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	<title>libertà &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Aboliamo il termine libertà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Feb 2012 05:50:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<category><![CDATA[oppressione]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Tripodi]]></category>
		<category><![CDATA[semantica]]></category>
		<category><![CDATA[Spinoza]]></category>
		<category><![CDATA[vocabolario]]></category>
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					<description><![CDATA[di Pino Tripodi                                                      1 Tempo fa, tanto tempo fa, si propose  infruttuosamente di abolire la parola popolo dal dizionario degli antinazionalisti. Con esito certamente identico si proporrà di seguito, per ambienti magari anche più circoscritti, l&#8217;abolizione della parola libertà o quantomeno l&#8217;essere più guardinghi e diffidenti verso di essa almeno quanto lo fu Spinoza. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p><strong>                                                     1</strong></p>
<p>Tempo fa, tanto tempo fa, si propose  infruttuosamente di abolire la parola popolo dal dizionario degli antinazionalisti. Con esito certamente identico si proporrà di seguito, per ambienti magari anche più circoscritti, l&#8217;abolizione della parola libertà o quantomeno l&#8217;essere più guardinghi e diffidenti verso di essa almeno quanto lo fu Spinoza.<span id="more-41676"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>                                                     2</strong></p>
<p>Libertà è uno di quei termini astratti che ha fascino universale, si adatta a tutte le occasioni; ciò è determinato dal fatto che non è una  <em>parola-concetto</em>, ma una <em>parola-confusione</em>. Le parole-concetto sono parole astratte dense e circoscritte che rinviano a idee, storie, comportamenti specifici e concreti. Una parola-concetto non appartiene al dizionario di tutti; vede sempre nettamente schierati gli eserciti dei pro e dei contro.</p>
<p>Le parole-confusione sono sempre parole astratte ma hanno carattere friabile ed evanescente, possono essere inalberate da tutti per indicare un valore tanto assoluto quanto generico.</p>
<p>Monogamia e uguaglianza sono esempi di parole-concetto.</p>
<p>Popolo e libertà sono esempi di parole-confusione.</p>
<p><strong>                                                    3</strong></p>
<p>Bisogna diffidare sempre delle parole-confusione perché:</p>
<p>a) varcano le barricate, calzano bene a tutti gli eserciti;</p>
<p>b) se due nemici guerreggiano sull&#8217;altare della medesima causa (per esempio la libertà) chiunque vinca eserciterà la propria  libertà per distruggere quella altrui;</p>
<p>c) tanto più un&#8217;ideologia è priva di concetti, tanto più inalbera la parola libertà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>INCISO</strong></p>
<p>Gli uomini, le donne non nascono liberi nè diventano tali.</p>
<p>Essi sono limitati da ragioni esterne e da vincoli che essi stessi si danno scegliendo di continuo nel corso della propria esistenza. Ogni scelta lascia al bivio i vincoli precedenti e ne determina altri. Ogni forma di libertà conquistata ci assoggetta ad altri vincoli.</p>
<p>Nel limite, in questa frontiera mobile che si ampia e si attorciglia, si annoda e si scompigla, c&#8217;è tutto il gioco della vita.</p>
<p>Non esiste dunque libertà assoluta. Senza limitazioni ogni libertà è puro arbitrio.</p>
<p>Gli uomini e le donne non diventano mai liberi, essi tuttavia possono  cercare – e devono cercare – di conquistare  gradi maggiori di autonomie, le massime autonomie possibili, nel gioco di specchi che inevitabilmente compiono con l&#8217;autonomia degli altri viventi. Senza questo gioco di specchi, senza reciprocità tra condizione singolare, condizione relazionale e condizione generale chiamatela pure libertà ma significa oppressione.</p>
<p>La condizione del limite – come insieme dei limiti estrinseci e dei limiti intrinseci  dell&#8217;esistenza di ciascuno e di tutti  – definisce e indica le possibilità dell&#8217;autonomia a diversa scala.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>                                                          4 </strong></p>
<p>Ogni parola rimanda spesso a una pluralità di significati, ma le parole-confusione travalicano le caratteristiche di polisemicità.</p>
<p>Libertà non è mai stata una parola univoca – i rivoluzionari francesi dell&#8217;89 conoscevano perfettamente la perfidia della parola libertà tant&#8217;è che l&#8217;hanno inchiavardata nella camicia di forza di due parole-concetto: fraternité ed egalité – ma col tempo è diventata <em>onnivoca</em>, fedele soldato di ogni ideologia. Come se non bastasse, in <em>questo tempo</em> il suo significato si è torto in direzione univoca.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>5</strong></p>
<p>La libertà intesa un tempo essenzialmente come assenza di dominio, come possibilità di emancipazione degli oppressi, come autonomia, ha subito una traslazione tale da accoccolarsi su significati opposti; la libertà è oggi intesa eminentemente come abuso, come capacità di dominio, come esercizio di oppressione. Con tale torsione, libero non è più chi si affranca dalla schiavitù come succedeva nell&#8217;antica Atene, ma chi commette ogni nefandezza a spregio delle cose comuni, della collettività, dei poveri e degli oppressi di tutto il mondo. Libero è ormai chi profitta di ogni ambito privato o pubblico, relazionale o collettivo per trarre furbeschi vantaggi e per lucrare in modo spregiudicato.</p>
<p>Nella parabola finale della sua torsione, libertà non è più intesa come anelito dell&#8217;oppresso, ma come diritto dell&#8217;oppressore, come arbitrio sempre più totale, sempre più assoluto, perpetrato dal più forte sul più debole in ogni grado della scala sociale e in ogni tipo di gerarchia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>6</strong></p>
<p>L&#8217;unica forma di  libertà che sembra ancora attagliarsi, timida e rannicchiata in se stessa, agli oppressi è l&#8217;obbligo di accettare le condizioni stabilite dagli oppressori, magari votando. Fiat docet.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>7</strong></p>
<p>L&#8217;esercizio della libertà non avviene più sulle barricate contro gli eserciti come ha pensato Delacroix dipingendo <em>La libertè guidante le peuple</em> nel 1830 (quelle sono ormai cose da black bloc, da anarchici insurrezionalisti), ma al contrario piove dall&#8217;alto dei caccia e dal basso dei carri armati impegnati in una delle tante campagne militari della guerra globale come è avvenuto con l&#8217;operazione chiamata non a  caso <em>Iraqi Freedom</em> dal 2003 al 2011.</p>
<p>Diversamente da quanto scriveva Erich Fromm in <em>Escape for freedom</em> nel 1941 c&#8217;è tutta una classe di persone che non fugge <em>dalla libertà </em>perché schiacciata da essa, dalla sua attività ansiogena cercando riparo dalle responsabilità nell&#8217;autoritarismo e nel conformismo, tutt&#8217;altro; c&#8217;è tutta una classe di persone che fugge <em>nella libertà e </em>si rifugia <em>in</em> essa, vi cerca la manifestazione del suo più puro arbitro, delle proprie volontà e capacità di dominio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>8</strong></p>
<p>Dunque: abolire dal proprio dizionario la parola libertà.</p>
<p>In Italia particolarmente dovrebbe esserne abolito l&#8217;uso per qualche secolo; in questo Paese il termine ha un carattere così nefasto che un partito di cavallette è stato capace di chiamarsi Popolo delle libertà. Pure, da una sua scissione è nato un altro partito, Futuro e libertà.</p>
<p><em>Be Free</em>, recita la pubblicità della Banca Popolare di Milano. Libero di che e in che cosa non è specificato, presumibilmante di fruire dei suoi  servizi  che parimenti a quelli di altre banche assicurano ergastoli d&#8217;interessi per prestiti sempre più ghigliottinati. Le banche sono libere infatti di praticare l&#8217;usura e libere  pure di non chiamarla usura perché c&#8217;è una legge che non la definisce usura. Ma almeno il termine usura è stato cambiato con interesse, cioè usura legale. Attendiamo che anche libertà cambi nome.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ultimo: la pura libertà</strong></p>
<p>L&#8217;Italia non è un caso limite. Anche altrove l&#8217;amore per la libertà ha traslato di proprietà definendo non più eminentemente gli anarchici ma preferibilmente reazionari d&#8217;ogni specie. Il problema non riguarda solo la politica. Anzi. Riguarda ogni sfera sociale. Interessa, chiaro,  i rapporti di produzione &#8211;  chi ha creduto che la libertà intesa come lavoro costretto fosse stato un mero sarcasmo linguistico del nazismo con il suo <em>Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi, </em>si sbagliava a giudicare dalla diffusione <em>again </em>della schiavitù odierna &#8211; ma è nell&#8217;economia e nella finanza che il termine libertà ha tesaurizzato la sua più alta cogenza contemporanea dopo la sua plurisecolare parabola.</p>
<p>In quel campo il libero scambio già era servito a distruggere l&#8217;artigianato di mezzo mondo nel corso dell&#8217;Ottocento.</p>
<p>Così, la libera circolazione dei capitali è divenuto il massimo paradigma della società finanziarizzata contemporanea. Certo, i mercati globali hanno inscritto nelle loro regole anche altre forme di libertà (di circolazione dei beni, delle persone …) che però al contrario di quella della circolazione dei capitali possono essere regolarmente dimenticati per strada, diventare pasto osceno per poterucoli assatanati di voti. Tutte le altre forme di libertà possono essere regolate, controllate, bilanciate, sospese, ma la libera circolazione dei capitali no. Cosa fanno i capitali in circolazione libera? Si spostano a velocità della luce alla ricerca continua e affannosa di valorizzazione intervenendo in ogni differenza tra valori globali e perciò estendendo, approfondendo tali differenze.</p>
<p>Non è volontà di qualcuno; ciò inerisce al dispositivo macchinico della finanza globale. Nella loro ebbra ed assoluta libertà di circolazione in cerca di valorizzazione, i capitali creano nel contempo grandi ricchezze ed estreme povertà. Quando non sono più in grado di valorizzarsi poiché la catena della valorizzazione si interrompe provvisoriamente in qualche punto, non ci sono problemi: quei capitali sono diventati così importanti, hanno così tanto infettato banche, fondi pensione, fondi sovrani, riserve statali, stati, governi, partiti che governano e partiti che stanno all&#8217;opposizione, sindacati gialli e non, menti delle masse che tutti appassionatamente devono correre ai ripari per salvare la finanza dal crack; dunque gli stati, sempre e comunque a difesa della libertà, chiedono sacrifici immani agli esistenti tassabili e pagabili affinché si rifinanzi la finanza e la si metta in grado di riprendere la propria più ebbra e sempre più assurda circolazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>9</strong></p>
<p>I liberi capitali circolanti oltre a essere diventati metafora della libertà del mondo, sono anche il governo libero del mondo. Non sono più gli stati che governano loro, ma i capitali circolanti  che governano gli stati. Che si coordinano non per difendersi dalla libertà di circolazione dei capitali ma per difenderla. Ma è una difesa che non argina: i liberi si dimostrano ancora una volta più forti dei servi e dunque colpiscono duramente gli stati che si coordinano a livello più globale  per salvaguardare la medesima libertà in un circolo che rischia di precipitare nella crisi più grave che sia mai stata generata dall&#8217;economia monetaria.</p>
<p align="center"><strong>10</strong></p>
<p>La libertà dei capitali ha una potenza onnivora: nel corso del suo incedere via via minaccia e distrugge ogni altra forma di libertà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>11</strong></p>
<p>Vista la situazione, e la torsione che ha subito il termine, nessuno stupore se le piazze del mondo si riempissero di masse oppresse urlanti <em>Abbasso la libertà</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Milano, Gennaio 2012</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Ma Tolstoj con «Freedom» c’entra poco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jun 2011 10:30:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Daniela Broggi]]></category>
		<category><![CDATA[Jonathan Franzen]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniela Brogi (a proposito di Jonathan Franzen, Libertà*) 1. «USA BENE LA TUA LIBERTà»: l’iscrizione del 1920 che a pagina 204 blocca l’attenzione di Patty, uno dei personaggi principali, fissa meglio di ogni altra frase i significati di Freedom, perché definisce, oltre al tema centrale, la tensione del racconto: il senso di un imperativo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniela Brogi</strong></p>
<p>(a proposito di Jonathan Franzen, <em>Libertà<a href="#_ftn1">*</a></em>)</p>
<p><strong>1. </strong>«USA BENE LA TUA LIBERTà»: l’iscrizione del 1920 che a pagina 204 blocca l’attenzione di Patty, uno dei personaggi principali, fissa meglio di ogni altra frase i significati di <em>Freedom</em>, perché definisce, oltre al tema centrale, la tensione del racconto: il senso di un imperativo lapidario che attrae su di sé tutto il corpo del testo, spingendolo fino a un carico di rottura.</p>
