lancia della capitaneria. Don Carlitos e don Ignacio Redondo, che temono che la loro assenza sia notata, e che ne derivino irreparabili mali senza fine, si presentano di malumore e all’ultimo momento. Coco Regalado e il Cavallo González, che prendono parte alla baldoria, compaiono ubriachi, inciampando di continuo, “per vedere se il Grassone annegherà”.<br /><br />Infine arriva, Belaunzarán, fra il bailamme della plebe, e lo strepito delle musiche di guerra. Si spoglia, si caccia in mare, pronuncia la sua frase celebre, e attraversa, senza contrattempi, il canale, alla testa di centinaia di ubriachi.<br /><br />Quando approda sull’altra riva, e viene coronato d’alloro dalla “Patria”, al suono dell’inno di Arepa e alla luce dei fuochi di artificio, Cussirat, fra gli applausi, i bongos e gli schiamazzi, in piedi sopra la seggiola, per vedere meglio, si volta verso Paco Ridruejo e gli dice:<br /><br />«Contro quell’uomo non si può lottare in una competizione elettorale. Bisogna ammazzarlo.»<br /><br />Passa un momento prima che l’altro si convinca che il suo amico sta parlando sul serio. Poi, dice:<br /><br />«Sì, certo! Però, come?»<br /><br />Quella sera, al circolo, i moderati rimasero a bocca aperta, e alcuni fremettero di rabbia. Pepe Cussirat, la loro ultima speranza, rifiutò la candidatura alla presidenza.<br /><br />«Ma lei ci aveva spedito un cablogramma dicendo che accettava la nostra richiesta» gli rinfaccia Bonilla, con severità.<br /><br />«Che l’accettavo in linea di massima» corregge Cussirat. «Adesso la rifiuto. Ho riflettuto, e ho visto la realtà. In primo luogo, credo di non avere speranze di venire eletto; e in<em> </em>secondo, credo che, anche se per un miracolo vincessimo le elezioni, Belaunzarán, che evidentemente non vuole mollare il potere, come dimostrano la morte del dottor Saldaña e le modifiche che sono state apportate alla costituzione, ha abbastanza forza e popolarità per scatenare una rivolta e toglierci la presidenza nel giro di due giorni. Allora sì che saremmo nei guai. Io e voi.»<br /><br />Il suo argomento, che sembrerebbe irrefutabile, e che si può formulare con una domanda: “Perché lottare se non ci sono speranze?” non convince i moderati più cocciuti, né i meno battaglieri come Bonilla, Paletón e il signor de la Cadena, che da quindici anni continuano a parlare di battaglie civiche che bisogna ingaggiare; e neppure i più timorosi, come don Ignacio Redondo, a cui il fantasma della legge sull’esproprio toglie il sonno. Gli altri, che pensano che se non si può vincere occorre, almeno, sapersela intendere con chi vince, come don Carlitos, don Bartolomé González e Barrientos, capiscono Cussirat, lo scusano, e persino lo difendono quando si alza, esce dalla sala delle cerimonie, e va a bersi un Tom Collins al bar del circolo; ma perdono la battaglia quando don Carlitos propone Belaunzarán come candidato del partito moderato alla presidenza, perché le forze reazionarie, intransigenti e oscurantiste, come le definirebbe Belaunzarán, sono più numerose.<br /><br />«Non possiamo metterci nelle sue mani e lasciare che ci tagli la gola» dice Redondo, non pensando alla gola, ma agli incassi che gli vengono dalle botteghe che recano il suo nome.<br /><br />Dopo molte discussioni e tra mille risentimenti, si concorda di parlare con Belaunzarán e di chiedere che vengano rinviate le elezioni, per avere più tempo per decidere quale candidato nominare.</p>



<h2 class="has-text-align-center">***</h2>



<p style="font-size:17px"></p>



<div class="wp-block-media-text alignfull is-stacked-on-mobile is-vertically-aligned-top"><figure class="wp-block-media-text__media"><img loading="lazy" width="200" height="300" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/leone-200x300.jpg" alt="" class="wp-image-95538 size-medium" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/leone-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/leone-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/leone-300x450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/leone-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/leone.jpg 500w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></figure><div class="wp-block-media-text__content">
<p class="has-regular-font-size dropcapp" style="max-width:980px"><strong>Il libro</strong><br />Arepa, un’isola immaginaria dei Caraibi, 1926. Il presidente della Repubblica, il maresciallo Belaunzarán, sta per concludere il suo quarto e ultimo mandato, così come impone la Costituzione da lui stesso promulgata. Ma il vecchio leone non vuole farsi da parte. Così fa assassinare il candidato dell’opposizione e propone una modifica alla Carta mobilitando i suoi sostenitori del partito progressista per essere rieletto. I ricchi borghesi del partito moderato non ci stanno e richiamano sull’isola Pepe Cussirat, giovane e ricco don Giovanni, che arriva – e ad Arepa nessuno ne ha mai visto uno – in aereo. Ma per sconfiggere “il grassone” c’è solo un modo: ammazzarlo. Una trama strampalata costruita di capitolo in capitolo con una modernità degna delle migliori serie TV, una satira spietata dell’inettitudine civile e morale della peggior politica e scene epiche: sono questi gli ingredienti di <em>Ammazzate il leone</em>, un testo che è diventato la parodia per eccellenza de <em>la novela del dictador</em> ma che, riletto oggi, ci dimostra come humor e disincanto sono, se maneggiati come fa Ibargüengoitia, strumenti efficacissimi per descrivere una società.</p>
</div></div>



<h2 class="has-text-align-center">***</h2>



<div class="wp-block-media-text alignfull is-stacked-on-mobile is-vertically-aligned-top"><figure class="wp-block-media-text__media"><img loading="lazy" width="1020" height="777" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/Jorge-Ibarguengoitia-1.jpg" alt="" class="wp-image-95440 size-medium" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/Jorge-Ibarguengoitia-1.jpg 1020w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/Jorge-Ibarguengoitia-1-300x229.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/Jorge-Ibarguengoitia-1-768x585.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/Jorge-Ibarguengoitia-1-150x114.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/Jorge-Ibarguengoitia-1-696x530.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/Jorge-Ibarguengoitia-1-551x420.jpg 551w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/Jorge-Ibarguengoitia-1-80x60.jpg 80w" sizes="(max-width: 1020px) 100vw, 1020px" /></figure><div class="wp-block-media-text__content">
