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	<title>Lorenzo Catalini &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Abécédaire comique: Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini #lettera E &#038; F</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Jul 2026 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[abécédaire comique]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Ciacci]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Gelati]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Catalini]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini</b> <br />Due comici entrano in una rivista culturale per esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_120172" aria-describedby="caption-attachment-120172" style="width: 1034px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-120172 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2.png" alt="" width="1034" height="735" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2.png 1034w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-300x213.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-1024x728.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-768x546.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-591x420.png 591w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-150x107.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-696x495.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-100x70.png 100w" sizes="(max-width: 1034px) 100vw, 1034px" /><figcaption id="caption-attachment-120172" class="wp-caption-text">tutte le immagini sono di Laura Gelati</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>È il calcio, bellezza!</strong><br />
di<br />
<strong>Alessandro Ciacci</strong></p>
<p>Fino ai dodici anni ero convinto di essere un Supereroe, di avere un dono speciale che mi rendeva diverso da quei comuni mortali che erano i miei compagnucci di classe. Il superpotere era la capacità di attirare pallonate dritte dritte in faccia. Capacità indubbia, già al centro di plurime equipe di scienziati, studiata nei manuali, manco fossi il Magneto dei palloni da calcio.</p>
<p>Placidamente a bagno nel materno liquido amniotico, in fase di progettazione di quello che sarebbe stato il mio avvenire, devo aver pensato: “Perché faticare, una volta là fuori, per sviluppare una personalità magnetica e un fascino non comune che mi permetteranno di attrarre ragazze anche solo pronunciando il mio codice fiscale, quando posso farmi ridere dietro da tutti i miei coetanei rimanendo paralizzato al centro di uno spartano campetto da calcio, attirando a me palloni di cuoio che mi faranno sanguinare (in gran copia) il naso e venire lividi grandi come 45 giri?”<br />
Ero un vero e proprio enfant prodige, il Mozart delle pallonate sulle gengive.</p>
<p>Ma torniamo a quel passatempo violento, ingiusto e sanguinario altrimenti noto come giuoco del calcio, che per un bambino dovrebbe significare svago e aggregazione sociale, ma che per me magicamente si traduceva in umiliazione, sofferenza e traumi. Durante gli anni delle elementari ricordo partitelle così violente che in confronto i gladiatori al Colosseo erano anziani alla bocciofila.<br />
Non dico che i miei compagni lo facessero apposta, scambiarmi per una pentolaccia umana intendo, dico solo che &#8216;sti stronzi dovevano essere la reincarnazione di qualche cecchino sovietico, perché quella mira tanto precisa e letale non si spiega altrimenti. Il colpo era sempre perfettamente centrato, mai periferico da scivolare così sulla guancia e colpirmi di striscio causando niente più che una banale escoriazione, robetta cui poteva ovviare un qualunque Citrosil. No. Partiva dal naso, e poi giù giù per tutta la fisionomia, una compressione più simile al crash test, allo schiacciamento di bottiglia vuota Ferrarelle prima di buttarla nella differenziata, alla percussione del clacson come solo può avvenire sotto alla canicola agostana in pieno impasse sul Grande Raccordo Anulare; una vigorìa di schiacciamento con un solo precedente nella storia: il rosso pulsantone di Sarabanda quando l&#8217;Uomo Gatto beep!, “La indovino con una!”. In questo il caso il titolo della canzonetta non poteva che essere: Tumefazione.</p>
<p>Più la mina, come veniva chiamata in gergo tecnico, e mai soprannome fu più azzeccato, mai una volta che qualcuno lanciasse una piuma, un batuffolo, un soufflè, no i tiri degli adolescenti sono solo mine, bombe, cannonate o simili &#8211; non si è mai capito se si dovesse disputare un’amichevole o attaccare Pearl Harbour &#8211; più la mina, si diceva, era poderosa, più la precisione era infallibile e la mia faccia ne pagava le conseguenze. Sul pallone rimanevano stampate le mie fattezze, tipo Wilson di Cast Away. Tipo Sacra Sindone, da cui il processo di beatificazione avviato da vivo, il beato Ciacci, Patrono delle Schiappe. Tipo illustrazione di qualche manuale lombrosiano, fig.1) Lo sfigato.</p>
<p>Solo una volta ho provato a oppormi al mio Fato, al mio destino di mammoletta. Di vittima sacrificale della minella. Campetto da calcio delle scuole medie Marvelli di Rimini. Dalla difesa viene tirato un calcio lungo in favore del centrocampo, ove io mi trovo. Ma per pura casualità, volevo solo cercare le tracce di qualche coleottero nei cespugli a lato del campo, mica avevo capito che una squadra mi considerava dei loro. Un calcio talmente potente che per l&#8217;effetto-farfalla, quello spostamento d’aria ha appena provocato uno tsunami nelle Filippine. Il pallone, violando ogni legge di gravitazione, si ferma e volteggia in cielo tipo condor, tipo avvoltoio: sta cercando me, la carcassa del pusillanime su cui scendere in picchiata e non si darà pace finché non mi avrà trovato.</p>
<p>Affronto il mio destino come farebbe un vero uomo. Un vero uomo miope e con la riga da una parte: non scappo a nascondermi dietro a un albero, come mi urla il dna. No. Rimango lì, immobile, a piè fermo: un po&#8217; Fort Alamo un po&#8217; palo del telegrafo. Il pallone avanza, così preciso che una freccia di Legolas in confronto pecca di pressapochismo. Sempre più vicina, il vuoto d&#8217;aria mi scompiglia il capello, prontamente sistemato perché intendo morire sfoggiando la madre di tutte le acconciature impeccabili. È a tanto così, quand&#8217;ecco un atavico istinto di sopravvivenza mi fa reagire, mi detta un movimento, inconsulto, della mano deciso, salvifico&#8230; sbam!</p>
<p>Colpisco la palla, disinnesco la bomba, devio la cannonata di 90 gradi. Una manata talmente precisa che Guglielmo Tell è pregato di spicciarmi casa. Eroismo, fierezza, Alessandro Ciacci. Voglio come minimo una medaglia d&#8217;oro per alti meriti, che dico!, una targa in ottone che ricordi per sempre il momento solenne: Qui il giovane Ciacci si oppose al suo destino di pippa.</p>
<p>Stocazzo, giovane Ciacci. Pensavo di essere Enrico Toti, invece era solo un fallo di mano. L&#8217;arbitro fischia il rigore, gol per gli avversari che mettono in cassaforte l&#8217;1 a 0 definitivo. I miei compagni di squadra discutono animatamente per decidere chi sarà il primo a strapparmi il colon a morsi, poi la folgorazione perché uno alla volta quando si può fare contemporaneamente? E iniziano a stringersi attorno a me, tipo branco di lupi idrofobi e a digiuno attorno a una renna zoppa e ben pasciuta.</p>
<p>Fino ai 12 anni ero convinto di essere un Supereroe. Crescendo, ho capito che ero solo un Supersfigato.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-121549" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/E.png" alt="" width="831" height="597" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/E.png 831w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/E-300x216.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/E-768x552.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/E-585x420.png 585w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/E-150x108.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/E-696x500.png 696w" sizes="(max-width: 831px) 100vw, 831px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Eulogia</strong><br />
di<br />
<strong>Lorenzo Catalini</strong></p>
<p>Ad un workshop di scrittura, un insegnante diede l’esercizio: “Racconta la cosa che più ti fa infuriare”. A circa metà del tempo a disposizione, mi infuriai: mi resi conto che la cosa che più mi fa infuriare è l’esercizio “Racconta la cosa che più ti fa infuriare”, misteriosamente caro agli insegnanti di scrittura. Mi infuriai perché ormai era troppo tardi per ricominciare l’esercizio da capo, e quindi proseguii con la prima soluzione che avevo scelto, ovvero “essere interrotto mentre sto facendo qualcosa che mi piace”. Ed è quello che è successo a me un paio di giorni fa, quando mi è arrivata la notizia che mio nonno era morto…proprio mentre mi stavo masturbando. Avevo quasi finito, prossimo a raggiungere l’orgasmo sul ricordo di Rebecca, una mia compagna di classe al liceo, che in una camera d’hotel a Berlino in gita in quarta superiore mi mostra le tette. Che poi in realtà non è mai successo, è un episodio frutto della mia fantasia, ma ormai ce l’ho in testa da talmente tanti anni che è come se fosse accaduto davvero. Non è che mi sono immaginato la scena, mi sono proprio inventato la ragazza, e io per lei ci ho pure chiuso tre relazioni.</p>
<p>Dopo un decesso non hai mai un momento libero. Giorno uno: pianti, abbracci. Giorno due: camera ardente. Giorno tre, oggi: il funerale. Fossimo almeno ad un funerale da 8/8.5, non mi annoierei; ma questo è un funerale da 2, 2.4 al massimo. Non so se lo sapete, ma una regola non detta dei funerali è che più la morte è stata tragica e improvvisa, più sono avvincenti e carichi di pathos. Su un’ipotetica scala da 1 a 10, dove a “10” c’è l’insuperabile funerale di Lady Diana, quello di un ragazzo di quattordici anni che viene investito con il motorino assieme alla fidanzatina, presi in pieno da un pirata della strada con un tasso alcolemico che sul nuovo codice della strada risulta alla voce “Massimo Ceccherini”, segna un 8.7 di tutto rispetto. Calate il tutto in una piccola cittadina di provincia e vedrete accorrere all’evento tutto il paese, i cittadini disposti nella fila indiana più precisa della Storia, in attesa del proprio turno per avere un colloquio di sette secondi con la mamma del ragazzo, per poterle dire a voce bassa: “Si tratta di una terribile tragedia, suo figlio era un ragazzo d’oro, un santo!”.</p>
