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	<title>lorenzo galbiati &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>E allora le Foibe? ( conversazione con Eric Gobetti)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Mar 2021 06:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Eric Gobetti]]></category>
		<category><![CDATA[foibe]]></category>
		<category><![CDATA[giorno del ricordo]]></category>
		<category><![CDATA[Istria]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo galbiati]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Galbiati Il libro “E allora le foibe?” di Eric Gobetti, pubblicato da Laterza poco prima del Giorno del Ricordo, è diventato un caso editoriale e politico. Sui social forum ha creato un acceso dibattito, ma anche giornalisti e politici, a partire da Giorgia Meloni, hanno preso posizione su come Gobetti ha interpretato i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Lorenzo Galbiati</strong></p>
<p><em>Il libro “E allora le foibe?” di Eric Gobetti, pubblicato da Laterza poco prima del Giorno del Ricordo, è diventato un caso editoriale e politico. Sui social forum ha creato un acceso dibattito, ma anche giornalisti e politici, a partire da Giorgia Meloni, hanno preso posizione su come Gobetti ha interpretato i fenomeni delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata all’interno della sua narrazione. </em></p>
<p><em>Personalmente, sono contrario al Giorno del Ricordo poiché trasforma una tragedia regionale – per quanto grave – in una commemorazione nazionale ma soprattutto perché credo, solidalmente con Gobetti, che non abbia senso “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell&#8217;esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati” (Legge 30 marzo 2004, n. 92) senza ricordare, contestualmente, la precedente occupazione fascista dei territori jugoslavi, che ha portato a crimini storici di entità simile, se non maggiore.</em></p>
<p><em>Inoltre, ritengo che ogni solennità istituzionale che pretende di fissare per legge la memoria di un preciso avvenimento storico finisca, di fatto, con l’ostacolare la libertà di ricerca storica e con il proporre un “dovere del ricordo” selettivo.</em></p>
<p><em>Pur avendo qualche riserva sulla sua narrazione, penso che Gobetti, con il suo “E allora le foibe?”, abbia meritoriamente posto al centro del dibattito storico-politico sulle foibe i crimini commessi dagli italiani nei territori del confine orientale, mettendo così in discussione le modalità retoriche che hanno assunto le celebrazioni pubbliche del Giorno del Ricordo. </em></p>
<p><em>Ho chiacchierato al telefono con Gobetti per un’ora e mezza, e quella che segue è una sintesi della nostra conversazione.</em></p>
<p><em>Lorenzo Galbiati</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Il tuo libro “E allora le foibe?” ha destato molto scalpore. E sta tuttora avendo molto successo di vendite. Siete già alla quarta edizione. Te lo immaginavi? Come te lo spieghi?</em></strong></p>
<p>In parte immaginavo sia che provocasse polemiche sia che avesse un discreto successo – peraltro, come sappiamo, i due aspetti sono spesso collegati.</p>
<p>Il libro comunque non è volutamente polemico, cerca di riportare la vicenda delle foibe alla sua realtà storica. Vorrei che si parlasse di questi temi basandosi sulla conoscenza dei fatti e non con slogan politici.</p>
<p><em> </em></p>
<p><strong><em>Quando ho letto il titolo del libro e dei suoi capitoli, per lo più iperboli che prendono spunto dalla propaganda di Destra, ho pensato che molte famiglie esodate o con parenti infoibati l’avrebbero percepito come irrispettoso, se non offensivo. Mi pare insomma che il tuo sia un pamphlet che, partendo dalla storia del confine orientale, voglia suscitare un dibattito nella società italiana.  Qual è il tuo pensiero in proposito?</em></strong></p>
<p>Il mio libro è il secondo volume della collana “La Storia alla prova dei fatti” di Laterza, che vuole mettere in discussione certe retoriche, certi stereotipi che non hanno basi storiche. Il titolo del libro si rifà a un tormentone di Caterina Guzzanti, che ricalca una tipica espressione usata dall’estrema Destra per capovolgere il discorso pubblico; quando si parla di un dramma storico che li riguarda, i neofascisti chiedono: “E allora le foibe?”. Il titolo dunque intende stigmatizzare questo atteggiamento.</p>
<p>“E allora le foibe?” ha un doppio intento. Uno strettamente professionale: ribadire i risultati della ricerca storica, condivisi dalla maggior parte degli studiosi, in un libro sintetico, con un approccio divulgativo, in modo di arrivare a tutti. Ma c&#8217;è anche un aspetto pamphlettistico, nel senso che i risultati degli studiosi finiscono per mettere in discussione seriamente un discorso pubblico monopolizzato dalla propaganda della Destra neofascista e dalla memoria degli esuli. A questo proposito, io capisco chi ha visto con i suoi occhi il padre infoibato o le famiglie che hanno dovuto lasciare la loro terra e integrarsi con difficoltà in un’altra realtà: il loro dramma è legittimo, ma rappresenta un solo punto di vista. Le memorie condivise sono spesso inconciliabili (come, per esempio, quelle di un partigiano e di un repubblichino), ma sulla base di fonti e documenti si può e si deve scrivere una storia di tutti, anche se potrebbe urtare singole memorie personali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Fino ai vent’anni mi era tutto chiaro: c’erano stati sei milioni di ebrei morti nei lager e chi lo metteva in discussione era un negazionista. Poi ho approfondito la questione e mi sono accorto che il negazionismo era una categoria di comodo, creata più dai politici che dagli storici. </em></strong></p>
<p><strong><em>Lo storico marxista Eric Hobsbawm, di padre ebreo, sosteneva che tra gli storici sono leciti il disaccordo e la discussione sul numero delle vittime della Shoah (la cifra di sei milioni la giudicava “rozza e quasi certamente esagerata”). Anche il mancato ritrovamento di un ordine scritto di Hitler sulla &#8220;soluzione finale&#8221; non avrebbe dovuto essere un argomento tabù, e non importava se ad avanzarlo fosse uno storico filonazista come David Irving. </em></strong></p>
<p><strong><em>Con l’istituzione mondiale della Giornata della Memoria (2005) mi sono chiesto se le affermazioni di Hobsbawn, oggi, non sarebbero considerate negazioniste o riduzioniste.</em></strong></p>
<p><strong><em>Lo stesso problema si pone in Italia con il Giorno del Ricordo, istituito nel 2004. Da allora, come spieghi nel capitolo introduttivo “Tutti negazionisti”, molti storici che studiano gli avvenimenti del confine orientale sono stati accusati di negazionismo.</em></strong></p>
<p><strong><em>Ci puoi spiegare perché la tua posizione non è né negazionista né riduzionista o giustificazionista?</em></strong></p>
<p>L’uso del termine negazionista viene oggi usato per assimilare il fenomeno della Shoah con quello delle foibe. È un termine dispregiativo volto a screditare gli storici che se ne occupano in modo serio. Le accuse di negazionismo sono piovute addosso a tutti gli studiosi, compreso Raoul Pupo, che se ne occupa da trent’anni ed è ritenuto uno dei più precisi e moderati.</p>
<p>Per quanto riguarda me, io non sono né negazionista né riduzionista. Per le foibe mi attengo ai dati su cui concorda la maggior parte degli studiosi, ossia una cifra di 5mila morti, risultato di una sottrazione tra le persone tornate e quelle scomparse. Piuttosto, penso che si possano definire “gonfionisti” coloro che raddoppiano o triplicano la cifra delle vittime, arrivando a 10mila o 15mila morti.</p>
<p>Per quanto riguarda il “giustificazionismo”, io faccio il mio mestiere di studioso, ovvero cerco di comprendere un avvenimento nel suo contesto storico e geografico. Questo non significa giustificare; anzi, sto dimostrando rispetto per le vittime cercando di capire il motivo per cui sono state uccise. Raccontare i ventennali crimini fascisti non è un modo per giustificare le foibe, ma per comprendere il fenomeno: è un mio dovere professionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Nel primo capitolo, “Italiani”, discuti l’identità nazionale di chi viveva nella regione che va da Gorizia a Fiume, comprendente l’Istria. Alla fine, ti chiedi: “Ma queste persone, in definitiva, sono italiane o slave?” E poco dopo rispondi: “Queste regioni non sono italiane da sempre. Sono state invece italianizzate a forza dallo Stato italiano e fascista. Ma prima di allora, erano state, per molti secoli, multiculturali, multilinguistiche, multinazionali.” </em></strong></p>
<p><strong><em>La mia obiezione è questa. Scrivendo che sono state italianizzate a forza, sembra che siano regioni slave. Però, la zona costiera di metà della penisola d’Istria, da Trieste fino a Pola, e parte della zona interna nord-occidentale, erano a netta maggioranza italiana.</em></strong></p>
<p>Questa è un’obiezione che mi fanno in molti.</p>
<p>La frase sull’italianizzazione forzata dev’essere letta insieme alla successiva.</p>
<p>Il ragionamento sulle molteplici identità di quell&#8217;area, che mi pare storicamente indiscutibile, mette in discussione la <em>vulgata</em> di chi dice: “Ci hanno strappato quelle terre con la forza.” Come a dire che erano state sempre italiane (si citano spesso l’Impero Romano e la Repubblica di Venezia). Ma, per esempio, Trieste e Fiume, le città più grandi, sono state fondate dagli austriaci in competizione con Venezia. Dicendo che sono terre “italiane da sempre”, e che gli esuli se ne sono fuggiti perché italiani, si afferma una verità parziale. Gli esuli italiani di quelle terre hanno quasi sempre un’identità mista, frutto di una convivenza durata per secoli.</p>
<p>Quelle terre erano abitate anche da italiani, certo, ma sono entrate a far parte dello Stato italiano solo nel 1918, e poi le popolazioni non italiane sono state italianizzate con la forza.</p>
<p>La logica del nazionalismo, realizzata prima dagli italiani e poi dagli jugoslavi (che pure avevano un ideale sovra-nazionalista), crea un problema a quegli abitanti, li priva di una parte della loro identità mista, meticcia. La volontà di creare uno stato nazionale non dà alternative alle minoranze etniche: o le espelle, o le ammazza o le nazionalizza.</p>
<p>La logica nazionalista è, a mio avviso, l’errore d’origine.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Nel secondo capitolo, “Improvvisamente”, parli dell’occupazione fascista delle terre jugoslave di confine. Come si caratterizza questa occupazione? E cosa è successo sull’isola di Arbe?</em></strong></p>
<p>L’occupazione fascista dura vent’anni ma nel 1941, con l’arrivo della guerra, il livello di violenza si inasprisce e comporta una guerra di resistenza, una contro-resistenza, una guerra civile e una guerra contro i civili. Almeno quattro guerre, insomma. L’esercito italiano commette numerosi crimini di guerra per reprimere la resistenza jugoslava. E questo contrasta con il discorso pubblico, che è all’insegna dello slogan “Italiani brava gente”.</p>
<p>Nell’immaginario collettivo, per esempio, è inimmaginabile che l’Italia abbia allestito dei campi di concentramento, noi pensiamo l’abbiano fatto solo i nazisti. Invece circa 100mila jugoslavi sono stati rinchiusi in campi di concentramento. Nel più importante, quello di Arbe, si calcola che siano morti 1500 civili, soprattutto donne e bambini.</p>
<p>Nel complesso, se consideriamo tutte le vittime jugoslave direttamente associabili all’occupazione fascista, siamo nell’ordine delle 10mila, ma in generale circa un milione di persone muoiono in Jugoslavia a causa della guerra portata in quel territorio dall&#8217;Italia e dalla Germania.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Secondo il mio percepito, nell’immaginario collettivo italiano si crede che i partigiani jugoslavi abbiano ucciso molte migliaia di italiani buttandoli nelle foibe, ossia nelle fosse carsiche. Un crimine con una modalità barbara. Da qui il Giorno del Ricordo. </em></strong></p>
<p><strong><em>Cosa è avvenuto realmente?</em></strong></p>
<p>Il termine foibe viene usato in modo estensivo per descrivere due fenomeni.</p>
<p>Il primo è avvenuto dopo l’armistizio dell’otto settembre del ’43 e dura circa un mese. In questa fase 400-500 persone vengono uccise e gettate nelle foibe. Questi fatti riguardano solo l’Istria, dove avviene una rivolta popolare che probabilmente fa più vittime dei partigiani, che cercano di prendere il controllo del territorio.</p>
<p>Nel 1945, finita la guerra, lo stato jugoslavo opera con la sua polizia politica e compie essenzialmente una resa dei conti. È un fenomeno simile a quello che accade in tutta Europa: i partigiani italiani piemontesi, per esempio, uccidono circa lo stesso numero di presunti collaborazionisti. Sul confine orientale gli arrestati vengono trattenuti nei campi di prigionia (dove alcuni muoiono di stenti), processati sommariamente e infine giustiziati se ritenuti responsabili di collaborazionismo con i nazifascisti. In realtà la maggioranza viene liberata dopo qualche tempo.</p>
<p>Ciò che distingue questa vicenda dalle omologhe europee è la volontà di imporre un cambiamento di regime, un nuovo modello politico e un nuovo stato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Quindi possiamo dire che sia un mito l’idea che gli italiani venissero gettati vivi nelle foibe…</em></strong></p>
<p>Non possiamo escludere che ci siano stati dei casi del genere, ma far credere che quello fosse il modo prevalente con il quale venivano uccise le vittime è sbagliato. La maggior parte degli italiani è morta nei campi di prigionia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Uno degli argomenti più spinosi è la natura dell’esodo giuliano-dalmata: si è trattato di una pulizia etnica?</em></strong></p>
<p><strong><em>Il 10 febbraio, Giorno del Ricordo, ti sei confrontato online con Raoul Pupo. Parlando dell’esodo, Pupo ha detto: </em></strong></p>
<p><strong><em>“L’esodo italiano dall’Istria è un esodo di massa in apparenza scelto ma in realtà dovuto a una costrizione ambientale. Non c’è un piano del governo jugoslavo per espellere gli italiani, tuttavia l’esodo è la conseguenza diretta delle politiche attuate sul territorio dal regime jugoslavo. C’è un progetto jugoslavo di integrazione, la “fratellanza italo-slava”, che però esclude gli italiani non etnici (vanno ricondotti alla slavicità quelli che hanno antenati slavi), e parliamo di un 40%; i fascisti intesi in senso ampio; gli imperialisti che vogliono la sovranità italiana; i borghesi, compresi i bottegai. Insomma, tutti gli italiani sono fuori dalla fratellanza. È in atto una rivoluzione nazionale e sociale bolscevica, dove in larga misura il nemico di classe è costituito dagli italiani. Perciò se ne vanno via tutti, compresi gli operai e i contadini. Non rimane più nessuno. La fratellanza non viene applicata soprattutto perché i quadri locali del regime non ci credono, per cui opprimono gli italiani, che si percepiscono come vittime di un disegno di eliminazione nazionale. Noi storici ricostruiamo un processo diverso e più articolato di quello di una pulizia etnica ma questo termine corrisponde alla percezione degli abitanti italiani dell’Istria.”</em></strong></p>
<p><strong><em>Qual è la tua opinione in merito? </em></strong></p>
<p>Io e Pupo concordiamo sul fatto che il termine pulizia etnica non sia adatto a descrivere l’esodo. La pulizia etnica è un fenomeno specifico, che si realizza nella guerra degli anni Novanta nella ex-Jugoslavia, e che si riferisce alla volontà esplicita di un esercito di espellere una intera popolazione attraverso pratiche violente. Questo di sicuro non accade nell’Istria né nel 1943, quando c’è una rivolta popolare, né nel 1945, quando l’esercito jugoslavo compie una repressione interpretabile come resa dei conti politico-militare. In nessuno dei due casi si può pensare che il governo jugoslavo avesse provocato l’esodo o volesse colpire gli italiani in quanto tali.</p>
<p>In maggioranza, gli italiani se ne vanno via quando si sposta il confine, ossia nel 1947, anno in cui si firma il trattato di pace, e nel 1954, quando viene fissato il confine definitivo. Le motivazioni sono quindi legate allo Stato in cui gli italiani si trovano a vivere.</p>
<p>Occorre chiedersi allora se lo Stato jugoslavo volesse mandarli via. Su questo ci sono tante interpretazioni differenti, poiché la vicenda è complessa, ed è una delle poche su cui non concordo totalmente con Pupo.</p>
<p>Innanzi tutto, non credo che lo stato jugoslavo volesse espellere la maggioranza degli italiani. La politica della fratellanza italo-slava era, in effetti, difficilmente accettabile da tutti, ma non era finta, il governo ci credeva. Erano le autorità locali ad essere particolarmente severe con gli italiani, poiché avevano vissuto l’oppressione fascista, quindi volevano vendicarsi, e avevano una logica nazionalista &#8211; che a Belgrado non c’era.</p>
<p>Inoltre, la mia interpretazione tiene conto del fatto che lo Stato jugoslavo ha espulso per legge i tedeschi ma non gli italiani. Se l’obiettivo fosse stato di espellere gli italiani, non vedo perché non prendere lo stesso provvedimento adottato verso i tedeschi.</p>
<p>In più, secondo le mie fonti, gli italiani rimasti sono il 20%, non meno del 10%, come sostiene Pupo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Nel capitolo “Espulsione” scrivi che l’esodo “dei profughi istriano-dalmati […] è il risultato estremo di un circolo vizioso innescato dall&#8217;imperialismo italiano e poi dal fascismo. Gli esuli sono le vittime ultime della politica aggressiva del regime, dei crimini di guerra commessi dall&#8217;esercito italiano e della sconfitta militare in una guerra che Mussolini aveva ottusamente contribuito a scatenare&#8221;.</em></strong></p>
<p><strong><em>Questa frase, messa a conclusione del capitolo, mi lascia perplesso, ed è l’unica vera riserva che ho nei confronti del libro. Mi sembra, cioè, che attribuisca al fascismo le politiche e i crimini commessi dagli jugoslavi che hanno indotto l’esodo. In questo senso, potrebbe risultare giustificazionista.</em></strong></p>
<p>Capisco, cerco di spiegare il mio punto di vista.</p>
<p>In tutto il capitolo racconto le politiche del governo jugoslavo che contribuiscono all’esodo. Allo stesso tempo, però, sono convinto che quel fenomeno storico non sarebbe avvenuto se non ci fosse stato prima tutto quello che ha compiuto il fascismo. Mi si potrebbe obiettare che nessun fenomeno storico sarebbe avvenuto senza ciò che lo precede, però, in questo caso specifico, la logica nazionalista, la violenza, la guerra mondiale le hanno portate i fascisti in quel territorio.</p>
<p>Peraltro, è indiscutibile che se l’Italia non avesse perso la guerra, la storia sarebbe andata diversamente. Ma probabilmente in quel caso i territori del confine orientale ora sarebbero tedeschi, dato che erano stati annessi di fatto alla Germania nel 1943.</p>
<p>Il Giorno del Ricordo, il 10 febbraio, ricorda l’esodo degli italiani da Pola. Ma è anche la data del trattato di pace del 1947, che dovrebbe essere considerata una festa, come qualunque pace, non una tragedia. Sarà impopolare dirlo ma, nonostante le conseguenze, credo che dovremmo essere contenti di aver perso quella guerra, perché l&#8217;abbiamo combattuta dalla parte sbagliata, ovvero al fianco dei nazisti.</p>
<p>L’esodo degli italiani è legato alla perdita di quei territori, allo spostamento del confine, e quindi è il risultato dell’invasione della Jugoslavia e della sconfitta in guerra, senza questi avvenimenti probabilmente non ci sarebbero state le foibe e l&#8217;esodo.</p>
<p>Mi sembra evidente che la responsabilità all’origine di tutta questa vicenda sia del fascismo e dell’esercito italiano.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><em>In conclusione…</em></strong></p>
<p>Ancora negli anni Ottanta il presidente Cossiga dichiarava che i triestini dovevano ringraziare i partigiani jugoslavi di averli liberati dal terrore nazista. Cossiga, che era persona di provata fede democratica e anticomunista, riteneva giusto ribadire una netta differenza valoriale fra il fascismo e la Resistenza.</p>
