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	<title>Libano &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Hajar Azell, Il senso della fuga (Marcos y Marcos 2026)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 05:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Beirut]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo di guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Libano]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Hajar Azell </b> <br />Beirut gennaio 2010<br />
Alice cammina per le strade buie di Beirut un’ora dopo essere atterrata. Passa davanti ai bar dalle luci soffuse, percorre...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Hajar Azell</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-120598 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/copertina-jpg-hajar-190x300.jpg" alt="" width="319" height="504" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/copertina-jpg-hajar-190x300.jpg 190w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/copertina-jpg-hajar-266x420.jpg 266w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/copertina-jpg-hajar-150x237.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/copertina-jpg-hajar.jpg 300w" sizes="(max-width: 319px) 100vw, 319px" /></p>
<p style="text-align: center;">Prime pagine del secondo romanzo dell&#8217;autrice</p>
<p style="text-align: left;">Beirut, gennaio 2010<br />
Alice cammina per le strade buie di Beirut un’ora dopo essere atterrata. Passa davanti ai bar dalle luci soffuse, percorre due volte avanti e indietro la stessa stradina prima di riuscire a trovare quello che le aveva indicato Paul, nascosto nel cortile di un palazzo. Entra, si siede su uno degli sgabelli al bancone e ordina: «Vodka, salsa piccante, limone, oliva».<br />
«Il doudou?»<br />
«Sì, tre doudou».<br />
Il barman, intrigato, la guarda buttar giù gli shot. Alice, poggiando l’ultimo bicchiere sul bancone, avverte un bruciore alla gola. Si trova finalmente dove ha sempre sognato di essere: in un paese sconosciuto, da sola, con il giornalismo come unica occupazione. Morde l’oliva scandagliando il locale con lo sguardo. Non assomiglia affatto al covo di corrispondenti che le aveva descritto Paul.<br />
In fondo alla sala, alcuni adolescenti muovono timidamente i fianchi sulla pista da ballo. Il barman le spiega che il locale ha cambiato proprietario da qualche mese. «Per fortuna siamo riusciti a salvare il bancone…» dice passando la mano sul legno segnato. Alice annuisce. Prima che possa prendere il cellulare, l’uomo le mette un bicchiere sotto il naso. «Offre la casa» le dice fiero presentandosi: si chiama Hussein. Alice sorride. Il chili le ha lasciato un sentore di piccante sulle labbra. Sono rosse e lucide. Hussein si apre una birra Almaza. I loro bicchieri si toccano, poi Alice torna a guardare il telefono per leggere la mail di Paul. Quando è riuscita a ottenere lo stage al giornale libanese, è stato il primo a saperlo. Era contento di farle scoprire la città nella quale era stato corrispondente per più di quindici anni. “A Beirut si danza intorno alle tombe” le aveva raccontato, con una strana fascinazione negli occhi. Alice lo aveva aspettato al termine del corso che teneva nella sua scuola di giornalismo per fargli alcune domande. Voleva sapere come diventare reporter, da dove cominciare, dove andare. Da quel momento, ogni volta che doveva prendere una decisione importante, Alice consultava Paul.<br />
A poco a poco il bar si riempie. La musica si alza e i muri sono inondati da lampi di luce. Alice si lascia trascinare dal ritmo, stringendo un altro bicchiere fra le mani. È mezzanotte quando finalmente il dj mette su la dance. I corpi si dimenano al suono di Get It Right degli Y.A.S. Hussein guarda Alice allontanarsi dal bancone per ancheggiare sulla pista con le mani in aria. I lunghi capelli ondeggiano prima da un lato poi dall’altro, e Hussein si chiede chi sia quella ragazza che, dopo aver buttato giù quattro doudou, balla sola la sera. “Let it laugh, let it crash”. La voce vellutata di Yasmine Hamdan si sovrappone ai ronzii elettronici e tutti ripetono in coro: “Let it laugh, let it crash”. Alla fine del suo turno, Hussein si passa una mano tra i capelli e cerca Alice con lo sguardo.<br />
Invano. È sparita. Non l’ha vista uscire. “Let it shine on, let it die”.<br />
Alice esce dalla porta sul retro senza salutare Hussein. Non sa mai cosa dire quando arriva il momento di lasciarsi. Entra in un bar, poi in un altro, si ferma a guardare le persone che si abbracciano, ridono a crepapelle, camminano incespicando, parlano troppo forte. Una sensazione di vuoto la invade.<br />
Si sente estranea alla scena, come se un vetro la separasse da ciò che vede. Continua a camminare tenendo l’ultima sigaretta fra le dita. Fa girare la rotella con il pollice che si arrossa, ma l’accendino si rifiuta di funzionare. Non fa più clic, si sente solo il sibilo del gas che fuoriesce. Nulla per rischiarare la notte.<br />
Alice traccia il suo cammino nell’oscurità allontanandosi dalla festa. Quella mattina era ancora a Parigi, nell’appartamento snobbato dalla luce. E ora, attraversa questa città le cui strade le sembrano già familiari. Cammina senza meta da quando ha lasciato Gemmayzé, poi decide di seguire rue de Damas, la Linea verde. Durante la guerra civile quella linea tagliava in due la città: a ovest, i quartieri musulmani, a est, quelli cristiani. Ha letto decine di articoli a riguardo. La Linea verde: gli abitanti sono fuggiti e la vegetazione l’ha invasa. Nelle foto di Paul, si vedevano alberi cresciuti un po’ ovunque, grandi alberi folti di un verde brillante.<br />
Alice cammina per un’ora, legge i nomi delle vie, tenta di ricomporre i quartieri. Lo sguardo diretto ai piani alti dei palazzi. Gli alberi si erano fatti strada attraverso le finestre, fin negli appartamenti disertati dai loro inquilini. Si chiede chi li abiti oggi. Da che parte stavano quelle famiglie durante la guerra? Quali paure le tormentano ancora la sera? E poi, sfinita dalle domande che le frullano in testa, Alice si ferma alcuni minuti a osservare il cielo. È un’abitudine di quand’era bambina. Ogni sera, prima di dormire, cerca la Luna con lo sguardo. Intorno all’astro perlaceo brillano le stelle, guardiane silenziose di tutte le storie mai raccontate. Fin dai primi giorni a Beirut, Alice vaga per la città. Ama l’ebrezza dell’ignoto, l’euforia delle prime volte. Può finalmente parlare arabo, dopo averlo studiato per anni ai corsi serali. Le persone si stupiscono della sua padronanza linguistica, le chiedono da dove viene, se in fondo, a cercar bene, non abbia un po’ di sangue libanese. Col passare del tempo, finisce per dire che sì, forse viene anche un po’ da qui, chissà.<br />