<p><strong>L&#8217;autore</strong><br />Jorge Ibargüengoitia (1928–1983) è stato uno dei più importanti romanzieri messicani della sua generazione. Tragicamente scomparso il 27 novembre 1983 in un incidente aereo mentre si recava in Colombia per il Primo Convegno della Cultura Ispanoamericana, ha praticato diversi generi facendo dell’ironia, dell’umorismo e della critica sociale le sue armi. Per La Nuova Frontiera sono già apparsi i romanzi <em>Due delitti</em> e <em>Le morte</em>.</p>
</div></div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Nel cervello di mia madre c&#8217;è una costellazione</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/11/11/nel-cervello-di-mia-madre-ce-una-costellazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Nov 2021 06:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Gran Vía]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura latinoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[Nona Fernández]]></category>
		<category><![CDATA[Voyager]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Nona Fernández</strong><br />
Nel monitor di una sala d’ospedale osservo l’attività cerebrale di mia madre. Lei è sdraiata su un lettino, ha la testa piena di elettrodi e gli occhi serrati]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Nona Fernández</strong></p>
<p><em>Pubblichiamo un estratto da<a href="https://www.gran-via.it/libri/voyager/" target="_blank" rel="noopener"> Voyager, dell&#8217;autrice cilena Nona Fernández, Gran vía</a>, da oggi in libreria nella traduzione di Carlo Alberto Montalto.<br />
→ Accompagnando la madre a un esame neurologico, Nona Fernández nota come l’attività cerebrale della donna, proiettata sul monitor di una sala d’ospedale, abbia molte somiglianze con le immagini astronomiche che siamo tutti abituati a vedere e sia simile al più complesso intrico stellare.</em></p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Nel monitor di una sala d’ospedale osservo l’attività cerebrale di mia madre. Lei è sdraiata su un lettino, ha la testa piena di elettrodi e gli occhi serrati. Ai vari stimoli che il medico le propone, il suo cervello mette in moto delle scariche elettriche. Una rete di centinaia di milioni di neuroni, intrecciati ad altri milioni di assoni e dendriti che si scambiano messaggi attraverso un sistema connettivo di molteplici trasmettitori, è ciò che si dà il caso io stia vedendo riprodotto sullo schermo. La complessità di quel che accade lì dentro quando mia madre inspira, espira o viene illuminata dal lieve sfarfallio di una luce che ha sopra le palpebre è indescrivibile. E se le viene proposta una semplice attività di rilassamento, come pensare a un momento felice della sua vita, ciò che avviene nel suo cervello è un vero e proprio spettacolo. Mentre mia madre rievoca un ricordo felice che non esprime a parole, un gruppo di neuroni si accende. In precedenza il medico ci aveva mostrato nel suo studio fotografie di neuroni in piena attività. Ciò che vedo sul monitor non riproduce allo stesso modo quei bagliori elettrici, eppure richiama comunque un paesaggio astrale. La fantasia di un coro di stelle che luccicano fiocamente per tranquillizzare mia madre dal suo cervello, per stabilizzare il suo nervosismo durante l’esame clinico. Una rete che, intuisco, starà mettendo insieme immagini sensoriali familiari e affettive. Odori, sapori, colori, consistenze, temperature, emozioni. Un circuito di neuroni che ricorda il più complesso intrico stellare.</p>
<p>Nel cervello di mia madre c’è un gruppo di stelle che formano una costellazione il cui nome è quello del ricordo affettivo che le accende.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>L’ultima volta che ho visto una costellazione in modo piuttosto nitido è stato anni fa, a nord, lontano dal cielo inquinato di Santiago. Ho visto l’Orsa Minore, Orione con le sue Tre Marie, la Croce del Sud, che nei racconti della mia infanzia indicava la strada verso casa. Rievoco questo ricordo e penso al rito che intanto starà avvenendo nella mia testa con ogni immagine pertinente. Una notte senza luna. Il freddo del deserto di Atacama che s’infila nelle maniche del giubbotto. Un po’ di sonnolenza, di stanchezza accumulata. Un lieve dolore al collo per dover guardare il cielo a lungo. Un astronomo che indica con un laser diverse costellazioni. Mentre lo fa, spiega a un gruppo di turisti e a me che tutte le luci lontane che vediamo brillare sopra le nostre teste provengono dal passato. In base alla distanza della stella che la emette, si può parlare perfino di miliardi di anni. Riflessi di stelle forse morte o scomparse. La notizia di questa eventualità non ci è ancora giunta e ciò che vediamo è il bagliore di una vita che potrebbe essersi estinta a nostra insaputa. Fasci di luce che fissano il passato davanti al nostro sguardo, come le istantanee di famiglia che conserviamo in un album fotografico o le figure contenute nel caleidoscopio della nostra memoria.</p>
<p>Mentre osservavamo il firmamento a bocca aperta, nel corso di quel vero e proprio rituale paleolitico, ricordai una delirante teoria lanciata da mia madre, una volta, quando ero bambina. Mi pare sia stato nella casa di Barrancas, al porto di San Antonio, vicino al mare, anche lì le stelle si vedevano a meraviglia. Una notte d’estate, mentre seduta in cortile fumava una sigaretta, mia madre disse che lassù, nel cielo notturno, c’erano persone minuscole che cercavano di comunicare in codice con noi attraverso degli specchi. Una specie di morse luminoso che inviava riflessi a mo’ di messaggi. Non ricordo perché lo disse. Suppongo fosse la risposta improvvisata a qualche mia domanda. Ricordo bene, invece, che presi per vero che i messaggi inviati dal cielo da quelle persone minuscole servissero a salutare e dimostrare che si trovavano lassù, nonostante la distanza e l’oscurità. <em>Ehi, siamo qui, siamo il popolo minuscolo, non dimenticateci</em>. I loro saluti non si spegnevano mai, c’erano sempre, anche di giorno, quando non riuscivamo a vederli. Non aveva importanza se non guardavamo verso l’alto, non aveva importanza se stavamo al chiuso delle nostre case in città, avvolti dall’inquinamento, abbagliati da luci al neon e cartelli pubblicitari, indifferenti a ciò che accadeva sopra le nostre teste; i saluti di quelle persone erano e sarebbero stati lì ogni notte delle nostre vite, a illuminarci. Luci del passato stabilitesi nel nostro presente per schiarire come un faro la temibile oscurità.</p>