<p>Negli ultimi venti anni la percezione pubblica è cambiata: i fascisti sono diventati le vittime e i partigiani di Tito invasori e criminali. Non credo di essere un pericoloso estremista se propongo di tornare a leggere gli avvenimenti nel loro corretto svolgimento storico, adottando un giudizio morale simile a quello del presidente Cossiga!</p>
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		<title>Per non dimenticare Vik</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Apr 2011 10:57:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo galbiati]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio Arrigoni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Galbiati﻿ Vedo tutto dall’alto della platea, seduto in un posto quasi d’angolo dietro all’altare. La palestra è gremita dalle 15,30. Siamo sicuramente più di 2000. Molte persone hanno dovuto adattarsi a sedersi nel prato circostante l’edificio. Su ogni vetrata della palestra è appesa una bandiera della pace, l’unica consentita, come ha più volte [&#8230;]]]></description>
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di <strong>Lorenzo Galbiati﻿</strong></p>
<p><!-- p { margin-bottom: 0.21cm; } -->Vedo tutto dall’alto della platea, seduto in un posto quasi d’angolo dietro all’altare. La palestra è gremita dalle 15,30. Siamo sicuramente più di 2000. Molte persone hanno dovuto adattarsi a sedersi nel prato circostante l’edificio. Su ogni vetrata della palestra è appesa una bandiera della pace, l’unica consentita, come ha più volte dichiarato al microfono una rappresentante della famiglia.</p>
<p>Le bandiere della Palestina ci sono, ma tenute ammainate o fuori dalla palestra.<span id="more-38897"></span></p>
<p>Alle 16,20 arriva il corteo funebre. La bara di Vittorio ha sopra, al centro, la bandiera della pace, e ai lati le bandiere della Palestina e dell’Italia. Dietro ci sono la madre, Egidia Beretta, la sorella di Vittorio, i familiari e gli amici più cari.</p>
<p>Applaudiamo per un minuto.</p>
<p>Molti di noi solo ora iniziano a capire, realmente, che Vittorio è morto.</p>
<p>Ha inizio il funerale religioso, che è prima ancora una messa pasquale. Il  parroco di Bulciago, don Roberto Crotta, ricorda che Vittorio non era ispirato da motivazioni cristiane, e che la Chiesa non intende farne un suo martire. E tuttavia, il suo essere stato “pronto a donare la vita per il popolo palestinese”, come scrisse Vittorio in una lettera alla madre, unito alla sua tragica sorte, rende la sua testimonianza di scottante pregnanza cristiana.</p>
<p>Al termine della funzione, due preti concelebranti prendono la parola. Il primo ricorda com’era Vittorio da ragazzo, a Bulciago, toccando le corde dei cuori, già sensibili, dei partecipanti. Ma è il discorso del secondo prete a segnare, in modo sorprendente e definitivo, la cerimonia. Il vescovo emerito di Gerusalemme, monsignor Hilarion Capucci, molto anziano, si avvicina lentamente al pulpito, e inizia a parlare con un filo di voce. Gli sistemano il microfono. Ma anche le frasi successive arrivano stentoree e spente. Finché, d’un tratto, pronunciando “popolo palestinese”, la sua voce si leva forte e chiara, piena. Il pubblico è scosso; il vescovo pare accendersi. “Questo popolo sofferente!”, pronuncia con una veemenza che da sola ci restituisce l’ingiustizia che i palestinesi stanno subendo. Applaudiamo. E il vescovo si sente investito a parlare a nome di tutta la Palestina, forse anche a nome di Dio, poiché non ha indugi a dichiarare Vittorio “martire della Palestina e santo”, e lo ripete più volte, in mezzo a uno scrosciare di applausi. Un uomo palestinese, in divisa e con la kefiah che gli scende sulle spalle, si alza e mentre il vescovo parla, si dirige all’altare, si ferma davanti alla bara di Vittorio e vi appoggia sopra la sua kefiah. Un altro uomo, che dall’inizio della funzione ha tenuto in mano, avvolta, la bandiera palestinese, si sente ora in dovere di sventolarla. Il vescovo declama il suo discorso tra gli applausi: “il mio gregge è il popolo palestinese e anche Vittorio è stato il pastore di questo gregge; è morto come Cristo per un popolo maltrattato!”</p>
<p>Ancora qualche parola del parroco, giusto il tempo di dare la benedizione e uscire, e dalla platea, poco dietro di me, viene intonata “O bella ciao”. Il pubblico si lancia in un canto liberatorio.</p>
<p>Ha inizio il funerale civile, finalmente. Il coro della messa, molto attivo durante la cerimonia religiosa, lascia il posto alla Banda degli ottoni, che sale sul palco e intona di nuovo “O bella ciao”.</p>
<p>Viene proiettato un filmato con Vittorio, girato nel cimitero di Gaza. E’, di fatto, il suo videotestamento. Molti di noi lo avevano già visto, altri lo vedono ora per la prima volta. Intorno a me le persone piangono.</p>
<p>Al microfono parlano, ricordano. Un sindaco del casertano. Il rappresentante dell’ANPI. Un’amica di infanzia di Vittorio, a nome dei bulciaghesi che lo conoscono dai tempi della scuola. Il vicesindaco di Bulciago, che esprime la sua riconoscenza per quanto gli ha insegnato la famiglia Arrigoni in fatto di impegno e umiltà, una famiglia di partigiani, da cui Vittorio ha più volte detto di aver preso il DNA per combattere in nome degli oppressi. Maria Elena Delia, coordinatrice della Freedom Flotilla Italia, e amica di Vittorio, lo ricorda a nome del Free Gaza Movement, il movimento che lo ha portato a Gaza nel 2008. Un altro amico, che viveva con Vittorio a Gaza da un anno. Appartiene all’International Solidarity Movement (ISM), l’associazione internazionale con cui Vittorio a Gaza andava a difendere i pescatori e i contadini palestinesi facendo da scudo umano per i cecchini dell’esercito israeliano, che da 3 anni si esercitano a fare il tiro al bersaglio mentre questi cercano semplicemente di pescare o di raccogliere il prezzemolo. I militanti dei movimenti italiani di solidarietà con la Palestina. Don Nando Capovilla, prete di Pax Christi, che esprime lo sdegno per la mancanza alla cerimonia di un rappresentante del governo.</p>
<p>Per ultima la mamma di Vittorio. Egidia ricorda che suo figlio non era né eroe né martire. Era  un attivista per i diritti umani, diritti che occorre rispettare ovunque. Ammette soltanto, la signora Arrigoni, che Vittorio ha avuto una “vita un po’ speciale”. Forgiata, da quel che ci è dato vedere, in una famiglia speciale. Vittorio aveva solo la sua presenza e la sua parola come armi, ricorda ancora Egidia. Il suo inno di battaglia era: “Restiamo umani”.</p>
<p>Si intona di nuovo “O bella ciao”, questa volta in versione palestinese.</p>
<p><em>E’ questo il fiore del partigiano, </em></p>
<p><em>morto per la libertà.</em></p>
<p>Un partigiano, sì, ma disarmato, pacifista, nonviolento. Partigiano dei popoli oppressi.</p>
<p>Sono già fuori dalla palestra quando parla la signora Egidia. Ho dovuto alzarmi e uscire, dopo più di 4 ore seduto in platea. Non è solo stanchezza e voglia di respirare a pieni polmoni. Sono ormai saturo di emozioni e ho bisogno di liberarmene. C’è in me una commozione che mi sta logorando da 10 giorni e che ha da poco toccato il suo apice. Voglio lasciarla andare. Decido di non entrare più nella palestra, dove il servizio d’ordine ha aperto le porte per consentire l’accesso a quello che subito diventa un lungo corteo di persone che vogliono avvicinarsi alla bara per dare l’ultimo saluto a Vittorio.</p>
<p>Anch’io do il mio ultimo saluto.</p>
<p>Ti abbraccio, <em>hermano</em>, ti ricorderò per i tuoi sogni, li porto dentro di me.</p>
<p><em>Io che non credo alla guerra</em></p>
<p><em>Non voglio esser seppellito sotto nessuna bandiera</em></p>
<p><em>Semmai voglio essere ricordato per i miei sogni</em></p>
<p><em>Dovessi un giorno morire – fra cent’anni</em></p>
<p><em>Vorrei che sulla mia lapide fosse scritto</em></p>
<p><em>Quello che diceva Nelson Mandela</em></p>
<p><em>Un vincitore è un sognatore che non ha mai smesso di sognare</em></p>
<p><em>Vittorio Arrigoni, un vincitore</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<item>
		<title>Radio Kapital: la scuola s&#8217;è destra</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/06/14/radio-kapital-la-scuola-se-desta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Jun 2010 23:43:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca E. Magni]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo galbiati]]></category>
		<category><![CDATA[radio kapital]]></category>
		<category><![CDATA[riforma Gelmini]]></category>
		<category><![CDATA[sciopero degli scrutini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca E. Magni e Lorenzo Galbiati L’importante è che nessuno lo sappia, soprattutto i diretti interessati. Altrimenti non sarebbe così semplice licenziare l’equivalente dei lavoratori di tutti gli stabilimenti Fiat e di tutto il petrolchimico italiano: 150 000 persone, in cinque anni. Per un po’ ha funzionato: la riforma delle elementari è stata fatta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesca E. Magni e Lorenzo Galbiati </strong></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/s0qjQDxnxDE&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p>L’importante è che nessuno lo sappia, soprattutto i diretti interessati. Altrimenti non sarebbe così semplice licenziare l’equivalente dei lavoratori di tutti gli stabilimenti Fiat e di tutto il petrolchimico italiano: 150 000 persone, in cinque anni.<br />
Per un po’ ha funzionato: la riforma delle elementari è stata fatta passare in fretta e furia l’anno scorso, è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale in estate, ma era illegalmente già in vigore da mesi (e con lo stesso metodo si sta facendo passare quella delle superiori). Sì, hanno protestato in tanti, pure in una trasmissione Rai, ma il silenzio successivo sui media nazionali ha funzionato.<br />
Secondo: quando se ne parla, se proprio è necessario, basta parlarne male, denigrare la classe dei lavoratori e la cosa finisce lì. Fannulloni, statali, eccetera, piove sul bagnato, il consenso è immediato. Certo non è gente che “si fa un culo così” a detta di Brunetta, lui che ama chiudere l’aria con il gesto del rubinetto.<br />
Era inevitabile, si è raggiunto il culmine. Succede così anche con la brina, quando l’aria è satura di umidità, non ce la fa più: passa direttamente allo stato solido o – a seconda della temperatura – liquido e diventa o brina o rugiada. “Collassa”.<br />
Dai e dai, alla fine ce ne siamo accorti.<br />
Se ne sono accorti i genitori delle elementari che si sono visti negare il diritto al tempo pieno. Se ne sono accorti i genitori dei bambini ai quali hanno negato l’insegnante di sostegno: ecco che cosa è successo dall’anno scorso con la riforma delle scuole primarie.<br />
<span id="more-35740"></span><br />
Bambini che quando non c’è la maestra prendono la seggiolina e vanno a gruppetti nelle altre classi, perché non ci sono i soldi per un supplente. ( <em>Mia figlia che è in prima elementare, quando manca la maestra, oltre a farsi per caso due ore di religione in una classe non sua – cose che capitano anche se si è scelta l’ora alternativa – e costretta per tutto il giorno a non fare nulla se non qualche disegnino, mi ha detto “mamma è stato il giorno più brutto della mia vita”, non è poco a sei anni… A gennaio arriva una mail di una mamma “anche a voi risulta che il vostro bambino è rimasto per due ore in un’altra classe seduto per terra sul pavimento freddo, senza poter disegnare, con il libro sulle ginocchia?!”.</em>nd Francesca)<br />
Poi è  uscita la foto sul giornale locale perché i bambini hanno vinto un bel concorso e che cosa hanno vinto? Una risma di carta per ogni classe! Bel premio, una risma di carta intera per tutta una classe. Ed erano tutti sorridenti nelle foto. Maestre comprese, che fortuna, finalmente la carta in classe.</p>
<p><strong>In sala professori non trapelava nulla.</strong></p>
<p>Ma ce ne siamo accorti anche alle superiori eccome. Me ne sono accorta a settembre, entrando nella mia nuova terza, con 33 studenti, tutti stipati nell’aula. [la petizione contro le classi pollaio è <a href="http://www.politeia.emr.it/petizione_contro_classi_affollate/">qui</a>:  l’8 giugno è finita la raccolta delle firme, la petizione è stata inviata alla Corte Costituzionale, e alla VII Commissione Cultura della Camera e Commissione Cultura del Senato mercoledì 9 giugno]<br />
L’attuale governo vede fin dove può arrivare, vista la classe docente, ormai rassegnata. Ma non conosce il fenomeno della saturazione, evidentemente.<br />
È scattata la rivolta, lo è da mesi, con tante iniziative di protesta e di informazione sulla situazione della scuola pubblica italiana, da parte di coordinamenti di genitori, di docenti, di lavoratori Ata, da parte dei sindacati e anche dei Partiti di opposizione, in tutta Italia.</p>
<p>Ecco solo alcuni fra i tanti casi di protesta (ci scusiamo per eventuali dimenticanze ma vi invitiamo ad usare lo spazio dei commenti per aiutarci ad allungare la lista o correggere inesattezze):<br />
&#8211; <a href="http://www.presidiouspmi.splinder.com/">presidio permanente dei precari da settembre 2009 </a>davanti all’ Ufficio Scolastico Provinciale (Usp) di Milano; <a href="http://www.facebook.com/home.php?#!/pages/Catania-Italy/Provveditorato-di-Catania-occupato/120072879732?ref=mf&amp;ajaxpipe=1&amp;__a=13">presidio permanente dei locali dell’Usp di Catania </a> da settembre 2009; assedio al Provveditorato di Modena del 19 marzo; <a href="http://www.facebook.com/group.php?gid=371336653507&amp;v=info&amp;ref=ts#!/event.php?eid=131267920217113&amp;ref=mf">occupazione Usp di Agrigento</a>, 3 giugno , ecc…</p>
<p>&#8211; scuole occupate: come il liceo classico Tito Livio di Padova, il 18 marzo 2010 si è riunito per tre giorni in assemblea (“L&#8217;istituto, che vanta un credito di 155 mila euro dallo Stato, non ha soldi per pagare le supplenze e per coprire le spese dell’esame di Stato. Aderiscono anche personale Ata e genitori”)  o <a href="http://www.aetnascuola.it/categorie/51-news/483-roma-occupazione-scuola-elementare-principe-di-piemonte-23-24-25-febbraio-2010">come le elementari del Circolo Didattico “Principe di Piemonte” di Roma</a> 23, 24, 25 febbraio  ecc ecc…</p>
<p>&#8211; Manifestazioni di protesta: dal 12 al 31 marzo “L<a href="http://www.facebook.com/home.php?#!/group.php?gid=371336653507&amp;ref=ts">a scuola va a rotoli”</a> ( a questo indirizzo trovate i link a tutti gli altri coordinamenti in Italia che hanno aderito, come Le scuole in rosso, Il coordinamento dei CdC e CdI di Bologna, Il coordinamento dei CdI e CG di Modena e Provincia, Retescuole, La rete dei CdC e CdI di Venezia, CGD &#8211; Coordinamento Genitori Democratici, Coordinamento genitori e insegnanti x la scuola pubblica di Padova e Provincia, La scuola siamo noi &#8211; Coordinamento Scuole Parma,  Comitato in difesa della scuola pubblica, SOSscuola Genova, L&#8217;istituto comprensivo Montagnola-Gramsci di Firenze); i<a href="http://www.idocentiscapigliati.com/2010_04_18_archive.html">ngressi di quasi 100 scuole sigillati con scotch in Piemonte il 25 aprile</a> ; iniziativa “Tutti devono sapere” dal 14 maggio del Gruppo di Lavoro dell&#8217;Assemblea genitori insegnanti <a href="http://www.assembleascuolebo.org">delle scuole di Bologna e provincia</a>; l’11 giugno ultimo giorno di scuola a Firenze con banchi, lavagne e cattedra in piazza, i<a href="http://lanazione.ilsole24ore.com/firenze/cronaca/2010/06/11/344364-banchi_scuola_piazza.shtml">niziativa promossa dalla Regione Toscana</a> , ecc… </p>
<p>&#8211; il preside dell’ITC “Tosi” di Busto Arsizio (Va), dopo 32 anni di servizio, <a href="http://www3.varesenews.it/busto/articolo.php?id=174730">si è dimesso per protestare contro la riforma della scuola: </a><br />
Adesso non si riesce più a tacere. Collasso, saturazione.<br />
E oltre alle tante mozioni e delibere dei Collegi dei Docenti di tanti Istituti contro la riforma Gelmini, oltre a proteste come quella ad esempio dell’ Istituto Commerciale &#8220;Primo Levi&#8221; di Quartu Sant&#8217;Elena, in provincia di Cagliari, del 9 giugno, con le dimissioni in blocco dal ruolo di coordinatore di venti insegnanti (che ha provocato l’aggiornamento degli scrutini anche delle classi terminali), oltre a tutti gli scioperi fatti quest’anno.<br />
Non abbiamo parlato di tante cose, di tutto quello che non va in questa “riforma”, né abbiamo detto dei tagli di materie intere, dell’eliminazione dei laboratori, dello sfascio degli ITIS (nei quali la riforma parte non solo dalla classe prima, ma anche da quelle successive!), non abbiamo parlato dei tagli alla scuola pubblica e dei regali a quelle private (“<a href="http://www.corrierediaversaegiugliano.it/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=11371&amp;Itemid=66">19mila euro per ogni classe delle scuole private”</a> ) degli aumenti di 200 euro mensili solo agli insegnanti di religione….</p>
<p>Non abbiamo parlato dei tagli alle Università, agli Enti di ricerca….<br />
Ma vogliamo finire con tre appunti: il primo è l’elenco infinito di tutte le eccellenze, i lavori che a scuola si fanno con tanta professionalità, con passione e voglia di fare da parte di tutti, studenti, docenti, tecnici, perché a scuola si sta bene, si cresce, si vive. Ne cito solo pochissimi: la manifestazione “<a href="http://www.scienza-under-18.org/">Scienza Under 18” </a> partita tredici anni fa da un’idea dei docenti della scuola media “Rinascita” di Milano e che adesso si è diffusa a livello nazionale; il premio <a href="http://www.giornalistinellerba.org/">“Giornalisti nell’erba”</a> che coinvolge i ragazzi dalle scuole materne fino a quelle superiori. Chiedete agli organizzatori se hanno qualche finanziamento, chiedeteglielo… devono recuperare poche migliaia di euro per le spese, tutto il resto è volontariato, sono attività che senza ore e ore di volontariato morirebbero immediatamente. Ma che ci volete fare, c’è chi vive ancora di passione: partecipare alla voglia di fare dei ragazzi, vederli parte attiva della società, vederli valorizzare le proprie potenzialità ripaga di tutto, la scuola non è un’azienda.</p>
<p>E i casi dei singoli docenti, che incoraggiano, preparano gli studenti che vincono premi prestigiosi? Eccone qui due, assassinati dalla “riforma” Gelmini: il professor Mario Iodice, docente di lettere classiche al liceo Cairoli di Varese. Degli otto allievi preparati per sostenere competizioni nazionali in lingua latina o greca, il professore ha “incassato” sempre prestazioni da podio o da menzione speciale. Una performance che non è passata inosservata al Ministero che ha preso carta e penna per esortarlo a proseguire nella sua opera formatrice con tanta passione e devozione. Peccato che con la riforma perda il posto. L’articolo se vi interessa è<a href="http://www3.varesenews.it/scuola/articolo.php?id=171308"> qui</a>.</p>
<p>O ancora: Rossella Zamparini, insegnante di matematica, dal suo osservatorio di frontiera, l’IISS Von Neumann, «la scuola più complessa di Roma» (due sedi nella periferia di San Basilio, una terza nel carcere di Rebibbia), la vede così: «La distruzione della scuola pubblica è iniziata, i nostri ragazzi sono stati premiati in Cina per i progetti sulla robotica, ma l’insegnante che li ha seguiti con questa riforma rischia di perdere il lavoro, <a href="http://www.unita.it/news/scuola/95216/contro_la_deforma_gelmini_andremo_alla_consulta ">come molti insegnanti tecnico-pratici, dicono “più matematica”</a> e poi scopro che il prossimo anno la mia materia verrà tagliata del 30 per cento».</p>
<p>Il secondo appunto è l’episodio gravissimo dell’Emilia Romagna <a href="http://www.foruminsegnanti.it/images/materiali/Circolare_Limina.pdf">della circolare ministeriale</a> che il 27 aprile 2010, Marcello Limina, numero uno dell’Ufficio scolastico regionale ha spedito a tutti i presidi della Regione, nella quale ci si appella a “gerarchia e obbedienza” per impedire agli insegnanti di esprimere il proprio pensiero sulla riforma [si veda anche il <a href="http://www.gennarocarotenuto.it/13092-la-circolare-limina-breve-preludio-e-prove-di-regime/">seguente articolo.</a> Il 31 maggio l’assemblea dei docenti delle scuole superiori di Bologna ha approvato all’unanimità le dimissioni di Marcello Limina. Vale la pena di sentire la voce di questa insegnante:</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/7ZIcBC5K4Yo&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object><br />
(27 maggio 2010)</p>