<p>L’intrigo di <em>Libertà</em> non è originale, guardato in sé: racconta, nell’arco dell’ultimo trentennio, lo sfaldamento amoroso e famigliare di una coppia americana <em>middle-class </em>apparentemente perfetta. <span id="more-39228"></span>Sono Walter e Patty Berglund, lui di povere origini, lei di famiglia ricca, e più avanti lui avvocato d’impresa riconvertitosi al <em>business</em> della protezione ambientale, lei casalinga disperata e madre egocentrica; sono invischiati in un’ambigua relazione con Richard Katz, musicista rock amico/rivale fin dal college e per lungo tempo amante di Patty, secondo uno schema che complica il triangolo classico, trasformandolo in un delirio narcisistico circolare. Il marito difatti, che per lungo tempo resta all’oscuro, non svolge la funzione tradizionale del tradito messo in disparte, ma è la figura più amata, quella di cui gli altri due hanno più bisogno per immedesimarsi nell’immagine adorante che rimanda loro proprio Walter &#8211; il vero protagonista della storia.</p>
<p>L’esplosione del rapporto procede in simultanea con la rappresentazione della società <em>liberal</em> statunitense, sempre più individualista e più lontana, alla prova dei fatti, dal mito dell’America come luogo dove l’ambizione diventa successo, e libertà e felicità sono un’unica cosa. A pensarci, è un’impalcatura già fatta esplodere da molte narrazioni sullo schermo: dopo Lynch con <em>Twin Peaks</em>, dai fratelli Coen, Altman, per esempio, o da Mendes, Solondz&#8230; Per un verso la libertà di pensare e di fare quel che si vuole, sganciata da ogni principio di negoziazione, e trasformata nell’unica forma di espressione e di realizzazione di sé, finisce per porsi come puro egoismo, violenza su di sé e sugli altri. Per l’altro verso, questa grande costruzione, che è stata ancora più enfatizzata dalla retorica dell’«Operazione Rafforzamento della Libertà» (<em>Operation Enduring Freedom</em>) attuata dall’amministrazione Bush dopo l’11 Settembre, è smascherata nei suoi aspetti più grotteschi: «l’America […] era il paese della libertà, il luogo dei grandi spazi aperti dove un figlio poteva ancora sentirsi speciale. Niente, però, disturba questa sensazione quanto la presenza di altri esseri umani che si sentono altrettanto speciali» (pp. 489-490).</p>
<p>Tuttavia, o proprio per questo effetto di <em>déjà vu</em>, a tanti il libro non è piaciuto. Ad altri, invece, è piaciuto molto, per ragioni però che si sono quasi del tutto esaurite nella protesta contro il supposto snobismo dei detrattori. In entrambi i casi, sono stati impugnati più che altro i contenuti (fa  però eccezione Lagioia: <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-04-09/perche-tutti-vogliono-capolavori-163656.shtml?uuid=AaE6LeND">http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-04-09/perche-tutti-vogliono-capolavori-163656.shtml?uuid=AaE6LeND</a>), e si è guardato poco alla composizione del racconto, che invece è l’aspetto più bello.</p>
<p><strong>2. </strong>È come se la retorica narrativa di <em>Freedom </em>in ogni momento sviluppasse l’idea di un difetto di messa a fuoco: sin dall’<em>incipit</em>, dove si parte da un confuso sguardo spettatoriale, ma soprattutto grazie alla trovata di raccontare la storia costruendo un romanzo che va all’indietro. <em>Libertà</em>, infatti,<em> </em>prende il via da una circostanza (lo stupore dei vicini alla notizia della rovina di Walter) che, seguendo l’ordine della vicenda, giungerà soltanto a p. 521, mentre intanto il romanzo va avanti scavando nel passato, e occupando quasi metà del testo con il memoriale di Patty (pp. 33- 207). Dotato di un titolo significativo, <em>Sono stati commessi degli errori</em>, che subito richiama alla memoria la più famosa opera di Franzen, il testo scritto da Patty entrerà nell’azione narrativa vera e propria solo a p. 413, quando Richard, una volta letto il manoscritto, per vendetta lo consegna a Walter.</p>
<p><em>Freedom</em> ha suscitato dubbi forse anche perché l’intelaiatura narrativa, e pure la lunghezza, richiedono uno sprofondamento nella durata della storia, una disponibilità alla lettura <em>a oltranza</em>, al ritorno, alla ripetizione, una fiducia nel racconto che, aggiunti al gusto minuzioso dei tantissimi dettagli della vita quotidiana che fanno <em>habitus</em>, in parte assomigliano al piacere con cui oggi guardiamo certe serie tv americane.</p>
<p>Più volte è stato evocato Tolstoj, a cui effettivamente rimanda la scrittura orientata a rappresentare lo spirito del tempo di un’intera epoca. Tra l’altro, <em>Guerra e pace</em> è nominato in ben tre casi (pp. 176, 184 e 578). Attenzione però: la logica del racconto lavora sulle antitesi piuttosto che sulle affinità; la citazione ha sempre il valore di una posa romanzesca. Ogni volta siamo all’interno dell’autobiografia di Patty: Tolstoj serve per far colpo su Richard, per infilarsi nel suo letto attraverso il travestimento mentale di Natasha, o per paragonare a Pierre il fratello divenuto contadino.</p>
<p>Tolstoj dunque sembra una falsa pista. L’autore dietro a <em>Freedom </em>forse è un altro: Francis Scott Fitzgerald &#8211; nato a Saint Paul, Minnesota, il luogo dove per lungo tempo abita la famiglia Berglund – il romanziere dei miti infranti di felicità dell’”età del Jazz”, ovvero di quegli <em>anni Venti</em> a cui risale precisamente l’iscrizione sulla libertà di cui si parlava all’inizio.</p>
<p><strong>3. </strong>A Fitzgerald già fa ripensare la bellezza della prosa – malgrado qualche rischio di sovraesposizione della voce autoriale (per es. a p. 267, o 317).<strong> </strong>Sono altri due importantissimi aspetti, però, che più che altro ricordano il grande narratore.</p>
<p>Primo: il tema della libertà come ideale che, trasformato in valore assoluto, non può che bruciare i personaggi. Credere che il mondo sia pieno di possibilità che si autorigenerano illimitatamente non è più poesia del cuore smentita dalla prosa del mondo circostante &#8211; come nel romanzo di formazione classico -, ma può diventare ansia, ossessione, menzogna, vitalismo che distrugge. È precisamente da tutto questo, per esempio, che prenderà le distanze Joey, il figlio del protagonista: «non era la persona che aveva creduto o che avrebbe scelto di essere, se fosse stato libero di scegliere, ma c’era qualcosa di consolante e liberatorio nel ritrovarsi in individuo concreto e definito, anziché una collezione di individui potenziali e contradditori» (p. 476).</p>
<p>In tal senso, forse non è solo uno spunto figurativo la possibilità che la <em>dendroica cerulea</em>, l’uccellino a rischio di estinzione che potrà sopravvivere solo nella riserva protetta («Spazio libero»!), e che funge da emblema di <em>Freedom</em>, ricordi qualcosa de l’<em>Ode all’usignolo </em>di Keats da cui è tratto il titolo di <em>Tenera è la notte</em>. Nell’estate dopo il terzo anno delle superiori (siamo nella prima metà degli anni Settanta), il protagonista di <em>Freedom </em>parte per la casa al lago (p. 501) con una copia «di seconda mano» di <em>Walden</em> (<em>Vita nei boschi</em>, 1854), l’opera di riferimento del romanticismo americano. Con la sua fiducia senza limiti nell’amore per la libertà Walter Berglund si investe di una tensione alla felicità a cui rinnova la promessa fino al punto massimo di resistenza dell’<em>illusio</em>. È lo slancio deliberato di un personaggio che ce la mette tutta per uscire dal destino preparatogli dalla costellazione famigliare e sociale di provenienza, confidando nel sogno americano. È, se si vuole, un delirio di onnipotenza di seconda mano, per l’appunto, sufficiente a non distinguere per trent’anni le verità e gli errori della sua storia di coppia con Patty. Ma è anche un progetto di costruzione della felicità a suo modo dotato di una qualità etica. Perciò, malgrado sia ingannevole, talvolta pure irritante, diventa significativo per i lettori; ci interessa, ci rende attenti a esplorare l’umanità di questo personaggio – quasi al punto di commuoverci nel finale della storia. «[…] Though the dull brain perplexes and retards: // Already with thee! tender is the night, // […]  But here there is no light, // Save what from heaven is with the breezes blown // Through verdurous glooms and winding mossy ways» (<em>Ode to a Nightingale</em>).</p>
<p>In secondo luogo poi, e soprattutto, fa tornare in mente Fitzgerald il concetto antievolutivo di esperienza individuale messo in gioco dalla trama. (E oltre a Dick Diver e Jay Gatsby si ripensa un po’ anche a Benjamin Button che è molto più di un eroe divertente). Anche in <em>Libertà</em>, infatti, vita e destino conoscono tempi disordinati di battuta: disordinati perché lontani, ma anche perché si incontrano in modi sconnessi. Sono <em>mysterious ways</em>, come si dice nella famosa canzone degli U2 più volte rievocata («<em>It’s alright…it’s alright…it’s alright</em>»); misteriosi, beffardi, eppure talvolta significativi. Ed è proprio questo doppio effetto che la scrittura prova a imitare, attraverso una sintassi narrativa sfasata ma capace di fare significato, di riconfigurare <em>mettendo accanto</em>: come quando, per fare un esempio, la lettura di «un lungo manoscritto, redatto da tua moglie, che confermava le tue peggiori paure su di lei, su di te e sul tuo migliore amico» (pp. 505 ss.), ovvero la scoperta del sottosuolo di tradimenti, di errori e di bugie su cui ha messo le basi il matrimonio, arriva proprio a ridosso della digressione sulla storia della famiglia e dell’infanzia di Walter, ovvero di tutte le frustrazioni e le infelicità da cui il personaggio credeva di essersi malgrado tutto riscattato per sempre, attraverso i suoi principi di libertà. È proprio in questa zona di disagio allora che nasce il gesto del romanziere: da un tentativo di redenzione – laica – di una realtà abitata da così tante esperienze e verità frammentarie, da così tanti errori di definizione. E torna in mente, allora, anche un altro romanzo non per nulla citato in <em>Freedom</em>: <em>Espiazione</em> (p. 463), dove la voce narrante che si svela nel finale cercava di ricucire il passato, un po’ come fa Patty nella sua autobiografia. Senza più falsi sogni di ricomposizione tuttavia, giacché è impossibile tornare indietro per eseguire delle <em>correzioni</em>, per ricominciare da capo o per andare da un’altra parte: «così seguitiamo a bordeggiare come barche controcorrente, sospinte di continuo nel passato», come nel finale di <em>Gatsby</em> (nell’ottima traduzione di Pincio: minimum fax, roma 2011).</p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref1">*</a> Traduzione di Silvia Pareschi, Einaudi, Torino 2011. Questo articolo riprende alcuni contenuti di una recensione che uscirà sul numero 63 di «Allegoria».</p>
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		<title>Il primo maggio è una festa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 May 2011 19:09:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli (il manifesto, 1/5/2011) Dice il giovine sindaco di Firenze Matteo Renzi che il primo maggio è una “festa di libertà”, e questo significa, nel concreto, che “chi vuole lavorare deve poter lavorare e chi preferisce non farlo è giusto che non lavori”. Quindi, su le serrande negozi aperti, e a laurà (del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">di <strong>Marco Rovelli</strong></div>
<div><em>(il manifesto, 1/5/2011)</em></div>
<p><strong> </strong></p>
<div>Dice il giovine sindaco di Firenze Matteo Renzi che il primo maggio è una “festa di libertà”, e questo significa, nel concreto, che “chi vuole lavorare deve poter lavorare e chi preferisce non farlo è giusto che non lavori”. Quindi, su le serrande negozi aperti, e a laurà (del resto nelle sue trasferte ad Arcore avrà pur imparato qualcosa, no?). La libertà dei Renzi assomiglia paurosamente a quella concepita dal nostro Caro Leader. Una libertà indeterminata, vuota, astratta: in un mondo che invece è terribilmente concreto, almeno nel senso dei soggetti che lo determinano. Una libertà del genere, dove non si specifica di chi, da che cosa e per cosa, non può essere altro che la libertà del più forte di fare quel che vuole. E, come correlativo, la necessità per il più debole di fare quel che il più forte vuole. Altro che libera scelta: fuori dall&#8217;astratta e retorica libertà di Renzi, c&#8217;è, in carne e ossa, un esercito di giovani precari sotto ricatto, che non hanno proprio alcuna libertà di scelta nel caso il loro “datore di lavoro” voglia tenere aperto il suo “esercizio”. I soldati andranno al fronte, ordinatamente e disciplinatamente, siccome mercato vuole.</div>
<p><span id="more-38919"></span></p>
<div id="_mcePaste">Di fronte a una realtà dove i soggetti sono determinati da rapporti forza drammaticamente sbilanciati, questi “giovin signori” à la Renzi, mi si perdoni il triviale calembour, sembrano più dei Don Abbondî, che se ne lavano le mani (ma i tiepidi saranno vomitati dalla bocca, e un cattolico come lui dovrebbe pur saperlo). Si lavano le mani di fronte al fatto che il perno di questa società è il ricatto. Ne è il perno strutturale, economico, sociale, emotivo, psichico. Vivere sotto ricatto, col coltello alla gola, è la condizione normale dei precari – comprendendo nella definizione svariate tipologie contrattuali: tutte accomunate dalla perdita dei diritti (propri del cittadino) e dalla riduzione a suddito che implora. Al ricatto non ci si può ribellare, e la scelta è sempre obbligata. La piramide sociale dell&#8217;epoca presente è sempre più vertiginosa, i vettori della sussistenza e della riproduzione personale sono sempre meno orizzontali e sempre più verticali. La dipendenza cresce, e la dipendenza genera ricatto. Il ricatto è lo strumento proprio del capitale che ha libero corso nel selvaggio west del mondo intero, senza più lacci e lacciuoli, moltiplicato e mostrificato nel capitale finanziario che – come ci ricorda Luciano Gallino nel suo recente, mirabile libro Finanzcapitalismo – si sta inghiottendo il pianeta.</div>
