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	<title>Licia Ambu &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Exit West è lo stato dell&#8217;arte</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/06/03/exit-west-lo-dellarte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jun 2017 05:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Exit West]]></category>
		<category><![CDATA[Licia Ambu]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
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					<description><![CDATA[di Licia Ambu La prima frase di Exit West fa sentire al sicuro. In una città traboccante di rifugiati ma ancora perlopiù in pace, o almeno non del tutto in guerra, un giovane uomo incontrò una giovane donna in un’aula scolastica e non le parlò. Tre righe e collochi la storia che stai per conoscere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Licia Ambu</strong></p>
<p align="JUSTIFY">La prima frase di <i>Exit West</i> fa sentire al sicuro.</p>
<p align="JUSTIFY"><i>In una città traboccante di rifugiati ma ancora perlopiù in pace, o almeno non del tutto in guerra, un giovane uomo incontrò una giovane donna in un’aula scolastica e non le parlò.</i></p>
<p align="JUSTIFY">Tre righe e collochi la storia che stai per conoscere anni luce lontano da te. Perché un paese traboccante di rifugiati, con autobombe e sparatorie, in bilico tra guerra e pace, è qualcosa che tu vedi alla televisione, seduto comodo, ti dici, da spettatore.</p>
<p align="JUSTIFY">Invece <i>Exit West</i> è lo stato dell’arte.</p>
<p align="JUSTIFY">Anche il tuo.</p>
<p align="JUSTIFY">Infatti, quello che pensi dopo aver finito <i>Exit West</i>, con buona probabilità tutto d’un fiato, è che hai in mano un libro che ti sta parlando di te: della tua geografia, della tua ansia e delle tue preghiere. Non in modo retorico. Non in maniera pedante. Non ti guarda dall’alto in basso, ma dritto negli occhi. Mohsin Hamid ti guarda dritto negli occhi quando scrive. E anche quando ti parla, mentre risponde alle domande durante un incontro in una libreria di Milano, ti guarda negli occhi.</p>
<p align="JUSTIFY">In una città senza tratti particolari, Saeed e Nadia si incontrano in un’aula scolastica. Lui è timido, lei indipendente. Si conoscono, in qualche modo si parlano, e vorrebbero danzarsi intorno con cautela per un po’. Ma siccome <i>la geografia è destino</i>, sono costretti a scappare da una città assediata dal conflitto. Comincia così il loro pellegrinaggio per la sopravvivenza, in un paese in cui la guerra si porta via le persone e inverte il normale rapporto con le cose: le finestre fanno entrare la morte al posto della luce, i luoghi di sempre diventano pericolosi, e rumori nuovi e allarmanti cambiano il ritmo delle faccende quotidiane. È durante questo momento di disorientamento che si sparge la voce dell’esistenza di porte misteriose che istantaneamente conducono altrove. «Scrivo con una notevole quantità di realismo ma mi piace che ci sia sempre un dettaglio che non torna» spiega Hamid. «Un po’ come quando un bicchiere di vino o una notte con il cielo stellato ti permettono di sbloccare un potenziale vittima del realismo. Le porte non sono realisticamente accurate ma sono completamente reali, considerando che le distanze si stanno annullando, e mi hanno permesso di riassumere due o tre secoli di migrazioni in un anno». Su Lahore, la città in cui ha trascorso metà della sua vita, ha basato la città che descrive, il teatro di partenza per una storia che non si sofferma sulla parte più drammatica per i migranti: il viaggio. «Soffermarsi su questo aspetto non è altro che un alibi per poter sentire le persone diverse da noi, dal momento che io non ho dovuto strisciare sotto il filo spinato per entrare in America o attraversare il Mediterraneo su un canotto. L’enfasi sul viaggio è un modo per separarci, e la porta è un espediente per far venire meno questa distanza». Dunque il racconto di un movimento. Quello di chi si sposta ma anche quello di chi resta immobile. Per tutti quelli con la geografia in tregua, infatti, c’è da fare i conti con il panorama. All’unica signora ferma di tutto il romanzo si muove il contorno, e le basta uscire di casa per rendersi conto di essere rimasta da sola, nel suo pezzo di terra, per come le si è fissato nella testa. Dopo minuti, anni e stagioni, dalla sua postazione può solo ammirare un panorama completamente diverso, perché <i>siamo tutti migranti attraverso il tempo</i>. L’ansia furiosa di dover cambiare, la paura che il nostro mondo venga sconvolto ci rendono immobili. Invece Saeed e Nadia sono in movimento, un movimento obbligato ma anche fiducioso.</p>
<p align="JUSTIFY">Il libro di Hamid è un libro di universali, di stesse barche e di infinite diversità che messe tutte insieme, alla fine, sono quello che abbiamo in comune: siamo uguali nell’essere diversi. Fa pensare al discrimine tra giusto o sbagliato quando diventa un elemento per giudicare, respingere o fare una guerra. Per dirne una: «Saeed è credente, su di lui la religione ha un influsso positivo che lo rende gentile e lo aiuta a cogliere la bellezza. Nadia non è credente ma anche lei, in modo diverso, nota la bellezza nella vita. È un errore pensare alla dimensione religiosa e a quella non religiosa come a due elementi in conflitto. La religione è importante per tantissime persone, pensiamo alla madre che perde un figlio a causa della guerra, poi magari lo sogna e ti dice che questo le ha dato conforto. Sarebbe folle, e poco umano, dirle che non ha senso. Perché mettere in dubbio questo elemento quando il sogno rappresenta un legame? Anche in tutto ciò che non è religioso ci sono dubbi e illusioni, io agisco pensando di avere libero arbitrio ma la scienza mi dice che una parte del mio cervello è fatta in modo da dirmi se mi piace la cioccolata o quella donna».</p>
