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	<title>livio borriello &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>I poeti appartati: Davide Lucantoni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 May 2021 05:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Aripelago Itaca]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Lucantoni]]></category>
		<category><![CDATA[livio borriello]]></category>
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					<description><![CDATA[Livio Borriello, poeta appartato laureato, mi ha segnalato qualche giorno fa un autore, Davide Lucantoni, e un libro Mem, Arcipelago Itaca, 2020. Ho chiesto all&#8217;autore una copia e devo dire che la lettura è stata un&#8217;immersione dove il respiro, le souffle, non mancava di certo per seguire sul fondo di questo strano mare &#8211; ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-90238" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/9791280139115_0_306_0_75-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /><em>Livio Borriello, poeta appartato laureato, mi ha segnalato qualche giorno fa un autore, Davide Lucantoni, e un libro Mem,</em> <a href="https://arcipelagoitaca.it/products/eccesso-di-forma">Arcipelago Itaca, </a>2020. <em>Ho chiesto all&#8217;autore una copia e devo dire che la lettura è stata un&#8217;immersione dove il respiro, le souffle, non mancava di certo per seguire sul fondo di questo strano mare &#8211; ma forse era un lago, una palude, una pozzanghera, o tutte insieme queste cose, può darsi-  ogni solco, relitto adagiato e dimenticato d&#8217;un quotidiano assorto nei pensieri. Un libro di pensieri delicato come gli esercizi che solerti maestre affidavano agli scolari, i pensierini, minimi assalti ai massimi sistemi. Qui ne propongo alcuni sperando di indurre qualche lettore da quella parte dove se ne stanno i miei poeti. effeffe</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L’uomo personificato V</strong></p>
<p>Appena uscito dal negozio di scarpe<br />
raccoglie le sue buste e si rimette in viaggio.<br />
Procede verso il centro della Zona<br />
industriale, dal punto di arrivo. Prosegue<br />
guardando le stelle che cadono e<br />
«tremano in modo inquietante»<br />
desidera solo di avverarsi<br />
e così si esprime</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>(…)</strong><br />
Il contapassi appeso alla cintura infatti<br />
non tiene mai conto della direzione ma<br />
fornisce una misura abbastanza accurata<br />
della distanza, del tempo che passa<br />
e quanto di sé brucia in un passo,<br />
spesso però conta come passi<br />
anche altri movimenti – tipo<br />
allacciarsi le scarpe, accasciarsi<br />
e morire;<br />
o anche i movimenti degli altri.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>*</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Comparse I</strong></p>
<p style="text-align: right;">Ora mio padre sta sul piazzale intento a drenare<br />
la fogna che perde e per evitarci una multa<br />
scolla le mattonelle una a una, disfa il fondo<br />
lo guardo seduto dal balcone mentre il sudore<br />
mi sgocciola dai piedi incrociati sulla ringhiera<br />
fa una pozza e si riversa nella grondaia<br />
così mi dico che il baratro che abbiamo davanti<br />
alla fine è un buco alla turca, ma è solo un’idea<br />
poco profonda, mi dico<br />
e priva di fondamento.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Comparse V</strong></p>
<p style="text-align: right;">Ma anche quest’anno passerà, e tutto<br />
tornerà così come ora torno a casa, solo<br />
che non trovo le chiavi, che ho fatto rifare<br />
– tra l’altro – usando la forma di queste poesie<br />
perché mi fossero necessarie o perché<br />
facessero al mondo ancora testo, di nuovo<br />
torno a cercarle girando io a vuoto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come degli illusi</strong><br />
*<br />
Alla fine restiamo soli distesi sul prato<br />
in piccoli mucchietti di cenere, ognuno<br />
al vertice del suo raccoglimento;<br />
lo stesso prato dove corrono dei bambini<br />
crescendoci incontro.<br />
36</p>
<p>*<br />
Poi torniamo a casa coi piedi per terra<br />
o immaginiamo di farlo e ci guardiamo<br />
le spalle, fino a sparire dalla nostra vista,<br />
fino a dove, come vedi<br />
di tutti i passi che abbiamo fatto<br />
tornano solo i nostri piedi.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Bestiaire</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/02/03/bestiaire/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Feb 2015 13:53:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Pedrazzini]]></category>
		<category><![CDATA[bestiario]]></category>
		<category><![CDATA[livio borriello]]></category>
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					<description><![CDATA[Le bestie da successo di Livio Borriello le illustrazioni utilizzate per questo articolo sono di Andrea Pedrazzini ( tratte dal libro De bestiarum Naturis e altri disegni) &#160;                                                  allez annoncer partout que l’homme n’a pas encore été capturé!                                                         Siamo tutti forzati del successo, bestie da successo. &#160; In generale, si potrebbe [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/5-Pedrazzini_detail.12.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-50768" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/5-Pedrazzini_detail.12-300x200.jpg" alt="5+Pedrazzini_detail.12" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/5-Pedrazzini_detail.12-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/5-Pedrazzini_detail.12-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/5-Pedrazzini_detail.12.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Le bestie da successo</strong></p>
<p>di</p>
<p><a href="http://www.livioborriello.it/">Livio Borriello</a></p>
<p>le illustrazioni utilizzate per questo articolo sono di Andrea Pedrazzini ( tratte dal libro <a href="https://debestiarumnaturisn.wordpress.com/">De bestiarum Naturis</a> e altri disegni)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">                                                 <em>allez annoncer partout que l’homme n’a pas encore été capturé!</em></p>
<p><em>                                                        </em>Siamo tutti forzati del successo, bestie da successo.<span id="more-50766"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In generale, si potrebbe dire che tutte le nostre attività sociali vanno a coincidere sempre più col proprio segno, a consistere nel proprio segno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Giorni fa ho visto un bel documentario sull’amianto con una mia amica, sui danni che provoca e sul processo all’Eternit, seguito da regolare dibattito fremente di indignazione&#8230; bene: nessuno vuole l’amianto nei propri polmoni, e fa bene la gente a indignarsi e la giustizia, quando ci riesce, a condannare chi inquina.</p>
<p>Subito dopo però ho riflettuto: tutte queste persone tuonanti contro la società, hanno tutte in tasca un’iphone 6 le cui onde si potrebbero rivelare fra 50 anni altrettanto dannose dell’amianto, sono tutte scese da un’automobile che emette CO2, hanno tutte abbandonato le campagne, possiedono tutte titoli o montanti inps che hanno in pancia industrie inquinanti di ogni tipo, usano tutte computer, plastiche di ogni sorta, farmaci ecc, sono insomma tutte ingranaggi di una colossale macchina di produzione e consumo merci di cui la produzione di amianto rappresenta una quota trascurabile e un caso marginale. Per alibi, rinunciano talvolta a qualcosa che non desiderano davvero, il musicista al suv e il pilota all’impianto stereo, ma mai il contrario. Si indignano insomma esclusivamente quando non hanno nulla da perdere. Il problema mi sembra allora, prima ancora di quello gravissimo dell’amianto, quello del tipo di rapporto alla verità, delle regole di adeguazione dell’intelletto alla cosa, che stanno diventando normali nella nostra società.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questa piccola messinscena dell’amianto rappresenta esattamente in scala la grande messinscena che è diventata la nostra vita politica e sociale, a destra e ancor più a sinistra. L’unica differenza è che a destra inscenano la felicità del consumo, a sinistra, dovendo contrapporsi alla destra per ragioni identitarie e elettorali, la lotta alla società dei consumi. Ma tutti consumano allo stesso modo. E il mondo, che non è inesauribile, si consuma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Io credo che possiamo uscire dalle contraddizioni che ci tengono in stallo solo con un salto percettivo, uno scarto linguistico, un colpo di reni ontologico, qualcosa che muti profondamente il nostro modo di rapportarci alle cose.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La storia dell’uomo è la storia della sua evoluzione percettiva. Quando uno scimmione un po’ meglio equipaggiato di neuroni ha visto per la prima volta un bastone non più come un imbrunimento segregato del campo visivo, un po’ allungato, ma come un <em>aliquid pro aliquo</em>, come un omologo di una parte del suo corpo, come una possibile protesi e potenziamento del suo braccio, utile per raccogliere banane o eliminare il vicino di caverna, non ha fatto che spostarsi in una nuova posizione percettiva. In quel momento è cominciata la storia della tecnologia, e tout court quella dell’homo sapiens, fino all’astronave di Odissea nello spazio.</p>
<p>Qualcosa di simile accadde quando inventò il numero e l’alfabeto. Arretrò dalle cose, e le astrasse.</p>
