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	<title>lingua &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>John Berger: uno scrittore al suo specchio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/11/26/john-berger-uno-scrittore-al-suo-specchio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Nov 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Martina Panzavolta </strong> <br />La traduzione mostra al Berger scrittore che esiste una creatura lingua, assicurandogli di riflesso che ciò che ha sempre tentato di fermare sulla pagina è una sensazione viva, che ha valore. Un’esperienza preverbale che un’intelligenza artificiale non potrà mai cogliere.]]></description>
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<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/5.jpg" alt="" class="wp-image-117271" width="574" height="429" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/5.jpg 765w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/5-300x224.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/5-562x420.jpg 562w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/5-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/5-150x112.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/5-696x520.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/5-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 574px) 100vw, 574px" /><figcaption>disegno di John Berger</figcaption></figure></div>



<p>di <strong>Martina Panzavolta </strong></p>



<p>Aveva quasi novant’anni, eppure il suo bisogno più impellente era quello di scrivere. È questa l’ultima<br />immagine che ha voluto lasciare ai posteri. Nella sua vita, John Berger ha fatto tante cose – è stato un critico d’arte, un disegnatore, uno sceneggiatore cinematografico e altro ancora – ma, in fondo, si sentiva uno scrittore. Del resto, non è un caso che la sua raccolta postuma, <em>Confabulazioni </em>(Neri Pozza, 2017), sia un’ultima e più intima riflessione interamente dedicata alla scrittura.<br /><br />Nato a Londra il 5 novembre 1926, John Peter Berger è morto il 2 gennaio 2017. La sua curiosità nel leggere il mondo è stata la cifra della sua poliedricità. Come pensatore, egli era interessato alla visione in profondità.<br />Il suo programma televisivo&nbsp;<em>Ways of Seeing</em>, andato in onda sulla BBC nel 1972, rappresenta ancora oggi un punto di riferimento per tutti coloro che cercano, attraverso l’arte, nuove prospettive sul mondo.<br /><br />Di certo, in meno di dieci anni dalla sua morte, molti paradigmi umani sono cambiati, così come la<br />concezione dell’arte. Senza dubbio, la nostra intelligenza artificiale sarebbe per Berger una “way of seeing” ancora da studiare. A noi basta digitare qualche parola online per avere pronto, in pochi secondi, ogni genere di testo – dalla ricetta di una torta, alla email di lavoro, all’articolo di giornale. Chissà cosa potrebbe dirne Berger: forse che la sua amata scrittura sia destinata a scomparire?<br /><br />Invero, egli non ha lasciato i posteri senza risposta. <em>Autoritratto</em>&nbsp;(2014), il primo saggio a figurare in<br />Confabulazioni, è precisamente il suo testamento da scrittore. Qui Berger ha indicato in modo provvidenziale come guardare alla parola se non avessimo più creduto nel suo potere.<br /><br />L’intento generale dell’autore “autoritratto” è quello di risalire al germe della sua vocazione, dissotterrando il motivo per cui, da tutta una vita, scrive. Berger ha quindi bisogno di guardarsi di riflesso, ma sceglie uno specchio decisamente inedito e originale. Di fatto, non si osserva nella torsione narcisistica del sé, ma si studia da un modo di vedere “altro”, quello del traduttore. La scelta è di certo interessante e affatto banale – soprattutto, perché si può dire che Berger abbia fatto tante cose, fuorché traduzioni. Nondimeno, l’accostamento fra scrittura e traduzione sembra valido soprattutto oggi, nel mondo dell’AI: forse che anche la traduzione sia destinata a scomparire?<br /><br />È chiaro che scrittura e traduzione sono due lati del medesimo edificio: chi scrive desidera che i propri testi siano letti, e per tale ragione è ovvio che ne desidera anche una traduzione – che implica un pubblico più numeroso. Eppure, a ben rifletterci, una traduzione è qualcosa di pericoloso: dopo aver tanto meditato su quell’unica parola giusta che possa dire ciò che si vuol dire, dopo aver scritto e riscritto per mesi o anni le stesse frasi, come si può accettare di leggersi in una lingua diversa che usa, per forza di cose, diverse espressioni?<br /><br />Anche quando una traduzione è il più fedele possibile all’originale, il testo non è lo stesso. Non c’è da molto da spiegare, è un luogo comune. Si pensi alla parola per eccellenza, ovvero il <em>logos</em> degli antichi greci. Nel <em>Faust</em> goethiano l’omonimo protagonista si struggeva per tradurre il versetto giovanneo&nbsp;<em>In principium erat Verbum</em> –&nbsp;Ἐη ἀρχῇ ἦν ὁ λóγος, perché logos è l’intraducibile parola, pensiero, forza, atto. Come può una sola di queste espressioni rimandare a tutte le altre? Se, come è ovvio, non può, quale è in traduzione il termine più giusto fra tutti?<br /><br />Di certo, il medesimo problema affligge tutte le traduttrici e tutti i traduttori. Diversamente da un’intelligenza artificiale, queste e questi non lavorano con un algoritmo e si trovano continuamente di fronte a questo genere di scelta. Similmente a scrittrici e scrittori, anche loro trascorrono ore e giorni sull’unica parola, sull’unica frase, a scrivere e riscrivere.<br /><br />D’altronde, sono i momenti di ricerca e di scelta a riunire scrittura e traduzione nella costante tensione verso la lingua in quanto tale. «Se si guarda alla faccenda in modo convenzionale – scrive Berger – [le traduttrici] e i traduttori non devono far altro che studiare certe parole scritte su una pagina, per poi renderle in una lingua diversa su un’altra pagina. Il procedimento implica dunque una cosiddetta traduzione parola per parola, una successiva rielaborazione che rispetti e incorpori la traduzione e le regole della seconda lingua […]. Molte delle traduzioni seguono questo metodo e i risultati sono validi, ma di seconda qualità. Perché? Perché la vera traduzione non è una relazione binaria fra due lingue, ma una storia a tre. Il terzo punto del triangolo è ciò che sta dietro le parole del testo originale prima che venisse scritto. La vera traduzione esige che si ritorni al pre-verbale» (p. 7).<br /><br />Quando il tradurre è sentito come un compito, le parole del testo originale vengono lette e rilette non tanto per ragioni stilistiche quanto per toccare l’esperienza da cui sono scaturite. In seguito, se la si trova, la si raccoglie nel suo essere tremante e quasi muto e si tenta di collocarla dietro la lingua in cui deve essere tradotta. A quel punto, il lavoro principale di traduttrici e traduttori «è convincere la lingua ospitante ad accettare e accogliere la “cosa” che aspetta di essere articolata». Precisamente per questa postura, la traduzione mostra alla scrittura un qualcosa che appartiene a entrambe, ovvero la dimensione della lingua parlata. Quest’ultima è un vero e proprio corpo, una creatura vivente o, meglio, più corpi e più creature viventi: sono tante, del resto, le lingue che si generano nel medesimo «inarticolato oltre l’articolato» (p. 8).</p>



<p>Del resto, come spiega Berger, “lingua materna” in russo si dice <em>rodnoi-jazyk</em>, che significa la lingua “più cara” o “più vicina”. L’autore afferma che la si potrebbe chiamare la “lingua amata”. La lingua materna è la prima lingua di ciascuno e, per Berger, «è senz’altro femminile», e il suo centro è «un utero fonetico» capace di generare imparentato con tutte le altre lingue materne capaci di generare – fra queste anche i linguaggi non verbali come la lingua dei segni, la pittura, e così via (pp. 8-9). È precisamene per questa fitta rete di sorelle che ogni testo sente di trovare «il proprio posto, indescrivibile ma sicuro», in ogni altra lingua (p. 9).<br /><br />La traduzione mostra al Berger scrittore che esiste una creatura lingua, assicurandogli di riflesso che ciò che ha sempre tentato di fermare sulla pagina è una sensazione viva, che ha valore. Un’<em>esperienza</em> preverbale che un’intelligenza artificiale non potrà mai cogliere. Lo stesso autore autoritratto può infatti fermarsi a guardare, a quasi novant’anni, la sua relazione d’amore quella creatura-lingua che si muove sotto l’allitterazione e il ritmo delle parole; la osserva e la ascolta confabulare. Talvolta, gli sembra che contesti certe parole scelte e che metta in discussione il ruolo che l’autore ha loro assegnato. «Perciò modifico le battute – scrive Berger – cambio una parola o due, […] finché non c’è un lieve mormorio di provvisorio assenso. Allora procedo al paragrafo successivo». Nel suo ultimo e più maturo ritratto, Berger si dipinge quindi nella sottomissione alla lingua amata, a tal punto che ammette di essere, di mestiere, più che uno scrittore «un figlio di puttana – e potete immaginare chi è la puttana, no?» (p. 10) <br /><br /><br /><br /><br /></p>
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		<title>La lingua caduta del dire (a margine della scrittura)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Nov 2022 06:00:42 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-100306" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/Patrick-Zachmann.jpeg" alt="" width="1024" height="1522" /></p>
<p style="text-align: center;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p>Affacciata all&#8217;interno di un mondo in forma di cassa toracica, vago alla ricerca della lingua spezzata, un taglio netto che segna l&#8217;impossibilità dell&#8217;essere: la congiura, dunque, arriva con la caduta della voce. Non avere più memoria se non della memoria stessa, e in questo crollo di una capacità umana e forse inumana di ricordare il sasso, la pietra, l&#8217;uscita spaventata dell&#8217;utero, la voce che dà origine alla struttura di un corpo viene a mancare.</p>
<p>La bocca si spalanca come un sesso dopo le doglie, ma il nascituro non è altro che placenta, il chirurgo lo estrae, getta l&#8217;involucro vischioso nel pattume, e con il contenuto vuoto, scompare anche il contenitore di ciò che non è mai stato contenuto.<br />
Se ciò che ora non è non è mai stato, frutto solo di una gestazione immaginata, così alla bocca, metafora della vita, non resta che serrarsi e dimenticare sé stessa. Ma è davvero possibile la dimenticanza? Può l&#8217;assenza di memoria coincidere con la dimenticanza? Poter dimenticare presuppone un oggetto del ricordo, l&#8217;assenza lo nega a principio. Quindi no, nessuna coincidenza.</p>
<p>La scrittura diventa quindi impossibile: se è l&#8217;arto della lingua, e la lingua non accade se non in forma di sacco amniotico senza essere all&#8217;interno, non c&#8217;è parola che abbia la portata di un agito &#8211; e di un vagito.</p>
<p>Per un momento l&#8217;occhio cade sul gatto che fissa con insistenza un muro bianco. Capire allora la differenza tra ciò che è guardato e il guardante, tra osservatore e osservato, e apprendere da quell&#8217;insistenza la dissoluzione della differenza tra i due termini. Come un volto umano che fissa uno specchio fino alla sua decomposizione: dove l&#8217;altro che guarda è al contempo ciò che è guardato.</p>
<p>In realtà, una sostanziale differenza: se l&#8217;animale, come termine, fissa l&#8217;immobile, come altro termine , e non è più dato riconoscere quale dei due stia contemplando l&#8217;altro, di fronte allo specchio non accade fusione ma frammentazione, distanza siderale tra la me che guarda e la me guardata dalla me che guarda.</p>
<p>Così la voce cade. Dire: non è più mia, dire: non riconosco. Una conoscenza mai appresa, piuttosto uno stato onirico che non comprende coscienza e consapevolezza. Scivolare fuori o essere scivolati dal fuori dall&#8217;esistenza (trasformando l&#8217;avverbio in un verbo transitivo) fa del mondo un luogo ameno, silenzioso e perturbante.</p>
<p>L&#8217;ape si posa sul fiore e lo smembra. L&#8217;immagine poetica diventa allora un prosastico atto osceno: necessaria una distanza per vedere il miracoloso, se la distanza si annulla, cadiamo nei pistilli divorati. È possibile succhiare anche coi denti.</p>
<p>Di nuovo torno nella sala operatoria dell&#8217;esistenza. Perdersi senza smarrirsi, senza quel vago oscillare della mente che per un istante prolungato crea per nutrimento: ciò che nel prima è entrato con ferocia, dopo un travaglio di sedimento, si liquefa nello smarrimento, e poi, nel secondo atto, produce e dà voce alla voce.<br />
Cosa accade invece se non si dà più quello stato semi onirico ma solo perdita?</p>
<p>Apri la bocca, spingi fuori la lingua, taglia la lingua. Non una ferita aperta ma già suturata e satura: la lingua, si sa, si rimargina velocemente, ma non nella sua forma originaria.<br />
La possibilità dell&#8217;incontro attraverso il bacio di due ferite, come due organi di senso (due dotti uditivi, due narici, due orifizi), comporta un&#8217;apertura.</p>
