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	<title>lettura &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Quel vizio ancora impunito che fa perdere la vista. Appunti sulla lettura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Apr 2018 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[borges]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Roberto Lapia Il marito di Candida morì all’improvviso: adesso nessuno poteva più interromperla durante le sue letture. Col passare degli anni però il suo corpo cominciò ad indebolirsi, così Candida decise di andare a vivere in una casa di riposo: aveva ormai più di novant’anni. Il nipote, ad ogni visita, le portava delle casse [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Roberto Lapia</strong></p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-73292 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Borges-Ferdinando-Scianna-e1522862683668.jpg" alt="" width="413" height="607" /></p>
<p>Il marito di Candida morì all’improvviso: adesso nessuno poteva più interromperla durante le sue letture. Col passare degli anni però il suo corpo cominciò ad indebolirsi, così Candida decise di andare a vivere in una casa di riposo: aveva ormai più di novant’anni. Il nipote, ad ogni visita, le portava delle casse piene di libri, «soprattutto romanzi e poesie». Candida in poco tempo esaurì quella piccola biblioteca, eppure, durante l’ultima visita, disse al nipote di non volere più libri, e di portare via tutti quelli che aveva nella sua stanza: «I medici le avevano detto che stava perdendo la vista. In pochi mesi sarebbe diventata completamente cieca. E più leggeva più l&#8217;evoluzione della cecità sarebbe stata rapida».</p>
<p>Candida è la protagonista della pièce <em>By Heart. Apprendre par coeur</em> (Les Solitaires Intempestifs, 2015), scritta e portata in scena dal portoghese Tiago Rodrigues. Candida è anche la nonna di Tiago, il narratore. Dopo una vita passata dietro i libri adesso Candida se ne vuole liberare, per ritardare la perdita definitiva della vista. Ma ha anche un’altra richiesta da fare al nipote: difatti vorrebbe consacrare «ciò che le resta della sua vista ad imparare un libro a memoria». O meglio: <em>par </em><em>cœur</em>. <em>By heart</em>. Il libro definitivo, quello che resterà impresso nella sua testa; il libro che potrà leggere mentalmente quando gli occhi non funzioneranno più. E dovrà essere proprio suo nipote a sceglierlo: «Torchiato dal tempo devo compiere questa terribile missione» afferma un inqueto Tiago.</p>
<p>Candida si è ritrovata nella stessa condizione di uno dei lettori più persuasivi che conosciamo: Jorge Luis Borges. «C’è una foto in cui si vede Borges che tenta di decifrare le parole di un libro che tiene in mano, attaccato alla faccia. Si trova in una delle gallerie alte della Biblioteca nazionale di calle México, accovacciato, lo sguardo contro la pagina aperta»: in questo breve e malinconico ritratto, Ricardo Piglia (<em>L’ultimo lettore</em>, Feltrinelli, 2007) ci racconta di un Borges ormai cieco ma mai domo, che nonostante tutto non sembra voler rinunciare alla lettura; ed è lecito ipotizzare che sia stata proprio la lettura la causa della sua cecità. Quelle di Candida e di Borges appaiono allora come delle figure archetipiche del cosiddetto “ultimo lettore”: quel lettore che ha passato la vita leggendo, che ha bruciato i propri occhi nella luce della lampada. «Ora sono un lettore di pagine che già non vedo più» diceva Borges di se stesso, e giustamente Piglia ci ricordava che «nella chirurgica arte di leggere non sempre chi ha la vista migliore legge meglio».</p>
<p>Borges conosceva numerosi, forse innumerevoli, testi a memoria. A Candida invece bastava impararne uno: l’ultimo. L’arte d’imparare a memoria viene considerata fondamentale da George Steiner, che sosteneva che «imparare a memoria significa essere in un rapporto stretto e attivo con il fondamento stesso della nostra essenza» (<em>Le silence des livres</em>, Arlea, 2006). E non è un caso che Tiago si rivolga proprio a Steiner, cui spedisce una lettera manoscritta nel suo studio di Cambridge, per dirimere la gravosa questione dell’ultimo libro da consegnare agli occhi di Candida. Tiago difatti si era appassionato ad una conferenza dal titolo <em>Bellezza e consolazione</em> (<em>Beauty &amp; Desolation</em>), vista su Youtube, nella quale Steiner parlava dell’apprendimento a memoria come atto di resistenza. Resistenza alle dittature, ma anche resistenza alla morte e all’oblio. In questo discorso viene evocata, tra le altre, la storia di Nadejda Mandelstam, che riuniva nella sua cucina dieci persone per imparare a memoria una poesia del marito, Ossip Mandelstam, perseguitato e torturato dal regime stalinista; per ogni poema dieci persone; al sessantesimo poema erano già in seicento ad aver imparato a memoria quei versi. In seguito quelle poesie avrebbero dovuto essere trasmesse ad altre dieci persone, e poi altre dieci ancora, e così via: una catena indispensabile agli occhi di Nadedja (che in russo significa “speranza”), perché bisognava «affidare alla memoria ciò che non si poteva affidare alla carta».</p>
<p>Ma la resistenza steineriana è anche un rimedio contro il fuoco: chi non si ricorda di Guy Montag, il pompiere di <em>Fahrenheit 451</em> di Ray Bradbury (Mondadori, 1966)? A quel tempo i pompieri non spegnevano i fuochi, ma li accendevano: più precisamente bruciavano i libri vietati. Un giorno, mentre mettevano al rogo libri e giornali nella casa di una vecchia signora, un libro cadde tra le mani di Montag, e il pompiere non riuscì più a liberarsene. Da quel momento in poi iniziò a svilupparsi il suo amore per i libri, che lo portò alla fine a raggiungere la cosiddetta resistenza. Ma che cos’era la resistenza? Erano uomini e donne che imparavano i testi vietati a memoria. Poi li bruciavano, per non essere presi in flagrante, e aspettavano; aspettavano il momento in cui avrebbero dovuto recitare quei libri affinché venissero ristampati. Quando Candida chiede al nipote il favore di scegliere il testo che dovrà imparare a memoria, Tiago sta leggendo proprio <em>Fahrenheit 451</em>, e quella vecchia signora della casa presa d’assalto dai pompieri incendiari, gli fa venire in mente sua nonna: perché anche lei, la vecchia signora, guardava con gli occhi ormai vuoti i propri libri morire, e la sua vita scivolare via dentro il fuoco dell’oscurità.</p>
<p>Sempre George Steiner, in un saggio dal titolo <em>Quelli che bruciano i libri</em> (in <em>I libri hanno bisogno di noi</em>, Garzanti, 2013), ritorna sulla annosa questione dell’inquisizione libresca: «Quelli che bruciano i libri, che mettono al bando e uccidono i poeti, sono ben consapevoli di ciò che fanno. È incalcolabile il potere indeterminato dei libri. Ed è tale proprio perché il medesimo libro, la medesima pagina può avere sui lettori gli effetti più disparati». È interessante notare come Steiner, che qui evoca la forza illimitata dei libri, in <em>Le silence des livres</em> insista sul fatto che oggi ci stiamo dimenticando che i libri sono vulnerabili, e che, come ogni produzione umana, possono essere distrutti; un rischio ben riassunto proprio da Borges: «Le cose, su Tlön, si duplicano; ma tendono anche a cancellarsi e a perdere i dettagli quando la gente le dimentichi» (<em>Finzioni</em>, Einaudi, 1955). L’educazione moderna agli occhi di Steiner non contribuirebbe di certo a superare quest’oblio, anzi: essa «svuota lo spirito del bambino, sostituendo all’apprendimento “a memoria” un caleidoscopio transitorio di saperi sempre più effimeri. Installando, financo nei sogni, il magma dell’omogeneità e della pigrizia». La stessa visione pessimistica la ritroviamo in Luigi Meneghello, che nel testo <em>Le valenze della lettura</em> (in <em>Jura. Ricerche sulla natura delle forme scritte</em>, Garzanti, 1987) pone l’accento su come a scuola «si privilegiano lo scrivere e il parlare nei confronti della lettura». Secondo l’autore veneto «l’idea di far leggere dei libri per intero per semplice curiosità» mancherebbe del tutto nella scuola, mentre sarebbe necessaria una contro-educazione fondata sulla lettura, «un’attività formativa e cordiale, […] nella quale il mondo prevale su di te, e quest’effetto anziché mortificarti ti esalta. Più ti appaiono diverse e plurime le cose con cui non c’entri, e più ti senti a tuo agio, […] e l’idea che sia tu il tuo custode svanisce».</p>
<p>Ciò che sottolinea Meneghello, e con lui Steiner, è che il sistema, in primis quello educativo, senza più bisogno di roghi pubblici, tiene in ostaggio libri e potenziali lettori, facendo dei primi degli <em>hrönir</em>, per ritornare alla Tlön borgesiana, ovvero oggetti secondari, «creature della dimenticanza e della distrazione». Michel Crépu, critico letterario francese, ritiene che in un contesto come quello odierno, nel quale il silenzio della lettura è ormai connotato come il più strano degli esotismi, quella esperienza capitale, sorta di iniziazione al mondo, «venga impedita o addirittura vietata».  Ma allora in che modo è possibile salvaguardare l’esercizio della lettura (e della letteratura)? Lo stesso Michel Crépu propone una soluzione-rimedio: in un testo in appendice a <em>Les silence des livres</em> di George Steiner (<em>Ce vice encore impuni</em>), Crépu parla della “clandestinità della lettura”: «Vi giuro, quando penso ai libri non vedo dei roghi, vedo un ragazzo seduto nel fondo di un giardino con un libro sulle ginocchia. È là e non è là; lo chiamano, è la famiglia. […] Andare o no? Il libro o la famiglia? Scegliere il vizio (impunito) o la virtù (ricompensata)?». Il ragazzo decide di rispondere al richiamo della famiglia, ma la lettura, come sostiene Crépu, gode di una certa impunità, per cui si può stare in mezzo agli altri continuando clandestinamente le proprie operazioni. Il giovane ragazzo ha obbedito all’ingiunzione, fa finta di ascoltare, ma nel frattempo nella sua mente scorrono le immagini di Michel Strogoff che corre nella steppa: «Egli continua a tradire pensando ad altro. Non si legge a tavola? Non fa niente, il libro continua a leggersi in lui». Si rivela dunque necessario seguire l’esempio del ragazzo nel giardino (e quello di Nadejda e di Montag): bisogna tornare alla clandestinità affinché il vizio sopravviva impunito.</p>
<p>Ma c’è un’altra componente da prendere in considerazione: oggi ci troviamo in un’epoca caotica, una realtà che è stata profondamente modificata dal dilagare di internet e delle nuove tecnologie, nella quale il sapere è teoricamente aperto e accessibile a tutti come mai lo era stato prima. Eppure, secondo Crépu, «non è mai stato così difficile trasformare questo sapere in arte». Perché manca qualcosa di essenziale: la pazienza, il silenzio, «ovverossia il tempo, quindi la noia». La domanda che ne consegue è abbastanza ovvia: qual è l’effetto di questa nuova realtà sulla lettura e sulla funzione dei libri? Forse una risposta in tal senso ce l’ha data Pierre Bayard: non c’è tempo né ci sono le condizioni per leggere. Bisogna semplicemente parlare dei libri <em>senza</em> averli letti (<em>Comment parler des livres que l’on n’a pas lus?</em>, Minuit, 2006). Perché «la lettura non è solamente conoscenza di un testo o acquisizione di un sapere. Essa è anche, a partire dal momento in cui ha inizio, coinvolta in un irreprensibile movimento di oblio». E mentre cominciamo a leggere stiamo già iniziando a dimenticare.</p>
<p>Bayard in questo saggio-finzione dal tono ironico e provocatorio, parla «in qualità di non-lettore» e vista la sua approfondita esperienza in materia decide di addentrarsi in una riflessione a proposito di quello che è a tutti gli effetti un tabù: perché è quasi impossibile parlare di non-lettura «visti i numerosi divieti da infrangere» (come quello per esempio di non aver letto i testi considerati canonici). L’intento dell’autore appare in realtà quello di smascherare una certa ipocrisia che ruota attorno ai libri, e in particolare di desacralizzare il rapporto lettore – testo (e quindi anche quello non-lettore – testo). Agli occhi di Bayard la nostra relazione con i libri non è un processo continuo e omogeneo, e nemmeno il luogo di una conoscenza trasparente di noi stessi, «ma uno spazio oscuro infestato da brandelli di ricordi, e il cui valore, compreso quello creativo, è legato agli imprecisi fantasmi che vi circolano». In sostanza la non-lettura è un atto di creazione che ci libera dal peso di una certa cultura, e che si pratica anch’essa in una sorta di clandestinità. Un’evoluzione necessaria secondo Bayard, «per sbarazzarci di tutta una serie di divieti, spesso incoscienti, che pesano sulla nostra rappresentazione dei libri e ci conducono a pensarli, fin dai nostri anni scolastici, come degli oggetti intangibili, e dunque a sentirci in colpa ogni qualvolta gli facciamo subire delle trasformazioni».</p>
<p>Piglia in <em>L’ultimo lettore</em>, a proposito di Tlön, parlava di un universo saturo di libri, dove tutto sta scritto, solo si può rileggere, leggere in un altro modo. Per questo «una delle chiavi del lettore inventato da Borges è la libertà nell’uso dei testi, la disposizione a leggere secondo i propri interessi e le proprie necessità». Questa arbitrarietà borgesiana, una certa inclinazione a leggere male, è il marchio del lettore di Borges, assolutamente autonomo. Per Bayard invece, nell’universo odierno saturo di libri e di segni, non solo si può rileggere: si può anche non-leggere, perché la finzione non dipende solo da chi la scrive o da chi la legge, ma anche da chi non la legge, parlandone. Senza sensi di colpa. «Ora sono un lettore di pagine che già non vedo più» diceva Borges, e ben presto lo dirà anche Candida. Attraverso una forzatura potremmo considerarli, con Bayard, non più l’archetipo dell’ultimo lettore, ma l’archetipo dei primi non-lettori, legati solo ai loro ricordi. Che i libri li portano dentro di sé, per cui impunibili nel loro vizio.</p>