<p>L’illuminismo (che generò la rivoluzione, che generò il marxismo, che generò, per un fenomeno di riduzione progressiva, Renzi) consisté in un riorientamento percettivo. La valorizzazione della ragione non poteva avvenire certo con la stessa ragione, ma con un processo preliminare, qualcosa che comportava l’”accensione” di altri punti del corpo, e la conseguente valorizzazione di altre funzioni. Vedere il re nudo, quando di fatto è rivestito di broccati, è un gesto percettivo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/305-il-malaugurio.jpg"><img loading="lazy" class="alignright size-medium wp-image-50769" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/305-il-malaugurio-300x220.jpg" alt="305-il-malaugurio" width="300" height="220" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/305-il-malaugurio-300x220.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/305-il-malaugurio-1024x752.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/305-il-malaugurio-900x661.jpg 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>Repertorio ragionato</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nella società dello spettacolo descritta da Debord, la merce contempla se stessa nella sua rappresentazione. E’ la società della pubblicità: l’universo parallelo e simulato, grazie al potenziamento della tecnologia di rappresentazione visiva, ha acquisito tanta forza da condizionare la vita reale.</p>
<p>Nella società baudrillardiana, il falso del simulacro è diventato più vero del vero. La fiamma elettronica del finto camino ha sostituito la legna che brucia. Non è falsificata più solo la nostra scelta, ma lo stesso prodotto. Siamo un corpo simulato che acquista un prodotto simulato.</p>
<p>Ora stiamo vivendo una fase ulteriore, in cui questo sistema si è completamente scollato dalla realtà, ed è diventato autoreferenziale. La trasformazione non è più di ordine semiotico, un ordine in cui si può sostituire la realtà con la menzogna, riferire intenzionalmente un segno a un altro referente, ma di ordine neurologico – il sistema nervoso percepisce direttamente quello che gli conviene percepire, col vantaggio che non sappiamo di mentire, e possiamo farlo senza intralci etici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dobbiamo ammettere in realtà che ciò che resta di attuale, di spendibile, di utilizzabile della sinistra è un sentimento, è la tensione all’idea di giustizia sociale, ma che il suo impianto ideologico è crollato con le teorie scientifiche che lo fondavano (fatto salvo il grande valore euristico, ermeneutico, filosofico e letterario in senso lato, di quella grande interrogazione sul rapporto fra il corpo dell’uomo e il mondo che è Il Capitale), travolto dal suo grande nemico, la merce, o meglio, travolto dall’uomo stesso che utilizza quella merce; ma non abbiamo il coraggio di farlo, perché non abbiamo idee per trovarne uno sostitutivo. Di quell’ideologia è restata il calco, l’involucro, ma quell’involucro è floscio, perché non è sorretto da una struttura di pensiero. La sinistra ormai da anni non produce più pensiero, ma solo immagini, o souvenir e gadget di se stessa. Tutta la politica del PD, è un’immagine della sinistra da attaccare con la calamita al frigorifero.</p>
<p>Le stesse roccaforti della sinistra pura e dura, certe riviste, certi siti, certe icone culturali, nel caso migliore assomigliano a riserve naturali del marxismo, dove il marxismo è visitabile come un orso allo zoo, ma di regola non sono nemmeno quello, e sprofondano nelle stesse contraddizioni. Finché non raggiungono posizioni di potere e responsabilità strepitano un poco, poi si adattano a professare il culto della merce e del successo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I black bloc girano magari nel vecchio furgoncino, ma si organizzano sul web (inventato dalla ricerca militare Usa) e utilizzano tutte le tecnologie che gli fanno comodo&#8230; ricordo una famosa foto del loro antenato no global Casarin nel pieno godimento di una cocacola&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’icona della sinistra fabiofazio proclama di produrre un programma di qualità, ma questa qualità è stabilita esclusivamente in base al successo, ovvero alla quantità di persone che la ritengono tale, e coincide di fatto con la quantità. Per passare la selezione di qualità di fazio, basta essere famosi. Uno che in mutande dà  calci a un pezzo di mucca arrotolata non dovrebbe avere nulla in comune con un teorico della decrescita? ma che, sono entrambi famosi, cosa accomuna di più? cosa affratella di più? A chetempofà e ballarò si costruiscono candidature, si decidono programmi e alleanze, e perfino amori e matrimoni.</p>
<p>Se ce ne fosse bisogno, Fazio conferma la vera natura della sua ideologia facendosi pagare, in quanto superuomo altamente produttivo, 2 milioni all’anno per dichiarare e propagandare al popolo le ragioni egualitarie e solidaristiche della sinistra (più o meno i cachet di Benigni e Santoro&#8230;tutti maestri del “chi ha detto che se uno è di sinistra..”&#8230;beh, lo dico io). Fazio si prodiga generosamente per l’articolo 18&#8230;che gli frega, tanto a vedersela saranno gli imprenditori. Ma i 2 milioni che ingiustamente &#8211; perché si suda la giornata direi assai meno di un operaio – pretende ogni anno basterebbero da soli a reintegrare per un mese all’anno i 2000 lavoratori a cui è stato applicato l’articolo.</p>
<p>Fazio è in effetti il guitto perfetto della grande messinscena. Il suo spettacolo è esattamente la rappresentazione di una sinistra “alla memoria”, una sinistra che non c’è, la cui ideologia si è trasformata senza residui in spettacolo dell’ideologia, in gag dell’ideologia. Gas cromatico somministrato al popolo, luminarie di giustizia e solidarietà per la festa permanente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Berlusconi nomina una ministra scelta sui calendari dei camionisti, e di intelligenza mediocre, Renzi ne nomina una più intelligente, ma che avrebbe anche più successo sui calendari dei camionisti, escludendo però in tal modo tutte quelle altrettanto o più intelligenti, che però hanno le tette scese. Chiama questa operazione svecchiamento della sinistra, o strategia comunicativa, e con queste spigliate metonimie camuffa il suo fine reale, che è quello di rassodare le tette alla sinistra, formula che però suonerebbe male in Europa. Ma tutto questo, lo fa perché il votante vuole le tette, vuole godere e non pensare, per cui il problema non è Renzi, ma la cultura dominante, e il sistema sociale che ha prodotto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fascisti e vendoliani, industriali e disperati, poeti ecologisti e grillini, tutti agiscono in funzione del denaro e del successo, la differenza pare solo che a sinistra dicono di farlo in nome della lotta al potere. Le elite mirano a produrre piccole masse, masse in scala, che agiscono con le stesse modalità delle grandi masse.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Perfino la chiesa ha ritrovato una funzione grazie al successo mediatico di qualche papa, e alla proposta di alcuni santi di successo. D’altronde, la storia delle religioni è infine la storia del successo di alcuni “dio” a scapito di altri&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Già nei tragici greci le motivazioni passionali del delitto si intrecciavano a un oscuro desiderio di fama, a un’orgogliosa necessità di “importare”. Questo desiderio ha la stessa radice di quello del successo, e come quello è spesso favorito dall’amplificazione mediatica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se fino al cristianesimo i ranghi gerarchici venivano stabiliti in base alla forza, e nell’età borghese in base al denaro, dalla nascita della società dello spettacolo il potere si misura solo con la notorietà o come viene anche detta visibilità, con l’audience, coi sondaggi, coi voti e coi followers su facebook. Saturati i bisogni materiali, il nuovo Signore, il nuovo prevaricatore, il nuovo gorilla alfa non può trovare la sua soddisfazione che nel colonizzare i neuroni, le coclee e le retine dei Servi, nel disseminarsi, nell’occupare con la propria rappresentazione il corpo dell’altro.</p>
<p>Ma denaro e successo si corrispondono, perché riportano entrambi la qualità alla quantità, nel caso del denaro sostituendo al valore d’uso (ovvero alla sua qualità specifica) il valore di scambio (che è solo una quantità), nel caso del successo rinunciando al valore intrinseco della persona per quello della sua rappresentazione, e attribuendogli un nuovo valore determinato in base alla sua quantità di “pubblico”. Ed è il successo il vero meccanismo che oggi produce ingiustizia, basti pensare a come ha funzionato la politica negli ultimi 20 anni; ma lo stesso accade in ogni settore e ad ogni scala di grandezza del corpo sociale. L’altro grande sistema strutturale di sperequazione è la finanza, che è ancora nelle mani di pochi – ma questo è un altro discorso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Facebook domina le nostre vite, ma cos’è FB? E’ l’arcaismo tecnicamente equipaggiato, avrebbe detto forse Debord: mi piace e non mi piace, tempo di decodifica zero, cazzeggio, rimozione totale del negativo, svilimento della parola amicizia, gregarismo, asservimento del follower al “personaggio” dominante, i selfie con pura funzione di duplicazione: esisto, consisto nell’esistere e nello spiaccicarmi in questo aggeggio tecnologico, il tutto retto dai soldi della pubblicità. Un sistema come questo, in cui tutto accade istantaneamente e superficialmente, senza possibilità di verifica, e non ci si guarda nemmeno in faccia, è il teatro naturale, spesso ancor più della televisione, della grande messinscena (classifica dei followers: katy perry 50 milioni&#8230;.livio borriello sul suo blog 10 lettori&#8230;).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’iphone è un dispositivo complicato per accorgersi del mondo. Se non ci accorgiamo di nessuno, abbiamo bisogno di un sistema che moltiplichi infinitamente i nostri contatti, anche se forse di questi esseri contattati così lontani forse ci accorgeremo sempre meno. Se non ci accorgiamo del ferro, della materia, degli elettroni, abbiamo bisogno di complicarli al punto di poterne fare un “uso”, abbiamo bisogno di ridurli a una deplorevole “cosa-oggetto” .</p>