<p>E il terzo è sulla necessità di abrogare questa riforma, perché non è con i tagli di personale che si risolvono i problemi della scuola. Bisogna fare quello che non è ancora mai stato fatto: un lavoro di risanamento basato sulla conoscenza reale della situazione scolastica, ma da parte di persone competenti, di chi nella scuola lavora e ha quindi l’esperienza, le capacità, i titoli e i meriti necessari per risolvere e migliorare le cose. Come possiamo accettare lezioni sul “merito” da chi merito non ha? Quali pubblicazioni, quali libri, quali studi, quali esperienze, quali titoli ha la signora ministra per poter gestire una situazione complessa come quella scolastica? Vogliamo un gruppo di ricerca con i nomi dei migliori docenti, pedagogisti, formatori, dirigenti scolastici, esperti di management complesso, che sono tanti e che da anni lavorano e fanno ricerca nel campo, che studiano, pubblicano e hanno idee.<br />
Diamo quindi subito la disponibilità a creare nelle nostre città comitati promotori per un Referendum che abroghi questa scellerata “riforma”. Il gruppo su facebook <a href="http://www.facebook.com/home.php?#!/group.php?gid=114629541915812">è questo</a><br />
(indirizzo e-mail: abrogazionegelmini[@]libero.it)</p>
<p>Dimenticavamo un fatto importantissimo: dopo Bolzano, a<a href="http://www.flcgil.it/notizie/news/2010/maggio/la_regione_sicilia_ha_votato_il_rinvio_dell_attuazione_dei_regolamenti_sulla_scuola_secondaria_superiore">nche la Regione Sicilia, il 23 maggio, ha votato</a> il rinvio di un anno dell’attuazione dei Regolamenti della Scuola Secondaria Superiore . Però <a href="http://www.facebook.com/notes/mila-spicola/quando-la-lotta-alla-mafia-si-fa-vera-e-silenziosa-allimprovviso-si-rimane-da-so/420583443216">leggiamo adesso  che a Palermo all’ Istituto alberghiero di Corso dei Mille,</a> sono state rifiutate 550 iscrizioni di ragazzi come primo effetto dei tagli agli organici nella scuola superiore, tra cui anche disabili. Vergogna.</p>
<p>Da parte di noi docenti, oltre a tutte le forme di lotta e protesta già citate, nell&#8217;immediato ci stiamo prodigando per far arrivare ai media la necessità di abrogare questa riforma con una forma di sciopero eccezionale: il blocco degli scrutini. Lo sciopero degli scrutini convocato dai Cobas e dal Coordinamento dei Precari della Scuola è iniziato il 7 e l&#8217;8 giugno in Emilia-Romagna, in Calabria e in provincia di Trento provocando il blocco di quasi un migliaio di scrutini. È proseguito il 10 e l’11giugno in Puglia, in Veneto e nelle Marche, l’11 e il 12 giugno in Sardegna e in Umbria, e ha ottenuto ottimi risultati come il blocco del 12 per cento degli scrutini in Veneto e del 26 per cento in Sardegna.</p>
<p><a href="http://docentiprecari.forumattivo.com/sciopero-degli-scrutini-tutti-gli-aggiornamenti-in-tempo-reale-f19/comunicato-stampa-cobas-su-sciopero-scrutini-t3503.htm ">Secondo il Forum dei docenti precari, </a>in Veneto sono stati bloccati gli scrutini di moltissime scuole superiori, in particolare nelle province di Venezia (per esempio l’Istituto d’Arte, il Liceo Artistico, lo Scientifico e il Nautico di Venezia, gli ITIS Zuccante di Mestre e Volterra di S. Donà di Piave, l’IPSIA D’Alessi di Portogruaro) e di Padova (per esempio l’ITC Calvi, l’ITIS Marconi, il Modigliani, il Leonardo da Vinci e il Newton). Tanti docenti e collaboratori scolastici hanno versato 10 euro alla Cassa di Resistenza per risarcire gli scioperanti della trattenuta.</p>
<p><strong>Ora lo sciopero toccherà il suo apice, estendendosi il 14 e il 15 giugno in tutte le altre regioni italiane e nella provincia di Bolzano.</strong></p>
<p><a href="http://www.repubblica.it/scuola/2010/06/12/news/scuole_scrutini_bloccati_cos_i_prof_contestano_i_tagli-4778759/?ref=HREC1-2">Fino a ora sono stati bloccati complessivamente almeno 4 mila scrutini</a> nella scuola superiore, secondo il leader dei Cobas Bernocchi  e se la protesta dilagherà potrebbero essere a rischio le prove  d´esame nazionale per gli alunni delle scuole medie e superiori.</p>
<p>Poiché il fronte sindacale è diviso, la settimana appena trascorsa ha visto i docenti partecipare  a forme di protesta molto diversificate. A Milano è stato improvvisato un &#8220;flash mob&#8221; in piazza Duomo, a Torino è stato occupato da alcuni docenti l&#8217;ex istituto magistrale Regina Margherita, a Cagliari si è svolto un sit-in di protesta davanti ai locali dell&#8217;Ufficio scolastico regionale.<br />
I docenti più colpiti dai tagli del governo saranno come sempre quelli precari: con la scomparsa di 40 mila posti di lavoro, a settembre 15 mila precari rischiano di restare disoccupati. Ma in generale si constata come la situazione in cui versa la scuola italiana sia di grande sofferenza da tutti i punti di vista. Sofferenza che assumerà il carattere della disperazione per tutti quei docenti, precari e no, che perderanno il posto di lavoro, oppure dell’esasperazione per tutto il personale addetto alla scuola, docente e no, che pur rimanendo in servizio perderà, dal 2011 a fine carriera, dai 29 mila ai 42 mila euro. In molte scuole superiori, già da tempo depotenziate economicamente, non saranno attivati i corsi di recupero estivi, previsti per legge per gli alunni con giudizio “sospeso” fino a settembre, perché non è arrivata la garanzia della loro totale copertura finanziaria. Forse, secondo il nostro governo i docenti appartengono a una categoria che gode di tali e tanti privilegi che dovrebbe lavorare gratis d’estate.</p>
<p>A fronte di questa situazione, appare del tutto inadeguata la risposta data dai maggiori sindacati italiani, CGIL, CISL e UIL, che non hanno promosso il blocco degli scrutini. Lo sciopero degli scrutini sta quindi prendendo una svolta del tutto auto-organizzata. Infatti, <a href="http://www.orizzontescuola.it/node/8286">in provincia di Milano  aumentano </a>di giorno in giorno le adesioni allo sciopero da parte dei professori di famose scuole della città di Milano come il Varalli , il Giorgi, il Tenca, il Tito Livio, il Luxembourg, il Brera, il Marconi, l&#8217;Oriani Mazzini, il Marie Curie, lo Steiner, il Leonardo da Vinci, l&#8217;Einstein, il Galvani, l&#8217;Arcadia Pertini e l&#8217;Itsos di Cernusco, il Bellisario di Inzago, l&#8217;Olivetti di Rho, il Marconi di Gorgonzola, il Mosè Bianchi di Monza.</p>
<p>La sezione provinciale milanese della FLC CGIL, vedendo questa mobilitazione generale del corpo docente, ha deciso di partecipare al blocco degli scrutini del 14 e del 15 giugno con uno sciopero orario.</p>
<p><a href="http://fc.retecivica.milano.it/rcmweb/flccgil/FLC%20CGIL/S0A259C1C-0A259C49?WasRead=0 ">In una nota della CGIL milanese</a>, si legge che in attesa della proclamazione dello sciopero generale contro la manovra del governo, la FLC CGIL ha proclamato lo sciopero orario dei docenti impegnati in attività collegiali (scrutini e altro), che potrà svolgersi a condizione che i docenti non siano impegnati negli scrutini delle classi quinte. Questo sciopero si rivolge soltanto alla categoria dei docenti della secondaria superiore soprattutto perché quei professori non potranno partecipare, per la quasi totalità, allo sciopero generale previsto per il 25 giugno in quanto impegnati negli esami di stato;<br />
<strong>si vuole denunciare</strong> l&#8217;iniqua misura che taglia l&#8217;orario scolastico d&#8217;ordinamento alle classi seconde, terze e quarte degli istituti tecnici e professionali;<br />
<strong>si chiede</strong> che gli esuberi derivanti dai tagli siano utilizzati nelle scuole di provenienza per progetti professionalmente qualificati deliberati dal collegio docenti; infine,<br />
<strong>si chiede</strong> l&#8217;assunzione in ruolo su tutti i posti vacanti.</p>
<p>Mentre scriviamo, lo sciopero orario della CGIL per i giorni 14 e 15 giugno, sta ancora aspettando l’approvazione della Commissione di garanzia dato che, a differenza di quello lanciato dai Cobas, che prevede una trattenuta sullo stipendio dell’intera giornata di sciopero, quello della CGIL avrebbe come conseguenza la trattenuta delle sole ore di scrutinio per le quali il docente sciopera.<br />
Restiamo in attesa, noi docenti, anche di domenica. L’Italia dell’istruzione e della cultura, del resto, è in attesa da decenni di una vera riforma, non di tagli di bilancio e di organico spacciati per riforma.</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (2)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/09/24/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper-2/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Sep 2009 06:30:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[boicottaggio]]></category>
		<category><![CDATA[diaspora]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Jeff Halper]]></category>
		<category><![CDATA[Kant]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo galbiati]]></category>
		<category><![CDATA[Marc Ellis]]></category>
		<category><![CDATA[olocausto]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[[La prima parte di questa intervista è apparsa qui] a cura di Lorenzo Galbiati &#8211; traduzione di Daniela Filippin Jeff Halper, ebreo israeliano di origine statunitense (è nato nel Minnesota nel 1946), è urbanista e antropologo, e insegna all’Università Ben Gurion del Negev. In Israele ha fondato nel 1997 l’ICAHD, Israeli Committee Against House Demolitions [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/jeff-halper-11-300x261.jpg" alt="jeff-halper 1" title="jeff-halper 1" width="300" height="261" class="aligncenter size-medium wp-image-22726" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/jeff-halper-11-300x261.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/jeff-halper-11.jpg 368w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><br />
<em>[La prima parte di questa intervista è apparsa <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/09/17/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper">qui</a>]</em></p>
<p>a cura di <strong>Lorenzo Galbiati</strong> &#8211; traduzione di <strong>Daniela Filippin</strong></p>
<p><strong><br />
Jeff Halper</strong>, ebreo israeliano di origine statunitense (è nato nel Minnesota nel 1946), è urbanista e antropologo, e  insegna all’Università Ben Gurion del Negev.<br />
In Israele ha fondato nel 1997 l’ICAHD, <em>Israeli Committee Against House Demolitions</em> ( <a href="http://www.icahd.org">www.icahd.org</a> ), associazione di persone che per vie legali e con la disobbedienza civile si oppongono alla demolizione delle case palestinesi, e che  forniscono supporto economico e materiale per  la loro ricostruzione.<br />
<strong><br />
Quali responsabilità ha l&#8217;Europa verso la condizione dei palestinesi di Gaza e l&#8217;attuale situazione politica che si è venuta a creare in Israele? Se non possiamo aspettarci molto in futuro dai nostri politici in relazione al raggiungimento di una soluzione pacifica, giusta e dignitosa per la questione israelo-palestinese, che cosa possiamo fare noi cittadini europei?</strong></p>
<p>Halper: “Di seguito trovate dei commenti che ho fatto recentemente in Germania riguardo a questo argomento.”<br />
<span id="more-22722"></span><br />
<strong>REDIMERE ISRAELE E L&#8217;EUROPA ATTRAVERSO I DIRITTI UMANI</strong><br />
(Pensieri di Jeff Halper alla ricezione del Premio 2009 Kant World Citizen, presso Friburgo in Germania)</p>
<p>Il mondo dell&#8217;attivismo politico è molto diverso da quello accademico (sebbene si spererebbe in una maggiore integrazione di questi due mondi). Prendendo in considerazione la rilevanza di Immanuel Kant per il nostro lavoro di pacifisti, la questione non riguarda se i suoi concetti, argomenti o proposte siano &#8220;datati&#8221;, la maggiore preoccupazione degli ambienti accademici. Piuttosto riguarda se possano portare a delle analisi che possano a loro volta poi essere applicate a situazioni nuove, comprese quelle politiche. Alla luce di questo, il lavoro di Kant &#8211; e per i nostri scopi, il suo trattato del 1795, &#8220;Per la pace perpetua&#8221; in particolare &#8211; può essere molto utile come guida. Fra le altre cose, Kant individua due principali questioni di grande rilevanza anche per i nostri tempi, questioni con le quali noi che cerchiamo la pace in Israele/Palestina facciamo i conti quotidianamente: (1) come fare in modo che gli stati accettino le proprie responsabilità nel perseguire la giustizia e opporsi alle ingiustizie; (2) come mobilitare la società civile nella causa della giustizia. </p>
<p><strong>L&#8217;irresponsabilità degli stati</strong></p>
<p>Nella mia esperienza di quasi mezzo secolo come attivista nella società civile, gli stati, sebbene possiedano la responsabilità e l&#8217;autorità del sistema mondiale moderno, non faranno la cosa giusta se lasciati a decidere per sé. Anche nei casi in cui la pace mondiale viene palesemente minacciata o quando esiste un&#8217;ingiustizia che influisce sulle vite di milioni di persone, i governi troveranno dei pretesti per perseguire qualche propria agenda politica, una combinazione di interessi interni e internazionali, che non hanno granché da spartire con il bene né dei cittadini (anche se poi le campagne sono invariabilmente impostate in quel modo), né per il bene della comunità globale. Il fatto che Israele ignori, e che gli sia permesso dagli stati amici di ignorare i diritti umani, le leggi internazionali, dozzine di risoluzioni ONU e una Corte di Giustizia Internazionale che sentenzia contro la costruzione del Muro durante l&#8217;occupazione degli ultimi 43 anni, la dice lunga sui fallimenti dei governi (in questo caso, quelli europei con quello americano alla loro guida). Racconta del loro fallimento nel costringere Israele a rispettare i propri obblighi. Se in agosto del 2008 ho dovuto rischiare la mia vita per portare una vecchia barca da pesca da Cipro a Gaza, sfidando la Marina Israeliana per rompere il crudele ed illegale assedio di due anni imposto ad una popolazione già impoverita e traumatizzata, era solo perché i governi, il cui lavoro dovrebbe essere di far rispettare le leggi internazionali e garantire un ordine mondiale pacifico, hanno abdicato nei confronti delle proprie responsabilità.</p>
<p>Il nostro pericoloso viaggio ha rappresentato ciò che viene chiamata la &#8220;politica della vergogna&#8221;, cioè il cercare di imbarazzare i governi mettendoli in una posizione di dover per forza fare il proprio dovere. Kant ipotizza una struttura sociale per la &#8220;pace perpetua&#8221; che, in effetti, contiene molti degli elementi del sistema mondiale attuale: stati liberi con costituzioni repubblicane come ideale condiviso da molti e, in molti luoghi, come realtà politica; una federazione di stati sovrani; infine, l&#8217;importanza assoluta della legge internazionale. Ma nell&#8217;ordine razionale di Kant manca l&#8217;elemento della buona fede da parte degli stati, che dovrebbe essere imposta dai cittadini organizzatisi in una società civile.  </p>
<p><strong><br />
Mobilitare la società civile</strong></p>
<p>L&#8217;irresponsabilità degli stati non è mai stata così evidente come col conflitto israelo-palestinese, che già da 60 anni sarebbe dovuto essere risolto, risparmiando in tutti questi anni decine di migliaia di vite e di case, e contemporaneamente evitando l&#8217;attuale tensione e polarizzazione fra relazioni islamiche e occidentali, portando dunque ad un crescente senso d&#8217;insicurezza percepito da tutti nel mondo. Quindi l&#8217;assioma che ho appena proposto &#8211; che gli stati di loro iniziativa non faranno la cosa giusta &#8211; ha una clausola: a meno che non vengano punzecchiati, spinti e, alla fin fine, costretti dalla gente ad agire. Ma come si fa a fare in modo che la gente spinga, e poi nella direzione giusta? Dopotutto, la società civile nel suo insieme è lontana dall&#8217;essere progressista. E&#8217; il contrario, se si considerano i governi che vengono spesso eletti. Israele è un esempio perfetto. Il 1948 segna il nostro anno d&#8217;indipendenza. Cosa importa se è anche l&#8217;anno della <em>nakba</em>, una catastrofe per il popolo palestinese, anno nel quale più di 700 000 abitanti indigeni che non presero parte ai combattimenti (almeno la metà della popolazione palestinese) furono cacciati dalle proprie case, che vennero poi demolite. Questa fu vista dagli ebrei come una cosa buona, e tutto ciò solo tre anni dopo l&#8217;olocausto. Oggi si testimonia come in Israele un&#8217;occupazione durata senza tregua per più di quattro decenni possa essere trasformata in una non-questione. Vien fuori che la gente, non meno i governi, ha la capacità di guardare l&#8217;ingiustizia dritta negli occhi e continuare comunque a negarla o minimizzarla, persino giustificarla o non vederla affatto. Questa capacità ricorda l&#8217;evocativa descrizione di Ralph Ellison su come i neri d&#8217;America furono resi invisibili:</p>
<p><em>Sono l&#8217;uomo invisibile&#8230; invisibile, capiscimi, semplicemente perché la gente si rifiuta di vedermi. E&#8217; come se io fossi circondato da specchi di duro vetro distorto. Quando mi si avvicinano vedono solo ciò che mi circonda, se stessi o immagini provenienti dalle loro immaginazioni. In effetti, vedono tutto e qualsiasi cosa fuorché me&#8230;</em><br />
 <br />
Questa descrizione potrebbe essere applicata ai palestinesi, per non parlare dei miliardi di altri poveri, immigrati e persone &#8220;illegali&#8221; sparite dalla vista.</p>
<p>Dunque, perché non mobilitare l&#8217;Europa? Non è un compito facile, soprattutto visto che è un continente ancora tormentato dai sensi di colpa per l&#8217;olocausto e risucchiato dagli interessi politici di una grande potenza mondiale, Israele. Io non ho mai capito come l&#8217;espiazione per l&#8217;olocausto, che tutt&#8217;oggi sussiste in molte parti d&#8217;Europa, sia collegata alla nascita di un&#8217;Europa nella quale la lezione sia stata appresa &#8211; in particolare, che nell&#8217;ambito della politica estera sia resa una priorità assoluta alla traduzione sotto forma di leggi per il rispetto per i diritti umani e degli accordi internazionali a protezioni dei popoli. Questo è un punto cruciale, visto che l&#8217;Europa avrà un ruolo costruttivo nel risolvere il conflitto israelo-palestinese. Se l&#8217;Europa confonderà il sostegno per le politiche di occupazione d&#8217;Israele con l&#8217;espiazione, diventerà al contrario un ostacolo alla pace. </p>
<p>L&#8217;Europa, con la Germania logicamente in testa, è davvero arrivata lontano in ciò che io chiamo un processo di &#8220;redenzione&#8221;, fase che ogni stato precedentemente coloniale e oppressivo dovrebbe attraversare. Ha riconosciuto la terribile ingiustizia inflitta al popolo ebraico (fra gli altri) ed ha accettato le proprie responsabilità. La comunità internazionale ha riconosciuto che la Germania nazista ed i suoi alleati avessero perpetrato questi crimini; sotto forma di giustizia ristoratrice, la nuova Europa si è ricostituita come unione democratica assumendo un ruolo di responsabilità negli affari mondiali. L&#8217;Europa ha anche offerto un notevole sostegno ad Israele dal giorno della sua concezione (sebbene a volte sia stata persino troppo notevole, come nel caso della Germania che ha provveduto a far avere ad Israele dei sottomarini trasportatori di testate nucleari). L&#8217;Europa costituisce il principale compagno di scambi commerciali, donando ad Israele uno status privilegiato. Tuttavia, ad un certo punto del processo di redenzione, un paese, un continente dovrebbe raggiungere un momento nel quale poi evolvere, momento in cui il bisogno di provare sensi di colpa per passate azioni sia poi sostituito dall&#8217;assunzione di un ruolo negli affari internazionali, in cui le lezioni apprese e le responsabilità accettate saranno tradotte nel contributo a perseguire un ordine mondiale più giusto e basato sui diritti umani.</p>