<p>Una questione rimane ancora irrisolta: quale sarà l’ultimo libro di Candida? Steiner in <em>Beauty &amp; Desolation</em> raccontava questo aneddoto: «1937, congresso degli scrittori sovietici. L’anno peggiore. Le persone cadevano come mosche, tutti i giorni. Gli amici di Boris Pasternak si riunirono attorno a lui e gli dissero: “Se parli durante il congresso ti arresteranno. E se non parli ti arresteranno lo stesso, per insubordinazione ironica”». Il congresso durò tre giorni, e Pasternak non proferì parola. Ancora Steiner: «Al terzo giorno fu preso da parte dai suoi amici: “Qualunque cosa tu faccia ti arresteranno. Per favore, dovresti dire qualcosa. Qualcosa che potremo conservare in noi, quando sarai in prigione”. Pasternak era un uomo incredibilmente bello. Misurava più di un metro e ottanta. […] Pasternak si alzò, mi dissero che il silenzio si sentiva fino a Vladivostok. E quando Pasternak salì sul palco gridò un numero. Un numero e duemila persone si alzarono in piedi». Si trattava del numero di un sonetto di Shakespeare tradotto da Pasternak, il trenta, un sonetto sulla memoria. Duemila persone si alzarono in piedi e recitarono il sonetto a memoria. Che cosa voleva dire quel gesto? Voleva dire: «Voi non potete toccarci, non potete distruggere il fatto che conosciamo a memoria ciò che Pasternak ci ha dato». Pasternak non venne arrestato.</p>
<p>Perché siamo quello che ricordiamo, come dice George Steiner, e quello che è in noi nessuno ce lo può prendere. «Ho offerto i sonetti di Shakespeare a Candida» afferma Tiago alla fine della pièce. Candida li ha accettati senza fare domande. Era contenta di ricevere delle poesie, perché sono senza fine, «e in questo momento preferisco le cose senza fine». Il giorno del novantaquattresimo compleanno di Candida, Tiago decise di farle una sorpresa: si recò con dieci persone alla casa di riposo, di modo che potessero imparare da Candida un sonetto a memoria. Si sedettero di fronte a lei: «Non era ancora cieca, ci poteva vedere, ma non ci riconobbe. Ignorava chi fossero quelle persone davanti a lei. E quando le parlai non capì chi stava parlando. Le chiesi “E i sonetti? Ti ricordi un sonetto?”». Candida, come la vecchia di Bradbury, aveva gli occhi vuoti che guardavano il muro. Sembrava non ricordasse più niente. Dopo un leggero movimento degli occhi iniziò a parlare. A recitare: un sonetto di Shakespeare, il numero trenta. La vista volava via, il <em>vizio</em> invece era rimasto impunito.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Quando alle Assise del muto e gentil pensiero</em></p>
<p><em>convoco memorie di cose passate,</em></p>
<p><em>sospiro per ciò che invano ho ricercato,</em></p>
<p><em>e per antiche pene piango ancora lo spreco del mio tempo amato;</em></p>
<p><em>posso allora annegare gli occhi (non usi a sgorgare)</em></p>
<p><em>per amici preziosi nascosti nella notte infinita della morte, </em></p>
<p><em>e piango ancora pene d’amore da tempo condonate,</em></p>
<p><em>e lamento la perdita di molte viste svanite.</em></p>
<p><em>E soffro per passate sofferenze, </em></p>
<p><em>e di dolore stanco riconto</em></p>
<p><em>la triste lista di lamenti lamentati,</em></p>
<p><em>che pago ancora come se non pagati. </em></p>
<p><em>   Ma se per caso ti penso (caro amico)</em></p>
<p><em>   ogni perdita è risarcita, e ha fine ogni tormento. </em></p>
<p>(Trad.: Dario Calimani. Cfr. Dario Calimani, <em>William Shakespeare: i sonetti della menzogna</em>, Roma, Carocci, 2009, pp. 70-71)</p>
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		<title>CaLibro Festival 2017</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/03/19/calibro-festival-2017/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Mar 2017 13:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[autori]]></category>
		<category><![CDATA[CaLibro]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Anche quest’anno torna CaLibro, Festival della Lettura a Città di Castello, promosso dall’Associazione culturale “Il Fondino”, con il patrocinio e il sostegno del Comune di Città di Castello e della Regione Umbria, oltre che di numerose attività imprenditoriali di rilievo. Tanti gli eventi in programma e gli incontri previsti, che animeranno i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-67524" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/calibro-70x100-2017-01-210x300.jpg" alt="calibro 70x100 - 2017-01" width="210" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/calibro-70x100-2017-01-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/calibro-70x100-2017-01-768x1097.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/calibro-70x100-2017-01-717x1024.jpg 717w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" />di <strong>Francesca Fiorletta </strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Anche quest’anno torna <strong>CaLibro</strong>, <em>Festival della Lettura a Città di Castello</em>, promosso dall’Associazione culturale “Il Fondino”, con il patrocinio e il sostegno del Comune di Città di Castello e della Regione Umbria, oltre che di numerose attività imprenditoriali di rilievo.<br />
Tanti gli eventi in programma e gli incontri previsti, che animeranno i luoghi più suggestivi della città da giovedì 30 marzo a domenica 2 aprile.<br />
Il festival, giunto con successo alla quinta edizione, continua a conservare un’attenzione particolare all’incontro di varie forme espressive, dando spazio a letteratura e poesia, ma anche al cibo, al fumetto, allo sport&#8230;<span id="more-67523"></span><br />
Così, durante le quattro giornate di CaLibro, saranno fra gli ospiti Paolo Cognetti, Claudia Durastanti, Giorgio Vasta, Daniele Rielli, Marco Rossari e Giorgio Fontana coi loro ultimi libri, insieme ad Adharanand Finn, che ci svelerà i segreti della maratona, e Stefano Liberti, con un incontro incentrato sull’industria alimentare; e ancora, Tito Faraci e Jacopo Cirillo ci racconteranno come nascono le storie di Topolino, mentre Guido Vitiello elargirà i suoi salutari consigli da “Bibliopatologo”. In occasione delle celebrazioni per il centenario della morte del Barone Leopoldo Franchetti (1917) CaLibro dedicherà alla figura di Leopoldo un suggestivo evento poetico: alcuni tra i poeti e le poetesse più interessanti del panorama italiano animeranno le stanze di Villa Montesca. Nell’evento “La stanza profonda” con Vanni Santoni, il pubblico intraprenderà un viaggio nel magico regno dei giocatori di ruolo. Spazio anche al tema della salute e dell’erboristica con Sandro e Maurizio Di Massimo, autori del libro “Ritorno alle radici”. Tre editori umbri di qualità, che si affacciano al mondo pubblicando narrativa inglese, sudamericana e portoghese, faranno conoscere al pubblico di CaLibro il loro lavoro. Dopo aver visto e ascoltato il fumettista e frontman dei “Tre allegri ragazzi morti” Davide Toffolo, in dialogo con un gruppo di suoi lettori e fan, si andrà avanti fino a notte fonda con l’ormai consueta festa a tema di CaLibro, quest’anno dedicata al libro “Muro di casse” di Vanni Santoni, una festa che si preannuncia un vero e proprio rave party.<br />
Insomma, a CaLibro può succedere veramente di tutto, persino di suonare a un citofono e di sentire in risposta un aforisma del grande Ennio Flaiano o comporre poesie da pagine di libri nello spazio del loggiato di Piazza Fanti, con Blackout Poetry. E, nel frattempo, i lettori più piccoli potranno letteralmente “entrare nel libro” Gli Sporcelli di Roald Dahl e assistere alla sua lettura animata, nella sezione a loro dedicata di “Piccoli CaLibri”.<br />
L’impegno del festival ad entrare nelle scuole è aumentato ancora; il progetto “CaLibro Newsroom” con il Liceo Plinio Il Giovane, una redazione di liceali che racconteranno il festival tramite live-tweeting (@calibronews17 su Twitter) e articoli, è confermato anche per l&#8217;edizione 2017. Si aggiunge a questo anche un laboratorio grafico con la classe III E, indirizzo grafico, dell’IIS Franchetti-Salviani; i ragazzi, nel corso di varie lezioni, hanno supportato il nostro team di grafici per la realizzazione della brochure di CaLibro. Sempre il “Franchetti-Salviani” parteciperà attivamente all’incontro con Stefano Liberti con alcuni studenti a dialogare direttamente con l’ospite.</p>
<p>[Il programma completo sul sito: <strong><a href="http://www.calibrofestival.com">CaLibro</a>]</strong></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Lo snobismo mi attanaglia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/12/28/lo-snobismo-mi-attanaglia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Dec 2016 14:32:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Fioretta]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[librerie]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Lo snobismo mi attanaglia. Entro in libreria meno spesso di quanto si potrebbe pensare, sicuramente meno spesso di quanto facessi dieci o anche venti anni fa. Non entro spesso nelle librerie, nonostante io lavori tutta la settimana (anche) in una libreria. Forse è proprio per questo, mi racconto; perché quando esco a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-66369" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/libri-nel-carrello-300x168.jpg" alt="libri-nel-carrello" width="300" height="168" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/libri-nel-carrello-300x168.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/libri-nel-carrello-768x431.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/libri-nel-carrello.jpg 980w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Lo snobismo mi attanaglia.<br />
Entro in libreria meno spesso di quanto si potrebbe pensare, sicuramente meno spesso di quanto facessi dieci o anche venti anni fa.<br />
Non entro spesso nelle librerie, nonostante io lavori tutta la settimana (anche) in una libreria. Forse è proprio per questo, mi racconto; perché quando esco a fare una passeggiata, finito il mio turno doveroso, preferisco prendere un gelato all’aria aperta, anche se siamo in pieno inverno e quest’anno le temperature scendono sotto lo zero pure nella calda-per-antonomasia capitale. <span id="more-66368"></span>Preferisco perdermi nel magnetismo di vetrine altre, quando – seppure raramente – mi decido all’evento traumatico, lo shopping. Smisto maglioni di lana caprina, provo stivali di vera pelle o cuoio, compro giocattoli per i nipoti, profumi per le amiche, sono diventata persino capace di passare mezze giornate dal ferramenta, o davanti al banco della frutta biologica, ma in libreria entro sempre più di rado, e quando capita, ci resto per pochi minuti, poi esco sbuffando, gli occhi molli, il collo infagottato, le mani leste, in tasca. Quasi in fuga, sperando di non essere vista.<br />
Perché?<br />
Lo snobismo mi attanaglia, e non mi piace sentirmi una snob, per questo ciclicamente fingo di dimenticarmi di quel pungente sentimento di disagio, e finisco per varcare il confine avverso, il confine di quello che, teoricamente – ma direi anche tecnicamente – è per paradosso quello che più sento essere il mio stesso mondo, il regno meraviglioso incontaminato e incontrastato della letteratura.<br />
Quindi succede, cedo al richiamo atavico, come il figliol prodigo che torna al banchetto paterno, con lo stesso spirito di verace ottimismo entro in una delle tante librerie belle della mia città. Ce ne sono a bizzeffe, di catena o indipendenti, piccole accoglienti e confortevoli o ben disposte in arieggiati loft o dislocate su vari piani accesi di luci galattiche, con l’angolo bar, con la poltrona massaggiante, con le tende di broccato, coi gadget in bella mostra vicino la cassa, la colonnina delle ultime uscite, i best seller coronati da fascette allegre e coloratissime, il misero e ovviamente rincattucciato angoletto della poesia. Ahhh, mi dico, sono a casa. L’odore della carta, e tutto il resto appresso.<br />
Poi passano due minuti d’orologio, forse tre, e m’assale la noia. Ma proprio una noia, che non avete idea.<br />
D’accordo, è evidente, è un problema mio. Mio perché conosco di persona i tre quarti degli autori indicizzati sugli scaffali, e quei pochi che non conosco di persona ce li ho amici su Facebook, Twitter, Instagram, e posso ammirare ogni giorno le foto orribili che pubblicano, e gli status finto divertenti che condividono, e le rispostacce acidule che si scambiano, e di chi sono amici e nemici a loro volta, so che cosa prevede la loro dieta quotidiana, se hanno figli fidanzate e cani, di quanti metri quadrati è casa loro e chi l’ha arredata, cos’hanno messo in valigia e la destinazione del prossimo weekend fuori porta; pur non sapendone niente, davvero, mi sembra di conoscerli da sempre, pur non avendone mai letta nemmeno la metà, mi pare di poter recitare a memoria ogni pagina della loro opera omnia, per osmosi tratto i loro personaggi come i miei vecchi compagni delle medie. Ossia, li dimentico.<br />
È un problema mio, palesemente, se mi annoio, perché ho già controllato la rassegna stampa sei volte prima di uscire di casa, e so perfettamente quale giornalista ha recensito quale titolo, e so anche e soprattutto il perché, e quale critico ha scritto la prefazione a quale testo, e che cosa ne hanno detto durante quella trasmissione in radio, e se è stato stroncato a sufficienza in quella certa rubrica in tv. Peggio ancora, so quando nessuna attenzione è stata concessa all’autorino piccino picciò che viene dalla provincia, e lì magari una punta di interesse mi risale, trepidante e sulle spine mi accingo a sfogliare il così presto dimenticato tomo, mi bastano due righe di quarta di copertina, ho capito tutto, a posto così.<br />
È un problema mio, non c’è ombra di dubbio, se da quando lavoro nell’editoria leggo molto meno di prima, o meglio, leggo molti meno autori di prima, che stanno sul palmo di una mano, e continuo a comprare libri sempre uguali, stessi nomi e cognomi, piccole variazioni sul tema grafica e titolo, più o meno stesse trame – ma è facile, visto che prediligo le prose quasi del tutto senza trama – stesso piacere nella lettura, questa volta sì, il riconoscimento, la banalità del bene, una parafrasi ardita.<br />
Ho perso di curiosità, probabilmente. Ma, astraendo dal mero quanto ingenuo dato biografico, trovo abbastanza grave che questa perdita di curiosità colga proprio chi, coi libri, con gli autori, con i giornali le riviste le librerie e gli enti deputati alla diffusione della cultura, quotidianamente, vive si nutre e lavora. Come immaginiamo di far crescere e proliferare, col nostro seppur modestissimo contributo, la fondamentale e fondativa sfera del sapere letterario, come intendiamo proteggere il miracoloso incedere del fare letteratura?<br />