<p>Il cadere della voce (del linguaggio particolare, al soggettivo), è allora quanto di più destrutturante possa accadere ad un essere umano. Non il detto coincide con l&#8217;essere, ma il dire. E neppure il dire, piuttosto la grana di quel dire.</p>
<p>Non poter allora più scrivere perché la scrittura mi è morta: nessun nascondiglio, nessuna sepoltura, una cremazione naturale, una pozza che evapora e non si riproduce in nube &#8211; e dunque nessuna pioggia. Una forma di fotosintesi senza che la pianta possa servirsene: fase luce-indipendente (nel buio) in assenza di fase luce-dipendente (nel luminoso).</p>
<p>Altrove il borbottio del mondo, qualche risata, un pianto, un giorno di festa, un suono, lo sfregarsi dei corpi, la calura estiva, il sudore sulle mani, un funerale.</p>
<p>Ma cosa comporta un funerale se il rito è già avvenuto prima della morte del morto?</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
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		<title>La propria lingua</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/03/02/la-propria-lingua/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Mar 2021 05:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alexandrina Scoferta]]></category>
		<category><![CDATA[lingua]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
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					<description><![CDATA[Due prose di Alexandrina Scoferta &#160; I. A volte ho la sensazione di vedere le clienti di mia madre camminare fuori dalla libreria. Mi affretto ad uscire e gridare – Buongiorno Rosi! – ma non è una di quelle mattine in cui porto le brioche di Regina Adelaide a mia madre in negozio e di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-88218 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Alexdoppia-300x220.jpg" alt="" width="300" height="220" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Alexdoppia-300x220.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Alexdoppia-768x564.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Alexdoppia-1024x752.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Alexdoppia-250x184.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Alexdoppia-200x147.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Alexdoppia-160x117.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Alexdoppia.jpg 1080w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Due prose di <strong>Alexandrina Scoferta</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.</p>
<p>A volte ho la sensazione di vedere le clienti di mia madre camminare fuori dalla libreria. Mi affretto ad uscire e gridare – Buongiorno Rosi! – ma non è una di quelle mattine in cui porto le brioche di Regina Adelaide a mia madre in negozio e di certo la signora Rosi non è su queste strade mediterranee che cammina con la spesa in mano. Prima di partire mi chiedevo cosa portare via con me. Alla fine non ho preso quasi nulla. Dopo un paio di giorni mi sono resa conto di non avere nemmeno vestiti. Le cose della stanza appartengono alla stanza. Le cose del lago appartengono al lago. Non ho mai sopportato le romanticherie simboliche. Un sasso del lago di Garda è solo un sasso, qui non mi avrebbe fatta sentire più vicina al lago. <span id="more-88150"></span>La signora con la busta della spesa invece, per un attimo solo, mi ha fatta sentire sul lago. Eppure la signora nulla ha a che fare con il lago, somiglia solo alla sagoma di Rosi nei giorni di domenica, quando ha la piega appena fatta. Nemmeno il mio accento nordico ha qualcosa a che fare con il nord. Al nord mi dicevano sempre che non ero di lì. Da quale paese del sud vieni? mi chiedevano. Sei tedesca o francese? mi chiedevano. Hai un accento indefinito, non capisco da dove vieni, mi dicevano. Quando qualcuno non parla come noi, diamo per scontato che sia venuto da qualche parte. Da qualche parte uno dovrà pur venire, altrimenti non sarebbe mai venuto. Ma se uno è venuto da qualche parte, dovrà pur poterci tornare un giorno. Io dal nord non avevo alcun posto in cui tornare. Ero venuta quindi, ma da nessun posto. L’idea del ritorno mi ha sempre fatta sognare, sognare di poter ritornare. Il ritorno per me non era mai stato un fallimento, ma una meta. Avere un posto in cui tornare, che bella cosa. Vorrei essere un posto in cui tornare. Vorrei essere un luogo vivo con volontà propria che si intreccia con la volontà dei suoi abitanti. Un luogo fluido, vaporoso, interiorizzante, adattabile, non al quale ci si debba adattare. Una specie di luogo/sostanza chimica che varia in base alle sostanze che la abitano e che a sua volta cambia le sostanze, ma con naturalezza, non con esercizio e pazienza. Non come sono diventata quella che viene dal nord. Mi vorrei affidare alla lingua per diventare qualcosa di simile, per questo mi fa male quando so parlare. Dire bene qualcosa a qualcuno è come scagliargli una pietra addosso, nulla l’altro può farci se non reagire al colpo. Se la pietra non fosse cristallizzata, se non fosse pienamente pietra, sarebbe qualcosa su cui si potrebbe agire, ci si potrebbe vivere insieme. Se la cosa da dire non fosse pienamente detta, la si potrebbe dire insieme. Parlare può essere come baciarsi, baciarsi non lo si può fare da soli.</p>
<p>L’altro giorno ho detto ad un cliente che sono emigrata una seconda volta. Lui mi ha risposto che non è possibile, che si emigra una sola volta, la prima, che gli altri sono solo spostamenti. Ma io questa, la seconda, non mi sono solo spostata. Non mi sto spostando. Non mi sto inserendo in questo luogo come ho fatto la prima volta. Semmai questa volta è il luogo che si sposterà dentro di me ed io sarò abitabile. Gli abitanti di questo luogo mi possono abitare, perché io non farò domande e non racconterò nulla di me a meno che non me lo chiedano. Non eseguirò nessun esercizio di esistenza. Non farò quella cosa che si chiama fare amicizia. Crediamo che una persona ci sia amica quando possiamo farci affidamento e viceversa, ma è solo una questione di sicurezze e di pigrizia. Abbiamo raccontato un sacco di cose ad una persona e la chiamiamo amica soltanto perché poi non dobbiamo più fare la fatica di spiegarle le cose. Il luogo in cui tornare che vorrei essere io è qualcosa di più bello, perché non facendo domande non ci sarà bisogno di spiegarmi le cose nemmeno una prima volta e non ci sarà bisogno che io capisca nulla. Le cose comprensibili, le cose chiare sono la condanna ad un personaggio da interpretare. Questa volta non mi sono solo spostata, mi sono liberata dal personaggio. Dal lago ho portato via solo qualcosa che sembra un accento del nord. Mi ascoltano parlare e dicono che vengo dal nord. Mi va bene, è bello che io dia loro questa sicurezza, fa sì che io non debba spiegare nulla.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>II. <em>La propria lingua è una musica di sottofondo</em></p>
<p>&#8220;Le parole sono condannate ad essere libere dal dire ciò che vogliamo far loro comunicare&#8221; gli avevo detto al mattino. &#8220;Cominci sempre le giornate condannando qualcuno o qualcosa?&#8221; ribadì. &#8220;Chi non vorrebbe essere condannato alla libertà?&#8221; domandai. &#8220;Le parole&#8221; rispose &#8220;le parole non hanno volontà, per questo possono essere libere&#8221;.</p>
<p>La sera stessa lo accompagnai alla masterclass di Guinga, era così felice. Lui non somigliava alla musica brasiliana e il Brasile sembrava non avere nulla a che fare con lui. Guinga rideva spesso, la sua risata sembrava far parte dello spettacolo.  Alla fine gliel’ho detto. A lui, non a Guinga. &#8220;Pure quando ride, sembra che quell&#8217;uomo rida in portoghese&#8221; gli ho detto. &#8220;Tutto il mondo ride nella propria lingua&#8221; mi ha risposto.</p>
<p>&#8220;E io&#8221; gli ho chiesto &#8220;io in che lingua rido?&#8221;</p>
<p>&#8220;Tu non ridi in nessuna lingua&#8221; mi ha risposto &#8220;tu non emetti suoni quando ridi.&#8221;</p>
<p>La propria lingua è una musica di sottofondo, un tamburo che dà il ritmo ad ogni singola parola. La propria lingua è anche nel movimento della mano che portiamo al bicchiere per portarlo alla bocca. La propria lingua è il modo con il quale ci inseriamo in tutte le cose del mondo e inseriamo tutte le cose del mondo dentro di noi. Pure quando si canta, non si può che cantare nella propria lingua, pensa ai cantanti brasiliani quando cantano in italiano, pensa a Toquinho e “Roma nun fa la stupida stasera”. La propria lingua è una musica di sottofondo, un tamburo che dà il ritmo ad ogni singola parola, un suono che ho perso. Quella sera mettevo su Guinga uno sguardo pieno d’invidia. Io non rido in nessuna lingua.</p>
<p>Il mattino dopo lui ha accompagnato me a scuola, dovevo parlare agli studenti di Luceafărul e di Eminescu. Abbiamo tradotto parti del poema tutti insieme. Dovevo far capire loro cosa accade nel processo della traduzione. Non solo nella testa del traduttore letterato, ma anche in quella del ragazzo straniero, dell’appena arrivato.</p>
<p>Ho speso tanti anni a narrare e ad eliminare, subito dopo, tutto quello che producevo. Lo faccio ancora adesso, ma ora sono consapevole del fatto che non mi interessa il testo finale, io sono ossessionata dall’atto stesso della scrittura, della trascrizione. È in questa operazione che è insita la traduzione stessa. Essere stranieri è la grande traduzione. Lo straniero è la pancia che rimane incinta dopo la copulazione delle due lingue, il suo parlare è un parto e la parola, oh la sua parola è il risultato dell’unica lingua viva che agisce sul discorso. Si può dire di questa lingua che è debole, poco credibile all’ascolto ed è quasi ridicola proprio perché è drammaticamente onesta.</p>
<p>La lingua madre è la madre, la lingua ospite è il padre e la parola dello straniero è il parto, il puro atto della nascita della lingua, l’unica lingua viva che agisce. È una carezza in atto, corteggia con la lingua straniera ciò che non potrebbe mai essere detto “puro” come nell’originale, ma è sincero nel suo sapervi solo rimandare. Riconsegna all’indicibile la sua originaria condizione di non poter essere detto.</p>
<p>Per questo il ragazzo che si trova catapultato in una scuola straniera, ha bisogno del suo tempo per trasformare la lingua e adeguarla ai suoi strumenti comunicativi, diversi da quelli dei suoi compagni, ma anche e soprattutto dei suoi insegnanti. Questi ragazzi sono testimoni di un parto linguistico complicatissimo, perché un giorno parleranno italiano come una lingua madre, ma sarà un italiano nuovo, un italiano colmo di gesti estranei, modi di dire stranieri, un italiano che attraverserà il confine geografico ogni volta che verrà detto.</p>
<p>Mentre mi riaccompagnava a casa disse &#8220;Tu non ridi in italiano, questo è certo, ma non posso sapere se ridi in moldavo, se non so come sia la risata moldava&#8221;. Sono scoppiata a ridere.</p>
<p>La lingua ufficiale della Moldavia è il rumeno, ma non per questo il moldavo è meno lingua, anzi, lo è di più. Il moldavo non ha regole, chi parla moldavo sa di parlare sbagliato. Quando, in luogo di situazioni formali, qualche bambino parla in moldavo, la madre gli dà uno scappellotto sulla testa e lo rimprovera: &#8220;parla correttamente&#8221;. Il moldavo è più di una lingua, si potrebbe dire che sia un dialetto, ma io vorrei azzardare l&#8217;ipotesi che sia più anche di un dialetto. Il moldavo è un suono, una parolaccia, una sorta di sputo, è una canzone popolare cantata da voci stonate che amano stonare. Quando parlo in moldavo il mio corpo si ingobbisce, muovo la bocca come se stessi masticando una chewing gum e mi asciugo la fronte come se fosse sudata, come se avessi portato un bicchiere d&#8217;acqua alla nonna che zappa sotto il sole. Quando parlo in moldavo io non parlo, non costruisco delle frasi, non coniugo verbi, improvviso, sono libera come quando mi prude la schiena e mi gratto, perché non mi vergogno di nessuno, in barba alla buona educazione, in barba alla correttezza. Parlare in moldavo per me è come sputare a terra davanti a tutti, senza che questa sia una cosa maleducata, perché ho qualcosa dentro da tirare fuori e la tiro fuori così come la cosa vuole venire al mondo.</p>
<p>&#8220;Allora no&#8221;, mi ha detto, &#8220;non è in moldavo che ridi&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La geografia della mia infanzia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Sep 2019 05:00:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Attorno alla vecchia villa dove vivevamo, la casa di mia nonna, c’era un territorio che era bello e accogliente, ma non ci apparteneva. Apparteneva ai contadini. Che erano esseri ignoranti e retrogradi. E infidi. Paradossalmente erano loro però che conoscevano i segreti di ogni recesso delle campagne e dei viottoli, solo loro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-80733" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f.jpg" alt="" width="240" height="340" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f-200x283.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f-160x227.jpg 160w" sizes="(max-width: 240px) 100vw, 240px" /></a></p>