<div id="_mcePaste">Quella di Renzi appare allora come una resa senza condizioni all&#8217;imperativo cardine del sistema presente: rendere le persone da una parte lavoratori docili, dall&#8217;altra consumatori senza fine. Rottamatore, allora, ma di cosa? Non certo di una casta politica destinata a epocali sconfitte, ché Renzi appare in questo del tutto simile a coloro che afferma di voler rottamare (quelli, del resto, che hanno introiettato l&#8217;adesione alla “inevitabilità” di questo processo globale, presentato come naturale, quando invece esso è stato reso possibile proprio da una cosciente operazione politica, totalmente artificiale). Rottamatore, invece, di valori che dicono che l&#8217;uomo vale in quanto uomo, e non in quanto consumatore. Oggi che la vita è stata messa al lavoro tutta quanta, asservita ai bisogni e agli imperativi del sistema finanziario-industriale, non ci può essere una festa del/dal lavoro. Non ci deve essere spazio per quella festa  dei lavoratori che rivendicano il diritto a non esaurirsi nel lavoro, e si riconoscono nella dimensione festiva della celebrazione, delle relazioni sociali nella loro interezza, di un&#8217;identità che eccede la dimensione lavorativa. Se ogni festa è rigenerazione e ricominciamento, quella del primo maggio lo è in particolare, visto che si innesta sulla tradizione delle feste del maggio, con tutta la loro carica simbolica del rinnovamento della natura. Ma nel mondo della dittatura finanziaria, e nell&#8217;uso di ogni “cosa” ai fini dell&#8217;estrazione di valore, non c&#8217;è spazio per la rigenerazione. Non c&#8217;è spazio per un tempo altro che dà il senso al tempo ordinario. Il lavoro è un ciclo continuo, anzi una catena continua. E da questa catena non ci deve essere liberazione possibile.</div>
<div id="_mcePaste">Noi, va da sé, non ci stiamo, e difenderemo la festa, con ogni mezzo necessario.</div>
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		<title>La meravigliosa utilità del filo a piombo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Apr 2011 13:00:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni Scrivere, oppure far dritti i muri delle case, del luogo che si abita, perché sia uno spazio il più possibile a nostra misura, dare una direzione alle idee sghembe, come un impasto che si solidifica, talvolta si fa pure sasso che si scaglia contro i vetri, apre brecce per respirare. La meravigliosa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Scrivere, oppure far dritti i muri delle case, del luogo che si abita, perché sia uno spazio il più possibile a nostra misura, dare una direzione alle idee sghembe, come un impasto che si solidifica, talvolta si fa pure sasso che si scaglia contro i vetri, apre brecce per respirare. <strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/04/15/gli-specchi/"><em>La meravigliosa utilità del filo a piombo</em></a></strong> di <strong>Paolo Nori</strong> (Marcos y Marcos, 2011) è un <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8871685873/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8871685873&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">libro</a> di discorsi, scritti e “parlati”, nei luoghi più vari, dal sedile di un treno alla propria casa sommersa nel brusio delle seghe elettriche degli operai al lavoro all’esterno, ad un appartamento romano a cui suonano visitatori imprevisti (un po’ come l’uomo di Porlock per il Coleridge del Kubla Khan, con la differenza che qui il disturbatore diventa parte integrante del processo di scrittura e non causa di smarrimento, perdita dell’ispirazione), alla voce interna dove affiorano le parole, sfogliando e acquistando libri da una bancarella, o cercando il giusto paio di calzoni, “braghe” in cui stare a proprio agio, con tutto il tempo per le molteplici distrazioni/rivelazioni che nutrono il lavoro letterario.<span id="more-38828"></span> Infatti <strong>“per scrivere, per fare arte, in generale, più che sapere, è importante dimenticare, più che abbassare la testa a lavorare, è importante alzarla a guardar delle cose che di solito non guardiamo mai, che diam per scontate, e invece appena le guardiamo ci accorgiamo che non sono scontate per niente, perché l’arte, secondo me, il punto da cui viene, e quello che produce, ha veramente a che fare con lo stupore, ha la sua radice, io credo, in quel momento che il mondo ti prende di sorpresa”</strong>. Un libro sul come si scrive e sulle vie che si percorrono cercando di raggiungere un nucleo di senso, o semplicemente di rispondere ad una richiesta, preparare una riflessione sugli argomenti più disparati. Così facendo si può scoprire che la strada più sicura per arrivare alla meta non è sempre la più veloce né tanto meno quella dritta, che non prevede deviazioni, interruzioni brusche ed un po’ d’inventiva per aggirare gli ostacoli. Lo scrittore e con lui il lettore si perdono, sembrano dimenticarsi l’oggetto principale, solo per comprendere alla fine che ciò che importava davvero non era il risultato, ma la ricerca, che a volte la bellezza dell’arte non sta nella fruizione diretta di un quadro o di un libro, ma nell’<em>aura</em>, un’atmosfera fortissima e inspiegabile in cui siamo immersi, in comunione con altri, sebbene sconosciuti e distanti, un mistero che nessun esperto può svelare. Che scrivere prevede qualcosa in più del descrivere, un funambolismo con cui si interroga sempre sia la fune su cui si cammina che l’aria smossa dal passo e chi dice poi che sia proprio una fune? E non un sentiero, una stradicciola periferica, un ponte. Allora, con un tono stupito e disincantato, autoironico e lontano dalle grandi verità, Nori discute di frontiere, per esempio, non per spingersi oltre, ma per recuperare, pure attraverso i luoghi nuovi come la Russia prima del muro, la propria infanzia e adolescenza, le piccole vicende significative della propria famiglia che ci fanno essere quello che siamo, perché il più lungo e difficile è sempre un viaggio di ritorno. Che le nostre scelte nascono da qualche parte molto concreta, da un vincolo affettivo che non sappiamo mai quando saremo in grado di dire. O che quello che ci commuove è ciò che ci illude &#8211; di essere eterno, sicuro, <em>infrangibile</em> &#8211; nel momento in cui si mostra fragile e contingente come tutto il resto. Che non tutto ha un’intenzione e la letteratura ce lo ricorda, la letteratura che <strong>“secondo me, ammesso che esista, tra le tante cose, uno dei vantaggi che ha, è il fatto di non essere sottomessa alla dittatura dell’attualità, di non dover per forza parlare delle cose di cui parlano tutti,di poterle ignorare, quelle cose, per occuparsi di cose apparentemente meno interessanti”</strong>, ma presenti alla nostra natura umana. O infine, nel bellissimo saggio conclusivo <em>Noi e i governi</em>, dove l’autore dialoga con i russi Charms e Chlebnikov, da lui stesso tradotti, ma anche con Brodskij, Wallace, lo stoico Epitteto e Simone Weil, che la letteratura è quella finestra infranta, quella strana frattura di luce per cui si distingue la nostra parte, la nostra responsabilità da quelle altrui, si saggia il terreno intorno senza troppa fretta di aderire a questo o a quell’altro ideale o partito, si corre il rischio della libertà autentica, dell’anarchia. Di stringersi al pensiero e al dubbio, anche se portano il marchio della minoranza, della sconfitta, perché in fondo ad ogni essere umano non resta che la sua anima, il suo paio di braghe da indossare, meglio che siano comode, che siano sue proprie.</p>
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		<title>APPELLO PER UN NUOVO RISORGIMENTO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Mar 2011 05:00:10 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/flag1.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-38458" title="flag" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/flag1-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/flag1-300x204.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/flag1.jpg 912w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Lo stato nazionale italiano è il frutto di un vasto (a dispetto di quel che si insinua) movimento di idee e di passioni, il cui minimo comune denominatore, oltre che la liberazione dall’invasione straniera, era l’aspirazione alla libertà individuale e alla dignità della persona: il Risorgimento. La crisi attuale di questa nostra Nazione, della quale festeggiamo ora il 150° compleanno, è sotto gli occhi (e la penna) di tutti. Ed è ormai chiaro che una sua rinascita, in continuità con i valori risorgimentali, gli stessi che hanno ispirato la liberazione dal fascismo, e dalla quale è nata la Costituzione, non potrà realizzarsi nel quadro della politica attuale. Né questa sinistra catalettica né questa destra adulterata (non sto negando le differenze tra destra e sinistra, non mi si fraintenda), sapranno proporre una qualsivoglia soluzione, senza un risveglio e il pungolo di una larga banda di cittadini, senza l’intervento trainante di individui che si battano per quegli stessi ideali dai quali è nato il nostro stato unitario e indipendente. Mi permetto insomma, dall’alto della mia abissale ingenuità di narratore (non ignara tuttavia di quanto è stato scritto nel corso di due secoli sul carattere degli italiani, e quindi scientemente velleitaria, ma alla luce di qualche recente sintomo forse anche realista), di vagheggiare un nuovo Risorgimento.</p>
<p>Gli attori principali di tale nuovo Risorgimento, che per comodità chiamo “noi”, saranno i seguenti:</p>
<p>1) le donne a cui ripugna l’avvilimento mercificato del corpo femminile propugnato dal Presidente del Consiglio e dai suoi seguaci, e che non intendono avallarlo in alcun modo; il loro Risorgimento consisterà nel rifiutarsi di assistere all’offesa quotidiana e rituale della loro dignità più intima, spegnendo la televisione al primo scosciamento o decerebramento vaginale, e impedendo ai loro congiunti e familiari di sesso maschile di fruirla; e naturalmente facendolo sapere, dispiegando per esempio alla finestra un drappo rosa: chi passerà capirà; sappiano far capire che questa loro lotta, beninteso estesa alle strade e ai luoghi di lavoro, è in difesa della loro libertà, anche appunto sessuale, di cittadine e di donne per nulla inibite;<span id="more-38422"></span></p>
<p>2) i cattolici scioccati dall’inscusabile amoralità e machiavellismo della Chiesa nei confronti di chi detiene il potere e ne abusa per loschi fini personali; questi credenti denuncino gli interventi e le pratiche agli antipodi dei valori fondamentali della religione in cui credono, e perpetrate nell’unico fine di fortificare il dominio temporale della Chiesa; consci che i patrioti del Risorgimento non erano anticattolici e antireligiosi (come viene ripetuto), ma anzi per la stragrande maggioranza cattolici liberali o democratici, lottino come hanno fatto i loro predecessori contro l’arroganza clericale e per il libero arbitrio di ogni cittadino (cattolico o non cattolico); senza dimenticare che la Chiesa ha demonizzato e avversato per decenni i valori di libertà che oggi riteniamo sacrosanti, forzino – nell’interesse il clero a non immischiarsi nella conduzione della Nazione laica, laica e variegata, alla quale appartengono;</p>
<p>3) gli insegnanti che reputano (lo hanno imparato studiando la storia), che il Risorgimento, con i suoi limiti (non maggiori di quelli dei vari percorsi verso le grandi democrazie), è stata una tappa fondamentale e bella della nostra storia, che ha permesso alla nostra nazione di costituirsi in Stato nazionale liberale, attutendo in tempi molto rapidi la macroscopica arretratezza sociale e economica, e aprendo la via alla libertà degli individui e all’uguaglianza di opportunità di cui godiamo ora, dopo l’intermezzo fascista; ma anche i presidi, e tutti quelli che lavorano nell’insegnamento e che ritengono che la scuola pubblica sia fondamentale per imparare a vivere assieme, e per creare uno zoccolo di valori e di comportamenti sociali condivisi, così come la coscienza di appartenere a una stessa comunità nazionale; tutte queste persone denuncino le interessate falsità che si dicono sul Risorgimento, e sappiano che siamo riconoscenti nei loro confronti: si battano giorno per giorno per denunciare e osteggiare il degrado delle scuole;</p>
<p>4) i magistrati, ma anche gli avvocati e tutti coloro che fanno andare la macchina certo perfettibile della giustizia, che ora con finalità pretestuose si sta cercando di piegare alle necessità di una casta corrotta, come era regola prima del Risorgimento; queste persone scioperino, paralizzino completamente i tribunali, prendendo però il tempo di spiegare ai loro concittadini (noi) perché lo fanno, evitando di ragionare e di inalberarsi come una casta opposta a un’altra casta; continuino a battersi con la coscienza e l’orgoglio di aver rappresentato negli ultimi anni il più efficace baluardo di resistenza della democrazia sorta sulla scia del Risorgimento (e dalla sua naturale appendice, la Resistenza);</p>
<p>5) i precari giovani e non più tanto giovani, asserviti e umiliati, e ricattati per anni con contratti offensivi per la loro dignità e negativi per lo stesso buon svolgimento delle mansioni per le quali sono assoldati; che non si battano solo per avere un posto fisso, il loro personale (e tombale) posto fisso, ma per un trattamento dignitoso, per avere reali opportunità future, per poter esprimere la loro intelligenza e le loro capacità e le loro speranze, per essere valutati in base ai loro meriti; osino denunciare i soprusi e i favoritismi e le meschinità, biasimino apertamente l’asservimento, senza paura di essere cacciati, senza timore di pagare personalmente, o di dover emigrare, e ricordandosi che i protagonisti del Risorgimento, ai quali dobbiamo la nostra libertà e la nostra uguaglianza, avevano la loro età, e si sono battuti per gli stessi fini;</p>