<p>Scegliere di aiutare Israele a districarsi da un conflitto sempre più in deterioramento, che mette sempre di più a repentaglio la propria stessa sicurezza, suggerirebbe il più vero e significativo atto di espiazione e redenzione. Un atto di tale portata e significato richiederebbe, tuttavia, che l&#8217;Europa indirizzi con fermezza, ma anche con spirito costruttivo le violazioni di diritti umani subite dai palestinesi per mano israeliana. In effetti, la redenzione di Israele e dell&#8217;Europa dipende allo stesso modo dal riuscire a far raggiungere l&#8217;autodeterminazione palestinese. Per i primi perché risolverebbe una volta per tutte le paure per la sicurezza d&#8217;Israele, rimuovendo proprio la fonte delle proprie paure, cioè l&#8217;oppressione dei palestinesi da parte di Israele. Per i secondi perché l&#8217;Europa avrebbe finalmente mantenuto le promesse fatte al mondo intero dopo l&#8217;Olocausto: che avrebbe assicurato la giustizia, la riconciliazione fra i popoli e un ordine mondiale pacifico. Assicurarsi del bene di Israele e contemporaneamente assumere un ruolo centrale come voce post-Olocausto per una moralità degli affari politici si avvicina alla visione di Kant della Germania e anche dell&#8217;Europa, una forza motrice dietro ad un nuovo ordine politico dedicato alla pace perpetua. </p>
<p>Ma Israele deve ancora iniziare il suo processo di redenzione, assumendosi la responsabilità per la terribile distruzione della società palestinese e la sua perpetua occupazione, durante la quale ha distrutto 24 000 case di civili innocenti (le case NON vengono distrutte per motivi di sicurezza!). Al contrario, Israele si trova ancora in uno stato di esaltazione nel suo tentativo di imporre uno stato esclusivamente ebraico sull&#8217;intero territorio d&#8217;Israele &#8211; cioè la Palestina &#8211; con crimini perpetui di pulizia etnica, occupazione, guerra e oppressione per i quali dovremmo prima o poi cercare la redenzione. Dunque, questa diventerebbe l&#8217;Europa dall&#8217;approccio diverso che io, come ebreo israeliano, spero di poter vedere, portando la pace fra la mia gente ed i palestinesi. Suggerisco quindi all&#8217;Europa che se ha davvero un &#8220;rapporto speciale&#8221; con Israele, non più basato sul ricatto dell&#8217;Olocausto, occupi dunque una posizione privilegiata per aiutarci a superare la sua ideologia dell&#8217;occupazione, aiutandoci ad adottare i valori post-Olocausto di rispetto per i diritti umani.</p>
<p>Anche Israele deve chiudere con l&#8217;Olocausto. Nelle mani di cinici politici, che lo usano per giustificare le proprie politiche di oppressione e ammutolire qualsiasi critica, soprattutto quella europea, il retaggio stesso dell&#8217;Olocausto diventa un pericolo da non sottovalutare, dissacrare o distorcere. Quanto sarebbe orribile se i giovani, in Israele, Europa e altrove venissero a considerare l&#8217;Olocausto come poco più che un pretesto per impedire ogni critica mossa contro Israele, svuotandolo del reale significato e potenziale per crescere come popolo. Come Avraham Burg, un ex speaker del parlamento israeliano e capo della Jewish Agency asserisce nel titolo del suo recente libro: <em>L&#8217;Olocausto è finito: solleviamoci dalle sue ceneri</em>. </p>
<p>Marc Ellis, un teologo della liberazione, ebreo, asserisce che l&#8217;ebraismo moderno è definito da ciò che ci è avvenuto durante l&#8217;Olocausto e ciò che stiamo facendo ai palestinesi. Questo si potrebbe dire anche dell&#8217;Europa. La prova per vedere se essa ha veramente superato il suo passato olocaustiano si determina constatando se sta sostenendo Israele nel suo compito più urgente, cioè quello di mettere fine a ogni conflitto con i palestinesi. Ecco come riconcilierebbe le responsabilità che le sono state imposte dall&#8217;Olocausto col suo ruolo di difensore e fautore dei diritti umani e della legge internazionale. Affinché la visione di Kant per una federazione di stati repubblicani sostenitori della Legge delle Nazioni possa avere un significato, la comunità internazionale &#8211; guidata dall&#8217;Europa, che si è mossa per redimersi dal proprio passato &#8211; deve salvare Israele da se stesso. Lo spettro dello stato ebraico che impone qualcosa che somigli anche solo vagamente ad un olocausto (o semplicemente a uno stato di oppressione permanente) su una popolazione palestinese indifesa è semplicemente troppo orribile da immaginare. Eppure gli ebrei israeliani eleggono ripetutamente dei governi che non solo espandono e rafforzano l&#8217;occupazione di Israele, ma senza fare di loro iniziativa ciò che sarebbe necessario per cessare il conflitto. Risolvere il conflitto israelo-palestinese richiederà una ferma asserzione di volontà e primato dei diritti umani da parte della comunità internazionale. L&#8217;Europa sarà fondamentale nel portare avanti le proprie responsabilità verso Israele e la comunità internazionale, o alternativamente tradirà e fraintenderà i propri obblighi post-Olocausto verso il popolo ebraico, sostenendo le politiche di occupazione di Israele a detrimento di tutti i coinvolti, prima di tutti gli ebrei israeliani stessi. Questo è il Categorico Imperativo Kantiano del giorno.   <br />
<strong><br />
Come valuti la pratica del boicottaggio verso Israele? E, se la sostieni, quali tipi di boicottaggio auspichi? </strong>  </p>
<p>Halper: “Noi dell&#8217;ICAHD sosteniamo il Boicottaggio/Disinvestimento/Sanzioni (BDS); in effetti, siamo stati il primo gruppo israeliano ad appoggiarlo. Ecco la nostra dichiarazione.”</p>
<p>27 gennaio, 2005</p>
<p><strong>SANZIONI CONTRO L&#8217;OCCUPAZIONE ISRAELIANA: SAREBBE ORA</strong></p>
<p>Dopo anni di sforzi diplomatici e politici atti a indurre Israele a interrompere la propria occupazione, mentre al contrario la si osserva diventare più forte e radicata, ICAHD sostiene un&#8217;articolata campagna di strategiche sanzioni contro Israele <em>finché non cesserà l&#8217;occupazione</em>; in altre parole, una campagna che prenda di mira l&#8217;occupazione israeliana e non Israele stesso.  Noi crediamo che nella maggior parte dei casi, semplicemente applicare leggi esistenti, internazionali ma anche interne, renderebbe l&#8217;occupazione inattuabile e porterebbe Israele in linea con gli accordi sui diritti umani. Noi favoriamo anche un selettivo disinvestimento e boicottaggio come strumenti di pressione economica e morale.</p>
<p>Visto che le sanzioni sono un mezzo potente, non-violento e popolare per contrastare l&#8217;occupazione, una campagna di sanzioni ci sembra il prossimo e più logico passo da compiere fra i tentativi internazionali per far cessare l&#8217;occupazione. Sapendo che il processo sarà articolato nel tempo, attualmente l&#8217;ICAHD sostiene i seguenti elementi:<br />
Vendita e trasferimento di armi ad Israele devono essere condizionati dall&#8217;uso che ne verrà fatto e in modo che non perpetrino l&#8217;occupazione o violino i diritti umani e le leggi umanitarie internazionali, violazioni che sarebbero interrotte se il governo applicasse leggi e regolamenti esistenti riguardanti l&#8217;uso delle armi, in concordia coi diritti umani;  <br />
Le sanzioni di commercio contro Israele dovute alle sue violazioni dell&#8217;“Association Agreements”, firmato con l&#8217;UE, che proibisce la vendita di prodotti fabbricati negli insediamenti come “Made in Israel”, come anche per le violazioni di altre clausole sui diritti umani; <br />
Disinvestimento da compagnie che traggono profitto dal proprio coinvolgimento nell&#8217;occupazione. In questa vena l&#8217;ICAHD dà il proprio sostegno a iniziative come quelle della Chiesa Presbiteriana degli USA, che prende di mira le aziende offerenti contributi materiali verso l&#8217;occupazione. Certamente sosteniamo la campagna contro i bulldozer Caterpillar, che demoliscono migliaia di case palestinesi. <br />
Boicottaggio dei prodotti provenienti dagli insediamenti e delle aziende che danno alloggio ai coloni o che hanno un ruolo di rilievo nel perpetrare l&#8217;occupazione; <br />
Boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane che non hanno adempiuto alle proprie responsabilità per sostenere la libertà d&#8217;espressione dei loro omologhi palestinesi, comprese le università, le facoltà e gli studenti. Il nostro invito ad un boicottaggio accademico delle università israeliane si oppone all&#8217;organizzazione di conferenze accademiche internazionali in Israele e collaborazioni internazionali in progetti di ricerca. Non si applica però al boicottaggio di studiosi individuali o ricercatori.<br />
Individui quali politici e amministratori, personale militare che obbedisce ad ordini altrui, ma personalmente responsabili per violazioni di diritti umani, compresi processi davanti a tribunali internazionali e proibizioni a viaggiare in altri paesi.   </p>
<p>L&#8217;ICAHD lancia un appello alla comunità internazionale: i governi, i sindacati, le comunità universitarie, religiose e più in generale la società civile deve fare tutto il possibile per far gravare il peso della responsabilità dell&#8217;occupazione su Israele. Mentre invitiamo anche le autorità palestinesi ad aderire alle convenzioni per i diritti umani, la nostra campagna per l&#8217;applicazione di sanzioni selettive contro l&#8217;occupazione si concentra in particolar modo su Israele, che da solo ha il potere di mettere fine all&#8217;occupazione ed è il solo a violare le leggi internazionali riguardo alle responsabilità che spettano ad una potenza colonizzatrice.  </p>
<p>Noi crediamo che una delle più efficaci mire del BDS dovrebbe essere quella del commercio di armi fra i Paesi di tutto il mondo e Israele. Se i popoli del mondo potessero vedere fino a che punto i loro governi e le loro corporazioni sono coinvolte nell&#8217;aiutare Israele a mantenere militarmente l&#8217;occupazione, e soprattutto quante armi e tattiche di &#8220;contro-insorgenza&#8221; sviluppate e sperimentate da Israele nel proprio &#8220;laboratorio palestinese&#8221; arrivano anche ad essere applicate dalle forze dell&#8217;ordine dei propri Paesi, ne sarebbero sconvolti. Questo è un modo efficace per rendere il conflitto una questione anche propria, locale, mostrando come penetri anche all&#8217;interno delle proprie comunità, minacciandone le libertà civili. </p>
<p><strong>In quali modi la diffusione del sionismo dalla creazione di Israele in poi ha cambiato la percezione della propria identità di ebreo negli ebrei appartenenti alle comunità della diaspora? E in quali modi, di conseguenza, ha cambiato le forme di partecipazione degli ebrei diasporici alla vita civile e politica europea e americana?</strong></p>
<p>Halper: “Di seguito riporto l&#8217;articolo scritto dopo che mi fu negato il permesso di parlare in una sinagoga di Sydney, Australia. Parla esattamente degli argomenti di cui chiedi.”<br />
<strong><br />
GLI EBREI DELLA DIASPORA DEVONO SMETTERLA DI IDEALIZZARE ISRAELE</strong><br />
Jeff Halper<br />
(Pubblicato nel <em>Sydney Morning Herald</em>, 10 Aprile, 2009)</p>
<p>Una cosa buffa mi è accaduta mentre mi dirigevo verso la sinagoga di Sydney; la conferenza in programma è stata annullata. Lo scandalo alla sola idea che io parlassi di fronte ad una comunità ebraica in Australia, risultava veramente scioccante per un israeliano. Se è assai vero che io sono molto critico dell&#8217;occupazione da parte d&#8217;Israele e che metto in discussione la soluzione dei due stati (considerando fino a dove si estendono gli insediamenti israeliani), non è comunque una giustificazione per la demonizzazione a cui sono stato sottoposto nelle pagine dell&#8217;altrimenti rispettabile <em>Australian Jewish News</em>. Dopotutto, opinioni simili alle mie si possono prontamente trovare nei maggiori media israeliani. In effetti, io stesso scrivo spesso per la stampa israeliana e parlo regolarmente alla TV e la radio israeliane.</p>
<p>Qual è dunque il motivo per questa reazione isterica? Perché sono stato bandito dal tempio Emmanuel di Sydney, una sinagoga auto-definita progressista? Perché io, un israeliano, dovrei indirizzarmi alla comunità ebraica da una chiesa? Perché sono stato invitato a parlare in ogni università dell&#8217;Australia orientale eppure, alla Monash University, la cosiddetta università ebraica d&#8217;Australia, ho dovuto tenere una riunione clandestina con i professori ebrei in una stanza buia, lontano dalle sale dei discorsi degli intellettuali? E poi, perché gli israeliani che hanno partecipato alle mie conferenze, assieme agli ebrei australiani, quando i capi delle comunità ebraiche condannavano me e le mie posizioni, hanno al contrario espresso apprezzamento per il fatto che un &#8220;vero&#8221; israeliano stesse finalmente rendendo accessibile agli australiani le proprie vedute, anche nel momento in cui non le condividevano? Tutto ciò solleva delle domande inquietanti sul diritto degli ebrei della diaspora di poter ascoltare vedute divergenti sul conflitto degli israeliani con i palestinesi, i punti di vista spesso sostenuti dagli stessi israeliani. Questo è un fenomeno di censura che gli israeliani critici sopportano da parte degli auto-eletti paladini dell&#8217;ebraicità in altre parti del mondo.</p>
<p>La controversia australiana solleva una questione ancora più grave, comunque. Quale dovrebbe essere la natura del rapporto degli ebrei della diaspora con Israele? Ho il sospetto che qualsiasi genere di minaccia io possa rappresentare, ha meno a che fare con Israele e tutto a che vedere con la paura che io possa mettere in discussione l&#8217;immagine idealizzata d&#8217;Israele, che io chiamo l&#8217;immagine “Leon Uris” d&#8217;Israele che, ammesso che sia mai esistita, certamente non esiste oggi. Ma loro vi si aggrappano con trasporto, direi anche disperazione, nonostante ciò che appare nei notiziari. Può sembrare una strana cosa da dirsi, ma non credo che gli ebrei della diaspora abbiano elaborato il fatto che Israele è un paese a loro straniero, lontano dalla loro versione idealizzata quanto l&#8217;immagine dell&#8217;Australia come un&#8217;unica, allegra terra dei canguri. </p>
<p>I paesi cambiano, evolvono. Cosa penserebbero i padri fondatori dell&#8217;Australia, persino quelli che fino al 1973, perseguendo una politica per un&#8217;Australia bianca, potessero vedere la società multi-culturale che è diventata oggi l&#8217;Australia? Beh, si dà il caso che quasi il 30% di cittadini israeliani non siano ebrei, e potremmo ben aver incorporato altri quattro milioni di palestinesi (i residenti dei territori occupati). Per di più, è chiaro che la stragrande maggioranza degli ebrei del mondo non emigrerà in Israele. Questi dati di fatto, in aggiunta al bisogno urgente che Israele faccia pace coi suoi vicini, vogliono dire qualcosa. Vogliono dire che Israele deve cambiare con modi che Ben Gurion e Leon Uris non avevano previsto, anche se è difficile da accettare per gli ebrei della diaspora. </p>
<p>Il problema pare essere che gli ebrei della diaspora usano Israele come pilastro della propria identità etnica, diffondendo l&#8217;immagine di un Israele perseguitato come modo di mantenere intatta la comunità. Ma questo non crea presupposti per delle relazioni sane. Israele non può continuare a essere concepito come un voyeuristico ideale da un popolo che, sebbene professi un impegno affinché Israele sopravviva, in realtà necessita di un Israele in guerra per la sopravvivenza interna della propria comunità. Ecco perché io, in qualità di israeliano critico, appaio così minaccioso. Posso sia concepire un Israele molto diverso dallo &#8220;stato ebraico&#8221; così affettuosamente accarezzato a distanza dagli ebrei della diaspora, sia concepirne uno pacifico. Paradossalmente, è proprio l&#8217;idea di uno stato normale che viva in pace coi propri vicini che pare così minaccioso agli ebrei all&#8217;estero, perché li lascia senza una causa esteriore contro cui galvanizzarsi.</p>
<p>Ma Israele non può incarnare questo ruolo. Gli ebrei della diaspora devono costruirsi una vita propria, rivalorizzare la cultura della diaspora (che il sionismo ha scaricato come effimera e superficiale), ritrovare dei reali, affascinanti motivi per i quali i loro figli dovrebbero voler restare ebrei. Sostenere ciecamente le politiche militari di estrema destra d&#8217;Israele non è affatto il modo di ottenere tutto ciò. Questo sostegno privo di qualsiasi forma di critica è in contraddizione con i valori liberali che definiscono l&#8217;essere ebreo della diaspora, allontanando la nuova generazione di ebrei pensanti.</p>
<p>Ecco la minaccia che io rappresento. Ciò che mi è accaduto in Australia è solo un minuscolo episodio in una triste saga di reciproco sfruttamento a danno sia degli ebrei della diaspora, che di Israele. Le lezioni sono tre: gli ebrei della diaspora devono lasciare andare Israele, costruirsi una vita (ebraica) indipendente, e tornare ad assumere un impegno storico a favore della giustizia sociale e dei diritti umani. Possono augurare il meglio a Israele, ma sperando in una cessazione dell&#8217;occupazione, sperando in una giusta pace per i palestinesi. Per quel che mi riguarda, io torno a casa mia a Gerusalemme per continuare la giusta lotta.</p>
<p>Jeff Halper, 24 luglio 2009</p>
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		<title>I Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (1)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2009 05:00:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Invito tutti coloro che s&#8217;interessano alla questione israelo-palestinese a leggersi senza pregiudizi questa intervista a Jeff Halper. A me sembra di una straordinaria lucidità e onestà intellettuale. Non solo ma, in mezzo a tanta anti-politica, apre delle reali prospettive politiche. A I] a cura di Lorenzo Galbiati &#8211; traduzione di Daniela Filippin Jeff Halper, ebreo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/jeff_halper2-300x200.jpg" alt="jeff_halper2" title="jeff_halper2" width="300" height="200" class="aligncenter size-medium wp-image-22345" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/jeff_halper2-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/jeff_halper2.jpg 427w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p><em>[Invito tutti coloro che s&#8217;interessano alla questione israelo-palestinese a leggersi senza pregiudizi questa intervista a Jeff Halper. A me sembra di una straordinaria lucidità e onestà intellettuale. Non solo ma, in mezzo a tanta anti-politica, apre delle reali prospettive politiche. A I] </em></p>
<p>a cura di <strong>Lorenzo Galbiati</strong> &#8211; traduzione di <strong>Daniela Filippin</strong></p>
<p><strong><br />
Jeff Halper</strong>, ebreo israeliano di origine statunitense (è nato nel Minnesota nel 1946), è urbanista e antropologo, e  insegna all’Università Ben Gurion del Negev.<br />
In Israele ha fondato nel 1997 l’ICAHD, <em>Israeli Committee Against House Demolitions</em> ( <a href="http://www.icahd.org">www.icahd.org</a> ), associazione di persone che per vie legali e con la disobbedienza civile si oppongono alla demolizione delle case palestinesi, e che  forniscono supporto economico e materiale per  la loro ricostruzione. Per questa attività, e per il suo attivismo pacifista, Halper è stato arrestato dal governo israeliano una decina di volte, ed è ora considerato uno dei più autorevoli attivisti israeliani per la pace e i diritti civili. </p>
<p>In questi giorni Halper è in Italia per un giro di conferenze e per promuovere il suo libro “Ostacoli alla pace”, Edizioni “una città”. Il programma delle sue conferenze è consultabile su: <a href="http://www.unacitta.it ">www.unacitta.it </a>.<br />
<span id="more-22237"></span><br />
*</p>
<p><em>Tu sei un cittadino dello &#8220;stato ebraico&#8221; di Israele, uno stato fortemente voluto nel Novecento dal movimento sionista e ottenuto dopo 50 anni di grande emigrazione degli ebrei europei nel 1948, sulla spinta della fine della Seconda guerra mondiale e del terribile crimine della Shoah. Che cos&#8217;è per te oggi, concretamente, il sionismo?</em></p>