<p>E iniziano a circolare versioni dell’incidente in cui pare che il ragazzo avrebbe anche potuto salvarsi, anzi sicuramente ce l’avrebbe fatta, se non fosse che col suo ultimo riflesso non abbia deciso di fare di sé stesso uno scudo per la ragazza, salvandole la vita e sacrificando la propria. 9.2, standing ovation. A quel punto il Sindaco ha le mani legate e, intervistato dalla tv locale, chiosa: “Non si può morire così. Nel 2025 non si può morire così”, e invece a quanto pare si può, è proprio appena successo, quanti ragazzi innocenti devono morire ancora prima che i sindaci smettano di pronunciare la frase “nel 2025 non si può morire così”? E spesso, non paghi, rilanciano, e intitolano al ragazzo il nuovo palazzetto dello sport: in Italia ci deve essere una legge che stabilisce che, in caso di morte improvvisa di un adolescente, il comune debba intitolargli un nuovo palazzetto dello sport. Si può capire il numero di tragedie giovanili accadute in una città dal numero di palazzetti sportivi presenti; anzi, in certe zone della Calabria sono rimasti più palazzetti che ragazzi. Nel nostro caso invece abbiamo: età del morto, 96 anni; causa del decesso, un banale arresto cardiaco; n* di amici presenti: quattro, gli unici ancora vivi.</p>
<p>È quasi arrivato il mio momento. Non di morire, ci mancherebbe, il festeggiato c’è già. L’elogio funebre. La mia famiglia ha scelto me per farlo. Io ho provato a rifiutarmi eh, a dire che non me la sentivo, ma mia mamma ha usato il Re dei ricatti morali: “Non è che te lo sto chiedendo perché farebbe piacere a me, ma perché so che farebbe piacere a nonno”. Possibile che al mio piacere non pensi nessuno? E poi, conoscendolo, la cosa che veramente gli avrebbe fatto piacere, sarebbe stata essere qui presente, e magari farlo lui l’elogio a me. Andando al leggio a prendere la parola, mille domande affollano la mia testa, quesiti esistenziali come: “Ma è successo davvero? A cosa pensava mentre spirava?”; una domanda sovrasta però tutte le altre: dopo un decesso, quanti giorni di lutto devono trascorrere prima che uno possa riprendere a masturbarsi senza sensi di colpa né il sospetto di mancare di rispetto al morto? Mistero della fede. Alzo gli occhi e il mio sguardo si incrocia con quello di Cristo in croce, e per la prima volta in vita mia penso che io e lui siamo vicini, siamo collegati, che in qualche maniera viviamo la stessa dolorosa condizione: due persone impossibilitate a toccarsi, io per questioni sociali, lui perché ha letteralmente le mani inchiodate ad una spranga di legno. Lo guardo, con la sua espressione dolorante, e penso che, lui sì, avrebbe prontissima la risposta all’esercizio “Racconta la cosa che più ti fa infuriare”.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-121551" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/F.png" alt="" width="831" height="597" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/F.png 831w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/F-300x216.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/F-768x552.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/F-585x420.png 585w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/F-150x108.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/F-696x500.png 696w" sizes="(max-width: 831px) 100vw, 831px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Finché c&#8217;è chirurgia c&#8217;è speranza</strong><br />
di<br />
<strong>Alessandro Ciacci</strong></p>
<p>Quando Dante smarrisce la diritta via ha poco più di trent’anni: coincidenze? Io non credo. Perché è quell&#8217;età disagiata in cui non stiamo più bene con noi stessi, è facile perdersi. A me è capitato, mi sono ritrovato ficcato in una selva oscura fatta di insoddisfazione, in primis della mia immagine.</p>
<p>Un momentaccio autostima “livello: Calimero”, in confronto a me Cesare Pavese era Gianluca Vacchi e una paziente del dott. Nowzaradan Elettra Lamborghini. Un solo modo per uscirne e non me ne vergogno: la chirurgia estetica. Ho deciso: mi rifaccio.</p>
<p>Quesito numero 1: rifarsi, va bene, ma cosa? Liposuzione? Ma se sono tonico quanto una mummia di Similaun, ho la massa grassa di una sottiletta e l&#8217;adipe di un&#8217;acciuga. Depilazione laser? Ma se sono così glabro che da nudo potrei fare il cosplay di un filetto di platessa, cosa vuoi depilare che i miei peli sul petto non raggiungono il quorum per fare una squadra di calcetto. Ingrandimento del pene? Il mio andrologo dice che più lungo ancora si vìola la Convenzione di Oslo sulla dimensione delle armi, roba da InterPol e finire col pisello in tribunale non è il mio desiderio quando soffiavo sulle candeline. Ma allora, Ciacci, dove interveniamo? Sto brancolando, quando finalmente un Virgilio venuto dal Brasile giunge in mio soccorso. E’ Rodrigo Alves. Meglio noto come il Ken Umano. E mi dice: “Ti guido io verso la felicità terrena.”</p>
<p>Fin da bambino, Alves, questo monumento all’inutilità umana, aveva un sogno: trasformarsi fino ad assomigliare a Ken di Barbie e l&#8217;ha realizzato. A forza di baulate di silicone è diventato l’anello di congiunzione tra l’uomo e il canotto. I dati parlano chiaro, nei giorni in cui è stato chiuso nella casa del Grande Fratello, l’inquinamento da plastica è diminuito dell’81%.<br />
Ma non si è accontentato, no, lui, il vero Ulisse dei nostri giorni, voleva andare oltre le sue colonne d&#8217;Ercole, essere direttamente Barbie. 90 interventi chirurgici e ce l&#8217;ha fatta. Ha dichiarato: Sono felice al 95% del mio aspetto, e quel 5% è perché stamattina non mi son tagliato le unghie.<br />
Torniamo al Ken umano, anzi alla Barbie umana. Intanto sono curioso di vedere il terzo step, quando decide di diventare il camper umano di Barbie. Dico: questo ha capito il senso della vita. Maestro insegnami a vivere! Faccio come lui. Mi scelgo un mito e mi rifaccio fino ad assomigliargli.</p>
<p>Ora, io da piccolo impazzivo per la favola dei Tre porcellini, ma da qui a spendere i milioni per farmi il cazzo a cavatappi ce ne vuole. No, Ciacci, qual è il suo sogno ora? Sono un autore, punto in alto: assomigliare a Shakespeare. Ovvio non fisicamente, perché il caro vecchio Bardo fisicamente faceva piuttosto cagare, con quella zazzera da pornodivo Germania Est 1987. No, la grandezza di un autore è il suo mondo interiore, il suo immaginario, bisogna intervenire lì, ho deciso: mi rifaccio l&#8217;inconscio. Una pompatina di botulino platonico qui, una rinoplastica al Super-Io lì, e zac!, fatto lo Shakespeare umano.</p>
<p>Dopo aver deciso cosa rifarmi, quesito numero 2: rischio il rigetto? Sì, ho fatto delle ricerche, il rischio c&#8217;è. Ho letto di un corriere Amazon di Ivrea che voleva rifarsi l&#8217;inconscio di Sean Penn, per essere un filantropo, impegnato in difesa degli ultimi, degli oppressi ma si è beccato anche il suo alcolismo. Adesso fa partire raccolte firme su Change.org… ma gli rimangono tre mesi per via della cirrosi.</p>
<p>E infine, quesito numero 3: a chi mi rivolgo? Son robe delicate, vanno fatte per bene. Mi sono informato sulle cliniche, i prezzi le offerte&#8230; La prima è questa clinica a Tirana dove hanno allestito un sottoscala sterilizzato, ti prelevano e ti riportano sotto casa, incaprettato con le fascette bianche nel bagagliaio di un Fiat Ducato.</p>
<p>La fascia media me la copre una clinica di Capalbio, di certo dott. Recalcati. Per prepararti all&#8217;intervento devi ascoltare il suo podcast a digiuno 2 volte al dì, un po&#8217; come quei bibitoni prima della colonscopia, peraltro gradevole quanto la voce di Recalcati stesso. Con 15000 euro fai tutto, arrivi e ti danno un camice 100% cachemire e mocassino sterile monouso.</p>
<p>Ecco perché alla fine ho scelto la terza, il top di gamma, l’eccellenza, un po’ lo squacquerone di Romagna della chirurgia: una clinica a Ginevra che non si accontenta di un banale intervento, no: ti regala la Shakespeare experience. Intanto il chirurgo ti opera con la gorgiera, ispirandosi all’Otello: “Lesta il bisturi a me consegna, impudente baldracca!”. L&#8217;anestesia te la fa questo speziale che ti fa bere una fialetta che sembri morto per qualche ora. L&#8217;operazione te la fanno su una riproduzione in scala 1:1 del balcone di Giulietta, mentre sotto tuo babbo e tuo suocero disquisiscono con una pacatezza vista soltanto in certi combattimenti clandestini tra galli.</p>
<p>Con il mio inconscio shakespeariano il successo nella vita è assicurato, già me la vedo un&#8217;escalation di soddisfazioni:<br />
1: opinionista a Pomeriggio 5, seduto accanto al mio maestro di vita, Ken umano che nel frattempo è diventato il minipony umano di Barbie. A commentare eventi di pregio e culturalmente rilevanti come la stipsi del chiuhahua di Belen.<br />
2: concorrente a Celebrity Masterchef, eliminerei i miei rivali uno a uno in stile Riccardo III: assassinati durante la Mistery Box con una coulis di coltellate, una decapitazione tartar o una strangolata flambè.<br />
3: giudice a Ballando con le stelle. Già mi vedo, siparietti un po&#8217; Casa Vianello con Selvaggia “la bisbetica domata” Lucarelli, i pettegolezzi delle allegre comari di Windsor, Fabio Canino e Guillermo Mariotto. Ma una sera parte la rissa, tutti lì a discutere per quel passo di kizomba sbagliato da Paolo Mieli, e mi si chiude la vena, e caccio un 3. Zazzaroni, che come è noto ci capisce di ballo quanto Tina Cipollari di scissione dell’atomo, sbotta: “Ciacci, vergogna! Per dare 3 devi aver avuto un&#8217;infanzia triste e una madre assente.” Io lo guardo negli occhi e lo sfido a duello. La Carlucci impanicata tipo le galline quando la volpe entra nel pollaio, “Regia regia, sipario! Scusate amici a casa, è solo una piccola commedia degli equivoci che stiamo risolvendo. Sì, sembra che Zazzaroni stia urlando come uno che è appena stato trapassato da parte a parte, ma non vi preoccupate, è solo molto rumore per nulla…”</p>