<p>Se ci accorgiamo del mondo, la sua esistenza non solo è sufficiente ad appagarci, a gioirne, a rapportarci realmente ad esso, ma eccede anche questo effetto, e questo è il problema, perché questa eccedenza produce desiderio. Il desiderio &#8211; a differenza del bisogno &#8211; non è appagabile, e dunque il desiderio in sé è produttore potenziale d’angoscia. (questo spiega un po’ tutta la faccenda, anche quella del successo&#8230;.dobbiamo sostituire quantità a qualità, bisogni a desideri&#8230; tutti abbiamo bisogno in qualche forma di successo, così come abbiamo bisogno di denaro&#8230;.ma il problema è proprio che denaro e successo da bisogni sono diventati (i) desideri)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutta l’enorme massa del “pensato” di sinistra si è squagliata al tepore disgregante dei nuovi piaceri, al suo posto restano dei “personaggi” che lo inscenano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non credo che abbia senso trarre da tutto ciò filosofie acrobatiche sulla modernità, a meno di non ammettere che in questa modernità vige l’inquietante regola linguistica che i segni stanno per il contrario delle cose che significano. E in ogni caso, non è detto che modernità sia sinonimo di bontà, e la storia è piena di modernità che erano in realtà assai meno moderne delle modernità precedenti. Infine, si potrebbe certo sostenere, e inconfutabilmente, che così è, che questo è il mondo e questo è il gioco. Resterebbe però sempre da spiegare il senso di tutta la messinscena della sinistra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/074-la-luna-piena.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-50770" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/074-la-luna-piena-300x200.jpg" alt="074-la-luna-piena" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/074-la-luna-piena-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/074-la-luna-piena-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/074-la-luna-piena-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/074-la-luna-piena-900x600.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/074-la-luna-piena.jpg 1244w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>Il rosso stesso e il rosso veduto. </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Che significa che possiamo percepire le cose in un altro modo, che il rosso può essere una cosa diversa dal rosso, per esempio un rosso un po’ più verde, o un po’ più blu? Che può essere addirittura “colore” in un altro modo, che so, una cromaticità che abbia qualcosa della tattilità, o del gioco di rimbalzi che percepiscono i pipistrelli, o che incorpori in qualche modo, con un organo apposito, il tempo? Questo non avrebbe forse gran senso, se fosse possibile, perché produrrebbe un rapporto alla realtà, una volta stabilizzatosi, altrettanto inavvertibile. Ma pensiamo, per esempio, al rosso o al giallo che produce all’interno dello spazio semantico un quadro di Van Gogh. Quel giallo è già un giallo diverso dal giallo codificato, poiché il corpo di Van Gogh lo ha profondamente rivissuto, lo ha messo in rapporto non solo a tutti i colori e le linee della scena che era davanti ai suoi occhi, ma all’intera storia della sua vita. Quel giallo si è caricato di tutti i gialli che si sono susseguiti nella sua storia di vedente, di tutte le emozioni che hanno definito la sua particolare postura psichica, di tutte le sue collere, di tutti i suoi innamoramenti. In quel giallo c’è anche la carne della lavandaia di cui era innamorato, e il sapore delle patate dei suoi contadini.</p>
<p>Ma si può essere ancora più radicali, senza rifarsi alla forma museificata di un’opera d’arte. Si può estrarre dal rosso una sua essenza ancora più giubilatoria, gloriosa, estatica, sacrale, teopatica, qualcosa che aderisce direttamente a quella cosa molle e fremente che ha di fronte, il nostro corpo, qualcosa che si spalma immediatamente sui nostri neuroni e su quelle sue estroflessioni, sui filamenti di aria in fibrillazione che sono il nostro linguaggio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si tratta di vedere, in ciò che si vede, il rosso stesso, e se questo rosso stesso sarà sempre un rosso veduto, e oltre cui c’è dunque un altro rosso stesso, di procedere almeno attraverso il vertiginoso susseguirsi di rossi stessi e rossi veduti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cose vedute, perché comunque hanno luogo, prendono il luogo di un corpo. Cose stesse, perché questa carne, questo addensamento, questa cosa che è, ha la capacità inspiegabile, mirabolante, magica di protundersi nel proprio negativo, di venir meno, di farsi soffio e, una volta sagomato questo soffio, psiche. E’ questo luogo vuoto che la cosa occupa, in cui la cosa esiste, e da cui insieme riconosciamo il manifestarsi dell’altro, la sua corporeità e capacità di farci cosa veduta a sua volta, nella sua pienezza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il mondo combatte il tempo col camuffamento del corpo e colla negazione della morte, ma se il tempo è ineludibile, esso si può scavare, scomporre, fratturare. Dentro l’istante ci sono minuti, ore o anni. Un pianeta, un tacchino e un batterio hanno un tempo diverso. Il tempo è un rapporto di certe delimitazioni di segni a certi stati della carne. E’ una rappresentazione interna, qualcosa che si produce nel momento in cui si dà un nome alle cose, perché in sé non c’è tempo, non sta nella tasca di nessuno, in nessun museo della scienza e in nessun deposito mnemonico. Si può decidere il tempo rapportandosi ad esso in modo diverso, con una diversa passione, una diversa confusione, una diversa angolazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutte queste essenze sono materiale economico, gratuito, popolare, se ne può estrarre una da ogni mela matura o acerba, da ogni bordo del marciapiede o palmo della mano, e costituiscono un formidabile competitor dei prodotti di consumo che congestionano il nostro mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Certamente molte rappresentazioni contemporanee vanno in questa direzione. E’ importante però, perché abbiano un senso politico, che non si riducano a una ricerca formale e neo-estetizzante, a un gioco di concetti e riuscite. Il lavoro estetico deve essere impiantato nei nostri corpi, e per questa via modificare la vita sociale. Se ogni percezione, con le parole di Husserl, è una posizione fondante, si tratta di cercare, lungo l’inesauribile escursione del possibile, altre posizioni percettive, di abitualizzare altre esperienze del reale.</p>
<p>E’ agendo sul mio corpo, sulla carne come ganga della mia percezione, che si può costruire un’alternativa a modi di vita non più vivibili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>l’annuncio in epigrafe è attribuito da Valère Novarina a Pulcinella, in <a href="http://www.novarina.com/Lumieres-du-Corps">Lumières du corps.</a></em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>No WorKing Class</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/05/11/no-working-class/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 May 2014 15:54:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Indypendentemente]]></category>
		<category><![CDATA[Laquinzaine]]></category>
		<category><![CDATA[livio borriello]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160; &#160; La riforma che riduce la disoccupazione di Livio Borriello (pubblicato su laquinzaine N°6 Indypendentemente &#160; &#160; 1 l’allestimento prospettico del mondo. la mia presenza nel mondo è pesante, violenta. io sconvolgo l’esistenza neutra, silenziosa, lenta delle cose. il fatto che io esista è incalcolabilmente più denso del fatto che esista quel tetto. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/Catturaok.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-48094" alt="Catturaok" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/Catturaok.jpg" width="563" height="321" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/Catturaok.jpg 1564w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/Catturaok-300x171.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/Catturaok-1024x584.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/Catturaok-900x513.jpg 900w" sizes="(max-width: 563px) 100vw, 563px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>La riforma che riduce la disoccupazione</b></p>
<p>di</p>
<p><strong>Livio Borriello</strong></p>
<p>(pubblicato su laquinzaine N°6 <a href="http://indypendentemente.com/it/editoria-la-quinzaine.html">Indypendentemente</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>1</strong></p>
<p>l’allestimento prospettico del mondo.</p>
<p>la mia presenza nel mondo è pesante, violenta.</p>
<p>io sconvolgo l’esistenza neutra, silenziosa, lenta delle cose.</p>
<p>il fatto che io esista è incalcolabilmente più denso del fatto che esista quel tetto.</p>
<p>la mia presenza nel mondo è un evento decisivo.</p>