<p>Una teoria vecchia e insensata, eppure quando me ne ricordai, in quella fredda notte nel deserto, una vaga sensazione di pace s’impossessò di me. Era come una ninna nanna, come il dolce canto delle nonne che aiuta a conciliare il sonno, come il ricordo che mia madre rievoca durante l’esame clinico per cercare di tranquillizzarsi. Una segreta volontà di ritorno all’utero materno soddisfatta in quella passeggiata notturna. Lo strano presentimento di una realtà duratura, misteriosa, protettiva, che si palesava attraverso ciascuno di quegli astri che mi parlavano con la loro luce in arrivo da un altro tempo. <em>Ehi, siamo qui, non dimenticarci.</em></p>
<p style="text-align: center;">(&#8230;)</p>
<p>Nel cervello di mia madre c’è un gruppo di stelle che formano una costellazione il cui nome è quello del ricordo affettivo che le accende.</p>
<p>Ma quale sarà questo ricordo?</p>
<p>Di quale pezzo del suo specchio rotto stiamo parlando?</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Epilessia, ecco cosa provoca le disconnessioni di mia madre. Dopo questo e molti altri esami, il neurologo pronuncia la diagnosi finale. Le crisi sono scatenate da un’eccessiva attività elettrica all’interno di un circuito neuronale.</p>
<p>Immagino qualcosa come una fuga di energia, un corto circuito cerebrale, un black-out momentaneo, un’interruzione delle trasmissioni che dura il tempo in cui mia madre rimane priva di sensi. Poi l’attività cerebrale si riavvia e lei riprende a funzionare. È come una casa quando scatta il quadro elettrico e tutto si arresta. Radiosveglie, televisori, stereo, frigoriferi, internet, un universo in sospensione, fermo e silenzioso, finché qualcuno non alza la levetta giusta, l’allarme di casa suona, il sistema si resetta e tutto si rimette in moto. Come se l’interruzione dell’elettricità non avesse paralizzato nulla. Come se in quella parentesi spaziotemporale non fosse andato perduto alcun momento di vita. Una mano, un orecchio, se non addirittura l’ombelico.</p>
<p>Usciamo dallo studio del neurologo e guardo mia madre con altri occhi. Ora so che sulle spalle porta il peso del cosmo intero. Le racconto cosa ho visto sul monitor assieme al dottore. Le parlo della somiglianza del suo cervello col firmamento. Dell’attività elettrica dei suoi neuroni, della luce del suo ricordo, della costellazione che si è accesa mentre lei lo rievocava, del riflesso luminoso del suo passato. Le domando qual è la scena felice che ho visto luccicare sul monitor, lei sorride e risponde di aver ricordato il momento della mia nascita.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>La mia prima scena è una costellazione nel cervello di mia madre.</p>
<p><em>(Ehi, siamo il popolo minuscolo.)</em></p>
<p>Il punto zero del mio passato brilla nella sua testa.</p>
<p><em>(Siamo qui, non dimenticateci.)</em></p>
<p>La Croce del Sud che mi indica la strada verso casa.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-large wp-image-93886" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/fernandez_VOYAGER_cover_HD-707x1024.jpg" alt="" width="696" height="1008" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/fernandez_VOYAGER_cover_HD-707x1024.jpg 707w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/fernandez_VOYAGER_cover_HD-207x300.jpg 207w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/fernandez_VOYAGER_cover_HD-768x1113.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/fernandez_VOYAGER_cover_HD-1060x1536.jpg 1060w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/fernandez_VOYAGER_cover_HD-1414x2048.jpg 1414w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/fernandez_VOYAGER_cover_HD-150x217.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/fernandez_VOYAGER_cover_HD-300x435.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/fernandez_VOYAGER_cover_HD-696x1008.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/fernandez_VOYAGER_cover_HD-1068x1547.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/fernandez_VOYAGER_cover_HD-290x420.jpg 290w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/fernandez_VOYAGER_cover_HD.jpg 1712w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
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		<title>Damiela Eltit, «Mai e poi mai il fuoco»</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/10/08/damiela-eltit-mai-e-poi-mai-il-fuoco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Oct 2021 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cile]]></category>
		<category><![CDATA[damiela eltit]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Gran Vía]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura latinoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura sudamericana]]></category>
		<category><![CDATA[raul schenardi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Damiela Eltit</strong><br />
È trascorso più di un secolo, ti rendi conto?, ti dico, un secolo intero e spezzato, mille anni, un’epoca che si conclude quasi senza echi, come se non fosse successo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Damiela Eltit</strong></p>



<pre class="wp-block-preformatted">Per gentile concessione dell'editore Gran Vía, pubblichiamo un estratto da <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.gran-via.it/autori/diamela-eltit/" target="_blank">Mai e mai il fuoco</a>, romanzo dell'autrice cilena Damiela Eltit, in libreria dal 14 ottobre nella traduzione di Raul Schenardi. Dalla nota dell'editore: "All’inizio del nuovo millennio, nello spazio ridotto di una stanza, una coppia di ex militanti ripercorre il proprio passato e gli ideali rivoluzionari che ha condiviso, mentre entrambi assistono all’inesorabile declino dei loro corpi. Circondati da spettri del passato, logori compagni di viaggio divenuti anch’essi simbolo di rovina e decadenza, i due combattono tra loro per imporre un discorso politico alla comune, fallimentare esperienza rivoluzionaria".
