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	<title>libertà di stampa &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Un omaggio a degli autentici rompicoglioni miscredenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Jan 2015 21:08:09 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/charlie-hebdo-une-14309_w1000.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-50438" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/charlie-hebdo-une-14309_w1000-231x300.jpg" alt="charlie-hebdo-une-14309_w1000" width="231" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/charlie-hebdo-une-14309_w1000-231x300.jpg 231w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/charlie-hebdo-une-14309_w1000-791x1024.jpg 791w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/charlie-hebdo-une-14309_w1000-900x1164.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/charlie-hebdo-une-14309_w1000.jpg 999w" sizes="(max-width: 231px) 100vw, 231px" /></a><br />
di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p style="text-align: left;">Non sono mai stato un lettore assiduo di <em>Charlie Hebdo</em>. D’altra parte, come scriveva Beckett, poiché “sono nato tetro come si nasce sifilitici”, non sono un gran consumatore di stampa umoristica. Ho fatto i miei maggiori sforzi seguendo con una certa regolarità <em>Cuore</em> durante il suo periodo fasto e del <em>Vernacoliere</em> mi basta adocchiare i titoli al chiosco dei giornali. Di <em>Charlie Hebdo</em> ho però apprezzato sommamente il numero dedicato alla morte di Papa Wojtyla, un numero con delle vignette che, in Italia, neppure se le Brigate Rosse fossero andate al potere, i giornali più audaci si sarebbero permessi di rendere pubbliche. <span id="more-50437"></span>Sì, perché è importante sottolinearlo, tra quei disegnatori e giornalisti riuniti nella sede di <em>Charlie Hebdo</em> ieri mattina e che sono stati abbattuti a colpi di kalashnikov, come se si fosse nelle vie di Homs, c’era un folto gruppo di autentici rompicoglioni, come in Italia è davvero raro trovarne. Parlo, in particolare, di Wolinski, Charb, Cabu, Tignous, che erano i vignettisti maggiori del settimanale francese. Perché da noi gli umoristi, anche quando sono feroci e di estrema sinistra, tendono comunque ad avere qualche piede nell’ortodossia, magari del marxismo-leninismo o delle teorie trans gender. Quelli di <em>Charlie Hebdo</em> ammazzati ieri, invece, davvero sembrano appartenere alla migliore tradizione francese di autori miscredenti e libertari, più portati dalle proprie idiosincrasie che dai principi di qualche dottrina, fosse pure progressista. Ciò non li ha messi al riparo, probabilmente, da possibili errori. In queste ore, soprattutto in Francia, qualcuno si è premurato di disturbare il discorso agiografico, formulato da tutti i media di massa e ribadito in rete. Alcuni hanno indirizzato aperte accuse di razzismo alla linea del settimanale, almeno a partire dagli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti. Altri, meno drasticamente, hanno individuato una complicità di <em>Charlie Hebdo</em> con il clima islamofobico percepibile ormai da anni nella società francese, clima che ha favorito il crescente successo elettorale del Fronte Nazionale. Per parte mia, non fui un entusiasta della campagna che <em>Charlie Hebdo</em> realizzò, nel 2006, a sostegno dei vignettisti olandesi, che denigrarono Maometto e l’Islam. Penso alla libertà d’espressione sempre in termini dialettici. Tale libertà è tanto più meritoria e urgente, quanto più dà espressione a voci e punti di vista che sono minoritari, o resi minoritari dai rapporti di forza all’interno di una società data. Ora, non mi sembrava che picchiare sulla religione musulmana, in un contesto di già palese islamofobia, fosse così opportuno. Queste perplessità di allora sono tristemente scomparse oggi, perché i fatti accaduti hanno dato, in modo macabro, ragione alla banda degli autentici rompicoglioni di <em>Charlie Hebdo</em>: irridere con una vignetta il profeta, significa esporsi al pericolo di morte anche in Europa, e non per qualche ragione politica, fosse pure il razzismo anti-arabo e anti-musulmano, ma per un semplice <em>crimine contro la religione</em>.</p>
<p>Non considero i giornalisti di <em>Charlie Hebdo</em> come martiri ammazzati per la difesa di principi che <em>ovunque</em> la Repubblica Francese o la cultura occidentale difende: il diritto alla libertà di stampa e d’espressione, e soprattutto il diritto di essere – come si riteneva Wolisnki – un umorista, ossia qualcuno che pratica “una miscredenza totale”. Non è, infatti, vero, e lo constatiamo quotidianamente, che la libertà di stampa, di espressione, e tanto meno di “espressione umoristica”, siano dei valori fondamentali e indiscutibili per l’esercito di giornalisti, opinionisti, esperti, commentatori che di fronte a una minaccia di licenziamento, o anche solo ai rischi di declassamento professionale, sono prontissimi a considerare le mille ragioni dell’opportunità o meno di scrivere o di dire una cosa. E se non lo sono per i giornalisti, tanto meno sono fondamentali per chi li paga e li ha assunti, per gli azionisti di maggioranza delle aziende che sono proprietarie delle testate su cui scrivono, ecc. Ai giorni nostri, anche se non viviamo in teocrazie ma soltanto in regimi oligarchici e tecnocratici, quelle libertà sono abbastanza rare. E certo, poi, ci sono quelli che di questi prodotti da centellinare ne fanno uno uso smodato, come i rompicoglioni blasfemi e libertari di <em>Charlie Hebdo</em>, e ignorando ben più terrificanti minacce.</p>
<p>Ecco, io ora vorrei, anche solo in nome di quell’insostituibile numero dedicato a Papa Wojtyla, dopo la cui morte, sommerso dall’onda celebrativa italica, io stesso mi preparavo ad andarmene da questa terra per togliermi tutti i finti e veri credenti dai coglioni, ebbene, grazie a quel numero che mi fece apprezzare di nuovo la vita, e mi fu di ristoro per le insolenze estreme a cui gli autori di <em>Charlie Hebdo</em> sottoponevano quella sacra icona papale&amp;polacca, io oggi vorrei, ripeto, ricordarli con ammirazione e affetto, perché hanno mostrato un bel fegato e una straordinaria faccia tosta di fronte agli scandalizzati di ogni latitudine, ai seriosi, a coloro che non sanno ridere, che sono ben più dannosi dei tetri, i quali aspirano almeno ogni istante alla luce di una bella risata, mentre l’uomo serio crede di sapere ridere quando è il momento opportuno così come crede di sapere, invece, <em>quando è delittuoso farlo</em>.</p>