<p>ciò che rende decisiva la mia presenza, è che io coincida con il luogo dove sono.</p>
<p>qui c’è carne, una congerie molle, rosacea, umida, massiccia. dunque io sono immerso e coincido con una carne, con questa carne.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>2</strong></p>
<p>tu sei memoria. la memoria tecnica di un istante fa, e quella romantica della tua infanzia. il tessuto che costituisce un’individualità, è un tessuto di tempo digerito, e trasformato in linguaggio. tu non sei in te, in te sei solo un morto, il morto che coincide col tuo corpo. la tua armatura, il tuo sviluppo, è fatto dei minuti, di questo materiale fatiscente e invisibile, che qualcosa (soggetto) allucina, dei minuti toccati al tuo corpo, così come esso li ha trattenuti in qualche forma ancora non chiara alla logica. quando il corpo sente la loro profondità, e la loro irreversibilità, i ricordi lancinano. dunque tu sei fatto di questa vertigine inaccettabile e inconoscibile, e puoi sopravvivere solo se la neutralizzi, se la mineralizzi, se la lasci nel corpo ad agire meccanicamente. i moti muscolari e chimici intanto ti incalzano, e producono incessantemente – sulla cresta del presente &#8211; nuovo passato, nuovo L.. sei una macchina che produce passato, che produce memoria, che ti produce. e questa è l’unica cosa che sei, che sei individualmente – questa operazione sul tempo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/strike.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-48095" alt="strike" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/strike.jpg" width="282" height="331" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/strike.jpg 282w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/strike-255x300.jpg 255w" sizes="(max-width: 282px) 100vw, 282px" /></a></p>
<p><strong>3</strong></p>
<p>se questo è il passato – se tutto finisce in questa voragine– io ho diritto alla più feroce, più violenta, più dissennata felicità. nessuna felicità ci ripagherà dello sprofondamento della vita.</p>
<p>i fiori di carne delle donne, che sbocciano nel limo del grigio pomeriggio piovoso. il tepore, la nudità, la motilità, l’organicità  delle carni.</p>
<p>le psichi invece sbiadite, rattrappite, marcite, asfissiate nelle loro lingue.</p>
<p>poi ci sono io, cosa delle cose, cosa dal cui interno si esiste.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>4</strong></p>
<p>altri, ci sono nel mondo, in una situazione stranamente simile alla mia</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>5</strong></p>
<p>fra me e gli altri, il mondo si alleggerisce, diminuisce. prima che il mondo da che era me sia un altro, si attraversano estesi spazi insignificanti, poco significanti. fra me e l’altro c’è l’aria.</p>
<p>questo, mi impedisce di sentirlo bene. io sono sempre io, e anche lui.</p>
<p>tutti sono “un altro essere”, senza saperlo, anzi un dio – scivolante fra le vetrine, un dio che compra la pizzetta,  in quanto hanno ben complicato la polvere che erano. noi siamo questa congerie di aria, di suoni, di macelleria e di intenzioni, di cui una frazione infinitesima compra una pizzetta &#8211; 1 euro e mezzo &#8211; segno che esiste il reale, prova contabile e funzionante. e dopo era passato pure un minuto!!</p>
<p>il fatto che io mi sia infine depositato in me, è del tutto casuale. il corpo dell’altro, mi assicura la scienza, è fatto con strutture e liquidi e umidità e fori e pori e dinamismi straordinariamente simili ai miei.</p>
<p>ma le sue braccia, non obbediscono  al mio comando, il segnale dovrebbe arrivare troppo lontano, attraversare troppi valichi e barriere.</p>
<p>io non sento il suo dolore.</p>
<p>io non godo il suo orgasmo.</p>
<p>se è mio figlio, se mi innamoro, onde si ripercuotono fra me e l’altro, e rendono molti più intensa la rispondenza. quasi mi sembra di essere dal suo corpo. ma non è proprio così, e poi dura poco&#8230;</p>
<p><strong> 6</strong></p>
<p>e tuttavia,  se io metabolizzo questo sentimento, se io mi posiziono in quello stesso punto e in quello stesso istante in cui tutto coincide, se io mi concentro in me fino al punto in cui dileguo, se mi esproprio, se mi sporgo dal mio orlo, se colliquo dal mio contorno, se affino la carne fino a sentire la pastosità e la conduttività dell’aria, se mi ricordo del mio non essere ancora – del mio non essere mai stato &#8211; se sbaglio ad essere stato, se vacillo dai suoni e segni della mia lingua, io posso sentire, come una risonanza, come una ripercussione, quello che diversamente, che altrimenti sono. ci sarà un giorno in cui il dovere sarà il de-habere, il non più essere. ci sarà un giorno in cui sentiremo il dolore di denti del nemico, e godremo della carezza nella sua mano.</p>
<p><strong> 7</strong></p>
<p>questo è per me l’atto politico più urgente, la riforma che riduce la disoccupazione.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/TheWorkingClass_Twitter_logo.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-48096" alt="businesscard-85mmx55mm-h" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/TheWorkingClass_Twitter_logo.jpg" width="500" height="292" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/TheWorkingClass_Twitter_logo.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/TheWorkingClass_Twitter_logo-300x175.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Del sentimento</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/07/30/del-sentimento/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jul 2013 10:03:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Livio Borriello uno spettro si aggira fra i libri: il sentimento qual è il pericolo che incombe sul mondo secondo una certa categoria di letterati? pare che sia il sentimento. non cito toto cutugno, ma l’inumano nietzsche: i pensieri sono le ombre dei sentimenti: sempre più oscuri, più vani, più semplici di questi. in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure style="width: 231px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class=" " alt="" src="http://eklektx.com/wp-content/uploads/Ron-Birth.jpg" width="231" height="277" /><figcaption class="wp-caption-text">Ron Mueck &#8211; &#8216;Ron Birth&#8217;.</figcaption></figure>
<p>di <strong>Livio Borriello</strong></p>
<p>uno spettro si aggira fra i libri: il sentimento</p>
<p>qual è il pericolo che incombe sul mondo secondo una certa categoria di letterati? pare che sia il sentimento. non cito toto cutugno, ma l’inumano nietzsche: i pensieri sono le ombre dei sentimenti: sempre più oscuri, più vani, più semplici di questi.</p>
<p>in altre parole, il complesso processo di frattura, di dislocazione e contrazione temporale, di riarticolazione del linguaggio su un altro corpo non presente, e sui suoi multipli e stratificati meccanismi, che produce ad esempio il sentimento della nostalgia, è assai più ricco e interessante della sua concettualizzazione in un’analisi storica o psicanalitica, che consiste in poco più che una semplice registrazione e composizione secondo una regola meccanica (un po’ nel modo in cui una melodia è più complessa, e ricca di informazione e di scarto inventivo di un virtuosismo strumentale).</p>
<p>ecco la ragione per cui un babbuino e pare anche un’otaria può comporre parole e numeri, ma non potrà mai commuoversi per la fioraia cieca di chaplin e nemmeno per un’otaria cieca (semmai, solo, in qualche modo, piangere).</p>
<p>tuttavia, fare critica (infatti, sì, loro suppongono che esista la “poesia”, la “letteratura”, e quindi la “critica”) per questa compagnia di giro consiste pressappoco nel dare stellette e palline agli scritti più esangui e incorporei, più raggelati e naturalmente (bella forza) ineccepibili e inattaccabili, ma inevitabilmente più noiosi e insignificanti. <b>uno scritto significa infatti sempre il corpo per cui sta o che estende, e privo di quello, resta un simulacro e un feticcio</b>. che cosa significa un testo, se non significa un corpo che traspare nella sua indecenza e nudità, nella sua vulnerabile e rischiosa esposizione? che cosa deve dire il linguaggio, se non la non significanza, se non la carne sfigurata, se non l’imbarazzante, ridicola e oscena nudità degli affetti umani? la scommessa naturalmente è consolidare in qualche modo questo materiale in una forma, o detto con un noto paradosso, che però resta una boutade piuttosto puritana, ricrearlo artificialmente per esprimerlo con efficacia. ma come nella nevrosi il significante inghiotte il significato, nella letteratura gli stanchi epigoni delle vive esplorazioni concettuali di 50 anni fa si mettono al sicuro da ogni rischio, da ogni vertigine, con l’alibi del controllo formale.</p>
<p>il problema come sempre è preliminare. questa comunità o combriccola, che si potrebbe definire con qualche approssimazione dei vetero-avanguardisti e degli asemantici, o solo dei neo-feticisti, che generalmente passano la vita ad animare premi (che si assegnano infallibilmente l’un l’altro), compilare antologie, scalare accademie e redazioni e azionare i muscoli sopracciliari, <b>non assumono in realtà una prospettiva radicalmente etica</b> (semmai addizionano all’azione letteraria un impegno sociale che ne resta estraneo, e agisce parallelamente con tutt’altri linguaggi), <b>ma di fatto prevalentemente agonistica e feticistica.</b> i 2 atteggiamenti sono connessi. <b>il testo è ridotto a un feticcio che esaurisce in sé il suo significato. il testo, essendo in rapporto solo con altri feticci, esistendo solo in una dimensione orizzontale, non offre altro interesse che quello del confronto formale e quantitativo con altri testi</b>. per prospettiva etica, intendo qualcosa di più che responsabile, semmai responsabile di uno spazio che ben al di là del perimetro e dello spessore letterario, comprende tutto il percepibile fino a forzarne i confini.</p>