O forse che, invece, la letteratura non ha davvero proprio niente di miracoloso e di ingenuo?<br />
Trovo quasi commuoventi le dichiarazioni di certi giovani spigliati e rampanti, che con gli occhi gonfi d’ardore stanno sempre lì a decantare la bellezza dei “libri”. I libri, proprio, i parallelepipedi cartacei in generale. “Mi piace leggere”, è il nuovo status symbol della noia para-editoriale. Sì, va benissimo, ma nello specifico, che cosa? Possibile che abbiano tutti gli stessi gusti? Possibile che questo gusto dominante e ormai sviscerato in più di una salsa, incontri fondamentalmente tutto quello che sta in vetrina? (E non direi viceversa.)<br />
Mi ricordo, da bambina, quando passavo le ore, colma di meraviglia, davanti agli scaffali rossi, rosa, azzurri e gialli, su cui erano allineati tutti i volumi delle collane del Battello a Vapore. Libri d’avventura, horror, sentimentali, piccole microscopiche narrazioni ben articolate, chiare e godibilissime, non trascendentali ma stupefacenti nella loro limpida funzione: far appassionare i ragazzi alla letteratura, far leggere loro storie incredibili di mondi lontanissimi, far immaginare loro un futuro diverso, nuovo, incantato, o semplicemente possibile.<br />
Mi vergogno un po’ per quella bambina così naif, per l’adolescente che scopriva Joyce e Woolf, per l’universitaria che contestava Benjamin e Lacan, che piangeva con Baudelaire e Leopardi, e che adesso, al quarto minuto passato dentro a una libreria, non sa più nemmeno far scoppiare la rivolta.</p>
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		<title>Di scrittura, letture e perché. Intervista a Marco Peano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Feb 2016 06:38:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Licia Ambu]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Peano]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
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					<description><![CDATA[di Licia Ambu Voce del verbo scrivere. L’invenzione della madre mi sembra un romanzo sul cambiamento e sulle modalità di accettazione. C’è questa storia di una madre che si ammala e di un figlio che non ne vuole sapere della vita in questi termini. Mi ha colpito moltissimo il momento dei palloncini, quando Mattia ha [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Licia Ambu</strong></p>
<p><strong>Voce del verbo scrivere. <em>L’invenzione della madre</em> mi sembra un romanzo sul cambiamento e sulle modalità di accettazione. C’è questa storia di una madre che si ammala e di un figlio che non ne vuole sapere della vita in questi termini. Mi ha colpito moltissimo il momento dei palloncini, quando Mattia ha l’idea di gonfiarne alcuni con il fiato di lei per tenerla con sé. La creatività per combattere il terrore. Atti assurdi ma molto poetici che spostano i confini personali in territori fino a un momento prima inediti. Di fronte alla vita, scrivere è scappare o restare? È un atto di coraggio o un tentativo di controllo?</strong></p>
<p>Scrivere è cercare di imbrigliare ciò che per definizione non è imbrigliabile: il caos che regola le nostre vite. È un atto di arroganza estremo, e nel caso di Mattia la scrittura che registra ogni dettaglio della madre agonizzante è lo sguardo di un Demiurgo che prova ad annullare l’ineluttabile. Ecco perché si abbandona a gesti sconsiderati e folli, al limite del tollerabile: non solo l’episodio dei palloncini, ma anche lo spogliarsi nudo per infilarsi nel letto della madre morente diventa un moto di protesta molto simile a un <em>flashmob</em> privatissimo ed universale, inutile eppure necessario.</p>
<p><strong>Il linguaggio permea la realtà e allo stesso tempo la interpreta come un filtro. Il modo codificato di dire <em>la cosa</em>, la crea nel mondo e nella testa. Siccome la trovo una questione affascinante e piuttosto magica, sono andata a cercare l’etimologia di nominare e ho trovato che deriva dal latino <em>nomen</em> (greco <em>ònoma</em>, sanscrito <em>naman</em>). La radice è <em>–no</em>, la stessa del verbo sapere, conoscere Quindi, il nome crea la cosa e in questo modo la rende conoscibile, pensabile, la mette in vetrina in qualche modo. Scrivere è dare un nome? È un’azione che (tras)forma la realtà?</strong></p>
<p>Mattia è un novello Adamo in un Paradiso (Inferno?) terrestre. Vede le cose per la prima volta, le nomina, le classifica e poi passa oltre. Quando una persona a noi cara si ammala scatta un meccanismo di risemantizzazione del mondo; la realtà precedente viene come resettata a fronte di un universo di riferimento in cui la medicina, il nome dei farmaci, le terapie diventano l’unico alfabeto. Da qui a trasformare la realtà il passaggio non è immediato, diciamo che senza la rielaborazione (non solo del lutto) ogni cosa rimane immobile. La malattia è congelamento, tocca ai famigliari portare calore.</p>
<p><strong>Negare il materno significa non crescere, hai detto. Mattia di crescere non ne ha tantissima voglia e cerca in continuazione espedienti per fermare la situazione. La malattia della madre sembra una preparazione (ci sarebbe dell’etimo anche qui in effetti) all’epilogo della narrazione. Da fuori, da lettori, è molto più trasparente, quelli che vedono da fuori hanno la prospettiva diversa. La scelta della terza persona è servita a cambiare prospettiva? Cos’è successo esattamente in quel momento tra te e il tuo personaggio?</strong></p>
<p>Il vero problema è che ho iniziato a scrivere <em>L’invenzione della madre</em> quando ero anagraficamente molto vicino a Mattia. Io avevo molto a che fare con lui, e lui con me. Però la mia esigenza era quella di congelare – appunto – il protagonista in un’età ben precisa, mentre nel frattempo per me il tempo scorreva. Lui aveva sempre ventisei anni, io scavallavo i trenta e mi ritrovavo ancora invischiato nelle sue ficcanti ossessioni, dal mio punto di vista via via più sbiadite. La scelta della terza persona è stata una benedizione, potevo mettere in campo un personaggio senza caricarmi di troppa responsabilità, lasciarlo agire con una (apparente) spensieratezza. Alla fine credo lui abbia avuto la meglio su di me, ma è giusto così: l’umano deve passare in secondo piano, di fronte alla potenza delle narrazioni.</p>
<p><strong>Gli altri sono in qualche modo una misura, la morte degli altri ci fa presente la nostra. Hai parlato di Philippe Forest e <em>Tutti i bambini tranne uno</em>. In questo libro, l’autore racconta la perdita di una figlia e dice questa cosa potentissima: “Il lungo anno in cui morì nostra figlia fu il più bello della mia vita”. Possiamo aggiungere <em>Vite che non sono la mia</em>, come tanti altri libri che hai citato spesso. Questo modo di maneggiare la morte, il tentativo di sistemarsi la cravatta e non impazzire, mi sembra importante. In che senso e modo queste letture sono state un’ispirazione?</strong></p>
<p>Più che un’ispirazione, queste letture sono state una bussola. Mi piacerebbe ricordare alcuni dei libri che mi hanno dettato la strada durante il mio percorso di scrittura, durato sette anni: <em>La vita dopo</em>, di Donald Antrim (che cito in epigrafe); <em>Diario di un dolore</em>, di C. S. Lewis; <em>Dove lei non è</em>, di Roland Barthes; <em>Breve come un sospiro</em>, di Anne Philippe; <em>L’anno del pensiero magico</em>, di Joan Didion; <em>Post mortem</em>, di Albert Caraco; <em>Il libro di mia madre</em>, di Albert Cohen; ma soprattutto <em>Bambino bruciato</em>, di Stig Dagerman – lui e la sua opera, più di altri, mi hanno dato la “postura” per scrivere <em>L’invenzione della madre</em>. Ogni pagina di questi autori, e di molti che non cito per motivi di spazio, mi ha permesso di non impazzire.</p>
<p><strong>La letteratura esiste per darsi un’ipotesi di sopravvivenza, ha detto Marcello Fois proprio durante una presentazione del tuo libro. Secondo te, questo potrebbe essere un principio che regola la lettura? E c’è, tra tutti quelli che hai, un motivo sempre presente quando battezzi una lettura?</strong></p>
<p>La necessità.</p>
<p><strong>Siccome non mi capita tutti i giorni di intervistare uno scrittore/editor/lettore tutto insieme nella stessa persona, ne approfitto per chiederti di illuminarmi su una questione. Ho un problema con il concetto di sincerità della scrittura, ovvero: di preciso, che cos’è secondo te?</strong></p>
<p>Il grado di consapevolezza che intercorre fra ciò che pensiamo di scrivere e ciò che scriviamo davvero. Un po’ come il concetto insito nell’espressione «lost in translation»: il passaggio fra la formulazione di un’idea e la sua incarnazione in parole dovrebbe restituire l’emozione primaria che ha formulato quel pensiero. Più ci rendiamo conto dello scarto, io credo, più siamo sinceri.</p>
<p><strong>Il libro che hai letto, e ti è pure piaciuto, di cui ti vergogni?</strong></p>
<p>Ho amato alla follia la tetralogia di Elena Ferrante, <em>L’amica geniale</em>. In realtà non me ne vergognavo affatto, ma quando ho scoperto che la maggior parte degli addetti ai lavori sollevava delle riserve nei confronti di questa saga straordinaria, be’, mi sono fatto delle domande. Però non demordo: leggete ogni cosa scritta da quest’autrice, subito.</p>
<p><strong>Il classico super citato che in verità non hai mai letto.</strong></p>
<p>Dico spesso, e sono sincero, di adorare David Foster Wallace. Ebbene, il suo <em>Infinite Jest</em> – a tutti gli effetti un classico contemporaneo – per me è sempre stato insuperabile (nel senso che non ho mai superato pagina duecento). Ma sono un lettore lento, sento che prima o poi ce la farò. Poi.</p>
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		<title>Diario parigino 3. Leggere tutti i libri.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Feb 2016 13:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[diario parigino]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Parigi è un desiderio]]></category>
		<category><![CDATA[prosa iatliana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[[Diario parigino 1, diario parigino 2] di Andrea Inglese . Un sogno di felicità ricorrente, di quelli che si fanno ad occhi aperti. Sogno di giungere in un periodo della vita, in cui mi sia possibile leggere, leggere finalmente, senza troppe limitazioni, interferenze, ingombri quotidiani, senza l’invasione, nel mio tempo libero, del tempo imprigionato del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/IMG_kafka-musil.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-60083" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/IMG_kafka-musil-300x216.jpg" alt="IMG_kafka musil" width="300" height="216" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/IMG_kafka-musil-300x216.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/IMG_kafka-musil-1024x737.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/IMG_kafka-musil-250x180.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/IMG_kafka-musil.jpg 2048w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>[<a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/01/15/diario-parigino-1-visita-alla-moschea/">Diario parigino 1</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/01/26/diario-parigino-2/">diario parigino 2</a>]</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Un sogno di felicità ricorrente, di quelli che si fanno ad occhi aperti. Sogno di giungere in un periodo della vita, in cui mi sia possibile <em>leggere</em>, leggere finalmente, senza troppe limitazioni, interferenze, ingombri quotidiani, senza l’invasione, nel mio tempo libero, del tempo imprigionato del lavoro, il tempo imprigionato che comunque dà senso, poiché una legge umana vuole, una maledetta legge hegeliana forse, vuole che l’uomo nel lavoro finisca per trovare una qualche sensatezza, ma io da anni, pur piegandomi alla legge del lavoro sensato, inutile spesso, odioso spesso, noioso spesso, ma sempre maledettamente sensato, io comunque intravedo, al di là di questa legge, una legge ulteriore, in cui io non faccio che <em>leggere</em>, e leggere <em>a mio piacimento</em>, mi leggo finalmente tutti quei libri che ho comprato nel corso degli anni, tutti quei libri comprati a prezzi interi o scontati, prezzi di libri nuovi o usati, io tutti questi libri che mi circondano, che sono disposti a mo’ di accerchiamento in casa mia, tutti questi libri che io ho continuato a comprare <em>senza mai riuscire a leggerli</em>, io questi libri sogno che, in un dato momento della mia vita, spostato nel prossimo futuro, in un futuro comunque radioso, me li posso finalmente <em>cominciare a leggere tutti</em>, non dico che davvero m’immagino di leggermeli tutti, ma mi è sufficiente, in questo sogno, sapere che ho il tempo, e che quindi mi prendo il tempo – tempo che, per qualche ragione del destino biografico, mi è d’un tratto concesso – di leggermeli per null’altro motivo che il mio piacere, il mio umanistico piacere, per la mia <em>bildung</em>, una <em>bildung </em>tardiva, passati ormai i cinquant’anni, è patetico – certo – questo desiderio, e soprattutto è patetica la realizzazione di un tale desiderio, se mai la ottenessi, anche perché in cosa consisterebbe?, in null’altro che mattinate e pomeriggi passati a leggere in casa, vorrei, nel mio sogno, poter cominciare a leggere tutti i miei libri <em>a casa</em>, non per un’esigenza di isolamento, per qualche paranoico sentimento di minaccia che avvertirei se decidessi di leggere in una biblioteca pubblica o in una caffè a Parigi – dove c’è un certo numero di persone che leggono – ma io non vorrei farmi distrarre dalla gente, primo, e vorrei soprattutto, secondo, leggermi questi libri in una posizione fisicamente confortevole, mi sembra che sia una sorta di abbinamento sacro e solenne questo, l’abbinamento della comodità fisica e del libro, dell’ergonomia della lettura, per cui mi è assolutamente chiaro, nel mio sogno ad occhi aperti, che si legge bene solo allungati su di un letto o spaparanzati in un divano o in una poltrona, ma in nessun modo una lettura degna di essere realizzata per motivi di tarda <em>bildung</em> umanistica, dico mai sarà possibile imprigionarla nel sistema sedia-tavolo o sedia-scrivania. I <em>Diari</em> di Musil (1899-1941) e l’<em>Epistolario</em> di