<p>Attorno alla vecchia villa dove vivevamo, la casa di mia nonna, c’era un territorio che era bello e accogliente, ma non ci apparteneva. Apparteneva ai contadini. Che erano esseri ignoranti e retrogradi. E infidi. Paradossalmente erano loro però che conoscevano i segreti di ogni recesso delle campagne e dei viottoli, solo loro erano liberi di percorrerlo a piacere. Lì fuori erano loro che dettavano il buono e il cattivo tempo. Lo constatavo parlando con difficoltà la loro lingua così diversa dalla nostra e entrando nelle loro case dagli odori forti, sperimentando a mie spese come potevo essere accettato. Per mia nonna erano quasi bestie, ma intuivo che sotto le sue frasi sferzanti li temeva. Erano loro i veri padroni dei vigneti, dei pezzi di bosco, delle scarpatine incolte dove cresceva l’erba medica buona per i conigli. I proprietari – i paròni – erano i possessori, ma in realtà regnavano ormai solo nelle loro ville secolari, nei giardini alberati che le circondavano. Al riparo dalle voci rudi, dagli sguardi. Fuori imperversavano loro, i bifolchi, che certo lavoravano, ma anche gridavano, sghignazzavano, e soprattutto guardavano, guardavano tutto. Perché i tempi – questo non potevo saperlo – erano cambiati, la mezzadria era stata abolita.<br />
Bisognava difendersi dai loro sguardi. Mia madre si proteggeva tenendo sempre ben chiuse le tende che castigavano le grandi finestre, non sia mai che qualcuno potesse vederci in casa. Mia nonna per le spazzature faceva scavare una buca dietro gli annessi della villa, e le portavamo lì. Quando la fossa era piena, ma ci voleva molto tempo, il consumismo era solo agli inizi, dava fuoco al suo contenuto. E quando proprio tracimava la faceva coprire e ne faceva aprire un’altra. Non portavamo i nostri resti alla minuscola discarica, forse un metro quadrato, i residui allora erano davvero esiguissimi, all’entrata del paese, dalla quale spesso si elevava un incerto filo di fumo. Lì ci passavano tutti, i bifolchi avrebbero potuto vedere cosa mangiavamo, cosa facevamo, di cosa ci disfacevamo: non esistevano ancora i sacchetti per la spazzatura. E si trattava di resti molto diversi da quelli ai quali erano abituati loro, alcuni li avrebbero giudicati ancora buoni. Non era nemmeno concepibile questo attentato alla nostra intimità.<br />
Mia nonna riceveva l’anziano contadino che lavorava la sua campagna, ora che la famiglia di mezzadri era andata via, nella sua cucina: lui entrava dalla porta sul retro, e salutava con la testa bassa, scalcagnato Sancho Panza con il cappello in mano. Lo stesso uomo sovrappeso avanzava però tra i filari di viti con ondeggiamenti spavaldi da vincitore. E quando lei transitava per la frazione con la Cinquecento per scendere in città, sbucando appena dall’altezza dei finestrini, quasi fosse tornata bambina, guardava fisso davanti. Era il suo modo di salutare, sapeva bene che tutti gli occhi la seguivano. A parte noi e gli abitanti dell’altra villa nessuno aveva la macchina, o anche solo una moto, o una bicicletta.<br />
La domenica andavamo in chiesa, la prima fila della pieve del paesino più vicino, solo e esclusivamente per dovere sociale. Anche quello era un territorio che non ci apparteneva. In casa mia la religione era questo, l’incombenza di mostrarsi in chiesa la domenica, per non apparire superbi. Quelle pratiche sciocche erano necessarie per loro, non per noi, che avevamo l’educazione e la dignità di accettare la vita per quello che era. Lo stesso prete era dalla loro, ogni tanto ci arrivavano delle frecciate. I contadini maschi stavano nel balcone sopra la porta di entrata, al quale si accedeva da una scala esterna, separati dalle donne. O anche all’esterno sul ballatoio che lo precedeva, con il cappello in mano. Irrequieti, sarcastici, surrettiziamente riottosi, impazienti della sbornia domenicale. Noi bambini a tavola intonavamo l’Alleluia imitando la ü dialettale con la quale veniva cantata, che ci faceva morire dal ridere.<br />
La nostra vera patria era lontana e indistinta. Nemmeno io lo conoscevo, mi accorgo a posteriori. Era New York, era Buenos Aires, era soprattutto la bella l’Avana, dove mia madre e le sue sorelle erano nate. Mia nonna diceva basura, non spazzature. E asco, non schifo. Era la prima classe delle navi sulle quali avevano traversato tante volte l’Atlantico. Era l’accademia militare di Modena frequentata da mio nonno assieme all’amico Giovanni, il futuro senatore Agnelli. Era la collina di Torino, dove viveva la sorella di mia nonna, che era stata sposata con il fratello di mio nonno. Le due sorelle e i due fratelli erano primi cugini, tutto restava in famiglia. Era Milano, dove vivevano gli zii ricchi, che sfoderavano sempre gli ultimi ritrovati della tecnica, che ci lasciavano a bocca aperta. Di quei posti così alieni i contadini non avevano idea, perché dalla nostra frazione nessuno era emigrato: la polenta bastava per tutti. Il viaggio più lungo era scendere in città per la fiera annuale dell’agricoltura. I maschi andavano lontano una volta, in Italia, per fare il militare. O per la guerra. Il padre del mio amichetto mi raccontava la ritirata di Russia con le lacrime agli occhi, lacrime di struggente nostalgia: per lui non era stata una tragedia dantesca, era stata l’esperienza più bella della sua vita.<br />
Anche mio padre aveva dei posti che gli appartenevano. Facevano capolino di rado, e erano meno eclatanti, più dimessi, ma esistevano. Il paese già quasi veneto dove era cresciuto, dove compravamo il formaggio del giorno da mangiare scottato in padella, con una consistenza elastica di plastica, e un delizioso gusto di erbe di montagna. E il villaggio di lingua tedesca dove suo padre era stato mandato come gerarca. I crucchi erano suoi nemici, perché li considerava – anche questo lo ho appreso dopo – i responsabili della caduta del fascismo, e anche doveva combatterli sui cantieri stradali dove lavorava, visto che la maggior parte erano lì da loro. Suo padre non ci aveva pensato due secondi, come Cesare Battisti, a arruolarsi nell’esercito italiano, per combatterli (lui ci aveva rimesso solo l’uso di un braccio), e mandarli via. Quel toponimo italianizzato lo nominava però strascicando dolcemente le consonanti.<br />
Certo il vero posto che rimpiangeva, l’unico dove si sentisse davvero a suo agio, era la GUERRA. Ma quella non c’era più, gliel’avevano tolta. Il suo esilio era forse ancora più severo del nostro. Era – lo ho capito solo molto più tardi &#8211; un rinnegato. A casa poteva dire quello che voleva, e anzi provocare gli invitati di mia madre, dandogli dei voltagabbana, ma fuori doveva tenere profilo basso. Signoreggiavano i democristiani, i preti, i sindacati. Adesso era così.<br />
Restavano le vette delle montagne. Quelle sì ci appartenevano, erano anzi l’unico spazio che avevamo in comune. Appena ci allontanavamo dalle strade e dalle altre persone eravamo nel nostro dominio famigliare privato. Il cielo immenso era nostro, e anche i larici e le rocce, e gli odori di resina e di vento. Ci andavamo la domenica, l’inverno con gli sci, e l’estate con il sacco sulle spalle. Lì, e solo lì, eravamo una vera famiglia, coesa e appagata. I miei non litigavano, o molto meno, e ognuno aveva un suo allegro tornaconto.<br />
La cima della montagna sopra la città era un caso un po’ speciale, ci apparteneva solo fino a un certo punto. Lì mia nonna dopo la guerra aveva finanziato la costruzione del rifugio che i miei per qualche anno avevano gestito, prima di gettare la spugna. I tempi erano prematuri, e loro non erano proprio tagliati per gli affari e il commercio. Qualche domenica ci tornavamo, anche se La Selva, diventata nel frattempo albergo, era ormai circondata da casermoni più moderni, e noi non ci avvicinavamo. Pure lì in fondo eravamo stranieri, ma anche a nostro agio. La guardavamo come si salutano da lontano delle vecchissime conoscenze che nel frattempo sono diventate ricche e frequentano altre persone.<br />
In città c’era gente più simile a noi, persone che parlavano la nostra stessa lingua, o insomma potevano passare da una all’altra. Con la Cinquecento di mia madre traghettavamo verso quella zona che ci era meno ostile. Lì c’erano i negozi dove lei faceva la spesa, non certo il bugigattolo sfornito vicino alla nostra frazione, lì comprava i vestiti e portava a sistemare la pelliccia di visone, lì c’erano i cinema ai quali mi portava anche a me, il Vittoria e l’Italia, lì vivevano le sue amiche, c’erano i locali dove le incontrava. A me piacevano i compagni delle elementari, e soprattutto quelli già malandrini, quelli che poi sono stati falcidiati dall’eroina. Sapevo risultargli molto simpatico, mi prendevano per uno di loro, e mi piaceva sentirmi accettato. Pur non facendo i compiti come loro ero il secondo della classe, sfruttando la cultura famigliare, ma non me ne volevano. C’era qualcosa di profondamente struggente in quelle amicizie. Certo poi quando tornavo sulla nostra collina mi sentivo a casa mia, potevo scorazzare come mi piaceva, entrare nelle stalle. A differenza dei miei avevo messo le radici in terra nemica.<br />
Le cose si sono chiarite quando sono entrato in classe il primo giorno della quarta ginnasio. Ero arrivato in ritardo, e quando ho aperto la porta tutti gli occhi si sono girati su di me, come si guarda un forestiero vestito di stracci. Avevo i capelli lunghi e la mia giacchetta sdrucita di jeans, e masticavo una gomma. Sono andato a sedermi nell’unico posto libero, accanto alla bionda un po’ grossa vestita come un’anziana baronessa (non a caso adesso dirige il Museo del Castello). Ho capito subito che lì c’erano altre regole, altre gerarchie, e che l’aria era molto pesante. Mia madre aveva avuto la bella idea di iscrivermi alla sezione di tedesco, io che non sapevo una parola di tedesco. E quelli – anche questo è venuto fuori dopo &#8211; erano i rampolli delle famiglie che consideravano il tedesco una lingua più importante dell’inglese. Le famiglie che per secoli avevano intrallazzato con i conti di Tirolo. Lì si era ancora in pieno ottocento clericale, l’Italia era ancora molto lontana. Mi sono aggrappato al professore comunista, che parlava di Bertolt Brecht e di Antonio Gramsci e di Cesare Beccaria, e di internazionalismo, come a una corda di salvataggio. Sapevo già che sarei andato via, nel mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdA: questo testo è il mio contributo alla raccolta &#8220;Lettere da Nordest&#8221;, a cura di Cristiano Dorigo e Elisabetta Tiveron, edita da <a href="http://www.edizionihelvetia.it/">Helvetia</a> (2019), alla quale hano collaborato diciotto autrici e autori veneti, friulani, e trentini: <span class="testo">Ubah Cristina Ali Farah, Gianfranco Bettin, Francesca Boccaletto, Antonio G. Bortoluzzi, Roberta Cadorin, Alessandro Cinquegrani, Elisa Cozzarini, Fulvio Ervas, Angelo Floramo, Patrizia Laquidara, Luigi Nacci, Silvia Salvagnini, Giacomo Sartori, Federica Sgaggio, Tiziano Scarpa, Gian Mario Villalta, Stefano Zangrando, Francesco Jori. </span></em><em><span class="testo">Scarpa ne parla <a href="https://www.ilprimoamore.com/blog/spip.php?article4293">qui</a>, sul Primo Amore.</span></em></p>
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		<title>Abitare le lingue</title>
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		<dc:creator><![CDATA[lisa ginzburg]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jul 2019 05:00:29 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Brueghel il Vecchio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lisa Ginzburg &#8220;Succede così anche per le lingue. Quando si è costretti a parlarne un&#8217;altra per molti mesi, come a me è accaduto, quando ritorni alla tua ti accorgi che la lontananza ti è servita per riscoprirla nella sua essenza più profonda. Si potrebbe coniare uno slogan divertente: ‘Studiate l&#8217;inglese, il francese, il tedesco [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/2babele.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-79814" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/2babele.jpg" alt="" width="647" height="488" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/2babele.jpg 647w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/2babele-300x226.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/2babele-250x189.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/2babele-200x151.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/2babele-160x121.jpg 160w" sizes="(max-width: 647px) 100vw, 647px" /></a></p>
<p style="text-align: center;">di <strong>Lisa Ginzburg</strong></p>
<p>&#8220;Succede così anche per le lingue. Quando si è costretti a parlarne un&#8217;altra per molti mesi, come a me è accaduto, quando ritorni alla tua ti accorgi che la lontananza ti è servita per riscoprirla nella sua essenza più profonda. Si potrebbe coniare uno slogan divertente: ‘Studiate l&#8217;inglese, il francese, il tedesco per &#8230; imparare l&#8217;italiano’&#8221;. Goliarda Sapienza così scrive ne <em>L’arte della gioia</em>. Ben prima, Goethe aveva affermato qualcosa di simile parlando del suo amore per la lingua italiana: sposando stesso assioma secondo cui, un po’ come quando per conoscere qualcuno per davvero devi anche darti lo spazio e la distanza fisica e interiore per potere pensarlo da lontano, lo stesso accade con la propria lingua.   Distanziarsi in senso fisico e interiore aiuta a comprendere: affina i sensi, fa guardare e riflettere con maggiore attenzione. La lontananza è lente focale, il silenzio acuisce l’udito. Lontani, capiamo e apprezziamo tutto di più. Anche il nostro idioma.<br />