Il proprietario dell’appartamento che ha affittato è un ex architetto. Le racconta che, negli anni Novanta e Duemila, condomìni nuovissimi sono spuntati un po’ dappertutto, come a nascondere le tracce della guerra. Solo poche famiglie sono riuscite a battersi per salvare la propria casa. La collina verde di Beirut è diventata una montagna biancastra sulla quale il cemento cresce come le ortiche.<br />
Da quando ne hanno parlato, per Alice la città è come un puzzle di cui sta ricostruendo l’immagine.<br />
C’è la Beirut festosa, la Beirut della guerra, la Beirut delle comunità, la Beirut ricca. La città ha in sé qualcosa di inafferrabile che affascina Alice. Da quando è arrivata, ogni fine settimana corre lungo la strada panoramica, l’album degli Y.A.S. nelle orecchie. Alice guarda Beirut sfilare come un film accelerato. Costeggia il lungomare, gli occhi assorbiti dalle onde che si infrangono sugli scogli.<br />
Correre le regala un senso di pace. I pensieri che si agitano confusi trovano finalmente un ordine. Le sembra di rimbalzare sull’asfalto. Quando corre, Alice si sente invincibile.</p>
<hr />
<p><strong>Hajar Azell </strong>è nata a Rabat nel 1992, Hajar Azell non aveva ancora vent&#8217;anni quando, tra il 2010 e il 2011, la ‘primavera araba‘ infiammò le strade di Tunisi, Il Cairo, Damasco e Algeri, prima che le speranze che aveva suscitato fossero spazzate via o represse nel sangue. Oggi Hajar vive tra Parigi e Rabat; ha dato vita alla rivista www.onorient.com, che celebra lo slancio creativo del Nord Africa e del Medio Oriente.</p>
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		<title>&#8220;A man fell&#8221;, dell&#8217;eterna diaspora palestinese</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/09/10/a-man-fell/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Sep 2024 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Mariasole Ariot </strong> <br /> Un'esistenza che sanguina da decenni e protesa a un sanguinare infinito, finito solo  dal prosciugamento di sé stessa. ]]></description>
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<p>di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>





<figure class="wp-block-image"><img alt=""/></figure>



<p class="has-text-align-right"><em>La prima porzione della Tenebra è la più densa, Cara, Dopodiché, la Luce comincia a tremolare</em>&nbsp;<br />Emily Dickinson&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="716" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_06-1024x716.jpg" alt="" class="wp-image-109385" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_06-1024x716.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_06-300x210.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_06-768x537.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_06-1536x1074.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_06-150x105.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_06-696x487.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_06-1068x747.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_06-600x420.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_06-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_06.jpg 1544w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Un tempo immobile, separato, dove il passato non passa e l&#8217;altrove appare solo immaginato attraverso gli interstizi dei muri da cui filtra ciò che non verrà mai visto né inquadrato: Arafat, il bambino che sale e scende le scale di un edificio abbandonato, undici piani di storia, si muove nel buio. Nelle inquadrature fisse di&nbsp;<em>A man fell</em>&nbsp;protagonista è&nbsp; il nero dell&#8217;assenza e della staticità, un luogo liminale di tenebra &#8211; Yasser Al Ali dice al regista, accompagnandolo al Gaza Hospital: &#8220;Benvenuto all&#8217;inferno, Gio&#8221; &#8211;&nbsp; e la tenebra è interrotta solo dalla poca luce che filtra dalle finestre.&nbsp;</p>



<p><br />Sabra, Libano, un vecchio edificio smantellato alla fine degli anni settanta, prima ospedale dell&#8217;OLP, poi luogo di rifugio per i palestinesi dopo il massacro del 1982, la cui maggioranza non ha cittadinanza e non può accedere ai servizi basici per la possibilità di una vita degna, impossibilitata ad una proprietà, ad un lavoro sicuro. Le scalinate su cui indugia la macchina da presa sono mosse solo dai corpi in penombra di poche anime: bambini che saltano, una breve danza, la dimensione del gioco senza oggetto, soggetti sottratti all&#8217;esistenza, il riflesso delle loro gambe sulle pozze bagnate dell&#8217;edificio, un adulto che vaga cercando tre carte perdute da un mazzo, una bambina dalle cui matite non esce colore: perché tutto è metafora di ciò che è perduto, di ciò che non può darsi né pronunciarsi. E due fili rossi: la curiosità bambina verso i sotterranei, e l&#8217;uomo caduto dal palazzo pochi giorni prima del girato, il salto o la caduta di cui non è possibile sapere se non per brevi accenni, ipotesi, poche parole.&nbsp;<br />Ed è anche la parola/voce ad arrivare solo a tratti, a tratteggiare la mole di silenzio che si intreccia ai neri densi dell&#8217;abbandono facendone riverbero.&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_09-1024x716.jpg" alt="" class="wp-image-109392" width="842" height="588" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_09-1024x716.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_09-300x210.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_09-768x537.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_09-1536x1074.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_09-150x105.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_09-696x487.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_09-1068x747.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_09-600x420.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_09-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_09.jpg 1544w" sizes="(max-width: 842px) 100vw, 842px" /></figure>



<p>La prima inquadratura di Arafat è del bambino seduto su una vecchia poltrona abbandonata, il bambino si alza: la poltrona resta vuota, l&#8217;occhio della cinepresa si ferma in questo vuoto. Giovanni Lorusso&nbsp; delinea la zona d&#8217;ombra della condizione degli abitanti del Gaza Hospital attraverso il metaforico che troveremo anche in una voce francese fuoricampo proveniente forse da una radio o da una televisione: la donna si rivolge a qualcuno, dice &#8221; credi che le sbarre in cui vivi siano mazzi di fiori&#8221;.&nbsp;</p>