Kafka, ad esempio, potrò leggermeli, e non perché debba, poi, maledettamente scriverne un articolo, pagato o gratuito poco importa, non perché, insomma, con quella lettura io debba fare del senso, avere un’attitudine sensata di fronte a chi mi chiedesse <em>perché</em> sto passando i pomeriggi a letto, come un convalescente, solo per leggere i <em>Diari</em> di Musil o l’<em>Epistolario</em> di Kafka, quale impegno professionale, infatti, mi offre la garanzia (l’alibi) di passare così tanto tempo a leggere Musil o Kafka, senza trasformare questo mio tempo di lettura in una prestazione giornalistica o accademica, o accademico-giornalistica, o magari, persino, saggistica, ma di saggio creativo anti-accademico e anti-giornalistico? Anche i miei amici scrittori, i miei amici che come me sono da anni immersi in questa residua palude dell’umanismo, in questa dirotto paesaggio di lettere, lingue, letterature, anche se poi sono paesaggi umanistici aggiornati, in cui si parla di finzione, di <em>docu-fiction</em>, di qualcosa che suona anglosassone e aggiornato, anche loro, comunque, questi scrittori-giornalisti, o questi scrittori-accademici, o questi scrittori di saggismo anti-accademico o addirittura di finzione, anche loro mi chiederebbero <em>perché</em>, con quale fine professionale, con quale recondita motivazione lavorativa, di sensatezza possibile, io mi sia messo a leggere certi libri, che sono importanti, che danno anche lustro, che sono fenomeni quasi di lusso umanistico – ma chi si può più permettere di leggere i <em>Diari</em> musiliani o l’<em>Epistolario</em> kafkiano senza una qualche borsa di studio, progetto europeo di supporto, curatela di numero monografico in rivista? Ma il periodo della mia vita che m’immagino varcare è un periodo, appunto, in cui le preoccupazioni lavorative, di sensatezza, di alibi professionale, sono come dissolte sotto la spinta di una maturità esistenziale, psico-fisica, che mi restituisce il <em>piacere della lettura</em> nella sua versione, se così si può dire, arcaica, intonsa, come un’attività che ha interamente in se stessa il proprio fine, e non voglia altro, né dal mondo né dal soggetto che la esercita, soggetto che, di rimando, è felice come una pasqua, in un atteggiamento di completezza spirituale, tale per cui non soffre più del salario scadente che gli è concesso, della rinomea del tutto insufficiente che la sua sensibilità umanistica ha suscitato intorno a lui, ma dimentica, leggendo quei libri, e leggendoli senza alcuna impazienza, sormontando anche dei lunghi e noiosi passaggi, dimentica il problema grave, anzi gravissimo dell’invecchiamento, perché forse, se vi è una qualche astuzia, o sensatezza, in questa postura umanistica, della lettura ergonomica e spaparanzata, sta nel combattimento subdolo nei confronti della grande angoscia di morte e invecchiamento, perché a ben guardare il soggetto in questione, essendo miscredente, materialista, figlio di società del disincanto e del consumo, non teme, nei sui recessi di coscienza, giudizio finale su colpe e vizi, su inadeguatezze morali, che certo ci sono e sono in qualche modo assodate, non grandemente redimibili, ma la vecchiaia, il distruggimento lento del fisico, o della mente prima e del fisico poi, o di entrambe le funzioni, quella mentale e quella fisica, in una sorta di crollo simultaneo, questo tipo di incubo, perché bisogna in qualche modo nominarlo per quello che è, un semplice incubo, l’insensatezza non solo della morte, che ha reso risibili tutti quegli anni di lavoro per scopo più o meno pensionistico, oltreché di sensatezza biografica, ma anche l’insensatezza maligna, persecutoria, dello smantellamento progressivo, che solo un eroico ma altrettanto insensato suicidio abbastanza precoce potrebbe schivare. Leggere con grande magnanimità tutti i libri comprati e mai letti, o letti in piccolissima parte, e letti in modo assillato, sempre un po’ con l’acqua alla gola, e quindi letti <em>malamente</em>, di sfuggita, a morsi, tutta quella valanga di pagine che finalmente verranno, nel periodo radioso, lette, sono un modo più che sensato, più che saggio, di controbilanciare non l’invecchiamento, che verrà implacabile, come nella poesia di Pavese viene persino, alla fine, la morte, ma un modo di strangolare, e persino spazzare via, l’angoscia d’invecchiamento e morte, regalando dei super-poteri, come la memoria, la memoria drogata, e amplificata, dal momento che leggendo, al di là della generica balla della <em>bildung </em>umanistica, io integro porzioni di mente altrui, e ogni porzione di mente – che non è altro, materialisticamente, che quel costrutto di frasi ben fissate (inchiostrate) alfabeticamente su un supporto chiaro e sottile –, ogni benedetta porzione di mente, musiliana e kafkiana ad esempio, è già una magnifica estensione, integrazione, impero espansivo di altre centinaia di menti, e quindi di memorie, ossia di gesti concepiti e di paesi descritti, in un turbinio di tempi verbali, e quindi storici, massiccio e onnilaterale, tale per cui è possibile muoversi anche solo lungo le dorsali della storia europea, che è già contaminata da storie di altre e remote civiltà, e in questa maggiorazione crescente della mente, in quel periodo radioso della lettura realizzata di per sé, per interna finalità, non è che il mondo o il tempo siano neutralizzati, perché come si è visto sono piuttosto moltiplicati, ma è la morte, come cancellazione dei doni e delle memorie, dei doni terrestri, certi colori delle cose, certe tessiture delle materie, certi aromi nell’aria, certe capacità retoriche dell’uomo e della donna – è questo dirupo smemorante che si fronteggia, tutta la salvaguardia alfabetica, e mentale, e trasmissibile su carta, è un’interruzione forte della morte, e dell’invecchiamento come smantellamento dei suoni e degli odori, dei gesti e dei luoghi, per cui si sta nella lettura protetti, come avvolti in un profondo mantello, dentro cui la mente si espande, e sciamanicamente moltiplica gli alveoli dell’unico mondo nostro. In questo il termine <em>umanistico</em> acquista forse pertinenza, la lettura come presidio senza limiti di spazio e tempo dell’unico mondo umano, che è poi costantemente vegliato, alle sue frontiere, ovunque, in ogni punto, vegliato e intriso, vegliato e disturbato, sollecitato e giostrato dai compagni non-umani, e cioè i sassi, i budda, le nebulose, le giade, le mosche, i folli, i neonati, i morti, i mostri, e il resto, massa di masse estranee, che l’uomo vede, sogna, disegna, descrive, inventa, integra, nomina, aggredisce, incendia, divora. E insomma, quindi, il periodo prossimo e venturo, quello radioso della mia vita, in cui si cominceranno a leggere tutti i libri, io l’attendo sognando ad occhi aperti, per questo, per altro, oggi, mi è così difficile anche solo concentrarmi sulla pagina di un libro, di un romanzo magari, come <em>Tempi difficili</em> di Dickens, che non c’entra nulla, che so bene non dovrei leggere adesso, che sto leggendo troppo tardi o troppo presto, e che soprattutto leggo male, a pezzi, sognando il giorno in cui, disteso sul letto, durante tutto un pomeriggio, potrò leggerlo come si deve, per la felicità di una mente aumentata e sciamanica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma quel periodo, poi, di vita felice nella lettura di tutti i miei libri non letti, poiché quasi tutti, al novantanove per cento, i miei libri, i libri infilati negli scaffali delle varie librerie della casa, sono libri che non ho letto, e che rischiano di rimanere non letti, fintantoché la vita è soprattutto votata alla sensatezza di una lettura lavorativa, salariale, o di carriera, professionale, letteraria o giornalistica, quel periodo, comunque, se mai arriverà, dovrà farsi spazio dentro un altro periodo, simile per felicità, ma diverso per pratica, metodo, apparecchiatura della felicità, perché io, ad occhi aperti, anche sogno un tutt’altro periodo, il periodo in cui potrò riprendere e leggere, oppure riprendere e leggere sottolineando, oppure riprendere, leggendo e ricopiando frasi selezionate, <em>tutti gli articoli di giornale</em> che ho conservato, o che ho ritagliato, giornali e ritagli variamente disposti, e raccolti, e infilati, e dimenticati in angoli della casa, dal momento che i giornali vecchi e i ritagli di giornali vecchi sembrano spontaneamente destinarsi agli angoli, ai buchi, agli anfratti, ai frammezzi, alle intercapedini, agli spazi bui e morti, della casa. Io sogno, però, che verrà un periodo più onesto e responsabile, più libero e innovatore, in cui saprò far affiorare da tutti gli angoli ciechi, e bui, e morti della casa quella quantità di giornali e ritagli di giornale, a partire dalla quale estrarre una meditata costellazione di notizie, in grado di illuminare in modo diverso, più crudo e definitivo, l’immagine del mondo, del nostro mondo contemporaneo, che sappiamo tutti essere complesso e stratificato, e dentro gli strati anche piegato e rovesciato, tale per cui ogni taglio diagonale o ogni lettura lineare incontrano scogli e opacità, paradossi e divaricazioni, che non ne permettono un ingerimento conoscitivo non dico integrale, ma sufficiente e pacato, poiché ancora peggio della lettura dei libri – romanzi, saggi, studi specialistici, manuali divulgativi, poemi – ancora più strozzata, frammentaria, furiosa, distratta, è la lettura dei giornali d’informazione, sempre troppo noiosi e prevedibili, oppure troppo copiosi e sfuggenti, e quindi è inevitabile sognare il giorno, ossia il periodo abbastanza lungo, in cui si riuscirà a non leggere più l’edizione giornaliera dei quotidiani nazionali, per dedicarsi con estrema calma ad un lavoro di lettura a ritroso, ma non nel senso lineare della retrocessione semplice, bensì in quello apparentemente aleatorio del volo di mosca, saltando da un anno all’altro, da un argomento all’altro, per creare nessi inattesi, armonie profonde, strutture di senso, reti d’intelligibilità che attraversano in modo irregolare e turbinante i fatti, i luoghi e le epoche, affinché tutto sia tremendamente più chiaro, la macchina dei poteri innanzitutto, ma anche la macchina delle deficienze, delle anomalie, delle pure e selvagge sregolatezze, che costantemente una seconda macchina di ordinamento e pulizia deve sovrastare, integrare e cancellare. Questa lettura dei giornali passati, delle pagine ritagliate e conservate, della massa straripante degli articoli non letti, e che deve essere fatta non per finalità immediatamente militanti, ma perché un saggio politico e antropologico ne possa naturalmente scaturire, un saggio lacerante, nello stile di una lama da combattimento, e non da semplice chirurgia, tale saggio, infatti, dovrà sovrastare l’attivismo politico e sovversivo formicolante, ma dovrà sovrastarlo in moto e in levità, come un pallone areostatico che sorpassi non solo le linee del nemico – e tranci le sue metalliche protezioni – ma anche le avanguardie amiche, per giungere in una zona di calma considerazione dei rapporti di forza, che non può dare certo spazio a gonfiamenti mentali, a pretese sciamaniche di rimemorazione onnilaterale, dal momento che è l’unità di gesto e di luogo, la collocazione millimetrica e puntualissima del passo, che il saggio deve rendere possibile una volta scritto, e scritto attraverso la lettura, l’analisi, la sottolineatura di tutto quanto, dei giornali vecchi, non era stato letto, né è mai stato possibile leggere, fino al giorno in cui il periodo felice 2, della lettura di tutti i giornali non letti, ha soppiantato il periodo felice 1, della lettura di tutti i libri non letti, almeno nel sogno ad occhi aperti, in attesa di una realizzazione, anche parziale ma concreta, perché è dei sogni in stato di veglia, è delle fantasticherie, il destino rarissimo, ma non impossibile, di realizzazione, almeno in minima parte.</p>
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		<title>Un certo impressionismo: la scuola non è una setta di poeti estinti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/07/13/un-certo-impressionismo-la-scuola-non-e-una-setta-di-poeti-estinti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2015 05:38:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giovanni De Feo Da qualche tempo gira sul web una lista di compiti delle vacanze di un professore di scienze umane, lista di vita che vanta istruzioni pittoresche come: Ballate. Senza vergogna. In pista sotto cassa, o in camera vostra. L’estate è una danza, ed è sciocco non farne parte. Un paio di settimane [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Giovanni De Feo </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Da qualche tempo gira sul web una lista di <a href="http://www.huffingtonpost.it/2015/06/08/compiti-vacanze-prof_n_7533582.html">compiti delle vacanze</a> di un professore di scienze umane, lista di vita che vanta istruzioni pittoresche come:<img loading="lazy" class="alignright wp-image-55467" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/AttimoFuggente.jpg" alt="AttimoFuggente" width="435" height="252" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/AttimoFuggente.jpg 575w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/AttimoFuggente-300x174.jpg 300w" sizes="(max-width: 435px) 100vw, 435px" /></p>