Ho scoperto la voce di Damiela Eltit grazie a <em>Manodopera</em>, e sono felice e onorato di poterle offrire uno spazio su <em>Nazione Indiana</em>.</pre>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-drop-cap has-text-align-left" style="font-size:17px">È da più di cent’anni che è morto Franco. Il tiranno. Profondamente storico, Franco saccheggiò, occupò, controllò. Fu, come no, coerente con il ruolo che dovette rappresentare. Uno dei migliori attori per pensare l’epoca. Anziano. Militare. Decorato dalle istituzioni. Non brillante, no, mai, bensì efficiente, ostinato, neutro. Idiota, dici, era un idiota. È già trascorso un secolo. No, no, mi dici, non un secolo, molto di più, di più. Sì, rispondo, tutto circola in un certo modo determinato, impreciso, mai letterale, giammai. Stiamo parlando dopo un secolo – più di un secolo –, ci scambiamo serenamente parole cordiali e compassionevoli. Dobbiamo fare attenzione al grido che non ci permettiamo mai, mai, perché potremmo ferirci e spezzarci. Tu non gridi con me né usi espressioni troppo disdegnose, le ometti e lasci che circolino dentro la tua testa. Concentro i miei sforzi nel controllare qualsiasi indizio di rancore per fare parte di questa pace che ci siamo concessi. Ci troviamo in una condizione di pace vicina all’armonia, tu raggomitolato nel letto, con addosso la coperta, gli occhi chiusi o socchiusi, io sulla sedia, a disporre con lentezza e lucidità i numeri che ci sostengono. Una colonna di numeri che riportano la dieta rigorosa a cui siamo sottoposti, un’alimentazione abitudinaria ed efficace che va direttamente a soddisfare la domanda di ciascuno degli organi che ci governano. <br /><br />Mangiamo in modo assolutamente corretto. Concisi.<br /><br />Il riso si sposa con il pane, entrambi compiono la loro funzione di fornirci il sonno e il sollievo. Mangiamo pane e riso. Cucino il riso sempre alla stessa maniera. Il riso, la sua forma comune, la cottura necessaria che richiede una relativa concentrazione, cattivo, è cattivo il riso quando risulta stracotto o quasi crudo, i suoi chicchi repellenti che varie volte ti hanno quasi strozzato. Sì, tossisci e i chicchi di riso ti escono dalla bocca per rotolare in modo caotico sulla coperta, espulsi dalla tua gola otturata, soffochi, puoi morire, è dolorosa questa tosse da riso, e la saliva che sputi insieme ai chicchi mi turba. Non voglio guardare la saliva mischiata con il riso, simile a un leggero vomito o a una sostanza acquosa, un miscuglio alimentare impossibile che macchia e si sparge sul letto che occupi, il mio letto.<br /><br />Fumi e mangi. <br /><br />Per questo ti strozzi o soffochi o muori. Fumi e mangi con la medesima ansia. In questo secolo preferisco non dirti: non fumare. Rinuncio a dirti: non fumare mentre mangi, o a dirti, piano, piano se non vuoi soffocare, o a dirti, non mangiare perché ti strozzerai, o a dirti, non tossire perché questa tosse mi fa schifo e mi fa schifo la piccola avvisaglia di vomito, o a dirti, che hai, ma che ti succede con il riso, sembri un bambino senza denti o un cane malato. Non dico niente per preservare il languore che questo secolo ci concede, un dono a cui non si può rinunciare, perciò Franco ci serve per attenuare: il suo fascismo. No, dici, era un nazi. D’accordo, d’accordo, ti rispondo. Non è la stessa cosa, mi dici, la confusione concettuale porta con sé conseguenze tragiche, non te ne rendi conto? Tu dici fascista con una leggerezza che dobbiamo riconsiderare. Sì, ti rispondo, ricorrendo a un tono che vuole essere conciliante, a volte mi confondo. Non ti confondi, no, non è questo, è che tu non distingui un fascista da un nazi. Vediamo, mi dici, che cos’era Franco, in quale corrente lo situi, come lo cataloghi, secondo quali parametri potresti classificarlo, qual era la realtà della sua struttura, come si potrebbe stabilire una gerarchia per conteggiare i suoi atti, quali elementi determinano la sua filiazione, qual è stato il paradigma che lo ha mobilitato, le sue politiche, le sue strategie, la burocrazia inestricabile che è riuscito a istituire.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/mai-e-poi-mai-il-fuoco_HD-707x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93184" width="530" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/mai-e-poi-mai-il-fuoco_HD-707x1024.jpg 707w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/mai-e-poi-mai-il-fuoco_HD-207x300.jpg 207w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/mai-e-poi-mai-il-fuoco_HD-768x1113.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/mai-e-poi-mai-il-fuoco_HD-150x217.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/mai-e-poi-mai-il-fuoco_HD-300x435.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/mai-e-poi-mai-il-fuoco_HD-696x1008.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/mai-e-poi-mai-il-fuoco_HD-290x420.jpg 290w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/mai-e-poi-mai-il-fuoco_HD.jpg 856w" sizes="(max-width: 530px) 100vw, 530px" /></figure></div>



<p class="has-text-align-left" style="font-size:17px">Conserva una correlazione sorprendente con il fascismo, ti dico. Lo fa per la sua volontà velatamente unilaterale, per la precisione iconografica, per la sua solitudine senza il minimo segno di smarrimento. Per la sua morte pragmatica e universale. Per le decorazioni delle sue parate, le truppe, la divisione dei poteri, il tradimento dei suoi collaboratori, la ricerca instancabile di legittimità, per le sue espressioni perverse, per il rictus della sua bocca, per la sua statura rachitica, per le sue strategie e gli errori di comprensione riguardo alla storia, per l’insano attaccamento alla famiglia, l’atteggiamento assurdo di sua moglie e la febbre avida dei suoi figli. Ha avuto figli?, quanti? Non divagare, mi dici, non cercare rifugio nei dettagli. Sì, è vero, dobbiamo essere esatti e integerrimi.