<p>Halper: “Il sionismo fu un movimento nazionale che ebbe un senso in un determinato tempo e luogo. Mentre i popoli d’Europa cercavano un’identità come nazioni rivendicando i loro diritti all’autodeterminazione, allo stesso modo si comportavano gli ebrei, considerati all&#8217;epoca dalle nazioni d&#8217;Europa stesse un popolo separato. Tuttavia, due problemi trasformarono il sionismo in un movimento coloniale che oggi non può più essere sostenuto. Innanzitutto, il sionismo adottò una forma di nazionalismo tribale, influenzato dal pan-slavismo russo e dal pan-germanismo del centro Europa, culture dominanti nei territori dove la maggior parte degli ebrei vivevano in Europa, rivendicando la terra d&#8217;Israele fra il Mediterraneo e il fiume Giordano come fosse un diritto esclusivamente ebraico. Questo creò i presupposti per un inevitabile conflitto con i popoli indigeni, quelli della comunità araba palestinese, che ovviamente rivendicavano un proprio Paese dopo la partenza dei britannici. Se il sionismo avesse riconosciuto l&#8217;esistenza di un altro popolo nel territorio, &#8220;alloggiare&#8221; tutti in una sorta di stato bi-nazionale sarebbe stato ancora possibile. Ma pretendere la proprietà esclusiva, pretesa che anche oggi sussiste dai sionisti e da Israele, rende non fattibile uno stato &#8220;ebraico&#8221;. Il secondo problema fu che il paese non era disabitato. Una proprietà esclusiva del territorio avrebbe potuto funzionare se fosse stato completamente privo di abitanti. Ma visto che la popolazione palestinese esisteva ed era in effetti in maggioranza, cosa che sta avvenendo anche oggi, una realtà bi-nazionale esisteva già allora e doveva essere gestita come tale.” </p>
<p><em>Molti anni fa tu ti sei trasferito dagli USA in Israele: è stata una scelta dovuta a motivi contingenti, personali, o spinta da una motivazione ideologica?</em></p>
<p>Halper: “Sono cresciuto negli Stati Uniti negli anni ‘60. Sono sempre stato coinvolto nelle attività politiche della sinistra (o perlomeno la nuova sinistra): i movimenti per i diritti civili di Martin Luther King, il movimento contro la guerra in Vietnam ecc. Dunque, dopo il 1967 sono diventato critico dell&#8217;occupazione d&#8217;Israele (Israele non fu mai un argomento politico di grande rilievo prima di quel momento). Ma gli anni ‘60 furono anche un periodo in cui molti di noi cittadini americani bianchi di classe media rifiutavamo il materialismo americano e la conseguente superficialità della sua cultura, cercando significati più profondi attraverso la ricerca delle nostre radici etniche. Man mano che divenivo più distaccato dalla cultura americana, la mia identità di ebreo diventò centrale &#8211; ma in senso culturale e viscerale, non religioso. Ho viaggiato attraverso Israele nel 1966, mentre ero in transito per andare ad effettuare delle ricerche in Etiopia, e il paese mi &#8220;parlò&#8221;. Provai un senso di appartenenza che risultò soddisfacente alla mia ricerca di un&#8217;identità, pur restando conscio a livello politico dell&#8217;occupazione, a cui mi opponevo. Quando mi sono trasferito in Israele nel 1973, mi sono immediatamente unito ai movimenti pacifisti di sinistra.</p>
<p>Le mie vedute negli anni sono cambiate coi tempi e le circostanze. Ormai non sono più un sostenitore della soluzione dei due stati, visto che non ritengo che Israele sia realizzabile come stato &#8220;ebraico&#8221;, sostenendo al contrario la soluzione dello stato bi-nazionale. Però credo ancora che gli ebrei abbiano legittimamente diritto a un posto in Israele/Palestina, anche come entità nazionale. Non siamo stranieri in questa terra e non accetto la nozione che il sionismo sia semplicemente un movimento coloniale europeo (sebbene si sia effettivamente comportato come tale).” </p>
<p><em>In Europa, e segnatamente in Italia, sta passando l&#8217;equazione antisionismo uguale antisemitismo; infatti, il nostro presidente Napolitano durante la Giornata della Memoria del 2007 ha detto che va combattuta ogni forma di antisemitismo, anche quando si traveste da antisionismo, e qualche mese fa, il presidente della Camera Fini ha detto in tivù, di fronte all&#8217;accondiscendente presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici, che oggi l&#8217;antisionismo è la nuova forma che ha assunto l&#8217;antisemitismo. Come spieghi questo fenomeno? Che significato ha a livello politico internazionale?</em></p>
<p>Halper: “Questo è il risultato di una campagna martellante da parte del governo israeliano per mettere a tacere qualsiasi critica contro Israele o le sue politiche. Diversi anni fa, in una riunione di strategia tenutasi al ministero degli affari esteri, un &#8220;nuovo antisemitismo&#8221; fu inventato, che sfruttava in modo conscio e deliberato l&#8217;antisemitismo per fini di pubbliche relazioni israeliane. Il &#8220;nuovo antisemitismo&#8221; affermava che ogni critica mossa contro Israele era anche antisemita. Tutto ciò non è solo falso e disonesto da un punto di vista politico, ma pericoloso per tutti gli ebrei del mondo. L&#8217;antisemitismo è effettivamente un problema che andrebbe combattuto assieme ad altre forme di razzismo. Definirlo solo in termini israeliani lascia altri ebrei della diaspora senza protezione. E&#8217; quindi considerato accettabile essere antisemiti, vedi Fini e gli evangelisti americani come Pat Robertson, ad esempio, purché si è &#8220;pro-Israele&#8221;. Loro lo sono per vari motivi (principalmente perché Israele si è allineata con elementi destrorsi e fascisti ovunque nel mondo). Ma se sei critico di Israele come Paese, ed abbiamo tutti il diritto di esserlo, non sei antisemita però vieni condannato e zittito secondo la dottrina del &#8220;nuovo antisemitismo&#8221;. E&#8217; conveniente per Israele ma pericoloso sia per gli ebrei della diaspora che per chiunque si batta a favore dei diritti umani e contro il razzismo.”  <br />
<em><br />
In Israele hai fondato l&#8217;Icahd, l&#8217;Israeli Committee Against House Demolitions, con il quale ti sei opposto, anche fisicamente, alla demolizione di molte case palestinesi, finendo più volte in carcere per questo. Come giudichi le politiche israeliane per l&#8217;assegnazione della terra e per i permessi edilizi? Credi si possa parlare di apartheid?</em></p>
<p>Halper: “I governi israeliani più recenti hanno tentato di istituzionalizzare un sistema di apartheid, basato su un &#8220;Bantustan&#8221; palestinese, prendendo a modello ciò che fu creato nell&#8217;era dell&#8217;apartheid in Sud Africa. Quest&#8217;ultima creò dieci territori non-autosufficienti, per la maggioranza abitati da neri, ricoprenti solo l&#8217;11% del territorio nazionale, in modo da dare al Sud Africa una manovalanza a buon mercato e contemporaneamente liberandola della sua popolazione nera, rendendo quindi possibile il dominio europeo &#8220;democratico&#8221;. Questo è esattamente ciò che intenderebbe fare Israele – il proprio &#8220;Bantustan&#8221; palestinese comprenderebbe solo il 15% del territorio della Palestina storica. In effetti, dai tempi di Barak come primo ministro, Israele ha proprio adottato il linguaggio dell&#8217;apartheid. Quindi il termine usato per definire la politica di Israele nei confronti dei palestinesi è hafrada, che in ebraico significa &#8220;separazione&#8221;, esattamente come lo fu in Afrikaans. Apartheid non è né uno slogan, né un sistema esclusivo del Sud Africa. La parola, come viene usata qui, descrive esattamente un regime che può aver avuto origine in Sud Africa, ma che può essere importato e adattato alla situazione locale. Alla sua radice, l&#8217;apartheid può essere definita avente due elementi: prima di tutto, una popolazione che viene separata dalle altre (il nome ufficiale del muro è &#8220;Barriera di Separazione&#8221;), poi la creazione di un regime che la domina definitivamente e istituzionalmente. Separazione e dominio: esattamente la concezione di Barak, Sharon e eventualmente, Olmert e Livni, per rinchiudere i palestinesi in cantoni poveri e non autosufficienti.</p>
<p>La versione israeliana dell&#8217;apartheid è tuttavia persino peggiore di quella sud africana. In Sud Africa i Bantustans erano concepiti come riserve di manodopera nera a buon mercato in un&#8217;economia sud africana bianca. Nella versione israeliana i lavoratori palestinesi sono persino esclusi dall&#8217;economia israeliana, e non hanno nemmeno un&#8217;economia autosufficiente propria. Il motivo è che Israele ha scoperto una manodopera a buon mercato tutta sua: all&#8217;incirca 300 000 lavoratori stranieri provenienti da Cina, Filippine, Thailandia, Romania e Africa occidentale, la pre-esistente popolazione araba in Israele, Mizrahi, etiope, russa e est europea. Israele può quindi permettersi di rinchiuderli là dentro persino mentre gli vengono negate una propria economia e legami liberi con i paesi arabi circostanti. Da ogni punto di vista, storicamente, culturalmente, politicamente ed economicamente, i palestinesi sono stati definiti un&#8217;umanità di troppo, superflua. Non gli resta che  fare da popolazione di &#8220;stoccaggio&#8221;, condizione che la preoccupata comunità internazionale sembra continuare a permettere a Israele di attuare. </p>
<p>Tutto ciò porta oltre l&#8217;apartheid, a quello che può essere definito lo &#8220;stoccaggio&#8221; dei palestinesi, una della popolazioni mondiali &#8220;di troppo&#8221;, assieme ai poveri del mondo intero, i detenuti, gli immigrati clandestini, i dissidenti politici, e milioni di altri emarginati. “Stoccaggio” rappresenta il migliore, e anche il più triste dei termini per definire ciò che Israele sta creando per i palestinesi nei territori occupati. Siccome lo &#8220;stoccaggio&#8221; è un fenomeno globale e Israele è stato pioniere nel creare un modello di questo metodo, ciò che sta accadendo ai palestinesi dovrebbe essere affare di tutti. Potrebbe costituire una forma di crimine contro l&#8217;umanità completamente nuovo, e come tale essere soggetto a una giurisdizione universale delle corti del mondo come qualsiasi altra palese violazione dei diritti umani. In questo senso &#8220;l&#8217;occupazione&#8221; di Israele ha implicazioni che vanno ben oltre un conflitto locale fra due popoli. Se Israele può confezionare e esportare la sua articolata &#8220;matrice di controllo&#8221;, un sistema di repressione permanente che unisce una amministrazione kafkiana, leggi e pianificazioni con forme di controllo palesemente coercitive contro una precisa popolazione mantenuta entro i limiti di comunità murate con metodi ostili (insediamenti in questo caso), mura e ostacoli di vario tipo contro qualsiasi libero spostamento, allora, in questo caso, come scrive lucidamente Naomi Klein nel suo libro The Shock Doctrine, altri paesi guarderanno ad Israele/Palestina osservando che : &#8220;Un lato sembra Israele; l&#8217;altro lato sembra Gaza&#8221;. In altre parole, una Palestina Globale.”</p>
<p><em>Ti abbiamo visto in alcuni filmati descrivere la situazione di Gerusalemme est, spiegare quante e quali case palestinesi sono state distrutte: che cosa sta succedendo a Gerusalemme est? Si può parlare di pulizia etnica per Gerusalemme est, come fa Ilan Pappé?</em></p>
<p>Halper: “Concordo con Pappé nell&#8217;affermare che la pulizia etnica non stia avvenendo solo nella Gerusalemme est, ma anche nel resto dei territori occupati e in tutto Israele stesso. L&#8217;anno scorso il governo israeliano ha distrutto tre volte più case dentro Israele &#8211; appartenenti a cittadini israeliani che naturalmente, erano tutti palestinesi o beduini &#8211; rispetto al numero che ha distrutto nei territori occupati. L&#8217;ICAHD ha come scopo quello di resistere all&#8217;occupazione opponendosi alla politica di Israele di demolire le case dei palestinesi. Dal 1967 Israele ha distrutto più di 24 000 case palestinesi &#8211; praticamente tutte senza motivo o giustificazioni legate alla &#8220;sicurezza&#8221;, oltre ad aver dato decine di migliaia di ordini di demolizione, che possono essere messi in atto in qualsiasi momento.”</p>
<p><em>Israele negli ultimi 4 anni ha sostenuto due guerre di invasione sanguinarie, quelle contro il Libano e la Striscia di Gaza. Ha ricevuto da molte parti accuse di crimini di guerra, sia per il tipo di armi che ha usato sia per la volontà deliberata di colpire la popolazione e le strutture civili, impedendo in molti casi i soccorsi medici. Come spieghi l&#8217;apparente consenso di una grande maggioranza di cittadini israeliani nei confronti di queste guerre? Come spieghi l&#8217;adesione a queste soluzioni politiche da parte di intellettuali considerati “pacifisti” come Grossmann e Oz?</em></p>
<p>Halper: “In Israele, la popolazione ebraica è ben poco interessata sia all&#8217;occupazione che al più universale principio della pace. Sono entrambi non-argomenti in Israele (non credo che siano stati menzionati una sola volta durante la passata campagna elettorale). Gli ebrei israeliani stanno attualmente vivendo una vita piacevole e sicura, e Barak e gli altri leader sono riusciti a convincere la gente che non esiste soluzione politica, che agli arabi non interessa la pace (siamo bravissimi a dare la colpa ad altri per evitare le nostre responsabilità di grande potenza colonizzatrice degli ultimi 42 anni!). Finché tutto sarà tranquillo e l&#8217;economia andrà bene, nessuno vuole sapere nulla degli &#8220;arabi&#8221;. Credo che dobbiamo rinunciare a sperare di vedere il pubblico israeliano come elemento attivo del cambiamento verso la pace. La maggior parte degli israeliani non si intrometterebbero in una soluzione imposta se la comunità internazionale dovesse insistere nell&#8217;imporne una, ma non farebbero alcun passo significativo da soli in quella direzione. Alla stessa maniera dei bianchi in Sud Africa, che accettarono e in alcuni casi dettero il benvenuto alla fine dell&#8217;apartheid, e che al tempo stesso non sarebbero mai insorti contro di essa. Invece per quel che riguarda gli &#8220;intellettuali&#8221;, anche loro non vedono. E&#8217; la dimostrazione che si può essere estremamente sensibili, intelligenti, ricettivi come Amos Oz e alcuni dei nostri professori, che tuttavia rimangono al sicuro nella loro &#8220;nicchia&#8221;.”</p>
<p><em>Tu da qualche anno sostieni che non è più praticabile sul campo la soluzione due nazioni due stati, poichè Israele ha ormai occupato con il Muro, le colonie e le strade gran parte della West Bank. Sostieni quindi la soluzione di uno stato laico binazionale. Oggi, dopo la carneficina di Gaza, e dopo le elezioni israeliane, è ancora immaginabile questa soluzione?</em></p>
<p>Halper: “Noi dell&#8217;ICAHD crediamo che la soluzione dei due stati sia irrealizzabile &#8211; a meno che si accetti una soluzione da apartheid, un mini-stato palestinese sovrano solo a metà sul 15% del territorio palestinese storico, spezzettato in ciò che Sharon chiama quattro o cinque &#8220;cantoni&#8221;. Non li vediamo né come fattibili né giusti o pratici, sebbene Israele li veda come una soluzione e stia spingendo in questa direzione al processo di Annapolis. Per noi la questione non è solo di creare uno stato palestinese, ma uno stato autosufficiente. Non solo questo minuscolo stato palestinese dovrà sopportare il ritorno dei rifugiati, ma un 60% di palestinesi sotto l&#8217;età di 18. Se emerge uno stato che non ha alcuna possibilità di offrire un futuro ai suoi giovani, una economia autosufficiente che può svilupparsi, rimane semplicemente uno stato-prigione, un super-Bantustan.<br />
Credo che se non si materializzerà la soluzione dei due stati, e la soluzione per uno stato bi-nazionale (che io preferisco) verrà effettivamente impedita da Israele e la comunità internazionale, allora preferirei una confederazione economica medio orientale che comprenda Israele, Palestina, Giordania, Siria e Libano, nella quale tutti i residenti della confederazione abbiano la libertà di vivere e lavorare all&#8217;interno della stessa. Israele/Palestina è semplicemente un territorio troppo piccolo per poterci infilare tutte le soluzioni necessarie &#8211; la sicurezza, lo sviluppo economico, l&#8217;acqua, i rifugiati. E alla fine, quanto sarà grande lo stato palestinese sarà importante solo se verrà concepito come un&#8217;entità indipendente, economicamente autonoma. Se ai palestinesi sarà concessa la sovranità anche solo di un piccolo stato, più ristretto rispetto ai confini del &#8217;67, ma comunque avente l&#8217;intera confederazione per sviluppare la propria autonomia economica, credo che questo potrebbe rivelarsi lo scenario migliore. Ma questa è una proposta ambiziosa e campata in aria per il momento, e resta finora senza sostenitori (sebbene Sarkozy stia anche pensando in termini regionali). Quando si vedrà che la soluzione dei due stati è fallita, credo che allora la gente inizierà a cercare una nuova soluzione. E credo proprio che allora l&#8217;idea della confederazione risulterà sensata.”<br />
<em><br />
Credi che esistano forze politiche parlamentari, in Israele, in grado di sostenere un accordo autentico con i Palestinesi, in vista di una pace e della creazione di uno stato palestinese?</em></p>
<p>Halper: “L&#8217;unico ostacolo a un&#8217;autentica soluzione dei due stati (cioè uno stato palestinese disteso su tutti i territori occupati, con pochissime modifiche agli attuali confini) è nella volontà di Israele di permettere che avvenga. Giudicando dai fatti che si vedono sul terreno, la costruzione di nuovi insediamenti in particolare, nessun governo israeliano, né di destra né tanto meno di sinistra o centro, ha mai veramente considerato la soluzione dello stato palestinese come fattibile. Per rendere le cose ancora più difficili, se un simile governo dovesse mai emergere (e non ve n&#8217;è uno in vista), non avrebbe alcun mandato, alcuna autorità per evacuare gli insediamenti e &#8220;rinunciare&#8221; ai Territori Occupati Palestinesi considerato l&#8217;estrema frammentazione del sistema politico israeliano.</p>
<p>Semplicemente, fra i partiti politici non vi è alcuna unità d&#8217;intenti per concordare veramente una soluzione di pace e di due stati. Ecco perché, se la comunità internazionale dovesse forzare Israele a ritirarsi per una vera pace, il pubblico israeliano la sosterrebbe. Israele non è destrorso quanto la gente immagina. Ho quindi una formula per la pace: Obama, l&#8217;ONU o la comunità internazionale dovranno dire a Israele: 1) Vi amiamo (gli israeliani se lo devono sentir dire); 2) Garantiremo la vostra sicurezza (QUESTA è la preoccupazione maggiore del pubblico israeliano); 3) ora che è finita l&#8217;occupazione, sarete fuori da ogni centimetro cubo dei Territori Occupati Palestinesi entro i prossimi 2-3-4 anni (e noi, la comunità internazionale, pagheremo per il dislocamento). </p>
<p>Credo che ci sarebbe gente a ballare per le strade di Tel Aviv se tutto ciò avvenisse. Questo è esattamente ciò che vorrebbero gli israeliani, ma non possono sperarci, visto il nostro sistema politico. E&#8217; altamente improbabile che ciò avvenga.” </p>
<p><em>Che giudizio dai all&#8217;azione politica dei dirigenti palestinesi di Fatah ed Hamas dalla morte di Arafat a tutt&#8217;oggi?</em></p>
<p>Halper: “Ovviamente l&#8217;andamento della leadership palestinese è altamente problematico. Dobbiamo ricordare, tuttavia, che negli ultimi 40 anni Israele ha sostenuto una sistematica campagna di omicidi, esili e incarcerazioni dei capi di governo palestinesi, quindi la leadership attuale è mutilata (si potrebbe essere ingenerosi e, alla luce delle campagne condotte dall&#8217;autorità palestinese contro la sua stessa gente, affermare che l&#8217;attuale leadership di Fatah sia ancora viva e funzionante perché Israele sa bene chi deve eliminare e chi risparmiare).</p>
<p>Una delle mie maggiori critiche rivolte all&#8217;attuale leadership di Fatah riguarda la sua inefficacia nel veicolare la causa palestinese all&#8217;estero. Nonostante un cambiamento dell&#8217;opinione pubblica ormai più a favore dei palestinesi, soprattutto dopo l&#8217;invasione di Gaza, la leadership non ha saputo sfruttare il momento propizio per inviare i propri portavoce presso le popolazioni ed i governi del mondo (in effetti, nell&#8217;ultimo anno, incluso il cruciale periodo della transizione verso l&#8217;amministrazione Obama, non vi è stato un solo rappresentante palestinese a Washington &#8211; e i rappresentanti palestinesi all&#8217;estero, con qualche rara eccezione, sono generalmente inefficaci). Al contrario di Israele, pare che la leadership palestinese si sia quasi ritirata dal gioco politico. </p>
<p>In questo vuoto lasciato da Fatah, Hamas è giunto sulla scena come il &#8220;salvatore&#8221;, la forza/partito/leadership che resisterà ad Israele, resisterà alla &#8220;soluzione&#8221; dell&#8217;apartheid, manterrà l&#8217;integrità palestinese e combatterà la corruzione. Mentre la sua ideologia religiosa ed il suo programma dovrebbero essere considerati inaccettabili per qualsiasi persona minimamente progressista, si dovrebbe perlomeno ammirare la resistenza di Hamas e ammettere che stia effettivamente controbilanciando ciò che è stata percepita come la collaborazione di Fatah con Israele.”</p>