<p>cercano il testo di buon gusto, (ma “assolutamente moderno”!), caro ai borghesi e ai formalisti e neo-parnassiani e neo-accademici di tutte le ere. si pongono davanti allo scritto con l’occhio sopraffino di michele l’intenditore, quando faceva ruotare il whisky nel cristallo, e dai sentori che ne sprigionavano e vagliando i riflessi e gli <i>archetti </i>(!), emetteva la sua squisita sentenza, fra i gridolini di ammirazione dei convitati: michele! lui sì che se ne intende. a questo hanno ridotto la parola, e cioè l’essenza costitutiva della specie uomo.</p>
<p>in sostanza questi intenditori che non se ne intendono, inùmano il testo prima che nasca, quando è ancora feto. <b>producono e inducono testi già morti, prima ancora di svolgere la propria funzione, che è quella di agire nel mondo, </b>produrre effetti, entrare nella circolazione di passioni, pulsioni, repulsioni e revulsioni, desideri, spasmi, conati, aneliti, in una parola sentimenti, che anima e costituisce la comunità di pezzi di carne sperduti di cui siamo parte, e nel cui <i>campo</i> può assumere qualche vago senso la parola. per svolgere questa funzione, il testo non deve essere ancora testo&#8230; lo diventerà per i posteri, se posteri ci saranno, lo diventerà nei cimiteri delle antologie, lì dove la cultura viva e gramscianamente coinvolta nelle cose umane, si riduce a pezzi inerti di sillabe e concetti&#8230; questa inevitabile fase obitoriale loro la pretendono dal linguaggio appena emesso dalla carne, nei fiotti ancora caldi, nelle secrezioni necessariamente ancora aromatiche, grevi, sporche, scomposte.</p>
<p><b>il risultato di tutto ciò, è che se la letteratura non ha mai interessato nessuno, ora non l’interessa colpevolmente, perché non ha nulla da dire e guarda caso non dice nulla</b>. la poesia di questi anni è diventata un cortese o spesso scortese scambio fra addetti ai lavori, una gara a chi esegue con più destrezza l’esercizio assegnato, una profluvie di finezze che non fanno ridere e non fanno piangere<b>, </b>da ammirare più che da amare, o da amare con i recettori letterari sensibili al potere e alla forza<b>.</b> non per niente credo che le uniche espressioni artistiche di questi anni che in qualche modo resteranno, non siano affatto quelle che vi aspiravano, ma semmai certo rock, certi video e certe performance di comici come corrado guzzanti. poesie di questi qui, no di certo. se non, forse, in alcuni casi, loro malgrado.</p>
<p>mi si obietterà: ma tutto il “contemporaneo” trae il suo senso proprio dal non aver nulla da dire, e da un certo significato che questo svuotamento produce, o quantomeno si dispone nel vuoto scavato da questo paradosso, da questa estrazione di senso. infatti questi intenditori che depreco non hanno realmente nulla da dire, essi dicono incessantemente che dicono meglio degli altri di non aver nulla da dire, e dunque dicono qualcosa, questa cosa, che però non è interessante. in altri termini, la loro finalità è sentirsi intelligenti, proposito che però quasi mai coincide con l’esserlo.</p>
<p>a questo fine adoperano una lingua posticcia, una lingua di sintesi, un tessuto tecnico, che non userebbero mai per fare la rivoluzione, per spiegare al medico come non farli morire, o per persuadere il partner ad accoppiarsi, ma nemmeno nel sogno, nella preghiera o nella possessione. è una lingua che esiste solo nella dimensione pellicolare della carta.<a name="_GoBack"></a></p>
<p>ci sono alternative che restino rigorose a questo tipo di scritture? direi di sì, e sono scritture ben consapevoli del fatto che il sentimento è un’elaborazione linguistica complessa come il concetto è una modalità percettiva e sensoriale. valerio magrelli, che ha letto probabilmente più libri di tutti gli “intenditori” messi insieme e ha una scrittura assai più disorientante e graffiante della loro, ci ha consegnato con Geologia di un padre un libro straniato, cruento, quanto sentimentale. peter handke ha scritto capolavori sulla figlia e sulla madre suicida, valère novarina racconta un uomo tanto disaderente quanto corporeo, istintuale, tattile e sensoriale. franco arminio chiama il suo ultimo libro “geografia <i>commossa</i> dell’italia interna”, ma naturalmente gli intenditori apprezzano la sua produzione meno vertiginosa, forse tarata proprio sulla loro vacuità. mariangela gualtieri recupera risonanze emotive desuete e antimoderne, e ci parla senza remore di abbracci, di amore, di natura. mi viene in mente anche un piccolo capolavoro di ivano ferrari, macello, dove apparentemente non si trova un grammo di sentimento, e tuttavia lo dice. roberto saviano produce una scrittura la cui verità è garantita dal suo corpo e dal suo modo di situarsi nel mondo, un’opera che non si sostanzia semplicemente di questa innervatura etica, ma ne è fatta, consiste appunto in questo rapporto di un corpo al mondo, ed ha in tal senso una portata molto più ampia dei ghirigori e arabeschi che appena scalfiscono il foglio di certi sussiegosi poeti. qualche volta cade nella retorica e scade nello stile giornalistico? questo è un problema di michele.</p>
<p>ma infine, se ci poniamo di fronte alla questione con radicale e virile franchezza, cosa autorizza il gratuito e volgare snobismo nei confronti di tante produzioni popolari sentimentali, da certe canzoni di claudio baglioni (intendo le 2-3- più riuscite) ai trottolini amorosi di non ricordo (concedo) quale cherubica ugola? dovrebbe bastare la coscienza della labilità dei confini psichici individuali, del comune attingimento alla grande falda del linguaggio, per comprendere che i sentimenti posti in circolazione da queste opere, non solo non producono qualsivoglia danno, ma sostengono e strutturano insostituibilmente il tessuto sociale, e hanno dunque una funzione etica primaria.</p>
<p>senza il movimento eccentrico dell’emozione e della commozione, senza l’estasi romantica che porta fuori da sé, senza l’esposizione e la vulnerabilità che levinas descriveva come costitutiva dell’eros, l’etica si ridurrebbe al contratto sociale, la solidarietà umana a una voce della retorica della sinistra, e l’idea stessa di umanità a una specie di casuale accolita che si sorregge vicendevolmente per pura convenienza gregaria, non molto differente dalla babbuinità e dalla vermità.</p>
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		<title>P quadro astrale: Silvio Berlusconi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jul 2013 13:51:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[livio borriello]]></category>
		<category><![CDATA[P quadro astrale]]></category>
		<category><![CDATA[silvio berlusconi]]></category>
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					<description><![CDATA[Mi occupo (fra l’altro) di astrologia da 30 anni, e proprio perciò non mi sognerei mai di giudicare una persona dal suo cosiddetto tema natale. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/silvio-b.-tema-natale.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/silvio-b.-tema-natale-1024x800.jpg" alt="silvio b. tema natale" width="700" height="546" class="alignright size-large wp-image-45995" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/silvio-b.-tema-natale-1024x800.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/silvio-b.-tema-natale-300x234.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/silvio-b.-tema-natale.jpg 1093w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p><strong>L’uomo che non è. Il caso astrologico di Silvio B.</strong> <br />
di<br />
<a href="http://www.livioborriello.it/"><strong>Livio B. </strong></a></p>
<p>Mi occupo (fra l’altro) di astrologia da 30 anni, e proprio perciò non mi sognerei mai di giudicare una persona dal suo cosiddetto tema natale. L’astrologia è per ora tutt’altro che una scienza, anche se le ricerche più recenti fanno sperare che possa diventarlo (rivoluzionando presumibilmente tutto il suo attuale impianto teorico, a partire dalla improbabile e arbitraria suddivisione dell’eclittica in 12 segni&#8230;). Inoltre, seppure fosse una scienza, la psiche umana resta un’entità troppo imperscrutabile, complessa e sfuggente per giudicarla o solo analizzarla con qualsivoglia strumento di misurazione discreta, qual è il reticolo grafico-numerico della carta celeste. Nella psiche vi è dell’incommensurabile, si potrebbe dire.<br />
Tuttavia l’oroscopo del noto personaggio Silvio B.  mi sembra offrire un quadro così corrispondente a quello che una persona dotata di un minimo di intuito e sensibilità può farsi della sua personalità, da risultare interessante. In sostanza mi pare che qualsivoglia astrologo, bene o mal disposto nei suoi confronti, non possa non sorprendersi della debolezza del suo tema natale, e del quadro di povertà interiore che esso   delinea. Ci si attenderebbe di rintracciare almeno segni della sua proverbiale ed anzi in un certo senso innegabile vitalità ed esuberanza, della sua inesauribilità fisica, delle sue favoleggiate virtù erotiche, della sua travolgente simpatia&#8230; niente di tutto questo. Il quadro che emerge dal tema di Silvio B. è quello <strong>di un uomo vuoto, la cui smisurata ricchezza materiale ha esattamente la funzione di compensare un’altrettanto smisurata povertà e pochezza interiore.<br />
</strong><br />
http://www.youtube.com/watch?v=3-PjsarOf2k<br />