<br /><br />È trascorso più di un secolo, ti rendi conto?, ti dico, un secolo intero e spezzato, mille anni, un’epoca che si conclude quasi senza echi, come se non fosse successo, ti rendi conto? Senza finale ed è già memoria. So che la mia affermazione potrebbe innervosirti o annoiarti per la sua sequela di ovvietà, allora mi alzo dalla sedia, vado in cucina e mentre rimescolo nella pentola sperimento una specie di vertigine, il segnale di un malessere che non arriva a preoccuparmi perché lo addebito al riso, alla moltiplicazione dei chicchi che girano e girano mentre si consolida un frettoloso e confuso riscaldamento. I chicchi saltano, si mischiano, si attaccano, il riso che ci sostiene e ci fortifica. Ne prendo una porzione e la distendo sul piatto. Torno nella stanza e, con un tono di voce eccessivamente euforico, ti avviso che è già l’ora, che devi nutrirti. <br /><br />Ti allungo il riso, ti sollevi parzialmente, esausto, con una severità che mi preoccupa. Mangi seduto a metà sul letto. Ti osservo distratta di fronte a una cerimonia ormai usuale. Ricordo che, nel secolo che in un certo qual modo ci apparteneva, io ascoltavo meravigliata le tue sentenze riguardo all’atto alimentare. Non avevo pensato alla fame come a un fatto pericoloso che richiedeva una subdola strategia che lo ridimensionasse, finché tu non me lo di- cesti, segnalando che ti sembrava troppo personale, quella fu la formula esatta che utilizzasti. «L’atto di mangiare è personale» e per questo motivo mi chiedesti, con una cautela che non voleva essere lesiva, di non guardarti mentre mangiavi. E aggiungesti, con un tono affabile e di circostanza, che se io avessi persistito ti saresti allontanato, che preferivi restare solo: preferisco starmene da solo, isolato con il cibo. Non mi guardavi mai, è vero, quando io – anche questo mi segnalasti – inghiottivo. Usasti quel termine. Inghiottivo, dicesti, e quanto di insaziabile conteneva quella espressione mi fece disprezzare la parola. Capii che per te la mia maniera di trattare la fame era insopportabile. Che cosa mangiavamo?, mi domando ora, prima del riso, prima di adottare la mania per i chicchi. Avevi, lo so, una certa consolidata avversione per i latticini; il latte e i suoi derivati. Risi mentre tenevi in mano il pezzo di formaggio, stavi esitando, riflettevi sul fatto se fosse appropriato o, magari, se fosse imprescindibile. Rimanevi assorto. Guardavi estasiato o spaventato il pezzo di formaggio che tenevi fra le dita. Le tue dita affusolate, protette dalla finezza delle ossa e delle unghie corte, pulite, e il formaggio e l’istante in cui lo schiacciasti fra le dita e lo perforasti con le unghie. Vedemmo come il formaggio si disfaceva, la sua forma, e tutta la cellula, i nove che la componevano, non potemmo evitare qualche sguardo stupefatto, benché timoroso, impressionati dal tuo modo terribile di stringere. <br /><br />Niente formaggio, niente latticini.<br /><br />Potevamo consumare soltanto ciò che era necessario per i nostri fini. Non conveniva, così dicesti, arrendersi al cibo, farne una sede che finiva per nascondere l’impatto della fame. La fame, lo so, per te aveva una funzione. La fame, lo proclamasti, era una condizione che approfondiva il rigore e ci permetteva di svolgere un lavoro preciso e costante. Però mai, mai la sazietà, quella no, assicuravi, perché in quel modo si favoriva una sonnolenza che ci costringeva a posporre l’obiettivo. Odiavi la sonnolenza, preferivi, sia pure nel disagio, la fame. Io stessa dovetti constatarlo, accadde quando mi misi a esaltare gli alimenti, il loro eccesso di grasso. Tu lo odiavi, il grasso, il corpo grasso e il suo luccichio. Un corpo arrotondato da strati di un grasso liquefatto che suscitava quel languore che posticipava l’agilità, l’agilità che esigevi dalla cellula e, se questa non si conformava al tuo desiderio, dovevamo rifarla con altri corpi disponibili, affamati e pieni di energia. Ti guardo nel letto, ti vedo impegnato a scacciare la fame, la prima, quella ovvia che ti invade. Mangi senza censura, in una maniera che non può non sembrarmi fastidiosa. Diresti, se ti rimanesse un residuo di vigore, che la fame non potrebbe mai essere saziata dal riso, perché ti limiti a esaudire una semplice richiesta dell’organismo, del tuo, del tuo particolare organismo, ma non gli concedi il grasso che, a tuo giudizio, è l’unica sostanza che riempie e soddisfa.<br /><br />Ti capisco.</p>



<pre class="wp-block-preformatted">Quella di Diamela Eltit (Santiago, 1949), cilena di origini palestinesi, è una delle voci più significative e audaci del panorama letterario latinoamericano. Tra le sue opere, <em>Imposta alla carne</em> (Atmosphere 2013), <em>Manodopera</em> (Alessandro Polidoro Editore 2020), <em>Lumpérica</em> (1983), <em>El cuarto mundo</em> (1988), <em>Los vigilantes</em> (1994), <em>Fuerzas especiales</em> (2013) e <em>Sumar</em> (2018).</pre>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sudeste</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/04/10/sudeste/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Apr 2018 05:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[argentina]]></category>
		<category><![CDATA[desaperecidos]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura latinoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
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		<category><![CDATA[Sudeste]]></category>
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					<description><![CDATA[di Haroldo Conti Il vecchio morì proprio all’inizio dell’estate. Come se avesse continuato a ritardare il momento, per aspettare quel periodo e non un altro. E così successero tante cose, in qualche modo notevoli e definitive, anche se passarono inosservate. Il Colorado Chico venne a cercarli con la lancia e tutti pensarono che il momento [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Haroldo Conti</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Cop_Sudeste.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-73299" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Cop_Sudeste-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Cop_Sudeste-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Cop_Sudeste.jpg 415w" sizes="(max-width: 195px) 100vw, 195px" /></a>Il vecchio morì proprio all’inizio dell’estate. Come se avesse continuato a ritardare il momento, per aspettare quel periodo e non un altro. E così successero tante cose, in qualche modo notevoli e definitive, anche se passarono inosservate.<br />
Il Colorado Chico venne a cercarli con la lancia e tutti pensarono che il momento era arrivato.<br />
– Andiamo! –⁠ disse soltanto. E partirono.<br />
Avevano messo il vecchio in una stanzetta, da solo.<br />
– Come un personaggio importante –⁠ disse il Bastos.<br />
Erano due giorni che non riconosceva più nessuno. Tutto in lui si era consumato gradualmente, lentamente, e solo brillavano i suoi occhi, ancor più profondi.<br />
Rimasero a osservarlo per un paio d’ore, muti e rammaricati, senza saper che fare nessuno dei quattro.<br />
Entrarono due suore e cominciarono a dire il rosario. Ne furono anche più impensieriti. Cosa stavano facendo? Quando capirono che era arrivato il momento, la vecchia si avvicinò al letto e carezzò i capelli del vecchio. E in quel gesto c’era una sollecitudine e una tenerezza indicibile.<br />
Allora il vecchio si rizzò nel letto e guardò tutti con una strana lucidità. Aveva un’aria serena, vittoriosa e tremendamente dignitosa. Afferrò una mano della moglie e disse:<br />