<p>6) il Presidente della nostra Repubblica: sia ben cosciente delle responsabilità eccezionali che si ritrova sulle spalle; insorga con tutti i poteri che gli dà il suo ruolo contro la riesumazione dei privilegi di casta e delle limitazioni della libertà individuale per le quali hanno lottato gli artefici (anche istituzionali) del Risorgimento; tenga ben presente che il rischio di incappare in situazioni di conflitto tra istituzioni è minore di quello di non essere più un riferimento morale e istituzionale per i cittadini italiani, e che lo Stato venga identificato, come avveniva prima del Risorgimento, come il giardino privato dei più ricchi e dei più forti (i quali non a caso sminuiscono e dileggiano il Risorgimento), perdendo ogni credibilità e ogni legittimità;</p>
<p>7) i giornalisti che per frequentazione dei media degli altri paesi democratici sono coscienti dell’umiliante sudditanza nel quale s’è cantonata la loro professione; queste persone si ribellino, denuncino le distorsioni e le pressioni, si battano, a costo di farsi licenziare e di bussare altrove, o di essere perseguitati, per dare un’informazione oggettiva e critica e non soggiogata al potere più indifferente al bene collettivo; non perdano di vista che in ogni stato democratico l’informazione rappresenta il più grande antidoto contro le ingiustizie e contro i soprusi dei potenti;</p>
<p>8) gli italiani di origine straniera che sono in Italia, i quali con il loro lavoro contribuiscono alla prosperità del paese, e che sono trattati come cittadini di secondo rango, vittime di scoperte politiche razziste, e additati come responsabili delle disfunzioni derivate del malgoverno; si battano per i diritti e l’uguaglianza che la Costituzione garantisce loro, siano fieri dell’energia e delle culture che apportano a un paese dimentico del proprio passato e ripiegato su se stesso, e sappiano che le loro aspirazioni all’uguaglianza e alla fratellanza, le stesse che hanno fondato il paese che è ora il loro, il nostro, saranno fondamentali per mantenerne viva la democrazia;</p>
<p>9) gli italiani dell’ignorata diaspora intellettuale (i musicisti, i pittori, i ballerini, tutti gli altri artisti, i matematici, gli altri uomini di scienza, gli universitari, i ricercatori, i tecnici, gli architetti…), diaspora che il crescente degrado ingrosserà ancora, ma anche della diaspora non intellettuale (tutti quelli che sono andati per trovare lavoro, per sentirsi più liberi e meglio); tutte queste persone non sottomesse, e consce della vivifica apertura internazionale nella quale è germinato il Risorgimento, trovino il modo di far sapere che ci sono, e che pur essendo scappate sono attaccate ai destini del loro paese, e intendono avere voce in capitolo: creino blog e gruppi sulla rete, scrivano ai giornali e ai partiti, tempestino di lettere i ministeri che avrebbero dovuto occuparsi di loro, denuncino ai media nazionali e esteri la situazione che li ha fatti fuggire, sconfessino le bugie dei governanti (e il dilettantismo storiografico antirisorgimentale), aiutino chi ne ha bisogno a trovare un rifugio temporaneo;</p>
<p>10) i cittadini che vivono nelle zone dove la criminalità organizzata detta legge o anche solo sta ora dilagando: sappiano che la loro libertà personale e la loro dignità, quelle stesse garanzie perseguite dal Risorgimento, dipendono dalla capacità dello stato nazionale di debellare le strutture violente che li soggiogano e umiliano; lottino contro la corruzione dei politici, sappiano che senza di loro la giustizia non può vincere; i cittadini che vivono dove politicanti ignari della storia (che falsificano a proprio uso e consumo) e dei valori risorgimentali predicano velleitarie e irrealistiche secessioni, denuncino le corrotte reti di dominio che questi hanno costruito, smascherino le menzogne (e l’odio razziale) che coprono l’inadeguatezza ad affrontare i veri problemi in un mondo globalizzato; tutte queste persone non dimentichino che la forza vincente del Risorgimento è stata quella di unire gli ideali di giustizia e fratellanza alle preoccupazioni economiche: da lì è venuta la relativa (rispetto alla situazione precedente) prosperità;</p>
<p>11) gli studiosi e i tecnici dell’ambiente e i semplici amanti della natura: dedichino una parte del loro tempo a osteggiare la rapace distruzione del paesaggio, denuncino le costruzioni abusive, si oppongano alle cementificazioni inutili e agli sfruttamenti irreversibili o anche solo, come molte associazioni già fanno, alla caccia di frodo; non dimentichino che il paesaggio è la nostra principale ricchezza, sappiano che la loro battaglia è per il bene di tutti, e che la riteniamo essenziale.</p>
<p><em>[una versione abbreviata di questo testo esce sul quotidiano &#8220;Trentino&#8221; del 17.03.11]</em></p>
<p><em><strong>[l&#8217;immagine: Mattia Paganelli (1985)]</strong><br />
</em></p>
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		<title>Il Sole 24ore, i poeti e la poesia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Oct 2010 08:00:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Pubblico molto volentieri questo post di Azzurra D&#8217;Agostino ed il link ad una sua lettera sulla poesia indirizzata al caporedattore del Sole 24ore. Ho chiesto ad Azzurra se potevo dare visibilità a questo su gesto su Nazione Indiana, e lei ha acconsentito, per questo la ringrazio. Del suo discorso condivido tutto, e le riconosco una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em> Pubblico molto volentieri questo post di Azzurra D&#8217;Agostino ed il link ad una sua lettera sulla poesia indirizzata al caporedattore del Sole 24ore. Ho chiesto ad Azzurra se potevo dare visibilità a questo su gesto su Nazione Indiana, e lei ha acconsentito, per questo la ringrazio. Del suo discorso condivido tutto, e le riconosco una pacatezza e ragionevolezza dei toni necessarie, ma che, io, ad esempio, non sarei riuscita ad avere. (f.m.)</em></p>
<p>di <strong>Azzurra D&#8217;Agostino</strong></p>
<p>Il 3 ottobre scorso, dopo aver letto l&#8217;inserto domenicale del Sole 24ore, scrissi al caporedattore una lettera di protesta/richiesta. Il mio disappunto verteva sul fatto che lo spazio dedicato alla poesia, su tutti i giornali sempre molto ridotto e spesso all&#8217;acqua di rose, fosse da qualche tempo occupato dagli interventi di Davide Rondoni. Ora, la mia lettera non voleva essere un semplice attacco alla persona di Rondoni, che non conosco personalmente e che nulla mi ha fatto, bensì una riflessione che a partire da questo ampliasse un po&#8217; il suo raggio. <span id="more-36983"></span>La presenza di Rondoni <em>anche</em> sul 24ore mi è sembrata insomma qualcosa su cui riflettere. Non perché Rondoni non sia degno di comparire sul più rilevante inserto culturale italiano: egli è figura controversa che non va censurata. Però avendo lui moltissimi altri spazi (tra cui la televisione), ed esprimendo spesso opinioni che comunque hanno un che di allineato a dettami di certo ortodossi (sia verso la Chiesa che verso il Governo) mi è sembrato il caso di segnalare che ci sono in Italia moltissimi altri bravi poeti di certo degni di fare riflessioni e proposte di lettura magari diverse, con altri orizzonti, e che di spazi per far sentire la loro voce ne hanno molti molti meno. Ora, le poche battute che a Rondoni sono affidate non sono in sé quello che fa la differenza, non è solo questo. Dargli o meno spazio non è infatti una questione solo di equilibrio ma proprio di concezione della cultura e della politica culturale. Dare spazio alla poesia ma soprattutto al modo di parlarne, ai temi che apre, alle questioni che solleva, è qualcosa che ha una certa rilevanza e non basta “marcare il cartellino” come se fosse indifferente il libro o i libri che si considerano, e chi li recensisce.<br />
La mia lettera è stata di certo molto appassionata e dai toni accesi, che possono essere letti anche come offensivi, sebbene non fosse questo ciò che desideravo esprimere.<br />
Cosa di cui mi sono scusata personalmente con lui, a cui ho chiesto che la lettera venisse recapitata e che so essere stata da lui letta – in un qualche modo infatti mi ha risposto, tranne sull&#8217;unica domanda che gli ho posto: ma Bondi come “poeta”, le piace?</p>
<p>Ora, penso che più che una sconosciuta come me, sarebbe doveroso ascoltare la voce e l&#8217;opinione dei poeti chiamati in causa e naturalmente anche di tutti gli altri non citati. Magari per essere smentita, per sapere se e dove sbaglio e cercare di andare più a fondo nell&#8217;analisi (mi è stato detto di essere semplicemente ideologica e banalmente anticlericale – vorrei mi si spiegasse di più, se davvero è così). Penso che quando ci sembra che qualcosa non vada sia il caso di iniziare a dirlo, e non fare finta di nulla perché tanto non è importante e niente può essere mutato e poveri noi eccetera. In questo momento mi sembra invece che tutto sia molto importante. Soprattutto sbilanciarsi.<br />
Dunque chiederei a chi voglia farlo, di esporsi e dire se non sia il caso di pretendere che il tiro sia un po&#8217; più alto, che il dibattito intellettuale sia più esigente e accolto nella sua complessità, complessità che non è solo un bianco e nero in cui basta dar voce una volta a un cattolico e un&#8217;altra a un comunista per aver fatto dei passi avanti arricchenti. Penso occorra molto di più e molto più andare a fondo ed entrare molto di più in crisi. Ripeto: non è Rondoni la questione, ma quello che scegliere lui o chi per lui significa.<br />
Ringrazio per l&#8217;attenzione.</p>
<p><strong>La lettera in questione può essere letta <a href="http://www.facebook.com/note.php?note_id=10150265701655515&#038;id=1538955896&#038;ref=mf">QUI</a>. </strong></p>
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		<title>La libertà di Internet: proteggerla prima di progettarla (1)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Apr 2010 05:49:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[ethan zuckerman]]></category>
		<category><![CDATA[global voices]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
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					<description><![CDATA[di Ethan Zuckerman &#8211; traduzione di B. Borgato e B. Parrella l&#8217;obiezione principale che mi è stata fatta è: &#8220;Okay, il ricorso a strumenti anticensura non è l&#8217;unica strategia possibile. Cosa dovremmo fare allora? &#8220; Qualche settimana fa, ho proposto un post pensato per stimolare la discussione sull&#8217;idea della libertà di Internet [tradotto in italiano su Nova [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/">Ethan Zuckerman</a> &#8211; traduzione di B. Borgato e B. Parrella</p>
<blockquote><p>l&#8217;obiezione principale che mi è stata fatta è: &#8220;Okay, il ricorso a strumenti anticensura non è l&#8217;unica strategia possibile. Cosa dovremmo fare allora? &#8220;</p></blockquote>
<p>Qualche settimana fa, ho proposto <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/2010/02/22/internet-freedom-beyond-circumvention/" target="_blank">un post pensato</a> per stimolare la discussione sull&#8217;idea della libertà di Internet [tradotto in <a href="http://novareview.ilsole24ore.com/articoli/46981" target="_blank">italiano su Nova</a> (e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/questioni-di-censura/">ripreso</a> su Nazione Indiana ndr)]. Ho ricevuto un numero tale di reazioni, sia di elogio che di critica, da ritrovarmi coinvolto in molte più conversazioni sulla libertà del web di quanto mi fossi aspettato. È una questione che sta a cuore a molti, in attesa di sapere se Google smetterà di applicare la censura al suo motore di ricerca cinese [che ora <a href="http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=2&amp;ID_articolo=993&amp;ID_sezione=&amp;sezione=" target="_blank">punta su Hong Kong</a>, proprio per evitare tale censura], riflettendo sulle implicazioni nell&#8217;ambito dei social media delle <a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/8556341.stm" target="_blank">recenti riduzioni delle sanzioni contro Cuba, Iran, Sudan</a> adottate dal Ministero del Tesoro statunitense, mentre proseguono [in USA] le audizioni al Congresso e le revisioni legislative. <span id="more-33118"></span>(La mia amica e collega Rebecca MacKinnon, da tempo impegnata a educare Washington su questi temi, <a href="http://rconversation.blogs.com/rconversation/2010/03/global-internet-freedom-and-the-us-government.html" target="_blank">offre una panoramica completa</a> della complessità di questa dimensione, dal punto di vista legislativo e delle lobby.)</p>
<p>Alcune risposte al mio intervento hanno evidenziato come le idee espresse non fossero solo mie, bensì riflettessero il pensiero di tante persone capaci che operano in questo campo. Niente di più vero &#8211; ho avuto la fortuna di lavorare con la <a href="http://opennet.net/" target="_blank">Open Net Initiative</a> e con gli altri del <a href="http://cyber.law.harvard.edu/" target="_blank">Berkman Center</a> e del <a href="http://citizenlab.org/" target="_blank">Citizen Lab</a> nel corso degli ultimi anni, e devo molte delle mie riflessioni su questi temi a gente in gamba come <a href="http://rconversation.blogs.com/" target="_blank">Rebecca</a>, <a href="http://blogs.law.harvard.edu/palfrey/" target="_blank">John Palfrey</a>,<a href="http://deibert.citizenlab.org/" target="_blank">Ron Deibert</a>, <a href="http://cyber.law.harvard.edu/people/jzittrain" target="_blank">Jonathan Zittrain</a>, <a href="http://www.nartv.org/" target="_blank">Nart Villeneuve</a>, <a href="http://blogs.law.harvard.edu/hroberts/" target="_blank">Hal Roberts</a> e altri &#8211; mi dispiace non aver chiarito queste interconnessioni nel post precedente.</p>