Da quando vivo all’estero in pianta stabile, cioè da una decina d’anni, i miei rapporti con l’italiano mia lingua madre si sono intensificati e sentimentalizzati. Quest’anno a Parigi ho tenuto un ciclo di brevi conferenze dal titolo “Sillabario italiano”, riflessioni su particolari lemmi ai miei occhi particolarmente rappresentativi della peculiarità linguistica del nostro idioma. Nel preparare ogni intervento mi scoprivo a entusiasmarmi, commuovermi persino, per etimologie e curiosi percorsi glottologici delle parole – io abitata da moti d’animo partecipi ai limiti del patriottico, sommovimenti interiori che mai nel mio passato esterofilo avrei potuto nemmeno solo immaginare possibili in me. Emigrare, allontanarmi insomma sì, ha aumentato l’amore. Ma cosa succede con le altre lingue? Perché con ognuna ho il senso di intrattenere un rapporto diverso. E come il tutto si riverbera sul rapporto con la <em>mia</em> lingua?<br />
Sui curricula scrivo di sapere cinque lingue e sono onesta quando lo affermo, non millanto. È vero, alla mia lingua madre se ne aggiungono altre quattro che parlo, alcune meglio altre peggio, tutte – è quel che conta – con l’orgoglio e la temerarietà un po’ incosciente dell’autodidatta. Non proclamo dunque un falso poliglottismo, né credo di vantarlo o sbandierarlo mai. Ne conosco tutta l’imperfezione: sono realista, tormentata da un senso di costante incompiutezza, perché avendo imparato da sola, l’apprendimento è lacunoso. Le sottigliezze della grammatica mi sfuggono, e scrivere mi è quasi impossibile. Il modo strampalato e raffazzonato con cui ho appreso a comunicare e parlare si traduce sulla pagina in maldestri tentativi, prove di un arbitrio compositivo troppo anarchico e del tutto fallimentare. La libertà audace di cui do prova nello scambio verbale, trasposta sulla pagina, è puro disastro.<br />
Anche nelle due lingue che parlo meglio, il francese e il portoghese, lo scarto tra parlare e scrivere è abissale. E questo mi azzoppa, mi imbarazza, mai mi dà quella sicurezza “secchiona” di chi una lingua straniera invece la possiede perfettamente, forte di corsi e frequentazioni regolari di scuole e corsi avanzati con relativi diplomi finali. E il rammarico crea in me un inestirpabile senso di inferiorità. Altro che i poliglotti “veri”. Ormai a scrivere in altre lingue dalla mia non provo nemmeno.<br />
Eppure del mio metodo di autodidatta vado fiera. Fatta eccezione per lo spagnolo, l’ultima lingua in termini cronologici che ho appreso, facilitata dal portoghese già acquisito e grazie a un biennio di rapporti di lavoro quotidiani con una équipe di ispano-parlanti, gli altri idiomi li ho imparati tutti nello stesso modo, usando lo stesso metodo. Leggendo romanzi e ascoltando musica.<br />
Leggendo: ho ricordi di me attonita e incuriositissima davanti a pagine di <em>Middlemarch</em> di George Eliot. È estate, sono in campagna, il caldo mi ottunde mentre osservo quei fogli fitti di una prosa composta di periodi molto lunghi, pochi punti e tante parole incomprensibili. Il più vivido è proprio il ricordo dell’impressione visiva: quei blocchi di frasi sconosciute ma la cui sequenza anche graficamente già di per sé mi affascina, mi ipnotizza. Termini ignoti che si avvicendano, seguo il filo delle parole, leggo e rileggo, mano a mano colgo il senso di un paragrafo, poi un altro, ma mi distraggo continuamente, troppi lemmi mi sfuggono. Annaspo. Eppure è proprio da quella ignoranza sovrana, dominante, che la voglia di capire si farà strada. Una voglia testarda, tenace: di decriptare, non aiutata da vocabolari e dizionari, ma per comparativo / deduttivo procedere della mia piccola testolina, lei da sola.<br />
In francese: “toutefois”, “car”, “souhaiter”, “apprivoiser”, “plenitude”, “l’arrosoir”. In inglese: “meanwhile”, “somewhere”, “feeeling”, “worst”, “despite”, “cosy”, “loneliness”. In portoghese: “agora”, “eu não sei”, “tomara que seja”, “leaozinho”, “madrugada”, “nunca mais”, “juba”. In spagnolo: “alma”, “espesura”, “amanecer”, “duerme”, “sin embargo”… Innamoramenti immediati, rapinosi, definitivi: tutti di natura puramente fonetica. Mi innamoro di parole, e la prima fascinazione, proprio come un primo amore, è viscerale, puro istinto, nessun criterio, non il minimo calcolo.<br />
Metodo del tutto empirico e rudimentale che da allora, da quell’estate in compagnia di <em>Middlemarch</em>, uso sempre: a forza di comparare parole, giustapporle, raffrontarle, provare a decifrarle, incomincio a dedurre le lingue, poi a leggerle via via un po’ meglio, infine a parlicchiarle. Prendo insomma ad abitarle. In ogni lingua prendo dimora, e una dimora diversa.<br />
“Abitare le lingue”: intitolai così un convegno che organizzai a Venezia nell’aprile del 2011, in veste di direttrice di cultura di un organismo internazionale oggi non più attivo, l’Unione latina. Si trattava di due giornate dedicate al tradurre poesia, ospiti poeti di diverse nazionalità. Per la brochure scegliemmo con i miei collaboratori una riproduzione del quadro “Storia della Torre di Babele” di Brueghel il Vecchio. Più che la torre, sghemba e massiccia in primo piano, mi colpiscono di quel quadro le figure umane sulla sinistra della tela: un gruppo di persone interdette davanti alla vastità di opzioni linguistiche, ma determinate a intenderle e a intendersi tra di loro. Si lavorava con i colleghi della Unione latina sull’intercomprensione, una forma molto funzionale di comunicazione nonostante ogni locutore si esprima nel suo idioma. Ritrovavo un filo con il mio amore adolescenziale per l’empiria dell’apprendistato linguistico, quell’intelligenza solo intuitiva che può condurre a un abitare personale e personalizzato, perché conquistato grazie a mezzi e strade proprie.<br />
Abitare le lingue. Il tema continua a interpellarmi, mi riguarda da vicino. Abito ognuno di questi idiomi parlati “a modo mio”, ma soprattutto sono loro ad abitare me. Ciascuno risvegliando un lato della mia personalità, ho l’impressione.<br />
Già. Ogni lingua mi vive dentro in una sua maniera, riecheggia toccando determinate corde e non altre. Parlo con me ad alta voce quando devo capire, sviscerare, e qualcosa fa resistenza allo scavo interiore, o quando sento l’urgenza di sdrammatizzare, di prendermi sanamente un po’ in giro. Allora, mentalmente o in più solenni soliloqui ad alta voce, mi servo di volta in volta di una lingua o un’altra a seconda dei frangenti dei miei stati d’animo.<br />
Per capirsi: l’inglese è la lingua di un sentire delicato, poetico. Il portoghese la lingua del cuore per come parla a se stesso nella forma più diretta, non mediata. Lo spagnolo, l’idioma del vigore appassionato ma lucido. Il francese, lingua del ragionamento minuzioso, razionale sino all’esasperazione. E l’italiano… l’italiano, quando “parlo con me”, è in senso letterale lingua madre: lo uso per rimproverarmi o per aiutare me stessa a vedere quel che non voglio vedere, proprio come faceva mia madre la cui voce mi manca ogni giorno.<br />
Anche se imperfetto, conquistato secondo traiettorie troppo personali per poter parlare di autentico poliglottismo, il plurilinguismo supporta e avalla la prismaticità del sé. Aiuta a essere contemporaneamente più nature, non una univoca soltanto. Argomenta la babelica coesistenza (civile) di sfaccettate parti di noi stessi, bisognose ognuna di esserci e di venire ascoltata. E conferma l’idea goethiana, poi di Goliarda Sapienza: che alla propria lingua si “torni” meglio dopo avere viaggiato tra altre.<br />
Quando scrivo, cioè quando il mio rapporto con la lingua è più frontale, e intenso, e per me importante, allora abito esclusivamente l’italiano. Non credo cambierà. Lì è casa mia, e sebbene mi diverta ancora moltissimo a viaggiare, vagabondare tra altre lingue e abitarle, è a casa mia che voglio tornare.</p>
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		<title>Lettere dall&#8217;assenza #3</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 May 2019 05:00:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot Caro J, qui il cielo è una sommossa, l’uovo del mondo si è strappato : nascono gli oggetti che mi hai lasciato. Ti scrivo ed è ancora buio, filtrano lampi di pulviscolo dalla finestra, la grana del mondo si frammenta e io distendo le righe di una lettera che non arriverà mai. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-78810" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/uovo-bosch.jpg" alt="" width="480" height="270" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/uovo-bosch.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/uovo-bosch-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/uovo-bosch-250x141.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/uovo-bosch-200x113.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/uovo-bosch-160x90.jpg 160w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p>Caro J,<br />
qui il cielo è una sommossa, l’uovo del mondo si è strappato : nascono gli oggetti che mi hai lasciato.<br />
Ti scrivo ed è ancora buio, filtrano lampi di pulviscolo dalla finestra, la grana del mondo si frammenta e io distendo le righe di una lettera che non arriverà mai.<br />
Abbiamo montato una tenda, raccolto le bacche e i ramoscelli per fuggire nella piena del bosco, hai radunato i corpi e li hai abbracciati ad angolo retto appena prima di partire, gli zaini pesanti, la pesantezza dell’esistenza, gli occhi spalancati in una sinfonia autunnale.</p>
<p>Ricordo ancora i passi, i piccoli avvenimenti delle giornate fredde, la foglia circondata dai sassi, il sasso che portavi al collo &#8211; e mentre ti scrivo apro la mano e raccolgo il mutaforma del suo resto, la scheggia rimasta.<br />
Ne ho una piantata sul fianco, me l’hai infilata come s’infilano i ricordi. E’ questa memoria che non rimuove, dove tutto il già detto e già passato si presentifica come un appena nato ogni nuovo giorno, un embrione che continua la sua nascita milioni di volte, si prolunga nei millenni.<br />
Ho visto una lepre correre sul petto, aggirarsi sulla pelle e saltare ai limiti sbordati di questo organo inquieto: quando l’hai mandata? Era ancora festa? Erano ancora i fiori?<br />
La mancanza si fa presenza, non demorde, mi morde le labbra e le piccole viscere. Ho molti anni e non ne ho nessuno, come quando ci siamo scambiati le bocche per parlare la lingua dell’altro.<br />
Nella tua c’era un serpente, i miei denti come chicchi di riso ridevano sulla tua: è forse questo diventarsi?</p>
<p>Ho una culla dentro la bara e un cimitero nella soffitta, lo visito a giorni alterni portando narcisi e piccole pietre scavate dall’oceano (hai visto l’oceano, mi hai vista tuffarmi con la testa degli annegati?) &#8211; e mentre le rocce del muro si sfaldano, io mi aggiro votiva per accogliere un liquido stanco che cerca di portare nutrimento all’abitazione del cervello.</p>
<p>Ancora, qui, di fronte allo sguardo c’è la tua immagine annebbiata che fisso per ore dal giorno in cui ti hanno portato a forza nel tombale dei tuoi sacrifici, la camicia di forza contenuta in una pillola bianca, il pungiglione conficcato nella gamba. Non ho pianto, ho solo premuto forte l’indice al centro della fronte, dove stanno le connessioni uno a uno, io a tu, tu e l’altro. Ascolto canti nordici nella lingua del Von, i prati aperti dell’Islanda, le strade che dovevamo calpestare, e con una corda ho legato la tua gabbia alla mia, permango nell’attesa dello snodo, il lento disorientarsi delle cose.</p>
<p>Una chioccia<br />
una scarpa<br />
un mantello<br />
la mantide<br />
le tue braccia<br />
il mio ventre<br />
la tua testa<br />
le mie dita<br />
la tua gente<br />
la mia città<br />
la tua perdita<br />
la mia scomparsa</p>
<p>Vivo ancora senza nome, all’anagrafe dicono: un errore negli spazi. A volte, J, il bianco prevale.<br />
Eppure non mi pesa, libera le dichiarazioni, libera i riconoscimenti dalle paure, apre le porte all’impensato, dove tu spingi con le dita attraversando le maglie della tua reclusione e io mi rannicchio nel fondale per una fine annunciata il giorno degli inizi. Ti hanno preso appena fuori dal bosco, quando appesi alle liane dei tronchi ci siamo gettati nella strada dei passaggi. Era inevitabile: i giorni di luce vengono rinchiusi se non portano le vesti adatte, e noi eravamo nudi nella nostra grande mattina calda. Il segno marchiato a fuoco sulla schiena è rimasto, tu rimani nella bocca e sulla pelle, cerco di grattare la superficie ma la superficie resta. E’ forse la tua maledizione?</p>
<p>Le madri sono nel sacco, ho provveduto io, non aver paura. Le ho attirate come si fa coi roditori quando hanno mangiato troppo: e loro avevano mangiato troppo.</p>