– Vecchia mia!<br />
Fu tutto quel che disse.</p>
<p>I becchini escono dalla fossa e si asciugano il sudore con le maniche della camicia. Ansimano. Loro e il gruppetto si guardano sospettosi. Il Boga osserva i loro stivaletti sudici, screpolati e affondati nella terra umida che hanno spalato. Impugnano la pala con una certa impazienza.<br />
Il cimitero è silenzioso e deserto, come le isole sul fiume aperto. Le croci bianche, le lapidi bianche, dormono al sole.<br />
– Forza! –⁠ dice uno dei becchini, e sollevano la cassa, la depongono sul fondo, trattenendola con le funi.<br />
Si fermano e aspettano. Nessuno si muove.<br />
Allora l’uomo dice:<br />
– Gettate la prima terra.<br />
La vecchia ne raccoglie un pugno e lo getta sulla cassa. Loro ne spingono altrettanta con i piedi. Le zolle di terra cadono sul coperchio producendo un suono sordo, simile a quello della pioggia. Adesso i due becchini cominciano a spalare con regolarità. Quando hanno finito non resta altro che un piccolo monticello di terra smossa. Nessuno riesce a capire come hanno potuto far così in fretta.<br />
I becchini se ne vanno, e loro restano indecisi. La vecchia è lì, senza una lacrima, e tiene in mano il mazzo di fiori. La osservano di sottecchi, aspettando che faccia un gesto. Alla fine, il Colorado dice:<br />
– Nonna, meglio che andiamo…<br />
Lei solleva gli occhi verso il Colorado, con quella antica mansuetudine che si rassegna a tutto. Si china a depositare il mazzo sul monticello di terra smossa.<br />
Escono. Ormai vicino alla porta il Bastos dice:<br />
– Be’, se n’è andato come ha voluto… Quando si metteva in testa una cosa non si fermava fino a quando non la otteneva.</p>
<p>Il fiume cambia. A volte è amaro, ma altre volte sembra fatto a misura d’uomo.<br />
L’inizio dell’estate venne a coincidere con la gran secca di dicembre, che durò cinque giorni. Si videro calare le acque e il fiume svuotarsi interminabilmente. Di notte il livello risaliva un po’, ma nel giro di poche ore le acque tornavano a scorrere verso il fiume aperto, sempre più spesse, perché si portavano via il fango del fondo.<br />
Il Boga e il cane baio erano coperti di sporcizia dalla testa ai piedi. Il cane sembrava contento. Negli altri cresceva una sorda e costante irritazione. Di notte il Boga dormiva sulla veranda con il cane disteso di traverso ai suoi piedi, sentendo il fango che gli si seccava sul corpo e gli tirava la pelle. Gli infiniti fossi e rii che si scaricavano nel canale producevano un mormorio soporifero, sempre più intenso nella notte, fino a penetrare nelle vene. Il rumore secco dei pesci gatto che cercavano di uscire nel fiume aperto spaventava il cane baio. Allora il Boga prendeva la lampada e scendeva giù verso la metà del canale. Si appostava dove trovava un fondale basso e li ammazzava a bastonate. La pinna dorsale del pesce spuntava fuori dall’acqua e lui, per colpire, scaricava il colpo un po’ più avanti. Andò avanti così una notte dopo l’altra.<br />
La mattina del sesto giorno tutta la zona era inondata. Alle ore piccole si alzò il vento di sudest e l’acqua cominciò a espandersi con una velocità incredibile.<br />
La prima cosa che fece il Boga fu di gettarsi in acqua e levarsi di dosso la sporcizia. Poi lui e il cane uscirono ben oltre la foce, fino in mezzo al banco. L’acqua era altissima e loro sembravano sperduti in un mare infinito. Però, con l’acqua alta e il cielo rannuvolato, i rumori risuonavano più vicini.<br />
Gli parve di sentire delle voci dalla parte del fiume, finché scorse, ben oltre il banco, la figura indistinta di un battello che avanzava con tutte le vele spiegate. Lì c’era poco fondale, ma lo yacht ci si era avventurato sfruttando la piena. In effetti era la prima volta che vedeva una simile imbarcazione da quelle parti, sicché l’acqua doveva essere davvero molto alta. Sembrava un grande uccello intento a eseguire dolci e maestose virate. Dalla struttura, gli parve di riconoscere il Pintarrojo, un ketch con le vele alla vecchia maniera.<br />
Ne fu quasi abbagliato. Rimase in piedi in mezzo alla barca contemplandolo a lungo in silenzio. Il vento di sudest continuava a soffiare, ma più leggero, e portava con sé un odore come quello del mare. Il cielo cominciò ad aprirsi sopra l’orizzonte, verso est, e la luce penetrò di lì. Il Pintarrojo virò lentamente e mise la prua in quella direzione. Lo vide allontanarsi e sparire in una lama di luce.</p>
<p>Poteva considerarlo davvero come un segno.<br />
Il giorno stesso andò fino alla capanna del Bastos e quando tornò mise tutte le sue cose in una sacca di tela incatramata. Il cane baio si mise a mugolare e a inseguirlo dappertutto, e lo guardava con aria agitata. Alla fine, il Boga si affacciò alla cucina e disse:<br />
– Nonna, sei lì?<br />
– Ti ascolto –⁠ disse la voce, dal buio.<br />
Gli ci volle un po’ per decidersi.<br />
– Nonna, me ne vado –⁠ disse alla fine, facendo uno sforzo.<br />
– Lo vedo.<br />
Capì che la vecchia si era alzata e veniva da lui. Quando gli fu davanti, lo guardò negli occhi.<br />
– Come vuoi, ragazzo mio –⁠ disse con la sua voce piena di calma, che non si turbava mai.<br />
Lui rimase in silenzio, senza saper che fare.<br />
– Non preoccuparti per me, se è per questo.<br />
Anche lui la guardò.<br />
Lei li conosceva bene questi uomini.<br />
– Ho parlato col Bastos… verrà qui lui… mi sembra la cosa migliore…<br />
– Come vuoi, ma non preoccuparti per me.<br />
– Sì, sì…<br />
– Mi pare che il vecchio ti doveva dei soldi…<br />
– Non voglio niente.<br />
– Non è giusto.<br />
– No, no. Non voglio.<br />
– Vabbè, allora prendi il fucile del vecchio.<br />
– No. Servirà a te… prendo la barca del Bastos, e il tramaglio, quello piccolo, e qualche palamito.<br />
– È poca roba.<br />
– A me sta bene così.<br />
– Quella barca non è nostra, ed è marcia.<br />
– Mi sta bene così.<br />
– Che tipo che sei!<br />
Il Boga si grattò la zucca.<br />
– Quel coltello del vecchio… ti serve quel coltello?<br />
La vecchia ebbe un debole sorriso.<br />
– Che me ne faccio di un coltello?<br />
Lui sorrise a sua volta e tornò a grattarsi la zucca.</p>
