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	<title>lorenzo pavolini &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Tre nostalgie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Oct 2012 13:28:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Vanni Santoni (Che, sì, potrebbe essere anche il titolo di un libro di Richard Yates*). Ho letto di recente tre bei romanzi, che trovo siano uniti, oltreché dal fatto di essere stati scritti da autori nati nella forbice di un quindicennio (Pavolini 1964, Ghelli 1975, Cognetti 1978) e legati a vario titolo a Roma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-43954" title="Nostalgia-by-Veidt" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/Nostalgia-by-Veidt.jpg" alt="" width="250" height="139" /></p>
<p>di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p>(Che, sì, potrebbe essere anche il titolo di un libro di Richard Yates*). Ho letto di recente tre bei romanzi, che trovo siano uniti, oltreché dal fatto di essere stati scritti da autori nati nella forbice di un quindicennio (Pavolini 1964, Ghelli 1975, Cognetti 1978) e legati a vario titolo a Roma (Cognetti per l’editore, Ghelli per averla scelta come città di adozione, