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	<title>Lo Scuru &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Lo Scuru è un anfratto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jan 2015 07:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro chiappanuvoli]]></category>
		<category><![CDATA[Lo Scuru]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alessandro Chiappanuvoli  Lo Scuru è un anfratto, un antro, e parimenti è un pertugio, percorribile come un sentiero ma ineluttabile come una caduta, uno sprofondamento, una voragine oscura di cui pure se ne riconoscono i margini ma non il limite. È una lacerazione, inflitta con una lama becchettata, una ferita, e le mani sul [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-50372" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/DSC_0172-1024x680.jpg" alt="DSC_0172" width="322" height="213" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/DSC_0172-1024x680.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/DSC_0172-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/DSC_0172-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/DSC_0172-900x598.jpg 900w" sizes="(max-width: 322px) 100vw, 322px" />di <strong>Alessandro Chiappanuvoli </strong></p>
<p align="JUSTIFY"><em>Lo Scuru</em> è un anfratto, un antro, e parimenti è un pertugio, percorribile come un sentiero ma ineluttabile come una caduta, uno sprofondamento, una voragine oscura di cui pure se ne riconoscono i margini ma non il limite. È una lacerazione, inflitta con una lama becchettata, una ferita, e le mani sul manico del coltello sono, a sorpresa, due: quella dell’autore, Orazio Labbate, e la tua, lettore. Quel che ne segue è un lento scarnamento, un rimestare, uno spolpare quella ferita stessa, un entrare ed <i>entrarsi</i> dentro con dolore, oscuro e sadico. Ma <em>Lo Scuru</em>, indugiando ancora nella<i> </i>metafora, è primariamente, io credo, un angolo buio dove si comincia a vedere solo permettendo ai propri occhi di abituarsi, e di soffrire, poco o tanto dipende da te. <em>Lo Scuru</em> mi ricorda un quadro di Caravaggio, come <i>La vocazione di San Matteo</i>, quel gioco d’ombra incombente e di infima luce, quasi evanescente e che però esiste; e quella bramosia che ne consegue, forse sadica, fanciullesca, e che rapisce spingendo a scoprire cosa potrà mai esserci dentro quell’oscurità, dietro i giocatori ebbri, tra le loro gambe sotto il tavolo, nell’angolo buio alle spalle di Gesù Cristo.</p>
<p align="JUSTIFY">E proprio la figura del Cristo, evocata ossessivamente dal protagonista durante tutto il romanzo, credo segni la linea di confine, ormai netta, tra quelli che sono stati per secoli i nostri universi di senso, esoterici e vitali, e quelli che viviamo oggi, vacui e incartapecoriti. Per me che ho letto <i>Lo Scuru</i> sotto Natale, lo scarto è stato rovinoso. L’inquietudine annidata tra le pagine e la potente rievocazione di un mondo che sembra così antico quantunque non ancora del tutto sparito, contrastano troppo con le lucine, i sorrisi di circostanza, la gioia ostenta, cui si è ridotta questa ricorrenza. Oltrepassando quel confine, perciò, Labbate pare quasi lanciarci un monito.</p>
<p align="JUSTIFY">***</p>
<p align="JUSTIFY">Razziddu Buscemi è un siciliano espatriato in America che giunto alla fine dei suoi giorni, come spinto da un bisogno fisico, da un desiderio di purificazione, racconta se stesso e la storia della sua vita, in un intreccio imprescindibile con la terra nativa, Butera, paesino rurale posto all’estremo meridione del nostro Paese. È un mondo magico quello che a tinte fosche dipinge Labbate, intriso di superstizione, di ritualità, di maldicenze e di omertà popolare, un mondo controverso, insomma: semplice e salvifico per chi accetta e si rimette alle regole culturali e religiose vigenti, oscuro e maledetto per chi, invece, quelle stesse regole sente di doverle mettere in discussione, di trascenderle, per raggiungere non già la salvezza della propria anima, ma la semplice consapevolezza del sé, la pace, o qualcosa di vagamente simile. La storia di Razziddu è un lento, inesorabile conflitto contro i suoi demoni, costantemente esposto alla mercé di forze solo in apparenza benigne e solo in apparenza malefiche. Il sacrificio sarà l’unica soluzione possibile, sebbene forse, non del tutto definitiva.</p>
<p align="JUSTIFY">E al sacrificio è chiamato anche il lettore. La lingua, un misto d’italiano e di dialetto che s’inseguono e si completano riga dopo riga, non sempre aiuta la lettura, ma finisce poi per imporsi, con il seguire della lettura, come imprescindibile, come urgenza materiale, fino al paradosso di sembrare che non possa esserci vera comprensione, immedesimazione, altrimenti. Impegno e disponibilità chiede l’autore. Una volta sancito il patto però, le difficoltà iniziali restano sullo sfondo e il valore tenebroso dell’opera erompe dalla pagina. Una lingua – per chiudere da dove ho iniziato – che ci catapulta ancora sull’orlo del baratro, a danzare assieme all’autore che, come un giocoliere sfacciato, ci costringe a rimanere in equilibrio tra l’abisso dell’esoterismo e dell’incomprensibilità persino, e la magica architettura di una potente, quanto oscura, struttura letteraria.</p>