<p>I commentatori, sia online che offline, si sono chiesti se le teorie del cambiamento postulate nel mio pezzo fossero quelle giuste o un elenco completo &#8211; non pensavo certo di offrire un elenco completo, quanto piuttosto alcune proposte di discussione. L&#8217;amico Dario Cuplinskas suggerisce giustamente che inquadrare il concetto di libertà del web in termini di cambiamento di regime sopravvaluta e travisa la questione non favorendone la comprensione. Altri invece sembrano decisi a tracciare una linea precisa: per la libertà di Internet ci vuole un cambiamento di regime—ed è vero, ha senso pensare a una strategia americana per la libertà della rete a livello globale in termini più precisi. Un commentatore ha <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748703780204575120181476495268.html" target="_blank">ripreso le mie tesi </a>per poi proporre uno scenario quasi opposto a quello che proponevo, sostenendo che una strategia simile a quella di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Radio_Free_Europe" target="_blank">Radio Free Europe</a> potrebbe favorire l&#8217;evoluzione di un web libero. Sono convinto che si sbagli, ma questo è esattamente il tipo di confronti che speravo di stimolare.</p>
<p>Ma la contestazione principale che mi è stata fatta è: &#8220;Okay, il ricorso a strumenti anticensura non è l&#8217;unica strategia possibile. Cosa dovremmo fare allora? &#8221;</p>
<p>Vorrei che fosse un problema facile da risolvere. Sembrava che fossero pochi gli Stati coinvolti nella censura di Internet, che avveniva attraverso un numero limitato di tecniche note e applicate dai fornitori d&#8217;accesso a Internet. Ora è più diffusa e complessa, inclusi gli hacker e gli <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/DDoS" target="_blank">attacchi del tipo Denial of Service (DDoS)</a>, il filtraggio sia da parte degli editori che dei fornitori d&#8217;accesso, utilizzando una vasta gamma di tecniche, compreso l&#8217;arresto e i procedimenti penali contro chi si esprime liberamente on-line e il ricorso ai media partecipativi da parte delle autorità statali. Di fronte a un tale insieme di minacce alla libertà del web, abbiamo bisogno di adottare una serie di contromisure. Eccone alcune:</p>
<p>&#8211; Il mio collega del Berkman, Jonathan Zittrain, suggerisce una risposta più attiva alla censura praticata a nome degli editori, una forma di &#8220;<a href="http://roomfordebate.blogs.nytimes.com/2010/01/15/can-google-beat-china/#jonathan" target="_blank">Trattato di aiuto reciproco</a>&#8220;, dove i siti si accordano per ospitarsi i contenuti reciprocamente, così da proteggerli da alcuni tipi di blocchi. Sta mettendo a punto l&#8217;idea e in una recente conversazione ha proposto una struttura di &#8220;link e mirror&#8221;, in cui i server web nascondono le copie &#8220;cache&#8221; del contenuto a cui rimandano i link, da utilizzare solo se il sito web originale non dovesse essere accessibile. È un modello che potrebbe funzionare bene per i contenuti statici, e nel lungo periodo potrebbe rivelarsi utile a garantire l&#8217;accesso ai contenuti in maniera più dinamica e complessa. Si potrebbero integrare altre strategie nella creazione di resistenze ai blocchi tramite il &#8220;mirroring&#8221; &#8211; Psiphon sta raccogliendo le &#8220;cache&#8221; di materiali da siti come quello della BBC, così da garantirne l&#8217;accessibilità negli angoli del mondo più chiusi a Internet, mentre progetti come <a href="http://www.accessnow.org/" target="_blank">AccessNow</a> replicano certi video controversi, compresi i video delle proteste iraniane, per poi cercare di renderli accessibili attraverso molteplici canali.</p>
<p>&#8211; Insieme ad Hal Roberts, stiamo studiando le contromisure alla portata di piccole entità e blogger che pubblicano online per difendersi dagli attacchi DDoS. Stiamo considerando il principio della cosidetta “degradazione elegante”, dove i siti che rispondono a un attacco DDoS diventano meno dinamici e interattivi continuando però a tenere attive le pagine statiche. Se colpiti da pesanti attacchi, i singoli siti autonomi possono rapidamente affidarsi alle versioni di riserva (back-up) ospitate da grandi fornitori come Blogger o WordPress.com, i quali dispongono di tecnici addetti a rintuzzare tali attacchi. Di nuovo, questa tattica funziona se viene integrata da altre strategie specifiche: organizzare squadre di amministratori &#8220;white hat&#8221;, (o <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/White_hat" target="_blank">hacker etici</a>) capaci di entrare rapidamente in azione e difendere i siti sotto attacco; creare una robusta architettura tecnica come quella offerta da servizi tipo <a href="http://www.prolexic.com/" target="_blank">Prolexic</a> e <a href="http://www.akamai.com/" target="_blank">Akamai</a>; controbattere attivamente gli attacchi DDoS ricorrendo ad altri servizi tipo quelli di<a href="http://www.arbornetworks.com/peakflowsp" target="_blank"> Peakflow</a> e Arbor Networks.</p>
<p>&#8211; Come ha suggerito Rebecca MacKinnon nella sua <a href="http://rconversation.blogs.com/rconversation/march-2-2010-senate-testimony-on-internet-freedom.html" target="_blank">testimonianza davanti al Senato Usa</a>, le aziende soggette a diffuse censure su Internet, come Google, dovrebbero considerare l&#8217;avvio di interventi presso il WTO (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Organizzazione_Mondiale_del_Commercio" target="_blank">Organizzazione Mondiale del Commercio</a>) e altri enti internazionali che considerano la censura una pratica scorretta contro il libero commercio. Questa non è certo una strada percorribile per le piccole entità – è quel tipo di strategia che richiede impegni costosi e continuati &#8211; ma è un ambito in cui le grandi aziende possono creare dei precedenti giuridici a cui in seguito potrebbero appoggiarsi anche le piccole strutture.</p>
<p>Considerando questi ed altri approcci, sono arrivato alla convinzione che ogni strategia di successo per la libertà di Internet dovrà richiedere l&#8217;impegno convinto e continuato dei grandi fornitori di servizi e d&#8217;accesso – aziende quali Google, Yahoo!, Microsoft, Facebook e altre. La soluzione architettonica del Professor Zittrain – la combinazione di link e mirror – è un&#8217;ottima soluzione per tenere online contenuti statici, come articoli o video su manifestazioni di protesta, pur a fronte di filtri o attacchi DDoS attivati da autorità statali. Ma è assai più difficile creare duplicati, o mirror, delle complesse situazioni attive su community come quelle su siti tipo Facebook… o finanche dei commenti che si sviluppano in un blog. Per duplicare tali contenuti occorre operare in maniera ravvicinata con le stesse strutture che gestiscono quei servizi interattivi.</p>
<p>La soluzione a cui io e Hal stiamo lavorando si rivolge a siti a tutela dei diritti umani e può essere riassunta con, “Quando sei sotto attacco, riduci al minimo ogni funzionalità e poi trova riparo a casa di qualcun altro più grande&#8221;, ovvero un importante fornitore d&#8217;accesso come Akamai o Google. E le imprese più ferrate per combattere la battaglia sul fronte dei trattati commerciali, come sostiene Rebecca, sono le grandi corporation. Tutto ciò scaturisce da una delle scomode verità dell&#8217;Internet contemporanea: giorno dopo giorno, la Rete va facendosi sempre più centralizzata.</p>
<p>Quando iniziammo a costruirla nel 1994, l&#8217;Internet commerciale era altamente decentralizzata – molti siti web operavano server in proprio, potendo scegliere la connessione da una gamma di fornitori d&#8217;accesso. Oggi è molto più comune affidarsi a grandi aziende di hosting come Rackspace. E sempre più l&#8217;uso di Internet va concentrandosi su un numero ridotto di siti-chiave che dominano i dati del traffico generale. Arbor Networks definisce questa tendenza “<a href="http://www.xconomy.com/boston/2009/10/20/arbor-networks-reports-on-the-rise-of-the-internet-hyper-giants/" target="_blank">l&#8217;avvento dei super-giganti</a>“. In base ai propri dati di monitoraggio del traffico Internet, il “60% di tutti i contenuti online partono da, o finiscono all&#8217;interno di, appena 100 o 150 siti&#8221;. Tra i siti ai primi posti la concentrazione è perfino più corposa – 30 aziende raccolgono il 30% dell&#8217;intero traffico su Internet. E alcuni di questi super-giganti – Google, Facebook, Amazon, Yahoo! – sono ambienti ben recintati (Google controlla YouTube, Blogger e molti altri servizi, Facebook), o ristretti in modo da offrire accesso a versioni localizzate (Amazon e Yahoo!). È impossibile ricreare dei mirror funzionali di simili siti. E accedervi tramite dei server proxy può risultare enormemente costoso, come sostenevo nel mio post precedente. Se riteniamo che gli utenti cinesi debbano avere accesso a YouTube, occorre che quest&#8217;ultimo divenga un attivo partecipante in tale battaglia.</p>
<p>Questo è l&#8217;aspetto strano. Nell&#8217;Internet centralizzata di oggi gran parte dello spazio pubblico digitale che celebriamo sotto lo striscione della libertà della Rete è di fatto controllato da grandi corporation. Di per sé non c&#8217;è niente di sbagliato in questo quadro – molta dell&#8217;innovazione nello spazio di Internet è dovuta a tali aziende commerciali. Ciò tuttavia può presentare dei problemi quando si tratti di ricorrere a tali strumenti per tutelare un ambiente per la libertà d&#8217;espressione.</p>
<p>Queste entità non hanno alcun obbligo legale di consentire la circolazione aperta, non filtrata, di opinioni politiche nei propri spazi, allo stesso modo in cui gli shopping mall non sono tenuti a ospitare manifestazioni politiche. Spesso dimentichiamo questo fatto perché così tanta gente usa Blogger o Facebook per esprimere opinioni politiche, e generalmente tali piattaforme si prestano a essere utilizzate in tal senso. Eppure talvolta questi super-giganti ci rammentano che non sono tenuti ad essere “common carriers”, operatori neutrali, né (al pari delle aziende telefoniche) a seguire pratiche non-discriminatorie sul tipo di espressione che decidono di consentire sulle proprie piattaforme. <a href="http://jilliancyork.com/2010/03/13/the-risk-of-facebook-activism-in-the-new-arab-public-sphere/" target="_blank">Spiegando la decisione di Facebook di eliminare un gruppo marocchino</a> che sostiene la separazione tra Stato e moschee, l&#8217;amica e collega Jillian York sottolinea come gli intricati Termini di Servizio di Facebook siano stati usati per giustificare la rimozione di foto di allattamento al seno di un omonimo gruppo e per avvallare invece l&#8217;esistenza di gruppi che negano l&#8217;olocausto e sostengono la pedofilia. Il suo punto centrale: mentre Facebook è un potente strumento per organizzare iniziative, chiunque usi quella piattaforma rischia di cadere vittima di certe interpretazioni di tali Termini di Servizio che limitano la libertà d&#8217;espressione. (Come nota il super-designer web <a href="http://unthinkingly.com/" target="_blank">Chris Blow</a> in un commento al post di Jillian, decisioni come queste possono non rispecchiare la policy ufficiale di Facebook quanto piuttosto i tentativi individuali degli addetti di Facebook alle prese con l&#8217;oceano di 5 miliardi di singoli testi inseriti ogni settimana).</p>
<p>Per sperare di vedere fornitori come Facebook <strong>propagare</strong> la libertà di Internet in questi ambienti recintati, occorre che prima di tutto s&#8217;impegnino a <strong>proteggere</strong> tali diritti sulle proprie piattaforme. La buona notizia è che certe aziende considerano assai seriamente questa posizione. Google, Yahoo e Microsoft stanno lavorando con vari gruppi in ambito accademico e nella società civile nel contesto della <a href="http://www.globalnetworkinitiative.org/principles/index.php" target="_blank">Global Network Initiative</a> per sviluppare le &#8220;best practices&#8221;, le migliori pratiche possibili per la tutela della privacy e della libertà d&#8217;espressione all&#8217;interno degli spazi sotto il loro controllo.</p>
<p><em>[Fine prima parte]</em><br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;<br />
Testo originale <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/2010/03/22/internet-freedom-protect-then-project/" target="_blank">Internet Freedom: Protect, then project</a><br />
Pubblicato su <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/vociglobali/grubrica.asp?ID_blog=286&amp;ID_articolo=50&amp;ID_sezione=654&amp;sezione=">Voci Globali &#8211; La Stampa</a> &#8211; 26/3/2010<br />
Pubblicato sotto <a href="http://creativecommons.org/licenses/by/3.0/">Licenza Creative Commons Attribution 3.0</a></p>
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		<title>Questioni di censura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Apr 2010 09:00:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Ethan Zuckerman Il recente intervento del segretario di Stato Hillary Clinton sulla libertà di internet è un segno del forte interesse del Dipartimento di Stato Usa verso l’utilizzo di internet per promuovere riforme politiche in società chiuse ed autoritarie. E&#8217; naturale che il Dipartimento di Stato guardi ai progetti di sistemi per eludere la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.ethanzuckerman.com/">Ethan Zuckerman</a></p>
<p>Il <a href="http://www.state.gov/secretary/rm/2010/01/135519.htm">recente intervento</a> del segretario di Stato Hillary Clinton sulla libertà di internet è un segno del forte interesse del Dipartimento di Stato Usa verso l’utilizzo di internet per promuovere riforme politiche in società chiuse ed autoritarie. E&#8217; naturale che il Dipartimento di Stato guardi ai progetti di sistemi per eludere la censura su internet. Il New York Times segnala che un gruppo di senatori chiede al Segretario di utilizzare i fondi esistenti <a href="http://www.nytimes.com/2010/01/21/technology/21censor.html">a sostegno dello sviluppo dei programmi per aggirare la censura</a>, tra cui <a href="http://www.torproject.org/">Tor</a>, <a href="http://psiphon.ca/">Psiphon</a> e <a href="http://www.dit-inc.us/freegate">Freegate</a>.</p>
<p>Ho passato buona parte degli ultimi due anni studiando i sistemi di elusione della censura su internet. Con i colleghi <a href="http://blogs.law.harvard.edu/hroberts/">Hal Roberts</a> e <a href="http://blogs.law.harvard.edu/palfrey/">John Palfrey</a> ho eseguito <a href="http://en.scientificcommons.org/51835899">uno studio</a> che mette a confronto i punti di forza e di debolezza dei diversi strumenti. Gran parte del nostro sforzo è finalizzato al coordinamento tra gli sviluppatori di questi strumenti e chi ha bisogno di questi strumenti per pubblicare contenuti sensibili.</p>
<p>Sono del tutto convinto che abbiamo bisogno di strumenti anticensura solidi, anonimi e di facile utilizzo. Ma credo anche che abbiamo bisogno di molto di più di semplici strumenti per aggirare la censura e temo che i tecnologi e i finanziatori si concentrino solo su questo aspetto della libertà su internet a scapito degli altri. Mi chiedo se stiamo studiando abbastanza le limitazioni fondamentali dei sistemi di elusione e se stiamo ragionando anche su cosa la libertà sul web possa fare per gli utenti in società non democratiche.</p>
<p>A questo proposito lancio una provocazione: <strong>Non possiamo eludere la censura su internet</strong>.<span id="more-32698"></span></p>
<p>Non voglio dire che i sistemi di aggiramento della censura non funzionano. Abbiamo provato diversi sistemi di elusione in nazioni dove funziona la censura e abbiamo scoperto che la maggior parte di questi riesce a recuperare materiali bloccati dal firewall cinese e da sistemi simili. C’è qualche problema legato alla privacy, alla dispersione di dati, alla resa di alcuni tipi di contenuti e soprattutto l’usabilità e la performance, ma i sistemi funzionano e riescono a eludere la censura. Quello che però voglio dire è che non possiamo permetterci di utilizzare gli strumenti esistenti per “liberare” tutti gli utenti internet cinesi, anche se tutti volessero davvero essere &#8220;liberati&#8221;.</p>
<p>I sistemi anticensura hanno tutti uno stesso modello operativo: agiscono come proxy per permettere di raggiungere contenuti bloccati. Un utente viene bloccato nell’accesso a un sito dal suo Isp o dall’Isp di quell’Isp. Se vuole leggere una pagina di Human Rights Watch, non riesce a visualizzarla perché l’indirizzo Ip di quella pagine è su una “black list”. Così indirizza il suo browser verso un altro indirizzo Ip per ottenere dal server di Hrw quella pagina. Così, se quell’indirizzo non è bloccato, riesce a ricevere la pagina via proxy. Nell’operazione il proxy funziona come un service provider. La sua capacità di fornire un servizio adeguato ai suoi utenti è legato all’ampiezza di banda, sia in fase di accesso al sito che di scaricamento dei contenuti. E la banda larga costa.</p>
<p>Alcuni sistemi hanno cercato di ridurre questi costi cercando di condividerli tra alcuni volontari – Psiphon nella sua forma originaria utilizzava computer di alcuni volontari in tutto il mondo come proxy e utilizzava la loro banda per accedere a internet. In molti paesi, però, le connessioni sono asimmetriche, ottimizzate per lo scaricamento di contenuti ma molto più lente quando si tratta di inviare contenuti. Psiphon non è più basata principalmente su proxy ospitati da volontari. Tor sì, ma i nodi di Tor sono speso ospitati su server di università e società che hanno ampia disponibilità di banda. Maproprio la disponibilità di banda rimane uno dei maggiori vincoli all’uso di Tor. Gli strumenti attualmente più usati – servizi VPN come <a href="https://www.relakks.com/">Relakks</a> e <a href="http://www.witopia.net/welcome.php">Witopia</a> – chiedono in pagamento agli utenti cifre annue significative per le spese legate alla banda larga.</p>
<p>Ipotizziamo che sistemi come Tor, Psiphon e Freegate ricevano finanziamenti aggiuntivi dal Dipartimento di Stato. Quanto costerebbe fornire accesso via proxy per la Cina, per esempio? In Cina ci sono <a href="http://www.reuters.com/article/idUSTOE60E06S20100115">384 milioni di utenti</a> di internet, il che significa avere un Isp in grado di gestire più di 25 volte <a href="http://www.isp-planet.com/research/rankings/usa.html">gli utenti del più grosso Isp Usa</a>. La Cina consuma 866.367 Mbps di banda larga secondo <a href="http://www.cnnic.net.cn/en/index/0O/index.htm">CNNIC</a>. Non è facile stimare quanto gli Isp paghino per la banda larga, anche se i prezzi convenzionali sono tra 0,05 e 0,10 dollari per gigabit. Sulla base di un prezzo di 5 centesimi, il costo per portare internet in Cina sarebbe di 13,6 milioni al mese, 163,3 milioni l’anno solo per la banda larga, senza contare i costi dei proxy server, dei router, degli amministratori di sistema. Rispetto a queste cifre, i 45 milioni che i senatori Usa chiedono alla Clinton sembrano una cifra irrisoria.</p>
<p>C’è un’altra complicazione: non stiamo parlando solo di gestire un Isp, ma di gestire un Isp di cui con ogni probabilità verrà fatto un cattivo uso. Gente che fa spam, truffatori e altri criminali su internet usano proxy server per condurre le loro attività in modo da proteggere la loro attività. Wikipedia<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Open_proxies"> si riserva il diritto di bloccare utenti che usino proxy</a> per editare le voci, dopo che molti utenti hanno utilizzato i proxy per aggirarne le regole. Gli operatori proxy devono quindi trovare un punto di equilibrio: affinché i proxy siano utili, le persone devono saperli usare per accedere a siti come Wikipedia o YouTube, ma se li usano per abusare dei siti visitati, i proxy vengono bloccati.</p>
<p>Sono scettico sul fato che il Dipartimento di Stato possa o voglia di finanziare o attivare un Isp che possa essere utilizzato da milioni di utenti simultaneamente, molti dei quali lo userebbero <a href="http://news.techworld.com/security/10663/researchers-eye-open-proxy-attacks/">per commettere frodi o mandare spam</a>. Le persone che finanziano proxy non sanno cosa questi possono fare in questo senso: invece pensano che i proxy siano usati solo in specifiche circostanze, per accedere a contenuti bloccati. Questo è il problema. Uno stato come la Cina blocca molti contenuti: <a href="http://english.blawgdog.com/2010/01/googles-angry-sacrifice-and-accelerated.html">secondo Donnie Dong</a> cinque dei dieci siti più popolaro nel mondo sono bloccati in Cina. Tra questi YouTube e Facebook, che occupano molta banda a livello di pesantezza dei download che di lunghezza delle sessioni. Forse potremmo fare da ISP per la Cina se fornissimo accesso solo verso <a href="http://hrw.org/">Human Rights Watch</a>, non certo se fornissimo accesso a YouTube. Gli operatori proxy hanno affrontato questo tipo di questioni quando hanno mezzo dei limiti all’utilizzo dei loro strumenti: alcuni bloccano YouTube o contenuti pornografici, altro limitano l’uso da parte di alcune persone. Nel decidere chi o che cosa bloccare gli operatori danno la loro risposta a una questione complessa: <strong>Che parti di internet vogliamo aprire alle persone che vivono in società autoritarie?</strong></p>
<p>Non è una questione semplice. Immaginiamo di riuscire a fare traffico tramite proxy verso paesi come Cina, Iran o Myanmar, e di riuscire a mantenere questi proxy accessibili e liberi (non è semplice). Abbiamo ancora dei problemi. La gran parte del traffico è domestico. In Cina stimiamo che il 95% del traffico è interno al paese. E la censura agisce soprattutto a livello domestico. Come <a href="http://firstmonday.org/htbin/cgiwrap/bin/ojs/index.php/fm/article/view/2378/2089">documentato</a> da <a href="http://rconversation.blogs.com/">Rebecca MacKinnon</a>, in Cina i contenuti user generated vengono censurati con modalità complesse e decentrate. Quindi una gran parte di materiali controversi non viene pubblicato sia perché viene bloccato, sia perché gli autori temono che venga bloccato o cancellato l’account del loro blog. Se gli autori cinesi avessero per esempio accesso a Blogger, potrebbero pubblicare lì.</p>
<p>Nel promuovere la libertà su internet dobbiamo valutare strategie per contrastare la censura nelle società chiuse. Dobbiamo quindi affrontare anche la “censura soft”, l’utilizzo degli spazi pubblici da parte dei regimi autoritari che sponsorizzano blogger filo-governativi e spargono commenti favorevoli (Evgeny Morozov ci offre una visione molto cupa sull’uso autoritario dei social media in “<a href="http://www.prospectmagazine.co.uk/2009/11/how-dictators-watch-us-on-the-web/">How dictators watch us on the web</a>”).</p>
<p>Dobbiamo anche affrontare la crescente minaccia alle conversazioni online. Quando <a href="http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/europe/article1483840.ece">la Turchia blocca YouTube</a> per evitare che cittadini turchi vedano video che diffamano Ataturk, non fa vedere quel contenuto a 20 milioni di navigatori turchi. Quando qualcuno lancia un <a href="http://www.irrawaddy.org/opinion_story.php?art_id=14280">denial of service  distribuito (DDoS) nei confronti di Irrawaddy</a> (giornale online molto critico nei confronti del governo di Myanmar), ne inibisce  la lettura a tutti. I sistemi di elusioni possono permettere ai turchi di superare il blocco su YouTube, ma non aiutano gli americani o i birmani a vedere Irrawaddy quando è sotto un DDoS o un attacco di hacker.</p>
<p>Gli editori di contenuti controversi stanno realizzando che non devono solo affrontare censure mediante sistemi nazionali di filtraggio, ma anche mediante una serie di attacchi tecnici e legali mirati a rendere inaccessibili i loro server. Ci sono diversi metodi con cui gli editori possono aumentare la resistenza dei loro siti agli attacchi DDoS o ai filtri. Per evitare il blocco in Turchia, YouTube può aumentare il numero degli indirizzi Ip che conducono al server; può mantenere una mailing list per fornire agli utenti gli indirizzi Ip non bloccati con cui poter accedere a YouTube oppure creare un’applicazione che, una volta scaricata, fornisce indirizzi Ip non bloccati agli utenti di YouTube. Sono tutti sistemi utilizzati dai siti spesso bloccati in stati autoritari. Ma YouTube non adotta queste misure per almeno due motivi.</p>
<p>In primo luogo ha sempre cercato di trattare con le nazioni che filtrano internet  piuttosto che contrapporsi combattendo i filtri, anche se adesso la politica potrebbe cambiare dopo che Google ha annunciato la sua intenzione di non voler collaborare con la censura in Cina.</p>
<p>In secondo luogo YouTube non ha alcun incentivo economico a essere sbloccata in Turchia. Addirittura il blocco in Turchia potrebbe rappresentare un vantaggio economico. I siti fondati su contenuti user generated si reggono sulla pubblicità. E gli utenti pubblicitari sono più interessati agli utenti Usa (che hanno carte di credito, maggiore disponibilità e maggior facilità a spendere online) che non agli utenti in Cina o Turchia. Alcuni sospettano che l’<a href="http://www.nytimes.com/2009/04/27/technology/start-ups/27global.html?_r=1">introduzione di versioni leggere di servizi come Facebook</a> sia diretta agli utenti nei paesi in via di sviluppo, che difficilmente creano reddito. Sul piano economico potrebbe quindi essere difficile convincere questi servizi a continuare a essere presenti in paesi autoritari, dove già hanno difficoltà nel vendere pubblicità.</p>
<p>Sintetizzando:</p>
<ul>
<li><strong>Aggirare la censura su internet è difficile e costosa. Può facilitare l&#8217;invio di spam ed il furto di identità.</strong></li>
<li><strong>Aggirare la censura mediante proxy dà semplicemente accesso ai contenuti internazionali, non si risolve il problema della censura interna.</strong></li>
<li><strong>Aggirare la censura non offre una difesa contro attacchi  DDos o altri attacchi agli editori e pubblicatori di contenuti.</strong></li>
</ul>
<p>Per capire come promuovere la libertà su internet, dovremmo iniziare a riflettere su <a href="http://www.prospect.org/cs/articles?article=the_theory_of_change_primary">come pensiamo che internet possa cambiare le società</a> chiuse. E sul motivo per cui riteniamo che essa debba essere una priorità per gli Usa o la diplomazia mondiale. Io credo che il lavoro sulla censura sia motivata dalla convinzione che la capacità di condividere informazioni sia un diritto umano di base. L’art. 19 della <a href="http://www.un.org/en/documents/udhr/index.shtml">Dichiarazione Universale dei Diritti Umani </a>stabilisce che “tutti hanno il diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Internet è il sistema più efficace inventato finora dall’uomo per cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee, e quindi dobbiamo garantire che tutti abbiano libero accesso a internet.</p>
<p>Se crediamo che l’accesso a internet possa cambiare le società chiuse in un modo particolare, possiamo stabilire un ordine di priorità per i diversi aspetti di internet. La nostra teoria del cambiamento ci aiuta a capire a cosa dobbiamo garantire l’accesso. Le teorie elencate di seguito raramente sono dichiarate pubblicamente, ma credo che esse sottendano a molto del lavoro dietro alla lotta alla censura</p>
<p><strong>La teoria dell’informazione soppressa</strong>. Se riusciamo a fornire l’informazione negata alle persone dai regimi autoritari, queste si solleveranno e sfideranno i regimi. Potremmo chiamarla la “<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Hungarian_Revolution_of_1956">teoria dell&#8217;Ungheria ‘56</a>”: allora le notizie di rivolte contro i governi comunisti nel mondo, diffuse in Unghera da Radio Free Europe, hanno spinto gli ungheresi a sollevarsi contro il regime. Io di solito la definisco come “teoria della Corea del Nord” perchè credo che la Corea del Nord potrebbe essere un luogo dove l’informazione potrebbe portare alla rivoluzione (su quanto poco siano informati del mondo esterno i nordcoreani e sul mondo visto da Seul si veda l&#8217;articolo di Barbara Demick sul NYTimes &#8220;<a href="http://www.newyorker.com/reporting/2009/11/02/091102fa_fact_demick">The Good Cook</a>&#8220;). Ma la stessa Corea del Nord <a href="http://askakorean.blogspot.com/2010/01/excellent-article-on-dong-ilbo-about.html">è meno isolata dal punto di vista informativo</a> di quanto possiamo ritenere. E’ possibile quindi che l’informazione sia una condizione necessaria, ma non sufficiente, per la rivoluzione politica. E’ anche possibile che noi sopravvalutiamo il potere dell’informazione negata, soprattutto perché è estremamente difficile bloccare l’informazione in un epoca di connessione.</p>