<p>Puntellati nel posto in cui ci siamo detti addio abbiamo optato per la resistenza, una lettera come un capotasto per racchiudere le note successive : siamo nello spazio vuoto degli innati, ci compensiamo mentre io stringo le gambe e tu trattieni gli eccessi.</p>
<p>Poi, a volte, si accende un lumino: urlano le gatte in calore, urlano corvi e grondaie, urlano gli oggetti, urlano le mandrie impazzite del ventre, urlano le mani, urlano i lampi estivi, e mentre tutto grida la parola si distende. Una lingua strappata e depositata nella teca dei passati.<br />
J, quando accade tu non cadi, ti ritrovo nell’angolo remoto per passare la punta delle dita ancora una volta tra la radura della tua testa : hai un parco e un giardino nel petto. Pianto un seme di giacinto e lo innaffio ad ogni ora. Se questo amore morto, se questo amore giallo, se questo sole bianco si fonde con l’opposto, se questo nero è nero.</p>
<p>Puoi sentirmi? Ti attraversa la corrente?</p>
<p>Il tuo grillo parlante sono io, quando decido di restare.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Dietro la maschera del sonno il cervello piange</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/02/21/dietro-la-maschera-del-sonno-il-cervello-piange/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Feb 2019 06:00:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#160; di Mariasole Ariot &#160; Una copertura: dietro la maschera del sonno il cervello piange. Il mutismo dei lineamenti, l&#8217;inflessione straniera, appena piegata sul bordo: non dicono niente. Questa apparente nuova cera è un frutto chimico, composizione di elementi. La lingua non batte, e voi cosa vedete? Quando uno sguardo perfora e si acceca trafitto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-77906" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Donna-in-drappeggio.jpg" alt="" width="966" height="1279" /><br />
&nbsp;<br />
di <strong>Mariasole Ariot</strong><br />
&nbsp;<br />
Una copertura: dietro la maschera del sonno il cervello piange. Il mutismo dei lineamenti, l&#8217;inflessione straniera, appena piegata sul bordo: non dicono niente.<br />
Questa apparente nuova cera è un frutto chimico, composizione di elementi. La lingua non batte, e voi cosa vedete? Quando uno sguardo perfora e si acceca trafitto da se stesso, e vede il retro senza aver mai notato la fronte.<br />
E cosa vedete voi &#8211; di questa mascherata silenzosa, che ha perso i denti nella muta, di questa cosa che credete sia passato e invece resta. Tutto l&#8217;inchiostro delle mani è ora rappreso nella zona cava dell&#8217;interno, dove tace, mentre si dice: è solo un momento.<br />
Il bianco che ho ingoiato per secoli ha seccato la lingua.</p>
<p>***</p>
<p>Crolla il rovescio dei mondi sulla tua faccia d&#8217;animale, e cade tra intenti e milioni di corpuscoli conficcati nella lingua.<br />
Ricordi i ricordi della prima nascita? Ricordi la tragedia?<br />
Quando le foglie dicevano la stagione secca, e tu scricchiolavi sulla mia schiena costole e polmoni. Il volto che mi hai creato addosso non mi appartiene: una mandria infuriata<br />
di ossicine.</p>
<p>***</p>
<p>La notte poi dilata le ferite, questa lingua nera degli sconosciuti, i passati che si muovono nei sotterranei dei presenti dove tu affili gli strumenti a perforare le tane che mi hai scavato negli occhi. Escono bulbi dalle finestre come linci impazzite, uomini con la testa separata, membra putrefatte &#8211; e in questo buio crepano le cose, si angosciano contenuti e contenitori, uno sguardo fisso che dice colpevolezza, che infrange il tempo sicuro della gestazione.<br />
La protezione non è mai abbastanza, l&#8217;ombra che mi hai infilato nella bocca parla e dice: un reato d&#8217;esistenza.</p>
<p>***</p>
<p>Siamo formati da lividi e da richiami di parole d&#8217;antenati, ci sediamo calmi nell&#8217;attesa prossima di vedere aprire una porta, far entrare il sonno nella stanza, aprire le bocche e infilarcelo dentro a forza fino a quando raggiunge le parti più alte, il principio di ogni cosa. Così decidiamo per la caduta: stenderci immobili ad est, raccogliere le piante morte del giorno e darci vita nella massa scura del notturno &#8211; hai ascoltato, madre, questo canto di sirena, l&#8217;hai seguito? Hai ancora la coda lucida e le mani fasciate, ti sono caduta dalle braccia.<br />
Il giorno non arriva se non per tranciare i tempi, dividere gli spazi, mentre gruppi di ragazzine ballano sulla collina degli accigliati, quando le serpi entrano sottopelle e si muovono premendo verso l&#8217;esterno per urlare il loro gioco preferito. Nascondersi, non farsi mai più trovare, la paura della luce.</p>
<p>***</p>
<p>Quando dire &#8211; allora? : è finito</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Della liquefazione del &#8220;tu&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/09/14/della-liquefazione-del-tu/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Sep 2018 04:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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		<category><![CDATA[ascolto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot &#8220;Un senso di decadenza ci deprime, se opponiamo allo scatenamento senza misura, all&#8217;assenza di paura, il calcolo.&#8221; G. Bataille Esiste una zona vuota, in perdita, all’interno della quale i soggetti si muovono attraverso la parola – nella quale i soggetti muovono e sono mossi dalla parola, incisi, marchiati, tracciati, modificati dalla parola, parola [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-75762" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Persona_-_Bergman.jpg" alt="" width="511" height="386" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Persona_-_Bergman-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Persona_-_Bergman-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Persona_-_Bergman-160x120.jpg 160w" sizes="(max-width: 511px) 100vw, 511px" /></p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p style="text-align: right;">&#8220;Un senso di decadenza ci deprime, se opponiamo allo scatenamento senza misura, all&#8217;assenza di paura, il calcolo.&#8221;<br />
G. Bataille</p>
<p>Esiste una zona vuota, in perdita, all’interno della quale i soggetti si muovono attraverso la parola – nella quale i soggetti muovono e sono mossi dalla parola, incisi, marchiati, tracciati, modificati dalla parola, parola che proviene dalla propria bocca, come dalla bocca dell’altro. Il presupposto quindi per cui un soggetto venga in qualche modo prodotto e sia in continua produzione è in primo luogo il fatto che vi sia parola, in secondo luogo, che questa parola venga ascoltata o sia ascoltata, in terzo luogo, che questo incontro si dia all’interno di una zona vuota.</p>
<p>Dove abita il troppo, non può darsi nulla, se non l’incessante ripetizione di ciò che già c’era. È questo forse il più difficile nodo da aggirare: significa spogliarsi, denudare gli spazi, creare nuove pareti e nuovi confini, aprire interstizi atemporali e aspaziali. Qualunque incontro avvenga all’interno di un dispositivo già ammobiliato, già previsto, già costituito – dove nulla c’è da attendersi se non ciò che già ci si attende – non produce movimenti significativi nei soggetti. Al contrario: siamo di fronte alla caduta della soggettività e alla presa di potere del potere stesso, un potere fine a sé stesso, che non ha più bisogno di niente, che si basta da solo.<br />
Se cade la soggettività, cade anche, di conseguenza, la possibilità di produzione di nuovi significanti e significati e il passaggio liquido di produzioni attraverso la porosità dei corpi della lingua.<br />
Non si tratta di uno svuotamento, del porsi come esseri vuoti, ma di saper aprire zone vuote all’interno di corpi pieni.<br />
Quando ciò non accade, quando corpi e spazi restano come masse informi di carni compatte, non c’è più incontro con l’Altro ma piuttosto un incontro con la devitalizzazione di una possibilità mancata – che a sua volta produce non perdita dell’io ma perdita del vitale.</p>
<p>Il soggetto si immobilizza, diventa ossa, sasso, pietra, ombra di sé stesso.<br />
Se questa devitalizzazione si realizza fino al compimento, se nasce da un incontro già previsto, che non contempla stupore, non possiamo credere che questo passi sotto traccia senza incidere i soggetti dell’incontro: piuttosto li scarnifica. Un “non è” non significa che quel “non è” non sia attivo, che non agisca sui corpi e sulle soggettività in causa: agisce per difetto, portando a desertificazione.<br />
Eppure: non siamo forse al centro di un’epoca in cui il tu non è più un tu soggetto singolare ma piuttosto un tu espanso fino alla sua dissolvenza? In cui si smette di parlare ad un singolo (in una danza tra il dire e l’ascolto) e si parla solo alla moltitudine in una produzione di un incessante rumore di sottofondo che scarnifica la parola fino a farla diventare l’ombra di ciò che potrebbe essere?</p>
<p>Un’esigenza di spalancare la bocca di fronte a un tutti che in fondo è un nessuno, un proliferare di frasi, elementi, tracciati rivolti a una platea in forma di corpo unico che non ha teste.<br />
Perdute le teste degli altri, cade anche la propria, scollata dal contingente, scollata dall’infinito, testa che si addobba di decori e si dilata fino ad occupare tutto lo spazio presente.<br />
E dove lo spazio è chiuso, dove non esiste più spazio all’interno dello spazio, là muore il linguaggio, là muore l’incontro, là muore il dire, là avviene l’indicibile: miliardi di <em>io</em> cantano sordomuti della parola.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La scelta dell’imam, la fine della lingua e la rivoluzione/1</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/05/11/la-scelta-dellimam-la-fine-della-lingua-la-rivoluzione-1/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 May 2016 12:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[giochi]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Montefusco]]></category>
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		<category><![CDATA[nuovomondo]]></category>
		<category><![CDATA[Tout-monde]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Montefusco*                                                                                                         [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="CENTER">di <strong>Antonio Montefusco*</strong></p>
<p style="text-align: right;" align="CENTER"><span style="color: #1b1b1b;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><span lang="fr-FR">                                                                                                                                               </span></span></span></span></p>
<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY"><span style="color: #1b1b1b;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><span lang="fr-FR">             Moi, tu le remarques bien, je ne parle guère le français. </span></span></span></span><span style="color: #1b1b1b;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><span lang="fr-FR">Pourtant, avec toi, je préfère cette langue à la mienne, car pour moi, parler français, c’est parler sans parler, en quelque manière, sans responsabilité, ou, comme nous parlons en rêve. </span></span></span></span></p>
<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY"><span style="color: #1b1b1b;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><span lang="fr-FR">[Thomas Mann, </span></span></span></span><span style="color: #1b1b1b;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><span lang="fr-FR"><i>La montagna incantata</i></span></span></span></span><span style="color: #1b1b1b;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><span lang="fr-FR">]</span></span></span></span></p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER">
<p style="text-align: center;" align="CENTER"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-66507 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/Dante2.jpg" alt="dante2" width="880" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/Dante2.jpg 880w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/Dante2-300x136.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/Dante2-768x349.jpg 768w" sizes="(max-width: 880px) 100vw, 880px" />M. Toninelli, <em>Dante, La Divina Commedia a fumetti, 2015</em></p>