<figure id="attachment_121553" aria-describedby="caption-attachment-121553" style="width: 2336px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-121553 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone.png" alt="" width="2336" height="2502" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone.png 2336w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-280x300.png 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-956x1024.png 956w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-768x823.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-1434x1536.png 1434w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-1912x2048.png 1912w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-392x420.png 392w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-150x161.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-300x321.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-696x745.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-1068x1144.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-1920x2056.png 1920w" sizes="(max-width: 2336px) 100vw, 2336px" /><figcaption id="caption-attachment-121553" class="wp-caption-text">immagine di Laura Gelati</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Furto</strong><br />
di<br />
<strong>Lorenzo Catalini</strong></p>
<p>Era una serata di primavera. Una di quelle serate di primavera a cui, in letteratura, si riservano descrizioni accurate, ma siccome dopo un quarto d’ora di blocco (e stiamo parlando della prima riga) l’incipit era ancora: “Una di quelle serate di primavera che salutano l’inverno …”, frase di una banalità raccapricciante, si dirà solo che era una serata di primavera.</p>
<p>Era una serata di primavera, dunque, e avevo appena passato un paio d’ore a bere vino nella mia quarta enoteca preferita. Non ero troppo lontano da casa e fuori si stava bene (per forza, in una serata di primavera così…), perciò decisi di tornare a casa a piedi. Arrivato quasi al ponte, all’angolo della strada opposto al locale “Spaghetti a mezzanotte” (che, contrariamente a quanto promesso dal nome, non prevede nel suo menù gli spaghetti, neanche a mezzanotte) notai un uomo che camminava in maniera incerta, con aria confusa. Dava la forte impressione di essersi perso. Mi avvicinai a lui. Era anziano e, cosa strana in una piacevolissima serata di primavera, sembrava avere freddo. “Potrebbe aiutarmi per favore?”, chiese con voce tremante, appena si accorse di me. “Certo” &#8211; dissi io, che nella mia straripante empatia e capacità di lettura, avevo fiutato il suo stato di bisogno da lontano – “qualunque cosa”. Ero pronto a dargli indicazioni stradali ben precise, così da farlo arrivare ovunque volesse; perdipiù, in una serata di primavera così, avrebbe potuto orientarsi anche semplicemente con l’ausilio della Stella Polare e del resto del firmamento. Il vecchio disse allora: “Avrei bisogno che tu andassi al market a comprarmi una scatola di riso”. Rimasi spiazzato. Non ebbi neanche il tempo di balbettare qualcosa né sulla particolarità della richiesta, né di constatare con lui l’assenza nella zona di un locale chiamato “Riso a mezzanotte” (comunque un bluff), che il vecchio aggiunse: “Ti accompagnerà mio figlio”. All’istante, si materializzò dietro di me un ragazzo alto e possente, physique du rôle da pugile amatore, e faccia da cavia di laboratorio con troppi anni di esperienza nel settore. Non so dove si trovasse fino ad un attimo prima, era apparso dal buio non appena nominato, come un attore chiamato in scena a teatro. Mi prese sottobraccio, e con forza mi fece camminare con lui, lasciandoci il vecchio alle spalle. Dopo pochi passi feci notare al Neanderthal la presenza di un market. “Ne conosco un altro più avanti” – mi gelò – “nel vicolo”. Ora la situazione mi era chiara: stavo per essere rapinato. O almeno così speravo, dato che mi sembrava l’ipotesi migliore. La passeggiata si interruppe al rosso di un semaforo pedonale. Iniziai a pensare a come uscire da quel pasticcio in cui ero finito, in quella che fino a poco prima sembrava una tranquillissima serata di primavera. Mentre i miei pensieri scorrevano, ed iniziavo ad accettare l’eventualità di un accoltellamento, financo di un rapporto sessuale non consensuale (da parte mia), il mio vigilantes fu distratto dagli schiamazzi di una rissa che si stava tenendo in fondo alla strada, dal lato opposto rispetto a me. Con una prontezza che mai, MAI, avevo precedentemente dimostrato in vita, estrassi dalla tasca il portafogli, e da questo una banconota da 5 €; quindi ricacciai il borsello in fondo alla tasca. Il rosso del semaforo era agli sgoccioli. Mi guardai intorno: il vicolo designato all’amplexus era vicino, ma c’erano ancora abbastanza persone nei nostri paraggi. Con uno strattone mi liberai dalla presa, e immediatamente offrii la mia banconota al ragazzo. “Scusa, mi sono ricordato che mi stanno aspettando in un posto. Prendi questi, per il riso”. Il semaforo era ancora sullo stop, ma ormai era questione di istanti. “Mi servirebbe anche del tonno”, protestò. “Bastano”, ebbi l’ardire di ribattere. Quindi lasciai cadere la banconota ai suoi piedi, mi voltai, e cominciai a camminare velocemente, senza più voltarmi. Rifacendo il percorso al contrario, mi rimbattei nel vecchio, il quale, stavolta, non mi degnò di uno sguardo.</p>
<p>Quando fui finalmente al sicuro, mi fermai. Il cuore mi batteva a mille. Avevo dentro un miscuglio di emozioni: paura, sollievo, rabbia…ma soprattutto imbarazzo e senso di colpa. Sì, senso di colpa. Avevo mentito. Certo, avevo mentito per una buona ragione, e lo avevo fatto nei confronti di un uomo probabilmente malintenzionato. Quel “probabilmente” era però il nocciolo della questione. Esisteva infatti una piccola, remota possibilità che in effetti al vecchio servisse una busta di riso nel cuore della notte, e che suo figlio apparso dal nulla (era poi apparso davvero dal nulla?) mi stesse accompagnando ad un market dove vendono il riso col rapporto qualità/prezzo più vantaggioso al mondo. Ed io gli avevo mentito, spudoratamente, persino offendendolo lasciando ai suoi piedi del vil denaro.</p>
<p>Non ci dormii la notte.<br />
La sera dopo, tornai allo stesso incrocio. Il vecchio era di nuovo lì. Mi chiese del riso. Apparve il figlio.<br />
Ed è così che è cominciato tutto Vostro Onore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Nota</strong><br />
di<br />
<strong>effeffe</strong></p>
<p>Svegliatomi da sogni agitati, mai e poi mai avrei immaginato di trovare accanto al caffé una lettera, chiusa in una busta poco elegante, non affrancata e perfino macchiata di caffé. Quando l’ho aperta non mi sarei nemmeno sognato di leggere le cose che anche tu onorevole lettore di nazione Indiana stai per leggere. Ho deciso di assecondare quel loro desiderio di compilare un’enciclopedia alfabetica del mondo per la sola ragione che se fai incazzare un comico quello diventa molto cattivo, e non c’è nulla di più terribile di un cattivo comico. E se sono due, i comici, allora sono cazzi.</p>
<p><strong>Abécédaire comique</strong><br />
Due comici entrano in una rivista culturale. Non è l’inizio di una barzelletta, ma di una rubrica: Abécédaire comique. Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini: un esperimento di scrittura, due penne, ventisei lettere dell’alfabeto. Ogni puntata una lettera, usata come innesco per il titolo. Per il resto, carta bianca o quasi: l’unico vincolo è che, da qualcheparte, si rida. Attenzione, non “facce ride!”, né travestire la letteratura da monologo: piuttosto, esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera. Come un abbecedario, appunto: elementare solo in apparenza.</p>
<p><strong>Alessandro Ciacci</strong> e <strong>Lorenzo Catalini</strong></p>
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		<title>Abécédaire comique: Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini #lettera C &#038; D</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 May 2026 05:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[abécédaire comique]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Ciacci]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Gelati]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-118631" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28.png" alt="" width="1034" height="735" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28.png 1034w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-300x213.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-1024x728.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-768x546.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-591x420.png 591w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-150x107.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-696x495.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-100x70.png 100w" sizes="(max-width: 1034px) 100vw, 1034px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Rievocazioni storiche</strong><br />
di<br />
<strong>Alessandro Ciacci</strong></p>
<p>C’è uno spettro che si aggira per l’Italia, lo spettro delle rievocazioni storiche.<br />
Quel momento magico in cui il paese fa un salto indietro nel tempo: torna al 1350 o nel 70 a.C., non importa, perché tanto è un’epoca generica che non è mai esistita davvero. Una Fiera del Disagio spalmata su tre giorni in cui la provincia italiana decide di diventare il set di un kolossal hollywoodiano, ma girato con il budget di una festa parrocchiale, per un risultato finale a metà strada tra un’inchiesta di Report e la Corrida.<br />
Perché lo fanno? Parli con loro e ti dicono: per valorizzare le tradizioni storico-culturali. Bene, bravi, bis. Ma esiste pur sempre una cosa chiamata “dignità” che, secondo me, è ancora più importante delle tradizioni, quella sì che va custodita gelosamente. Ed è possibile salvaguardarla senza bisogno di dover riempire le strade del paese di merda di pecora.<br />
Mi immagino la riunione della Pro Loco per la prima rievocazione mai fatta: “Sento che ci manca qualcosa: abbiamo la Sagra della cozza di montagna, il Festival della zanzara solidale e la Notte bianca del nulla a km 0… Ma ci manca una bella manifestazione dove ci vestiamo tutti da deficienti, sudiamo sotto a delle tuniche sintetiche e fingiamo che esista ancora il feudalesimo, ma coi prezzi da Citylife Milano.”<br />
Durante le rievocazioni gli unici che sembrano davvero a loro agio sono i vecchi del paese seduti fuori dal Bar Sport, ma solo perché hanno quello sguardo perso di chi ha esagerato coi caffè corretti sambuca e il catcalling.<br />
La prima cosa che ti colpisce è che nessuno assomiglia a quello che interpreta, ma il cast è da urlo. Il Duca di Montefeltro è il ferramenta del paese. Cioè, questo signore al mattino ti dice “C’ho il tubo da mezzo pollice, ma senza guarnizioni”, ma la sera ti chiama messere e ti guarda come se volesse mandarti al patibolo; indossa un mantello rosso, ma sotto si intravede la maglietta “Raduno Lambretta 2004”. Il Duca di Montefeltro fronteggiava i nemici sui campi di battaglia, questo tutt’al più fronteggia un reflusso gastrico da Tavernello.<br />
