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	<title>li homini &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>A Gamba Tesa : la critica in Italia e la naftalina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2009 14:25:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesco Forlani Ieri, discutendo con un&#8217;amica del più e del meno, ci siamo interrogati, più o meno, su questa &#8220;scoperta&#8221; o riscoperta da parte della critica letteraria del favoloso mondo di Amélie de Blog. E mentre ne parlavamo, a un certo punto, lei mi ha detto : &#8220;ma cos&#8217;è questa puzza di naftalina?&#8221; &#8220;Hai [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/500px-hazard_nsvg.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/500px-hazard_nsvg.png" alt="500px-hazard_nsvg" title="500px-hazard_nsvg" width="500" height="500" class="alignnone size-full wp-image-17168" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/500px-hazard_nsvg.png 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/500px-hazard_nsvg-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/500px-hazard_nsvg-300x300.png 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Ieri, discutendo con un&#8217;amica del più e del meno, ci siamo interrogati, più o meno, su questa &#8220;scoperta&#8221; o riscoperta da parte della critica letteraria  del favoloso mondo di Amélie de Blog. E mentre ne parlavamo, a un certo punto, lei mi ha detto : &#8220;<em>ma cos&#8217;è questa puzza di naftalina</em>?&#8221;<br />
&#8220;<em>Hai proprio ragione, ma non saprei da dove provenga. Se dalla camera accanto, ma in un monolocale è difficile, o dall&#8217;armadio a muro, magari lasciata dal precedente locatario. </em>&#8221; &#8211; ho fatto io.<br />
E ci siamo lasciati così, con quello strano odore, non più puzza e non ancora profumo, Successivamente, vuoi per capire cosa stesse accadendo, vuoi per la noia della pioggia incessante, ho aperto una dopo l&#8217;altra le stanze di Nazione Indiana, per trovare &#8220;la chose&#8221;.<br />
E ho cominciato dal primo post di cui mi ricordavo, ovvero l&#8217;articolo di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/02/14/nella-stanza-separata/">Emanuele Trevi</a><br />
<span id="more-17167"></span><br />
 Se dovessi indicare una data anniversaria di questa découverte la collocherei proprio a partire dal fortunatissimo articolo di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/02/14/nella-stanza-separata/">Emanuele Trevi</a> (più di cinquecento commenti) postato da Piero Sorrentino. La meglio gioventù critico letteraria espresse la propria posizione sull&#8217;oggetto della contesa, cos&#8217;è la &#8220;vera &#8221; letteratura, partendo dal pamphlet del NIE,  più o meno criticamente, e con riserve talvolta eccessive al punto da far sbottare un eccellente lettore e commentatore:</p>
<p><em></em><em>&#8220;Non dimenticare i lettori. Almeno per me, è la prima volta  che mi trovo a poter comunicare e leggere in presa diretta (anche se in web) con Trevi, Cortellessa, WM1, Pincio, voi di NI e tutti gli altri. Si forse nessuno cambierà idea, e forse il fine non è questo, ma rendere almeno certi nodi più espliciti. Sono saltati fuori titoli di libri che magari nessuno ha mai letto o conosceva prima, così come temi e riflessioni, ognuno porta se stesso e sarà libero o meno di approfondire a suo modo e tempo.&#8221;</em></p>
<p>L&#8217;apprezzamento di questa cosa coi commenti (i blog) Emanuele Trevi l&#8217;aveva del resto già espressa quando scriveva:</p>
<p><em>ho scoperto il magico mondo dei comments con qualche decennio di ritardo, ma ormai è una dipendenza ! dicevo al mio amico Piero Sorrentino che mi ero incuriosito perché avevo visto un gran numero di commenti al pezzo sulla “camera separata“ di Garboli, e allora mi ero messo a leggerli, stupito del fatto che tanta gente avesse qualcosa da dire sull’opera di questo grande saggista ahimé ormai dimenticato come accade sempre in italia pochi anni dopo la morte (per poi, come si spera nel caso di c.g. essere riscoperti più tardi).</em></p>
<p>Per poi aggiungere qualcosa a mio avviso &#8220;vitale&#8221; per qualsiasi militante di quello strano partito chiamato <em>Litteratur.</em></p>
<p><em>  Oggi si parla SOLO di romanzi CHE VENDONO, non c’è nient’altro che ha una reale importanza, ammettiamolo. voglio dire: un Cioran di vent’anni morirebbe di fame. Non c’è una persona al di sotto dei 40 anni che abbia mai sentito solo nominare libri come<br />