Un solo stellium positivo, un solo centro energetico è presente nel quadro: la gradevolezza bilancina, la capacità di compiacere l’aspettativa dell’altro, e un innato senso dello spettacolo, significati dall’esatto quintile, aspetto legato alla V casa, del gruppo Sole-Ascendente-Mercurio in Bilancia all’espansivo Giove nel suo domicilio del Sagittario, e a Plutone. Sfruttando e direi spremendo esasperatamente, nevroticamente e compensativamente quest’aspetto, B. è riuscito a costruire un’immagine di sé positiva, di persona estroversa, generosa, smagliante, cui non corrisponde nessuna struttura o attività psichica reale.<br />
Guardiamo ad esempio la Luna, significatore del polo interiore, femminile, yin e passivo della psiche: congiunta strettamente a Saturno, ci parla di solitudine, freddezza, calcolo, privazione, di un io incapsulato e ingabbiato dal super-io, addirittura, inopinatamente, di depressione e malinconia. E’ in Pesci, ma opposta al suo governatore Nettuno, e ciò non può significare che la negazione delle potenzialità empatiche pescine, e l’azzeramento di ogni percettività. E’ il Silvio B. totalmente incapace di ogni emozione che non sia materiale e sensoriale, è il grado zero dell’interiorità e della spiritualità, è il deserto immaginativo, culturale, etico, è il nulla addobbato e camuffato, e l’esuberanza contraffatta, la dappocaggine surrogata dal simulacro sociale della dovizia, dell’eccesso e della potenza. Silvio B. è strutturalmente incapace di concepire altri valori che non siano il denaro e il successo, la sua debole immaginazione lo condanna a non vedere altro nel mondo che una merce, e nella vita un meccanismo di accumulazione. </p>
<p>Guardiamo Venere, la libido e l’affettività. Almeno qui ci saremmo aspettati qualche segno di energia, di delirio, di lussuria e sibaritismo, una Venere dalle pulsioni non certo profonde, ma almeno potenti  e imperiose. E invece anche la Venere è lesa, fiacca, esiliata, minata da una quadratura a Plutone, governatore del suo segno, una Venere che ci parla di angosce e fobie, che tenta di sconfiggere la paura plutonina del vuoto e della morte, e incapace di far fluire la libido nelle sedi biologiche naturali. La soccorre certo un floscio sestile al Marte-fallo, ma di quale Marte si tratta? Un Marte nel segno più puritano, sfiancato e esangue, la Vergine, seppellito in XII casa, debolmente opposto alla Luna.<br />
Tutti gli aspetti in generale, tranne i quintili a Giove-Plutone, sono deboli, plastici, imprecisi, e delineano <strong>una personalità avvolta nel grigiore, informe, deforme, amorfa, larvale.</strong> Una larva psichica, ecco l’immagine precisa, cui l’affabulatorio e verboso Mercurio supplisce, raccontando una vicenda psichica che non è mai accaduta, inscenando un personaggio fittizio. Il problema è che nemmeno questo racconto, questa narrazione come direbbe un suo oppositore, ha caratteristiche apprezzabili, si tratta più che altro di una cronaca pedissequa e meccanica, che sta a un vero racconto come una delle sue insipienti barzellette sta a un romanzo di Tolstoj. </p>
<p>Silvio B. è un vuoto che si sostituisce con una barzelletta, <strong>un involucro che colma il proprio vuoto strutturale con una diegesi fantasmagorica e fantasmatica, che non assurge però alla dignità di racconto e si ferma a quella di gag</strong>. Più sottilmente, potremmo supporre che B. volontariamente si elide, e sostituisce con un plot psichico, che è in realtà una gag. Ciò gli permette di assorbire totalmente l’altro nell’elementare congegno narrativo in cui consiste, e nel contempo installarsi nel suo grossolano godimento.<br />
B. caimano? B. gaudente? questa analisi mi è sempre parsa superficiale o ingenua.<strong> B. essendo un vacuum, una maschera, non ha una carne propria con cui e da cui godere, gode per delega attraverso il corpo dell’altro, </strong>tanto più quanto costui è più istintuale e desiderante, ad es. una marocchina 17enne o una casalinga isterica in piazza. B. non uccide, perché è nel corpo dell’altro che egli si insedia per esserne agito e esistito. Anzi, egli fa del bene, alimenta e sostiene chi deve godere al suo posto. E’ un agnello, un virus e un benefattore.<br />
Se nessuno può amare davvero l’altro, se non per un equivoco, o per un erroneo traboccamento o rottura della propria integrità,  <strong>Silvio B. sfrutta il vantaggio ineguagliabile del non essere, e dunque di non essere nemmeno un altro.</strong> Questa è la sua forza. <strong>Silvio B. piace, e non può non piacere, perché consiste in questo atto del piacere, si è strutturato a forma del desiderio dell’altro, e non essendo in sé nulla, vi coincide esattamente. </strong><br />
Tutto questo dove è scritto? Beh, nel tema natale, nelle stelle. Non lo dico io, lo dicono le stelle.   </p>
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		<title>Nota su Geologia di un padre</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/05/24/nota-su-geologia-di-un-padre/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 May 2013 08:09:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Geologia di un padre]]></category>
		<category><![CDATA[livio borriello]]></category>
		<category><![CDATA[valerio magrelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Livio Borriello Ci sono libri che non sono solo libri, ma cose della vita che attraversano lo stadio di libro , per diventare poi nel lettore di nuovo cose della vita. Sono libri spesso lungamente sedimentati, che si sono depositati da sé sulla pagina, che hanno imposto le proprie leggi e la propria fisionomia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Livio Borriello</strong></p>
<figure style="width: 288px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class=" " alt="" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/6/65/End_Tristan_und_Isolde_Wagner_Facsimile.jpg/800px-End_Tristan_und_Isolde_Wagner_Facsimile.jpg" width="288" height="194" /><figcaption class="wp-caption-text">Tristan und Isolde. Fonte: Wikipedia.</figcaption></figure>
<p><span style="font-family: Calibri,serif;">Ci sono libri che non sono solo libri, ma cose della vita che attraversano lo stadio di libro , per diventare poi nel lettore di nuovo cose della vita. Sono libri spesso lungamente sedimentati, che si sono depositati da sé sulla pagina, che hanno imposto le proprie leggi e la propria fisionomia espressiva allo scrittore quasi riluttante, e che proprio perciò, trascendendo l’intenzione letteraria, diventano parola nel senso più pieno. Uno di questi libri è forse Geologia di una padre di Valerio Magrelli, scritto nell’arco di 10 anni, in una forma anti-narrativa in cui convergono la massima densità linguistica e la tenuta e capacità di coinvolgimento di un racconto. <span id="more-45691"></span></span></p>
<p><span style="font-family: Calibri,serif;">Magrelli, che finora se ne era tenuto allergicamente e coscienziosamente alla larga, per la prima volta riconosce una psiche, e si decide a descriverla. Se ne è sentito forse autorizzato dal fatto che a quella psiche appartiene quanto essa gli appartiene: è la psiche di quel personaggio in sé metapsichico, precluso all’oggettivazione dai meccanismi libidici, che è un padre. </span></p>
<p><span style="font-family: Calibri,serif;">Magrelli riesce a descrivere la figura paterna tenendosene sempre sull’orlo metafisico, sul ciglio. E’ la prima volta, a mia conoscenza, che una psicologia è descritta in tutta la sua insondabile vertiginosità, proprio perché viene a coincidere con quel limite del mondo che è un io, quello del figlio che, per raccontarla, si sovrappone e identifica ad essa. </span></p>
<p><span style="font-family: Calibri,serif;">Se ne delinea un oggetto che è insieme un mostro e un reperto fossile, un meccanismo animale e un vividissimo tipo caratteriale. Ed è tuttavia anche, stranamente, inspiegatamente, fatalmente, un oggetto del suo amore&#8230;</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Calibri,serif;">Tutto il libro è percorso da una cruenta tenerezza, da una tenerezza che svaria dal beffardo al commosso, dall’algido al rovente, dallo straziato allo straniato. </span></p>
<p><span style="font-family: Calibri,serif;">La violenza irascibile del padre dal nome di fiore, di Giacinto, appare come un dimenamento, un divincolamento, uno spasmo con cui tenta di sventare la presa del mondo. Giacinto non si scaglia, ad ogni provocazione, contro l’ingiustizia, ma contro una condizione di prigionia del corpo nella lingua..</span></p>
<p><span style="font-family: Calibri,serif;">Corrisponde peraltro simmetricamente al sofisticato culto (in origine un&#8217;etica) del martirio del figlio..ma tutto ciò non è da scambiare per un banale e patologico incastro nevrotico&#8230;padre e figlio sferrano piuttosto da fronti opposti un prometeico e congiunto attacco alla morte e alla meccanicità della vita.</span></p>
<p><span style="font-family: Calibri,serif;">Non saprei se questo è il libro migliore di Magrelli, per qualche verso no, per molti versi è più compiuta, organica, riuscita e conchiusa la sua poesia, quella esatta e trasparente di </span><span style="font-family: Calibri,serif;"><i>Ora serrata</i></span><span style="font-family: Calibri,serif;"><i>retinae</i></span><span style="font-family: Calibri,serif;"> o </span><span style="font-family: Calibri,serif;"><i>Nature e</i></span><span style="font-family: Calibri,serif;"><i>Venature</i></span><span style="font-family: Calibri,serif;">, delle ineccepibili, perfette </span><span style="font-family: Calibri,serif;"><i>Didascalie per la lettura di un giornale</i></span><span style="font-family: Calibri,serif;">, quella più spessa, matura e potente dei </span><span style="font-family: Calibri,serif;"><i>Disturbi del sistema binario</i></span><span style="font-family: Calibri,serif;">&#8230; è certo però che questo è un libro non superfluo, un libro che aggiunge qualcosa a quel che si sapeva del mondo.</span></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Ingiuro che sì</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/10/29/ingiuro-che-si/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Oct 2012 10:53:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[livio borriello]]></category>