I costumi delle rievocazioni sono il punto più basso della tragedia, ma sono importanti perché ci portano dritto al vero grande problema: la boria dei partecipanti. Da cui la regola aurea: più il costume è imbarazzante, più chi lo indossa si prende sul serio. Hanno questo senso di epica nella loro mediocrità, come se stessero recitando Shakespeare al Globe e invece sono al Palio di Roccascroto vestiti da zampognari.<br />
Non importa se la rievocazione è medievale, etrusca o risorgimentale, una cosa non mancherà mai: il falco. Il momento solenne della sfilata in cui il falconiere sfila con questo uccello sul braccio e tracotante urla: “Ammirate la celebre poiana della Granduchessa”. Sul falconiere urge un focus: perché la qualità dell’uccello esibito è direttamente proporzionale al budget a disposizione.<br />
Low budget: non è un falco. Neanche un rapace. È un piccione sovrappeso, con il becco colorato e le extension marròn. Questa improvvisa promozione nella piramide sociale degli uccelli gli ha montato la testa e si sente come Morrone intervistato dalla Fagnani.<br />
Middle budget: non è un falco. È una civetta con la labirintite, guarnita con le piume del Carnevale di Rio. Ti guarda con lo sguardo mesto di una che chiede solo una cosa: un veterinario non obiettore che non la faccia più soffrire.<br />
High budget: è effettivamente un falco. Ma uno accessibile. Un falco che negli anni 90 ha avuto il suo picco di popolarità per essere comparso in 3 puntate di Fantaghirò. Ma gli eccessi e alcuni scandali sessuali con delle pavonesse minorenni l’hanno fatto cadere nell’oblio.<br />
E in tutto questo, il pubblico è in visibilio manco fosse appena caduto l’Impero Ottomano. “Che bello, sembra di essere tornati indietro nel tempo!”, ma quando? Ma dove? È il 2026, stai guardando uno coi baffi a manubrio che finge di battere il ferro con gli airpod alle orecchie, a Barbero per colpa di cotanta pagliacciata sono appena venuti dei calcoli renali grandi quanto anacardi!<br />
Solo io ci vedo gente sudata che prova a camuffare disturbi e traumi vestita da un’epoca in cui il più fortunato moriva di dissenteria a 17 anni? Non è rievocazione storica. È feticismo della miseria. Epoche in cui ti moriva il figlio a 5 anni perché aveva guardato male un topo. Non è rievocazione, è cosplay del poverismo. Eppure loro non si vergognano, anzi sono fieri. Perché hanno un superpotere: chi partecipa alle rievocazioni storiche è immune alla vergogna. Sono come quelli che ballano Aserejè ai matrimoni: tu stai valutando la clinica svizzera per il fine vita, loro sono felici come tu non lo sarai mai.<br />
Piccolo esercizio mentale finale: andiamo avanti nel tempo, al 5378, una rievocazione storica nel futuro di questi nostri tempi sciagurati. Mi immagino una guida, un bietolone con cappello di stagnola, che spiega “Ecco come vivevano i nostri antenati nel 2026: si mangiava sushi d’asporto e si discuteva nei commenti FB su quale fosse la vera e unica ricetta della carbonara”. Con il pubblico in estasi, “Wow ma che epoca meravigliosa!” No, spiace deludere ma era un disastro, cari pro-pro-pronipoti. Pioveva microplastica, governavano gli influencer e c’era gente che pagava per vedere Gio Evan a teatro.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-120177 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-04-29-à-08.14.34.png" alt="" width="396" height="529" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-04-29-à-08.14.34.png 396w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-04-29-à-08.14.34-225x300.png 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-04-29-à-08.14.34-314x420.png 314w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-04-29-à-08.14.34-150x200.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-04-29-à-08.14.34-300x401.png 300w" sizes="(max-width: 396px) 100vw, 396px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Cartomanzia</strong><br />
di<br />
<strong>Lorenzo Catalini</strong></p>
<p>Se siete a Roma, alla Fontana di Trevi, e proseguite giù per Via dei Sabini, arrivati all’angolo con Via del Corso, all’ingresso della Galleria Alberto Sordi, nel 99% dei casi troverete, seduto su una seggiola da spiaggia, un uomo. Ebbene, quell’uomo si chiama Daniele, ed è, né più né meno, il miglior cartomante di Roma. Qualora abbiate una conversazione con lui, scoprirete che questa cosa dell’essere il miglior cartomante di Roma è un argomento che gli sta molto a cuore e su cui spinge assai.<br />
Daniele è facilmente riconoscibile: indossa, in qualsiasi stagione, un cappotto blu scuro e una sciarpa, quasi sempre con base gialla e una fantasia variabile. Cosa porti sotto non è invece dato a sapersi: è infatti pressoché impossibile vederlo in piedi, tanto da far sorgere il sospetto che lui, la sedia, le carte e il tavolo su cui le poggia, siano in realtà una struttura unica, assemblata da ormai troppo tempo per essere scissa nelle sue parti originali.<br />
Due sono le specialità della casa: l’essere (a suo dire) il cartomante a cui fanno riferimento i vips della città, e la sua inscalfibile discrezione. Per quanto riguarda quest’ultima, marmorea qualità, il nostro esperto d’occulto si concede talvolta qualche trascurabile défaillance, disseminando qua e là minuscoli indizi, in ogni caso di difficile interpretazione. Una volta, ad esempio, Daniele proteggeva l’identità di una sua assistita con questo oscuro giro di parole:<br />
“Mi chiamò una donna molto importante, mia cliente abituale. Come sempre, si sincerò del fatto che, per motivi di privacy, non sarebbe potuta venire a consultarmi nel mio ufficio, dunque avrei dovuto raggiungerla io. Mi fece venire a prendere da una vettura elegantissima, che mi portò ad un hotel di lusso sulla Nomentana. Ovviamente non posso rivelarti chi fosse, ti dico però che si trattava di una donna italiana sposata con un ex primo ministro francese. Ahò, me raccomanno eh, in nun t’ho detto gnente”<br />
Se Daniele è il cartomante preferito dai vips, il vip preferito da Daniele altri non è che Giuseppe Conte. Una foto dei due, ritratti mentre sono abbracciati (con entusiasmi differenti), fa da sfondo al cellulare del Nostro. L’ex premier, mi racconta Daniele, usufruisce dei suoi servigi da diversi anni, da ben prima di darsi alla politica. Questa affermazione apre ipotesi oscure.<br />
Se infatti Conte da sempre sente il bisogno di confrontarsi con Daniele sulle piccole quisquilie della sua esistenza (amore, soldi, lavoro), è certamente logico ipotizzare che lo abbia fatto anche nel momento in cui ha dovuto prendere la decisione più importante della sua vita, ossia (qui ci perdonerà la Signora Conte) accettare l’incarico da Presidente del Consiglio.<br />
Visualizzate la scena: Mattarella offre a Giuseppe l’incarico; questi chiede qualche ora per pensarci. Esce dal Quirinale, prende un taxi e corre alla Galleria Alberto Sordi. La seggiolina davanti a Daniele è stranamente libera, come se da tempo il destino l’avesse riservata per il suo arrivo.<br />
Daniele neanche gli chiede perché sia lì. Lo sa. Lo intuisce. Chissà da quanto aspettava questo incontro, da quanto lo aveva visto nei tarocchi.<br />
“Pesca 5 carte con la mano sinistra”, dice a Giuseppe. Conte le estrae.<br />
Prime due: il Carro Capovolto, simbolo di malattia, e la Morte. Già qui Conte doveva ringraziare, pagare, alzarsi, tornare da Mattarella e rifiutare l’incarico; ma, come disse un saggio, “il potere logora chi non ce l’ha”. Conte chiede spiegazioni, al che il cartomante gli rivela un’oscura profezia.<br />
“Si abbatterà sul pianeta una tremenda pandemia, l’Italia sarà il primo paese colpito e tu dovrai gestire la situazione. Al tuo fianco avrai…”<br />
Conte pesca altre due carte, Daniele le scopre: il Diavolo e il Bagatto, simboli di incompetenza e uso errato del potere.<br />
“…al tuo fianco avrai Salvini e Di Maio”.<br />
Un lungo silenzio corre fra i due.<br />
Conte estrae l’ultima carta. “La Torre”, sentenzia Daniele, che prosegue: “Simbolo di crollo, distruzione, fine assoluta&#8230;vuoi sapere anche l’amore o lasciamo perdere?”<br />
Malgrado gli avvertimi dell’Ignoto, il giorno dopo Conte sale al Colle e accetta l’incarico.<br />
Molto superbo e arrogante da parte sua. D’altronde, è del Leone…anche questo “non me lo ha detto” Daniele. Il resto è storia recente: la profezia di Daniele si avvera, e il Covid si abbatte sul Bel Paese. La domanda è: Conte si sarà accorto del suo errore? E se sì, sarà tornato da Daniele in cerca di altri consigli durante il suo mandato? Ho questo sospetto che, durante il suo periodo più buio degli ultimi 70 anni, l’Italia sia in realtà stata governata da un cartomante (il che spiegherebbe molte cose). È strano perché quando si parla di “governo ombra” ci si immagina un gruppo di potenti che tramano e cospirano in grosse ville, nascoste chissà dove e protette quanto Fort Nox; e invece è un tipo calvo, con la panza e l’ombelico che gli escono dalla canotta, e che non si alza mai da una seggiola di plastica nel centro di Roma. Ehh…questi uomini attaccati alla poltrona.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-120830" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/D.png" alt="" width="831" height="597" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/D.png 831w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/D-300x216.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/D-768x552.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/D-585x420.png 585w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/D-150x108.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/D-696x500.png 696w" sizes="(max-width: 831px) 100vw, 831px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Dicesi “zampogna”…</strong><br />
di<br />
<strong>Alessandro Ciacci</strong></p>
<p>Tutto ha inizio con una minaccia. Una minaccia che, io decenne, mi veniva scagliata contro da mio padre, diciamo la sua personale Avada Kedavra Montessoriana, minaccia senza perdono, senza via di scampo, senza ossigenazione al cervello: “Se non la smetti, ti gonfio come una zampogna.”<br />