<p><em>Ballate. Senza vergogna. In pista sotto cassa, o in camera vostra. L’estate è una danza, ed è sciocco non farne parte.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Un paio di settimane fa <a href="http://www.internazionale.it/opinione/christian-raimo/2015/06/23/scuola-insegnanti-esami">Christian Raimo ha scritto sull&#8217;Internazionale un articolo</a> che prende spunto da quella lista per demolire un certo ‘impressionismo didattico’ che l&#8217;autore percepisce come un serio pericolo per la scuola Italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Poster-boy di questa deriva sarebbe il professore Keating, quello che invogliava i sui allievi a lanciare il loro &#8216;barbarico Yawp&#8217; nel film <em>L&#8217;Attimo Fuggente</em> di Peter Weir. L&#8217;articolo di Raimo critica non solo quel film ma anche altri come Ovosodo di Virzì, di cui cita la scena degli esami. In quella scena, lo ricordiamo, uno storditissimo Gabriellini, interrogato dagli insegnanti di Italiano su Leopardi, replica parlando invece delle sue letture: libri di viaggio, fumetti, saggi, tutti evidentemente lontani anni luce dagli interessi dei professori.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo Raimo questa scena sarebbe un esempio perfetto del soggettivismo didattico che dilaga nelle nostre scuole. Fornire liste di vita, magari libri e fumetti che nulla hanno a che fare con il programma da svolgere, e soprattutto smarcare il lavoro serio sul testo. Insegnanti preparati invece dovrebbero insegnare innanzitutto l’analisi testuale, magari secondo i dettami del New Criticism, che gli sceneggiatori de <em>L&#8217;attimo Fuggente </em>avevano preso in giro nella famosa scena dello &#8216;strappo dei libri&#8217;. Quella scena sarebbe diseducativa in quanto spingerebbe a tralasciare l&#8217;ermeneutica, vero fondamento dello studio. Citando Raimo:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Per fortuna però la scuola italiana aveva allora e ancora ha al centro della sua didattica l’analisi testuale; e lo studio delle discipline umanistiche – la storia, la filosofia, la storia dell’arte – si basa su diverse forme di ermeneutica. Interpretazione dell’immagine, interpretazione dei dati (…), metodo scientifico.</em></p>
<p>Chiarita la sua posizione mi chiedo: per quale ragione l&#8217;entusiasmo per la lettura dovrebbe andare a scapito del lavoro serio sui testi?</p>
<p style="text-align: justify;">Nella mia esperienza è vero propri<img loading="lazy" class="alignleft wp-image-55469" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Motivazione_Mezzadri-300x225.jpg" alt="Motivazione_Mezzadri" width="360" height="270" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Motivazione_Mezzadri-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Motivazione_Mezzadri-900x675.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Motivazione_Mezzadri.jpg 960w" sizes="(max-width: 360px) 100vw, 360px" />o il contrario. Quando studiavo al DITALS, corso di didattica per insegnare Italiano agli stranieri, ci dicevano che l&#8217;insegnamento è composto da quattro fasi: <a href="http://www.vivereinitalia.eu/fei/wp-content/uploads/2013/02/Modelli-Operativi.pdf">motivazione,  globalità,  analisi,  sintesi e riflessione</a>. La prima di queste fasi è appunto la &#8216;motivazione&#8217;. Ovvero, la prima cosa che deve fare un insegnante è motivare lo studente a comunicare. E questo avviene innanzitutto con il desiderio di far compartecipi gli altri di un’emozione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Ebbene, per lo studio della letteratura è lo stesso. Lo dirò in modo cristallino: non ci può essere studio se prima non si è stati emozionati dalla lettura. Certo, è una condizione necessaria e non sufficiente. Prima l&#8217;impressione emotiva, poi la raccolta di dati, poi la riflessione. Però non solo una non va a scapito dall&#8217;altra, uno è <em>fondamento</em> dell&#8217;altra.</p>
<p style="text-align: justify;">Va detta una cosa, io insegno letteratura in una scuola<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Baccellierato_Internazionale"> International Baccalaureat</a>. È una scuola internazionale che nello studio delle materie letterarie ha come modello proprio il <em>New Criticism</em> di cui parla Raimo. Gli esami di letteratura della IB si basano in larga misura sul <em>close reading</em> –un&#8217;analisi rigorosa e minuziosa del testo– ovvero il fondamento metodologico del <em><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/New_Criticism">New Criticism</a></em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Esempio: all&#8217;esame IB ci si trova davanti a una poesia che non si è mai letta, di cui non si conosce l&#8217;autore, e s<img loading="lazy" class="alignright wp-image-55471 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/IBO-300x300.jpg" alt="IBO" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/IBO-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/IBO-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/IBO-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/IBO-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/IBO.jpg 581w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />i deve commentarla. Il fatto è che, esaurito il bagaglio di tecnicismi, se lo studente la poesia non la legge con emozione, se non l’ha interiorizzata, come fa a parlarne? E a che serve poi? A fare la conta dei chiasmi?</p>
<p style="text-align: justify;">Scopriamo le carte. Io sarei un epigone di Keating, ovvero uno di quelli che è diventato insegnante anche grazie a quel film. Vi dirò di più, <em>L&#8217;Attimo Fuggente</em> è il film che faccio vedere ogni anno, all&#8217;inizio del biennio finale della IB. Significa forse che salgo sulla cattedra e prescrivo marcette? In effetti dopo aver visto in classe il film lo faccio a pezzi. &#8220;Guardate&#8221; dico ai miei ragazzi &#8220;che lo studio non sarà tutto così, ci sarà da sgobbare, e sul serio&#8221;. Ma: non nego loro che lo studio della letteratura sarà fatto anche di lanci senza paracadute nei libri, di letture voraci e passione. Ovvio che il lavoro non è tutto lì, ovvio che si parlerà di critica, ovvio che si lavorerà sui testi, la IB ce lo richiede.</p>
<p style="text-align: justify;">Però come potrebbero i ragazzi dirmi qualcosa sui libri che leggiamo in classe se prima quelli non li entusiasmano? La scuola dell&#8217;obbligo non è l&#8217;Università e non può essere solo un laboratorio per specialisti. I ragazzi non hanno scelto di studiare letteratura più di quanto abbiano scelto di alzarsi alle sette tutte le mattine. Non che in quell’obbligo ci sia qualcosa di sbagliato, ma qui sta la difficoltà di un insegnante di liceo rispetto a un professore universitario. Che ogni giorno i suoi allievi avranno sempre la stessa domanda negli occhi. <em>Prof, perché dobbiamo studiare questa roba</em>? E la risposta è sempre diversa ma alla fine è sempre la stessa: perché questa roba parla di te.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si nega affatto la critica e il <em>close reading; </em>ma tutto parte da qui, dall&#8217;entusiasmo e dall&#8217; emozione<em> </em>che una poesia e o un romanzo suscitano in noi. L&#8217;articolo dell&#8217;Internazionale sostiene che una certa tendenza soggettivista rischia di rovinare la scuola Italiana. Bene, posso dire che se la scuola Italiana si sente minacciata da una lista di compiti delle vacanze forse c’è qualcosa che non va? A me pare che nel nostro paese al scuola sia per la maggior parte nelle mani dei tetri agelasti del film Ovosodo, insegnanti che difficilmente mettono in discussione le loro scelte e che mai si sognerebbero rispondere alla domanda negli occhi dei loro studenti: <em>Prof, ma perché?</em></p>
<p>Attenzione, si sta dando per scontato che la scuola Italiana vada protetta così com&#8217;era e com&#8217;è. Allora vi chiedo: perché in Italia <a href="http://www.istat.it/it/archivio/145294">i dati di lettura</a> sono bassissimi da anni? I dati Istat parlano del 7% della popolazione che legge più di un libro l’anno. Perché si legge così poco? Davvero l’insegnamento della letteratura nelle scuole non c’entra niente? Davvero la scuola così com&#8217;è va bene?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Non so, a me pare che i Keating Italiani siano così rari che i loro compiti facciano poi notizia sui giornali. La verità è che l&#8217;apprendimento è un processo troppo complesso per esporlo tutto in un film di due ore. Chi insegna lo sa, lo studio è fatto anche di lavori ripetitivi che servono a strutturare le capacità logiche del pensiero. Nel film di Weir non ci sono, chiaro. Ma lo scopo del regista sembrava piuttosto quello di centrare il cuore dell&#8217;insegnamento della letteratura, che è poi quello dare agli studenti gli strumenti per leggere se stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa a me sembra una verità semplice ma non banale. Non è banale perché i mezzi per ottenere tale conoscenza sono molteplici e contraddittori, e possono rivolgersi molto facilmente contro l&#8217;insegnante e persino contro lo studente, come dimostra il finale stesso del film<img loading="lazy" class="alignleft wp-image-55472" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Ecce_Bombo-300x217.jpg" alt="Ecce_Bombo" width="350" height="253" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Ecce_Bombo-300x217.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Ecce_Bombo-250x180.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Ecce_Bombo.jpg 500w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" />. Però <em>L&#8217;Attimo Fuggente</em> è esemplare in questo, perché parla della &#8216;motivazione&#8217; come il cuore pulsante dell&#8217;insegnamento delle scienze umane. Un fatto piuttosto banale in didattica delle lingue straniere, ma che a quanto vedo qui fa ancora scalpore. Forse perché prenderlo su serio costringerebbe a rimettere in discussione troppe premesse?</p>
<p style="text-align: justify;">Personalmente credo che prendere Keating alla lettera salendo sui banchi sia un po&#8217; patetico. Al contrario ritengo che il film di Weir nel suo complesso sia ancora oggi una straordinaria fonte di ispirazione. Lo è perché lo studente ideale non è quello ligio che fa bene i temi, bensì chi legge per conto suo, trasversalmente, mai sazio, entusiasmando se stesso e gli altri. Il vero modello de <em>L&#8217;Attimo Fuggente</em> non è Keating, sono i suoi studenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiuderò con una considerazione e una provocazione. Conoscete il titolo originale del film? È <em>Dead Poet Society</em>, dove <em>society</em> starebbe per &#8216;club&#8217;. Nel film è il nome del gruppo di studenti che si riunisce in una grotta e legge poesie fino all&#8217;estasi. Bene, la mia considerazione è che come insegnante io mi auguro studenti così, che leggano e facciano poesia in modi non tradizionali, e usino il loro senso critico su tutto lo scibile, purché li appassioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco la provocazione. A me sembra che la scuola che si sta cercando di proteggere sia proprio una &#8216;setta di poeti estinti&#8217;. Se lo studio della letteratura nella scuola Italiana non cambierà resterà ciò che è sempre stato, un mattone di ‘dati’ che, se non fosse per l&#8217;intraprendenza personale di certi insegnanti, non comunicherebbe altro che noia. Col risultato che a estinguersi non saranno i poeti: ma i lettori.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>L’editoria fra cartaceo e digitale: i numeri e le ragioni di una crisi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/03/26/leditoria-fra-cartaceo-e-digitale-i-numeri-e-le-ragioni-di-una-crisi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 12:28:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Gino Roncaglia Venerdì scorso, nella sala monumentale della Biblioteca Casanatense di Roma, Gian Arturo Ferrari – Presidente del Centro per il libro e la lettura – ha presentato i dati del rapporto L’Italia dei libri realizzato da Nielsen Company e relativo al periodo ottobre 2010-dicembre 2011. Una sintesi dei risultati del rapporto è disponibile qui, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em><a title="Gino Roncaglia" href="http://www.lingue.unitus.it/docenti/paginadocente.php?idDoc=46" target="_blank">Gino Roncaglia</a></em></p>
<p>Venerdì scorso, nella sala monumentale della Biblioteca Casanatense di Roma, Gian Arturo Ferrari – Presidente del Centro per il libro e la lettura – ha presentato i dati del rapporto <strong>L’Italia dei libri</strong> realizzato da Nielsen Company e relativo al periodo ottobre 2010-dicembre 2011. Una sintesi dei risultati del rapporto è disponibile <a title="sintesi" href="http://www.cepell.it/centrolibro/risorse/documenti/1332513141205I_L_Sintesi.doc" target="_blank">qui</a>, mentre <a title="slide" href="http://www.cepell.it/centrolibro/risorse/documenti/1332511271080I_L_Slide.pdf" target="_blank">queste</a> sono le slide utilizzate nella presentazione.</p>
<p>Il rapporto, basato sulle risposte di un panel di 9.000 famiglie e relativo alla fascia di età ‘over 14’, fornisce un quadro di grande interesse sulle abitudini di lettura e sull’andamento del mercato librario nel nostro paese. <span id="more-42041"></span> Trattandosi della prima indagine di questo tipo, un confronto diretto con altri dati non è facile. Il dato generale sul numero degli acquirenti (44%) e di lettori (49%) di almeno un libro all’anno è ragionevolmente coerente rispetto ai dati Istat, e conferma una tendenza di lungo periodo all’aumento della lettura, che – assai accelerata nel periodo 1960-1990 (nel 1965 i lettori di almeno un libro l’anno erano per l’Istat poco più del 16%) – sembra tuttavia rallentare nel periodo successivo, e in particolare negli ultimi quindici anni (dati più dettagliati sono forniti e discussi da Giovanni Solimine in un prezioso libretto pubblicato nell’ottobre 2010 da Laterza, <em><a title="L'Italia che legge" href="http://www.laterza.it/index.php?Itemid=103&amp;catid=35:universita&amp;id=275:litalia-che-non-legge&amp;option=com_content&amp;view=article" target="_blank">L’Italia che legge</a></em>). Il nostro paese, gravato nel primo secolo di vita da un forte ritardo nell’alfabetizzazione di base, ha dunque fatto nella seconda metà del XX° secolo enormi passi avanti, ma non sembra in grado di mantenere un tasso di crescita che consenta di colmare sul breve o medio periodo il gap rispetto ai paesi dell’Europa centrale e settentrionale (che viaggiano su cifre di una ventina di punti superiori alle nostre).</p>
<p>Conferme vengono dal rapporto anche rispetto ad altri dati che in linea di massima erano già noti: lo scarto di circa 10 punti percentuali fra lettrici e lettori (le donne leggono più degli uomini), la maggiore propensione alla lettura delle giovani generazioni rispetto alle fasce più anziane della popolazione, il forte scarto fra un piccolo nucleo di lettori forti e fortissimi (più di un libro al mese) e un largo numero di lettori deboli, con il 5% della popolazione che assorbe il 41% dei libri venduti. Enorme è la dipendenza della propensione alla lettura dal grado di istruzione: la percentuale dei lettori è tre volte più alta fra i laureati che fra chi ha solo la licenza elementare.</p>