<p><br />Ma non c&#8217;è fiore perché non c&#8217;è terra se non una terra da cui si è rigettati.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="716" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_08-1024x716.jpg" alt="" class="wp-image-109393" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_08-1024x716.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_08-300x210.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_08-768x537.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_08-1536x1074.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_08-150x105.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_08-696x487.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_08-1068x747.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_08-600x420.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_08-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/A_MAN_FELL_GdA_08.jpg 1544w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Dell&#8217;edificio non è mai visibile l&#8217;esterno, un esterno che porta in sé una storia sfregiata, e dopo la visita di Arafat e l&#8217;amico Muhammed nei sotterranei, quando l&#8217;incontro con un bambino che lo abita (laggiù ci sono solo &#8220;sesso droga e morti&#8221;, dirà un uomo alla compagna) si mostra come l&#8217;unico accenno alla storia dell&#8217;edificio, raccontando di chi ha venduto il sangue dei padri, la paura di essere trovati, gli scavi dei corridoi che portano a Gerusalemme e in altre città, Arafat dice all&#8217;amico Muhammad, seduto tra i ruderi del terrazzo:&nbsp;<em>domani ce ne andiamo da qui</em>.&nbsp;</p>



<p><br />Un domani a cui gli adulti forse non credono più: perché se il desiderio può prendere forma solo là dove dove c&#8217;è oggetto, qui l&#8217;oggetto è l&#8217;esistenza stessa. Un&#8217;esistenza che sanguina da decenni e protesa a un sanguinare infinito, finito solo  dal prosciugamento di sé stessa. </p>



<p></p>



<p></p>



<p class="has-small-font-size">@immagini fornite dall&#8217;Ufficio stampa Chiara Zanini </p>
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		<title>Printed in Beirut di Jabbour Douaihy</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Jan 2022 06:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Libano]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa araba]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giuseppe Acconcia</strong> <br />
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-94986" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/9791280045287_0_424_0_75-216x300.jpg" alt="" width="216" height="300" /></p>
<p>di <strong>Giuseppe Acconcia</strong></p>
<p>&#8220;Nel pieno di una delle estati roventi che hanno travolto Beirut nella seconda decade del ventunesimo secolo, un giovane uomo con le sopracciglia alte e arcuate come se le sollevasse in continuazione per dire di no, scese da un minibus sulle cui fiancate era stata appiccicata la scritta “Non dimenticatevi dei dispersi, dei sequestrati e dei mutilati di guerra”; eccolo, stringe al petto, all’altezza del cuore, un grosso quaderno con la copertina rossa e ha tutta l’aria di uno che si porta appeso al collo un braccio fratturato o ferito durante una sparatoria. Mentre tira dritto martellando il selciato con i tacchi delle sue scarpe nuove, gli alberi vizzi e i passanti troppo lenti paiono ostacoli messi lì per intralciare la sua galoppata verso traguardi indifferibili. Si infila in un palazzo con la facciata impreziosita da una lastra di basalto scuro il cui decoro risulta ancora più astratto per via di un vecchio colpo di mortaio, si sistema la cravatta rosso vivo davanti allo specchio dell’ascensore e poi entra nell’ufficio di un uomo dall’età indefinibile, che ha abbellito una parete con la locandina in tedesco dell’Opera da tre soldi. Seduto alla scrivania, gli occhiali spessi sul naso, quell’uomo stava ingannando la noia fin dal mattino, sottoponendo alla prova dei fatti la leggendaria memoria che tutti gli amici gli riconoscono: con un dito solo e senza copiare, batteva al computer l’ode preislamica di Zuhayr ibn Abi Sulma. Metteva tutti i segni vocalitici e per ogni strofa sceglieva un font diverso dal menu proposto da Word. Con il carattere Andalus Regular, era arrivato a metà del celebre verso La guerra è quella che avete conosciuto e assaporato. / Nulla di quel che si dice su di essa è inventato, quando si ritrovò davanti il giovane spilungone. L’indice destro sospeso a mezz’aria, lo fissò mentre si presentava:<br />
&#8211; Buongiono, mi chiamo Farid Abu Sha’ar.<br />
&#8211; Abu Sha’ar? Cos’è, si è scelto un nome d’arte?<br />
Il ragazzo non apprezzò la battuta ma l’editore, guardandolo dritto in faccia, gli stava già prendendo di mano il quaderno; dopo averlo aperto alla prima pagina, strabuzzò gli occhi, emise un fischio di sorpresa, lesse ad alta voce: “Il libro a venire” e glielo restituì aggiungendo contrariato: “Questo qui è il titolo del saggio di Maurice Blanchot.” Avevano smesso di accettare testi scritti a mano da almeno dieci anni e non pubblicavano più raccolte poetiche, in magazzino ce n’era un’enormità, tanto che le davano gratis a chiunque le chiedesse. Lui obiettò che il suo non era un libro di poesie ma l’uomo seduto alla scrivania lo stoppò emettendo il verdetto definitivo:<br />
&#8211; Abbiamo smesso di pubblicare anche la prosa.<br />
[…]<br />
Il periplo terminò alla “Tipografia F.lli Karam, fondata nel 1908” mentre il sole tramontava tra i minareti della Grande Moschea Blu. Dopo aver percorso un’angusta viuzza in salita, entrò in un’oasi di lillà che gli diede l’impressione di trovarsi fuori dai confini urbani; vide due gatti giocare nella corte esterna e sentì odore di inchiostro. Lo ricevette un uomo con una cicatrice sulla guancia, una ferita profonda che aveva avuto bisogno di molti punti di sutura; si chiamava ‘Abdallah, o anche Dudul, era l’ultimo erede della tipografia, e lo ascoltò squadrandolo per bene.<br />
Quando Farid disse che voleva far pubblicare il suo libro, la risposta gli arrivò da dietro, da un angolo della stanza, in un arabo striminzito:<br />
&#8211; Cosa c’è nel libro?<br />
Non l’aveva notata, quand’era entrato; era seduta su una poltroncina di pelle e stava leggendo Il buio oltre la siepe in edizione francese.<br />
&#8211; Ci ho spremuto dentro ogni fibra del mio essere.<br />
‘Abdallah ripeté la frase in francese perché la moglie capisse, e lei, d’istinto, tese la mano destra verso il manoscritto come se il semplice fatto di sfogliarlo le potesse rivelare in cosa consisteva la “spremuta”.<br />