Così come esiste la Scala Scoville che misura la piccantezza, idealmente da zero a “pompino a Belzebù”, così la mia intemperanza fanciullesca, la mia innata vocazione alla menzogna e la mia instancabile quest di Guai – io, il Galvano della Marachella – mi hanno permesso di teorizzare, con un certo rigore scientifico, la Scala delle Minacce Parentali, idealmente da Occhiataccia a, ben appunto, “Ti gonfio come una zampogna”. Gradino ultimo di una escalation di intimidazioni, ricatti &amp; diffide, cintura nera della comminatoria paterna, versione venom del satori (l’illuminazione era “Così come l’ho fatto, posso distruggerlo!” con tanto di retrazione palpebrale simil serial killer bosniaco), la Minaccia Ultima richiedeva uno specifico stravolgimento dei connotati, per essere davvero efficiente: faccia paonazza (sembrava appena riemerso da una sguazzata in una vasca d’indigofera tinctoria), respiro affannato, bulbi oculari un poco pulsanti, momentaneo sciopero della circolazione ossigenatoria in zona cervella. Insomma un risultato finale livello: frontman norreno di band death metal, quindi l’anatema, la sentenza definitiva del domestico Tribunale Inquisitorio: “Se non la smetti, ti gonfio come una zampogna.”<br />
Parliamone. Perno dell’anatema, sua clavis, è la parola ZAMPOGNA.<br />
Di cosa parliamo quando parliamo di zampogna? Di una cornamusa, lo strumento musicale che si suona come un alcoltest. Strumento che, più di tutti, sembra sia stato dimenticato per sbadataggine da un’altra era geologica, riemerso da un passato ancestrale: groviglio di vesciche animali (non ci aspettiamo che la sacca enfians sia il colon di qualche mostro marino, preistorico?), tubi, sussurri, sussulti – di morte, ovvio – a vederlo si direbbe un Pokemon che difetta in Punti Esperienza, o un polpo bersagliato da un ramponiere del Pequod con la labirintite. L’utriculus degli antichi. Uno strumento che fonda la sua causa sul gonfiore, equivalente musicale della parmigiana de nonna, con quella sua ricettina smuack segreta che prevede la malta bastarda al posto del basilico: non ti fa venir voglia di intonare un do maggiore, piuttosto vuoi un cordiale per sturare, o direttamente un cicchetto di Viakal. Un mostro che si dilata, cotesta sampogna, come un boa constrictor che veda un pasciuto capibara. Da cui il quesito: son io forse un capibara? E’ forse mio padre un boa costrittore? No. E allora perché evocare la zampogna, questa X compresa tra la torbiera oltremanica e la situazione pedestre, boschereccia, roba di camporelle dico, il Ninfale fiesolano quando lo compri su Temu?<br />
Un trauma infantile? Forse che da infante mio padre sognava la gloria come zampognaro? Papà Ciacci si vedeva come il Cary Grant dei presepi viventi, con quel suo vello sintetico buttato sulle spalle, a schiumare come un cesto di lumache per il caldo sotto i riflettori dello showbiz? Forse. Però un tristo giorno ha dovuto mettere da parte i suoi sogni di gloria perché come i carmina, anche le pive non dant panem? Quindi sarei io il responsabile della sua frustrazione?<br />
O forse no, forse noi Ciacci si è discendenti da qualche clan guerriero scozzese! Il ramo romagnolo dei MacRae? Quindi papà sente la voce del sangue, lo stesso che io rischiavo di veder zampillare dai miei incisivi. Sì, il mio vecchio stava solo rievocando i bei tempi andati, i nostri gloriosi giorni de’ fasti, questo tempo mitico e brutale in cui gli antenati educavano i figli a suon di mazzaferrate, fino a quando non diventavano qualcosa di gonfio e ingombrante che emetteva rantoli? No, niente McCiacci. L’unica cosa che abbiamo di scozzese in famiglia è la tendenza all’alcool.<br />
La questione scozzese mi chiama un altro dubbio: con o senza kilt? Voglio dire, mentre mi gonfi come la suddetta zampogna, pater!, sfoggi o non sfoggi il tartan? Perché cambia. Oh, se cambia. Prova a prendere sul serio tuo babbo mentre ti minaccia di morte in gonnella. E’ come un gerarca nazista vestito da cheerleader, dovrebbe far paura invece ma è solo grottesco. E poi cosa suona mentre mi gonfia? L’inno alla severità paterna in do minore? La ballata del castigo? La giga delle punizioni?<br />
“Ascolta, se vuoi incutermi terrore ma allo tesso tempo garantire l’immediatezza dell’immagine evocata, fondamentale pel ravvedimento del fanciullo discolo, non dalla musica, ma pesca dalla cinematografia: non pensi che un “Se non la smetti ti riduco come Wilson di Castaway: ti garantisco una manata talmente poderosa che sulle tue fattezze ci rimane stampata l’impronta” sarebbe stato più efficace?”. Parole, parole, parole.<br />
Col senno di poi, davanti a quella minaccia, gli direi: “Papà, perché sia davvero incisiva, rivedrei nazionalità e periodo storico dell’intimidazione”, ma è facile fare i gradassi trent’anni dopo: posso garantire che coglieva nel segno, lo dimostrano i brividi che mi sconquassavano, all’idea di mio padre che si accanisce su di me come Mel Gibson nelle scene di battaglia di Braveheart. E come per incanto, diventavo più mite della matrioska che tenevamo a prender la polvere sulla mensola del tinello.</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-120831" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2.png" alt="" width="3375" height="4219" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2.png 3375w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-240x300.png 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-819x1024.png 819w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-768x960.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-1229x1536.png 1229w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-1638x2048.png 1638w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-336x420.png 336w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-150x188.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-300x375.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-696x870.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-1068x1335.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-1920x2400.png 1920w" sizes="(max-width: 3375px) 100vw, 3375px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Delicatissimo</strong><br />
di<br />
<strong>Lorenzo Catalini</strong></p>
<p>Il 21 gennaio 1924, Vladimir Lenin, capo dell’URSS, morì. Le cause del decesso restano ad oggi un mistero: l’autopsia parla di un’aterosclerosi cerebrale; fonti ufficiose di un’intossicazione da cozze crude; le più maldicenti, sibilano un delicato caso di asfissia auto erotica, teoria basata sul presunto ritrovamento, vicino al cadavere, di una corda e di una foto porno ritraente Marx ed Engels in circostanze inequivocabili.<br />
Nel paese si scatenò una lotta di successione, i cui candidati erano Iosif Stalin e Lev Trockij, entrambi con le carte in regola: il primo vantava un invidiabile paio di baffi, <em>skill</em> sempre molto valida se si aspira alla dittatura; l’altro era scrittore (“Dalla Rivoluzione di Ottobre alla doppia spunta blu su WhatsApp: le rivoluzioni che hanno cambiato il mondo”) e fondatore dell’Armata Rossa, nata durante una partita a Risiko presa così sul serio da sfociare nell’assedio di Pietrogrado.</p>
<p>Stalin ebbe la meglio, e il vecchio Lev si dette a varie peregrinazioni (Norvegia, Francia e Casalecchio di Reno); infine riparò in Messico, scelto per la canzone “Messico e Nuvole” di Paolo Conte (ma il russo preferiva la versione jannacciana).<br />
Laggiù, Lev si ricostruì una vita: a vecchie passioni, come filosofia e politica, ne affiancò di nuove, specie fare il <em>cucadores</em> con le <em>chicas</em> nelle bettole di Città del Messico. Tra un bicchiere di Pampero e un sigaro Montecristo n.5, Trockij si godeva una vita fatta di studi e grandi frequentazioni: André Breton, Frida Kahlo (ebbero una storia) e Pupo (col quale stava per finire a letto. “Il più grande rimpianto della mia vita”, dirà sempre Trockij).<br />
Al Cremlino però, Stalin ancora ne tramava l’uccisione, timoroso che il rivale rovesciasse il suo governo dall’estero, nonché ancora incazzato con lui per un vecchio debito di cinquantamila lire contratto durante uno scopone scientifico e mai saldato.<br />
Il capo dell’URSS si rivolse al suo sicario migliore, Ramon Mercader, fratello dell’attrice Maria Mercader, moglie del regista Vittorio De Sica e madre di Christian. L’operazione fu condotta con il massimo della professionalità, come dimostra la documentazione top secret resa pubblica all’indomani del crollo del regime. Un telegramma inviato dal Cremlino a Mercader recita infatti:</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-120832" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-05-29-à-17.28.05.png" alt="" width="668" height="250" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-05-29-à-17.28.05.png 668w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-05-29-à-17.28.05-300x112.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-05-29-à-17.28.05-150x56.png 150w" sizes="(max-width: 668px) 100vw, 668px" /></p>
<p>Mercader si imbarcò il 12 agosto da Fiumicino, con un volo low cost da soli 23 euro. Mosca dettò un’indicazione precisa: profilo basso, istruzione messa a dura prova già al momento dell’atterraggio dell’aereo, quando un gruppo di italiani presenti a bordo fece partire il classico applauso al pilota, scena che fece pensare a Mercader che forse prima dell’assassinio di Trockij ce n’erano altri più prioritari. In Messico il sicario assunse un nome falso, Frank Jackson, in onore ai suoi due idoli di infanzia, l’ala sinistra Frank Ribery, e il cantante Randy Jackson, fratello di Micheal; con questa identità riuscì ad avvicinarsi al Trockij e a conquistarne la fiducia.<br />
L’arma scelta fu una piccozza da scalatore, perfetta per fare il disinvolto. Il fattaccio ebbe luogo nell’appartamento di Trockij, nel suo studio: mentre Lev stava leggendo sulla Gazzetta dello Sport un articolo di Gianni Brera intitolato “Meglio Gino Bartali o Fausto Coppi?”, Mercader lo colpì alla testa, e gli schizzi di sangue coprirono la risposta al quesito, per cui il dibattito è tutt’ora aperto. Il sicario fu arrestato dopo una breve fuga. Le prove erano schiaccianti. Dai verbali del processo:</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-120833" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-05-29-à-17.28.17.png" alt="" width="658" height="223" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-05-29-à-17.28.17.png 658w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-05-29-à-17.28.17-300x102.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-05-29-à-17.28.17-150x51.png 150w" sizes="(max-width: 658px) 100vw, 658px" />Messo spalle al muro, Mercader tentò di ricorrere al fatto che l’omicidio era stato involontario, e definì il colpo da lui sferrato come “delicatissimo”, da cui il celebre tormentone del nipote.<br />