<p style="text-align: center;"> <img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-42043" title="Acquirenti" alt="Acquirenti" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/image00.png" width="733" height="410" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/image00.png 814w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/image00-300x168.png 300w" sizes="(max-width: 733px) 100vw, 733px" /></p>
<p>I dati meno prevedibili (pur se già bene avvertiti dagli operatori del settore), e quelli che hanno suscitato maggiori reazioni, sono tuttavia altri. In particolare, il vero e proprio tracollo delle vendite registrato fra il quarto trimestre 2010 e il quarto trimestre 2011. È su questi dati che vorrei proporre qualche commento. Con una indispensabile premessa: una indagine statistica come quella promossa dal Centro per il libro e la lettura offre dei dati, ma di per sé non ne suggerisce spiegazioni o interpretazioni. Cercare di spiegare quei dati, al fine di individuare strategie e politiche che possano aiutare a correggere le linee di tendenza che ci sembrano preoccupanti o negative, è compito nostro: degli operatori del settore, e in generale dell’opinione pubblica sensibile all’importanza della cultura, della lettura e del libro per la crescita del paese. L’analisi che proporrò è dunque un tentativo di interpretazione, che si basa sui dati che abbiamo a disposizione, ma che non è necessariamente l’unica possibile.</p>
<p>Partiamo dunque dai dati: il rapporto Nielsen ci dice tra il quarto quadrimestre 2010 e il quarto quadrimestre 2011 il numero di acquirenti di almeno un libro è diminuito del 10%, il numero di lettori di almeno un libro è diminuito del 6%. Ma ancor maggiore è la diminuzione per quanto riguarda i lettori forti (dai quali, come abbiamo visto, l’economia del libro dipende in maniera essenziale): meno 20% negli acquisti, meno 18% nella lettura. A queste tendenze si affianca quella all’acquisto di libri più economici (il prezzo medio dei libri acquistati scende anch’esso fra il quarto trimestre 2010 e il quarto trimestre 2011). L’insieme di questi fattori porta a una diminuzione complessiva del 20% nella spesa per l’acquisto di libri. Un calo che per il settore è catastrofico (molto spesso i margini che garantiscono la sostenibilità economica di editori e librerie sono ben più bassi del 10%).</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-42045" title="Alto acquirenti" alt="Alto acquirenti" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/image01.png" width="649" height="448" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/image01.png 721w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/image01-300x207.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/image01-100x70.png 100w" sizes="(max-width: 649px) 100vw, 649px" /></p>
<p>Cosa spiega – nello spazio di un solo anno – un calo così accentuato? Indubbiamente pesa anche la crisi economica, ma la diffusa tendenza ad attribuire il calo unicamente o prevalentemente al peso della crisi è a mio avviso una semplificazione assai poco convincente. La crisi, infatti, si è manifestata ben prima del 2011: non dimentichiamo che il calo ad oggi di gran lunga più grave del PIL italiano – ben più grave della variazione del quarto trimestre 2011, pari al -0,7% (e ancor più di quella relativa all’intero 2011, che ha comunque visto il PIL – pur se di poco – in terreno positivo) – si è avuto nel 2009, con un crollo del 5,1% (il peggior dato dal 1980, quando l’Istat iniziò a misurare in maniera uniforme la serie storica). Ebbene, nel 2009, nonostante la generalizzata percezione della gravità della crisi economica, il mercato del libro non ha dimostrato alcun calo, cosa che aveva portato diversi operatori del settore – ad esempio Stefano Sardo nell’intervista che trovate <a title="Stefano Sardo" href="http://www.ibuk.it/irj/go/km/docs/documents/PortaleIBUK/notizie/librometro/venduto/sardo.html" target="_blank">qui</a>, o lo stesso Presidente dell’AIE Marco Polillo, nell’intervento alla conferenza stampa di presentazione del Salone del Libro di Torino del 2010 che trovate riassunto <a title="Marco Polillo" href="http://www.pagina.to.it/index.php?method=section&amp;action=zoom&amp;id=5872" target="_blank">qui</a> – a ricordare il carattere anticiclico che ha sempre caratterizzato i settori del libro e dell’editoria. Ancora nel maggio 2011 Daniele Tinelli, direttore generale del gruppo Giunti, considerava in <a title="Daniele Tinelli" href="http://www.businesspeople.it/People/Protagonisti/Condannati-a-crescere_19848/Condannati-a-crescere-il-caso-Giunti-editore_19847" target="_blank">questa intervista</a> il carattere anticiclico del libro come una spiegazione della sostanziale tenuta del mercato trade.</p>
<p>Certo, gli effetti della crisi sono cumulativi e di lungo periodo. Ma è possibile che i lettori italiani si siano accorti improvvisamente, tutti insieme, della crisi economica proprio nell’ultimo trimestre del 2011, dopo averla ignorata nei tre anni precedenti, incluso il catastrofico 2009? E per quale motivo il libro sembra aver perso in pochi mesi quel carattere anticiclico che pure aveva mostrato di possedere in passato?</p>
<p>Premesso che – come argomenterò in seguito – non credo che questa sia né l’unica né la principale causa del calo nelle vendite, va detto che una curiosa e credo significativa coincidenza cronologica c’è: dal 1° settembre 2011 è infatti in vigore la Legge Levi, che impone un tetto agli sconti librari.</p>
<p>Ho già sostenuto altrove – prima in <a title="Legge Levi" href="http://dl.dropbox.com/u/3075864/leggelevi.doc" target="_blank">questo documento</a>, disponibile sul sito creato dall’<a title="Forum del Libro" href="http://www.forumdellibro.org/" target="_blank">Associazione Forum del Libro</a> per la redazione collaborativa di una legge di iniziativa popolare sulla promozione del libro e della lettura, e poi in un articolo apparso sul n. 3-4/2001 di <em>Libri e riviste d’Italia</em> (dovrebbe essere disponibile <a title="Libri e riviste d'Italia" href="http://www.cepell.it/WebDoc/" target="_blank">qui</a>, ma al momento il sito risulta non attivo) – che l’introduzione di una legge di questo tipo, forse sensata anni fa, quando legislazioni orientate alla limitazione degli sconti sono state introdotte in altri paesi europei, nella situazione attuale rischiava di risultare fortemente controproducente proprio per i soggetti che la legge si proponeva di tutelare: piccola e media editoria e librerie indipendenti. Purtroppo questa previsione sembra essere stata pienamente confermata. Non ripeterò qui tutte le argomentazioni già svolte in quelle sedi: mi limiterò a riassumere quella più rilevante per il nostro discorso.</p>
<p>Il carattere anticiclico del libro, come di molti altri beni, non è un dato di natura: è fortemente legato alla percezione che del valore e delle caratteristiche di quel bene hanno i consumatori. Ebbene, il messaggio che i lettori hanno percepito (indipendentemente dalle stesse previsioni di legge, che lasciavano comunque agli sconti tetti più alti di quelli presenti in altri paesi) è “non ci sono più sconti sui libri”. Questa percezione si trasforma facilmente – e poco importa che questo passaggio sia in realtà fallace – nell’impressione che con l’introduzione della legge i libri siano più cari. Le campagne di vendita iperscontate che hanno preceduto in rete e in molte librerie l’introduzione della legge hanno rafforzato questa percezione.</p>
<p>L’errore di strategia non poteva essere peggiore: proprio in un momento di crisi, in cui sarebbe stato essenziale rafforzare la percezione del carattere anticiclico del libro, si è data invece l’impressione di un giro di vite sui prezzi.</p>
<p>Si obietterà che solo una piccola percentuale di lettori era effettivamente a conoscenza dell’introduzione della legge Levi, e che il suo effetto non può essere stato così rilevante. Bisogna considerare, però, che a) come abbiamo visto, il nostro mercato editoriale dipende in maniera strettissima dai lettori forti. E ricordiamoci che fra i lettori forti il calo delle vendite è stato il doppio di quanto avvenuto fra gli altri lettori. Ora, i lettori forti sono esattamente quel 5% della popolazione che frequenta abitualmente le librerie, è ragionevolmente informato, e che probabilmente – per quanto distorta – una qualche percezione dell’introduzione della legge Levi l’ha avuta, se non altro per le campagne di vendita che l’hanno preceduta, all’insegna dello slogan “comprate adesso, perché fra pochi giorni i libri non saranno più scontati, e dunque costeranno di più…”; b) limitando gli sconti, la Legge Levi non ha effetti solo sul lettore che sa della sua esistenza: influenza anche il modo in cui il libro è presentato da chi lo vende. Supponiamo di avere da una parte il libro A, con un prezzo di copertina di 20 euro, che però il venditore propone con avvisi, banner, fascette che segnalano uno sconto del 40% portando il prezzo a 12 euro. E supponiamo di avere dall’altra parte il libro B, con un prezzo di copertina di 14 euro che uno sconto percentualmente inferiore (e dunque più difficile da enfatizzare) porta anch’esso a 12 euro. Di fatto, i due libri costano entrambi 12 euro. Ma nel primo caso il potenziale acquirente ha l’impressione – per quanto fallace essa possa essere – che il libro avesse originariamente un valore molto più alto, e che lo sconto possa quindi trasformare l’acquisto in un “affare”. Questa percezione manca di fronte al libro B. Una percezione analoga è indotta dalla presenza dello stesso libro con prezzi diversi su canali diversi: il fatto di trovare un libro con uno sconto maggiore su un canale di vendita (ad esempio, on-line) anziché su un altro avvantaggia certo slealmente quel canale di vendita danneggiando l’altro (spesso, le librerie indipendenti), ma facilita il passaggio dall’interesse all’acquisto, e dunque la vendita del libro. Oggi, il lettore si trova solo davanti a libri B: è orfano della sensazione che comprando quel libro a quel prezzo “fa un affare” (percezione che aiuta le vendite in particolare in una situazione di crisi economica). Anziché comprare di più nelle librerie indipendenti, compra semplicemente di meno. Non a caso, un risultato collaterale del tetto agli sconti è stato quello di esacerbare il meccanismo ‘Newton Compton’: per far percepire al lettore di aver fatto un buon affare, non avendo a disposizione la valvola degli sconti, si ricorre sempre più spesso a prezzi di copertina aggressivi, molto visibili ed esageratamente bassi, con il contrappasso spesso rappresentato dalla bassa qualità dei contenuti e del prodotto editoriale.</p>
<p>Non voglio affatto sostenere che l’applicazione ai libri di questi meccanismi psicologici – che siamo abituati a collegare ad altri settori merceologici culturalmente meno ‘nobili’ – sia positiva o desiderabile: sicuramente non lo è. Né voglio sostenere che la guerra degli sconti fosse di per sé desiderabile: indubbiamente favoriva le grandi catene e la vendita in rete rispetto alle librerie indipendenti. Mi limito a rilevare che in un momento di forte crisi economica, quando si sarebbe dovuta semmai sottolineare la capacità del libro di assicurare una soddisfazione protratta in cambio di una spesa relativamente bassa, si è invece finito per far percepire il libro come un bene costoso (o almeno, più costoso di quanto potrebbe essere, e più costoso di quanto era in passato). Non è vero, ma tant’è. Nel frattempo, il problema della sovrapproduzione editoriale – già presente in forma di ‘bolla libraria’ prima del crollo delle vendite – si è ulteriormente aggravato per l’impossibilità di usare se non in modo limitato la valvola degli sconti. L’impressione è che in questa situazione parecchi editori si libererebbero oggi volentieri della legge che hanno (quasi) unanimemente chiesto pochi mesi fa, se non ci fosse a trattenerli la forte dipendenza che attraverso il meccanismo delle rese lega il nostro sistema editoriale alla salute delle librerie fisiche, e l’idea – tanto diffusa quanto fallace – che la legge Levi rappresenti di per sé una difesa efficace dei canali di vendita trade più a rischio (a cominciare dalle librerie indipendenti).</p>
<p>Ho detto però che di non credere che il mix crisi economica – legge Levi sia la causa unica o principale del crollo delle vendite rilevato dal rapporto Nielsen. Credo sia una concausa, che contribuisce a spiegare alcune caratteristiche di questo crollo (inclusa, almeno in parte, la sua così precisa collocazione cronologica) ma non basta a spiegarne né l’apparente protrarsi, senza alcuna attenuazione, nei primi mesi del 2012 (evidente dai dati di molti operatori del settore) né la sua sostanziale coincidenza con analoghi fenomeni riscontrabili in altri mercati internazionali.</p>
<p>Va dunque considerata, credo, anche l’altra possibile (e plausibile) spiegazione della crisi nelle vendite, quella che lega la diminuzione delle vendite dei libri all’aumento del consumo di informazioni in formato digitale. Una spiegazione che dal punto di vista degli operatori di mercato risulta in un certo senso più preoccupante, perché strutturale e non congiunturale. Ma che potrebbe essere meno preoccupante dal punto di vista di chi guarda alla promozione della lettura… a condizione (non scontata) che l’informazione fruita attraverso le nuove piattaforme digitali sia qualitativamente paragonabile a quella che era tradizionalmente legata alla forma-libro.</p>
<p>Si è detto spesso – a ragione – che media diversi non sono necessariamente concorrenziali. Sappiamo che i lettori forti hanno in genere una dieta mediatica ricca e variata. Tuttavia occorre considerare anche le situazioni d’uso dei diversi media. Così, ad esempio, libro, televisione e cinema sono caratterizzati da situazioni di fruizione assai diverse. Il libro è leggero e facilmente trasportabile, televisione e cinema non lo sono. Posso portare un libro con me non posso farlo con televisione e cinema. Per questo una qualche concorrenza fra questi tre media può esserci nell’impiego del tempo, ma non a livello di situazioni d’uso.</p>