<p align="JUSTIFY">Apparentemente tutto questo potrebbe già bastare. Ma più si va avanti e più nascono domande, vorresti ricoprire Hamid e i libri e tutto il pomeriggio, di domande. Gli chiedono se la sua opera può considerarsi politica, risponde che tutto ciò che viene scritto ha una rilevanza politica e chi dice il contrario sta solo prendendo le distanze. «Nella narrativa c’è la preziosa possibilità di coinvolgere il lettore in una conversazione emotiva, chiedendogli cosa pensa, rilevando la sua posizione e i suoi sentimenti rispetto a qualcosa, in questo senso, la narrativa, ha un compito preciso dal punto di vista politico», e questo è precisamente quello che ha fatto con <i>Exit West</i>. La domanda più grande ce l’ha lui per noi. Ci chiede dove siamo e cosa pensiamo di fare. Lo chiede una voce estremamente intelligente, riuscendo nella magia di rendere la narrazione di una storia fatta di preoccupazione e guerra, un monito di fiducia, una letteratura lenitiva. La sua narrazione si sposta verso la possibilità: siamo in un guaio ma abbiamo il finale ancora in ballo «perché l’immaginazione narrativa ci libera dalla tirannia dell’<i>era</i> e dell’<i>è</i> per aprire la strada a <i>ciò che potrebbe essere</i>». <i>Exit West</i> è una preghiera laica per il nostro pianeta, un incantesimo come quello che può fare un mago, un prete, uno scrittore. <i>Exit West</i> è lo stato dell’arte, il preciso momento in cui siamo. E soprattutto una domanda fortissima.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Tutto il nostro sangue</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/02/22/tutto-il-nostro-sangue/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Feb 2017 06:17:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Licia Ambu]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[sara taylor]]></category>
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					<description><![CDATA[di Licia Ambu Tutto il nostro sangue è un atlante della sopravvivenza. Narra il punto più profondo della gestazione. Ti spoglia. E alla fine ti abita. Spiegare potrebbe non rendere l’idea, mi rendo conto. Si dovrebbero dare le coordinate complesse per orientarsi: dire che è un noir, un po’ fiaba, ma anche gotico, però fantastico, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Licia Ambu</strong></p>
<p><a href="http://www.minimumfax.com/libri/scheda_libro/774"><strong><em>Tutto il nostro sangue</em></strong></a> è un atlante della sopravvivenza.<br />
Narra il punto più profondo della gestazione.<br />
Ti spoglia.<br />
E alla fine ti abita.</p>
<p style="text-align: justify;">Spiegare potrebbe non rendere l’idea, mi rendo conto. Si dovrebbero dare le coordinate complesse per orientarsi: dire che è un <em>noir</em>, un po’ fiaba, ma anche gotico, però fantastico, un romanzo pieno, con punte di mistero e colpi di scena, esoterismo anche. Per poi aggiungere che i piani temporali sono diversi e si alternano lungo tutto l’arco del libro: parliamo di una narrazione che mette radici nell’ottocento e produce rami fino ai quaranta passati del duemila. Si potrebbe uscirne confusi, sulla carta. Gli alberi genealogici, poi, sono una scommessa pericolosissima, per il fatto che coinvolgono epoche diverse, intrecci, sono stipati di nomi e date che sono molte cose tutte insieme a cui stare dietro. Apocalittico e distopico, dal canto loro, sono il genere di parola che fa un certo effetto, descrivibile lungo una scala che va da acquisto immediato a diniego assoluto. Tutto questo è qui e rende il libro fuori categoria.</p>
<p style="text-align: justify;">Protagonisti indiscussi sono l’albero genealogico e la macchia geografica a largo delle coste della Virginia nota come isole Shore. Abitanti e abitate. Le abitate sono fisse in spazio e tempo e devono sopperire e reagire, al modo in cui la specie di turno decide di occuparle; gli abitanti hanno un rapporto di amore e odio con la “loro” terra e tutto ciò che ospita, loro compresi. Luoghi e persone convivono, luoghi e persone cercano di sopravviversi. La sopravvivenza è un fatto. Si può sopravvivere vivendo una vita tranquilla, con un nonno che ti insegna il giro del vento, oppure ci si può trovare in situazioni al limite, ad esempio se tuo padre è un uomo pericoloso, se la pistola è l’unica cosa che hai per difenderti nell’ora in cui sarebbe tuo diritto pieno invece giocare alle principesse, o se lo sballato di turno decide che sei l’oggetto sessuale di una serata tra amici. In casi del genere si cerca di salvarsi la pelle.</p>
<p><em>C’è sempre qualcuno di cui preoccuparsi. Qualcuno che sa che siamo qui da sole, tanto per cominciare.</em></p>
<p style="text-align: justify;">A pagina sei è disegnato l’albero genealogico (scommessa vinta). Una sorta di mappa della narrazione dove i racconti sono le singole tappe, i luoghi temporali della storia. Narrazioni naturalmente dislocate nel tempo, riconducibili una all’altra per il tramite di dettagli, particolari, una specie di <em>mi ricordo quella casa, siamo già passati di qua</em>. Ma anche racconti come singoli sintagmi basati su un efficacissimo “qui ed ora” che se ne fregano delle coordinate spazio temporali, risultando molto evocativi e perfettamente connotati. Ad esempio, scrivere che <em>di notte le facevano male le braccia tanto aveva voglia di stringere i suoi bambini</em>, rende più di un’idea. Un’altra cosa degli alberi genealogici è che si leggono per ruoli, o parentele. Se non sai già cose di tuo sono praticamente muti, parlano solo di connessioni inizialmente insignificanti. Poi leggi, e più leggi più cerchi i legami come indirizzi sulla mappa. Si incontra gente ammaliante, sottolineo. Personaggi che compiono azioni, con o senza motivi, fanno cose (sì, vedono gente, è il caso di dirlo) e al tempo stesso sono isole. Esattamente come le Shore, isole che con richiamo potente trattengono tutti gli abitanti, creando con loro un legame anche contro la loro volontà. La gestazione estrema. Quella che non taglia il cordone e si appiccica addosso i figli. Così l’isola possiede tutte le creature che ha generato, così gli uni gli altri si possiedono attraverso parentele, magie, colpe, segreti anche quando non si vogliono. La terra e i suoi abitanti sono speculari e il fatto che si tratti di un’isola rende tutto ancora più viscerale perché l’isola ha quel potere di attrazione magico e fatale. Se sei figlio di un’isola non sarai mai orfano. L’isola qui è madre: genera, ospita, trattiene miserie e miracoli. Una maternità infettiva che si tramanda dal sangue delle sue donne in termini di protezione, generazione, desiderio o colpa. Il sangue scorre nelle vene e rimane lì. È un patrimonio condiviso che può essere una possibilità o una condanna, ma in ogni caso è innegabile: timbro indelebile, marchio della discendenza.</p>