Trockij morì dopo ventiquattr’ore di agonia, dovuta sia alla ferita sia al fatto che la TV nella sua stanza stesse sulla maratona di “Un posto al sole”.<br />
Mercader fu condannato a vent’anni di reclusione. In carcere rifletté profondamente sull’accaduto, e in generale su sé stesso. In particolare, capì che fin da piccolo non si era mai sentito davvero a proprio agio nel suo corpo di uomo, e decise di iniziare il percorso di transizione. Tornò agli onori della cronaca nel 1966, quando col suo nuovo nome, Caterina Caselli, si classificò seconda alla 16esima edizione del Festival di San Remo con la canzone “Nessuno mi può giudicare”, dietro solo a “Dio, come ti amo” di Domenico Modugno e Gigliola Cinguetti.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Nota</strong><br />
di<br />
<strong>effeffe</strong></p>
<p>Svegliatomi da sogni agitati, mai e poi mai avrei immaginato di trovare accanto al caffé una lettera, chiusa in una busta poco elegante, non affrancata e perfino macchiata di caffé. Quando l’ho aperta non mi sarei nemmeno sognato di leggere le cose che anche tu onorevole lettore di nazione Indiana stai per leggere. Ho deciso di assecondare quel loro desiderio di compilare un’enciclopedia alfabetica del mondo per la sola ragione che se fai incazzare un comico quello diventa molto cattivo, e non c’è nulla di più terribile di un cattivo comico. E se sono due, i comici, allora sono cazzi.</p>
<p><strong>Abécédaire comique</strong><br />
Due comici entrano in una rivista culturale. Non è l’inizio di una barzelletta, ma di una rubrica: Abécédaire comique. Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini: un esperimento di scrittura, due penne, ventisei lettere dell’alfabeto. Ogni puntata una lettera, usata come innesco per il titolo. Per il resto, carta bianca o quasi: l’unico vincolo è che, da qualcheparte, si rida. Attenzione, non “facce ride!”, né travestire la letteratura da monologo: piuttosto, esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera. Come un abbecedario, appunto: elementare solo in apparenza.</p>
<p><strong>Alessandro Ciacci</strong> e <strong>Lorenzo Catalini</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Abécédaire comique: Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini #lettera B</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 05:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[abécédaire comique]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Ciacci]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Gelati]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Catalini]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini</b> <br />Due comici entrano in una rivista culturale per esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-118631" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28.png" alt="" width="1034" height="735" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28.png 1034w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-300x213.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-1024x728.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-768x546.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-591x420.png 591w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-150x107.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-696x495.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-100x70.png 100w" sizes="(max-width: 1034px) 100vw, 1034px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Nota</strong><br />
di<br />
<strong>effeffe</strong></p>
<p>Svegliatomi da sogni agitati, mai e poi mai avrei immaginato di trovare accanto al caffé una lettera, chiusa in una busta poco elegante, non affrancata e perfino macchiata di caffé. Quando l’ho aperta non mi sarei nemmeno sognato di leggere le cose che anche tu onorevole lettore di nazione Indiana stai per leggere. Ho deciso di assecondare quel loro desiderio di compilare un’enciclopedia alfabetica del mondo per la sola ragione che se fai incazzare un comico quello diventa molto cattivo, e non c’è nulla di più terribile di un cattivo comico. E se sono due, i comici, allora sono cazzi.</p>
<p><strong>Abécédaire comique</strong><br />
Due comici entrano in una rivista culturale. Non è l’inizio di una barzelletta, ma di una rubrica: Abécédaire comique. Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini: un esperimento di scrittura, due penne, ventisei lettere dell’alfabeto. Ogni puntata una lettera, usata come innesco per il titolo. Per il resto, carta bianca o quasi: l’unico vincolo è che, da qualcheparte, si rida. Attenzione, non “facce ride!”, né travestire la letteratura da monologo: piuttosto, esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera. Come un abbecedario, appunto: elementare solo in apparenza.</p>
<p><strong>Alessandro Ciacci</strong> e <strong>Lorenzo Catalini</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-119421" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.44.21.png" alt="" width="726" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.44.21.png 726w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.44.21-300x217.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.44.21-581x420.png 581w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.44.21-150x108.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.44.21-696x503.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.44.21-324x235.png 324w" sizes="(max-width: 726px) 100vw, 726px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Bruno Pizzul, se ci sei batti un colpo</strong><br />
di<br />
<strong>Lorenzo Catalini</strong></p>
<p>Da un po’ lavoro come telecronista sportivo. Ho iniziato con grande entusiasmo: avrei calcato le orme di leggende come Bruno Pizzul e Sandro Ciotti, e come loro, chissà, un giorno sarei potuto finire a commentare un Mondiale o, meglio ancora, a doppiare la voce di un topolino in “Space Jam”.<br />
La redazione ha sede a Roma. Non proprio in centro, ecco. Fuori dal raccordo, ecco. A Pomezia, ecco. Si tratta di una vecchia villa semi abbandonata , il cui salone principale è usato come quartier generale dai membri della testata. Le altre stanze, inusate, sono arredate in stile post-bellico: mobili distrutti, vetri rotti, cavi scoperti, calcinacci a terra e soldati stranieri accampati, datisi dispersi per non tornare dalle loro famiglie. La temperatura percepita all’interno è siberiana in ogni stagione, un luogo maledetto dal freddo. L’unica fonte di calore è una vecchia bombola del gas (una bomba ad orologeria): i presenti vi si stringono attorno come una tribù di pellerossa, ed essa troneggia al centro di questo cerchio come un totem; i giornalisti si inchinano a Lei, intonano canti pagani, sacrificano stagisti sul Suo altare, pregandoLa di non spegnersi mai.<br />
La mia prima partita vede fronteggiarsi Top Autoricambi VS Tor Legacy. Il match si disputa in un centro sportivo nel quartiere della Magliana, undici di sera, orario perfetto per girare in quelle zone, soprattutto sei hai in mano dell’attrezzatura per riprese abbastanza costosa. La postazione la telecronaca è sopra ad una torretta. Le scale per raggiungere la cima sono rovinate secondo un disegno ben preciso: un gradino spezzato, tre gradini marci (di un verde così scenografico che è quasi commovente), uno mancate e due traballanti. Lo schema si ripete per tre volte esatte.<br />
Mi sarebbe piaciuto iniziare la telecronaca con un’introduzione ciottiana sulla bellezza del cielo striato d’azzurro, invece la giornata è uggiosa, e promette pioggia. Quando i giocatori entrano per fare il riscaldamento, qualcuno, credo per far gasare la squadra, fa partire da uno stereo “Live is Life” degli Opus, sulle cui note in un prepartita rimasto nella storia Maradona eseguì per gli spettatori del San Paolo di Napoli veri e propri numeri da circo con la palla. Qui il N.10, presumibilmente il giocatore con più qualità, riesce a mettere in fila una serie di palleggi consecutivi massima di tre tocchi . La lista con i nomi dei giocatori mi viene fornita appena un minuto prima del fischio d’inizio, per cui nel primo tempo sono costretto a riferirmi alla maggior parte degli atleti con appellativi come “il n.8”, “quello sulla destra”, “il tipo con scarpini di colore diverso”, “il giocatore con una corsa che definirla tale mi fa sentire disonesto”. Inoltre, c’è una sola squadra in campo (il passivo finale sarà un poco interpretabile 13-0 a favore del Tor Legacy), per cui della squadra in difficoltà, che non vede mai palla, imparo solo il nome del portiere, tale Trinca. Quando però ha inizio la ripresa, guardo verso la porta del Top e Trinca non c’è. L’unico giocatore che ho memorizzato non c’è più. Passano alcuni minuti e a centrocampo noto un giocatore che prima non c’era, e assomiglia tanto a…Trinca! “È proprio lui. Che cazzo ci fa a centrocampo? Cioè, Trinca si sposta in mezzo, e nessuno qua mi dice una sega?!” – dico fra me e me. O meglio, credo di fare così, perché in realtà quello che succede è che lo esclamo a tutta voce nel microfono. Sussurro qualcosa, provo a camuffare la gaffe con qualche rumore di sottofondo, simulo problemi di connessione. Sale il panico. Inizia a piovere. Poi a diluviare. Infine, grandina.<br />
Bestemmio. Di nuovo nel microfono.<br />
Così finirono i miei giorni di telecronista, e non ho altro da dire su questa faccenda.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-119422" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.54.03.png" alt="" width="426" height="592" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.54.03.png 426w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.54.03-216x300.png 216w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.54.03-302x420.png 302w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.54.03-150x208.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.54.03-300x417.png 300w" sizes="(max-width: 426px) 100vw, 426px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Bramito del cervo, il</strong><br />
di<br />
<strong>Alessandro Ciacci</strong></p>
<p>“Lo sai qual è il verso del cervo?”, mi chiede a tradimento Laura.</p>
<p>Vorrei risponderle: Tesoro, non ho sacrificato la mia adolescenza chiuso in biblioteca, mentre fuori, i miei compagnucci trascorrevano il loro tempo misurandosi il pisello usando come unità di misura di turiste straniere, per cadere su una risposta così facile.</p>