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					<description><![CDATA[di Livio Borriello (Frammenti dal suo nuovo sito che vi invito a visitare) L’insulto deve tornare a essere quello che era, una forma protogiuridica di controllo sociale, un meccanismo ormonale e psicologico, in cui entrano in gioco il cortisolo e la dopamina, l’endorfina e l’ossitocina, le componenti fisiche e carnali del biasimo e della approvazione, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-43981" title="insulte" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/insulte-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/insulte-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/insulte.jpg 358w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><br />
di<br />
<strong>Livio Borriello</strong> <br />
(Frammenti dal suo nuovo <a href="http://www.livioborriello.it/">sito</a> che vi invito a visitare)</p>
<p>L’insulto deve tornare a essere quello che era, una forma protogiuridica di controllo sociale, un meccanismo ormonale e psicologico, in cui entrano in gioco il cortisolo e la dopamina, l’endorfina e l’ossitocina, le componenti fisiche e carnali del biasimo e della approvazione, della colpa, della punizione e del premio, finalizzato a regolare il comportamento sociale degli individui.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>E’ che la sx attuale ha dimenticato la trasgressione, ha dimenticato l’esplosione di felicità del ’77 e della fantasia al potere, e è andata a strozzare la propria vitalità nell’imbuto del politically correct, si è andata sbiadendo nel grigiore del perbenismo politico. La stessa difesa dell’omosessualità, del trasgenderismo, della trasgressione erotica, viene vissuta non più come esplosione liberatoria e delirante della corporeità, come accesso all’assoluto del corpo, come colore interiore e spuma ormonale, ma come semplice e noiosa rivendicazione di un diritto civile. La trasgressione è psicologizzata, regolamentata, istituzionalizzata, e dunque non è più tale, poiché varcato il limite, si ritrova racchiusa e controllata da quello più subdolo della falsa tolleranza modernista, e diventa null’altro che una nuova tipologia di piacere, un nuovo prodotto di consumo. Simbolo triste ne è la calza a rete o i segni esteriori della femminilità simulati e ricostruiti del transessuale. In Bataille e nei situazionisti, come nelle culture alternative degli anni ’70, la trasgressione era altro, e era apparentata semmai a quella di Savonarola o Maddalena de’ Pazzi, un bisogno di trasgredire, travalicare e trascendere l’umano, di sconfinare oltre il limite, di annullare per l’istante brevissimo dell’infrazione, il senso del limite, la coscienza della morte, il peso della materia, propri della condizione umana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;"><strong> Le origini. la storia della famiglia di Rio</strong></p>
<p style="text-align: right;">
<em>questa è rio, l’otaria che pensa</em><br />
<em> questo otaria – secondo quanto certifica</em><br />
<em> il pensare del figlio di piero angela –</em><br />
<em> riesce a distinguere le lettere dai numeri,</em><br />
<em> e compie delle deduzioni. quindi pensa.</em></p>
<figure id="attachment_43982" aria-describedby="caption-attachment-43982" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-43982" title="nonno+otaria" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/nonno+otaria-300x274.jpg" alt="" width="300" height="274" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/nonno+otaria-300x274.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/nonno+otaria.jpg 320w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-43982" class="wp-caption-text">il nonno di rio, l’otaria pensante. non pensa.</figcaption></figure>
<p>tuttavia ha gettato le basi del pensare, riuscendo a mangiare aringhe di oltre 72,6 cm. queste aringhe così grandi, hanno creato una compressione a livello del canale otaricolo e del dotto aringospastico, e hanno costretto i neuroni ad evolversi in una struttura più complessa. è nata così la neuringa, il neurone-aringa, congegno cellulitico portentoso, nella cui composizione è presente un’alta percentuale di dio.<br />
ecco infatti la composizione della neuringa, secondo uno studio del Massachutes and St. Gennar Otaric Neurology Institute: 40% acqua; 25% bicarbonato; 30% olio d’oliva; 27% acido glutotarico; 22% dio; 1% scapece. Come si vede, la somma delle percentuali dà il 144%, e questa è una caratteristica specifica della neuringa. Ecco cosa afferma il prof. Brain Water, a capo del dipartimento: The straordinar carachteristics of neuringa is that she is most of the his most…. so neuringa feels most what she feels. Probabilment, just this permit to neuringa of thinking. This is the true misterity of oggigiorn science.<br />
chi volesse contribuire alla ricerca sulla neuringa, può inviare una donazione liberale a questo IBAN:IT42K0316501600000011184720, beneficiario livio borriello. i fondi saranno utilizzati al 50% in azioni blue-chip sull’aringa e padre pio, il resto ai poveri e alla costruzione di un faraonico acceleratore ittiostatico, che dopo un processo di bombardamento protonico e frittura, separerà dall’aringa la sua componente di acqua, la sostanza più misteriosa. per la prima volta sarà prodotta acqua a partire dalle aringhe (anzi, precisano gli scienziati, un&#8217;acqua con un leggero gusto di gazzosa molto gradevole), aprendo alla scienza orizzonti inimmaginabili.</p>
<figure id="attachment_43983" aria-describedby="caption-attachment-43983" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-43983" title="famiglia+otarie2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/famiglia+otarie2-300x245.jpg" alt="" width="300" height="245" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/famiglia+otarie2-300x245.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/famiglia+otarie2.jpg 320w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-43983" class="wp-caption-text">la famiglia di rio, l’otaria che pensa, vive serenamente nelle isole ballestas.</figcaption></figure>
<p>ogni sera, i membri della famiglia si riuniscono davanti alla casa di zi’ carmeledda, l’otaria archeo-pensante, e commentano i programmi alla tv. il sogno di zi’carmeledda è partecipare al programma di carlo conti Tale e quale, di cui è molto appassionata, perché è convinta di assomigliare a albano. in tal modo essa è convinta di diventare il capo del mondo. le otarie ragionano infatti essenzialmente per somiglianze e differenze, e ritengono quindi che se si SEMBRA il capo del mondo, si E’ il capo del mondo. perché poi le otarie credano che albano sia il capo del mondo, questo non è stato ancora scoperto dalla scienza.</p>
<p>p.s. l&#8217;amico elio p. sostiene che questo pezzo è sciocco&#8230; forse ha ragione, d&#8217;altronde qui bisogna buttare anche un po&#8217; gli scritti azzardatamente e sperimentalmente&#8230; e magari questo pezzo è anche meno sciocco di quel che sembra, per cui può sempre costituire un arricchimento il cogliere la differenza fra quanto lo sembri e quanto realmente lo sia</p>
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		<title>Frase al suolo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/12/27/frase-al-suolo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Dec 2010 15:21:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[effeffe]]></category>
		<category><![CDATA[livio borriello]]></category>
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					<description><![CDATA[di Livio Borriello io sono un volume colmo di carne, ma un volume colmo di carne non sono io potremmo essere meccanismi addestrati a eseguire un io è strano: io sto fuori posto in un posto preciso in un certo senso, dio comincia alla fine dell’orecchio un uomo è l’oggetto a più alta densità d’ignoto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_37623" aria-describedby="caption-attachment-37623" style="width: 270px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/collage.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-37623 " title="collage" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/collage-270x300.jpg" alt="" width="270" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/collage-270x300.jpg 270w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/collage.jpg 450w" sizes="(max-width: 270px) 100vw, 270px" /></a><figcaption id="caption-attachment-37623" class="wp-caption-text">collage di effeffe</figcaption></figure>
<p>di<br />
<strong>Livio Borriello</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>io sono un volume colmo di carne, ma un volume colmo di carne non sono io</em></p>
<p style="text-align: right;"><em> </em><br />
potremmo essere meccanismi addestrati a eseguire un io</p>
<p style="text-align: right;">
<em>è strano: io sto fuori posto in un posto preciso </em></p>
<p style="text-align: right;"><em> </em><br />
in un certo senso, dio comincia alla fine dell’orecchio</p>
<p style="text-align: right;">
<em>un uomo è l’oggetto a più alta densità d’ignoto</em></p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;">che significa sentirsi vicini all’anima di un altro?<br />