&#8211; Abbiamo bisogno di un correttore di bozze per l’arabo&#8230;<br />
La proposta del proprietario della tipografia lo mandò in confusione; sentendo con chiarezza che, alle sue spalle, la donna lo stava guardando, chiese un po’ di tempo per pensarci; ‘Abdallah gli rispose che si augurava non ce ne volesse troppo. E lui tornò all’inizio della settimana seguente, con il suo quaderno sottobraccio.”<br />
(tratto da Printed in Beirut, pp. 7-13)<br />
(Printed in Beirut, Francesco Brioschi Editore, traduzione Elisabetta Bartuli, pp. 262, 18 euro)</p>
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		<title>Footballization: come raccontare dal basso la vita nei campi profughi palestinesi del Libano</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/02/16/footballization-come-raccontare-dal-basso-la-vita-nei-campi-profughi-palestinesi-del-libano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Feb 2019 15:55:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[campo profughi di Bourj El-Barajneh]]></category>
		<category><![CDATA[Footballization]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Furiassi]]></category>
		<category><![CDATA[Libano]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Fogliata]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Acconcia Abbiamo assistito a Padova, nell&#8217;ambito delle iniziative a sostegno di Mediterranea, alla proiezione del documentario Footballization di Stefano Fogliata per la regia di Francesco Furiassi. L&#8217;idea è nata dall’incontro con le associazioni Tr3sessanta e Apri gli occhi senza freni con il collettivo Agosf, e dall&#8217;esperienza di vita nel campo profughi di Bourj [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-77957" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/download-4.jpg" alt="" width="189" height="267" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/download-4.jpg 189w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/download-4-160x226.jpg 160w" sizes="(max-width: 189px) 100vw, 189px" /></p>
<p>di <strong>Giuseppe Acconcia</strong></p>
<p>Abbiamo assistito a Padova, nell&#8217;ambito delle iniziative a sostegno di Mediterranea, alla proiezione del documentario <em>Footba</em><em>l</em><em>lization</em> di Stefano Fogliata per la regia di Francesco Furiassi. L&#8217;idea è nata dall’incontro con le associazioni Tr3sessanta e Apri gli occhi senza freni con il collettivo Agosf, e dall&#8217;esperienza di vita nel campo profughi di Bourj El-Barajneh, un chilometro quadrato in cui oggi vivono 45mila persone, il triplo rispetto a qualche anno fa quando ancora non era scoppiata la crisi siriana.<span id="more-77956"></span></p>
<p>Il documentario racconta il riscatto che i giovani palestinesi dei campi profughi in Libano trovano attraverso il calcio. Si tratta di un tentativo molto coerente di riportare la normalità della vita delle squadre di calcio nei campi del Libano con gli occhi di uno straniero. «Vorrei sempre vivere come un locale», ci ha spiegato l&#8217;autore e protagonista del documentario. Stefano, 28 anni, si è trasferito in Libano da alcuni anni e dopo aver lavorato come cooperante ha deciso di svolgere la sua ricerca di dottorato con l&#8217;Università di Bergamo proprio in Medio Oriente. Non contento della sua vita da straniero in terra straniera, riconoscibile agli occhi di tutti, ha cercato di negoziare senza pretese né imposizioni la sua partecipazione agli allenamenti e alle partite della squadra dell&#8217;al-Aqsa.</p>
<p>Sin dalla loro infanzia, Louay, Yazan e Rami hanno trascorso le loro giornate giocando nei campi di calcio del campo palestinese di Yarmouk, divenuto ormai un quartiere di Damasco, in Siria. Con l&#8217;aggravarsi del conflitto in Siria, si sono rifugiati nel campo profughi di Borj el-Baraneh, nella periferia di Beirut, dove ancora oggi difendono la maglia della squadra dell&#8217;al-Aqsa, il team palestinese che è diventato il simbolo del campo.</p>
<p>Il racconto di allenamenti e gare di campionato è guidato da Stefano che intervista i suoi compagni di squadra, lasciati ai margini della società libanese, costretti a una competizione incredibile per poter giocare con le grandi squadre locali a causa del loro status di cittadini di serie B. E così il documentario si trasforma in un racconto di speranze mancate, nel tentativo fallito di fuggire dal Libano per intraprendere la via delle migrazioni attraverso la Turchia e la Libia, o di giocare da star del calcio in altre squadre dei paesi arabi di alcuni dei protagonisti della pellicola.</p>
<p>Ma la frustrazione di non riuscire davvero mai a ottenere quello che spetterebbe a ragazzi che hanno dedicato tutta la loro vita al calcio non risparmia neppure lo straniero, che tenta di «libanesizzarsi», ed è per questo forse ancora più debole di un rifugiato e costretto costantemente in panchina. «Sono troppo forti», ha commentato Stefano per spiegare le poche ore trascorse in campo.</p>
<p>Footballization è un documentario semplice, brillante e malinconico, girato tra Siria, Libano e Palestina che lascia lo spettatore con la domanda che fa da sottotitolo alle riprese: «Chi non sa come tornare a casa?». Una domanda che va oltre il semplice interrogativo che viene posto ai giovani giocatori alla fine degli allenamenti e richiama il ritorno per ora impossibile alla sua terra di un intero popolo.</p>
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		<title>Il tempo congelato della politica israeliana</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/07/21/il-tempo-congelato-della-politica-estera-israeliana/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Jul 2014 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[antisemitismo]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[guerra d'occupazione]]></category>
		<category><![CDATA[hamas]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Libano]]></category>