<p>Il verso del cervo è il bramito. Dico, “Fammi indovinare, sette lettere? La prima è forse una B? Bramito!” Ma fermi tutti! Laura non sta facendo la Settimana Enigmistica. Cincischia col telefono…</p>
<p>“Macché sette lettere! Come fa, l&#8217;hai mai sentito dal vivo?”<br />
Chi è, Bob Dylan?, penso subitaneo. Non mi risulta un Festival San Remo vinto da un’antilope, un muflone giudice di X Factor. Achille Lauro featuring un camoscio.<br />
“Ho visto che organizzano delle gite nella faggeta vetusta (sic) per andarlo a sentire. 180 euro cadauno. Partenza ore 4:00. Di mattina. E se ci iscriviamo subito ci inseriscono nella chat di gruppo per condividere emozioni. La natura selvaggia… ci andiamo?”</p>
<p>La prima cosa che penso non posso riportarla, perché trasgredisce il secondo comandamento “Non nominare il nome di Dio invano”. Sebbene sia difficile dire dove finisca il nominarlo invano e inizi il plaudere la sua camaleontica facilità a immedesimarsi in molteplici specie animali.<br />
La seconda è: voglio devolvere il mio 8&#215;1000 alla Barilla, perché inizi a produrre il nuovo ragù “gusto cervo”.</p>
<p>Ma sto degenerando. Mi dico, vergognati sei uomo di cultura, datti un contegno e vedi di rimanere lucido, a maggior ragione adesso che Laura è malata. Non sta bene, dai, deve avere un malaccio al cervello e questa proposta è un sintomo evidente. Oppure è psicologia inversa. Forse Laura vuole farsi lasciare, ma siccome è una creativa, non ha optato per un banale “farsi sgamare appecorinata con un insegnante di zumba”, no, preferisce regredire di qualche era geologica, tornare indietro di svariati eoni, quando la nostra occupazione culturalmente più impegnata era spaccare crani con la tibia di un mammuth. Per Laura questo bramito è importante, non sia mai che nostro figlio nasca con una voglia di marmotta sulla fronte. Ci tiene proprio alla faggeta vetusta: chissà come ci rimarrà male quando le dirò che il neolitico è finito.</p>
<p>Cara, per curiosità, questo tuo revival dell’Età della Pietra cosa prevede dopo? Dipingere una scena di caccia sulle pareti del salotto? Rispondere alle chat coi segnali di fumo? Accendere la tv sfregando il telecomando? Diceva di amari, Laura! E invece… La natura selvaggia&#8230; Il mio concetto di “natura selvaggia” è una camicia senza iniziali ricamate.</p>
<p>Sarà forse la scenografia silvana del quesito, ma inizio subito una metamorfosi platonica e mi trasformo in un segugio, non tanto per inseguire il cervo, raggiungerlo e dargli un valido motivo per bramire, ma perché fiuto subito il pericolo che la proposta di Laura porta seco. Mi ascolto di nascosto delle registrazioni del verso in questione. Sembra il ritornello di una canzone di Ligabue, però intonato, o il rutto di un camionista lituano dopo un&#8217;indigestione di Pandoro Bauli.</p>
<p>“Bramito del cervo-experience”: secondo me spendere €180 ha senso solo se il cervo ti canta Baglioni all’alba sotto il faggio. Ma chi li spenderebbe quei soldi? Come lo immagino l&#8217;ascoltatore-tipo di bramiti? Secondo me si danno 3 categorie.</p>
<p>Uno: di sicuro c&#8217;è un creator, c’è sempre!, l’influencer è come la gotta nel corpo di un aristocratico del ‘700: immancabile. Indossa delle ciabattacce tardo francescane Birkenstock, con calzettone di spugna bianco, un blazer destrutturato pervinca, e un colbacco Armata Rossa vintage, uno dice: perché alle 4 di mattina si è dovuto vestire in fretta e al buio&#8230; No, perché ha proprio un gusto di merda in fatto di stile. Già lo vedo, scendere dal pulmino e iniziare a urlare manco fosse un muezzin sotto anfetamine, seminando il panico in un ecosistema delicatissimo.</p>
<p>Due: Signora alternativa sui 60, nata troppo tardi per godersi le orge wagneriane di Woodstock, ma troppo in anticipo per arruolarsi nelle Femen senza scadere nel ridicolo; dopo l&#8217;eroina, i fiori di Bach e il sesso anale con un insegnante di danze folk, camuffa la sua mancanza di personalità con la passione per il macrobiotico, che le ha fatto credere di poter guarire quella fastidiosa stitichezza facendosi il bidet con un infuso di kombucha.</p>
<p>Terza e ultima categoria: io! La più miserabile di tutte, ovvero: i partner dei fanatici-del-bramito, che affrontano l’escursione nel bosco come se andassero davanti al plotone di esecuzione, e accettano di andare solo per poter poi ricattare subdolamente la fidanzata.</p>
<p>Ma voglio trovare un lato positivo in questo dramma, per cui mi dico: Poteva andare peggio. Pensa se Laura si convertiva e ti proponeva un viaggio a Medjugorie con Paolo Brosio&#8230; “Partenza pulmino ore 4:00 di mattina, 800 euro, chat del gruppo di preghiera”</p>
<p>Stando così le cose, allora, a me piace pensare a un universo parallelo, in cui il mash up raggiunge vette sublimi: c&#8217;è la parrocchia che organizza il pulmino, sì, ma per andare nel bosco a sentire il bramito di Paolo Brosio. 1000 euro incluso selfie con flash, grattino sotto al mento e lancio di noccioline. Ci andiamo, cara?</p>
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		<title>Abécédaire comique: Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini  #lettera A</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Feb 2026 06:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[abécédaire comique]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Ciacci]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Gelati]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Catalini]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini</b> <br />Due comici entrano in una rivista culturale per esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera. Come un abbecedario, appunto: elementare solo in apparenza.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_118631" aria-describedby="caption-attachment-118631" style="width: 1034px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-118631 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28.png" alt="" width="1034" height="735" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28.png 1034w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-300x213.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-1024x728.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-768x546.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-591x420.png 591w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-150x107.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-696x495.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-100x70.png 100w" sizes="(max-width: 1034px) 100vw, 1034px" /><figcaption id="caption-attachment-118631" class="wp-caption-text">Ritratto dei comici angelici, di Laura Gelati</figcaption></figure>
<p style="text-align: center;"><strong>Nota</strong><br />
di<br />
<strong>effeffe</strong></p>
<p>Svegliatomi da sogni agitati, mai e poi mai avrei immaginato di trovare accanto al caffé una lettera, chiusa in una busta poco elegante, non affrancata e perfino macchiata di caffé. Quando l&#8217;ho aperta non mi sarei nemmeno sognato di leggere le cose che anche tu onorevole lettore di nazione Indiana stai per leggere. Ho deciso di assecondare quel loro desiderio di compilare un&#8217;enciclopedia alfabetica del mondo per la sola ragione che se fai incazzare un comico quello diventa molto cattivo, e non c&#8217;è nulla di più terribile di un cattivo comico. E se sono due, i comici, allora sono cazzi.</p>
<p><strong>Abécédaire comique</strong><br />
Due comici entrano in una rivista culturale. Non è l’inizio di una barzelletta, ma di una rubrica: Abécédaire comique. Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini: un esperimento di scrittura, due penne, ventisei lettere dell’alfabeto. Ogni puntata una lettera, usata come innesco per il titolo. Per il resto, carta bianca o quasi: l’unico vincolo è che, da qualcheparte, si rida. Attenzione, non “facce ride!”, né travestire la letteratura da monologo: piuttosto, esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera. Come un abbecedario, appunto: elementare solo in apparenza.</p>
<p><strong>Alessandro Ciacci</strong> e <strong>Lorenzo Catalini</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-118656" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-11-à-13.23.06.png" alt="" width="1094" height="730" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-11-à-13.23.06.png 1094w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-11-à-13.23.06-300x200.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-11-à-13.23.06-1024x683.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-11-à-13.23.06-768x512.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-11-à-13.23.06-629x420.png 629w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-11-à-13.23.06-150x100.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-11-à-13.23.06-696x464.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-11-à-13.23.06-1068x713.png 1068w" sizes="(max-width: 1094px) 100vw, 1094px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>AAA</strong> collaboratore cercasi<br />
di<br />
<strong>Alessandro Ciacci</strong></p>
<p>Erano i tempi in cui sbarcavo il lunario collaborando con la rivista Girarrosti per souvlaki dal mondo, per il mensile era il momento di massimo splendore e la tiratura al suo zenith. Contrariamente a quanto uno potrebbe pensare, la rivista non era greca, né greco era il suo ideatore: a meno che per greco non si intenda un ex tramviere del basso lodigiano, sig. Bencini Graziano.<br />
Magari uno non ci pensa, ma là fuori pullula di gente per cui il souvlaki, e di conseguenza il suo girarrosto, non dico rappresenti l&#8217;unica ragione di vita, ma di certo lo inserirebbe tra i primi dieci, azzardo sette, motivi per cui la vita è degna di essere vissuta.</p>
<p>La grande intuizione del signor Bencini, il suo parto cranico vincente, è stata quella di pensare ad una casa letteraria per questi orfanelli souvlacofili, sì da diventare tutti una sola Grande Famiglia. E la Storia gli ha dato ragione. Certo, il prezzo da pagare è stato alto, non è uscito immune (che dico, non ne è proprio uscito!) da ombre e controversie (mi sto riferendo all’affaire Giovenzana? CERTO CHE SÌ), ma il mondo era un posto migliore quando dall’edicolante di fiducia potevi comprare l’ultimo numero di Girarrosti.</p>