<p>A Wolinski, Charb, Cabu, Tignous, e a gli altri che sono stati fucilati per aver preso in giro dio, i profeti, le sacre scritture, dedico un breve passo di uno dei loro massimi maestri:</p>
<p style="text-align: right;"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p style="text-align: center;"><em>Dove Panurgo illustra in modo nuovissimo di costruire le mura di Parigi*</em></p>
<p>(…)</p>
<p>Al ritorno, Panurgo osservava con commiserazione le mura di Parigi. “Guardate che belle mura!” disse, “Come sono fatte proprio a modino per custodire gli anitroccoli in muta. Dico, per la mia barba!, roba assolutamente da far pietà per una città come questa. Una vacca, con un mezzo peto, ne butterebbe giù più di sei braccia.”</p>
<p>“Lo sai, amico” disse Pantagruele, “cosa rispose Agesilao quando gli chiesero come mai la grande Sparta non era cinta di mura? “Ecco le nostre mura” disse – mostrando gli uomini della città così forti e così bene armati; con ciò volendo significare che le vere mura son le mura d’ossa, e che non v’è cittadella o città meglio difesa di quella che si affida al valore dei cittadini e di tutti gli abitanti. Per cui questa nostra città è così forte per la moltitudine della gente guerriera che c’è dentro che non si cura di erigere altre mura. D’altronde, chi volesse fortificarla come Strasburgo, Orléans o Ferrara, non sarebbe possibile, tanto sarebbero eccessivi il costo e la spesa”.</p>
<p>“Sì” disse Panurgo. “Ma per me è sempre meglio avere un qualche parnaso di pietra quando si è assaliti; se non altro per chiedere chi è. Quanto poi alle spese così grandi che voi dite ci vogliono per tirar su le mura, be’, se i signori magistrati della città si degnassero di allungarmi qualche bottiglia di quello buono, glielo spiego io come devono fare per costruirle con quattro soldi. È un sistema nuovo”.</p>
<p>“E quale?” chiese Pantagruele.<br />
“Però non dovete mica dirlo a nessuno se ve lo insegno”, disse Panurgo.<br />
“Non avete notato che le passerine delle donne di questo paese costano meno delle pietre? È con quelle che si dovrebbero costruire le mura, disponendole in bella simmetria a regola d’architettura: in basso, al contrafforte, le più grosse, poi, salendo e incurvando a schiena d’asino, le mediane, e in alto le più piccole. E poi, tra l’una e l’altra, a incastro come lardelli, tanti bei cazzi ritti, che si trovavano a iosa nelle braghette dei reverendi claustrali, da rifinire a punta di diamante a imitazione della grande torre di Bourges. Non c’è metallo al mondo che regga la botta meglio di quelli. Che poi venissero a fargli il solletico con le cogliumbrine, li vedreste subito pisciar giù di quel succo benedetto dal malfrancese a pronta presa da restarci secchi, fitto come pioggia. E notate che il fulmine si guarderebbe bene dal caderci su. Lo sapete perché? Ma perché sono tutti benedetti e consacrati!”</p>
<p>(…)</p>
<p>*François Rabelais,<em> Gargantua e Pantagruele</em>, I, tradotto da Augusto Frassineti, Rizzoli, 1984, pp. 425-427.</p>
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		<title>Intervento di Gianni Lannes su libertà di stampa, centrali nucleari, navi dei veleni e&#8230; «leggerezze» di Stato</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/01/29/intervento-di-gianni-lannes-su-liberta-di-stampa-centrali-nucleari-navi-dei-veleni-e-%c2%ableggerezze%c2%bb-di-stato/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 23:29:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Questo accadeva a Palermo appena qualche mese fa (il 12 dicembre 2009), all&#8217;assemblea del Popolo delle Agende Rosse convocato in Via d&#8217;Amelio&#8230; di Evelina Santangelo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Questo accadeva a Palermo appena qualche mese fa (il 12 dicembre 2009), all&#8217;assemblea del Popolo delle Agende Rosse convocato in Via d&#8217;Amelio&#8230;</p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/XdvB9BDy7Kc&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object></p>
<p>di Evelina Santangelo</p>
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		<title>Immaginate di essere un giornalista freelance</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2009 05:30:28 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[lettera22]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-23483" title="lettera22" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/lettera22.JPG" alt="lettera22" width="430" height="264" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/lettera22.JPG 430w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/lettera22-300x184.jpg 300w" sizes="(max-width: 430px) 100vw, 430px" /></p>
<p>Immaginate di essere un giornalista freelance. Immaginate di essere parte di una piccola realtà che da quindici anni, nel mare tempestoso della stampa italiana, cerca di parlare e raccontare di esteri e cultura con serietà. Convinto che <em>l’unica linea che un giornalista deve seguire è quella ferroviaria</em>, magari cercando di andare un po’ più in là degli stereotipi in voga. Immaginatevi poi un sabato sera di un inizio ottobre quasi estivo, ritornare a casa dopo un pomeriggio di piazza, gli occhi e le orecchie ancora carichi delle voci, dei visi, dei colori, delle parole di 300mila persone, colleghi e semplici cittadini, anziani e famiglie con bambini, accorsi a manifestare per ricordare l’importanza di un articolo della Costituzione.<br />
<span id="more-23481"></span><br />