“il pesce-scorpione” di Nicolas Bouvier<br />
“viaggio in armenia” di Osip Mandel’stam<br />
“sentieri nel ghiaccio” di Werner Herzog<br />
“colloqui con kafka” di Gustave Janouch<br />
Cosa sono questi libri: atti linguistici piantati nella loro singolarità, solitudini che diventano forme irripetibili, sulle quali non è possibile esprimersi usando un “noi”. ringrazierò sempre un uomo come Cesare Garboli per avermi insegnato a diffidare di ogni collettività, anche mascherata da comunità. per chi è vissuto sotto il fascismo, mi diceva sempre, il pronome “noi” fa raggricciare la pelle. Grazie a Piero Sorrentino e a “nazione indiana” dell’ospitalità: e chi se ne frega se andiamo fuori tema ! avrei tante cose da raccontare, su “q” dei Luther B., su Garboli e Carlo Ginzburg e Adriano Prosperi che scrisse una bella (ma velenosa) recensione sulla “talpa”, su cosa sono gli eretici e cosa sono gli gnostici…sull’eterna lotta tra chi crede che il mondo possieda un significato e chi lo ritiene un’illusione, la suprema magia degli dèi…ma ragazzi, bisognerà trovare un minimo di ordine in questo guazzabuglio </em></p>
<p><strong>Il guazzabuglio</strong></p>
<p><object width="445" height="364"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/RGkA9-cZBVc&#038;hl=it&#038;fs=1&#038;color1=0x5d1719&#038;color2=0xcd311b&#038;border=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object></p>
<p><em>Tutto a &#8216;nu tratto,che veco &#8216;a luntano?<br />
Ddoje ombre avvicenarse &#8216;a parte mia&#8230;<br />
Penzaje:stu fatto a me mme pare strano&#8230;<br />
Stongo scetato&#8230;dormo,o è fantasia?</em></p>
<p>A livella, <strong>Totò</strong></p>
<p>A partire da qui ci sono stati altri grandissimi momenti della critica su NI e lo dico senza alcuna ironia e in totale stima del lavoro svolto da indiani come Domenico Pinto o Massimo Rizzante, nel proporre pagine di critica così necessarie alla letteratura. Ma la questione che sembrava soggiacere, relativa al realismo o meno delle nuove scritture italiche rimaneva sospesa ogni volta e  intanto l&#8217;odore di Naftalina probabilmente sostenuto dalla coscienza che ne avevo, sembrava aumentare d&#8217;intensità.  Ecco che gli scetati (i realisti) incrociavano i ferri e le braccia ogni volta, a seconda delle occasioni, con gli agnostici ( addurmuti) e gli immaginisti ( fantasia). A prescindere infatti dal tema trattato, sia che si scrivesse di premi letterari canonici ( lo strega) o di quelli delle isole giapponesi Ryukyu ( premio Pordenonelegge)  le bruit de fond, si riproponeva ogni volta come un rigurgito, alla tavola dei commensali accorsi numerosi per celebrare la morte del romanzo contemporaneo italiano. Intanto la naftalina aveva invaso ogni spazio del mio monolocale e non solo. Al punto che il mio inquilino del piano di sopra che vale tre inquilini del piano di sotto e fa l&#8217;architetto ha bussato alla porta per chiedermi, timidamente, se vi fossero problemi.<br />
&#8220;<em> Lo sente anche lei quest&#8217;odore?</em>&#8221; gli ho sparato a raffica prima ancora che mi dicesse buongiorno.<br />
&#8220;<em> A naso si direbbe naftalina&#8221;</em><br />
&#8220;<em>E&#8217; tossica? Fa male?&#8221;</em><br />
<em>&#8220;Non veramente. Passerà, non si preoccupi, basta aprire il balcone e e fare circolare un po&#8217; d&#8217;aria&#8221;</em><br />
Poi ha aggiunto. &#8220;A<em> me succede ogni volta che apro gli inserti letterari&#8221;</em><br />
<em>&#8220;Eggià</em>&#8221; faccio io e mentre chiudo la porta capisco finalmente perché ogni settimana mi lascia sotto lo zerbino gli inserti culturali. Il sabato Repubblica e Manifesto, la domenica il Sole 24 ore&#8230;<br />
E la prima cosa che faccio è di andare a pescare la pila di inserti che ho conservato in libreria e di gettarli in un contenitore verde dall&#8217;altisonante nome Cartesio, in cantina. Quando torno su, l&#8217;odore di naftalina è meno forte ma permane.<br />
Ripenso a Cartesio, sfortunato filosofo riciclato dai creativi della differenziata, e di colpo realizzo che a questo punto soltanto un ragionamento, semplice, potrà salvarmi. Quante di queste cose dette dai critici interverranno sulla scrittura del romanzo a cui sto lavorando?</p>
<p><strong>Rete</strong></p>