<p style="text-align: center;" align="CENTER">***</p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER">Prime osservazioni a partire da Luca Salza, <em>Il vortice dei linguaggi.</em><em> Letteratura e migrazione infinita</em>, Mesogea, Messina 2015.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>1</strong>.&#8221;Nel film <i>La terrazza</i> di Ettore Scola, un gruppo di intellettuali vive una crisi senza ritorno, sul proscenio abusato di un salotto esterno tipicamente romano: gli anni ’80 sono alle porte; la complicità si è consumata; si può sperare nell’ironia e nell’assorbimento inavvertito delle novità più inquietanti del decennio precedente. Fino a poco tempo fa, su youtube si poteva godere di una scena-chiave del film, che arriva all’incirca a metà della sua durata (oggi il link non è più attivo per ragioni di copyright). Nella piazza davanti al palazzo romano in cui risiede uno dei protagonisti, Amedeo – Ugo Tognazzi, arriva il <i>fruttarolo</i>; la <i>sora Lella</i>, portinaia dello stabile dove si svolge il rito stanco dell’autorappresentazione – che porta dritto dritto alla <i>Grande bellezza</i> di Sorrentino – lo rimprovera perché la sua voce squillante disturba la scrittura dello sceneggiatore, già afflitto da crisi e fautore di promesse non mantenute.&#8221;</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Lo scambio di battute è fulminante. La portinaia spiega al fruttivendolo che cosa sta scrivendo Amedeo – Ugo Tognazzi: «una vicenda sommaria e sciatta, che scade nel bozzettismo più vieto…». La sora Lella incespica sulla parola </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>bozzettismo</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">; così fa anche il fruttivendolo, che completa la battuta come leggendo un copione ininterrotto «inzeppata di battute di seconda mano, che non nascondono una sostanziale povertà di ispirazione…» Il secondo personaggio perde il ritmo all’altezza dell’accumularsi di nasali, incapace di evitare la pronuncia romanesca </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>nun</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> per </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>non</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">. Riprende la portinaia: e, prima di passare al «che, pe’ piacere, po’ tirà più in là», evidente recupero di un settore del linguaggio più idoneo al personaggio, conclude con un magnifico, e irrelato, «musiche di Armando Trovaioli.» L’effetto comico è qui derivato, sul piano orizzontale, dall’utilizzo successivo di due variazioni diastratiche (in sociolinguistica, quelle relative alla stratificazione sociale del parlante) dell’italiano, mentre sul piano verticale, nel momento della citazione, è evidentissima la mancata corrispondenza tra situazione comunicativa e livello di alfabetizzazione del parlante (si gioca, dunque, sul piano diafasico). Scola non è nuovo alla trovata: basta pensare alla scena dello psichiatra in </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca)</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, dove il dislivello linguistico viene giocato, piuttosto, sul piano dell’adesione al </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>plot</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> del setting psicanalitico da parte della fioraia del Verano Adele Ciafrocchi.</span></span></p>
<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=JYtWEdlkQDE">https://www.youtube.com/watch?v=JYtWEdlkQDE</a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Nel caso de </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>La</i></span></span> <span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>terrazza</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, il nucleo innovativo se non radicale è costituito, piuttosto, dalla balbuzie degli emittenti, incapaci – anche su un piano fonologico – di aderire agli stanchi argomenti da terza pagina di quotidiano che affollano le serate all’aperto dei protagonisti. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Questa mancata corrispondenza rappresenta un uso della lingua di tipo </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>minore</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, che Gilles Deleuze ha descritto in più sedi, definendolo in </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Mille piani</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, e declinandolo poi alla prova di autori letterari (Kafka, soprattutto, ma anche Beckett) e teatrali (in particolare, Carmelo Bene): deterritorializzazione, politicizzazione immediata della parola e slancio collettivo rappresentano, per Deleuze, i caratteri di una possibile collocazione dell’uso del linguaggio </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>fuori</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> dal canonico-nazionale. È su questa base, per citare Kafka, che la letteratura diventa </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>un affare del popolo</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, nel senso che, laddove lo scrivente non utilizza la sua lingua materna, o la utilizza da una posizione non identitaria (perché migrante, ad esempio) o linguisticamente non univoca (in regime di bi- e multilinguismo), si innesta la possibilità di un uso progressivo se non rivoluzionario della letteratura. Uno dei mezzi più riusciti per rendere minore la lingua è la balbuzie: praticata in senso stilistico da Carmelo Bene (e in una modalità che contempla l’integrazione con una mimica di tipo rinunciatario e non esibito), e nella direzione di una crescita concentrica, a partire dall’accumulo di elementi grammaticali, nel magnifico poema </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Comment dire</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> di Beckett, la balbuzie, invece di essere segno tangibile di cattiva scrittura, diventa mezzo indispensabile per indagare e utilizzare i confini del linguaggio: «quando la lingua è così tesa da mettersi a balbettare… tutto il linguaggio raggiunge il limite e si confronta con il fuori», così nel breve </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Bégaya-t-il</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">… di </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Critica e clinica</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> (traduzione mia). In questa tensione, si tende a perdere anche la pregnanza delle categorie socio-linguistiche, che eviterò dunque di utilizzare, non solo per una maggiore chiarezza, ma anche perché negli esempi citati tenderò a passare costantemente da un livello all’altro dell’analisi. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">La sora Lella e il fruttivendolo, in un doppio volutamente unitario, balbettano la lingua disarticolandola, denunciano i livelli oppressivi del linguaggio, mostrando le vie di fuga rispetto a una lingua non solo </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>maggiore</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> ma soprattutto </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>falsamente univoca e unitaria</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">. La scena è eccezionale perché il cinema italiano ha utilizzato il dialetto quasi unicamente in direzione della storpiatura a fine comico – tranne qualche caso di mimesi linguistica, che mi pare comunque limitata a Pasolini e Olmi– e quindi con il torto di costituire un parallelo del progetto di standardizzazione dell’italiano che andava ad allargarsi ad un numero di parlanti sempre maggiore (grazie, in particolare, alla televisione e alla scolarizzazione di massa). Con l’eccezione, significativa, di Totò, la cui inventività linguistica è effettivamente il risultato di un linguaggio che si ibridizza fin quasi alla diaspora: ne è l’essenza l’ambulante Lumaconi protagonista di </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Totò le Mokò</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, ambientato in un paese arabo di lingua francese. Lo ricorda – non senza un pizzico di orgoglio partenopeo – Luca Salza nel volume </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Il vortice dei linguaggi. Letteratura e migrazione infinita</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, dove, in 6 intensi capitoletti, si propone un viaggio affascinante attraverso un gruzzolo significativo di questi esempî di uso minore del linguaggio e della letteratura, che oggi, di fronte al flusso delle migrazioni, assume un significato nuovo e attuale. Parto da questo volume, proponendo un ragionamento laterale che si concentrerà, essenzialmente, sulla peculiarità dell’italiano come lingua-mondo dotata di un forte potenziale di ospitalità linguistica. Per ciò fare, metto da parte un’analisi ortodossa, preferendogli un percorso a ostacoli tra fonti diverse, che facciano slittare continuamente il ragionamento tra i diversi usi del linguaggio e le loro storie simboliche.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>2.</strong> Salza scrive un saggio anomalo, bifocale, incentrato su due aree culturali precise – quella francese e quella italiana – proponendo un percorso che, partendo dalla tendenza migratoria dell’</span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Homo</i></span></span> <span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>sapiens</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, descrive e mette alla prova un paradigma culturale secondo il quale lingue e culture vivono una tendenza irreversibile all’unità. Il processo di globalizzazione accelera da un punto di vista economico e sociale questo processo, contribuendo, tramite l’irresistibile ascesa dei fenomeni di migrazione, a ibridare continuamente lingue e culture. Teorizzazioni celeberrime e miti fondativi vengono ripresi e rielaborati in vista di una realizzazione </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>di fatto</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> di quella che Édouard Glissant, autore antillese e francese, aveva preconizzato come letteratura del </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Tout-monde</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">: un progetto di creolizzazione totale del linguaggio, che impone la scrittura «in presenza di tutte le lingue del mondo» come risposta e trasformazione al caos della globalizzazione capitalistica: «La mia lingua la deporto e la scuoto non nelle sintesi, ma nelle aperture linguistiche che mi permettono di concepire i rapporti delle lingue fra di loro oggi sulla faccia della terra – rapporti di dominazione, di connivenza, di assorbimento, di oppressione, di erosione, di tangenza ecc. – come il fatto di un immenso dramma, di un’immensa tragedia da cui la mia lingua non può salvarsi né essere esente.» (</span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Introduction à une poétique du Divers</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, Paris 1996, p. 40). </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">In maniera non del tutto esplicita, Salza suggerisce che questa prospettiva sia praticabile oggi, qui e ora, nel contesto europeo; il quadro che la rende possibile è la globalizzazione e la conseguente spinta allo spostamento di migliaia di persone. Ma il presupposto non è solo quello strutturale-economico; Salza, infatti, indica – ma sempre in una maniera fortemente irregolare, con un’argomentazione mai organizzata gerarchicamente ma che procede per frammenti e illuminazioni – quella che, con qualche approssimazione, si può indicare come una “genealogia” di tale spinta al </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>métissage</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Questa genealogia è totalmente spuria: Salza si riappropria del mito babelico di dispersione linguistica secolarizzandolo in senso quasi operaista – ed è perlomeno necessario ricordare che già Dante aveva proposto un paradigma di corrispondenza tra lingua e mestiere quale effetto della costruzione della Torre – riallacciandola al progetto di torre cilindrica di Tatlin, ufficialmente incaricato dal novello dipartimento di Belle Arti dei soviet per dare una sede alla nuova Internazionale comunista. Il progetto non si realizza – e questo è un segno inquietante dell’insufficienza linguistica del progetto comunista per come si è andato a realizzare.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-61836 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/tatlin-957x1024.jpg" alt="tatlin" width="700" height="749" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/tatlin-957x1024.jpg 957w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/tatlin-280x300.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/tatlin-768x822.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/tatlin.jpg 1080w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Altro mito fondativo è quello del primo popolo ferino, rappresentato dai “bestioni” di Giambattista Vico, che parlavano un’unica lingua destinata a individuarsi, localizzarsi e mescolarsi con gli spostamenti e la </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>trasmigrazione</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">. Il compito della </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Scienza nuova</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> è quella di riunificare questa lingua mentale comune non nella direzione pangiacobina della lingua universale di Leibniz o della </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Weltliteratur</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> di Goethe, quanto nel continuo lavorio intorno alla differenza linguistica, allo scarto di significato presente nel passaggio da una lingua all’altra. Esempio straordinario è quello del </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Dictionnaire européen des intraduisables</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> diretto dalla specialista di sofisti Barbara Cassin, che propone in forma di dizionario una serie di parole che risultano intraducibili, ovverosia che perdono, nella traduzione, parte della loro consistenza semantica. Ciò significa che la loro lemmatizzazione in una lingua piuttosto che in un’altra è, in qualche misura, </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>accidente</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> significativo: esempio tra tutte, la parola russa “pravda”, con il suo significato sempre in bilico tra “verità” e “giustizia”. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Un ricco </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>corpus</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> di testi viene dunque messo alla prova di questa genealogia e di questa prospettiva: ma al centro di un canone distorto, che si nutre di letteratura e cinema, si installa ben in vista il plurilinguismo “socialista” di Joyce; nella filiazione italiana, si indica il pluristilismo antifascista del </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Pasticciaccio</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> di Gadda quale erede di una linea tipica, originata con Dante, e produttiva anche oltreconfine: l’esempio dello scrittore della Martinica Chamoiseau, che unisce la lotta di Gadda (autore amato e ampiamente citato da Chamoiseau) contro l’unicità della lingua alla tendenza al </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Tout-monde</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> di Glissant, è sorprendente. D’altra parte, su un terreno invece più prossimo alla stessa possibilità di parola dell’escluso dalla lingua, si misura l’incomunicabilità della lingua del terrorismo brigatista che il bimbo di nome Nimbo adotta ne </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Il tempo materiale</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> di Vasta, e al quale la bambina creola risponde con il silenzio. Il silenzio della bambina creola rappresenta, evidentemente, l’esclusione dalla stessa possibilità di espressione che un certo ordine simbolico impone a una parte della comunità: i subalterni, dunque, sono privati di parola; da questa posizione si può, però, rispondere con la disarticolazione del linguaggio, come nella non-lingua di Charlot in </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Tempi moderni</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, che diventa, rispetto alla lingua nazionale, una lingua «federatrice e universale».</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">3. Salza propone, di conseguenza, una costellazione testuale in cui da una parte la posizione diasporica dell’emittente o del parlante rispetto alla lingua (che quindi viene usata da un non madrelingua o da un madrelingua non appartenente all’intreccio identità nazionale / identità linguistica) e dall’altra la tendenza all’unificazione linguistica nel quadro di una continua ibridazione sperimentata dalla condizione migrante così come dalle sperimentazioni letterarie pluristilistiche (da Dante a Gadda) fanno emergere una lingua non standardizzata ma continuamente disincarnata rispetto allo spettro dello Stato Nazione. In un tale approccio, convivono slancio politico e fenomeni linguistici e simbolici differenti.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Salza fa riferimento al film </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Dernier maquis</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> del franco-algerino Rabah Ameur-Zaïmeche, in cui il padrone della fabbrica – di nome Mao – decide di costruire una moschea per i propri dipendenti. Mao decide anche, però, di nominare dall’alto l’imam, senza cioè la consultazione dell’assemblea dei fedeli che è necessaria: e a questo sopruso reagiscono con violenza gli operai, allacciando un inedito cordone di solidarietà con la vecchia guardia sindacale, utilizzando gli strumenti tradizionali del conflitto (lo sciopero), arrivando addirittura alla distruzione della fabbrica. Ovviamente, c’è qui la sorpresa e la capacità di “osare” di un regista che rovescia i paletti tradizionali che circondano il conflitto, e che una tradizione radicalmente occidentale e illuminista ha divaricato definitivamente dalla religione. Ma a parte la sorpresa di una </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>moschea</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> che diventa luogo di conflitto d’avanguardia, mi pare che il punto sia altrove. Nel film viene presentato come spazio cognitivo centrale nel conflitto </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>la presa di parola</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">. Intravedo in questa dislocazione un’</span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>allure </i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">tutta repubblicana, se pensiamo al fattore scatenante delle vicende rivoluzionarie del 1789: anche lì, è la concessione di uno spazio di espressione al Terzo Stato che scatena gli eventi – e più di una generalizzazione può farsi </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>à rebours</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, su su fino all’episodio inquietante dei Ciompi, i lavoratori tessili fiorentini nel 1378, che conquistano un protagonismo nella scena a partire da una serie di “programmi” sempre più radicali. Il </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>malheur </i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> &#8211; che Simone Weil spostava con decisione a fondamento di una mistica operaista («</span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">quelque chose de spécifique, irréductible à toute autre chose, comme les sons, dont rien ne peut donner aucune idée»)</span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> &#8211; conquista un ruolo di cittadinanza. In questa prospettiva, il piano linguistico diventa allegoria del piano simbolico. Nel valutare la posizione del parlante – in questo contesto, dell’uomo animale politico parlante – emerge un conflitto tra religiosità e </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>laicité</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, consustanziale al contesto francese ma anche trasposizione di un conflitto tra lingua materna e lingua francese nazionale. Nella destrutturazione dell’addentellato ideologico del monolinguismo nazionale, la Francia è esempio-clou del suo potenziale escludente.</span></span></p>
<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=OqLCQIIaCz4">https://www.youtube.com/watch?v=OqLCQIIaCz4</a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Se pensiamo a </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Nuovomondo</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> di Emanuele Crialese, questo conflitto ci è più famigliare perché l’emittente è italiano e emigrante. La lunga sosta a Ellis Island dei protagonisti è un interessante campionario linguistico su cui sarebbe interessante tornare: vi si mescolano lingua materna dialettale (semplifico, anche evitando tecnicismi eccessivi), lingua del traduttore e inglese. Si tratta del quadro linguistico-culturale che costituisce lo sfondo di esperimenti linguistici come </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Italy</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> di Pascoli oppure le lettere inserite nel romanzo di Capuana </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Gli Americani di Rabbato</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> (quindi, in una fase primitiva di </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>mise en prose</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> per dir così dell’emigrazione), ma che, nella Ellis Island di Crialese, mostra con ferocia il significato sociale della barriera. Questo confine è qui evidentemente doppio, perché è linguistico ma anche sociale. La distinzione tra chi può entrare e chi no si basa sull’idea che l’</span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>idiozia</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> è contagiosa, e quindi va contenuta e respinta. Ma in questo caso l’</span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>idiozia</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> è la mancanza di parola:</span></span></p>
<p><iframe loading="lazy" title="Nuovomondo (2006) di Emanuele Crialese- arrivo in America" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/K5O8IXDaxgQ?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Non è un caso se in </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Nuovomondo</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> Salvatore Mancuso può entrare negli Stati Uniti, mentre il figlio, muto, e la madre, ribelle alle nuove regole, saranno respinti: la lingua è uno strumento di addomesticazione e di prova per il migrante. Nel quale, tuttavia, rimane una possibilità affettiva e radicale, quella di mantenere la lingua materna come unico rimasuglio di affettività in un contesto di diaspora. La scena finale immerge il protagonista, Salvatore, con la affascinante figura femminile di Lucy, in un mare di latte nel quale compaiono i grandi frutti che erano all’origine della promessa del viaggio (comparivano, infatti, nelle foto americane del figlio all’inizio del film): </span></span></p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="bL753pPzK14"><iframe loading="lazy" title="Nuovomondo - Corri ancora" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/bL753pPzK14?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Nell’immersione c’è il recupero di una dimensione materna del linguaggio, che secondo Melanie Klein ripresa da Julia Kristeva costituisce un’origine presemantica del linguaggio legata alla fusione corporale, realizzata tramite la suzione, con il corpo materno. Secondo Manuele Gragnolati, questa dimensione è riconquistata da Dante nel </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Paradiso</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, dopo il ripensamento del proprio pensiero linguistico realizzata nel canto XXVI dove la variazione linguistica è accettata e ripresa, per bocca di Adamo, nella sua potenzialità positiva: viene superata, dunque, una dimensione grammaticale e normativa del volgare, che era stata espressa nel </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>De vulgari eloquentia</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, e il volgare della </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Commedia</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> si apre al plurilinguismo e pluristilismo (</span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Amor che move</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, Milano 2013). </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Crialese si colloca in una stagione cinematografica italiana in cui il dialetto è diventato di nuovo importante, e sembra conoscere una valutazione meno gerarchica e direi anche non espressionistica: è un intero sistema morale il napoletano di </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Gomorra</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> di Garrone; è lingua vera e propria, immobile al passare del tempo, il salentino di Edoardo Whinspeare. Ma in questo senso, emerge una specificità dello spazio linguistico italiano, dove non è dato riscontrare quella dinamica, tutta francese, che vede il </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>métissage </i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">più come risposta alla glottofobia tipica della violenza della </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>République</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> che come compiuto progetto imitabile altrove. Viene da chiedersi, in altri termini, se invece il paese </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>mancato</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, quello dello </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>sviluppo senza progresso</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> (Pasolini), non sia lo strano luogo di una ospitalità linguistica peculiare, che forse può dialogare con l’eccezionale gesto filosofico dell’</span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Italian theory</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><em>Fine prima parte.</em></p>
<p align="JUSTIFY">*Molti amici hanno letto versioni parziali di questa riflessione. Voglio ringraziare dunque Daniele Balicco, Dario Gentili, Manuele Gragnolati, Stefano Pezzè, Elena Sbrojavacca, Gaia Tomazzoli, Raffaella Zanni che mi hanno offerto idee, suggerimenti, punti di vista differenti, rendendo un po&#8217; meno precarie queste pagine.</p>