Entrate in casa, stanchi ma felici, e accendete la televisione. Un po’ per abitudine, un po’ per curiosità, per sentire come il pomeriggio di piazza, un pomeriggio che sentite a pieno titolo anche vostro, sarà raccontato. Una frase vi colpisce allo stomaco: <em>Lettera22, associazione di giornalisti, non ha aderito alla manifestazione</em>. Ve la ripetete nella mente increduli. E questa da dove è saltata fuori? Altro canale, altro tg, stessa notizia. Che si siano sbagliati? Ma perché tirarci in mezzo dicendo una colossale panzana? Noi in piazza c’eravamo tutti, compatti e convinti. Poi, l’illuminazione. Da un anno o poco più, vi ricordate, esiste un’altra Lettera22, che con voi non ha nulla a che fare. Che ha preso lo stesso nome e si definisce nello stesso modo, ma che è composta da giornalisti con interessi e orientamenti diversi. Soprattutto, che non scrive per giornali e periodici come fa l’associazione di cui fate parte, ma pare abbia più che altro un’intenzione lobbistica. E molti contatti, evidentemente. Tanto che la sua non-adesione è diventata notizia da tg delle 20. Il giorno dopo, le mail dei lettori. Sorpresi, preoccupati, <em>sapete che ci sono ‘altri’ che si spacciano per voi?,</em> a tratti amareggiati da un atteggiamento che non comprendono e non pensavano potesse essere vostro. E infatti non lo è. La <em>linea ferroviaria</em> non lo permetterebbe. Poi la sveglia suona. E mentre lentamente riaprite gli occhi, la bocca impastata e il timore che in fondo non fosse solo un brutto sogno, nella testa vi ronza un monito: <strong>diffidare sempre dalle imitazioni!</strong> Noi siamo <a href="http://www.lettera22.it/showart.php?id=10901&amp;rubrica=28">qui</a>.</p>
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		<title>Cosa vuol dire libertà di stampa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/10/02/cosa-vuol-dire-liberta-di-stampa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[roberto saviano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Oct 2009 10:01:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Politkovskaja]]></category>
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		<category><![CDATA[Natalia Estemirova]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Roberto Saviano Molti si chiederanno come sia possibile che in Italia si manifesti per la libertà di stampa. Da noi non è compromessa come in Cina, a Cuba, in Birmania o in Iran. Ma oggi manifestare o alzare la propria voce in nome della libertà di stampa, vuol dire altro. Libertà di poter fare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/W-FNSIO21.jpg" alt="W-FNSIO2" title="W-FNSIO2" width="350" height="250" class="aligncenter size-full wp-image-23212" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/W-FNSIO21.jpg 350w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/W-FNSIO21-300x214.jpg 300w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></p>
<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>Molti si chiederanno come sia possibile che in Italia si manifesti per la libertà di stampa. Da noi non è compromessa come in Cina, a Cuba, in Birmania o in Iran. Ma oggi manifestare o alzare la propria voce in nome della libertà di stampa, vuol dire altro. Libertà di poter fare il proprio lavoro senza essere attaccati sul piano personale, senza un clima di minaccia. E persino senza che ogni opinione venga ridotta a semplice presa di parte, come fossimo in una guerra dove è impossibile ragionare oltre una logica di schieramento. </p>
<p>Oggi, chiunque decida di prendere una posizione sa che potrà avere contro non un&#8217;opinione opposta, ma una campagna che mira al discredito totale di chi la esprime. E persino coloro che hanno firmato un appello per la libertà di informazione devono mettere in conto che già soltanto questo gesto potrebbe avere ripercussioni. Qualsiasi voce critica sa di potersi aspettare ritorsioni. Libertà di stampa significa libertà di non avere la vita distrutta, di non dover dare le dimissioni, di non veder da un giorno all&#8217;altro troncato un percorso professionale per un atto di parola, come è accaduto a Dino Boffo.<span id="more-23208"></span> </p>
<p>Vorrei parlare apertamente con chi, riconoscendosi nel centrodestra, dirà: &#8220;Ma che volete? Che cosa vi mettete a sbraitare adesso, quando siete stati voi per primi ad aver trascinato lo scontro politico sul terreno delle faccende private erigendovi a giudici morali? Di cosa vi lamentate se ora vi trovate ripagati con la stessa moneta?&#8221;. Infatti la questione non è morale. La responsabilità chiesta alle istituzioni non è la stessa che deve avere chi scrive, pone domande, fa il suo mestiere. Non si fanno domande in nome della propria superiorità morale. Si fanno domande in nome del proprio lavoro e della possibilità di interrogare la democrazia. Un giornalista rappresenta se stesso, un ministro rappresenta la Repubblica. La democrazia funziona nel momento in cui i ruoli di entrambi sono rispettati. </p>
<p>Per un giornalista, fare delle domande o formulare delle opinioni non è altro che la sua funzione e il suo diritto. Ma un cittadino che svolge il suo lavoro non può essere esposto al ricatto di vedere trascinata nel fango la propria vita privata. E una persona che pone delle domande, non può essere tacitata e denunciata per averle poste. Non è sulla scelta di come vive che un politico deve rispondere al proprio Paese. Però quando si hanno dei ruoli istituzionali, si diventa ricattabili, ed è su questo piano, sul piano delle garanzie per le azioni da compiere nel solo interesse dello Stato, che chi riveste una carica pubblica è chiamato a rendere conto della propria vita. </p>
<p>In questi anni ho avuto molta solidarietà da persone di centrodestra. Oggi mi chiedo: ma davvero gli elettori di centrodestra possono volere tutto questo? Possono ritenere giusto non solo il rifiuto di rispondere a delle domande, ma l&#8217;incriminazione delle domande stesse? Possono sentirsi a proprio agio quando gli attacchi contro i loro avversari prendono le mosse da chi viene mandato a rovistare nella loro sfera privata? Possono non vedere come la lotta fra l&#8217;informazione e chi cerca di imbavagliarla, sia impari e scorretta anche sul piano dei rapporti di potere formale? </p>
<p>Chi ha votato per l&#8217;attuale schieramento di governo considerandolo più vicino ai propri interessi o alle proprie convinzioni, può guardare con indifferenza o approvazione questa valanga che si abbatte sugli stessi meccanismi che rendono una democrazia funzionante? Non sente che si sta perdendo qualcosa?<br />