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					<description><![CDATA[Otto anni fa scrissi su NI questo pezzo. Riguardava la politica di &#8220;rappresaglia&#8221; scelta da Israele in Libano contro Hezbollah. Basterebbe cambiare alcuni nomi e alcune date, per rendere queste riflessioni sinistramente attuali. Hamas al posto di Hezbollah, Gaza al posto di Libano, 2014 (o 2009) al posto di 2006.Come se nulla fosse accaduto. Tempo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Otto anni fa scrissi su NI questo pezzo. Riguardava la politica di &#8220;rappresaglia&#8221; scelta da Israele in Libano contro Hezbollah. Basterebbe cambiare alcuni nomi e alcune date, per rendere queste riflessioni sinistramente attuali. Hamas al posto di Hezbollah, Gaza al posto di Libano, 2014 (o 2009) al posto di 2006.Come se nulla fosse accaduto. Tempo congelato. Coazione a ripetere. Due cose solo modificherei. La prima riguarda il principio della rappresaglia che Israele applica ai palestinesi. Le proporzioni sono più macabre oggi rispetto al momento in cui scrivevo. Si va verso i 30 palestinesi uccisi (in maggioranza civili) per ogni israeliano ucciso (in maggioranza soldati). La seconda riguarda l&#8217;antisemitismo. L&#8217;antisemitismo esiste, è esistito prima che esistesse Israele e la sua politica. Oggi può prendere come alibi anche l&#8217;occupazione israeliana delle terre palestinesi. Ma l&#8217;antisemitismo non può diventare, a sua volta, un&#8217;alibi per legittimare una politica d&#8217;occupazione e il massacro delle popolazioni civili che ad essa si oppongono, né tanto meno per creare una &#8220;diplomatica&#8221; equivalenza tra chi subisce l&#8217;occupazione e chi quell&#8217;occupazione continua perpetrarla. a. i.</em> </p>
<p><strong>Un dogma culturale (sulla critica alla politica israeliana)</strong></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Di fronte ai commenti che l’attacco di Israele al Libano ha suscitato nei nostri canali d’informazione l’impressione è quella di concorrere al rafforzamento di un dogma culturale che è tanto ottuso quanto nocivo. Un simile dogma culturale è già emerso negli ultimi anni a proposito della politica del governo statunitense. <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/07/22/un-dogma-culturale-sulla-critica-alla-politica-israeliana/">CONTINUA QUI</a><span id="more-48527"></span></p>
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		<title>Addio alle armi!</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/07/07/addio-alle-armi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Jul 2008 08:11:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[andrea bottalico]]></category>
		<category><![CDATA[caserta]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Libano]]></category>
		<category><![CDATA[missioni di pace]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Bottalico Se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito Il mio viaggiare È stato tutto un restare qua, dove non fui mai. G. Caproni Biglietto lasciato prima di non andar via. Di una rabbia che mai si sazierà&#8230;.memorie di un viaggiatore insonne Il controllore scese dall’ultima carrozza con gli occhi assonnati [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>  <a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/bersagliere.gif'><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/bersagliere.gif" alt="" title="bersagliere" width="165" height="300" class="alignnone size-full wp-image-6329" /></a>    </p>
<p> di<br />
<strong>Andrea Bottalico</strong>                                                        </p>
<p>                                                                                     <em>Se non dovessi tornare,<br />
                                                                                      sappiate che non sono mai<br />
                                                                                     partito<br />
                                                                                                 Il mio viaggiare<br />
                                                                                   È stato tutto un restare<br />
                                                                                  qua, dove non fui mai. </em></p>
<p>                                                                                               <strong>G. Caproni</strong><br />
                                                                                  Biglietto lasciato prima di non andar via. </p>
<p><em>Di una rabbia che mai si sazierà&#8230;.memorie di un viaggiatore insonne</em><br />
                                                                                                                                                               Il controllore scese dall’ultima carrozza con gli occhi assonnati sotto la coppola verde e le orecchie infreddolite. Neanche il tempo di accendere una sigaretta fuori che la sua voce secca rimbombò lungo il binario preceduto dal solito fischio, come un boato:<br />
“Chiudere!”<br />
Una signora sulla quarantina presa dall’ansia di fumare gettò suo malgrado la cicca appena accesa, e dopo aver bestemmiato salì di nuovo all’interno del treno, poi di nuovo lo strillo.<br />
“CHIUDERE!”<br />
<span id="more-6328"></span><br />
 Il solito Espresso notte. Quante volte l’avrò preso in un anno!? I ricordi dei viaggi passati si mescolano tutti insieme creando una matassa da cui è impossibile venirne a capo. Caserta Bologna Bologna Caserta passando per Roma Tiburtina poi Termini cambio direzione poi scintille sulle rotaie che sfrecciano nella galleria oscura finché il treno non esce dall’oblio come una pallottola da una pistola e finalmente vedi il cielo stellato ed il respiro rallenta insieme al serpentone di vagoni con il battito del cuore irregolare e sfasato&#8230;(troppo veloci, i pensieri nel treno, troppo veloci!). </p>
<p>Gli odori sono sempre gli stessi: quello forte ed aggressivo delle signore che resta incollato alle pareti degli scompartimenti per tutto il viaggio, il sudore mescolato alle imposte di pane mortadella e pomodorini secchi, quello fastidioso e acido che sa di plastica bruciata quando il treno è in fase di frenata,  i fazzoletti intrisi d’olio delle frittatine di maccheroni preparate dalla mamma premurosa, il bagno che emana l’oramai familiare tanfo di pesce andato a male innaffiato dal solito deodorante scadente. In quel dannato treno si muove tutto quello che sta intorno, escluso il treno stesso&#8230;sembra un mondo sigillato dall’esterno. Come posso spiegarla quell’angoscia che provo quando ci salgo su? Che poi non è solo angoscia. E’ inquietudine eccitazione malinconia e speranza. Fastidio e rabbia, quella rabbia innocente che sbuca dal nulla e detta legge ai movimenti, la stessa che mi costringe ad andare via, forse. Lei decide per te e tu resti muto ad assecondarla.  (quando poi non ho il biglietto viaggiare vuol dire soprattutto adrenalina pura, cuore in gola e fuga dal controllore con in testa la delirante musichetta di quei tre in “febbre da cavallo&#8230;”). Una volta mentre guardavo fuori dal finestrino le luci che si disperdevano nel buio come galassie incomprensibili, mi venne come uno svenimento, persi i sensi e mi ritrovai non so quanto tempo dopo (il tempo? E cos’era? Che importanza aveva?) sdraiato  e convinto di essere nella stanza buia di casa mia, completamente spaesato. In quegli istanti il vuoto, totale. Sarà stata la stanchezza delle ore passate allerta e la sbronza della sera prima.</p>