<p><strong>La teoria della rivoluzione di Twitter</strong>. Se i cittadini di paesi chiusi possono utilizzare i potenti strumenti di comunicazione resi disponibile da internet, potranno unirsi e rovesciare i loro oppressori. E’ la teoria <a href="http://www.reuters.com/article/idUSWBT01137420090616">che ha indotto il Dipartimento di Stato a chiedere a Twitter</a> di rinviare un blocco programmato durante le proteste seguite alle elezioni iraniane. Anche se <a href="http://www.foreignpolicy.com/articles/2010/02/12/irans_failed_facebook_revolution">è improbabile che le tecnologie di connessione possano portare alla caduta del regime iraniano</a>, esistono anche esempi di segno contrario, come<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Joseph_Estrada#Controversies"> il ruolo avuto dai telefonini nella rivolta contro il presidente Estrada nelle Filippine</a>. C’è molto entusiasmo attorno a questa teoria, ma le analisi più attente ne segnalano i limiti. I canali di comunicazione aperti online tendono a essere compromessi velocemente, a essere utilizzati per la disinformazione e per il controllo degli attivisti. E quando la situazione sfugge di mano, i regimi non esitano a staccare la spina dei network.</p>
<p><strong>La teoria della sfera pubblica</strong>. La comunicazione in rete potrebbe non portare immediatamente alla rivoluzione, ma fornire un nuovo spazio dove una nuova generazione di leader può pensare e parlare liberamente. Sul lungo periodo la capacità di creare una nuova sfera pubblica, parallela a quella controllata dallo stato, darà vigore a una nuova generazione di attori sociali. <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/2009/04/27/marc-lynch-asks-us-to-be-realistic-about-digital-activism-in-the-middle-east/">Marc Lynch</a> ha indicato come esempio il ruolo dei samizdat, media clandestini dell’ex Unione Sovietica, che sono stati probabilmente più importanti come spazio di libera espressione che non come canali di diffusione di informazioni.</p>
<p>Dalla teoria accettata dipendono le scelte politiche. Se riteniamo che sia critica la diffusione dell’informazione – che sia all’opinione pubblica o a piccoli gruppi influenti – concentreremo i nostri sforzi su sistemi come Voice of America o Radio Free Europe. Si tratta di un approccio molto efficiente, ma sfortunatamente abbiamo un lungo track record che dimostra che questa forma di lotta alla censura non apre magicamente i regimi chiusi, suggerendo che questa strategia potrebbe rivelarsi povera.</p>
<p>Se adottiamo la teoria della rivoluzione di Twitter, dobbiamo focalizzarci sui sistemi che consentono comunicazioni rapide all’interno di network fidati. Il che significa strumenti come Twitter o Facebook, ma probabilmente anche tool come LiveJournal e Yahoo!Groups che fondano il loro servizio sull’esclusività, permettendo a piccoli gruppi di organizzarsi al di fuori del controllo delle autorità. Se invece puntiamo sull’approccio della sfera pubblica, puntiamo sulle tecnologie che permettono la comunicazione e il dibattito pubblico – blog, Twitter, YouTube e virtualmente tutto ciò che va sotto l’etichetta di Web 2.0.</p>
<p>Cosa significa tutto questo in relazione a come il Dipartimento di Stato dovrebbe allocare i propri investimenti per promuovere la libertà su internet? Ecco alcune implicazioni delle questioni coinvolte:</p>
<ul>
<li>Dobbiamo continuare a sostenere gli sforzi per superare le censure, almeno nel breve termine. Ma dobbiamo liberarci dell’idea che possiamo “risolvere” la censura con l’elusione. Dobbiamo proseguire in attesa di trovare migliori soluzioni tecniche e politiche, non perché pensiamo di abbattere il Grande Firewall spendendo di più.</li>
<li>Se vogliamo che più gente usi strumenti per aggirare la censura, dobbiamo trovare il modo per renderli sostenibili economicamente. Deve essere una parte di una strategia complessiva e dobbiamo sviluppare <a href="http://www.cnn.com/2010/TECH/02/18/internet.censorship.business/?hpt=Sbin">strategie che siano sostenibili</a> e che siano in grado di fornire accesso a costo basso o nullo agli utenti in paesi chiusi.</li>
<li>Allo stesso tempo dobbiamo sciogliere il nodo dell’uso di questi strumenti per mandare spam, organizzare truffe e rubare dati. Dobbiamo trovare una soluzione che protegga le reti contro gli abusi pur mantenendo la possibilità dell’anonimità, con un equilibrio difficile da trovare.</li>
<li>Dobbiamo spostare i nostri sforzi dal semplice permettere agli utenti sotto regimi autoritari di accedere a contenuti bloccati all’aiutare gli editori a raggiungere il pubblico. Nel fare questo possiamo guadagnare questi editori come alleati ma anche inaugurare una nuova classe di soluzioni tecniche.</li>
<li>Se il nostro obiettivo è permettere alle persone in società chiuse di accedere alla sfera pubblica online o di utilizzare strumenti online per organizzare proteste, dobbiamo coinvolgere nella conversazione anche gli amministratori di questi strumenti. Il segretario Clinton sostiene che dovremmo fare della libera conversazione una parte dell’identità americana. Dobbiamo risolvere il fatto che rendere le piattaforme internet resistenti ai blocchi ha un costo per i gestori e che attualmente questi non hanno alcun ritorno economico per fornire servizi a questi utenti.</li>
<li>Il governo Usa dovrebbe trattare i filtri internet – così come gli attacchi DDoS o di hacker aggio – alla stregua di barriere al commercio. Gli Stati Uniti dovrebbero fare forti pressioni perché paesi aperti come Francia o Australia resistano alle tentazioni di restringere l’accesso a internet, dal momento che il loro comportamento aiuta Cina e Iran a sostenere che la loro censura è in linea con le regole internazionali. E dobbiamo fissare dei vincoli rigidi del Tesoro Usa per rendere difficile che società come Microsoft o progetti come SourceForge operino in paesi chiusi. Se crediamo nella libertà di internet, un primo passo è quello di ripensare queste politiche in modo da non colpire i normali utenti di internet.</li>
</ul>
<p>Il rischio nel dare retta alle richieste del Segretario Clinton è che noi aumentiamo la nostra velocità, marciando però nella direzione contraria. Adottando l’obiettivo della libertà su internet, è giunto il momento di chiederci quali obiettivi vogliamo raggiungere e di mettere a punto di conseguenza la nostra strategia.</p>
<p>&#8212;</p>
<p>Articolo Originale: <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/2010/02/22/internet-freedom-beyond-circumvention/">Beyond circumvention</a> di Ethan Zuckerman, 22/2/2010 &#8211; licenza <a href="http://creativecommons.org/licenses/by/3.0/us/">Creative Commons Attribution 3.0 United States</a><br />
Pubblicato su <a href="http://novareview.ilsole24ore.com/articoli/46981">NòVA100 Review</a> &#8211; traduttore non noto &#8211; NDR: la traduzione è stata lievemente modificata nelle parti meno scorrevoli e sono stati aggiunti i link originali</p>
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		<title>Roberto Saviano. Contraddizioni o libertà.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Apr 2010 08:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[gomorra]]></category>
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					<description><![CDATA[Proponiamo alla riflessione e alla discussione dei lettori di NI il seguente testo di Wu Ming tratto da Wumingfoundation/Giap Ricapitoliamo: Berlusconi attacca Gomorra. Lo aveva già fatto, ma stavolta é più esplicito. Saviano giustamente fa notare che Berlusconié proprietario della casa editrice che pubblica il libro, e chiama in causa quest&#8217;ultima: &#8220;Si esprimano i dirigenti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #0000ff;"><em>Proponiamo alla riflessione e alla discussione dei lettori di NI il seguente testo di Wu Ming tratto da <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=157">Wumingfoundation/Giap</a></em></span></p>
<p>Ricapitoliamo: Berlusconi attacca <em>Gomorra</em>. Lo aveva già fatto, ma stavolta é più esplicito.<br />
Saviano giustamente fa notare che Berlusconié proprietario della casa editrice che pubblica il libro, e chiama in causa quest&#8217;ultima: &#8220;Si esprimano i dirigenti, i direttori, i capi-collana&#8221;.<br />
<a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/04/17/news/saviano_marina_berlusconi-3427001/">Si esprime invece Marina Berlusconi</a>, più in veste di figlia che di editrice.<br />
Saviano <a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/04/17/news/saviano_risposta_marina-3427068/">commenta la lettera di Marina</a> senza abbozzare, senza toni concilianti, anzi, chiamando in causa la Mondadori con maggiore perentorietà. Il messaggio é: &#8220;Voglio sentire chi in casa editrice ci sta per davvero, voglio sentire chi la Mondadori la manda avanti&#8221;.</p>
<p>La contraddizione si acuisce. Da autore Mondadori e autore di Gomorra, Saviano occupa una postazione strategica, e più di altri può chiamare al pettine certi nodi, nodi che riguardano anche noi.<br />
Far venire i nodi al pettine é tanto un dovere civico e politico, quanto un compito specifico dello scrittore.</p>
<p>Pubblicando con Mondadori, Saviano ha generato conflitto. Conflitto non effimero, ma che opera in profondità. Comunque vada, é più di quanto abbia fatto l&#8217;opposizione.<br />
Se Saviano fosse rimasto in una nicchia di ugual-pensanti, nel ghetto dei presunti &#8220;buoni&#8221;, non avrebbe acuito nessuna contraddizione, né generato alcun conflitto.</p>
<p>Stare simultaneamente &#8220;dentro&#8221; e &#8220;contro&#8221;, diceva l&#8217;operaismo degli anni Sessanta. &#8220;Dentro e contro&#8221; era la posizione, era dove piazzare il detonatore.</p>
<p style="text-align: left;">
<p><span id="more-33170"></span>Sia chiaro: l&#8217;alternativa non é mai stata &#8220;fuori e contro&#8221;. L&#8217;alternativa é sempre stata &#8220;dentro senza rompere i coglioni&#8221;, oppure &#8220;dentro senza assumersene la responsabilità&#8221;. Dentro fingendo di star fuori, insomma. Come tanti, come troppi.<br />
Un &#8220;fuori dal sistema&#8221; non esiste. Il sistema é il capitalismo, ed é ovunque, nel micro e nel macro, nei rapporti sociali e nelle coscienze, nelle giungle e in cima all&#8217;Everest. Noi abbiamo sempre detto &#8211; e ancora diciamo &#8211; che tutti quelli che combattono &#8220;il sistema&#8221; lo fanno dall&#8217;interno, dato che l&#8217;esterno non c&#8217;è. Il potere non é fuori da noi, é un reticolo di relazioni che ci avvolge, un processo a cui prendiamo parte, ma ovunque vi sia un rapporto di potere, là é anche possibile una resistenza.</p>
<p>Sei anni fa WM1 spiegò, per l&#8217;ennesima volta, la nostra posizione sul &#8220;pubblicare con Einaudi&#8221;. Lo fece <a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2004/09/000955.html">per filo e per segno su Carmilla</a>. Lo fece perché é sempre stato nostro costume &#8211; e ancora lo é &#8211; rendere conto pubblicamente delle nostre scelte, soprattutto se ci viene richiesto dai lettori.<br />
Tra le altre cose WM1 scriveva:</p>
<blockquote><p>Negli ultimi anni, le polemiche &#8220;boicottomaniache&#8221; hanno rischiato di fare il gioco degli yes men, dei leccaculo: chi chiede agli autori di sinistra di &#8220;andarsene da Mondadori&#8221; non capisce che così facendo il loro posto nella casa editrice e nell&#8217;immaginario collettivo (una posizione a dir poco strategica) sarebbe preso da autori e manager di destra (i quali non vedono l&#8217;ora), con piena libertà di spargere la loro merda incontrastati.</p></blockquote>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">Queste frasi risalgono a due anni prima dell&#8217;uscita di <em>Gomorra</em>. Sono cose che, in seguito, lo stesso Saviano ha dichiarato in più occasioni, e diversi altri autori hanno ribadito, anche di recente.<br />
Da anni difendiamo questa postazione avanzata e scomodissima, esposti sia agli attacchi della destra sia a continue raffiche di &#8220;fuoco amico&#8221;.</p>
<p>La nostra posizione sul pubblicare con Einaudi é  identica dal principio, é la stessa dichiarata in quel vecchio testo e ancora prima. Non siamo noi il corpo estraneo alla tradizione e al catalogo Einaudi, come non siamo noi ad avere corrotto Tizio o Caio, ergo non siamo noi che dobbiamo levare le tende.</p>
<p>Mettiamola così: se qualcuno vuole trafugarmi o usurpare qualcosa, io non rinuncio fin da subito, non gli lascio tutto in mano e tanti saluti. Io cerco di lottare, di resistere. Se poi il rapporto di forza é schiacciante, prenderò un fracco di botte, ma almeno avrò tentato. <span style="text-decoration: underline;">E&#8217; meglio prenderle dimenandosi che prenderle stando fermi.</span></p>
<p>In quelle note del 2004, WM1 descriveva un berlusconismo in forte crisi. I sintomi c&#8217;erano tutti, ma quell&#8217;analisi &#8211; sei anni dopo possiamo dirlo &#8211; li sopravvalutava. Eppure&#8230;<br />
Eppure sei anni fa la partita non era persa. Il berlusconismo arrancava, non sfondava, il logoramento era evidente. Non tutti i pozzi erano avvelenati. L&#8217;elenco di passi falsi, sconfitte e defaillances non ce l&#8217;eravamo sognato noi, erano tutte cose appena accadute. L&#8217;anno prima tre milioni di persone avevano marciato a Roma contro la guerra in Iraq. Due anni dopo, la &#8220;devolution&#8221; (la più grande scommessa del berlusco-leghismo, un&#8217;impresa storica di de-costituzionalizzazione del Paese) sarebbe stata bloccata dal voto referendario. Non sono falsi ricordi. C&#8217;era ancora un blocco sociale, una &#8220;forza storica&#8221; che si opponeva e impediva al berlusconismo di sfondare.<br />