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		<title>Lo scuru</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Dec 2014 13:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Lo Scuru]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[Orazio Labbate]]></category>
		<category><![CDATA[Tunué]]></category>
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					<description><![CDATA[di Orazio Labbate  Piazza Dante. Poggio le mani sui lastricati in ardesia, i miei sedili artigianali, voglio fottermi la frescura ficcatasi nelle fessure buie della pietra. Il caldo s’alza dai capannoni bruciati e le nuvole diventano nere. Io sono nato sotto quelle nuvole nere; ci mangio come i cani quando divorano le carcasse dei buoi nei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <a href="http://oraziolabbatekafkiano.wordpress.com/"><strong>Orazio Labbate</strong></a></p>
<p style="text-align: justify;"> <img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-50212" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/scuru_cover_HR-1-746x1024.jpg" alt="scuru_cover_HR (1)" width="251" height="344" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/scuru_cover_HR-1-746x1024.jpg 746w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/scuru_cover_HR-1-218x300.jpg 218w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/scuru_cover_HR-1-900x1234.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/scuru_cover_HR-1.jpg 1838w" sizes="(max-width: 251px) 100vw, 251px" />Piazza Dante.<br />
Poggio le mani sui lastricati in ardesia, i miei sedili artigianali, voglio fottermi la frescura ficcatasi nelle fessure buie della pietra. Il caldo s’alza dai capannoni bruciati e le nuvole diventano nere. Io sono nato sotto quelle nuvole nere; ci mangio come i cani quando divorano le carcasse dei buoi nei rettilinei verso Gela, ci mangio pane e uovo, uovo e ciliegini spaccati in due, azzanno anche le ossa del pollo e manco mi scanto, non mi caco nei calzoni. Questo caldo fuori stagione. Le scarpe, rovinate, me le sento avvampare, sembrano zone carsiche erose dal fuoco, nei buchi entrano lucertole minuscole, alzo il piede solo per calpestarle. In Piazza Dante, a Butera, d’inverno, le putìe sono serrate, mentre i bastardi assettati si nascondono nelle loro cucine e i termosifoni tossiscono mosche. Le ali rimaste s’attaccano tra le viuzze, il fieto del troppo friddu si mischia agli scarti del macellaio Sciandrù e le bestemmie, che rimbombano dai soggiorni aperti lungo i vicoli, si sciolgono negli orecchi quando mi calo con la testa dentro l’acqua fredda della fontana.<br />
Solo. Io sono da solo, dentro la piazza.<br />
Palpare la morte di un cristiano non m’aggrada, preferisco gustarmela, succhiare fino al midollo il folclore della dipartita siciliana. Quando s’aprono le case, per mostrare il cadavere con la sua pelle screpolata, livida, come di pollo crudo, mi introduco nella camera ardente casalinga, ad odorare quel profumo di gesso friscu. Gli insetti si inerpicano sul ventaglio delle comari, sfilettano impudichi la trama di raso nero e poi si posano sulla bara: legno bello lucidu, di modo che scintilli la cassa dò muortu. Mi brillano gli occhi a ogni ricorrenza, mi brilla l’anima perché io non sono crepato. Le palpebre delle vecchie che si prefigurano la stessa sorte, l’ambiente, che mi porta a benedire il respiro lesto dei miei anni, le conversazioni sottovoce dei presenti:<br />
“Come minchia è morto?!”<br />
“Come se l&#8217;è preso u Signuri?”<br />
“Stava in grazia di Dio?”<br />
“Era un disonesto, sa pigghià ìntra u culu”.<br />
“Era a merda, a merda della sua famigghia”.<br />
Mi interesso agli appellativi, mi inorgoglisce discutere del poveretto, in silenzio, mentre la puzza dei fiori e il rancido sole scolorito sui mobili puntella la comicità dello scenario.<br />
Aspetto il buio.<span id="more-50210"></span><br />
I completi del “cu murìu”, spacchiusi, scintillanti; le scarpe quasi leccate da una vacca incinta che s’alluminano a contatto con i riflessi del pomeriggio assolato, mentre c’è anche chi sputa sul palmo della mano per rizzittare il capello del morto per poi stuiarsi sui pantaloni dello stesso. Alcuni benedicono, altri condannano e in mezzo a quella scena i corpi, scorticati dai ventilatori, respirano a malapena, con i pantaloni appiccicati alla carne mentre quella stessa carne, che nel poveretto s’era rattrappita per volontà divina, non può riesumarsi nemmeno di fronte all’acqua benedetta, conservata nelle boccette a forma della Madre di Cristo. Nuddu poteva fare il miracolo, poteva succhiare la ciolla dura che ha il sole siciliano! “Cu mori, mori”, chi è morto è morto: non c’è minchia, fiamma, Spirito Santo o ampolle sacre che tengano. Me l’ha sempre spiato solo Zù Gugliemo, l’unico che ha capito cosa fosse u fuocu.<br />