<p>Prima di ogni partenza la testa produce la solita domanda che riecheggia e cade nel sordo silenzio disturbato dal frastuono, una domanda che non trova  risposta, che genera altre domande e pensieri che martellano chiodi nel muro spesso delle immagini accumulate in questi anni lontano da casa: “Ma dove diavolo sto andando? Perché vado via?!”<br />
Ero tranquillamente seduto in uno scompartimento dall’aria pesante e colma dei respiri affannati, pronto ad affrontare la nottata insonne, perché in effetti non riesco quasi mai a prendere sonno nel treno; è un vizio che mi costringe a restare sveglio. Devo perlustrare tutti i vagoni (quando è possibile). Devo guardare i volti, le facce abbronzate e stanche che masticano dialetti incomprensibili e lingue attraenti; mani spesse dei lavoratori abituati a mantenere l’equilibrio sulle impalcature, tutte quelle persone indecifrabili, impenetrabili e misteriose, i cinesi che scendono a Prato centrale. La desolazione delle stazioni dimenticate, le fronti sudate ed ingiallite che salgono sul treno affaticate da bagagli giganteschi; Loro sono pur sempre dei compagni di viaggio che condividono la snervante attesa dell’arrivo a destinazione. Morale della favola, resto sveglio tutto il tempo.</p>
<p>Quella sera il treno non era stracolmo (strano, stranissimo). Nel corridoio c’era un senegalese seduto al seggiolino che russava profondamente. Dal bagno in fondo proveniva ad ondate  un forte odore di marijuana; Due ragazzi uscirono con le mani sullo stomaco per le risate quando videro un vecchio signore in canottiera bianca e pelle scura e braccialetti d’oro e catenina in petto che rifletteva il suo volto rugoso al finestrino e borbottava tra sé parole incomprensibili (fece questo per tutto il viaggio&#8230;) Andai a fumare nel piccolo spazio alla fine del vagone, vicino al bagno, e come al solito restai ipnotizzato dallo spettacolo che si ripeteva all’orizzonte: zone industriali piene di ciminiere che sputavano fumo denso e bianco e luci al neon che illuminavano strade completamente vuote. Poi il buio, fitto e tradito dai fuochi incendiati nelle città in lontananza, con i lampioni giallognoli degli angoli nascosti nelle campagne abbaiate.<br />
Ad un tratto l’aria si impregnò del forte odore di tabacco.</p>
<p>C’era un altro tizio a fumare, che appena mi vide fece un cenno con la testa come a dire “ci tocca aspettare e fumare, poi aspettare ancora e fumare, maledizione!” Un gesto di comprensione, un si con il capo e gli occhi semichiusi, un modo semplice per mostrare la rassegnazione, condividerla.<br />
Un maghrebino con il volto sfregiato aveva la schiena appoggiata alla porta del bagno e spontaneamente se la rideva&#8230;<br />
Il tizio si chiamava Gerardo. La prima cosa che notai era la sua ansia. Non era soltanto per il desiderio di arrivare, c’era di più. Il cranio rasato a zero, la barba appena tagliata, Gerardo mentre parlava portava spesso la sua mano destra sulle palle, come a grattarsi o rassicurarsi che da quelle parti fosse tutto sotto controllo. Era una sorta di tic. Chi si tocca la punta del naso chi scherza con i riccioli dei capelli, Gerardo constatava ogni tre e quattro la consistenza del suo attributo, ma senza malizia. Ci misi poco a capire che Gerardo era un soldato. Un alpino, per la precisione, nato e cresciuto a Nocera Inferiore.<br />
“Un posto di merda!” esclamò, mentre i rumori delle rotaie sui binari invadevano le voci, e per comprenderci dovevamo gridare. Aveva voglia di parlare, doveva confidarsi con qualcuno, sfogare. Forse per la necessità di vedere il tempo passare chiacchierando, anzi urlando.<br />
Se ne tornava a Bolzano dopo una settimana di congedo, e per attaccare bottone  mi mostrò la foto sul telefono di una donna mezza nuda:<br />
“Mi sta aspettando, Deborah, bella eh!?. Non vede l’ora che arrivi. A me neanche me ne frega, tanto io fra poco mi sposo; giusto il tempo di un&#8217;altra missione. Intanto a Bolzano quando posso vado da lei, devi sentire come parla, con quell’accento mezzo tedesco! A me fa impazzire!”<br />
Nel frattempo accese altre quattro sigarette, il maghrebino sorridente andò via e restammo soli, imprigionati dal fumo. Gerardo portava la sigaretta tra le labbra serrate come uno schizofrenico, se ne stava lì a gesticolare e ad urlare per farsi capire. Le mie orecchie erano confuse dalla sua voce rauca, che graffiava la gola.<br />
“Sono cresciuto nel buco di culo dell’Italia meridionale” disse. “Quando avevo la tua età facevo tante di quelle cazzate che adesso se ci ripenso mi sembra di guardare allo specchio un’altra persona. Le alternative di chi nasce in certi paesini sono poche. Io ad una certa età dovevo soltanto scegliere: affiliarmi in uno dei clan della zona, fare soldi con lo spaccio insieme ai Maiale.. altrimenti il militare. Di studiare non se ne parlava neanche. Alla fine decisi di arruolarmi ed andare via, anche perché mio padre mi implorava di partire. Tanto una guerra vale l’altra! E poi non ero fatto per mettermi con qualcuno, ero troppo fuori con la testa, pensavo solo alle femmine alle droghe alla discoteca.. avevo bisogno di scappare via di casa, allontanarmi da quella fogna.”<br />
“L’esercito mi ha cambiato, ma le missioni sono state la cosa più allucinante.. Kosovo Macedonia e poi Bosnia&#8230;quante ce ne sono capitate! Una volta ero di pattuglia a Mostar, di notte. Ad un certo punto vedo arrivare un gippone. Scendono in quattro di loro con i kalashnikov in mano; immagina una paranza come da noi. Era un gruppo di uomini armati, e ci stava pure il capo che si avvicina verso di me e dice che deve parlare con il colonnello. Io all’inizio non capivo, vuoi per la paura ma anche per la lingua.. In poche parole era successo che il colonnello aveva scopato una ragazza che apparteneva a loro, e così gli dissero di sposarla. Non aveva troppe scelte, il colonnello. Doveva sposarla altrimenti sarebbe scoppiato l’inferno. Adesso il colonnello è sposato con questa ragazza e ha tre figli. Se l’è portata in Italia..”<br />
Avevo praticamente la bocca secca, senza più saliva.<br />