<p><em>Non sono poi così sorpresa che tu sia tornata, ormai tutti sono fissati con gli alberi genealogici. Per quanto mi riguarda, è solo un’inutile perdita di tempo. Scoprire di discendere da un principe serve solo a darsi delle arie. Ti va un caffè?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sara Taylor</strong> poi elimina tutte le cose che non sono importanti o degne di considerazione, e sposta la luce sui dettagli di senso. I dettagli sono un’essenza, indispensabili per un comportamento o una connessione. I suoi personaggi sono vuoti di stereotipi, nessun manichino da vetrina ma più chiaroscuri da retrobottega, facce nascoste dalle tende del soggiorno, e un soggiorno può essere un antro oscuro molto capace. Vengono scovati nei loro istinti più primordiali, nella loro aggressività, nelle loro paure; e nessuna spiegazione, solo collane di fatti. Sono nudi. In questo libro c’è quella parte umana che è feroce o trema quando ha paura, che scappa da un prima o un dove (o entrambe le cose); un richiamo all’atavico, qualcosa che parla al profondo del nostro sistema e ci spoglia. Ci becca il legame anche a noi, e ci spoglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, si vede. Così bene che prima o poi chiederò all’esponente del mio albero genealogico, sul divano accanto a me: ti ricordi quella scena pazzesca con le due ragazzine, nel momento in cui la grande dice quella frase? Dai, quel film col sentiero stipato di gusci d’ostrica che fa sobbalzare la bicicletta e alzare la polvere da terra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sara Taylor, <em>Tutto il nostro sangue</em></strong><strong> (Minimum fa</strong><strong>x, 2016)</strong></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Scacciapensieri (antologia di poetry therapy)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/03/14/scacciapensieri-antologia-di-poetry-therapy/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Mar 2016 06:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Casiraghy]]></category>
		<category><![CDATA[azzurra d'agostino]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Tognolini]]></category>
		<category><![CDATA[Chiara Carminati]]></category>
		<category><![CDATA[Dome Bulfaro]]></category>
		<category><![CDATA[Donatella Bisutti]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[Giusi Quarenghi]]></category>
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		<category><![CDATA[Silvia Salvagnini]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Vecchini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Licia Ambu A immaginare non ci vuole niente. &#160; A leggere questo libro mi son venuti i nove anni. Poi i tre, i quattro, gli undici. Sono usciti da soli, si sono palesati perché erano già lì, tutti nello stesso posto, tutti che mi abitano. Al primo verso di questa antologia, inaugurata con una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe loading="lazy" title="Scacciapensieri - Seconda medicina: dialogo" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/J1ITlIgy9HA?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Licia Ambu</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>A immaginare non ci vuole niente.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A leggere questo libro mi son venuti i nove anni.</p>
<p>Poi i tre, i quattro, gli undici. Sono usciti da soli, si sono palesati perché erano già lì, tutti nello stesso posto, tutti che mi abitano. Al primo verso di questa antologia, inaugurata con una poesia alla primissima voce di mamma, gli anni sono ritornati subito alla ribalta.</p>
<p>Questa antologia si chiama <em>Scacciapensieri</em>. <em>Poesia che colora i giorni neri</em>. Lo scacciapensieri è uno strumento musicale in parte mobile, in parte fisso. Ed è uno strumento idiofono, cioè produce un suono tramite la vibrazione del suo stesso corpo. Un po’ come dire che ha in sé tutte le risorse per poter diffondere la sua musica a spasso per il mondo. Un suono che sia calmante, terapeutico, portatore di gioia, lenitivo per la tristezza, o un semplice sottofondo. Scacciapensieri è il titolo di questo libro, e questo libro è come una bacchetta magica universale. Il principio è lo stesso: ha una parte fissa di parole stampate saldamente tra le pagine, con un inchiostro convinto e intenzionato a restare nel tempo e una parte mobile che permette di diffonderne il potere a spasso per il mondo tramite il suo impiego, tramite la liberazione delle parole e del loro suono. Anche in termini terapeutici. Come una medicina.</p>
<p>La medicina è quella cosa che serve in caso di guai. Quando si tratta di guai dell’anima, la medicina si chiama poesia. Ma poesia mica nel senso aulico che potrebbe farvi pensare a polvere, versi ostici, montagne di ermetismo, splendido per carità ma non terapeutico allo stesso modo diciamo, assolutamente non quello. Questa poesia è una magia molto particolare. Ha finalità pragmatiche e scaccia i pensieri che non vanno bene. Questo libro è un cilindro magico in cui si crea l’arte di guarire. Roba da infilarci una mano scendendo fino al gomito compreso, e tornare alla luce con il braccio praticamente fatato, pieno di fili di parole terapeutiche su argomenti molto molto importanti, come l’amore, il dialogo, la risata, lo stupore e il tempo. Una magia che serve universalmente e che ogni volta è nuova e diversa. Un incanto che funziona su tutti.</p>
<p>Scacciapensieri è un libro completo di istruzioni per l’uso, dichiarate apertamente e con la seria intenzione di rendere il tutto tascabile e facilmente fruibile. Ricco di espliciti bugiardini tematici e con illustrazioni liquide e itineranti lungo tutte le pagine. Come uno scacciapensieri, appunto, che produce vibrazioni e poi le lascia libere di andarsene a volare per aria, a toccare le teste che passeggiano di grandi, piccoli, animali, fiori e cose. Questa raccolta di versi è un prontuario e come tale va usato, come una caramella che cambia il gusto alla bocca, un’idea che spolvera la testa, una formula che cambia i colori,</p>
<p><em>In mezzo c’è una strada</em></p>
<p><em>Che porta verso il mondo</em></p>
<p><em>È che dovunque vada</em></p>
<p><em>Non sta lì a girare in tondo</em></p>