<p><em>Credi che se la classe politica palestinese usasse dei metodi di lotta nonviolenta, quali il digiuno pubblico, e se convincesse la popolazione palestinese israeliana o che lavora in Israele a forme di sciopero generalizzato potrebbe ottenere dei risultati concreti?    </em></p>
<p>Halper: “I metodi non-violenti sarebbero potuti essere efficaci. Se la leadership palestinese fosse più portata alla strategia, potrebbe usare a proprio vantaggio metodi non-violenti, come il movimento BDS (Boicottaggio/Disinvestimento/Sanzioni) e altre campagne analoghe con gruppi di pressione efficaci. Ma non lo fanno.” </p>
<p>*</p>
<p>Oltre alle sue attività accademiche e per l’ICAHD, Halper scrive libri ed è un conferenziere internazionale.<br />
Nel 2006 è stato candidato al Premio Nobel per la Pace dall’American Friends Service Committe.<br />
Nell’agosto del 2008 Halper ha partecipato alla spedizione per Gaza del “Free Gaza Movement”*. La spedizione era costituita da un gruppo internazionale di attivisti dei diritti umani, tra i quali l’italiano Vittorio Arrigoni, e ha raggiunto Gaza a bordo di un peschereccio partito da Cipro, rompendo così per la prima volta l’embargo marittimo imposto da Israele alla Striscia di Gaza. </p>
<p>* Qui si può leggere il comunicato stampa con cui Halper ha annunciato la sua adesione alla spedizione: http://<a href="http://www.freegaza.org/uploads/media/italiantexts.pdf">www.freegaza.org/uploads/media/italiantexts.pdf</a><br />
 </p>
<p>Questo percorso su NI attraverso voci minoritarie in Israele è cominciato <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/03/21/laltra-faccia-di-israele/">qui</a>. </p>
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			</item>
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		<title>due passi (fare)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/08/13/due-passi-fare-5/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Aug 2009 15:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[anna maria papi]]></category>
		<category><![CDATA[francesco forlani detto il furlen]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo galbiati]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[Anna Maria poesia per un lorenzo anche stanotte il cielo ci ha tradito delle stelle promesse neanche una soltanto una lampara disattenta e un semaforo giallo permanente questo è il nostro paesaggio o meglio era nel perchè dalle sedie addormentate guarda è l&#8217;azzurro sotto la cabina e il gabbiano di tutti i mezzogiorno in pausa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Anna Maria</strong></p>
<p><em>poesia per un lorenzo</em><br />
anche stanotte il cielo ci ha tradito<br />
delle stelle promesse neanche una<br />
soltanto una lampara disattenta<br />
e un semaforo giallo permanente<br />
questo è il nostro paesaggio<br />
o meglio era<br />
nel perchè dalle  sedie addormentate<br />
guarda è l&#8217;azzurro sotto la  cabina<br />
e il gabbiano di tutti i mezzogiorno<br />
in pausa pranzo e arriva la controra.<br />
C&#8217;era quel tetto forse albero o forma<br />
c&#8217;era l&#8217;impertinenza della vita<br />
angolo retto lumaca o formica<br />
ecco un veliero con la meridiana<br />
guarda sul ponte è ferma la clessidra<br />
è giorno già da tempo intorno a noi.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/scarpe-boogie-woogie-uomo-copy1.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/scarpe-boogie-woogie-uomo-copy1-300x281.jpg" alt="scarpe-boogie-woogie-uomo-copy1" title="scarpe-boogie-woogie-uomo-copy1" width="300" height="281" class="aligncenter size-medium wp-image-20337" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/scarpe-boogie-woogie-uomo-copy1-300x281.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/scarpe-boogie-woogie-uomo-copy1.jpg 540w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>Lorenzo</strong></p>
<p>Il vaso si è infranto<br />
e livide schegge impazzite<br />
corrono urtandosi<br />
lungo pavimenti di pietra<br />
resi tremanti<br />
dall’incombente bufera<br />
che tutto scardina<br />
 e divora<br />
avvampando di fuoco<br />
i sensi reclusi<br />
sotto fitta coltre di terra<br />
che ora brama ardere<br />
bruciare svanire<br />
e scintille come lame<br />
si conficcano nella pelle<br />
scavano la carne<br />
che sgretola lenta<br />
penetrano fiamme<br />
entro densi tessuti<br />
fendono muscoli e nervi<br />
consumato il corpo<br />
si purifica il pensiero<br />
si fa anima  la carne.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Ipotesi per la tonnara di Gaza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jan 2009 09:28:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Galbiati Il 17 settembre 1948, mentre era in corso la guerra arabo-israeliana, l’emissario dell’ONU Folke Bernadotte fu ucciso a Gerusalemme da alcuni terroristi israeliani. Durante la II Guerra mondiale Bernadotte era stato molto attivo nella Croce Rossa svedese per salvare gli ebrei dai campi di concentramento nazisti e per questo motivo Israele lo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.pistorius.splinder.com/" target="_blank"><strong>Lorenzo Galbiati</strong></a></p>
<p class="MsoNoSpacing">Il 17 settembre 1948, mentre era in corso la guerra arabo-israeliana, l’emissario dell’ONU <strong>Folke Bernadotte</strong> fu ucciso a Gerusalemme da alcuni terroristi israeliani.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Durante la II Guerra mondiale Bernadotte era stato molto attivo nella Croce Rossa svedese per salvare gli ebrei dai campi di concentramento nazisti e per questo motivo Israele lo aveva accettato come mediatore ONU: evidentemente, il governo sionista non si aspettava che si sarebbe prodigato per salvare i palestinesi dalla <em>pulizia etnica</em> israeliana. Bernadotte arrivò in Palestina il 20 maggio 1948 e in breve tempo riuscì a ottenere una tregua nella guerra arabo-israeliana e a porre le fondamenta per l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’assistenza ai rifugiati palestinesi, l’UNRWA. Nell’indifferenza generale degli osservatori ONU, Folke Bernadotte non rimase a guardare con le mani in mano la popolazione civile palestinese minacciata e terrorizzata dai bombardamenti, espulsa dalle proprie case, dai propri villaggi, molti dei quali poi rasi al suolo, e propose alle Nazioni Unite di ridividere la Palestina in due, e di dare il diritto di ritorno ai profughi palestinesi. Fu dopo il suo assassinio che l’ONU, nel dicembre 1948, deliberò la risoluzione 194 sul ritorno incondizionato di tutti i profughi espulsi da Israele &#8211; risoluzione che è stata sistematicamente disattesa dallo stato ebraico dal 1948 a tutt’oggi.<span id="more-13448"></span></p>
<p class="MsoNoSpacing">Gli uccisori di Bernadotte erano terroristi dei <strong>Combattenti per la Libertà d’Israele</strong> (Lehi), una formazione paramilitare sionista che si distinse per la sua ricerca di una guerra totale all’impero britannico, tanto che già nel 1941 tentò di allearsi formalmente con la Germania nazista al fine di liberare la terra di Israele dal nemico inglese &#8211; i nazisti non risposero alle loro richieste.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Israele condannò alcuni dei capi del Lehi e gli attentatori, ma l’amnistia del 1949 li rese subito liberi. Alla cospirazione per uccidere Bernadotte prese parte anche <strong>Yitzhak Shamir</strong>, uno dei capi del Lehi, che più tardi ammise di non averla ostacolata. Shamir sarebbe diventato poi Primo ministro israeliano.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Sessant’anni dopo questi fatti, il 14 dicembre 2008 l’inviato speciale dell’ONU nei territori palestinesi <strong>Richard Falk</strong> è stato arrestato al momento del suo arrivo all’aeroporto di Tel Aviv, incarcerato senza accuse e poi espulso dallo stato ebraico per volontà del Primo ministro <strong>Olmert</strong>. In un articolo per il «Guardian», Falk ha scritto che: “Israele avrebbe potuto o rifiutarsi di accettare i visti o comunicare alle Nazioni Unite che non mi avrebbero permesso di entrare, ma non è stata presa nessuna delle due misure. Sembra che Israele abbia voluto impartire a me, e in modo assai più significativo alle Nazioni Unite, una lezione: non vi sarà nessuna collaborazione con coloro che esprimono forti critiche sulla politica di occupazione israeliana. Dopo che mi è stato negato l’ingresso, sono stato tenuto in custodia cautelare insieme a circa altre 20 persone con problemi d’ingresso. Da questo momento, sono stato trattato non come un rappresentante delle Nazioni Unite, ma come una sorta di minaccia per la sicurezza, sottoposto ad una perquisizione corporale minuziosa e alla più puntigliosa ispezione dei bagagli che abbia mai visto.<br />
Sono stato separato dai miei due colleghi delle Nazioni Unite, a cui è stato permesso di entrare in Israele, e condotto nell’edificio di detenzione dell’aeroporto, distante circa un miglio. Mi è stato chiesto di mettere tutti i miei bagagli, insieme al cellulare, in una stanza e sono stato portato in un piccolo locale chiuso a chiave che puzzava di urina e di sudiciume. Conteneva altri cinque detenuti e costituiva uno sgradito invito alla claustrofobia. Ho passato le successive 15 ore rinchiuso in questo modo, il che è equivalso ad un corso intensivo sulle miserie della vita carceraria, inclusi lenzuola sporche, cibo immangiabile e luci che passavano dal bagliore all’oscurità, controllate dall’ufficio di guardia.”<span> </span>
</p>
<p class="MsoNoSpacing">Richard Falk è un professore di diritto internazionale della Princeton University che nell’estate del 2008 ha accusato Israele di violare la legge internazionale, le leggi umanitarie internazionali e la convenzione di Ginevra; ha descritto le politiche di Israele contro i palestinesi e l&#8217;assedio di Gaza come &#8221; crimini di guerra&#8221;, &#8220;tendenze genocide&#8221;, &#8220;risvolti da Olocausto&#8221; e &#8221; Olocausto in corso&#8221;; ha esortato il Tribunale Criminale Internazionale ad indagare sulla possibilità di incriminare i leader israeliani per crimini di guerra. Falk è insomma una persona non gradita a Israele in quanto “ebreo antisemita”, ossia “ebreo che odia se stesso” – queste le accuse rivoltegli da vari ambienti sionisti, come ha spiegato lo stesso Falk in un’intervista recente.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Quello che ha denunciato Falk all’ONU, sessant’anni dopo Bernadotte, è il continuo del crimine della pulizia etnica del popolo palestinese compiuta dallo stato ebraico, crimine che comprende eccidi cronici come la carneficina appena compiuta a Gaza. Non si possono capire le ragioni profonde che guidano una siffatta politica criminale se non si comprende approfonditamente l’ideologia sionista, che costituisce il movente della nascita di Israele e del suo operato dal 1948 a oggi.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Per esempio, perché Israele dichiarando la “tregua unilaterale” ha affermato – esattamente come fece nel 2006 dopo la guerra di invasione al Libano &#8211; di aver raggiunto gran parte dei suoi obiettivi?</p>
<p class="MsoNoSpacing">C’è da chiedersi innanzi tutto quali fossero questi obiettivi.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Di certo tra essi non c’era la fine del lancio di <strong>razzi Qassam</strong>. Del resto, la guerra anzi il massacro compiuto da Israele a Gaza non è iniziato come risposta al lancio dei Qassam. È stato infatti inequivocabilmente dimostrato che Israele ha rotto per primo la tregua con <strong>Hamas </strong>a novembre, con le incursioni militari via terra e via mare nella <strong>Striscia di Gaza</strong> che hanno provocato l’uccisione di sei miliziani di Hamas (49 palestinesi in totale, tra Gaza e Cisgiordania) e il sequestro di 15 pescatori palestinesi e tre volontari dell’<strong>ISM</strong>, tra cui l’italiano <strong>Vittorio Arrigoni</strong>, rapito in acque palestinesi da un’operazione israeliana di pirateria internazionale, condotto in Israele, incarcerato in condizioni al limite della tortura e poi espulso.</p>
<p class="MsoNoSpacing">L’aggressione israeliana alla Striscia di Gaza, per ammissione del ministro della Difesa israeliano <strong>Barak </strong>alla conferenza stampa di sabato notte, è stata premeditata e giustificata come “<strong>guerra di opportunità</strong>”. Una chiara <strong><em>guerra elettorale</em></strong>, quindi. Lo aveva già dichiarato il pacifista israeliano <strong>Uri Avnery</strong> in un suo ficcante articolo del 3 gennaio, in cui tra l’altro scriveva: “qualche tempo fa ho scritto che la chiusura di Gaza è stato un esperimento scientifico progettato per capire in quanto tempo si può far morire di fame una popolazione giocando con la sua vita in un girone dantesco prima di farla collassare. Questo esperimento è stato condotto con il generoso aiuto di Europa e Stati Uniti. Fino ad ora, non ha avuto successo. Hamās è diventata più forte e la gittata dei Qassam è diventato più lunga. L&#8217;attuale guerra è la continuazione di questo esperimento con altri mezzi.”</p>
<p class="MsoNoSpacing">Uri Avnery denuncia cioè le stesse cose che riportava all’ONU Richard Falk, senza fare riferimenti al genocidio della Shoah. Cambiano le parole, ma la sostanza è la stessa: crimini contro l’umanità. Avnery fornisce anche un elenco delle tante guerre elettorali sostenute da Israele, facendo capire come il consenso degli israeliani lo si conquista colpendo e umiliando il popolo palestinese: in questo senso, Barak e Livni non vogliono essere da meno di Netanyahu.</p>
<p class="MsoNoSpacing"><strong>Possibile che vi sia la volontà di uccidere e distruggere a prescindere dall’obiettivo della sicurezza nazionale?</strong></p>
<p class="MsoNoSpacing">Possibile.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Infatti, il lancio di razzi è stato interrotto dall’aggressione sionista? No, è aumentato e ha provocato subito 4 morti tra i civili israeliani. La minaccia del terrorismo è più lontana ora che milletrecento persone sono state uccise? No, è più vicina. Il consenso ad Hamas si è indebolito? Al contrario, si è rafforzato sia tra la popolazione civile palestinese sia all’estero e, se si fosse indebolito, lascerebbe ora spazio a movimenti terroristici integralisti. Se Israele avesse come primo obiettivo la propria sicurezza, non avrebbe provocato una emergenza umanitaria a Gaza chiudendo i valichi, non avrebbe infranto la tregua con incursioni, uccisioni e rapimenti per provocare la prevedibilissima reazione di Hamas e avere così il pretesto per compiere la carneficina da poco – forse – conclusasi nella Striscia di Gaza.</p>
<p class="MsoNoSpacing">È possibile quindi<span> </span>che l’aggressione e la distruzione della Striscia di Gaza siano state pianificate da anni, per esempio dal governo Sharon, quello che ha posto fine all’occupazione costringendo al ritorno i coloni. E’ quanto sostiene <strong>Michel Chossudovsky</strong> in un articolo in cui scrive che: &#8220;Fonti dell&#8217;establishment della difesa hanno dichiarato che il ministro della difesa Ehud Barak ha ordinato alle Forze Aeree Israeliane di prepararsi per l&#8217;operazione più di sei mesi fa, anche mentre Israele iniziava a negoziare un accordo per il cessate il fuoco con Hamas&#8221; […]. L&#8217;operazione &#8220;Piombo Fuso&#8221; è intesa, del tutto deliberatamente, a provocare vittime civili. Ciò con cui stiamo trattando è un &#8220;disastro umanitario pianificato&#8221; a Gaza in un&#8217;area urbana densamente popolata. L&#8217;obiettivo a più lungo termine di questo piano, come formulato dai funzionari politici israeliani, è l&#8217;espulsione dei palestinesi dalle terre palestinesi: &#8220;Terrorizzare la popolazione civile, garantendo la massima distruzione delle proprietà e delle risorse culturali&#8230; La vita quotidiana dei palestinesi deve essere resa insopportabile: dovrebbero essere bloccati in città e villaggi, impediti ad esercitare una normale vita economica, rimossi dai luoghi di lavoro, dalle scuole e dagli ospedali. Questo incoraggerà l&#8217;emigrazione ed indebolirà la resistenza a future espulsioni&#8221;. <span lang="EN-GB">(Ur Shlonsky, citato da Ghali Hassan, Gaza: <em>The World’s Largest Prison, Global Research</em>, 2005). </span>L&#8217;operazione &#8220;Piombo Fuso&#8221; fa parte della più ampia operazione militare e di intelligence iniziata nel 2001 al principio del governo di Ariel Sharon. È stato sotto l'&#8221;<strong>Operazione Vendetta Giustificata</strong>&#8221; di <strong>Sharon</strong> che sono stati inizialmente utilizzati quegli aerei da caccia F-16 per bombardare le città palestinesi. L'&#8221;Operazione Vendetta Giustificata&#8221; è stata presentata nel luglio del 2001 al governo israeliano di Ariel Sharon dal capo di stato maggiore dell&#8217;IDF Shaul Mofaz, sotto il titolo &#8220;La distruzione dell&#8217;Autorità Palestinese ed il disarmo di tutte le forze armate&#8221;.</p>
<p class="MsoNoSpacing">&#8220;Lo scorso giugno [2001] è stato redatto un piano di contingenza, dal nome in codice di Operazione Vendetta Giustificata per rioccupare tutta la Cisgiordania e forse la Striscia di Gaza al costo probabile di &#8220;centinaia&#8221; di vittime israeliane&#8221; («Washington Times», 19 marzo 2002).”</p>
<p class="MsoNoSpacing">Secondo altri analisti, Gaza potrebbe essere annessa dall’Egitto e la Cisgiordania dalla Giordania, o diventare uno stato <em>bantustan </em>sotto il controllo israeliano.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Come andrà a finire?</p>
<p class="MsoNoSpacing">Staremo a vedere.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Personalmente, non credo possibili i suddetti esiti, almeno in tempi brevi, né tanto meno ritengo possibile uno stato palestinese in Cisgiordania, viste le numerosissime enclave israeliane presenti e il rifiuto israeliano di cedere Gerusalemme est ai palestinesi – senza contare il problema del ritorno dei profughi.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Allo stato attuale, cioè, non vedo nessuna possibile soluzione a breve termine alla fine dell’oppressione del popolo palestinese; <strong>forse, la soluzione di uno stato binazionale, laico e democratico, per quanto a tutt’oggi inverosimile, è la più praticabile “sul campo”</strong> oltre a essere, per certi versi, la soluzione ideale per una riconciliazione tra ebrei e palestinesi.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Peraltro, non vedo nemmeno all’opera un piano israeliano lungimirante volto a eliminare ogni possibilità di dare uno stato ai palestinesi, credo anzi che l’agire sionista poggi su basi irrazionali, che non rendono possibile il raggiungimento di obiettivi a lungo termine. È l’effetto della <em>follia morale</em> che pervade la classe dirigente israeliana; ne parla Uri Avnery in un articolo pubblicato su Il Manifesto il 13 gennaio a proposito del massacro di Gaza, in cui si legge: “Nell&#8217;atto della morte, ogni bambino si trasformava in un terrorista di Hamas. Ogni moschea bombardata diventava istantaneamente una base di Hamas, ogni palazzina un deposito di armi, ogni scuola una postazione terroristica, ogni edificio dell&#8217;amministrazione pubblica un «simbolo del potere di Hamas». Così l&#8217;esercito israeliano manteneva la sua purezza di «esercito più morale del mondo». La verità è che le atrocità sono un risultato diretto del piano di guerra. Questo riflette la personalità di Ehud Barak &#8211; un uomo il cui modo di pensare e le cui azioni sono una chiara esemplificazione di quella che viene chiamata «follia morale», un disturbo sociopatico. […] Chi dà l&#8217;ordine di una simile guerra, con tali metodi, in un&#8217;area densamente popolata, sa che causerà il massacro di civili. A quanto pare, ciò non lo ha toccato. O forse credeva che loro avrebbero «cambiato modo» e la guerra avrebbe «marchiato a fuoco la loro coscienza», per cui in futuro non oseranno resistere a Israele. […] Le persone affette da follia morale non riescono a capire le motivazioni delle persone normali, e devono indovinare le loro reazioni. «Quante divisioni ha il papa?» se la rideva Stalin. «Quante divisioni hanno le persone con una coscienza?» potrebbe chiedersi oggi Ehud Barak. Ma, come stiamo vedendo, ne hanno qualcuna. Non tante. Non molto veloci a reagire. Non molto forti e organizzate. Ma a un certo momento, quando le atrocità dilagano e masse di persone si uniscono per protestare, questo può decidere di una guerra. […] Nella coscienza del mondo, resterà impressa a fuoco l&#8217;immagine di Israele come un mostro lordo di sangue, pronto in qualunque momento a commettere crimini di guerra e non intenzionato a rispettare alcun freno morale. Questo avrà gravi conseguenze a lungo termine per il nostro futuro, per la nostra posizione nel mondo, per la nostra chance di raggiungere la pace e la tranquillità. In fondo, questa guerra è anche un crimine contro noi stessi, un crimine contro lo stato di Israele.”</p>