Il paese sta diventando cattivo. Il nemico è chi ti è a fianco, chi riesce a realizzarsi: qualunque forma di piccola carriera, minimo successo, persino un lavoro stabile, crea invidia. E questo perché quelli che erano diritti sono stati ridotti quasi sempre a privilegi. È di questo, di una realtà così priva di prospettive da generare un clima incarognito di conflittualità che dovremmo chiedere conto: non solo a chi governa ma a tutta la nostra classe politica. Però se qualsiasi voce che disturba la versione ufficiale per cui va tutto bene, non può alzarsi che a proprio rischio e pericolo, che garanzie abbiamo di poter mai affrontare i problemi veri dell&#8217;Italia? </p>
<p>Il ricatto cui è sottoposto un politico è sempre pericoloso perché il paese avrebbe bisogno di altro, di attenzione su altre questioni urgenti, di altri interventi. Il peggio della crisi per quel che riguarda i posti di lavoro deve ancora arrivare. In più ci sono aspetti che rendono l&#8217;Italia da tempo anomala e più fragile di altre nazioni occidentali democratiche, aspetti che con un simile aumento della povertà e della disoccupazione divengono ancora più rischiosi. </p>
<p>Nel 2003 John Kerry, allora candidato alla Casa Bianca, presentò al Congresso americano un documento dal titolo The New War, dove indicava le tre mafie italiane come tre dei cinque elementi che condizionano il libero mercato quantificando in 110 miliardi di dollari all&#8217;anno la montagna di danaro che le mafie riciclano in Europa. L&#8217;Italia è il secondo paese al mondo per uomini sotto protezione dopo la Colombia. </p>
<p>È il paese europeo che nei soli ultimi tre anni ha avuto circa duecento giornalisti intimiditi e minacciati per i loro articoli. Molti di loro sono finiti sotto scorta. Ed è proprio in nome della libertà di informazione che il nostro Stato li protegge. Condivido il destino di queste persone in gran parte ignote o ignorate dall&#8217;opinione pubblica, vivendo la condizione di chi si trova fisicamente minacciato per ciò che ha scritto. E condivido con loro l&#8217;esperienza di chi sa quanto siano pericolosi i meccanismi della diffamazione e del ricatto.<br />
Il capo del cartello di Calì, il narcos Rodriguez Orejuela, diceva &#8220;sei alleato di una persona solo quando la ricatti&#8221;. Un potere ricattabile e ricattatore, un potere che si serve dell&#8217;intimidazione, non può rappresentare una democrazia fondata sullo stato di diritto. </p>
<p>Conosco una tradizione di conservatori che non avrebbero mai accettato una simile deriva dalle regole. In questi anni per me difficili molti elettori di centrodestra, molti elettori conservatori, mi hanno scritto e dato solidarietà. Ho visto nella mia terra l&#8217;alleanza di militanti di destra e di sinistra, uniti dal coraggio di voler combattere a viso aperto il potere dei clan. Sotto la bandiera della legalità e del diritto sentita profondamente come un valore condiviso e inalienabile. È con in mente i volti di queste persone e di tante altre che mi hanno testimoniato di riconoscersi in uno Stato fondato su alcuni principi fondamentali, che vi chiedo di nuovo: davvero, voi elettori di centrodestra, volete tutto questo? </p>
<p>Questa manifestazione non dovrebbe veramente avere colore politico, e anzi invito ad aderirvi tutti i giornalisti che non si considerano di sinistra ma credono che la libertà di stampa oggi significa sapersi tutelati dal rischio di aggressione personale, condizione che dovrebbe essere garantita a tutti.<br />
Vorrei che ricordassimo sino in fondo qual è il valore della libertà di stampa. Vorrei che tutti coloro che scendono in piazza, lo facessero anche in nome di chi in Italia e nel mondo ha pagato con la vita stessa per ogni cosa che ha scritto e fatto a servizio di un&#8217;informazione libera. </p>
<p>In nome di Christian Poveda, ucciso di recente in El Salvador per aver diretto un reportage sulle maras, le ferocissime gang centroamericane che fanno da cerniera del grande narcotraffico fra il Sud e il Nord del continente. In nome di Anna Politkovskaja e di Natalia Estemirova, ammazzate in Russia per le loro battaglie di verità sulla Cecenia, e di tutti i giornalisti che rischiano la vita in mondi meno liberi. Loro guardano alla libertà di stampa dell&#8217;Occidente come un faro, un esempio, un sogno da conquistare. Facciamo in modo che in Italia quel sogno non sia sporcato. </p>
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		<title>La spaventosa ipnosi in cui sembra caduto il nostro paese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 03:38:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[costituzione italiana]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
		<category><![CDATA[frecce tricolori]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di stampa]]></category>
		<category><![CDATA[respingimenti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Evelina Santangelo Vorrei riportare alcune recenti notizie di rilievo internazionale che riguardano il nostro paese. (tralascio quelle di rilievo nazionale, il dramma dei precari della scuola o dei cassintegrati o dei disoccupati, che contraddicono le ottimistiche previsioni del nostro ministro del Tesoro, solo perché tutto ciò avrebbe bisogno di un discorso a parte e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.evelinasantangelo.it">Evelina Santangelo</a></strong></p>
<p>Vorrei riportare alcune recenti notizie di rilievo internazionale che riguardano il nostro paese.</p>
<p>(tralascio quelle di rilievo nazionale, il dramma dei precari della scuola o dei cassintegrati o dei disoccupati, che contraddicono le ottimistiche previsioni del nostro ministro del Tesoro, solo perché tutto ciò avrebbe bisogno di un discorso a parte e circostanziato circa lo stato reale dell&#8217;occupazione e dell&#8217;economia in Italia e lo stato presunto teletrasmesso)</p>
<p>Ecco dunque alcuni fatti (corroborati da dichiarazioni molto esplicite) che  se messi così, uno di seguito all’altro, mi sembra diano la misura di come l’Italia abbia abbandonato se stessa, la sua identità costituzionale, con tutto ciò che ne consegue.</p>