<p>Il provetto portavoce per una missione di questa portata, e cioè la diffusione del verbo, si dice a un certo punto dovrebbe essere un bambino che al posto del primo cittadino declami i versi per il pianeta. Una candidatura indovinatissima perché con questo metodo si finisce per esprimere tutta l’efficacia delle parole ed è proprio possibile che in determinati contesti si riesca a ripescare uno dei bambini che siamo e fargli recitare la poesia. I bambini si riconoscono dall’età e da molte caratteristiche ma qui, più che l’anagrafe, la questione è decidere di considerare l’essere bambini il comune denominatore di tutti, perché tutti lo siamo stati e tutti dovremmo ancora esserlo da qualche parte dentro di noi. Si tratta di allargarsi un momentino la pelle e guardarsi dentro alla ricerca di quel posto, tra un organo e l’altro, da sotto gli occhi alla punta dei piedi, dove stiamo nascosti ancora bambini. Siamo quelli con la pila in mano che ci indichiamo la strada per guardare per bene le cose in modo un po’ puro e semplice, citando: <em>Per fortuna ci sono i bambini e i poeti. </em></p>
<p>La poesia è creazione, è dialogo, è costruzione. I poeti creano, inventano, cantano. Lo sapevate che con la poesia si può domandare a un dolore senza fargli male? E che ci sono poesie che vanno recitate e dette con una precisa coreografia di passi? Che gli anni si possono perdere all’indietro? Che si può persino stupirsi dello stupore, tenersi la natura a portata di mano, portarsi a spasso il vento, invitare il sole, farsi compagnia con gli alberi, imparare a prendere le misure alle cose, le distanze giuste per guardare, è possibile tutto questo, lo sapevate? E quale medicina può essere migliore di quella che si tramanda in un modo così leggero come la voce, in qualsiasi posto, a qualsiasi ora, ad opera di chiunque?</p>
<p>Viene voglia di impararle a memoria, di dirle come un mantra, una ricetta, una canzone, al posto di nome e cognome, codice fiscale, targa della macchina, informazioni sul tempo, appuntamenti noiosi. Qui ci si legge dentro mica ci si archivia fuori. Dice una nota a un certo momento: <em>Non tutti i libri quando bussi ascoltano</em>.</p>
<p>Questo libro quando bussi canta, vi dico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Scacciapensieri. </em><em>Poesia che colora i giorni neri</em>.</p>
<p><em>Antologia di poetry therapy per bambini</em><br />
dagli 8 ANNI<br />
Edizioni Mille Gru, 2015</p>
<p>&lt;<a href="http://poetrytherapy.it/lantologia-scacciapensieri/" target="_blank">http://poetrytherapy.it/lantologia-scacciapensieri/</a>&gt;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Di scrittura, letture e perché. Intervista a Marco Peano</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/02/18/di-scrittura-letture-e-perche-intervista-a-marco-peano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Feb 2016 06:38:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Licia Ambu]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Peano]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
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					<description><![CDATA[di Licia Ambu Voce del verbo scrivere. L’invenzione della madre mi sembra un romanzo sul cambiamento e sulle modalità di accettazione. C’è questa storia di una madre che si ammala e di un figlio che non ne vuole sapere della vita in questi termini. Mi ha colpito moltissimo il momento dei palloncini, quando Mattia ha [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Licia Ambu</strong></p>
<p><strong>Voce del verbo scrivere. <em>L’invenzione della madre</em> mi sembra un romanzo sul cambiamento e sulle modalità di accettazione. C’è questa storia di una madre che si ammala e di un figlio che non ne vuole sapere della vita in questi termini. Mi ha colpito moltissimo il momento dei palloncini, quando Mattia ha l’idea di gonfiarne alcuni con il fiato di lei per tenerla con sé. La creatività per combattere il terrore. Atti assurdi ma molto poetici che spostano i confini personali in territori fino a un momento prima inediti. Di fronte alla vita, scrivere è scappare o restare? È un atto di coraggio o un tentativo di controllo?</strong></p>
<p>Scrivere è cercare di imbrigliare ciò che per definizione non è imbrigliabile: il caos che regola le nostre vite. È un atto di arroganza estremo, e nel caso di Mattia la scrittura che registra ogni dettaglio della madre agonizzante è lo sguardo di un Demiurgo che prova ad annullare l’ineluttabile. Ecco perché si abbandona a gesti sconsiderati e folli, al limite del tollerabile: non solo l’episodio dei palloncini, ma anche lo spogliarsi nudo per infilarsi nel letto della madre morente diventa un moto di protesta molto simile a un <em>flashmob</em> privatissimo ed universale, inutile eppure necessario.</p>
<p><strong>Il linguaggio permea la realtà e allo stesso tempo la interpreta come un filtro. Il modo codificato di dire <em>la cosa</em>, la crea nel mondo e nella testa. Siccome la trovo una questione affascinante e piuttosto magica, sono andata a cercare l’etimologia di nominare e ho trovato che deriva dal latino <em>nomen</em> (greco <em>ònoma</em>, sanscrito <em>naman</em>). La radice è <em>–no</em>, la stessa del verbo sapere, conoscere Quindi, il nome crea la cosa e in questo modo la rende conoscibile, pensabile, la mette in vetrina in qualche modo. Scrivere è dare un nome? È un’azione che (tras)forma la realtà?</strong></p>
<p>Mattia è un novello Adamo in un Paradiso (Inferno?) terrestre. Vede le cose per la prima volta, le nomina, le classifica e poi passa oltre. Quando una persona a noi cara si ammala scatta un meccanismo di risemantizzazione del mondo; la realtà precedente viene come resettata a fronte di un universo di riferimento in cui la medicina, il nome dei farmaci, le terapie diventano l’unico alfabeto. Da qui a trasformare la realtà il passaggio non è immediato, diciamo che senza la rielaborazione (non solo del lutto) ogni cosa rimane immobile. La malattia è congelamento, tocca ai famigliari portare calore.</p>
<p><strong>Negare il materno significa non crescere, hai detto. Mattia di crescere non ne ha tantissima voglia e cerca in continuazione espedienti per fermare la situazione. La malattia della madre sembra una preparazione (ci sarebbe dell’etimo anche qui in effetti) all’epilogo della narrazione. Da fuori, da lettori, è molto più trasparente, quelli che vedono da fuori hanno la prospettiva diversa. La scelta della terza persona è servita a cambiare prospettiva? Cos’è successo esattamente in quel momento tra te e il tuo personaggio?</strong></p>