<p><em>Quando eravamo bambini, ragazzi, si giocava al pallone facendo, con mucchi di abiti e borse, le porte. Si giocava tra i brulli campetti di fronte al Palazzo Reale. Non c’erano i pali, e men che meno le reti, come ora. Eppure, tutti sapevano quando la palla era uscita, il tiro oltre la traversa. Addirittura c’era chi poteva dire di aver fatto un gol mettendola nel set.<br />
Era dentro. O era fuori. Basterebbe per la letteratura, e per la vita quella stessa consapevolezza</em>.<br />
da <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/06/13/sud-n°11-come-riva/">qui</a></p>
<p>A prescindere dagli strumenti critici che uno scrittore potrebbe anche non possedere, altrimenti non si spiegherebbe come mai gli eccellenti critici nostrani non abbiano sfornato quei capolavori di cui sentono così la mancanza, un piccolo critical kit, ogni autore deve pur possederlo, una visione della porta, se non evidente quanto meno chiara, per poter dire se una propria pagina appartiene al tiro alto e cieco da calcio giocato all&#8217;oratorio o all&#8217;antologia immaginaria e soggettiva dei tiri entrati nello specchio della porta.<br />
E non puoi certo aspettare vent&#8217;anni come i critici appunto che ti dicono a quarant&#8217;anni di distanza cosa è rimasto del gruppo &#8217;63 (ecco una domanda che mi viene da fare ma poi l&#8217;insorgere dell&#8217;odore di naftalina mi trattiene dal farlo.)<br />
Per tornare allora alla cosa che mi interessava condividere con voi, ovvero, all&#8217;atelier della scrittura, quella strana officina in cui esperienze di vita, emozioni, ricerche di archivio, suggestioni, formano l&#8217;humus da cui usciranno dei personaggi e delle storie, ma soprattutto voce e lingua del romanzo, come scriveva Gilda Policastro, proverò a formulare delle ipotesi. E mi auto intervisto. (<em>Preciso che questo libro è in fase di scrittura, quindi non esiste, ergo non si promuove alcunché!)</em></p>
<p><strong>Innanzitutto perché mi interessa la storia d&#8217;amore tra Eugenio Montale e Irma Brandeis? </strong></p>
<p><em>Perché credo che una storia d&#8217;amore sia quanto di più complesso, inattuale, romanesque, e soprattutto di politico, che &#8220;noi umani&#8221; possiamo raccontare, come la nostra tradizione ci ha insegnato, sia che si tratti del <strong>don Quichotte</strong> di Cervantes o dell&#8217; <strong>Idiota</strong> di Dostoevskij.</em></p>
<p><strong>Perché raccontare la vita di una città come Firenze ai nostri giorni?</strong></p>
<p><em>Perché una città d&#8217;arte invasa da &#8220;innocui&#8221; e disturbanti topi, inondata di marche e commerci di prodotti e turisti, rappresenta secondo me una linea di fuga e insieme un contrappunto alla visione ed esperienza del contemporaneo</em></p>
<p><strong>Perché soffermarsi sull&#8217;importanza della parola nell&#8217;immaginario di una donna?</strong></p>
<p><em>Perché interrogarsi sul femminile (le devenir femme, à la Deleuze) potrebbe giovare a una maggiore comprensione di certi malintesi sociali e di potere.</em></p>
<p>Poiché sento venire su un forte odore di naftalina, mi fermo con le domande &#8220;alte&#8221;, con tanto di ammiccamento alla critica, e scendo al livello terra terra, più sporco ma sicuramente più adatto al locale, monolocale, officina, da cui sono partito.</p>
<p> <strong>Seconda parte dell&#8217;auto intervista.</strong></p>
<p>E per fare questo devi per forza andare a Firenze? Dormire alla pensione Annalena in cui è ambientato il romanzo? Fare un giro al <a href="http://www.vieusseux.fi.it/">Gabinetto Vieusseux</a> che ha organizzato, secondo la tua storia, il convegno a cui è invitato il tuo personaggio chiave, e poi leggerti i documenti relativi alle periferie, perché lui, appartiene a quell&#8217;assessorato? Scrivere agli uni e agli altri, per approfondire certe cose? Pagarti &#8211; e con quali soldi?- dei viaggi a destra e a manca per incontrare l&#8217;amica più cara del poeta, (tra parentesi persona magnifica che ti dici che comunque vada il libro è valsa la pena conoscerla)  e a  cui rivolgi ossessivamente la stessa domanda, ovvero di come un uomo per niente bello, anzi decisamente brutto, di dieci anni più vecchio, potesse &#8220;affascinare&#8221; una donna brillante, giovane,  intelligente e bella (per di più americana)  e ti immagini la risposta: la parola. e lei ti fa capire che no, non è quello, ma piuttosto l&#8217;aura che aveva <em>Eusebio</em> il suo modo di entrare in risonanza con le donne, coglierne il desiderio di esserne muse, ed esaudire quel desiderio soltanto? E le nature morte di Flegel, quelle in cui si vedono topi e scarafaggi accanto alle ceste di frutta? E per la passeggiata che vuoi raccontare, di Fedor Dostoevskij a Boboli, immaginare prendendo spunto da poche note scritte dalla moglie, ti fai una canna?:</p>