<p>Ah, abbiamo tutti presente cos&#8217;è il souvlaki, giusto? Lo spiedino, quello tipico greco. Se ficcato nella carne o pesce o nella giugulare di qualcuno durante un raptus omicida, questa è cosa che compete i gusti e la sanità mentale di ognuno. Lo spedietto, lo spetìno, lo sbèdulo. E tanto il Bencini l’amava che un bel giorno, mentre era al timone del 15barrato (capolinea “Vrain L.” ore 15:48), ebbe la Prima Folgorazione: lasciare tutto e investire i risparmi di una vita per la creazione di una rivista dedicata unicamente ad esso, con i suoi bei reportage fotografici, articoli di approfondimento e di inchiesta (“carbone di legna o gas?”).</p>
<p>«Sarò il Pierre Bayle dello spiedo, il Gramsci del girarrosto, di più, l’Hugh Hafner della carbonella in legno di faggio!»</p>
<p>E quando dico lasciare tutto intendo proprio lì e in quel momento. Inchioda, apre la porta anteriore del tram e scende con la paciosità del bonzo: figurarsi se si preoccupava delle bestemmie e/o anatemi dei passeggeri a bordo, preso com&#8217;era a sgranare mentalmente i papabili titoli appioppandi: Tempo e tempi del souvlaki, Mondo souvlaki. Pratiche giratorie.</p>
<p>Vi starete chiedendo quando entro in scena io. Circa sette mesi dopo quel 15barrato: Bencini era nel pieno delle cause pendenti che l’ammutinamento gli aveva provocato, denunciato come fu dalla stessa Azienda di trasporti e da una madre di famiglia, sig.ra Raccimolatti, che era arrivata tardi di ore a ritirare il figlio a scuola (figlio che aveva avuto un attacco di panico, necessario il ricovero). Come se non bastasse il ginepraio leguleico, Bencini in quei giorni scopre l’amara verità: l’amata madre non legge Girarrosti. Mai letto neanche un trafiletto, forse proprio mai sfogliato!</p>
<p>«O mamma, perché? Questa rivista è come se ti fosse nipote, che ha fatto per meritarsi tanto triste menefreghismo?»</p>
<p>«Manca di romanticismo, Graziano. È fredda qual diagnosi, non scalda i cuori.»</p>
<p>Da cui la Seconda Folgorazione Benciniana: un inserto letterario atto a celebrare, con la dose q.b. di emozioni, lo schidione peloponnesiaco in ogni modo possibile, dal serventese caudato all’haiku. Passando pel racconto in prosa. Ed eccomi.</p>
<p>(Nota: i cuentistas transfughi di Churrascos al carbón 2000 li accoglieremo in redazione solo un semestre dopo, mentre per i poeti dell’ala tardo-esistenzialista di Gratelle poetiche (e dintorni) bisognerà aspettare un annetto buono).</p>
<p>Una sera me ne sto sul divano ad ascoltare il podcast su quella storiaccia degli spettatori scomparsi a teatro, quando mi arriva uno screenshot, mica lo sapevo che mio fratello era abbonato alla rivista. Aveva letto l’annuncio, me lo inoltrava con tanto di commento telegrafico: cercano uno scrittore, magari ti interessa. Mi interessava, eccome se mi interessava!<br />
Erano i tempi in cui sbarcavo il lunario scrivendo dépliant per alberghi. Un settore in cui, se uno convive disinvolto con gli spazi ridottissimi a disposizione, può portarsi a casa una discreta sommetta, oltre a strappare convenzioni con le strutture che incensa.<br />
So cosa potreste pensare, che quando uno decide di fare lo scrittore non si augura di finire a scrivere depliant, ma è pur sempre un modo per farsi conoscere.</p>
<p>«È pur sempre un modo per farsi conoscere”, mi aveva infatti detto M., un mesetto prima di lasciarmi.</p>
<p>Vado molto orgoglioso dei racconti che ho scritto nei 6 anni di collaborazione (continuo a credere che il non aver voluto pubblicare la mia ricostruzione della storia vera della Setta di Chalkida, sia stato un gesto di grande vigliaccheria da parte del Direttore), siccome però, dopo l’estinzione di Girarrosti, sono rimasto senza lavoro, è arrivato per me il momento di tentare la fortuna altrove. Mi permetto quindi di allegare un racconto (AAA collaboratore cercasi) per dare un’idea del contributo che potrei apportare. Metti che una rivista se lo senta affine.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-118655" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.04.19.png" alt="" width="556" height="633" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.04.19.png 556w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.04.19-264x300.png 264w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.04.19-369x420.png 369w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.04.19-150x171.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.04.19-300x342.png 300w" sizes="(max-width: 556px) 100vw, 556px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Animali </strong>moribondi e dove trovarli<br />
di<br />
<strong>Lorenzo Catalini</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La mia ragazza ha adottato un criceto.</p>
<p>Cedutole da una collega d’ufficio, giustamente nubile, che ha fama di avere in casa un numero di criceti (dati ISTAT) stimato fra i 30 e i 55 esemplari<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Dispongo, non chiedetemi perché, di un video in cui la dama in questione ammette, con inquietante leggerezza, di usare il Citrosil per tenere puliti i suoi animaletti domestici<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Membri della giuria, alla luce di questa prova, credo si possa asserire, senza alcun ragionevole dubbio, che la mia ragazza abbia non solo adottato, ma addirittura salvato, quel criceto. Giusto?</p>
<p>Sbagliato.</p>
<p>Ho sempre pensato che Flora avesse “il pollice verde” in fatto di animali. Se per strada incrocia un cagnolino gli fa un sacco di feste: si alza sulle zampe, cerca di leccarlo e abbaia festosamente, talvolta causando imbarazzo nel cane di turno. Ho capito che mi sbagliavo quando mi ha annunciato come lo avrebbe chiamato: Costantino. Non in omaggio al grande imperatore romano, bensì a Costantino Vitagliano, storico tronista di “Uomini e Donne”.</p>
<p>L’idillio è durato due giorni. All’alba del terzo mi sveglia un messaggio di Flora: Costantino quella mattina si era beccato la sua prima sgridata<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>, poiché arrampicandosi sulla cima della gabbietta<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a> era rimasto con la zampa posteriore impigliata, sospeso a testa in giù.</p>
<p>Flora è preoccupata. Le suggerisco di recarsi da un veterinario, più per tranquillizzarla che non per il criceto, ma lei, mi dice, non ha il tempo di andarci.</p>
<p>Dopo un paio di giorni altri messaggi. Sono foto di Costantino con una zampa gonfia e rossa. Cerco su internet<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>, confronto con le immagini che mi ha mandato, e mi viene il dubbio che il criceto possa avere la zampa fratturata. Inizia una “situazione kafkiana”. Il criceto peggiora di giorno in giorno, ma lei nega che stia male. Invio le foto ad un mio amico veterinario<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>. Diagnosi e prognosi: il topino ha una frattura chiusa che, se non presa per tempo, lo condurrà ad una morte lenta e dolorosa; da medico, consiglia l’eutanasia. Inoltro tutto a Flora che, di risposta, mi manda un video dove il criceto, in una mini-versione del Mito di Sisifo, trascina faticosamente questa Big Babol che è diventata la sua zampa. In sottofondo, agghiacciante, la voce di lei: “Stellina! Che fai oggi?”. Sta morendo. Sta agonizzando da tre giorni, ecco che fa. Insisto sul fatto che Costantino ha (letteralmente) un piede nella tomba. Lei chiede un secondo parere. La sua coinquilina, Belfagor<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>. Per lei “Costi” non ha nulla, opinione a cui fanno eco i genitori di Flora, in quei giorni ospiti da lei. Secondo questa équipe Costantino, semplicemente, “inciampa”. Inizio a pensare che sia tutta una burla ai miei danni, e quando andrò a trovarla l’animale si esibirà in un orfeiano numero da acrobata. Da essere l’unica persona interessata a salvare la vita al roditore, inizio subdolamente a sperare che muoia, soltanto per avere ragione. E siccome quel piccolo bastardo continua a vivere nonostante la zampa sia ora talmente più grossa di lui da averne ormai eclissato il resto della figura, inizio ad assaporare l’idea di assassinarlo io stesso. Ho passato notti seduto sotto le coperte, illuminato dalla sola luce del PC, a fare ricerche online tipo: “Uccidere un criceto senza farsi scoprire”, “omicidio criceto Codice penale”, fino a quesiti più teologici come “uccisione criceto punizione divina”. Mi consola la speranza che, da qualche parte in California, in un triste e anonimo ufficio Google, un impiegato addetto a spiare le mie ricerche abbia detto al suo superiore una frase tipo: “Ehi capo, ne ho trovato uno strano”, ricevendo la promozione che sognava da una vita.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Con un rapporto umani/criceti così sbilanciato a favore dei roditori, sono i criceti a tenere la signora nella loro tana, non il contrario.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Che non sia l’unico farmaco che codesta scienziata pazza somministra ai pelosetti per testarne gli effetti? Non mi stupirei di sapere che ad uno di loro abbia dato lo Xanax. “Da quando ha divorziato non è più lui”, si giustificherebbe.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> A tali parole la mia mente viene rapita dall’immagine di questo esserino che vede parata davanti a sé una gigantesca creatura sconosciuta puntargli furiosamente il dito contro, inveendo in una lingua incomprensibile, con il suo cervellino che cerca di elaborare l’informazione.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Eufemismo che quel loculo non merita. Trattasi dell’abitazione più piccola mai progettata da mente umana, al pari solo con certi monolocali affittati per cifre astronomiche a studenti fuori sede a Milano. Come questi, contiene al suo interno solo una boccetta per l’acqua, semi di girasole e una ruota, dove criceti e fuorisede, animali dal cuore debole, corrono all’impazzata per sfogare l’ansia.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Non è facile talvolta rendersi utili in una relaziona a distanza, capitemi.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Appaio sempre più fastidioso, me ne rendo conto.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> I lettori più perspicaci avranno capito che è un nome di fantasia, ma per me è il suo nome di battesimo. Nessun’altro essere umano sa incutermi timore come ci riesce lei.</p>
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