<p>Il vero problema è che ho iniziato a scrivere <em>L’invenzione della madre</em> quando ero anagraficamente molto vicino a Mattia. Io avevo molto a che fare con lui, e lui con me. Però la mia esigenza era quella di congelare – appunto – il protagonista in un’età ben precisa, mentre nel frattempo per me il tempo scorreva. Lui aveva sempre ventisei anni, io scavallavo i trenta e mi ritrovavo ancora invischiato nelle sue ficcanti ossessioni, dal mio punto di vista via via più sbiadite. La scelta della terza persona è stata una benedizione, potevo mettere in campo un personaggio senza caricarmi di troppa responsabilità, lasciarlo agire con una (apparente) spensieratezza. Alla fine credo lui abbia avuto la meglio su di me, ma è giusto così: l’umano deve passare in secondo piano, di fronte alla potenza delle narrazioni.</p>
<p><strong>Gli altri sono in qualche modo una misura, la morte degli altri ci fa presente la nostra. Hai parlato di Philippe Forest e <em>Tutti i bambini tranne uno</em>. In questo libro, l’autore racconta la perdita di una figlia e dice questa cosa potentissima: “Il lungo anno in cui morì nostra figlia fu il più bello della mia vita”. Possiamo aggiungere <em>Vite che non sono la mia</em>, come tanti altri libri che hai citato spesso. Questo modo di maneggiare la morte, il tentativo di sistemarsi la cravatta e non impazzire, mi sembra importante. In che senso e modo queste letture sono state un’ispirazione?</strong></p>
<p>Più che un’ispirazione, queste letture sono state una bussola. Mi piacerebbe ricordare alcuni dei libri che mi hanno dettato la strada durante il mio percorso di scrittura, durato sette anni: <em>La vita dopo</em>, di Donald Antrim (che cito in epigrafe); <em>Diario di un dolore</em>, di C. S. Lewis; <em>Dove lei non è</em>, di Roland Barthes; <em>Breve come un sospiro</em>, di Anne Philippe; <em>L’anno del pensiero magico</em>, di Joan Didion; <em>Post mortem</em>, di Albert Caraco; <em>Il libro di mia madre</em>, di Albert Cohen; ma soprattutto <em>Bambino bruciato</em>, di Stig Dagerman – lui e la sua opera, più di altri, mi hanno dato la “postura” per scrivere <em>L’invenzione della madre</em>. Ogni pagina di questi autori, e di molti che non cito per motivi di spazio, mi ha permesso di non impazzire.</p>
<p><strong>La letteratura esiste per darsi un’ipotesi di sopravvivenza, ha detto Marcello Fois proprio durante una presentazione del tuo libro. Secondo te, questo potrebbe essere un principio che regola la lettura? E c’è, tra tutti quelli che hai, un motivo sempre presente quando battezzi una lettura?</strong></p>
<p>La necessità.</p>
<p><strong>Siccome non mi capita tutti i giorni di intervistare uno scrittore/editor/lettore tutto insieme nella stessa persona, ne approfitto per chiederti di illuminarmi su una questione. Ho un problema con il concetto di sincerità della scrittura, ovvero: di preciso, che cos’è secondo te?</strong></p>
<p>Il grado di consapevolezza che intercorre fra ciò che pensiamo di scrivere e ciò che scriviamo davvero. Un po’ come il concetto insito nell’espressione «lost in translation»: il passaggio fra la formulazione di un’idea e la sua incarnazione in parole dovrebbe restituire l’emozione primaria che ha formulato quel pensiero. Più ci rendiamo conto dello scarto, io credo, più siamo sinceri.</p>
<p><strong>Il libro che hai letto, e ti è pure piaciuto, di cui ti vergogni?</strong></p>
<p>Ho amato alla follia la tetralogia di Elena Ferrante, <em>L’amica geniale</em>. In realtà non me ne vergognavo affatto, ma quando ho scoperto che la maggior parte degli addetti ai lavori sollevava delle riserve nei confronti di questa saga straordinaria, be’, mi sono fatto delle domande. Però non demordo: leggete ogni cosa scritta da quest’autrice, subito.</p>
<p><strong>Il classico super citato che in verità non hai mai letto.</strong></p>
<p>Dico spesso, e sono sincero, di adorare David Foster Wallace. Ebbene, il suo <em>Infinite Jest</em> – a tutti gli effetti un classico contemporaneo – per me è sempre stato insuperabile (nel senso che non ho mai superato pagina duecento). Ma sono un lettore lento, sento che prima o poi ce la farò. Poi.</p>
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		<title>Il silenzio del lottatore di Rossella Milone</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/10/24/il-silenzio-del-lottatore-di-rossella-milone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Oct 2015 05:18:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[il silenzio del lottatore]]></category>
		<category><![CDATA[Licia Ambu]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[rossella milone]]></category>
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					<description><![CDATA[di Licia Ambu Il silenzio del lottatore è un libro di maiuscole. Un libro che quando lo chiudi comunque non è finito. Diciamo che resta, e ben preciso, nella memoria di testa e corpo. Una raccolta di racconti, sei per la precisione, un inno all’intensità. Protagoniste femminili di età diverse, appartenenti a diverse epoche di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Licia Ambu</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.minimumfax.com/libri/scheda_libro/730"><em><strong><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-57367 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/il_silenzio_del_lottatore-214x300.jpg" alt="il_silenzio_del_lottatore" width="214" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/il_silenzio_del_lottatore-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/il_silenzio_del_lottatore-731x1024.jpg 731w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/il_silenzio_del_lottatore.jpg 880w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" />Il silenzio del lottatore</strong></em></a> è un libro di maiuscole. Un libro che quando lo chiudi comunque non è finito. Diciamo che resta, e ben preciso, nella memoria di testa e corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">Una raccolta di racconti, sei per la precisione, un inno all’intensità. Protagoniste femminili di età diverse, appartenenti a diverse epoche di vita e di storia, sono le padrone di questa narrazione che non concede scampo. Donne che potrebbero essere sempre la stessa o molte, e più che un romanzo di racconti, definizione che l’ha accarezzato, ogni racconto potrebbe farsi romanzo. Un mondo, quello raccontato dalla Milone, popolato da un femminile nella geografia delle relazioni umane, zona che mette in luce fragilità e punti di forza portandole oltre i loro limiti. Eroine che attendono, resistono, e lottano, di fronte alle difficoltà dei rapporti e delle situazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Si comincia con Erminia che balla il charleston e vuole che la guerra le restituisca il suo grammofono (<em>Operazione Avalanche</em>); Erminia che ha amato Paul e sposato Amedeo, il marito che non c’è più e che pure lei continua a vedere in altri volti. Si avvertono forte il desiderio di distacco e indipendenza dalle madri, dai genitori.