“Fra un pò me ne vado in Afghanistan” disse, mentre il viso mutò espressione in una frazione di secondo;  “dicono che è pericoloso, che per qualsiasi cosa devi avere il permesso dagli americani. Non puoi sparare un colpo senza una loro autorizzazione. Un altro pò e se vuoi andare al cesso devi chiederglielo agli americani, mentre loro fanno quello che vogliono, quei bastardi!. Tutti me ne parlano male di Kabul, dicono che è pericoloso, ma io se non vado a vedere con i miei occhi non posso saperlo! E’ inutile lasciarsi prendere dal panico prima, è inutile..<br />
Giuro che dopo l’Afghanistan levo mano, lo giuro!”<br />
Continuavo ad ascoltare Gerardo, anzi fui rapito dalle sue gesticolazioni frenetiche, la fretta di parlare; il modo in cui mangiava le parole con quel dialetto rivelavano in realtà una disperazione dissimulata. Avevo gli occhi annebbiati dalla stanchezza. Iniziai a martoriare le unghie delle mani sudate, mentre lui se ne stava lì a fumarne una dopo l’altra e raccontava ancora nascondendo il suo nervosismo addestrato. Di Deborah e delle parole sacrosante di suo padre in punto di morte, del suo desiderio di sposarsi e mettere su famiglia, la voglia di tornare a casa, abbandonare quella Bolzano così fredda e triste.. dopo tutto quello che mi svelò restammo senza dire niente, in un silenzio quasi imbarazzante, complice, con il sottofondo delle rotaie che picchiavano violentemente sui binari. </p>
<p>Finchè non arrivai a Bologna, come per magia. Tutto il tempo a bestemmiare contro l’attesa e la sete, poi le parole di un soldato ansioso lasciano al tempo lo spazio per passare nello spiraglio.. Ricordo che appena il treno si fermò alla stazione di Bologna Gerardo mi guardò scendere con i suoi occhi gelidi e stanchi. Mi aiutò a prendere il bagaglio pesante salutandomi con una tenerezza repressa insolita e sfigurata. Adesso sarà a Kabul cosparso di granelli di sabbia a implorare contro gli americani oppure a sud del Libano o magari avrà deciso all’ultimo minuto di non partire, chissà.<br />
Qualsiasi destino abbia abbracciato, qualunque scelta abbia preso, ricordo benissimo la sensazione che provai quando scesi dal treno. Di una rabbia infantile, istintiva e terribilmente viscerale, accompagnata da una fitta all’imboccatura dello stomaco, un forte bruciore. Mi incamminai nella nebbia del primo mattino verso la città vuota, con solo gli spazzini che sbadigliavano facendomi compagnia, e non riuscivo a togliermi dalla testa quel soldato. Dannazione! Gerardo lasciò dentro di me (te lo giuro) <em>una rabbia, che mai si sazierà</em>!</p>
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		<title>Paradise Lost</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 May 2008 19:20:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[andrea bottalico]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Libano]]></category>
		<category><![CDATA[Ron Leshem]]></category>
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					<description><![CDATA[Una certa luce sulla storia non può essere gettata, ne sono persuaso, altro che dalla creazione letteraria. Victor Serge Se esiste il paradiso di Andrea Bottalico Sono parole infuocate. Parole che vanno masticate lentamente, come quando mastichi un fungo, impaurito eccitato. Devi gustare il sapore amaro, disgustoso, e devi farlo fino in fondo perchè l’effetto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/sistcom_elmetto.jpg' alt='sistcom_elmetto.jpg' />                                                                                                                 <em>Una certa luce sulla storia<br />
                                                                                                                  non può essere gettata,<br />
                                                                                                                 ne sono persuaso, altro che<br />
                                                                                                                 dalla creazione letteraria.</em><br />
                                                                                                                                         <strong> Victor Serge</strong></p>
<p><strong>Se esiste il paradiso</strong><br />
di<br />
<strong>Andrea Bottalico</strong></p>
<p>Sono parole infuocate. Parole che vanno masticate lentamente, come quando mastichi un fungo, impaurito eccitato. Devi gustare il sapore amaro, disgustoso, e devi farlo fino in fondo perchè l’effetto è un’allucinazione. E non permetterti di sputare; ingoia. Piuttosto pensa al luogo in cui sei stato, alla voragine in cui sei inciampato per colpa di quelle frasi infami, e chiediti se esiste l’inferno, perchè è proprio quello che viene descritto nel libro di <strong>Leshem</strong>. Zitlawi per incoraggiare gli altri lo ripeteva spesso: “I soldati non finiscono mai all’inferno”. Di certo Zitlawi non potrà dirlo mai più.<br />
<span id="more-5862"></span><br />
Ron Leshem non c’è mai stato in Libano. Non ha mai perso un amico durante quella guerra. Eppure racconta, descrive nel suo primo libro <strong>tredici soldati </strong>(<em>Rizzoli)</em>, attraverso lo sguardo incattivito di Erez, la condizione dei soldati israeliani nell’ultimo avamposto rimasto sulle alture del Libano meridionale dopo l’occupazione del 1982: Il Beaufort. I soldati che Erez si trova a comandare sono poco più che ventenni. Costretti a condividere paure impossibili da esprimere, loro aspettano il ritiro imminente, assediati. Alcuni crepano sotto i colpi di mortaio di Hezbollah, che in silenzio ascolta il respiro di Tsahal, prepara l’attacco finale, costringe il nemico a starsene rintanato senza mettere il naso fuori dal bunker. Ai soldati non resta altro che sperare e sopportare il tremendo destino, contando i granelli di sabbia che scivolano giù da una clessidra di piombo.</p>
<p>La scrittura di Leshem non cerca nessuna elevazione. Piuttosto un continuo, costante inabissamento nei meandri della disperazione, una cinica constatazione della disfatta imbrigliata a momenti di sacra vitalità che frusta lo stomaco, prende alla gola, provoca e disarma il lettore. E’ metallo puro. Il ritmo incalza come le botte e le risposte al gioco della morra. Un mondo intero fatto di storie personali, sogni futuri, incubi, scherzi. Nel Beaufort regna la sincerità tra ragazzi che non sanno neanche il motivo assurdo di quella guerra, obbligati a diventare uomini, a mostrare i denti ad un ombra; sono bambini che continuamente si domandano il perché:</p>