<p>La barca del Bastos, come ogni cosa, ha la sua storia. Adesso in pochi pagherebbero qualcosa per averla, ma a suo tempo era stata un’ottima barca e perfino qualcosa di più di una semplice barca. Anche oggi un occhio esperto si rende conto di quanto sia ben fatta. Il Bastos l’aveva comprata dal vecchio Messali quando era già vecchia. Il vecchio Messali, a sua volta, l’aveva comprata dal vecchio Sotelo. Fu quando avevano cambiato alcune assi della chiglia. Quanto al vecchio Sotelo, pare che avesse ricevuto la barca dalle mani del turco Zarur in cambio di una vacca che, pure lei, aveva la sua storia. Ma questi sono fatti troppo lontani e in verità, a partire dal vecchio Sotelo, esistono versioni discordanti. Tante volte si confondono le barche e si confondono le storie. Uno crede di parlare di una barca sola e in realtà sta parlando di due o tre. Per di più, la stessa barca dà luogo a diverse storie. A un certo punto la barca ha subìto tante di quelle modifiche che uno la prende per nuova. Capita che una barca, dopo un certo tempo, non sia più la stessa, salvo per la forma o per quello spirito che vive in lei, perché attraverso gli anni non c’è tavola, non c’è chiodo, non c’è niente che non sia stato sostituito. E non è affatto strano che una barca di una certa lunghezza finisca per diventare un’eccellente lancia. Era questa l’idea del vecchio Messali quando fu sul punto di montarci un motorino Lauson da 2 Hp. Li avevano messi in commercio nel ’38, molto a buon mercato, compreso asse, elica e premistoppa. Ma il destino decise altrimenti.</p>
<p><em>NdR: il testo è un estratto di <a href="http://www.exormaedizioni.com/catalogo/sudeste/">Sudeste</a>, romanzo di Haroldo Conti, nella traduzione di Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi, pubblicato recentemente da Exorma, che ringraziamo; Ferrazzi ne parla <a href="https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2018/03/20/sudeste/">qui</a><br />
</em></p>
<div id="single-autore-description">
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Haroldo_Conti_Sito-220x348.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-73300" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Haroldo_Conti_Sito-220x348-190x300.jpg" alt="" width="190" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Haroldo_Conti_Sito-220x348-190x300.jpg 190w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Haroldo_Conti_Sito-220x348.jpg 220w" sizes="(max-width: 190px) 100vw, 190px" /></a></p>
<p>Haroldo Conti (1925-1976) è stato uno scrittore e giornalista argentino.<br />
Nel 1962 vince il premio Fabril per il suo primo romanzo <em>Sudeste</em> con cui diventa una delle figure di riferimento della cosiddetta «Generación de Contorno» (nello stesso anno pubblicano autori come Sábato, Mujica Lainez, Cortázar, Marta Lynch). Pubblica inoltre i romanzi <em>Alrededor de la jaula </em>(Premio Universidad de Veracruz, Messico) – poi trasposto per il cinema da Sergio Renán con il titolo <em>Crecer de golpe</em> – e <em>En vida</em> (Premio Barral, Spagna, della cui giuria facevano parte Mario Vargas Llosa e Gabriel García Márquez).<br />
Nel 1975 pubblica il romanzo <em>Mascaró, el cazador americano</em>, che vince il Premio Casa de las Américas (Cuba), tradotto in Italia con prefazione di Gabriel García Márquez, Milano, Bompiani, 1983.<br />
Il 5 maggio 1976, a seguito del golpe militare in Argentina, Haroldo Conti viene sequestrato. Il suo nome figura fra quelli dei <em>desaparecidos</em>. Molti anni più tardi il Generale Videla fu costretto ad ammettere il suo omicidio; probabilmente Conti è stato gettato in mare come molti suoi connazionali.</p>
</div>
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		<title>Il primo giorno di scuola di Vallejo (Paco Yunque)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/08/29/primo-giorno-scuola-vallejo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Aug 2017 05:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[César Vallejo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura latinoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[Lo Studiolo Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Marfè]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Ferrazzi]]></category>
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					<description><![CDATA[di César Vallejo (traduzione di Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi) . . . Paco Yunque guardò il maestro che scriveva sulla lavagna. Chi era il maestro? Perché era così serio e metteva tanta paura? Yunque continuava a guardarlo. Il maestro non assomigliava a suo padre o al signor Grieve. Assomigliava più agli altri signori, che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/Vallejo_Cover.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-69561" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/Vallejo_Cover-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/Vallejo_Cover-192x300.jpg 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/Vallejo_Cover-768x1199.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/Vallejo_Cover-656x1024.jpg 656w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/Vallejo_Cover.jpg 1711w" sizes="(max-width: 192px) 100vw, 192px" /></a>di <strong>César Vallejo</strong> (traduzione di <strong>Marino Magliani</strong> e <strong>Riccardo Ferrazzi</strong>)</p>
<p>. . .</p>
<p>Paco Yunque guardò il maestro che scriveva sulla lavagna. Chi era il maestro? Perché era così serio e metteva tanta paura? Yunque continuava a guardarlo. Il maestro non assomigliava a suo padre o al signor Grieve. Assomigliava più agli altri signori, che venivano in casa a parlare col padrone e avevano la collottola piegata e il naso come un bargiglio di tacchino. E le sue scarpe, quando il maestro camminava molto, facevano riss-riss-riss-riss. Yunque cominciò a stare in pensiero. A che ora sarebbe tornato a casa? Uscendo dalla scuola Humberto l’avrebbe picchiato. E la mamma di Paco Yunque gli avrebbe detto: “No, piccolo, non picchiare Paquito, non fare il cattivo&#8230;” Non gli avrebbe detto nient’altro. E Paco, con la gamba tutta rossa per la pedata di Humberto, si sarebbe messo a piangere. Perché a Humberto nessuno lo toccava. Il padrone e la padrona volevanotroppo bene a Humberto, e Paco ci stava male perché Humberto lo picchiava sempre. Tutti, tutti, ma proprio tutti avevano paura di Humberto e dei suoi genitori. Tutti, tutti, tutti. Anche il maestro. La cuoca e sua figlia. La mamma di Paco. Venanzio col suo grembiule. La Maria che lavava gli orinali e proprio ieri ne aveva rotto uno in tre grossi pezzi. Il padrone avrebbe picchiato anche il papà di Paco Yunque? Che brutta cosa avere a che fare col padrone e con Humberto. A Paco Yunque veniva da piangere. E il maestro, quando avrebbe smesso di scrivere sulla lavagna?<br />
“Bene!” disse il maestro terminando di scrivere. “Ecco l’esercizio. Ora prendete i vostri quaderni e copiate ciò che è scritto sulla lavagna. Dovete copiarlo esattamente uguale.”<br />
“Sui nostri quaderni?” domandò timidamente Paco Yunque.<br />
“Sì, sui vostri quaderni” gli rispose il maestro. “Sai scrivere almeno un po’?”<br />