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nonostante i loro geni, nonostante i loro sforzi e i loro gemiti, io ero riuscita a creare da sola qualcosa di nuovo, che non dipendeva da nessuno dei due, ma soltanto dal fatto che fossi lì, a esistere.</em></p>
<p style="text-align: justify;">L’adolescenza è Marianna che sperimenta il sesso e la violenza (<em>Il peso del mondo</em>) sul corpo e nell’amicizia. Ci sono storie d’amore e di coniugi che specchiano i diversi gradi di sentimento (<em>Le domande di un uomo</em>), i precisi momenti che scandiscono le relazioni nel loro incipit o nel loro declino, quando si è stanchi e afflitti in quel modo ormai insanabile o senza recupero (<em>Luccicanza</em>).</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Era così liberatorio, era così ampio lo spazio che mi lasciava quella decisione. Si era insediata in qualche parte del corpo da tempo, intrecciandosi ai tessuti, radicandosi come una pianta. E solo dopo averlo detto, solo confessandola, mi era parso chiaro quanto fosse diventata inutile, per me, quella vita con lui.</em></p>
<p style="text-align: justify;">C’è anche tanto corpo in queste pagine. Il corpo è necessità, è storia di noi. Finalmente esiste: la sensualità, il sentire fisico, il contatto e l’istinto quasi animale sono in prima linea. Corpo è lo spazio fisico di occupazione del mondo, abitare i propri confini diventa linguaggio e assume un senso costruttivo nei singoli percorsi, nella buona come nella cattiva sorte, dei personaggi. Una fisicità che si rispecchia anche nella parola, nella scrittura, che lo percorre tutto attraverso nomi di parti, muscoli, organi.</p>
<p style="text-align: justify;">Leggere i racconti di <strong>Rossella Milone</strong> trasmette la sensazione che si prova durante le conversazioni occhi negli occhi con le pause di senso, quando il dialogo è permeato da autorevolezza, sincerità, una specie di complessità trasparente, e tutta un’energia dialogica e gestuale diretta rafforza i significati e rende l’attimo colmo di una tensione. Per questo è un libro di maiuscole, perché incisivo, determinato, con una luce affatto comune da trovare sulle cose che dice, e un altrettanto particolare zona d’ombra.</p>
<p style="text-align: justify;">I personaggi sono immersi in un apprendimento sentimentale faticoso, guadagnato centimetro per centimetro. Un bagno costante nell’educazione all’istinto, al respiro. Apparentemente confinati a vivere tra le pagine mentre noi siamo qui fuori a guardarli, con il potere di vedere più di quanto non vedano loro; privilegiati osservatori dello spazio d’ombra che non si può né si deve spiegare, ma solo leggere. Forse è proprio in questo spazio, anche in questo, che sta la magia del libro, in questa fessura che non lo fa finire, che lascia sempre uno spiraglio, una connessione. In queste voci sembra non esserci soluzione, ma ricerca. In questo libro non si deve arrivare da qualche parte, a un traguardo in senso <em>sintetico</em>, si deve solo viaggiare dietro a questi <em>agenti</em>, perché di azione si tratta e di un’azione che trascende il positivo o il negativo: anche la fuga dal fare o dal dire è azione stessa in questi termini perché è accadere, rimanere, lottare.</p>
<p style="text-align: justify;">Il silenzio è come un laccio che lega tutti i racconti e tutti i vissuti. Il silenzio<strong>, </strong>che è assenza di voce, in verità diventa uno spazio di permanenza e non un arresto, è pensiero, costruzione, pausa. Il silenzio imposto a nonna Erminia per farla fumare di nascosto, il silenzio della guerra finalmente interrotto dalla musica, il silenzio del monastero dove ci si nasconde dalle lezioni di scuola. Il silenzio degli amanti, delle case tristi, di quelle all’improvviso vuote, dei mercati chiusi, il silenzio per reazione a certi spaventi, durante i primi incontri o dopo gli ultimi. Il silenzio come una dedica, come il dubbio, il silenzio del lottatore, appunto, che avanza. Con una delicatezza determinata e incisiva, che fa dire la perfezione del titolo.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>150 anni di Alice: Alice disorientata</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/07/26/150-anni-di-alice-alice-disorientata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Jul 2015 05:12:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[150 anni di Alice]]></category>
		<category><![CDATA[alice]]></category>
		<category><![CDATA[Alice disambientata]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Celati]]></category>
		<category><![CDATA[Licia Ambu]]></category>
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					<description><![CDATA[150 anni fa veniva pubblicato Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll. Ho chiesto a scrittori, studiosi, appassionati di pensare un loro contributo personale per celebrare questo capolavoro del linguaggio e dell’immaginazione. I post si susseguiranno a cadenza irregolare fino all’autunno e saranno contraddistinti dal tag: 150 anni di Alice, presente anche nel titolo. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>150 anni fa <a href="http://aliceinwonderland150.com/">veniva pubblicato Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll</a>. Ho chiesto a scrittori, studiosi, appassionati di pensare un loro contributo personale per celebrare questo capolavoro del linguaggio e dell’immaginazione. I post si susseguiranno a cadenza irregolare fino all’autunno e saranno contraddistinti dal tag: </em>150 anni di Alice<em>, presente anche nel titolo. I post già pubblicati si possono trovare <strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/150-anni-di-alice/">QUI</a></strong>.  </em><em style="line-height: 1.5;">(NDF)</em></p>