Nelle mani buteresi degli Spiteri, i becchini, nelle loro mani da muratori golosi di fosse da scavare, sta il corpo del dipartito. Il rito è sempre il medesimo. La Pilato Mercedes, i crisantemi stagionati colmi di vespe, il loro “ora ca muriu ni faciemmu i sordi”, il percettibile terremoto quando l’auto percorre la scala reale che allaccia Butera Bassa a Butera Alta, affinché i morti raggiungano il cimitero; il cuore secco dei parenti, come piante della macchia tranciate dallo scirocco ossidrico, i Gloria al Padre dentro l&#8217;abitacolo della macchina, e non c’è il mare, per i morti, e i parenti dei morti non possono vedere il mare, ché la sepoltura finale non ha quell&#8217;orizzonte limpido, e Butera è stinnicchiata in collina.<br />
Io degli Spiteri amo la precisione, la coerenza nel timbrare, con un bollo di cera rossa, la caviglia del muortu, il loro farne una pecora numerata, una di quelle pecore strammate che incontro quando raggiungo Gela. Scappano da una roccia, le bestiole, lasciano pagliericcio fituso e fumoso, scattano dai burroni quasi calciati via dal culo storto del diavulu, insudiciano la provinciale. Altre volte si fanno investire, crepano lasciando la lingua buttata sui denti, penzolante e frisca. Te ne accorgi di notte, mentre viaggi, quando la luna è china e dentro c’ha il futuro degli animali perché deve fartelo vedere.<br />
Per gli Spiteri i morti sono come gli animali: devono essere sacrificati, congelati, mostrati al miglior sguardo sofferto, offerente, e compressi nel proprio nuovo appartamento. Sono le regole, le regole per avere la minchia dura, per differenziare una morte dall&#8217;altra, tecnicamente, per imparare ad averla, per fare il becchino, e per coricarsi senza il rischio di scantarsi della propria faccia o del sempiterno aroma di lilium che avvolge anche le onde del Mediterraneo, dove non riusciresti a distinguere il buio del fondale con il buio del dormire! C’avevo empatia, c’avevo distacco partecipato, provavo compassione e versavo lacrime come un copertone che finge di forarsi sotto il vento africano, quello che t’ammacca senza torcerti. I copertoni di gomma nera, abbandonati ai lati della via, poco prima del sentiero per il cimitero: i copertoni che paiono introdurre “il posto” dei loculi costruiti per la decomposizione dei vutrìsi scaricati da dio: il cimitero, la discarica della morte.<br />
Lassù, c’abitava Concetta, mia nonna.<br />
Piccola, una nana lavandaia con l’amore per le uova, le frittate, cattolica sino alla stampa nera sul dito ciccione, dove si incarcava il rosario ad anello. Era un minuscolo cagnaccio, col grasso e la pancia piena di latte, un mammifero carico di figli, una cagnola che si trascina verso il Belvedere per lasciarsi cadere all&#8217;ombra del castello normanno.<br />
Di fronte alla sua casa: il castello arabo-normanno, una villa secentesca, un orfanotrofio e un’altra casa colonica, sempre chiusa. Quattro esemplari di solitudine siciliana, quattro catacombe per sotterrare la propria esistenza mentre tutti i cristi a quattro zampe ficcano tra i cespugli incucchiati, e le gazze si affrettano a caricarsi il mangiare che il sole piano piano risucchia. I cardellini, invece, Concetta li faceva ingrassare. “Volatili a forma di baccello di cìciru verde”, diceva. Se n’è andata, Concetta. Morta, con sdillìnio, come frittura di pepi saraceni. C’era il tramonto a Butera, quella volta, mi hanno raccontato. Quel tramonto che s’appiattisce tra le case in una sorta di milza pressata dentro due lembi rozzi di pane cattivo. Oleoso. Freddo. Mia madre Angelina s’era recata, per staccare la corrente, in Via Archimede, dove stava la casa che condivideva con la madre. Aveva scoperchiato il vaso di ceramica, al centro del tavolo della cucina, dove da una vita nonna Concetta conservava i nucatoli, i biscotti di Butera. Fu solo a quel punto che Angelina, una volta raggiunto il salotto, fece la scoperta del corpo della madre. Per terra, con gli occhi spirdati, un uccellino scuro che non riusciva ad uscire dalla stanza.<br />
“Perché te ne sei andata, nonnì?”<br />
“Perché non mi hai lasciato dire le ultime cose?”<br />
Mi ha lasciato negro, a Butera, come la solitudine di un arabo sotto il castello, pronto per essere sacrificato evangelicamente, nella tua dimora, a mangiare biscotti. E quello che mi resta, ora, è raccontare la mia storia. Come sono arrivato fino a qui.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Orazio Labbate, <em>Lo scuru</em>, Tunué 2014</strong></p>
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