<p class="MsoNoSpacing">“Follia morale”, un disturbo sociopatico. Avnery lo attribuisce solo a Barak, non ha il coraggio di dire che è presente in molti governanti sionisti e in larghi strati della società civile, altrimenti non si spiegherebbe l’appoggio di gran parte dei cittadini israeliani all’operazione “Piombo fuso”, benché occorra considerare anche il condizionamento della censura governativa e della propaganda mediatica sulla formazione delle opinioni del popolo israeliano.<span> </span></p>
<p class="MsoNoSpacing">Che cosa sta alla base di questo fenomeno che Avnery chiama follia morale? O, in altre parole,<strong> perché Israele fa quello che fa</strong>, con il consenso della maggior parte della sua cittadinanza, di molte comunità ebraiche delle diaspora e, in generale, dell’Occidente?</p>
<p class="MsoNoSpacing">Credo che la radice di questa diffusa distorsione del senso morale sia da ricercarsi nel meccanismo psicologico della <em>negazione</em> del crimine della pulizia etnica, crimine senza il quale probabilmente<span> </span>Israele non sarebbe nato come stato ebraico, visto che la popolazione palestinese residente<span> </span>all’interno dei suoi confini era, alla fine del 1947, il 45% del totale &#8211; per poi ridursi a meno del 20% alla fine del 1948, a pulizia etnica completata. Per lo più, l’opinione pubblica israeliana nega, rimuove il fatto che Israele è stato creato<span> </span>distruggendo interi quartieri di città e villaggi palestinesi, per poi edificare abitazioni per soli ebrei e parchi nazionali sulle rovine della civiltà palestinese. Circa ottocentomila persone, gran parte di un popolo inerme è stata sradicata dalla terra in cui viveva da secoli, la sua cultura distrutta o ghettizzata. È quella che i palestinesi chiamano la Nakba, la “Catastrofe”, termine che solo da pochi anni sta diventando, confusamente, patrimonio linguistico dell’Occidente perché la politica e la storiografia hanno commesso, e per lo più stanno ancora commettendo, un crimine contro la storia e la cultura, il suo memoricidio.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Chi sa, per esempio, che le città di Ashkelon e di Sderot, le più colpite dai razzi Qassam, sono state costruite rispettivamente sulle rovine dei villaggi di Al-Jura e Najd, distrutti nel 1947-49 per mano dei sionisti, come documenta lo storico palestinese Walid Khalidi nel suo libro <em>All that remains</em>?</p>
<p class="MsoNoSpacing">Scrive Ilan Pappe che conoscere “il “trattamento” riservato ai palestinesi in quegli anni è collegato con l’emergere di questioni spiacevoli rispetto alla legittimazione del progetto sionista nel suo complesso. Per gli israeliani è quindi fondamentale sostenere e rafforzare il meccanismo della negazione, non solo per far fallire le rivendicazioni palestinesi nel processo di pace, ma &#8211; molto più importante &#8211; per ostacolare ogni discussione significativa sulla natura e sui fondamenti morali del sionismo. Per gli israeliani, riconoscere i palestinesi come vittime delle azioni di Israele è fonte di profondo turbamento, almeno per due motivi. Sia perché dovrebbero fare i conti con l’ingiustizia storica che metterebbe Israele sotto accusa per la pulizia etnica della Palestina del 1948 e in dubbio gli stessi miti fondanti dello Stato di Israele, sia perché […] scatenerebbe anche ripercussioni morali ed esistenziali sulla psiche degli ebrei israeliani: dovrebbero riconoscere di essere divenuti l’immagine speculare dei loro incubi peggiori.”</p>
<p class="MsoNoSpacing"><strong>In ultima analisi, alla domanda sul perché del crimine contro l’umanità commesso da Israele nella Striscia di Gaza si può rispondere almeno in due modi</strong>, a seconda di quanto si voglia scavare nel presente e nel passato della storia israeliana per trovare le risposte. Le cause prossime del crimine risiedono senz’altro nella ricerca del consenso elettorale da parte dei governanti israeliani. Ma questa causa non spiega la “follia morale” con cui la leadership israeliana ha compiuto questo crimine. Per poter rendere conto di un tale complesso di superiorità morale credo occorra considerarlo come l’effetto di un ossessivo rafforzamento del meccanismo di negazione sul peccato originale che ha contraddistinto la nascita dello stato ebraico, ossia la pulizia etnica del popolo palestinese.<span> </span></p>
<p class="MsoNoSpacing">
<p class="MsoNoSpacing">
<p class="MsoNoSpacing"><strong>Fonti:</strong></p>
<p class="MsoNoSpacing"><span lang="EN-GB"><span> </span></span></p>
<p class="MsoNoSpacing"><strong><span lang="EN-GB">Su Richard Falk:</span></strong></p>
<p class="MsoNoSpacing"><span lang="EN-GB">1) <a href="http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=5479&amp;mode=&amp;order=0&amp;thold=0 " target="_blank">http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=5479&amp;mode=&amp;order=0&amp;thold=0 </a></span></p>
<p class="MsoNoSpacing"><span lang="EN-GB">2) <a href="http://pensatoio.ilcannocchiale.it/post/2132534.html " target="_blank">http://pensatoio.ilcannocchiale.it/post/2132534.html </a></span></p>
<p class="MsoNoSpacing"><span lang="EN-GB">3) <a href="http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=5391" target="_blank">http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=5391</a></span></p>
<p class="MsoNoSpacing"><span lang="EN-GB"><span> </span></span></p>
<p class="MsoNoSpacing"><strong>Sugli obiettivi raggiunti da Israele e su chi ha violato la tregua:</strong></p>
<p class="MsoNoSpacing">1) <a href="http://it.peacereporter.net/articolo/13786/La+reputazione+%26egrave%3B+tutto" target="_blank">http://it.peacereporter.net/articolo/13786/La+reputazione+%26egrave%3B+tutto</a></p>
<p class="MsoNoSpacing">2)<a href="http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=5455" target="_blank"> http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=5455</a></p>
<p class="MsoNoSpacing"><span> </span></p>
<p class="MsoNoSpacing"><strong>L&#8217;articolo di Michel Chossudovsky:</strong></p>
<p class="MsoNoSpacing"><a href="http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=5436" target="_blank">http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=5436</a></p>
<p class="MsoNoSpacing"><span> </span></p>
<p class="MsoNoSpacing"><strong>Su Ashkelon e Sderot:</strong></p>
<p class="MsoNoSpacing"><a href="http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=5423" target="_blank">http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=5423</a></p>
<p class="MsoNoSpacing"><span> </span></p>
<p class="MsoNoSpacing"><strong>Gli articoli di Avnery:</strong></p>
<p class="MsoNoSpacing"><a href="http://www.peacelink.it/palestina/a/28335.html" target="_blank">http://www.peacelink.it/palestina/a/28335.html</a></p>
<p class="MsoNoSpacing"><a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090113/pagina/05/pezzo/239282/" target="_blank">http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090113/pagina/05/pezzo/239282/</a></p>
<p class="MsoNoSpacing"><span> </span></p>
<p class="MsoNoSpacing"><strong>Lo scritto di Ilan Pappé:</strong></p>
<p class="MsoNoSpacing">Da Ilan Pappé, <em>La pulizia etnica della Palestina</em>, Fazi editore, pag. 292.</p>
<p class="MsoNoSpacing">
<p class="MsoNoSpacing">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 12pt;">
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		<title>Dossier: Israele paese ospite della Fiera del libro di Torino. Lettera aperta di Yitzhak Laor</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/05/12/dossier-israele-paese-ospite-della-fiera-del-libro-di-torino-lettera-aperta-di-yitzhak-laor/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 May 2008 12:45:51 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Yitzhak Laor]]></category>
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					<description><![CDATA[(Il seguente testo va ad integrare il dossier dedicato alla dissidenza intellettuale in Israele. Di esso fanno già parte alcuni pezzi postati su NI &#8211; qui ,qui e qui Dossier a cura di Francesco Forlani, Lorenzo Galbiati, Daria Giacobini, Diego Ianiro, Andrea Inglese, Fabio Orecchini. La Fiera del libro di Torino e la buona vecchia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/folon_logo.jpg' alt='folon_logo.jpg' /></p>
<p><em>(Il seguente testo va ad integrare il  dossier dedicato alla dissidenza intellettuale in Israele. Di esso fanno già parte alcuni pezzi postati su NI &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/03/19/dossier-israele-paese-ospite-della-fiera-del-libro-di-torino/">qui</a> ,<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/02/06/vattimo-sul-dibattito/">qui</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/03/21/laltra-faccia-di-israele/">qui</a></em></p>
<p>Dossier a cura di <strong>Francesco Forlani</strong>, <strong>Lorenzo Galbiati</strong>, <strong>Daria Giacobini</strong>, <strong>Diego Ianiro</strong>, <strong>Andrea Inglese</strong>, <strong>Fabio Orecchini</strong>.</p>
<p><strong>La Fiera del libro di Torino e la buona vecchia Europa</strong><br />
<a href="http://www.forumpalestina.org/news/2008/Maggio08/11-05-08LitteraApertaLaor.htm"><strong>Una lettera aperta di Yitzhak Laor</strong></a></p>
<p>Cara amica, il nostro problema qui, in quanto israeliani contro l&#8217;occupazione, è un problema concreto con i nostri vicini concreti, quelli che tornano a casa dopo avere prestato servizio ai blocchi stradali e avere trattato esseri umani come animali: diventano fascisti attraverso la pratica &#8211; ossia attraverso il servizio militare &#8211; e solo poi fascisti ideologicamente. Questo non preoccupa la sinistra filo-israeliana in Italia. Tu sostieni che la sinistra italiana non avrebbe trattato un boicottaggio del Sudafrica nel modo in cui sta trattando qualunque proposta di boicottaggio di Israele. Ma la cosa è più semplice: pensa alla sinistra italiana durante la prima guerra del Libano e paragonala alla sua posizione attuale. Non è l&#8217;occupazione a aver cambiato natura. È l&#8217;Europa occidentale che è cambiata, che è tornata al suo vecchio modo di guardare i non-europei con odio e disprezzo.<br />
<span id="more-5888"></span><br />
Nell&#8217;immaginario della sinistra italiana, i palestinesi hanno perso lo «status» simbolico di cui godevano un tempo (la kefia al collo di decine di migliaia di giovani italiani, ad esempio) e sono passati nell&#8217;hinterland dell&#8217;Europa: dove gli americani possono fare quello che vogliono, e l&#8217;avida Europa, come sempre, si schiera dalla parte dei più forti. I palestinesi sono ancora una volta solo degli arabi che sanguinano, e il sangue arabo &#8211; proprio come in passato il sangue ebraico &#8211; vale poco. Si potrebbe riassumere il cinismo dell&#8217;attuale scena italiana citando Giorgio Napolitano, quando ha fatto riferimento a una vecchia discussione che ebbe nel 1982 a Torino con l&#8217;allora comunista Giuliano Ferrara. Riflettendo sulla posizione del Pci sul massacro di Sabra e Shatila, Napolitano, che sarebbe poi diventato Presidente, ha detto: «Per quanto riguarda una determinata persona (Giuliano Ferrara), ricordo solo che egli si faceva promotore di una causa (la causa palestinese nel 1982) che nel Partito godeva di una qualche popolarità ma che non ci avvicinava per nulla alla presa del potere». Machiavelli avrebbe dovuto incontrare sia Ferrara che il Presidente italiano per un drink sui fiumi di sangue palestinese. </p>
<p>Ma il cambiamento di posizione della sinistra italiana ha molto poco a che vedere con la propaganda israeliana, anche se la Fiera del libro di Torino rientra anch&#8217;essa nella propaganda israeliana. Concentriamoci per un momento su questa fiera, a titolo di esempio. Abbiamo a che fare con la Cultura, che è sempre la «coesistenza» di affari (delle case editrici, ad esempio) con il razzismo implicito degli «amanti della Cultura», cultura che è sempre puramente occidentale (cristiana o «secolare»). Gli israeliani in questo contesto sono gli «eredi della buona vecchia Europa», mentre gli arabi, naturalmente, non sono ammessi in questa cultura. In breve, la xenofobia italiana ha anche un volto umano: la Fiera del libro di Torino. Il nostro stato, che da 41 anni sta privando un&#8217;intera nazione di qualunque diritto se non quello di emigrare, viene celebrato dalla Cultura. Bene, questa è l&#8217;Europa &#8211; dopo tutto, la stessa Europa che noi e i nostri genitori abbiamo conosciuto: la Cultura è sempre stata la cultura dei Padroni. Il dibattito sulla Fiera del libro può dimostrare come la sinistra, un tempo la più sensibile d&#8217;Europa verso la causa palestinese, sia diventata la più cinica sinistra filo-israeliana. Ha perso il suo orizzonte politico, e in questo vuoto ideologico ciò che si è realmente verificato è il ritorno del Coloniale. È questo il contesto storico in cui va letta l&#8217;estinzione della nazione palestinese, celebrata attraverso il 60° anniversario di Israele. L&#8217;Europa si sta espandendo fino a includere Israele, come «isola di democrazia», di «diritti umani». </p>
<p>Non dobbiamo dimenticare che la sinistra italiana non ha mai attraversato un processo post-coloniale. Ha fatto tutta la strada dalla retorica anticolonialista degli anni &#8217;70 all&#8217;attuale «ansia» coloniale per «i nostri fratelli ebrei là nella giungla, tra i selvaggi». Mamma li turchi!<br />
Cara amica, non possiamo dipendere dagli europei, nonostante pochi coraggiosi. Guarda, i nostri soldati sono tornati a casa e dai loro scarponi il sangue cola in salotto. Imparano presto nella vita a ignorare le lacrime delle madri. Prima di compiere vent&#8217;anni sono già crudeli come cacciatori di teschi. Lo ammetto: dovevo scrivere questo pezzo per il Manifesto, ma mi sono rivolto a te, perché non riesco più a rivolgermi agli europei direttamente, chiedendo loro di pensare ai palestinesi rinchiusi come animali nei loro ghetti, al vento e alla pioggia. E gli anni passano.</p>
<p><strong>* scrittore israeliano<br />
(traduzione Marina Impallomeni)</strong></p>
<p>PS:<br />
<strong>Shabtai</strong> il 14 sarà anche ad Aversa.<br />
Verrà presentato il suo libro &#8220;Politica&#8221; edito da Multimedia</p>
<p>Mercoledì 14 Maggio 2008 ore 18.30<br />
Libreria <strong>&#8220;Quarto Stato&#8221;</strong> Casa della Poesia Fresco di Stampa<br />
in Via Magenta 78/80, Aversa</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Buon compleanno, mr. Darwin</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Feb 2008 18:17:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[charles darwin]]></category>
		<category><![CDATA[darwin]]></category>
		<category><![CDATA[darwin day]]></category>
		<category><![CDATA[evoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[evoluzionismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Galbiati Charles Robert Darwin compie oggi centonovantanove anni e questa settimana è festeggiato in molte città d’Italia nelle manifestazioni chiamate “Darwin Day”. Non che il Darwin Day sia nato quest’anno. È già un’abitudine, anzi, una fiera abitudine. A Milano, per esempio, la manifestazione è alla sua quinta edizione e nella locandina di presentazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Galbiati</strong></p>
<p>Charles Robert Darwin compie oggi centonovantanove anni e questa settimana è festeggiato in molte città d’Italia nelle manifestazioni chiamate “Darwin Day”.<br />
Non che il Darwin Day sia nato quest’anno. È già un’abitudine, anzi, una fiera abitudine. A Milano, per esempio, la manifestazione è alla sua quinta edizione e nella <a href="http://www.pikaia.eu/EasyNET/Archivi/Pikaia/Pdf/0003/3503.PDF" title="programma del Darwin Day 2008 in Italia">locandina di presentazione</a> si può leggere che il “Darwin Day di Milano è diventato a pieno titolo un atteso appuntamento annuale della vita culturale della città e, grazie al coinvolgimento di un numero crescente di altre sedi in Lombardia, si consolida come la più importante iniziativa regionale dedicata all’evoluzione. Come ogni anno i protagonisti del dibattito evoluzionistico internazionale si confronteranno fra loro e con il pubblico. In vista delle celebrazioni del bicentenario darwiniano del 2009 la manifestazione come d’abitudine abbraccerà linguaggi diversi e sarà composta non soltanto dalle sessioni di convegno, ma anche da serate a tema, spettacoli, laboratori per bambini e per ragazzi. Lo stile divulgativo, misto agli approfondimenti, sarà calibrato per un pubblico curioso, non necessariamente di addetti ai lavori, con particolare attenzione agli studenti delle scuole superiori e agli universitari, nell’intento di coltivare l’interesse per la cultura scientifica in un paese dove ancora essa non sembra adeguatamente valorizzata.”<br />
Eccoci al punto: è diffusa la cultura scientifica in Italia?<span id="more-5351"></span><br />
Prima di lanciarci in valutazioni pessimistiche, prima di tirare fuori il prevedibile riferimento alla Chiesa cattolica e al suo oscurantismo religioso che precluderebbe la strada, in Italia più che altrove, alla ricerca scientifica, ricordo subito che il Darwin Day arriva in Italia grazie a… ai soci dell’<a href="http://www.uaar.it/uaar/darwin_day/2008/" title="il sito web del Darwin Day">UAAR, l’Unione degli Atei Agnostici Razionalisti</a>.<br />
Si legge infatti nel loro sito web:<br />
“Da tempo, il mondo anglosassone commemora la nascita di Charles Darwin (12 febbraio) con conferenze, incontri, dibattiti ed eventi varî che celebrano i valori della ricerca scientifica e del pensiero razionale. Nel 2003 il Darwin Day è finalmente arrivato anche nel nostro Paese grazie all’UAAR. Dal 2004 l’UAAR, in collaborazione con le Librerie Feltrinelli, organizza in tutta Italia diversi incontri con scienziati, docenti e giornalisti scientifici. L’UAAR dedica i suoi Dawin Day 2008 ai docenti del dipartimento di fisica dell’Università “La Sapienza” di Roma.”<br />
Abbiamo quindi due manifestazioni darwiniane parallele: da una parte musei scientifici, istituti superiori e universitari insieme ad altri enti statali e ad associazioni private organizzano dal 2004 i Darwin Day “istituzionalizzati”, quelli che vengono oggi identificati come Darwin Day dalla maggior parte della popolazione; dall’altra, l’UAAR, che meritoriamente ha anticipato le istituzioni nell’indire questa manifestazione, continua a organizzare insieme alla Feltrinelli i suoi Darwin Day “militanti”. Nessuna competizione, sia chiaro, nessun antagonismo tra i due Darwin Day: i protagonisti degli uni sono spesso protagonisti anche degli altri. Piuttosto, vi è il rischio, da parte di alcuni, di credere che i Darwin Day siano strumenti di propaganda ateistica o addirittura antireligiosa, visto come sono nati. Non mi inoltro subito in questa spinosa questione, preferisco prima constatare come, con il passare degli anni, i Darwin Day delle due parti si siano moltiplicati e irrobustiti, e ora si stanno espandendo a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale.<br />
Darwin fa successo, insomma.<br />
È interessante allora chiedersi quali ne siano le ragioni, e perché un’associazione di atei e agnostici si impegna in queste manifestazioni. Forse il successo del Darwin Day è la reazione di una parte sana e vitale della società a un clima culturale pervaso sempre più da recrudescenze pregiudiziali –  siano esse di natura politica, filosofica o religiosa – verso l’odierno impianto epistemologico delle scienze naturali.<br />