<p>di <strong><a href="http://www.griseldaonline.it/autori/Licia-Ambu.html">Licia Ambu</a></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Un tale mi disse che risvegliandosi la mattina presto è meraviglioso trovare, almeno in complesso, tutte le cose allo stesso posto dove erano la sera […] il momento del risveglio è il più rischioso della giornata; una volta superato senza essere trascinati via dal proprio posto, si può stare tranquilli per tutto il giorno<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a>.</em></p>
<figure id="attachment_55609" aria-describedby="caption-attachment-55609" style="width: 472px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="wp-image-55609" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/1.-Dautremer_alice-300x178.jpg" alt="Rebecca Dautremer" width="472" height="280" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/1.-Dautremer_alice-300x178.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/1.-Dautremer_alice-1024x607.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/1.-Dautremer_alice-900x533.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/1.-Dautremer_alice.jpg 1600w" sizes="(max-width: 472px) 100vw, 472px" /><figcaption id="caption-attachment-55609" class="wp-caption-text">Rebecca Dautremer</figcaption></figure>
<p>Alice è un frattale.</p>
<p style="text-align: justify;">Frattale è quella figura geometrica dove un elemento ripete se stesso su scale diverse e sempre più piccole, all’infinito. Alice è un frattale del disorientamento. <em>Alice</em> è un frattale del sovvertimento. Una bambina senza sottrazione di possibilità,</p>
<p style="text-align: justify;"><em>fiduciosa, pronta ad accettare le cose più folli e impossibili con tutta quella fiducia totale che solo i sognatori conoscono; e infine, curiosa, follemente curiosa, e con l’avido godimento della Vita che viene solo nelle ore felici dell’infanzia, quando tutto è nuovo e bello.<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><strong>[2]</strong></a></em></p>
<p>e composta da una testa, un corpo, linguaggio, nozioni e molta immaginazione. Tutti elementi che concorrono a formarne l’identità e che, cadendo nel buco, attraversano metamorfosi e mutazioni tali da fargliela perdere.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Alice che cade nel buco sognando: è proprio andare via da un’altra parte con la testa restando qui col corpo. Una fuga da fermi. Alice resta sul prato […] Quello che ti fa andare da un’altra parte con la testa è qualcosa che senti, sempre molto fisico. […] dov’è che sei tu? Nella testa o nel corpo? […] Come se il corpo richiamasse a sé la testa passando in rassegna il suo sapere per rimetterla a posto, per ritrovare un’identità: chi sono? Che ora è? Dove sono? Alice non sa più chi è. Dove ha lasciato il suo corpo e dove va con la testa?<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><strong>[3]</strong></a></em></p>
<p style="text-align: justify;">Il buco è incipit di un altrove costellato di buffe creature, un luogo basato sull’armonia universale del non senso e zeppo di roseti da ridipingere dietro cui si ordinano continuamente decapitazioni. L’immaginazione di Alice apre le danze, partendo senza riserve al seguito di un coniglio sbucato dal nulla. La sperimentazione del disorientamento ne investe tutte le parti: il suo corpo cessa di essere statico e inizia a mutare, ad allontanarsi da lei, a comprimerla, a renderla microscopica o gigante. Improvvisamente il collo si allunga talmente da farla scambiare per un serpente, e i piedi sono così lontani da farle prendere in considerazione l’idea di iniziare con loro una corrispondenza scritta. Corpo che si plasma all’evenienza esterna, ma con una regolazione senza possibili previsioni e attraverso curiosi espedienti. Una domanda di metamorfosi che serve ad appagare il desiderio ambientale: una minuscola serratura, una casa, una chiave da raggiungere. Di fronte a questo disorientamento fisico bisogna correre ai ripari, dunque la testa, come unico mezzo di salvezza, inizia a mandare a memoria le filastrocche per capire bene se le cose sono in regola. Richiamare il sapere di proprietà personale per restare ancorati, per ridefinire una realtà, per avere la certezza di non essersi persi. Si muove la testa se il corpo è fermo, si ferma la testa quasi se il corpo si muove. Ma nemmeno i versi stanno al loro posto, c’è un coniglio bianco vestito di tutto punto e <em>Piccol’ape </em>tutta scombinata. Le cose che Alice sapeva, e sapeva di sapere, non sono più nel posto in cui le aveva lasciate e questo può solo portare alla logica conclusione che nemmeno lei stessa si trovi più lì.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sta a vedere che alla fin della suonata sono proprio Mabel, e mi toccherà far trasloco in quella sua baracchetta sciatta sciatta e avrò si e no uno straccio di giocattolo e, oh, quante cose che dovrò imparare daccapo! No, qui bisogna prendere una decisione: se sono Mabel non mi sposterò di un millimetro! Inutile che ficchino dentro la testa per convincermi ‘Vieni su, tesoro! Mi limiterò a guardarli dal basso in alto e dirò: ‘Ma allora chi sono? Prima me lo dite e poi, se mi andrà di essere quella persona, ritorno su, altrimenti sto qui finché non sono diventata qualcun altro… ma, oh cielo!<a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><strong>[4]</strong></a></em></p>
<p style="text-align: justify;">La piccola vittoriana si ritrova ad abitare un corpo senza possibile controllo, con una testa apparentemente inutile alla causa, e viceversa. Lo stesso smarrimento si gioca anche sul piano del linguaggio, stordito anche lui rispetto ai canoni. Nelle parole di questa storia, nell’impianto stesso della lingua, il suono prevale sul senso così che il significante cambia di forma, di corpo: la <em>butterfly</em> ha le ali fatte di burro e il racconto del topo si confonde con una coda molto lunga,</p>
<p>Mine is a long and a sad tale!<br />