“Sissignore. In campagna me l’ha insegnato mio papà.”<br />
“Molto bene. Allora, tutti a copiare.”<br />
I ragazzi presero i quaderni e si misero a copiare l’esercizio che il maestro aveva scritto sulla lavagna.<br />
“Non fate le cose in fretta” disse il maestro. “Bisogna scrivere piano piano, per non  fare errori.”<br />
. . .</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: il brano è tratto dalla traduzione di Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi del racconto di César Vallejo &#8220;Paco Yunque&#8221;, con illustrazioni di Federica Orsini, pubblicato da &#8220;Lo Studiolo&#8221; di Sanremo (2017). Il frammento che segue fa parte all&#8217;introduzione di Luigi Marfè:</em></p>
<p>. . .</p>
<p>Con questo racconto, <em>Paco Yunque </em>(1931), lo scrittore peruviano César Vallejo (1892-1938), tra i più noti poeti del Novecento, narratore avanguardista, autore tra l’altro dei <em>Poemas Humanos </em>(1939) e del romanzo sperimentale <em>El Tungsteno </em>(1931), recentemente tradotto in italiano, si accosta a questa tradizione letteraria, creando uno spazio narrativo perfetto e originale, divenuto subito un modello generativo per altri scrittori d’area iberoamericana. C’è un brano delle <em>Historias de cronopios y de famas</em> (1962) in cui Julio Cortázar immagina delle strampalate “istruzioni per piangere”: chissà che tra i manuali di istruzioni di quell’inventore di istruzioni non si possa annoverare anche questo racconto di Vallejo.<br />
<em>Paco Yunque </em>narra la cronaca di una sconfitta annunciata. Il personaggio che dà il nome al racconto è un bambino di umile estrazione sociale, che non sa come sottrarsi alle angherie e ai tormenti di un compagno di classe, Humberto Grieve, il figlio dei signori da cui sua madre lavora come donna di servizio. Vittima infelice, Paco è troppo introverso e spaventato per sfuggire al proprio destino: non risponde mai, non reagisce mai, non si rivolta mai. Il suo unico modo di ribellarsi è in un pianto silenzioso, ostinato, che ricorda sommessamente, nel suo inestinguibile grigiore, l’“I would prefer not to”  del <em>Bartleby </em>(1853) di Herman Melville.</p>
<p>. . .</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;allegria di Mario Benedetti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Apr 2017 05:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Il diritto all'allegria]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura latinoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Benedetti]]></category>
		<category><![CDATA[Nottetempo]]></category>
		<category><![CDATA[prose]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta &#160; L&#8217;ottima casa editrice Nottetempo sta pubblicando da qualche tempo le opere di Mario Benedetti, narratore, poeta e saggista uruguaiano di origine italiana, scomparso nel 2009, che resta uno degli autori più amati della letteratura latinoamericana. Dopo La tregua (2006) e Chi di noi (2016) ecco Il diritto all&#8217;allegria, con la traduzione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-67854" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/mb-NI-211x300.jpg" alt="mb NI" width="211" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/mb-NI-211x300.jpg 211w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/mb-NI.jpg 640w" sizes="(max-width: 211px) 100vw, 211px" />di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ottima casa editrice Nottetempo sta pubblicando da qualche tempo le opere di Mario Benedetti, narratore, poeta e saggista uruguaiano di origine italiana, scomparso nel 2009, che resta uno degli autori più amati della letteratura latinoamericana. Dopo <em>La tregua</em> (2006) e <em>Chi di noi</em> (2016) ecco <em>Il diritto all&#8217;allegria</em>, con la traduzione di Stefania Marinoni. Si tratta di una raccolta composita di prose, contraddistinte dalla solita ironia di Benedetti, nonché dal suo carattere vivamente nostalgico, fortemente empatico col lettore, dotate di un&#8217;intelligenza profondamente umana, viscerale, talvolta diremmo chirurgica. <span id="more-67853"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Di seguito, due estratti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>18. Pruriti e grattacieli</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A quanto pare, i cieli soffrono spesso il prurito. Ebbene, proprio per questo esistono i grattacieli. Certi cieli tetri, come quello di New York, li gratta l&#8217;Empire State Building, che ha sostituito in questa funzione le sfortunate Torri Gemelle. Nel suo piccolo, l&#8217;umile cielo di Montevideo, che soffre anch&#8217;esso il prurito, è grattato da Palacio Salvo.<br />
I grattacieli non spariscono con gli antistaminici; sono sensibili solo ai terremoti.<br />
A volte, quando i grattacieli esagerano nel loro lavoro per il firmamento, si mette a piovere, i grandi edifici gocciolano e la povertà apre gli ombrelli.<br />
Ho sentito di una ragazza che è un cielo a cui, a quanto pare, prude l&#8217;anima. Voglio essere un grattacielo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>66. Segni </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Finché viviamo i segni ci orientano, ma quando moriamo ci disorientano. Talvolta li troviamo in sogno, ma di quelli non ci dobbiamo fidare. Più affidabili sono i segni che ci assalgono nell&#8217;insonnia o che ci ammiccano quando siamo fermi davanti a un fiume e la riva ci commuove.<br />
Se sulle mani magre compaiono rughe, le trasformiamo in pugni, per ogni eventualità. I segni più inesorabili li dà sempre lo specchio, quel cretino, e non c&#8217;è smorfia che lo scoraggi.<br />
Un uccello può essere un segno, ma può esserlo anche un coccodrillo. Tutti sono segni: la musica, un tuono, il silenzio, un vento burrascoso, il canto di un&#8217;allodola, il baccano dei bambini.<br />
Ogni stagione ha il suo segno. L&#8217;inverno l&#8217;inclemenza, la primavera le rondini, l&#8217;estate l&#8217;afa, l&#8217;autunno la sobrietà.<br />
L&#8217;universo è un fiume di segni. Alcuni esplodono e ci riempiono di paura, altri accarezzano e spariscono. Persino la liturgia ha creato il segno della croce, chiaramente senza il permesso del povero Cristo.<br />
Il segno è traccia, cicatrice, imminenza, vertigine esposta alle intemperie, perdurare dell&#8217;istante. Ci sono anche i segnali di soccorso, come il tanto citato S. O. S. (<em>Save Our Souls</em>) che non a caso nasce nell&#8217;inglese imperiale.<br />
I segni lanciano presagi e poveri noi quando ci segnalano. L&#8217;unico modo per liberarsi dai segni è l&#8217;oblio, ma chi osa questa chirurgia della memoria?</p>
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