Per sondare la validità di questa ipotesi, andiamo alla radice. Perché si celebra il Darwin Day?<br />
<a href="http://www.sisuni.unimi.it/JumpNews.asp?idLang=IT&amp;idChannel=25&amp;idUser=0&amp;idNews=9919" title="Marco Ferraguti e Telmo Pievani sul Darwin Day">Secondo i docenti universitari milanesi</a> Marco Ferraguti (professore di evoluzione biologica) e Telmo Pievani (filosofo della scienza), “Charles Darwin occupa un posto del tutto particolare nella scienza. Copernico, Newton, Einstein o Freud hanno rivoluzionato il nostro modo di vedere alcuni aspetti fondamentali della realtà, ma noi non celebriamo il loro compleanno ogni anno. Da anni in tutto il mondo, e anche a Milano, si festeggia invece il Darwin Day (<a href="http://www.darwinday.org/" title="sito ufficiale del darwin Day nel mondo">http://www.darwinday.org/</a>). Ci sembra dunque interessante indagare sulle ragioni di tale interesse. Ci sono due motivi per i quali esiste il Darwin Day: uno, per così dire, in positivo, l’altro in negativo.<br />
Darwin diede inizio a un modo di pensare e a un programma di ricerca che coinvolge tutti i biologi e i naturalisti attivi nel mondo, e non solo loro. Per la prima volta veniva proposto un meccanismo, la selezione naturale, in grado di spiegare in termini scientifici la diversità e la complessità degli adattamenti presenti in natura. Molti naturalisti prima di lui avevano ipotizzato l’evoluzione delle specie, la loro discendenza comune e la loro moltiplicazione, ma solo Darwin, insieme ad Alfred Russel Wallace, aveva saputo individuare le cause del cambiamento. Tuttavia, la figura di Darwin è ancora oggi bersagliata da critiche di ogni genere.<br />
Ciò che Darwin ha insegnato, a biologi e naturalisti in primo luogo, ma anche a tutta l’umanità, è che: “Negli organismi viventi, ciascun processo o fenomeno è il risultato di due diversi fattori causali, definiti, in genere, come cause prossime (funzionali) e cause remote (evolutive). Le attività e i processi controllati da un programma sono cause prossime. Ciò significa,  in particolare, che i processi relativi alla fisiologia, allo sviluppo e al comportamento sono controllati da programmi genetici e somatici. Essi rispondono alle domande del tipo: «Come?». Le cause remote o evolutive, invece, sono implicate nell’origine dei nuovi programmi genetici o nella modificazione dei programmi esistenti: in altri termini, esse sono le cause che conducono ai mutamenti che si verificano durante il processo  evoluzionistico. Esse sono gli eventi o i processi del passato che hanno mutato il genotipo e, pertanto, non si possono indagare con i metodi della chimica o della fisica, ma occorre ricostruirle attraverso deduzioni storiche, attraverso cioè la verifica delle ricostruzioni storiche. Esse rispondono alle domande del tipo:  «Perché?»” (Ernst Mayr, “Il modello biologico”, 1998).<br />
Dopo il lavoro di Darwin nessun biologo può ignorare che ogni fenomeno biologico è determinato da questa duplice serie di cause, prossime e remote. […]<br />
Dunque, se biologi e naturalisti si riconoscono un po’ tutti come “figli di Darwin”, in ragione di motivazioni scientifiche precise e non certo per un attaccamento ideologico o aprioristico, non è facile capire perché persone come l’insigne storico della matematica Giorgio Israel possano scrivere su “Il Foglio” del 6 settembre 2005 che: “la teoria darwiniana in senso stretto è morta e seppellita da ormai cent’anni, fin da quando le sue numerose e gravi falle condussero quasi tutta la comunità scientifica a rigettarla. L’orientamento largamente prevalente fu che, sebbene l’ipotesi evolutiva rimanesse in campo, nessuno poteva seriamente dichiararsi «darwiniano»”.<br />
Perché, giusto per fare un parallelo, pur essendo molte delle idee e delle spiegazioni  matematiche di Copernico completamente superate, a nessuno viene in mente di dichiarare Copernico morto e sepolto, e nessuno si scandalizza se qualcuno definisce “copernicana” la visione attuale del sistema solare? Molta acqua è passata sotto i ponti da quando Copernico ha prodotto la sua rivoluzione, molta da quando Darwin ha prodotto la sua. Crediamo che non esista nessun biologo che abbia dell’evoluzione, oggi, un’idea esattamente identica a quella di Darwin, tanto quanto nessun astronomo la pensa proprio come Copernico.  Allora, perché tanto accanimento contro Darwin?<br />
È difficile dare una risposta univoca a questa domanda, anche perché su di essa si intrecciano motivazioni filosofiche, religiose e politiche che hanno ben poco a che vedere con la scienza. Cercando di discriminare fra le varie posizioni di attacco alla figura di Darwin, ci pare di poterne identificare due piuttosto differenti.<br />
La prima muove da un fronte ampio e variegato che sembra prendersela in parte con Darwin e in parte, addirittura, con il concetto stesso di evoluzione. Questo fronte ha le sue radici ideologiche nelle posizioni di filosofi come Julius Evola:  “nelle testimonianze più remote dei miti e degli scritti dell’antichità non si trova proprio nessun ricordo che conforti l’ «evoluzionismo» e si trova &#8211; invece e appunto &#8211; l’opposto, la costante idea di un passato migliore, più luminoso e super-umano («divino»)” (“Rivolta contro il mondo moderno”, 1951, p. 241). Tale posizione sembra echeggiare quella di Benedetto Croce &#8211; che definì l’evoluzione una “immagine di fantastiche origini animalesche e meccaniche dell’umanità e con esse un senso di sconforto e di depressione, quasi di vergogna, a trovarci noi discendenti da quegli antenati e sostanzialmente a loro simili, nonostante le illusioni e le ipocrisie della civiltà, brutali come loro” (“La Critica” 37, p. 146, 1939) &#8211; e si è sviluppata e diffusa più recentemente coinvolgendo persone provenienti da frange estreme della destra, o personaggi anche di rilievo della Chiesa Cattolica, quale il cardinale di Vienna Christoph Schonborn, (<a href="http://www.millerandlevine.com/km/evol/catholic/schonborn-NYTimes.html" title="Schonborn a proposito di darwin">http://www.millerandlevine.com/km/evol/catholic/schonborn-NYTimes.html</a>) nonché giornalisti più o meno colti che sembrano frequentare e assecondare entrambi i versanti che abbiamo menzionato.<br />
L’altra posizione antidarwiniana è occupata invece da scienziati non biologi &#8211; di solito fisici, chimici, o matematici &#8211; e merita forse qualche commento ulteriore. Senza entrare nei dettagli, ci sembra di poter dire che ciò che accomuna questa seconda posizione sia un sostanziale disinteresse nei confronti delle ricerche degli evoluzionisti “militanti”. Esiste oggi un torrente di ricerca evoluzionistica, e molta di essa si basa sulla selezione, naturale o riprodotta in laboratorio. Nonostante ciò continuiamo a sentire frequentemente dai personaggi di questo gruppo critiche del tipo: “la teoria dell’evoluzione non è scientifica perché non è descrivibile attraverso equazioni matematiche rigorose” oppure “l’evoluzione non può essere guidata dal caso”.<br />
Crediamo che nessun evoluzionista degno di questo nome abbia mai fatto un’affermazione come quest’ultima. Sappiamo inoltre che esistono ampi settori della ricerca evoluzionistica contemporanea dotati di apparati matematici raffinati e affidabili. Allora ci chiediamo: perché questi stimati scienziati, che dovrebbero conoscere il modo di procedere della critica scientifica, non la praticano anche a proposito dell’evoluzione  del darwinismo? […]<br />
Ciò che in realtà riscontriamo studiando il programma di ricerca evoluzionistico attuale, applicato in tutti i laboratori del mondo e alimentato dalla letteratura evoluzionistica ospitata sulle più importanti riviste scientifiche, è che il “nucleo” darwiniano originario è stato in parte rivisto e in parte aggiornato e integrato, ma mantiene più salda che mai la sua capacità esplicativa e predittiva.<br />
Certo, abbiamo rinunciato ad alcune assunzioni troppo restrittive che rischiavano di escludere dalla spiegazione una quantità di “anomalie”, optando per una pluralità di fattori e di processi con domini di pertinenza limitati, ma nel far questo il nocciolo della logica darwiniana (variazione, ereditarietà, selezione) è stato corroborato e costantemente rinforzato da prove eterogenee e convergenti. Se ne evince, passando in rassegna le scoperte più recenti nelle discipline evoluzionistiche, che la spiegazione neodarwiniana, come ha riconosciuto la rivista “Science” nominando provocatoriamente Darwin fra i grandi scienziati dell’anno 2005, ha oggi guadagnato in “realismo”: sa cioè descrivere meglio di prima la realtà dei fenomeni empirici che studia. […]<br />
Di fronte agli esiti promettenti di questa “evoluzione” della teoria darwiniana, stridono sempre più vigorosamente le strategie di discredito che gli antievoluzionisti praticano usualmente.<br />
Esse appartengono a tre categorie ormai ben riconoscibili, ma facilmente confutabili da chiunque conosca minimamente la scienza.<br />
La prima è quella di negare l’evidenza e di portare il dibattito su un terreno che prescinda completamente dalla realtà dei fatti scientifici noti e acquisiti, nonché dalla letteratura consolidata nelle discipline di cui si sta discutendo. Si tratta a tutti gli effetti di una forma di “revisionismo”, non meno sgradevole e condannabile del peggior revisionismo storico. Fanno parte di questa categoria tutti i tentativi neocreazionisti di dimostrare l’esistenza di “prove empiriche” e scientificamente rilevanti dell’intervento di un “progettista intelligente” nell’evoluzione biologica.  Versione aggiornata della teologia naturale ottocentesca, la dottrina dell’Intelligent Design è stata giustamente esclusa dall’insegnamento scolastico negli Stati Uniti, in una sentenza storica emessa in Pennsylvania il 20 dicembre 2005, in quanto si configura come un tentativo di insegnare argomenti religiosi a scuola nelle ore di scienze e quindi come una violazione del dettato costituzionale (americano, non italiano) che nel Primo Emendamento esclude categoricamente questa possibilità.<br />
La seconda strategia è quella di strumentalizzare le controversie che normalmente, e proficuamente, si sviluppano all’interno della comunità scientifica attorno a temi evoluzionistici. Tali dibattiti rappresentano il sale della conoscenza scientifica in tutte le discipline ed è un grave errore confonderli con un segno di debolezza dei quadri esplicativi che ne fanno da cornice.<br />
Nessuno di noi dubita della validità della meccanica quantistica, di cui sfruttiamo quotidianamente le applicazioni tecnologiche senza alcuna remora, benché essa sia attraversata da controversie e discussioni anche accesissime fra diverse correnti di interpretazione di alcuni suoi principi. Ancora una volta si tratta di una strategia mistificante e ideologica, che nulla ha a che vedere con la realtà della crescita della conoscenza scientifica in atto.<br />
La terza strategia è quella di presentare tendenziosamente la teoria dell’evoluzione attraverso una sua caricatura inesistente, per esempio prendendo una porzione della sua architettura teorica (le mutazioni casuali) e trasformandola nel messaggio centrale: “siamo figli del caso”. Peccato che questa non sia affatto una conclusione legittima a partire dalla conoscenza dei meccanismi evolutivi fondamentali.<br />
L’insieme di queste tre strategie occupa purtroppo uno spazio eccessivo e immotivato sui media, anche italiani, da alcuni anni a questa parte. Non solo, a dimostrazione del fatto che non si tratta di polemiche sporadiche e accidentali ma di una politica culturale orchestrata e intenzionale, il movimento antievoluzionista italiano ha saputo conquistarsi recentemente anche una sponda politica e ha vinto la sua battaglia con la scelta di rimuovere dai programmi di scienze della scuola media riformata i punti riguardanti l’evoluzione, alcuni dei quali (soprattutto quello che recitava “origini ed evoluzione biologica e culturale della specie umana” &#8211; il misfatto, avvenuto sotto il dicastero di Letizia Moratti, che godeva della collaborazione del Professore Giuseppe Bertagna, permane a tutt’oggi) non sono mai più stati reintrodotti nonostante la reazione indignata dell’intera comunità scientifica italiana. […]”<br />
Eccoli, i motivi per cui esiste il Darwin Day. Com’era prevedibile, quelli in negativo hanno occupato molto più spazio, nell’articolo di Ferraguti e Pievani, di quelli in positivo. La biologia, la scienza della vita, sta subendo oggi un massiccio sabotaggio che mira ad avvelenarne o a strapparne le radici, che risiedono nell’evoluzione. Possiamo infatti fornire migliaia, centinaia di migliaia, infinite informazioni su cosa sia la vita, su come siano organizzati gli esseri viventi ma, come ammonisce la famosa frase del genetista russo Theodosius Dobzhansky (riportata nel cartellone del <a href="http://www.museiscientificiroma.eu/darwin2008/">Darwin Day di Roma</a>), “Nothing in biology makes sense except in the light of Evolution”.</p>
<p><em>Lorenzo Galbiati (<a href="http://www.pistorius.splinder.com/" title="il blog di Lorenzo Galbiati">blog</a>)</em></p>
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		<title>Fiera del libro, dietro le quinte c&#8217;è la Palestina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Feb 2008 10:50:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo galbiati]]></category>
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					<description><![CDATA[(Questo articolo è apparso su il Manifesto, 19 gennaio 2008. Ed è leggibile anche qui. Ringrazio Lorenzo Galbiati che me lo ha segnalato.) di Stefano Sarfati Nahmad Un articolo sul quotidiano israeliano Haaretz del 6 agosto 2007 spiega che dietro questo gran via vai di scrittori israeliani in giro per il mondo e dietro un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Questo articolo è apparso su</em> il Manifesto, <em>19 gennaio 2008. Ed è leggibile anche <a href="http://www.rete-eco.it/content/view/925/1/">qui</a>. Ringrazio Lorenzo Galbiati che me lo ha segnalato.)</em></p>
<p>di <strong>Stefano Sarfati Nahmad</strong></p>
<p>Un articolo sul quotidiano israeliano Haaretz del 6 agosto 2007 spiega che dietro questo gran via vai di scrittori israeliani in giro per il mondo e dietro un certo numero di traduzioni di loro libri in diverse lingue, c&#8217;è una persona che si chiama Dan Orian capo del settore letteratura al DCSA (Division for Cultural and Scientific Affaire) una divisione del Ministero degli Esteri israeliano. Spiega la giornalista Shiri Lev-Ari: «Gli scrittori cercano di promuovere il loro lavoro all&#8217;estero e il Ministero degli Esteri vuole utilizzarli per mostrare la faccia più attraente e sana di Israele»; «Dan Orian &#8211; scrive la giornalista &#8211; vede la letteratura israeliana come una parte del lavoro di public relations». Dice Dan Orian: «Siamo percepiti come un paese aggressivo, che impone chiusure sui territori, ma improvvisamente appare una scrittrice che parla di relazioni familiari, con una scrittura molto &#8220;non politica&#8221;. Questo può cambiare l&#8217;intera percezione della società israeliana».<br />
<span id="more-5292"></span><br />
Questo per dire cosa c&#8217;è dietro le quinte del dibattito sulla Fiera Internazionale del Libro di Torino, sul cui sito ufficiale, si legge: «Sarà Israele il Paese ospite d&#8217;onore alla Fiera 2008. In occasione della ricorrenza del 60° anniversario della sua fondazione, Israele ha scelto Torino come la vetrina più adatta per far conoscere e discutere la propria identità culturale». Israele ha scelto la vetrina più adatta&#8230; per le sue public relations.</p>
<p>Uno degli scrittori che pare sarà presente alla Fiera del Libro sarà Aron Appelfeld, deportato insieme al padre in un campo di concentramento in Ucraina quando aveva appena 8 anni, dopo aver sentito l&#8217;urlo di sua madre che veniva ammazzata. Miracolosamente sopravvissuto, nel 1946 immigra in Palestina. Di lingua madre tedesca (il suo diario al tempo del suo arrivo in Palestina è «un mosaico di parole in tedesco, yiddish, ebraico e ruteno»), Appelfeld decide di scrivere in ebraico, anche se il primo libro in questa lingua lo compra quando aveva già 25 anni. Nel suo capolavoro assoluto che è <em>Storia di una vita</em> (edizioni Giuntina) racconta tra le altre cose del recinto Keffer dove i tedeschi nel campo di concentramento di Kaltschund tenevano cani feroci e dove buttavano i bambini, inutili per il duro lavoro di fondere metalli e produrre armi. Una volta uno ne uscì, ma non parlava più, abbozzava un latrato.</p>
<p>Ditemi adesso, come posso io dire a questo signore, che ha scritto un libro che conservo come un tesoro, che è testimone vivente della Shoah, di non prestarsi al gioco delle public relations? Eppure dovrei, devo trovare le parole per mettere di seguito al suo nome, alla sua esperienza, quella dei palestinesi che hanno dovuto lasciare la terra dove abitavano per far posto a lui e alla nascente società israeliana. Ma non ne sono capace, preferisco allora riportare alcune parole di una donna Israeliana, Nurit Peled, pronunciate durante un discorso tenuto il 28 dicembre 2007 intitolato: <em>La mamma ebrea sta scomparendo</em>.<br />
«Voglio dedicare le mie parole ai bambini della Striscia di Gaza, che si stanno lentamente consumando per fame e malattia, e alle loro mamme che continuano a portare bambini in questo mondo, a nutrirli e a educarli in modo meraviglioso. Oggi, il tasso di alfabetizzazione nella Striscia di Gaza è al 92%, tra i più elevati al mondo, e questo nel più terribile campo di concentramento sulla terra, i cui abitanti vengono soffocati mentre il mondo civilizzato guarda in silenzio. Nello Stato di Israele, la mamma ebrea è in via di estinzione. La mamma ebrea di oggi è segregata in quartieri come Mea Shearim; lì le madri proteggono i figli dall&#8217;esercito, ma fuori da quei quartieri non si sente la voce della mamma ebrea tranne che in organizzazioni come le Donne in Nero che la società in generale condanna e diffama. Lo Stato di Israele condanna e diffama la voce della mamma ebrea che è la voce della compassione, della tolleranza e del dialogo. Lo Stato di Israele fa tutto quel che può per rendere quella voce muta per sempre. Pochi sono i genitori in Israele che ammettono a loro stessi che a uccidere bambini, distruggere case, sradicare ulivi, avvelenare i pozzi sono nessun altro che i loro bellissimi figli e figlie, i loro ragazzi che in questo posto sono stati educati, negli anni, alla scuola dell&#8217;odio e del razzismo. I ragazzi che hanno imparato per 18 anni a temere e disprezzare lo straniero, ad avere sempre paura dei vicini, dei gentili, ragazzi che sono stati cresciuti nella paura dell&#8217;Islam &#8211; una paura che li prepara a essere soldati brutali e discepoli di assassini di massa. E non solo questi ragazzi uccidono e torturano, lo fanno col supporto di mamma, con la piena approvazione di papà, incoraggiati da tutto il Paese, che davanti alla morte di un bambino, di un anziano, di un disabile non fa molto più che alzare un sopraciglio. Un Paese che manda in giro piloti d&#8217;aereo che non sentono nulla, se non una leggera scossa d&#8217;ala, quando sganciano bombe su intere famiglie e le schianta a morte».</p>
<p>Torno a usare le mie parole e mi chiedo: ha senso, oggi, parlare di Israele senza parlare di Palestina? La cecità politica di una classe dirigente accecata dalla brama dell&#8217;espansione territoriale, ha portato oggi a una situazione sul terreno tale da rendere impossibile la soluzione dei due Stati a meno di enormi cambiamenti. Oggi Israele è già un paese che, potenza economica regionale, potenza militare mondiale, si estende dal Mediterraneo al Giordano, con al suo interno isole sigillate abitate da una popolazione «altra». Oggi Israele è uno Stato che pratica l&#8217;apartheid.</p>
<p>Possiamo anche divertirci a vedere «la faccia più attraente e sana di Israele» ma questo non cambia la realtà di quello che oggi Israele è. Non so cosa pensare del boicottaggio, penso solo che se fossi uno scrittore palestinese ci penserei due volte prima di accettare l&#8217;invito ad andare a Torino a rendere credibile il «prodotto Israele», nella celebrazione dei suoi sessant&#8217;anni.</p>
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