<p>1) <strong>Berlusconi risponde alle critiche mosse all&#8217;Italia dall&#8217;Unione Europea</strong>, riguardo alla libertà di stampa e ai respingimenti indiscriminati, con parole che pesano più di ogni possibile commento: «Non daremo più il nostro voto, bloccando di fatto il funzionamento del Consiglio, ove non si determini che nessun commissario e nessun portavoce di commissario possa intervenire più pubblicamente su alcun tema».<br />
<span id="more-21314"></span>Riguardo alla libertà d&#8217;espressione, credo sia proprio il caso di riportare  anche  le indegnità attribuite al direttore dell’«Avvenire», Dino Boffo, dalla falsa <em>nota informativa</em> pubblicata senza alcun riscontro dal «Giornale» di Vittorio Feltri (di proprietà della famiglia Berlusconi): «Il Boffo è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla onde lasciasse libero il marito con il quale Boffo, NOTO OMOSESSUALE GIÁ ATTENZIONATO DALLA POLIZIA DI STATO PER QUESTO GENERE DI FREQUENTAZIONI, aveva una relazione».<br />
Ora, se è vero che la stampa non può essere immune da critiche, è anche vero che ci sono modi e modi di contestarne la  legittimità o la correttezza anche deontologica, e questi di Feltri, del «Giornale» e della sua proprietà (parte in causa diretta nella questione) sono evidentemente modi, oltre che intimidatori, oltre che tali da cavalcare e istigare a una cultura omofoba (nel nostro paese ormai sempre più drammaticamente manifesta e aggressiva), del tutto contrari a quel <em>decalogo dei giornalisti</em> fissato dalla corte di Cassazione nel 1984 in base al quale si può essere chiamati a rispondere in sede civile o penale di diffamazione quando non si rispetti la verità oggettiva, l’interesse pubblico della notizia e la forma civile dell’esposizione&#8230; Violazioni che il premier  (con tutto il peso dei suoi poteri istituzionali) attribuisce a «Repubblica» ma che, a ben guardare, dovrebbero piuttosto ricadere sul «Giornale» appunto di cui la  famiglia Berlusconi (con tutto il peso del suo potere economico) vanta la proprietà.</p>
<p>2) <strong>nel canale di Sicilia un&#8217;imbarcazione con un&#8217;ottantina di extracomunitari somali ed eritrei</strong> (provenienti cioè da paesi che versano in gravissime situazioni politiche, sociali ed economiche) è alla deriva con il motore in avaria tra la Libia e Malta.</p>
<p>E si sa già che sarà destinata  a essere respinta come accade ormai di prassi, e come è accaduto anche ai 70 eritrei e somali riportati in Libia appena lunedì scorso, in totale spregio (da parte di tutti: italiani, maltesi, libici&#8230;) di quella Convenzione internazionale di Ginevra che obbliga a identificare gli extracomunitari per accertare se hanno diritto a ottenere protezione. Convenzione, che il nostro presidente del consiglio ha di fatto liquidato per l’ennesima volta proprio durante la sua ultima visita a Tripoli (nella Libia che non ha firmato la Convenzione di Ginevra né sembra preoccuparsi più di tanto dell’inviolabilità dei diritti umani e delle libertà inalienabili). «Le leggi vanno applicate tutte, – ha dichiarato in terra libica infatti il premier –, ma per una VERA POLITICA DELL’INTEGRAZIONE dobbiamo essere rigorosi, per non aprire l’Italia a chiunque», dove «chiunque» sono proprio quegli eritrei e quei somali respinti in quelle stesse ore verso le sponde libiche dove a nessuno di loro verrà riconosciuto col DOVUTO RIGORE quel diritto delle genti (diritto d’asilo, di protezione) che l’Italia ha sottoscritto secondo il dettato costituzionale.</p>
<p>3) l<strong>e Frecce volano su Tripoli striando il cielo libico</strong> con il tricolore «in segno di amicizia verso il popolo libico», non in un giorno qualsiasi, ma proprio per le celebrazioni dei quarant’anni di un regime che dal 1972 ha vietato la formazione dei partiti politici, non riconosce alcun diritto sindacale, né alcuna autonomia al potere giudiziario, non garantisce costituzionalmente quelle libertà fondamentali e quei diritti umani che dovrebbero essere riconosciuti per  principio assoluto.</p>
<p>4) <strong>Il filosofo Gianni Vattimo, spiegando le ragioni per cui intende portare l&#8217;appello dei tre giuristi italiani (Cordero, Rodotà e Zagrebelsky) al parlamento di Straburgo, dichiara al  quotidiano «La Repubblica»</strong>: «Nessuno oggi ti minaccia di arresto per le tue idee, semmai ti priva di notizie, manipola l&#8217;informazione, ti fa credere di essere libero, di pensarla come vuoi, ma decide l&#8217;ammissimibilità di cose che si possono sapere e che non si devono sapere».</p>
<p>Questo modo di concepire l’informazione ha un nome. Si chiama: <em>propaganda</em>.</p>
<p>Quella stessa propaganda, vorrei sottolineare, che sessant&#8217;anni fa portò la Germania, l&#8217;Italia (e trascinò il mondo intero) lì dove c&#8217;è solamente mostruosità e sterminio.<br />
Sterminio non solo di un numero incommensurabile di esseri umani, ma anche dell&#8217;idea stessa di umana convivenza, nel momento in cui la totale privazione dei diritti divenne prassi, anzi legge dello stato.</p>
<p>Ora quel  genocidio compiuto dalla Germania nazista di tutte le persone e le etnie ritenute «indesiderabili» (omosessuali, zingari, testimoni di geova, pentecostali, malati di mente, portatori di handicap, ebrei, milioni di ebrei) ha un nome impresso a fuoco nella memoria individuale e collettiva di tutti (a parte certi revisionisti di varia estrazione che non meritano neanche di essere citati). Si chiama: <em>shoah</em>.</p>
<p>Quella shoah cui il colonnello Gheddafi – in una imprevedibile, spregiudicata quanto interessata, acrobazia verbale di stampo umanitario – paragona i disastri del colonialismo italiano dinanzi al nostro capo del governo, Silvio Berlusconi, e al presidente della commissione esteri del senato, Lamberto Dini&#8230; come se la parola <em>shoa</em> non si portasse dietro anche la parola <em>indesiderabili</em>, tutti gli <em>indesiderabili</em> di tutti i tempi cui sono stati, e continuano a essere negati, i diritti fondamentali (come il riconoscimento dello status di rifugiato, ad esempio, quando nel proprio paese si è perseguitati).</p>