<p>Il nuovo ecosistema digitale offre però strumenti di accesso alle informazioni digitali e di rete fortemente mimetici rispetto al libro. Uno smartphone di ultima generazione o un iPad sono portatili come un libro, e si usano in molte situazioni in cui potremmo altrimenti leggere un libro. Questo può effettivamente creare una concorrenzialità fra lettura di libri e uso di altri contenuti digitali attraverso strumenti portatili. Credo che la diffusione di tablet e smartphone di ultima generazione possa effettivamente rappresentare una concausa rilevante della flessione che il mercato del libro ha conosciuto negli ultimi mesi.</p>
<p>Questa situazione sposta all’interno dei dispositivi portatili, e all’interno delle loro situazioni di fruizione, la ‘battaglia dei contenuti’ che la forma-libro deve affrontare. Perché sui dispositivi portatili si continuino a leggere libri (tradizionali o arricchiti), occorre riuscire a rendere molto più visibile, innovativo e concorrenziale il mercato degli e-book. Credo sia significativo osservare che, mentre il calo nelle vendite dei libri fisici – magari senza i picchi così concentrati che hanno caratterizzato la situazione italiana degli ultimi mesi – sta investendo in maniera diffusa tutte le principali economie industrializzate, nei paesi in cui il mercato e-book ha cominciato a svilupparsi in maniera più solida e con un’offerta più vasta e differenziata (principalmente negli Stati Uniti) la vendita di e-book – pur nell’ambito di un deciso mutamento nelle caratteristiche generali del mercato – sembra in grado di compensare il calo del cartaceo. Ma dove il mercato e-book è meno sviluppato, la perdita di lettori su carta non è compensata dall’aumento di lettori di libri elettronici. In altre parole: trovandosi davanti a un tablet come l’iPad, per il quale i libri elettronici disponibili in italiano sono ancora relativamente pochi, poco visibili, poco pubblicizzati e non necessariamente facili da acquistare e usare, l’utente si orienterà verso altre tipologie di contenuti digitali. Gli editori devono abituarsi ad affrontare la concorrenza fra libro e altri contenuti digitali all’interno dei dispositivi di lettura, e per ora non sembrano affatto attrezzati a farlo.</p>
<p>Soffermiamoci per un momento proprio sugli e-book. Il rapporto Nielsen fornisce al riguardo dati sorprendenti, che forse – nel concentrarsi dell’attenzione sul dato certo più eclatante della crisi delle vendite – non sono stati adeguatamente messi in risalto.</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-42046" title="Carta / Ebook" alt="Carta / Ebook" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/image02.png" width="671" height="469" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/image02.png 746w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/image02-300x209.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/image02-100x70.png 100w" sizes="(max-width: 671px) 100vw, 671px" /></p>
<p>Innanzitutto, la percentuale di lettori che hanno acquistato almeno un e-book nel corso del 2011 è dell’1,1%. E’ una percentuale che suggerisce, già a livello di vendite, una penetrazione dell’e-book circa doppia rispetto a quella stimata finora per il 2011 dalla maggior parte degli osservatori (attorno allo 0,5%; <a title="Libri digitali" href="http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cultura/2011/10/11/pop_mercato-libri-digitali.shtml" target="_blank">qui</a> un esempio). Certo i dati non sono immediatamente confrontabili, perché da un lato si misura il numero dei lettori che hanno acquistato e-book, dall’altro la quota di mercato. Ma i dati disponibili relativamente a paesi in cui la penetrazione degli e-book è più alta che da noi suggeriscono che chi legge e-book tende, con il passaggio alla lettura digitale, ad aumentare e non a diminuire il numero di titoli acquistati, lasciando stabile o semmai aumentando la spesa complessiva. Dunque il dato fornito dalla ricerca commissionata dal Centro per il libro è comunque interessante, perché suggerisce che almeno una parte del fenomeno e-book sfugga alle tradizionali analisi di mercato. Come mai?</p>
<p>Una spiegazione almeno parziale di questo fenomeno può essere data da una caratteristica dell’evoluzione del mercato editoriale che merita credo una specifica attenzione: la tendenza a una separazione sempre più chiara fra due editorie radicalmente diverse, o, se preferiamo, due strategie completamente diverse nel rispondere alle sfide del digitale.</p>
<p>La prima editoria è quella tradizionale: una editoria che in Italia è tutto sommato forte (anche, come abbiamo visto, non in buona salute, sia per la già ricordata crisi delle vendite sia per la notevole dipendenza dal sistema del credito e – su un altro versante – dal mercato librario tradizionale), ha una lunga tradizione, marchi riconoscibili, proposte editoriali che almeno fino a qualche anno fa erano in media ragionevolmente interessanti e differenziate. Questa editoria vede nel digitale una forte minaccia; nella maggior parte dei casi ha avviato la distribuzione di contenuti digitali più per sollecitazione esterna che per effettiva convinzione, e lo ha fatto in maniera estremamente cauta (scarsa promozione, scarsa attenzione alla qualità tecnica, scarso investimento in competenze specifiche), nel tentativo di squilibrare il meno possibile il funzionamento tradizionale della filiera e di danneggiare il meno possibile la distribuzione libraria.</p>
<p>La seconda editoria è quella nata nel e grazie al nuovo ecosistema digitale. Una editoria fortemente innovativa, strettamente legata al mondo del social reading e dei social network, che sperimenta strade nuove sia rispetto alla selezione e all’organizzazione dei contenuti (in genere relativamente brevi) sia rispetto ai modelli di prezzo, e fa largo uso di vendite in bundle e di giornate promozionali con prezzi fortemente scontati. Al suo interno sono presenti molte realtà di microeditoria spesso al confine con il self-publishing, accanto a qualche esperimento più strutturato, come <a title="40k books" href="http://www.40kbooks.com/" target="_blank">40K</a> e <a title="Quinta di copertina" href="http://www.quintadicopertina.com/" target="_blank">Quintadicopertina</a>, e a singole collane sperimentali di pochi fra gli editori più affermati.</p>
<p>Se rispetto al mercato editoriale complessivo le quote di questa microeditoria digitale sono davvero minime, rispetto al mercato editoriale digitale – come abbiamo visto, in Italia comunque ancora assai limitato – sono relativamente alte. Si tratta di realtà che probabilmente in molti casi – nonostante l’assenza di spese legate a sedi fisiche, magazzini, tipografia ecc. – non possono essere considerate economicamente autosufficienti o rappresentative di modelli sostenibili sul lungo periodo. Ma si tratta comunque di realtà interessanti, che nello spazio lasciato volontariamente quasi senza presidio dall’editoria tradizionale si sono conquistate un proprio ruolo e una propria visibilità, soprattutto in rete. E’ possibile che le analisi tradizionali sulla diffusione degli e-book abbiano sottostimato il peso di questa ‘seconda editoria’, e che questo contribuisca a spiegare la percentuale certo ancora assai bassa ma sicuramente più alta del previsto di lettori che hanno acquistato e-book nel corso del 2011 (probabilmente senza che a questo acquisto corrispondesse un aumento altrettanto significativo nel valore delle vendite, dato che i modelli di prezzo della ‘seconda editoria’ prevedono in genere prezzi assai più bassi di quelli degli e-book venduti dagli editori tradizionali).</p>
<p>La questione veramente delicata è capire se questa divisione del mercato editoriale digitale – pur nei suoi piccoli numeri – in due realtà fra loro poco o nulla comunicanti non rischi di rappresentare un pericolo per l’evoluzione di un ecosistema digitale maturo. L’editoria digitale ha bisogno insieme di capacità editoriali consolidate e di forti capacità di innovazione: dividere queste competenze in soggetti radicalmente eterogenei, poco capaci di sinergie, potrebbe sul medio periodo costituire un problema notevole, che rischia di indebolire il nuovo ecosistema digitale.</p>
<p>Ma torniamo ai dati relativi alla diffusione degli e-book forniti dal rapporto Nielsen – Centro per il libro. Un dato ancor più sorprendente è quello relativo non già all’acquisto ma alla lettura di e-book: secondo il rapporto, ben il 2,3% dei lettori ha letto un e-book nel corso del 2011. Cosa spiega il salto enorme fra l’1,1% di acquirenti e il 2,3% di lettori? Gian Arturo Ferrari ha indicato, credo a ragione, due cause di questa differenza. Da un lato la forte diffusione di e-book fuori diritti (alcuni dei quali sono peraltro spesso offerti in bundle con i dispositivi di lettura), dall’altro la forte incidenza della pirateria. Pirateria facilitata anziché ostacolata, aggiungerei, dall’uso da parte dei maggiori editori di meccanismi ‘duri’ di protezione dei diritti, inutilmente penalizzanti nei confronti dell’utente senza essere veramente efficaci. Se l’e-book pirata è non solo più economico ma anche più comodo da usare di quello legale, il pericolo che la pirateria metta fortemente a rischio la sostenibilità del lavoro editoriale si trasforma in certezza.</p>
<p>Incapace di creare strati di servizio che rendano gli e-book legali più appetibili di quelli pirata, impegnata più a rallentare che a gestire il passaggio al digitale, ostacolata da una crisi che riduce le risorse utilizzabili per lavorare in maniera innovativa nel nuovo ecosistema, poco lucida nelle scelte dei meccanismi di protezione, l’editoria sembra caduta nella più tipica delle ‘self-fulfilling prophecy’: il digitale, guardato come un pericolo, si trasforma effettivamente in un pericolo; gli errori commessi negli anni ’90 dal mercato discografico nel suo incontro con il digitale, evocati con terrore, vengono poi di fatto pedissequamente ripetuti.</p>
<p>La differenza fra e-book acquistati ed e-book letti è dunque un pessimo segnale per l’editoria: il massiccio ricorso agli e-book fuori diritto non corrisponde a una prodigiosa riscoperta dei classici, ma piuttosto alla povertà che continua a caratterizzare l’offerta digitale ‘mainstream’ (la percentuale di libri in commercio disponibile in formato e-book si aggira intorno al 2%) e alla progressiva espansione della distribuzione pirata, facilitata dagli errori di quella legale. A mitigare solo in parte queste poco confortanti considerazioni sono forse altri due fattori che credo vadano aggiunti ai due indicati da Gian Arturo Ferrari: da un lato, la novità rappresentata dai dispositivi di lettura elettronici determina probabilmente una situazione in cui in una famiglia difficilmente è presente più di un e-reader. In molti casi, il nuovo dispositivo e i titoli che vi si trovano saranno dunque usati da più persone. Dall’altro, la novità rappresentata dall’offerta digitale ha spinto molti fra gli editori che si sono affacciati su questo terreno a offrire gratuitamente alcuni titoli d’assaggio. Non tutti gli e-book gratuiti sono dunque necessariamente fuori diritti: molti possono essere stati offerti gratuitamente per una precisa strategia promozionale.</p>
<p>L’insieme delle considerazioni fin qui svolte suggerisce che, in una situazione di profonda crisi del mercato editoriale, la promozione del libro e della lettura richieda da un lato azioni trasversali capaci di interessare sia il mercato editoriale tradizionale sia quello digitale, dall’altro azioni mirate su ciascuno di questi due mercati. Trasversalmente occorre restituire al libro, alla lettura e ai lettori quel riconoscimento sociale che si è negli ultimi anni fortemente indebolito, con iniziative mirate soprattutto al mondo della scuola. Il nostro sistema educativo sembra costituzionalmente incapace di far percepire il piacere della lettura, e finisce per trasformarla in un obbligo; iniziative come la settimana della lettura <a title="Roberto Casati" href="http://shadowes.org/24/?p=695" target="_blank">proposta da Roberto Casati</a> potrebbero aiutare a cambiare questa situazione. L’esistenza di biblioteche scolastiche funzionanti, concepite non come semplici punti di distribuzione di oggetti fisici ma come sede e strumento di vere e proprie campagne di information literacy, di alfabetizzazione e aggiornamento informativo, capaci di coinvolgere insegnanti e studenti, di frequentare i diversi canali comunicativi e di parlare i diversi linguaggi delle giovani generazioni, non può più essere un lusso limitato a poche scuole privilegiate: deve trasformarsi in una realtà diffusa, risultato di un investimento specifico di energie e di risorse. Così come lo deve essere il funzionamento del sistema bibliotecario nel suo insieme (il 16% dei libri letti, ci dice il rapporto Nielsen, sono presi in prestito dalla biblioteca: un dato che conferma la centralità delle biblioteche come presidio del libro e della lettura in un periodo di crisi).</p>
<p>Ma servono anche iniziative specifiche e differenti indirizzate al mercato dell’editoria su carta (che non scomparirà in pochi anni, e che nel breve e medio periodo conserverà un’importante funzione di produzione e diffusione della cultura, ma che conoscerà difficoltà crescenti e probabilmente ristrutturazioni radicali e dolorose) e a quello del digitale. Nel primo campo, serviranno iniziative che vadano in una direzione ben diversa da quella della Legge Levi: occorre tornare a far percepire il carattere anticiclico del libro, ad esempio attraverso una settimana della lettura fortemente pubblicizzata a livello nazionale e durante la quale il limite agli sconti sia eliminato su tutti i canali di vendita. Occorre aumentare la presenza del libro in televisione (i libri presentati da Fazio conoscono un immediato picco delle vendite; non sarebbe il caso di promuovere presentazioni di libri anche all’interno di altre trasmissioni televisive, garantendo nel contempo una maggiore varietà dei titoli presentati?). Occorre prevedere meccanismi di sgravio fiscale per l’acquisto di libri, in particolare da parte di categorie come insegnanti e studenti. Occorre aiutare le librerie in difficoltà semplificando, ad esempio, l’organizzazione di banchi volanti di vendita di libri presso cinema, teatri, uffici postali, scuole e università.</p>