<p> <em>&#8220;Alla fine  del novembre 1868 ci spostammo nell&#8217;allora capitale d&#8217;Italia e andammo a stare nelle vicinanze di Palazzo Pitti.  Il cambiamento ebbe di nuovo un effetto benefico su mio marito e noi cominciammo ad andare insieme per chiese, musei e palazzi.Il dottore mi aveva prescritto di camminare molto ed ogni giorno io e Fedor Mihajlovic andavamo al Giardino di Boboli dove, nonostante fosse gennaio, fiorivano le rose.  Qui ci scaldavamo al solicello e sognavamo la nostra felicità futura&#8221;</em></p>
<p><strong>Stongo scetato&#8230;dormo, o è fantasia?</strong></p>
<p>Quale stato dei tre farà di quello che sto scrivendo, un libro, anzi il libro più bello che io abbia  mai scritto? Non basterà la &#8220;storia&#8221;, buona che ho per le mani, le intenzioni, buone, né tanto meno le ossessioni. Forse lo stile che si imporrà, il registro che codificherà personaggi e voci. Come scriverla?  Chissà. Ma la domanda, qui, è un&#8217;altra. Sarà invenzione o realtà? E cosa rispondere?<br />
Una cosa la so per certa però ed è da un certo tempo che ne ho la consapevolezza. Quel che accade a un autore è molto simile a ciò che succede a un attore. Un attore, evidentemente, di una scuola in particolare, ovvero quella conosciuta comunemente come Actor&#8217;s studio e che si rifà al metodo Stanislavskj.</p>
<p>Tra i punti di siffatto metodo troviamo infatti due strategie (da wikipedia) :</p>
<p><strong>I processi di personificazione e reviviscenza</strong> [modifica]</p>
<p>Due sono, per Stanislavskij, i grandi processi che sono alla base dell’interpretazione: quello della personificazione e quello della riviviscenza.</p>
<p><em>Il processo di personificazione parte dal rilassamento muscolare per proseguire con lo sviluppo dell’espressività fisica, dell’impostazione della voce, della logica e coerenza delle azioni fisiche e della caratterizzazione esteriore.<br />
Il processo di reviviscenza parte dalle funzioni dell’immaginazione e prosegue con la divisione del testo in sezioni, con lo sviluppo dell’attenzione, l’eliminazione dei cliché, e l’identificazione del tempo-ritmo. <strong>La reviviscenza è fondamentale</strong> perché tutto ciò che non è rivissuto resta inerte, meccanico ed inespressivo. Ma non basta che la reviviscenza sia autentica: essa deve essere in perfetta consonanza con la personificazione. Infatti, a volte, una reviviscenza profonda è deformata da una personificazione grossolana dovuta ad un apparato fisico non allenato ed incapace di trasmettere quello che l’attore sente, per cambiare il modo di vivere.<br />
</em></p>
<p>Un altro elemento è la memoria emotiva, che ti fa riprovare tutti i sentimenti vissuti; essa ti aiuta nella rappresentazione in quanto li mantiene vivi. Aiuta a ripetere la scena senza riprendere il procedimento per arrivare al sentimento e nello stesso tempo evita la ripetizione sterile della scena.</p>
<p><strong>La memoria emotiva può essere stimolata attraverso i cinque sensi e da oggetti animati, oppure tramite dalle azioni fisiche, dalla logica e coerenza e dal “vero”.</strong></p>
<p><strong>Vero o reale?</strong> (nota di effeffe)</p>
<p><strong>L’attore deve avere una vita intensa, ricca di fantasie ed emozioni, e deve avere inoltre uno stretto contatto con la natura.</strong><br />
<strong>E l&#8217;autore?</strong></p>
<p>Stanislavskij (cito sempre dalla Iper Pop wikipedia)  parla di vari tipi di comunicazione: il contatto con se stessi, in cui è difficile individuare con precisione soggetto ed oggetto interiori. Il contatto reciproco fra più attori è più facile, ma è necessario eliminare il “<strong>vizio di mestiere”</strong>, che non ascoltando la risposta dell’altro, distrugge la continuità del contatto reciproco ed interrompe il flusso dell’energia e dei sentimenti.</p>
<p>la seconda riprende la massima di Puskin:<em> la verità delle passioni e la verosimiglianza dei sentimenti nelle “circostanze date”</em></p>
<p><em>Un lavoro dell&#8217;autore su se stesso</em>, insomma, si dovrebbe fare quando si scrive.<br />
Intanto l&#8217;aria diventa respirabile. E&#8217; ora, forse, di uscire, allo scoperto. </p>
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