<p>Tutto questo mi porta a pensare che non si tratta più solo di prendere atto della carica eversiva di gran parte dei comportamenti e delle dichiarazioni del nostro presidente del consiglio (con la connivenza di buona parte della maggioranza di governo), ormai incurante persino dell&#8217;indipendenza e autonomia delle istituzioni europee, non si tratta solo di «sbavagliarsi» e rivendicare, anzi, riappropriarsi pienamente di quella libertà di espressione che è garanzia fondamentale di uno stato di diritto.<br />
Qui è in gioco anche tutto ciò su cui si fonda la nostra stessa identità costituzionale, il nostro stesso stato di diritto, appunto.</p>
<p>Allora, mi chiedo, ma come è possibile che questo nostro paese sia caduto in una tale ipnosi al punto da accettare come se nulla fosse di approssimarsi a strade che – disattendendo minacciando diritti e libertà inalienabili (né «trattabili» o addomesticabili in alcun modo) – non possono che condurre lì dove nessuno dovrebbe mai più solo pensare di ritrovarsi, lì dove ancora troppe genti sono costrette a vivere, e da cui molti, in massa, a costo della vita, fuggono?<br />
Ribellarsi a questo stato di cose, a questa sorta di ipnosi, è un dovere cui tutti dovremmo sentirci chiamati in un paese che dovrebbe essere fiero dell’articolo 2 della sua Costituzione (che «riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo»), dell’articolo 3 (che riconosce «pari dignità sociale» a tutti i cittadini), dell’articolo 10 (che garantisce l’asilo politico allo straniero cui sia «impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche»), dell’articolo 21 (che garantisce la libertà d’espressione  «con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione»), dell’articolo 54 (che richiama «i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche» al «dovere di adempierle con disciplina e onore»&#8230; «disciplina e onore»&#8230;), un paese&#8230; che dovrebbe essere fiero del suo  stato di diritto garantito per dettato costituzionale e non per bizzarria di questo o quel «Superman» (come ultimamente si è autodefinito il premier in una versione pop di «Unto del Signore», espressione, a quanto pare, ormai caduta in bassa fortuna).</p>
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		<title>Under Press</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2009 06:31:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro trocino]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di stampa]]></category>
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					<description><![CDATA[Ricevo Volentieri Pubblico (effeffe) Considerazioni sul giornalismo politico e non solo di Alessandro Trocino Quanto ti pagano per fare un’intervista? Ti senti libero? Scrivi davvero la verità? Domande comuni, quando sei un giornalista, per di più del settore politico, e chi te le fa è una persona che è al di fuori del circuito mediatico, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ricevo Volentieri Pubblico</em> (effeffe)<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/009219-free_press-copy.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/009219-free_press-copy.jpg" alt="giornali" title="giornali" width="432" height="278" class="aligncenter size-full wp-image-19930" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/009219-free_press-copy.jpg 432w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/009219-free_press-copy-300x193.jpg 300w" sizes="(max-width: 432px) 100vw, 432px" /></a></p>
<p><strong>Considerazioni sul giornalismo politico e non solo</strong><br />
di<br />
<strong>Alessandro Trocino </strong></p>
<p>Quanto ti pagano per fare un’intervista? Ti senti libero? Scrivi davvero la verità? Domande comuni, quando sei un giornalista, per di più del settore politico, e chi te le fa è una persona che è al di fuori del circuito mediatico, non ne conosce bene i meccanismi, ma immagina di conoscerli o ha ipotesi generiche ma ben sedimentate. La prima reazione, direi quasi chimica, è di spossatezza, incredulità. Come se, dopo essere arrivato non dico in cima alla montagna, ma comunque a un buon livello, spingendo il tuo macigno come puoi, lo vedi precipitare a valle in un secondo. Ti cadono le braccia. Sconforto, per il baratro che c’è tra il cronista, che pure scrive per lui, e il lettore.<br />
Ma credersi Sisifo è gratificante, troppo gratificante. La fatica inutile, lo spreco, la dissipazione voluttuosa, quale migliore sollievo intellettuale. Ma il macigno che credi imponente è un sassolino. Il senso delle proporzioni che ridesta l’autocoscienza, quella percezione di sé che è salvezza e insieme maledizione, provoca nel cronista un secondo choc, in senso diametralmente opposto. Ed eccoti giù dalla montagna, in dimensioni naturali, un onest’uomo che si ingegna per portare a casa la pagnotta ovvero, per restare in metafora, che si ostina a spingere pazientemente in alto il sassolino per il solo motivo che lo ritiene giusto. E lo fa, tentando fin dove è possibile di non macchiare troppo la coscienza.<br />
<span id="more-19928"></span><br />
E questo è il punto, come direbbe e dice infinite volte Antonio Bassolino, finendo con la sua balbuziente coazione a ripetere per trasformare la miriade di punti in una linea mossa che, a differenza di quella della Settimana enigmistica, non trova compimento e riposo in alcuna forma riconoscibile.<br />
Questo è il punto, dicevo, per il giornalista: trovare un equilibrio soddisfacente tra la sua auto asserita integrità morale e il realismo necessario perché la pagnotta-sassolino non gli venga sottratta prematuramente dalla natura matrigna, nelle vesti più prosaiche dell’editore-direttore. Proprio questo il giornalista politico prova ad argomentare a chi gli pone la fatidica domanda. Succede ogni volta che il discorso sul giornalismo non contempli adepti in grado di maneggiare, o ignorare consapevolmente, i concetti chiave di cui stiamo parlando. Dunque il giornalista chiarisce dapprima che no, non lo pagano gli intervistati. Né che lui paga per intervistare, concedendo che quest’ultima evenienza si dà talvolta in qualche rotocalco televisivo o nei settimanali di gossip. E poi rispondendo che sì, si sente libero. Parola che il giornalista avvezzo alla retorica, non potrà non far seguire da una pausa, prolungata a piacere.<br />