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					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2016/05/11/la-scelta-dellimam-la-fine-della-lingua-la-rivoluzione-1/feed/</wfw:commentRss>
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		<title>SCRIVERE BENE, SCRIVERE MALE (Autismi mitografici # 5)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/07/02/scrivere-bene-scrivere-male/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jul 2015 12:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[gaffi editore]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori  dedicato a Andrea C.  (ma anche a Pippo D.B. e a Francesco  D.B., con un grande augurio)  Naturalmente ben scrivere non vuol dire scrivere bene, e anzi equivale piuttosto (può equivalere, nei fatti finisce per equivalere, molti esempi dimostrano che nei fatti equivale) a scrivere male, o anche molto male. Parlo beninteso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/07/02/scrivere-bene-scrivere-male/scrittura-egizia/" rel="attachment wp-att-55320"><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-55320" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/scrittura-egizia-300x192.jpg" alt="scrittura-egizia" width="300" height="192" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/scrittura-egizia-300x192.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/scrittura-egizia-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/scrittura-egizia-163x103.jpg 163w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/scrittura-egizia.jpg 650w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></strong></p>
<p style="text-align: left; padding-left: 120px;"> dedicato a Andrea C.</p>
<p style="text-align: left; padding-left: 120px;"> (ma anche a Pippo D.B. e a Francesco  D.B., con un grande augurio)</p>
<p> Naturalmente ben scrivere non vuol dire <em>scrivere bene</em>, e anzi equivale piuttosto (può equivalere, nei fatti finisce per equivalere, molti esempi dimostrano che nei fatti equivale) a <em>scrivere male</em>, o anche molto male. Parlo beninteso dell’italiano, lingua che lascia libertà infinitamente più grandi di tante altre, meno normalizzata e meno normativa, meno letterariamente irrigimentata, ma anche ben più corrotta da un autoctono conformismo, e provo a spiegarmi utilizzando la mia esperienza personale. <span id="more-55286"></span>Quando qualche anno fa si trattava di pubblicare il mio romanzo su Galeazzo Ciano, <em>Cielo nero</em>, l’editore (Gaffi) pensò bene di proporre a uno scrittore molto conosciuto di partorire l’introduzione. Lo scrittore molto conosciuto (non lo nomino solo perché il mio intento, mi si creda, non è affatto quello di polemizzare con lui, e anzi proprio per questo per anni non ho parlato della cosa) lesse il romanzo, e rimase orripilato (le mie notizie sono indirette, tramite la casa editrice, ma non credo di tradire la sostanza dei fatti) dal tono dello stesso. Per lui le frasi del testo, spesso non sedimentate, passionali, a volte crude, a volte violente, erano incontrollati apprezzamenti dell’autore. Mie incaute considerazioni sul personaggio di Ciano, o forse meglio sul personaggio storico, il vero Ciano.</p>
<p>Precipitai letteralmente dalle nuvole. Com’era possibile che un lettore avvertito come quello, un apprezzato intellettuale, non vedesse che nelle linee del mio testo allignava lo sguardo della coprotagonista, la giovane spia che i nazisti avevano affiancato a Ciano in attesa che venisse condannato a morte e giustiziato? Com’era possibile che una persona colta, fine e attivo artefice culturale, interpretasse la mia terza persona, appunto contaminata e per così dire guidata dall’intimo di quel secondo personaggio (e quindi vicina per certi versi a una prima persona), come la voce di un narratore onnisciente? Come poteva supporre anche un solo secondo quel letterato stimato che io mi prendessi la libertà di mettere lì estemporanei e non sedimentati commenti sul personaggio principale, Ciano, o addirittura su Ciano stesso? Come poteva arguire che mi prendessi la libertà, che certo ai suoi occhi diventava leggerezza e irresponsabilità, di sproloquiare su Galeazzo Ciano (fittizio o reale che fosse)? Come poteva non vedere che in quelle parole c’era solo la giovane nazista che era stata affiancata all’ex ministro degli Esteri, con tutte le sue ansie e contraddizioni? Non vedeva che pur utilizzando i suoi occhi e le sue orecchie, e le sue trippe, e la sua vagina, mi tenevo a distanza anche dalla ragazza? E che proprio in quella diffrazione, in quei gioco di rimandi non simmetrici e non sovrapponibili, stava l’interesse del testo? Com’era possibile che si fosse verificato quell’enorme equivoco?</p>
<p>A quel punto ripresi il mio romanzo in mano, provai a rileggere qualche frase, come si intinge il dito nella padella per testare una pietanza. Certo la cosa era<em> teoricamente</em> possibile, mi accorgevo. Ma era un uso talmente inappropriato del testo, a tal punto in contraddizione con la sensibilità e la complessità che trasudava da ogni sillaba, talmente antitetico con la mia concezione della scrittura (anch’essa ben evidente in ogni parola), e con tutti i miei i testi, che a dire la verità non l’avevo nemmeno contemplato. Per me era inconcepibile che dopo Céline, Conrad, Virginia Woolf, Proust, Beckett, Robert Walser, Marguerite Duras, Thomas Bernhard, De Lillo e tantissimi altri un lettore avvertito potesse prendere quella cantonata, e non sapesse riconoscere in una terza persona di facciata un trucco per mettere il naso in una vicenda torbida e ambigua, e incoerente, per raccontare quel grumo maleodorante di storia italiana. E non me ne ero premunito semplicemente perché non l’avevo nemmeno contemplato. Ma era successo.</p>
<p>Che poi quello scrittore noto non era stato scelto dall’editore a caso, ma perché lo stesso anno aveva pubblicato un romanzo sul nonno, figura di primissimo piano del fascismo. Un romanzo di cui si era parlato molto, e che era entrato nella cinquina del premione letterario nazionale. E che non mi era piaciuto per niente. Lo avevo trovato, a parte qualche sprazzo più personale dove ribolliva la melma di famiglia, slavato, pavido, omertoso, assolutamente incapace di ritrovare e raffigurare la complessa grandezza – nel bene e nel male &#8211; del personaggio, il suo tragico ruolo, il suo drammatico destino, l’incredibile violenza della sua epoca. Mi era sembrato che l’autore non sapesse staccarsi dalla sensibilità e dai luoghi comuni della nostra epoca ben leggerina, dalla lingua intrisa di buoni sentimenti e poco consapevole di sé (ma su questo tornerò) di questa, e non avesse quindi gli strumenti per abbordare quell’animalaccio ben più grande (e temibile) di lui. Come qualcuno che cercasse di acchiappare un rabbioso alligatore (che per ironia della sorte aveva avuto un ruolo importante nella fine di Ciano!) con un retino per le farfalle. Non me ne voglia quello scrittore (non sarebbe il primo!), non si vendichi (non sarebbe il primo!), se mai incappasse in queste mie parole, le esprimo senza astio alcuno, e anzi con simpatia, e anche rispetto, e soprattutto con l’unico intento di spiegare quello che mi è successo (del resto lui ha dalla sua una buona fetta dell’apparato delle lettere, non ha da preoccuparsi di quello che farnetico io). Che poi a ben vedere è una semplice questione di poetica diversa, come si diceva una volta.</p>
<p>Ci fu poi un secondo tentativo, questa volta con un giovane critico molto brillante e militante, e bendisposto nei miei confronti, che andò male: pure lui espresse serie riserve. Il tasso di letterarietà era decisamente troppo basso, ben al di là dell’ammissibile: troppa riduzione all’osso drammaturgico, troppa secchezza. E che dire delle inopportune escrezioni espressionistiche? Un romanzo, mi sembrava di capire in controluce, deve essere un romanzo, mica un ramo secco pieno di nodi e brutti cancri. E poi i miei personaggi erano macchiette, marionette (non dispiegati, e in un certo senso urbani, abitanti di romanzo!). L’unico che si tirava fuori era invece inverosimile: perché quel suo cambiamento dall’odio feroce al cieco amore? Può succedere una cosa del genere, in un romanzo serio? Le intenzioni erano buone, lo capiva, ma il risultato era davvero catastrofico.</p>
<p>Il povero testo uscì allora senza introduzione, e nessun critico importante, a parte una voce dissonante, lo recensì. Come nessuno dei tanti storici che contattai si degnò di un riscontro purché telegrafico, pure qui con un’unica calorosa e bella eccezione (non a caso il solo non accademico). Certo non poteva esserci nulla di interessante, nel testo di uno scrittorino, un agronomo, che si permetteva di mettere il naso in quelle cose di cui non sapeva nulla, e che erano dominio loro. In quel modo, così lontano dalla loro idea (già a priori dispregiativa) di romanzo storico, poi (“io non leggo romanzi storici, e non li apprezzo”, mi scrisse uno molto in voga, e anche esperto di letteratura). Ai loro occhi non ero nemmeno riuscito a fare l’ennesimo mattonoso e inutile e stupido romanzo storico. Un fallimento al quadrato.</p>
<p>Devo confessare, e qui volevo venire, che sono ora molto riconoscente all’insieme di queste persone, perché proprio riflettendo sulle loro inappellabili – e per lo più silenti &#8211; sentenze, mi sono convinto ancora di più del fatto mio. E appunto della centralità della lingua. Quella del mio romanzo era certo legnosa, certo spigolosa, a tratti anche respingente, <em>brutta</em>. Era però la sola suscettibile, evitando psicologismi e addomesticamenti normalizzanti, tenendomi bene alla larga da un <em>tono romanzesco</em>, di permettermi di venire a capo di quella cloaca, esprimendo quello che volevo dire: andava bene proprio così.</p>
<p>Altri hanno opinioni su quali binari la narrativa dovrebbe avanzare, deprecano questo e auspicano quello. Più realtà, meno realtà, più dinamiche sociali progressiste, più fantasia. Intervengono in seriosi convegni, scrivono libri che vengono poi decriptati sui giornali. Personalmente non ho idee di quali debbano essere i suoi soggetti e le sue forme, e poco mi importa il genere, la carica trasgressiva o liricheggiante, impegnata o sbarazzina, o irresponsabilmente demente, l’eventuale piglio sperimentale, il legame più o meno lasso con la tradizione letteraria, e non ho molte pregiudiziali sugli universi, le sensibilità e affinità, l’intelligenza e profondità, i gravami e i debiti letterari. Come lettore mi piace essere stupito, mi interessa quello che non so già, e che quindi non posso prefigurarmi. Quello che però non può mancare, di questo sono certo, è che il testo sia autoconsapevole. Vale a dire che la lingua sappia quello che fa, abbia in mano tutto quello che succede, fino al minimo caracollare o anche solo esitare di elettrone, conduca con piglio sicuro il gioco dove vuole lei, evitando e prevenendo qualsiasi incontrollata incursione, qualsiasi affacciarsi di facce già conosciute, di pedanti o anche solo pedissequi non invitati, dei soliti fantasmi di casa (uno degli scogli maggiori è quello). Quello che in politica chiamiamo efferato giacobinismo, maoismo. Anche la storia più idiota e il personaggio più scontato, più abbozzato e improbabile (perfino le mie macchiette?), possono diventare nettare succulento, e per certi versi quasi divino, quando questa dittatura, che può essere in realtà molto dolce, o struggente, si realizza.</p>
<p>La lingua che utilizziamo per comprare i pomodori e conversare, come sappiamo recente e per molti aspetti artificiosa, si porta dietro carriolate di scontato non detto, tutto un insopportabile arsenale di interpretazione del mondo e dei rapporti umani, di prescrizioni su cosa sia bene o male fare e di cosa si debba evitare, di scriteriati patti di solidarietà. Come ci ha insegnato Lacan parliamo per comunicare, ma anche e forse soprattutto per riaffermare i nostri legami, per rassicurarcene. Pochi sono gli scrittori che riescono a far dire a questo strumento tanto corrotto con il non brillante e provinciale presente, tanto preso da loschi e non espliciti fini socializzanti, tanto ammanicato con la volgarità e il potere, solo quello che vogliono loro, evacuando tutte le implicite piattezze e le subliminali scontatezze, tutte le subdole mire di supremazia che questa baldracca si porta appresso. E questo avviene a volte a prezzo di <em>scrivere male</em>, o molto male. A ben vedere diversi nostri grandi scrittori <em>scrivono male</em>, o molto male. A cominciare da Svevo, che per me è stato un modello fin dall’adolescenza, e su fino a Gadda (la sua lingua mi manda in brodo do giuggiole, ma non riesco a considerarla <em>bella</em>), su su fino a Moresco, al norvegico marchigiano. Scrittori che riescono a spremere fuori dal linguaggio ogni goccia di pedissequità e secondi fini, riducendolo a rozza e suprema essenza (come certe donne non armoniose, non belle, riescono a essere irresistibili). Per dirci quello che hanno da dirci. Ma certo è un discorso che andrebbe affrontato con più calma. Ci proverò.</p>
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