Quella forza storica, però, da sola non bastava. Ed é stata boicottata, sabotata, massacrata prima dalla &#8220;opposizione&#8221; che dal governo. E inoltre ha commesso degli errori, continuando ad affidarsi a certi rappresentanti.</p>
<p>Quel che é successo dopo lo sappiamo. Oggi tutto é più difficile, ma per noi la sfida, la sfida politica, é ancora &#8220;resistere un minuto più del padrone&#8221;. L&#8217;Einaudi é un campo di battaglia importante, e finché avremo munizioni e fiato continueremo a combatterci sopra. Ce ne andremo solo se e quando, presto o tardi, le condizioni si faranno intollerabili.</p>
<p>E&#8217; la strategia sbagliata? Tutto può essere. Ma é quella che abbiamo scelto e di cui rendiamo conto da sempre. Noi possiamo fare errori, scazzare previsioni, fare passi falsi, ma agiamo sempre con coscienza, prendendoci le nostre responsabilità, sottoponendoci al pubblico scrutinio, facendo autocritica.</p>
<p>Dopodiché, le scelte di ciascuno verranno giudicate sul lungo periodo, commisurate ai risultati ottenuti sul campo, alla traccia lasciata, al contributo dato alla sopravvivenza di un barlume di senso nella propria e altrui vita.</p>
<p>****</p>
<p style="text-align: left;">Qualche parola su Saviano.<br />
Al di là di alcune mosse e prese di posizione stridenti e da noi non condivise, abbiamo sempre difeso e continueremo a difendere Saviano dagli attacchi stupidi o interessati. Savianoé un collega, un amico, un compagno di strada. Per questo gli abbiamo sempre detto le cose fuori dai denti, e abbiamo segnalato quali rischi gli facesse correre la sua trasformazione in comodo simbolo, vessillo rassicurante e buono per tutti i frangenti, abito d&#8217;indignazione pr&#8217;t-à-porter. <a href="http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/Wu_ming_Tiziano_scarpa_Face_off.pdf">Tra le altre cose, nel 2009 scrivemmo:</a></p>
<blockquote><p>&#8230;&#8221;Saviano é tutti noi&#8221;. Vada avanti lui ché ci rappresenta così bene. Soffra lui per conto nostro,é il destino che sié scelto. Bel ragazzo, tra l&#8217;altro. Savianoé l&#8217;uomo più strumentalizzato d&#8217;Italia [&#8230;] La voce di Saviano é rimasta invischiata tra scelte fatte più in alto, politiche d&#8217;immagine e &#8220;stato delle cose&#8221; realpolitiko: Saviano con Shimon Peres con Donnie Brasco con Salman Rushdie con Veltroni, Saviano alla scuola di formazione del PD nel Mezzogiorno e così via.<br />
Dev&#8217;essere ben chiaro che Saviano non può comportarsi in altra maniera: ha davvero bisogno di questa ossessionante presenza pubblica, di questo over-statement di solidarietà anche pelosa, perché gli garantisce incolumità. Il paradossoé che, dietro il cordone sanitario, lo scrittore svanisce e resta solo il testimonial [&#8230;] Saviano dovrà lottare con le unghie e con i denti per ri-conquistarsi come scrittore.</p></blockquote>
<p style="text-align: left;">Da qualche settimana, sui giornali e in rete, circola <a href="http://current.com/current-it-blog/92342102_saviano-racconta-saviano.htm">una pubblicità</a>, un&#8217;immagine che abbiamo fin da subito trovato molto vera e perciò raggelante, perfetta rappresentazione del dispositivo che ri-produce Saviano come soggetto non libero.</p>
<p>Dal 2006, per continuare a vivere, Saviano ha dovuto agire perché non calasse l&#8217;attenzione: gli é toccato  essere sempre visibile, essere una presenza costante nella sfera pubblica. In ogni momento, il forte rischio era che questo sovra-apparire lo inflazionasse, gli facesse perdere potenza.</p>
<p>Di fronte a un calo di potenza, la tentazione é di rispondere &#8220;aumentando la dose&#8221;, per ottenere un effetto in un&#8217;opinione pubblica sempre più assuefatta e &#8220;tollerante&#8221;. Solo che, aumentando la dose, il problema si ripropone a un livello più alto e quindi più impegnativo, meno gestibile.<br />
Questo é il dilemma, e Saviano ne é sempre stato conscio: non é un caso che abbia spesso tentato di scartare, che sia sempre tornato a insistere sulla &#8220;scrittura&#8221;, sullo scrittore. Era il suo modo di fare resistenza, di non far chiudere il dispositivo, di non farsi legare definitivamente.</p>
<p>Bene, può darsi che Saviano abbia trovato lo spiraglio. Può darsi che l&#8217;acuirsi della contraddizione-Mondadori gli stia fornendo un inedito spazio di espressione non pre-ordinata. Forse il dispositivoé entrato in una crisi almeno passeggera, perché sotto i nostri occhi Saviano &#8220;Ë diventato quel che é&#8221;. Mai come ora, mai in modo tanto eclatante, Saviano é stato quello che vediamo nella risposta a Marina Berlusconi: un uomo libero. Anche nella reclusione che sconta, un uomo libero. Comunque vada a finire con Mondadori, comunque vada a finire in generale, in questo momento Saviano é  libero.</p>
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		<title>Lo scrittore solo (il Fatto Quotidiano &#8211; sabato 13 febbraio 2010)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Feb 2010 12:00:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[da il Fatto Quotidiano &#8211; sabato 13 febbraio 2010 LIBERTA&#8217; Saviano può pubblicare per Mondadori? E si può collaborare con giornali non allineati? La polemica infuria sul web. A novembre, Vincenzo Ostuni, direttore editoriale di Ponte alle Grazie fonda un gruppo su Facebook in cui lancia un Appello a Roberto Saviano perché smetta di pubblicare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>da<a href="http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578"> il Fatto Quotidiano &#8211; sabato 13 febbraio 2010</a></p>
<p><span style="color: #ff0000;">LIBERTA&#8217;</span></p>
<p><strong>Saviano può pubblicare per Mondadori? E si può</strong></p>
<p><strong>collaborare con giornali non allineati? La polemica</strong></p>
<p><strong>infuria sul web.</strong></p>
<p><em>A novembre, Vincenzo Ostuni, direttore editoriale di Ponte alle Grazie fonda un gruppo su Facebook in cui lancia un Appello a Roberto Saviano perché smetta di pubblicare per Mondadori. nella speranza che il suo esempio venga seguito da altri scrittori. Helena Janeczek (scrittrice ed editor di Gomorra) il 20 gennaio scrive un articolo sul blog «Nazione Indiana» dal titolo «Pubblicare per Berlusconi?» in cui difende le ragioni di chi lavora e pubblica con il gruppo Mondadori, facendo una distinzione tra lavorare per un gruppo editoriale e collaborare con un organo di stampa che abbia una precisa linea editoriale, come il quotidiano «Libero», inserendosi così nella polemica tra il critico letterario Andrea Cortellessa e lo scrittore Paolo Nori riguardo alla scelta di Nori di collaborare con «Libero». Polemica che ha suscitato commenti molto duri su diverse testate («Libero», «il Giornale», «il Corriere della Sera»). Lo scrittore Vincenzo Consolo ha deciso di non partecipare a un’iniziativa einaudiana in favore di Roberto Saviano per via di un’intervista rilasciata dallo stesso Saviano a «Panorama», in cui dice di essersi formato su Jünger, Pound, Celine.</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p>In una conferenza tenuta nel 1976 all’Amherst College Calvino, cercando di definire gli usi politici giusti e sbagliati della letteratura, avviava quel suo discorso dicendo che «la funzione pubblica più richiesta in Italia» in quegli anni sembrava essere «la provocazione», consacrata «dalla vita, dalla morte e dalla vita postuma di Pasolini». E non aveva alcuna remora nel sostenere di non essere d’accordo con quell’idea invalsa nel «vasto pubblico nazionale» di concepire lo scrittore come un «provocatore». <span id="more-30366"></span>Ora, quel riferimento al «vasto pubblico per il romanzo italiano» e quella libertà di giudizio con cui Calvino si esprime su un altro scrittore e intellettuale della statura di Pasolini (al di là di qualsiasi altra considerazione di merito) toccano due aspetti essenziali in cui si iscrive il ruolo sociale dello scrittore: l’attenzione del pubblico e l’indipendenza di giudizio, la radicale libertà di non ritenere niente e nessuno insindacabile.</p>
<p>Se guardiamo al nostro tempo e alle nostre circostanze, probabilmente la gran parte di noi vedrebbe nell’«andamento intellettuale» e culturale qualcosa di molto simile alla vertiginosa alienazione sintetizzata da Bradbury in Fahrenheit 451, dove tutto è ridotto a indistinto «pastone» mass mediatico in cui non è nemmeno contemplata l’idea che si possa persino dissentire.</p>
<p>In un mondo del genere (o molto simile), parole come quelle espresse da Calvino, quel modo stesso di ragionare e argomentare, di sicuro non avrebbe diritto di cittadinanza, non perché qualcuno non potrebbe anche pronunciarle, ma perché non ci sarebbe quasi nessuno in grado o interessato ad ascoltarle. E questa circostanza, che definisce il nostro tempo, è una debolezza di cui non si può non tener conto, volendo interrogarsi sul ruolo e le responsabilità che attengono agli scrittori nell’odierno spaesamento e sradicamento (sociale, economico, culturale).</p>
<p>Così, mentre da una parte lo scrittore è percepito dalla stragrande maggioranza del pubblico di romanzi come un intrattenitore o un qualsiasi produttore di beni di consumo, dall’altra, e di contro, chi vorrebbe scrittori più coraggiosi, più combattivi, più calati nel corpo delle nostre contraddizioni, anzi delle nostre specifiche anomalie, finisce per delegare ogni responsabilità etica, politica, culturale a uno solo, fatto simbolo. Una condizione aberrante per uno scrittore, anche se lo scrittore si chiama Roberto Saviano, con tutto il coraggio, l’impegno che evoca un libro come Gomorra. Pure di questo bisogna tenere conto per fare un discorso sul ruolo sociale dello scrittore nel tentativo di comprendere in che modo si possa spezzare, intanto, questa doppia solitudine: dell’unico, trasformato in simbolo dell’idea stessa di impegno, e dei tanti, noti a cerchie più o meno ristrette di cultori, fan, lettori e, per il resto, macinati in quella centrifuga lì, che tende all’indistinto.</p>
<p>In questo stato di cose, la prima considerazione che verrebbe da fare ha a che vedere proprio con l’irrilevanza sociale dello scrittore nella sua specificità. «La letteratura, – dice Calvino in quello stesso intervento, – è necessaria alla politica prima di tutto quando essa dà voce a ciò che è senza voce&#8230; le tendenze represse negli individui e nella società», ed è necessaria, in modo più indiretto, in quanto «capacità di imporre modelli di linguaggio, di visione, d’immaginazione».</p>
<p>Ora, quel che oggi, più che mai, «non ha voce» sembra proprio questa peculiarità. Non è che non ci siano scrittori in grado di concepire e dar forma a visioni o immaginazioni capaci di interrogare il proprio tempo, il fatto è che le loro visioni, le loro immaginazioni o intuizioni non riescono quasi mai a collegarsi in una sorta di circuito, in una sorta di discorso più vasto e intrecciato, anche contraddittorio, quel genere di discorso-a-più-voci che costituisce, e dà anche rilevanza sociale a una società letteraria, intellettuale, artistica soprattutto se riesce a innestarsi in altri discorsi non specificatamente letterari: discorsi politici, discorsi sociali, discorsi identitari&#8230; tutti quei discorsi insomma di cui dovrebbe esser fatta la vita civile di un paese civile, e che definiscono nel loro complesso lo spazio pubblico.</p>
<p>Invece, quel che oggi possiamo registrare, senza nemmeno voler entrare nel merito specifico delle questioni, va tutto nella direzione opposta: 1) qualsiasi accenno a una divergenza di vedute riguardo, ad esempio, al ruolo e alle responsabilità di uno autore (come è accaduto nel caso delle obiezioni mosse dal critico Andrea Cortellessa allo scrittore Paolo Nori sulla scelta di collaborare con il quotidiano «Libero», per via della sua linea editoriale) viene tacciato da una parte non irrilevante della stampa («Libero», «il Corriere della Sera») di «ostracismo», ostracismo smentito dallo stesso Paolo Nori, che, essendo scrittore attento all’uso delle parole, sa quale responsabilità implichi un loro uso distorto; né questo suscita un qualche dibattito; 2) qualsiasi dissenso riguardo ai modelli culturali di riferimento (come quello espresso da Vincenzo Consolo nei confronti di Roberto Saviano quando questi evoca autori non tanto di destra ma espressione di una visione discriminatoria dell’umanità), qualsiasi dissenso del genere, espresso in modo radicale da parte di uno scrittore nei confronti di un altro scrittore è ugualmente tacciato più o meno dalle stesse testate di «ostracismo» e, per il resto, come nel caso precedente, sostanzialmente lasciato cadere nell’indifferenza. E questo mentre, da più parti, parti anche molto diverse tra loro, anzi opposte, (dal «Giornale» a «Libero», ai firmatari dell’Appello a Saviano perché lasci la Mondadori) si sollevano accuse, obiezioni, dubbi che, al di là di ogni altra considerazione, entrano nel merito di una questione fondamentale e più vasta: la libertà e autonomia di espressione rispetto a qualsiasi proprietà editoriale, contro quella che Helena Janeczeck ha definito una «visione padronale dei rapporti aziendali».</p>
<p>Questioni del genere che riguardano la funzione stessa dello scrittore come radicale espressione di un pensiero libero e irriducibile, esigerebbero quel discorso più vasto di cui si diceva prima, non questo solitario, episodico levarsi di voci, ora zittite ora destinate a cadere vittime di quella forma di censura, o meglio di autocensura, che accompagna il senso della propria irrilevanza, in un momento, tra l’altro, in cui ci vorrebbero non solo visioni, ma appunto trame, narrazioni capaci di riannodare i fili dispersi di un paese che sembra aver perso se stesso, il proprio retroterra, la propria stessa ossatura.</p>
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