<p>Quanto al mercato digitale, va ricordato che di per sé la disponibilità di buoni strumenti di lettura e di buoni contenuti da leggere (e-book, riviste, quotidiani, blog, ecc.) in ambiente elettronico non costituisce necessariamente uno strumento di promozione della lettura, ma solo una precondizione per evitare una perdita di lettori. Senza e-book, c’è il forte rischio che le nuove generazioni – abituate a un universo comunicativo interamente digitale – percepiscano il libro come una sorta di corpo estraneo, lontano dal mondo delle loro esperienze e dei loro interessi. Ma il fatto che gli e-book ci siano non basta a garantirne la diffusione. Occorre che gli e-book siano ben visibili nell’ecosistema digitale, e che si lavori a promuoverne – e non a ostacolarne – la diffusione e l’uso. Ma occorre anche che si lavori subito per costruire intorno ai contenuti digitali un ecosistema usabile, produttivo e sostenibile (e, aggiungerei, capace di ‘presentarsi bene’, evitando scivoloni d’immagine). Se non si riesce a farlo, e a farlo in tempi rapidi, il rischio è quello di indebolire l’attenzione verso il libro e la lettura, e di minare strutturalmente il funzionamento del mercato editoriale – già in difficoltà sul cartaceo – anche nel nuovo ecosistema digitale.</p>
<p>Il mondo della testualità digitale è complesso e articolato, ancor più di quello della carta stampata. Vi sono e-book tradizionali ed e-book arricchiti, quotidiani che in elettronico restano organizzati in forma tradizionale e quotidiani che sperimentano nuove tipologie di contenuti e nuove forme di organizzazione dei contenuti, riviste tradizionali e riviste interattive, blog, contenuti costruiti per aggregazione a partire dai social media, ecc. Credo che la promozione della lettura debba riguardare tutte queste forme di testualità, ma che all’interno di questo panorama la forma-libro, in tutte le sue articolazioni, debba conservare una qualche centralità, in quanto caratterizzata da un’attenzione specifica verso la costruzione di contenuti (argomentativi o narrativi) complessi e articolati. Nel mondo digitale la forma-libro non è più l’unica forma della complessità, ma rimane – almeno per il prevedibile futuro – quella per molti versi più significativa ed efficace. Agli operatori del settore, ma anche alla società civile interessata al futuro del nostro paese, spetta il compito di salvaguardarne il ruolo, rispondendo nel modo migliore a sfide culturali, tecnologiche e di mercato certo non facili.</p>
<p>[da questo articolo<a href="http://www.ultimabooks.it/review/product/list/id/33699" target="_blank"> è stato tratto un ebook</a> per Ledizioni con una selezione di commenti, una conclusione e tre brevi articoli su testi scolastici, diritto d&#8217;autor/copyright, prestito bibliotecario ]</p>
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		<title>Nuove prose a Milano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 13:27:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[a Milano, lunedì 16 gennaio 2012 &#8211; ore 21:00 Libreria Popolare (via Tadino 18) READING NON ASSERTIVO &#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212; nuova prosa  Lettura di testi inediti di  Daniele Bellomi Alessandro Broggi Marco Giovenale Manuel Micaletto Michele Zaffarano  il reading sarà eccezionalmente accompagnato da una pregiata edizione numerata di fogli A4 fotocopiati e spillati, in vendita a prezzo popolare per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center">a Milano, lunedì <strong>16 gennaio</strong> 2012 &#8211; ore <strong>21:00</strong></p>
<p align="center"><strong>Libreria Popolare</strong> (via Tadino 18)</p>
<p align="center">READING NON ASSERTIVO</p>
<p align="center">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p align="center">nuova prosa</p>
<p align="center"> Lettura di testi inediti di</p>
<p align="center"> Daniele <strong>Bellomi</strong> Alessandro <strong>Broggi</strong> Marco <strong>Giovenale</strong> Manuel <strong>Micaletto</strong> Michele <strong>Zaffarano<span id="more-41319"></span></strong></p>
<p align="center"> il reading sarà eccezionalmente accompagnato da una pregiata edizione numerata di fogli A4 fotocopiati e spillati,</p>
<p align="center">in vendita a prezzo popolare per la</p>
<p align="center"><strong>LIBRERIA POPOLARE<br />
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		<title>Nuovi autismi 12 &#8211; Requiem per la lettura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 09:30:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[nuovi autismi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori La lettura è un’occupazione oltremodo faticosa, oltre che di comprovata inutilità sociale. Insomma, molto più faticosa di guardare per esempio nel vuoto, o di dormire, o di essere morti. Invece di oziare gli occhi devono mangiarsi interminabili file di parole e sputarle nel cervello. Deglutire parole e sputarle nel cervello, inghiottire frasi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>La lettura è un’occupazione oltremodo faticosa, oltre che di comprovata inutilità sociale. Insomma, molto più faticosa di guardare per esempio nel vuoto, o di dormire, o di essere morti. Invece di oziare gli occhi devono mangiarsi interminabili file di parole e sputarle nel cervello. Deglutire parole e sputarle nel cervello, inghiottire frasi e spararle nel cervello, masticare paragrafi e vomitarli nella scatola cranica: è estenuante. Lo stesso cervello ha difficoltà a starci dietro e a non congestionarsi. Ma quel che è peggio sono i danni agli occhi e alla salute in generale. Io fin quasi a diciassette anni ero semianalfabeta, e ero perfettamente in forma. Poi a diciassette anni mi sono messo a leggere e a studiare, e subito sono diventato miope, sempre più miope: più mi alfabetizzavo e peggio ci vedevo. Adesso sono quasi cieco. E sono apparse anche tante altre infermità che sarebbe lungo elencare. Pure l’umore s’è degradato: mi s’è appiccicata addosso una semidepressione dalla quale a stare a quelli che mi frequentano non mi sono mai ben ripreso. Molti ci sono rimasti, e tuttora ci rimangono, a forza di leggere. Non per niente alcuni testi sono assurti nel guinness dei primati proprio per la cifra impressionante di suicidi che hanno provocato. C’è da rimpiangere i bei tempi andati: per due milioni di anni gli uomini non hanno letto nemmeno una riga: non sapevano leggere, e anche se avessero imparato non avrebbero avuto modo di esercitarsi: niente indicazioni stradali, niente pervasive pubblicità, niente libri e libretti, niente enigmatiche istruzioni in diciannove lingue del videoregistratore. Gli esseri umani guardavano nel vuoto, o cacciavano, o dormivano, o chiacchieravano, o morivano, e stavano benone così. È molto dopo che a qualcuno è saltato il ticchio di notare sull’argilla quante capre aveva, e in men che non si dica è diventata una moda: chi non andava in giro con una tavolettina di argilla era considerato un mezzo imbecille. I mercanti di tavolette di mota hanno fatto i soldoni, i vasai che le miglioravano tecnicamente erano considerati struggenti eroi. Quasi subito sono arrivate anche le argomentazioni, perché era importante per esempio non mischiare le capre con le pecore, o con gli dei, o anche solo con i cavoli, e non fare confusione tra le pecore del tizio e del caio, o insomma mettere i puntini sugli i su questo o quel problema. Poi un tipo un po’ fuori di testa invece di contabilizzare gli ovini sulla sua tavoletta ha inciso alcune frasi balorde (sempre sulle pecore), e così è nata anche la poesia. Dalle prime odi ovine ai poemi omerici e alle fanfaluche bibliche, una volta sciolto il freno alla fantasia, il passo è stato breve. Le civilizzazioni successive hanno insomma utilizzato le tavolette di argilla e i papiri e le pergamene per contabilizzare pecore e bighe e automobili, o i loro equivalenti valutari e finanziari, o appunto per propalare cantici e liriche e sonetti. O anche romanzi, che sono poesie più prosaiche e meno stucchevoli, con pecore e eroine più somiglianti a quelle in carne e ossa. Come anche per teorizzare, filosofare, divagare, delirare, indottrinare, conoscere, fantasticare, sfidare, relazionare esperimenti scientifici, dichiarare guerre e stipulare paci, confessarsi. Per qualche millennio le cose sono state sotto però controllo, e anzi in certi periodi più fiacchi si dilettavano quasi solo i preti e i frati. La stessa invenzione della stampa ha fatto molti meno danni, di per sé, di quanto si dia comunemente per scontato. È solo negli ultimi due secoli che il fenomeno ha preso dimensioni preoccupanti, fino a diventare una vera e propria addizione universale: tutti volevano imparare a leggere, tutti volevano leggere. Gli stessi governanti pensavano che i governati dovessero cimentarsi a tutti i costi nell’esercizio insano della lettura (in qualche caso l’hanno pagata cara). Di qui la banalizzazione degli istituti concentrazionari chiamati scuole, con la conseguente diffusione di parassiti e infermità di ogni tipo. E l’apparizione a ogni angolo di strada di chioschi che smerciavano fogli di carta rigurgitanti di frasi, e di empori stipati di quelle orde irreggimentate di parole chiamati libri. E di qui la foga prometeica degli scriventi, assetati di gloria, di immortalità, di proventi, o anche solo &#8211; quando prevaleva l’ingenuità &#8211; di verità e bellezza. Inutile dilungarsi sugli episodi depressivi di vario genere e gravità ascrivibili a tale collettivo invasamento. Molti individui della mia generazione e di quelle che l’hanno preceduta ne sanno qualcosa, sono stati i più masochisti e beoti: i più irrimediabilmente marcati. Tramite la lettura volevano a tutti i costi imparare, emanciparsi, peregrinare nel tempo e nello spazio, gongolare, sperimentare, struggersi, conoscere, cambiare il mondo, elevarsi, degradarsi, migliorarsi, sfidare la morte, amare, odiare, spiegare l’inspiegabile. Cercavano la verità e la bellezza nelle parole allineate le une dopo le altre, come i cinghiali grufolano lungo i sentieri per raccogliere le ghiande, come gli eroinomani si piantano gli aghi nelle vene. Inghiottivano giornali e riviste, opuscoli, manifesti politici e letterari, dizionari, volantini, enciclopedie, bigliettini nei cioccolatini, poesie d’amore e civili, romanzi epici, sociologici, sentimentali, epistolari, inamidati o sperimentali, magretti o imponenti, apocalittici o spiritosini, romanzi di ogni sorta, tonnellate di romanzi. Si sdilinquivano, si inorgoglivano, lacrimavano, andavano in estasi, si crogiolavano nell’illusione di edificarsi, di capirci finalmente qualcosa. Erano dei pericolosi drogati. La storia ha provato in modo inconfutabile che in quello stesso lasso di tempo l’umanità invece di perfezionarsi si è fatta più cinica e più scaltra, sfoderando inedite nefandezze. Per fortuna adesso i giovani si sono resi conto che era una follia. Stanno ben attenti a tenersi lontani da qualsiasi stringa troppo lunga di parole, girano alla larghissima dai libri cartacei e dai loro surrogati elettronici. Se ne stanno incollati agli schermi dei telefoni e dei computer, dove si rimpallano frasette più corte possibili, bocconcini che non danneggino gli occhi e il cervello. Giocano con le parole con la stessa grazia  e maestria con la quale si giocava un tempo a ping pong. Si capisce subito che non vogliono rimetterci la salute mentale e fisica. Se proprio devono smazzarsi un romanzo lo scelgono in modo che non provochi troppi sommovimenti nella materia cerebrale, come una barca che decida di uscire col mare piatto, o anche in un burrascoso oceano confezionato con il polietilene e gli effetti di luce. Del resto non è lontana un’interfaccia che legga al posto nostro, risparmiandoci fatica e crucci. I poeti e i romanzieri si riciclano allora nell’arte di riscaldare pappette arcinote e di raccontare bugie, e per certi versi non li si può biasimare. Hanno anche loro poco tempo, come tutti. Viviamo un soprassalto agonico, gli ultissimi rantoli che precedono il silenzio stampa. In men che non si dica quelli come me spariranno, un po’ alla volta gli abitanti della terra guarderanno nel vuoto, dormiranno, moriranno ancora di morte naturale o violenta, senza farsi martirizzare dalle parole e senza martirizzarle, proprio come nei primi due milioni di anni. Tutto scorre, tutto finisce.</p>
<p><em>[l&#8217;immagine: Henri Michaux]</em></p>
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		<title>Per un uso poetico di Kubrick</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Feb 2011 12:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[2001 odissea nello spazio]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[fantascienza]]></category>
		<category><![CDATA[La Camera Verde]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[roma]]></category>
		<category><![CDATA[scimmie]]></category>
		<category><![CDATA[Stanley Kubrick]]></category>
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					<description><![CDATA[a Roma, sabato 26 febbraio 2011, alle ore 19:30 presso il centro culturale La camera verde, via Miani 20 presentazione del libro Quando Kubrick inventò la fantascienza &#8211; Quattro capricci su 2001 Odissea nello spazio &#8211; di Andrea Inglese (Collana Visioni dal Cinematografo)]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/DSCF6632.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-38256" title="DSCF6632" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/DSCF6632-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/DSCF6632-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/DSCF6632-1024x768.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: center;">a Roma, sabato <strong>26 febbraio</strong> 2011, alle <strong>ore 19:30</strong><br />
presso il centro culturale<br />
<strong>La camera verde</strong>, via Miani 20</p>
<p style="text-align: center;">presentazione del libro</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium;"><em>Quando Kubrick inventò la fantascienza </em><br />
</span><br />
&#8211; Quattro capricci su <em>2001 Odissea nello spazio </em>&#8211;</p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium;"><strong>Andrea Inglese </strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: xx-small;"> (Collana <em>Visioni dal Cinematografo</em>) </span></p>
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