It is a long <em>Tail</em>, certainly</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignright wp-image-55610" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/2.-Filastrocca-topo_alice-216x300.jpg" alt="2. Filastrocca topo_alice" width="338" height="469" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/2.-Filastrocca-topo_alice-216x300.jpg 216w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/2.-Filastrocca-topo_alice.jpg 600w" sizes="(max-width: 338px) 100vw, 338px" />La dilatazione del suono è un ventaglio di possibilità che disorienta il senso. La certezza del racconto, e del sapersi narrare, come risoluzione vacilla di fronte all’incertezza data dalla perdita di senso. Il linguaggio non è più collante ma diventa lui stesso una possibilità, una realtà alternativa. I segni che sono la convenzione vigente si bagnano, anzi sono immersi, nel suono e ne consegue un necessario negoziato costante per riportarli a casa, per ricalibrare le conoscenze al grado zero della propria verità.</p>
<p style="text-align: justify;">Le parole che significavano una cosa ora ne abitano un’altra, riempite di una pertinenza diversa. Il linguaggio, forma di controllo e determinazione della realtà, strumento di definizione del sé per assonanza o differenza, è completamente mutato nella sostanza e dunque la percezione del reale tutto cambia. La struttura crolla, le parole non sono più loro, hanno altre identità. E se le parole che avevo per raccontarmi non sono più quelle, allora come mi racconto adesso? Mi racconto un’altra? Mi racconto Mabel o matta o serpente? Alice è proprio come una parola che deve rispondere a innumerevoli significati. Lei stessa diventa un suono pieno di possibilità di essere. In questo luogo dell’immaginazione non ci sono le stesse prove del mondo reale, l’immaginazione partorisce all’occorrenza le evidenze che le servono a darsi plausibilità e così la libertà può manifestare se stessa all’infinito, alimentando al contempo un proprio equilibrio.</p>
<p><em>Mi dici per piacere che strada devo prendere?</em><br />
<em>Dipende più che altro da dove vuoi andare, disse il Gatto</em><br />
<em>Non mi interessa tanto dove…, disse Alice</em><br />
<em>Allora una strada vale l’altra, disse il Gatto</em><br />
<em>…basta che arrivi da qualche parte, soggiunse Alice a mo’ di chiarimento.</em><br />
<em>Oh, questo è garantito al limone, disse il Gatto, basta che metti un piede dopo l’altro e ti fermi in tempo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">La testa ci prova. Corre sul binario della convenzione, della regola grammaticale delle rime per contenere un corpo che segue suoni che ne mutano la forma, sovvertono la sostanza e plasmano. E mentre il corpo dorme, invece, la testa gioca liberamente a credere che sia possibile, al <em>facciamo finta che</em>, Alice ci sta alle carte che non sono solo carte, al Cappellaio, ai funghi, alla quadriglia, al coniglio. La percezione del qui e ora rende l’esperienza infinita anche per ciò che dura un solo attimo, non c’è prospettiva evolutiva, ma una sorta di ripetizione del tè delle cinque e perciò il luogo in cui sei esiste nel momento in cui lo concepisci possibile, lo inventi, lo senti, lo leggi,</p>
<p><em>Perché io ho la dimensione di ciò che vedo</em><br />
<em>E non la dimensione della mia altezza.<a href="#_ftn5" name="_ftnref5"><strong>[5]</strong></a></em></p>
<figure id="attachment_55611" aria-describedby="caption-attachment-55611" style="width: 337px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="wp-image-55611 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/3.-tenniel_alice.jpg" alt="3. tenniel_alice" width="337" height="450" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/3.-tenniel_alice.jpg 337w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/3.-tenniel_alice-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 337px) 100vw, 337px" /><figcaption id="caption-attachment-55611" class="wp-caption-text">John Tenniel</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Ma è anche una signorina centrata, Alice. Il suo disorientamento pare conoscere bene la differenza tra la realtà e l’immaginazione qualche volta, sa quando accettare che un mazzo di carte può sì ridipingere delle rose e giocare a croquet, senza scordare del tutto che resta sempre un mazzo di carte quando si perde la pazienza. Il gioco è bello ma poi deve anche finire a un dato momento.</p>
<p style="text-align: justify;">Alice non si può far altro che seguirla, non si può fissare mai perché è mutazione, movimento costante. Il disorientamento è chiave, bottiglietta, risveglio, unico modo per cadere come si deve. Dietro un coniglio che è una serendipità continua, si snoda il viaggio di un’eroina che esiste per noi come una carta, o come una bimba, o come una storia in cui ci piace cercarci.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il buco di Alice non è mai dove pensi che sia. Un buco stabile, che sai già dov’è, è solo spettacolo, finzione teatrale o turistica. Le strategie di controllo ti propongono buchi stabili che sono li per portarti lontano. Ma la questione sta nell’avvenimento che ti passa vicino; non ti accorgi neanche che sta per succedere, poi succede, allora lo vivi o niente. Inutile stare a fare la critica dell’avvenimento; e non puoi neanche tenerlo come modello una volta che l’hai vissuto. Per questo il buco di Alice non è un modello, è soltanto un movimento di caduta. Alice che cade nel buco sognando: è proprio andare via da un’altra parte con la testa restando qui col corpo. Una fuga da fermi.<a href="#_ftn6" name="_ftnref6"><strong>[6]</strong></a></em></p>
<p><em>Alors, qu&#8217;est-ce que t&#8217;as fait? </em><br />
<em> J&#8217;ai vieilli</em><a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Franz Kafka, <em>Il processo</em>, Mondadori, 1980.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Lewis Carroll, <em>Alice on the stage</em>, The Theatre, Aprile 1887.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Gianni Celati (a cura di), <em>Alice Disambientata</em>, L’erba voglio, 1978.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Lewis Carroll, <em>Alice nel paese delle meraviglie</em>, Feltrinelli, 2005, testo originale a fronte, trad. it di Aldo Busi.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Fernando Pessoa, <em>Il libro dell’inquietudine</em>, Feltrinelli, 2001.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Gianni Celati (a cura di), <em>Alice Disambientata</em>, edizioni L’erba voglio, 1978.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Raymond Queneau, <em>Zazie dans le métro</em>, Gallimard, 1959.</p>
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