noi siamo sempre vicini e compenetrati a ogni altra anima, quando ci baciamo o quando siamo imbarazzati dal salumiere</p>
<p style="text-align: right;">
<em>il corpo, fa spuma. vuoti d’aria, pneumi, bolle fra i filamenti, fra le bave sonore che protende, gonfiori, riflussi nelle posture, aloni e luminescenze delle carni che trasporta, fanno di noi corpi con un nome, un senso, un’identità. altri corpi, che vedo, ne sono irrimediabilmente privi, e perciò li amo </em><br />
<strong>la letteratura è un dialogo fra cadaveri, alcuni effettivi, altri facenti funzione</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em> </em><br />
nel mondo c’è un solo fiore, un solo cane, una sola camicia, un solo occhio, un solo secondo</p>
<p style="text-align: right;">
<em>sogno un mondo in cui buongiorno significhi veramente buongiorno, e in cui dunque sia perfettamente inutile dirlo </em><br />
cavalcavia che racchiude un sole decombente – io sono stato questo, più di quanto sia stato la strada, prima e dopo</p>
<p style="text-align: right;">
<em>tutto aspira alla bellezza, perché solo alla bellezza è concessa l’inerzia</em><br />
essere vivi è fuggire da un’inerzia all’altra, e in ciò produrre ignoto</p>
<p style="text-align: right;">
<em>doveva essere il 1970 circa quando ascoltai we shall dance di demis uscendo la mattina da un albergo a cefalù<br />
</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>la carne della nuvola: sfatta, acquea, parenchimatosa, come un midollo dello scenario</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Post modem: Livio Borriello</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/06/22/post-modem-livio-borriello/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Jun 2010 08:09:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[livio borriello]]></category>
		<category><![CDATA[philippe schlienger]]></category>
		<category><![CDATA[post modem]]></category>
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					<description><![CDATA[di Livio Borriello Quest’abisso assoluto cos’è? è che le cose esistono. continuare a guardarlo, come si guarda il palazzo di fronte o un cane che passa. continuare a resistere un punto qualsiasi della mia vita. l’ho vissuto. questo punto è là, costruito da me come un oggetto, riempito da me come un oggetto. questo punto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><object width="480" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/01Tft6g3mHw&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object></p>
<p>di<br />
<strong>Livio Borriello</strong></p>
<p>Quest’abisso assoluto cos’è?</p>
<p>è che le cose esistono.</p>
<p>continuare a guardarlo, come si guarda il palazzo di fronte o un cane che passa. continuare a resistere<br />
un punto qualsiasi della mia vita.</p>
<p>l’ho vissuto.</p>
<p> questo punto è là, costruito da me come un oggetto, riempito da me come un oggetto. questo punto è un rudere abbandonato in un’area molto lontana da qui. gli sterminati  punti contenuti forse in 33 anni della mia ( di tutte ) le vite ci separano.</p>
<p>in questo punto ci sono alberi di pino (una pineta), auto che passano. questo punto, era fatto di questa sostanza . (ora, di che sostanza?).  era una sostanza maggiormente verde, escresciuta, fissatasi  in forme dendritiche. sparsi, in quella sostanza, c’eravamo noi, mobili, con gli io.<br />
<span id="more-35933"></span></p>
<p>dunque quell’evento lontano,  in cui noi alzavamo un braccio e eseguivamo alcune funzioni linguistiche – questa cosa sarebbe anche il mondo.  </p>
<p>non ero io, solo chissà che, non sono io nel tempo di allora, nella luce del 1961, è evidente, la massa luminosa, appallottolata, informe, soffice, la bambagia di proteine frolle, il globulo carnoso, che era stato fasciato di tessuti.</p>
<p>io ero solo questo futuro, ma chi può essere un futuro, una cosa a venire, e che potrà venire in questo o un altro luogo, laggiù?</p>
<p>la cosa che fui, e non fui più, e rifui, e in cui riebbi luogo, planando sulle interruzioni, sugli ignoti, sull’inaggirabile, questa cosa scorre, balza, germina, è detta.  </p>
<p>la vita scorre. ciò è inammissibile, perché la vita è fatta di questa sostanza gassosa ma materica, di questo plasma o pasta in cui ci sono questa casa, questo attimo, questo colore, questo piacere. ogni grammo di questa roba che si perde è inghiottito dall’andare avanti,  e specie questo in cui c’era questa felicità dentro.  </p>
<p>capita a volte che un’altra cosa viva, un’altra simile di fronte a cui sei, si faccia varco di una fuga che non finisce, ti spalanchi un tunnel senza fondo dietro. è nella carne che la fa, nei suoi movimenti, nel dolciume che è qualche atto involontario, inconsulto – il punto da cui procedi<br />
poi, una volta, una era in un supermarket, che stava abbastanza fermo intorno a lei mentre lei si muoveva. per un istante poi era ferma anche lei, dentro i vestiti era acquattata nuda in tutta la sua trepidezza, e vibrava un po’ come il pelame di un coniglio  </p>
<p>costei però si rifletteva nel neurone e poi il neurone riempito di lei in lei, e così fino a ogni punto all’interno di quel punto. </p>
<p>la stessa cosa poteva accadere a oggetti acuminati, a oggetti colorati, oggetti con forma fluida, oggetti aperti, soffici, radianti, duraturi, seri, perduti e altre caratteristiche simili. </p>
<p>nel mondo c’è bisogno di violenza, per bandire la prevaricazione. la scrittura, il bianco da qui alla fine della riga, è il solo spazio da cui può rampollare la pura violenza dell’attimo </p>
<p>non c’era nessuna ragione perché questo accadesse, ma è accaduto. non c’è nessuna ragione perché il futuro accada, ma noi dobbiamo decidere che accada.  </p>
<p> (<em> da <strong>Il mai neonato,</strong> in pubblicazione c/o  Passaggi, a cura di Eugenio de Signoribus e Enrico Capodaglio)</em></p>
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		<title>Vorrei vederLi danzare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Jun 2010 19:57:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Adriana Borriello]]></category>
		<category><![CDATA[Antonella Talamonti]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Bacalov]]></category>
		<category><![CDATA[La Biennale di Venezia]]></category>
		<category><![CDATA[livio borriello]]></category>
		<category><![CDATA[Paola Rampone]]></category>
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					<description><![CDATA[9 giugno ore 22.00 e 10 giugno ore 20.00 Teatro Fondamenta Nuove Di me in me (2010) [prima assoluta] ideazione e coreografia Adriana Borriello suono Giovanni Bacalov, Antonella Talamonti drammaturgia Livio Borriello immagini Vittorio Davide Guidotti con Adriana Borriello, Paola Rampone produzione La Biennale di Venezia, Milano Oltre, Almatanz Sul nesso tra la danza, la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>9 giugno ore 22.00 e 10 giugno ore 20.00</strong><br />
<a href="http://www.labiennale.org/it/danza/programma/almatanz.html?back=true">Teatro Fondamenta Nuove</a><br />
<strong>Di me in me (2010)</strong> [prima assoluta]<br />
ideazione e coreografia <strong>Adriana Borriello<br />
</strong>suono <strong>Giovanni Bacalov, Antonella Talamonti</strong><br />
drammaturgia <strong>Livio Borriello</strong><br />
immagini <strong>Vittorio Davide Guidotti</strong><br />
con <strong>Adriana Borriello, Paola Rampone</strong><br />
<strong>produzione La Biennale di Venezia, Milano Oltre, Almatanz<br />
 </strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/JRAGOOSBLC25901.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/JRAGOOSBLC25901.jpg" alt="" title="JRAGOOSBLC25901" width="295" height="235" class="aligncenter size-full wp-image-35153" /></a><br />
Sul nesso tra la danza, la musica e la loro osservazione da una prospettiva antropologica, si concentra il lavoro di Adriana Borriello, danzatrice e coreografa dal segno incisivo cresciuta al Mudra di Béjart e cofondatrice di uno dei gruppi più originali degli anni ’80, Rosas, sotto la guida di Anne Teresa De Keersmaeker. Ed è proprio dalla ricerca attorno al corpo inteso come espressione di ciò che cultura, storia e memoria individuale e collettiva, ma anche ambito sociale hanno impresso nei suoi modi di movimento, negli atteggiamenti posturali e nella gestualità che la Borriello rintraccia la sua ispirazione. Una ricerca che regala un contenuto fortemente espressivo al suo lavoro coreografico che, in questo percorso, si affianca a quello di altri artisti: la danzatrice Paola Rampone, Antonella Talamonti e Giovanni Bacalov per la colonna sonora, Livio Borriello per i testi e la drammaturgia, Vittorio Dario Guidotti per le immagini. Insieme danno vita a uno spettacolo fortemente evocativo per due danzatrici-interpreti: la stessa Adriana Borriello e Paola Rampone, danzatrice dal percorso autonomo e con esperienze significative in ambito americano e francese.<br />
Lo spettacolo svilupperà l’idea di danza come scrittura del corpo, come rivelazione della sua storia recente e passata, di un “archivio” personale e collettivo insieme: “chi danza sta leggendo un testo, scritto nel corpo degli uomini nel corso della loro storia, a partire dai gesti primitivi, fino a quelli sempre più “educati” dell’uomo moderno. Inversamente, leggere un testo (o una qualsiasi parola o segno in sé inerte) è prestargli il corpo, e quindi ridargli vita e movimento. In tal senso verranno utilizzate parole, immagini e suoni all’interno del lavoro”. In uno spazio spoglio, vuoto, chiaro, le immagini, che trasfigurano posture, gesti e movimenti, costituiranno l’altro danzatore: quello invisibile.</p>
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