<p><em>Beaufort è Oshri. Lui si rotola verso di me, mi si sdraia addosso, mi spacca le palle a furia di brontolare. E’ sempre così, un attimo prima che il buio svanisca e noi ci ritiriamo, gli viene un attacco. “Scusa, Erez, ma ho bisogno che mi spieghi come ho fatto a finire qui” mi chiede. “Che diavolo ci faccio travestito da cespuglio? Perché mi dipingo la faccia? Cos’è, sono un bambino? Cosa ci sto a fare in una roccaforte dei crociati, dimmelo, brutto stronzo. Cosa vivo, ai tempi della Bibbia? Sono un coglione, a pisciare in una bottiglia? Cosa cazzo ci sto a fare in mezzo alla neve, temperatura sotto lo zero, in attesa di seccare un arabo che ha avuto la brillante idea di uscirsene dal letto alle tre del mattino? Ti pare logico? E ritornare nel fetente secchio della spazzatura in cui dormo, su nell’avamposto, ti pare logico? Ma l’hai visto, dove dormo? Ci sto male qui, ci sto malissimo. E’ una follia, è troppo una follia. Apri gli occhi. Sono mille anni che la gente muore su questa montagna, non è arrivato il momento di piantarla? Giuro, non è mica ragionevole, non ha senso che esista, un posto del genere, ‘sto Beaufort. Dai retta a me, non esiste. Siamo rimasti tutti bloccati in un incubo, per sbaglio. Da tutto il mondo si può, in questo preciso momento, telefonare in tutto il resto del mondo; io sono l’unico che non ha speranza di fare una chiamata. A sei minuti di volo da qui –Dio evidentemente non esiste- in un centro commerciale, una figa con il tanga che le spunta fuori dai pantaloni se ne va in giro preoccupata solo di scegliere fra uno shampoo al mandarino, zenzero ed essenza di tè verde, e un sapone liquido al gelsomino, rose ed essenze di orchidea. Un dilemma pazzesco. Dio, ti prego, mandami un dilemma del genere. E tutti giù a scopare. In questo momento a Tel Aviv stanno allargando le gambe a una ragazza, in piedi, nel cesso di un club. Come faccio a resistere a questa tortura, con tutte le regole che s’inventano ogni giorno, sempre ordini, basta, mi tirano scemo, sto andando fuori di testa. Devo essere matto per accettare di restare qui, non c’è altra spiegazione. Perché non mi chiedo cosa ci sto a fare? Ci penso mai a quello che faccio? Non ho abbastanza rispetto verso me stesso da evitare l’atteggiamento da pirla che hai tu, fratello? Basta, te lo giuro è finita.”<br />
</em></p>
<p>Nelle parole incise trasuda il volto del soldato israeliano, il disprezzo, la sua umanità disumanizzata dalle costanti aberrazioni della guerra. La totale incomprensione, l’inutilità, il non senso. Un mondo di carnefici e vittime, abituati a vedere l’orrore e incapaci di dimenticarselo una volta tornati a casa. Come i marines inseguiti da quel folle di Michael Herr nel Vietnam pieno di giungle rasate a zero dalle bombe al napalm. Una capacità descrittiva simile, due guerre diverse, certo, ma una visione cinica e disillusa, contraddittoria conflittuale. Dita che affondano nelle piaghe, con una differenza: Michael Herr decise di andare in Vietnam ad inseguire i battaglioni di marines; è lui che racconta, è lui che vede quelle facce imbastardite. Sguardi increduli che magari un tempo sorridevano. Umiliati. Laggiù in fondo a tutto, negli abissi scavati da mani scaltre, in quell&#8217;oceano di anime destinate all&#8217;oblio, laggiù Michael Herr andò a vedere se era vero –“Verità cui neppur la dignità resiste”- La prima volta che si trovò nel Vietnam aveva ventiquattro anni, pochi in più rispetto ai soldati che perplessi gli continuavano a domandare cosa diavolo ci facesse lì. Scrutare le cicatrici della storia o semplice masochismo? Deve avere ancora quell&#8217;orrendo sapore di razioni C inchiodato sotto al palato. Il giovane corrispondente dell&#8217;esquire magazine decise di andare a guardare da vicino. Il motivo lo spiega in poche parole, nel figlio illegittimo partorito al ritorno dalla guerra, i suoi &#8220;dispacci&#8221;:</p>
<p><em>&#8220;Io ero là per guardare. Si parla di impersonare un&#8217;identità, di rinchiudersi in un ruolo, di ironia: andai lì  per seguire la guerra e fu la guerra ad inseguire me; una vecchia storia, sempre che, naturalmente, tu non l&#8217;abbia mai sentita. Ci andai con la convinzione, grossolana ma seria, che si deve essere capaci di guardare qualsiasi cosa, seria perché agii di conseguenza e partii, grossolana perché non sapevo, ci volle la guerra per insegnarmelo, che eri responsabile di tutto ciò che vedevi come di tutto ciò che facevi&#8221;.<br />
</em><br />
Ron Leshem invece muove da un delirio diverso, non essendo mai stato in Libano. Nella postfazione intitolata “fra realtà ed immaginazione” si intravede l’alchimia. Tutto ebbe inizio nella striscia di Gaza, dove nell’autunno del 2000 il giovane scrittore incontrò per puro caso Rotem Yair, un ufficiale della brigata Ghivati. E’grazie a questo incontro che conosce il Libano, raccontato da un uomo che ha vissuto lassù al Beaufort molte stagioni con il suo battaglione. Dai racconti del soldato e dopo altri incontri, Ron Leshem scopre un mondo a lui sconosciuto un attimo prima. Proprio lui, un tipico imboscato da ufficio di Tel Aviv, inesperto, decide di raccontarlo spinto da un impulso creativo eccezionale, ispirato dalle storie di Rotem, che il Libano deve averlo visto bene. Da quell’incontro la guerra ce l’ha in testa. Tutti i personaggi descritti nel libro sono frutto dell’immaginazione. Il riferimento agli ultimi anni dell’esercito israeliano in Libano è lo sfondo lugubre su cui spazia la creazione di un mondo ancora più afferrabile, dove non esistono né vincitori né vinti, dove l’odio nasconde i sorrisi e le amarezze. Non si tratta di un documento storico, è molto di più. E’ un’immagine paradossalmente reale, affogata all’interno della realtà stessa. E’ dolorosa e nello stesso tempo vera la voce di Erez, capace di penetrare nei gangli dell’immaginario e rapinare l’attenzione come un ladro di sogni. Ma la voce che sussurra all’orecchio non è la stessa di Rotem; è pura invenzione.  Una sorta di superiorità della verità letteraria che sviscera, colma un vuoto indefinito, riuscendo addirittura a prevedere un “inevitabile” ritorno dell’esercito israeliano in Libano, come è avvenuto nel 2006. </p>
<p>Sono parole infuocate! Dopo l’ultima pagina un brivido irrompe lungo tutta la spina dorsale, la pelle inizia a contrarsi gli occhi diventano umidi. Avresti voglia di ridere. In fondo a tutto, domanda a te stesso se si può vivere senza pietà. Domandatelo. Forse l’inferno esiste davvero. Non sputare per terra. Piuttosto ingoia; e pensaci. Come la frase ricordata da qualcuno tempo fa, una specie di preghiera che i marines ripetono sempre:<br />
“<em>Dio non giudica i soldati!</em>”</p>
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