Libero. </p>
<p>Naturalmente, per sopire il senso di colpa incipiente che lo coglie dopo un’affermazione incompleta o un’omissione deliberata, il giornalista si affretterà ad aggiungere che la libertà di cui gode è comunque relativa.<br />
Come tutte le libertà, aggiungerà in conclusione.<br />
Con ciò provocando tre riflessi psicologici tipici nel domandante. Il primo &#8211; di diffidenza &#8211; all’asserita libertà di manovra del giornalista. Il secondo &#8211; di sollievo sarcastico &#8211; alla conferma che la libertà è relativa e quindi, si desume, non è vera libertà. Il terzo &#8211; di disappunto incredulo &#8211; all’aggiunta che tutte le libertà sono relative. Da quel momento comincia la difficile incombenza: convincere il domandante della bontà delle sue osservazioni e persuaderlo del fatto che i giornalisti non sono necessariamente servi del potere. Perché il querelante, se così si può dire &#8211; come si scopre subito, ma si sapeva in anticipo &#8211; non ha posto affatto una domanda neutra, per ottenere una risposta a una questione ignorata. Ha semplicemente messo alla prova il querelato, come accade spesso nelle conversazioni, per testare il suo grado di resistenza a una verità che egli crede già di possedere e che solo una straordinaria capacità di affabulazione potrà riuscire a confutare. </p>
<p>Perché è chiaro, a chi domanda, che il giornalista non è libero, scrive su ordinazione del padrone, nasconde la verità, la manipola per compiacere il potente di turno, è parte integrante del sistema o, come si usa dire ora (per colpa del duo Rizzo-Stella o più precisamente del loro editor), il giornalista è un membro a pieno titolo della Casta.<br />
E questo è il punto, direbbe don Antò. Il giornalista fa parte della Casta. Per diritto, per elezione, per vocazione, per convenienza, senza bisogno di nessuna dimostrazione particolare. Perché, come scriveva Roland Barthes, la gente ama la tautologia, pratica che introduce, per debolezza argomentativa o per mancanza di tempo, una frattura insanabile tra un’asserzione e il ragionamento che dovrebbe produrla.<br />
A quel punto diventa difficile, se non impossibile, opporsi con le armi della logica. Il nostro querelante diventa come Indiana Jones che, di fronte al tale che fende l’aria con la scimitarra producendo mulinelli paurosi e apparentemente efficaci, estrae placidamente la pistola e spara. Un duello ad armi impari. Ma arrendersi o, peggio ancora, denunciare la disparità, sarebbe snobismo intellettuale. Un imperdonabile atteggiamento di superiorità. Che, è questo il punto, finirebbe per confermare definitivamente all’interlocutore la sua appartenenza alla Casta.</p>
<p>Perché poi la Casta, come tutte le categorie metaforiche, è concetto vago, sfuggente, centrifugo, che tende ad allargarsi a una cerchia sempre più ampia di persone, che normalmente non coincidono con quelle conosciute, ma con quel magma indistinto che si muove misteriosamente fuori dal nostro controllo. E allora, se non si vuole cedere allo snobismo di Casta, non rimane che usare la dialettica, nel tentativo di smuovere il querelante dalla sua posizione apparentemente neutra, ma in realtà di granitica certezza.<br />
Tentativo improbo. Perché poi &#8211; si generalizza consapevolmente, ma solo perché è funzionale a un discorso &#8211; l’altro ostacolo da rimuovere, e non sono bastati secoli, è il manicheismo. Quella logica binaria che porta il querelante a prendere in considerazione l’ipotesi A, data come prevalente, della mancanza di libertà del giornalista, o in alternativa l’ipotesi B, del tutto implausibile, del libero arbitrio del notista, politico e non. Nessun’altra soluzione intermedia, nel vasto mare delle sfumature, è normalmente presa in considerazione. E ogni tentativo di inquadrare il concetto astratto e romantico della libertà nella cornice più angusta e dimessa della realtà finirà inevitabilmente nel nulla, spesso deriso come un modo per minimizzare o giustificare. </p>
<p>La serata, a quel punto, finirà per rabbuiarsi in un silenzio ostile o per virare su argomenti più facilmente condivisibili, come la crisi del Pd o l’incontinenza sessuale del premier. E il giornalista politico potrà finalmente smettere i suoi panni scomodi, uscendo da quella Casta che così poche soddisfazioni gli dà, per tornare a essere quel così bravo ragazzo che era sempre sembrato al querelante, prima che si intestardisse a dibattere di giornalismo.<br />
Solo che il giornalista, che ha la tendenza a esserlo e non solo a farlo di mestiere, finirà per rimuginare tutta la sera su quella frattura, alternando anatemi contro il berlusconismo strisciante che ci ha portato in queste condizioni, a improvvisi attacchi di pentimento, per l’inusitata superbia dimostrata. E gli tornerà in mente la desolante risposta di Franco Fortini a Goffredo Parise, con il rivendicato diritto all’oscurità e all’uso di “frasi complicate o parole inutilmente difficili”.<br />
Nel dialogo mancato, nella conclamata e assunta incapacità di farsi comprendere dall’interlocutore, il cronista vedrà con orrore materializzarsi la metafora della distanza siderale che separa ormai il giornalista dal lettore. Un’incomprensione radicale, quasi strutturale, che forse va oltre la ben nota, e straordinaria, analisi di Enzo Forcella, quelle confessioni di un giornalista politico scritte nel lontano &#8211; e vicinissimo &#8211; 1956. </p>
<p>Forcella concludeva allora traumaticamente la sua esperienza di notista politico alla Stampa, ormai consapevole di essere solo una comparsa nella recita della politica, un esecutore di ordini con il diritto al massimo a un inoffensivo frondismo. Il suo personale conto, a quell’epoca, prevedeva un prevalere dei dispiaceri sui piaceri e una disillusione professionale e umana che non aveva nulla a che vedere con il cinismo. Sfogo-pamphlet che indignò i molti irreggimentati nel clima da guerra fredda della politica di quegli anni, scarsamente sensibili agli scrupoli di una coscienza “borghese” e progressista. A Forcella fu ingiustamente rimproverata anche la resa, quasi il tradimento. Non però dai molti colleghi che gli scrissero in privato e che ben conoscevano quella sensazione di inutilità e di assurdità che coglie non appena si esce dal buco nero del Transatlantico e delle agenzie e ci si ferma ai margini a guardare (tra i molti non colleghi che gli scrissero, come non ricordare Luciano Bianciardi, l’autore del Lavoro culturale e dell’Integrazione).</p>
<p>Eppure, come spiegarlo all’interlocutore, il giornalista può essere libero, anche se sottoposto ai mille vincoli imposti dagli interessi materiali dell’editore, dai desiderata politici del direttore, dalle ugge psicotiche del suo caporedattore, dal contesto storico e ambientale, dalla sua formazione culturale, dalle sue capacità tecniche e dalle sue conoscenze. Può essere libero, e lo è davvero, solo se è consapevole dei limiti, endogeni ed esogeni, se li ammette e se è capace di muoversi nel sistema senza farsene intrappolare. Solo se quel (piccolo o grande) spazio di libertà lo usa ogni giorno e non dimentica che ne vale la pena, anche se non ne vale la pena.<br />
Inutile ricordare il narcisismo che spesso domina le piccole o grandi firme, il piacere di lusingare il potere ed esserne lusingati. Ma c’è anche il piacere di usarlo, il potere, a fin di bene. C’è l’onestà intellettuale di chi è costretto al piccolo compromesso quotidiano ma non cede sui principi generali, di chi sa qual è la barriera da non valicare, il fronte di resistenza dal quale non indietreggiare. E in questa battaglia quotidiana combatterà anche per svelare un dettaglio, magari insignificante, magari marginale rispetto al contesto. Non è facile immaginare quale gioia possa dare, gioia profonda, onesta, vitale, riuscire a sventare una falsità, a disvelare un trucco, a smascherare una bugia. C’è il senso di quel lavoro anche in quel dettaglio, portato alla luce dal cronista come un tombarolo di Cerveteri con un’anfora etrusca. Un dettaglio magari inutile, un’anfora priva di valore. Ma è nell’accanimento ossessivo e quasi patologico con il quale si combatte per portarlo a casa quel dettaglio, per renderlo nitido, in questo sta la forza e la libertà del giornalista. Che affida al lettore, quasi con disperazione, un messaggio chiuso nelle parole cifrate del testo, sperando che le colga, che riesca a leggere la verità dietro il peso inevitabile della sovrastruttura linguistica, della manipolazione anche involontaria e inconscia, dettata dalle condizioni materiali e ambientali della scrittura. Una bottiglia di onestà intellettuale nell’oceano della sopraffazione individuale. Il che non elimina nulla dello sconforto e del disincanto che colsero Forcella e che colgono tutti i giorni i giornalisti che si interrogano sul senso del loro mestiere e sulla manipolazione quotidiana del potere, dei poteri. </p>
<p>Anche scrivendo queste poche righe, di getto, non si può non sentire il peso terribile dell’inesattezza, dell’incapacità tecnica e, chissà, anche etica, di giungere a definire con precisione, con onestà, quel che si vuol dire. Il dubbio che coglie, poi, è se quel che si vuol dire sia geneticamente onesto, o se non sia anch’esso guastato ab origine, viziato da un peccato originale invisibile. E comunque nella volontà residua e animale di cercarla questa onestà, questa verità, sia pure prosaica e transitoria, sia pure parziale e viziata, sta la gioia e il senso dell’essere giornalista. E il confronto con il lettore, la disparità che denota il rapporto &#8211; la troppa consapevolezza e conoscenza del giornalista, che finisce per annullarsi, per diventare astrazione, e la maggior aderenza al reale e alla vita del lettore “ignaro” &#8211; è il terreno di gioco sul quale si combatte la partita.<br />
E, come in un match di tennis, se l’avversario è troppo debole, rinvia palle lente, alte, molli, si finisce per giocare male, per scendere drasticamente sotto i propri livelli. Anche questo è il problema. Ma il bravo giocatore si vede dalla capacità di adattarsi all’avversario, dall’abilità con il quale, come un maestro di tennis, sa rimandare la palla dall’altra parte del campo, senza enfasi, calibrando direzione e forza, per far sì che l’avversario-complice sia in grado di rispondere, in un dialogo che non può che migliorare, che diventare più veloce e poi trasformarsi in una partita, finalmente, ad armi pari, in una sfida vera.<br />
Sfida impossibile, certo, ma non per questo meno necessaria.</p>
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		<title>Io, ci metterei la firma</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/11/13/io-ci-metterei-la-firma/</link>
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		<pubDate>Thu, 13 Nov 2008 08:03:36 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[legge anti-blog]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di stampa]]></category>
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					<description><![CDATA[To: Consiglio dei Ministri No al DDL che trasforma la libera espressione della rete in testate giornalistiche. I siti e i blog sono libera espressione democratica non paragonabile alle testate giornalistiche registrate al Registro Operatori Comunicazione che devono osservare l&#8217;apposita legge sulla stampa. Ancora una volta si cerca di limitare le libertà degli Italiani procedendo [&#8230;]]]></description>
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<p>To:  Consiglio dei Ministri<br />
No al DDL che trasforma la libera espressione della rete in testate giornalistiche. I siti e i blog sono libera espressione democratica non paragonabile alle testate giornalistiche registrate al Registro Operatori Comunicazione che devono osservare l&#8217;apposita legge sulla stampa. Ancora una volta si cerca di limitare le libertà degli Italiani procedendo sulla strada della censura. I reati di diffamazione sono tranquillamente perseguibili senza porre ostacoli alla libertà d&#8217;espressione.<br />
Chiediamo al Consiglio dei Ministri di ritirare il DDL che imporrebbe l&#8217;iscrizione al ROC anche dei semplici blog.</p>
<p>Sincerely</p>
<p>la firma la metterei <a href="http://www.petitiononline.com/noDDL/petition.html">qui</a></p>
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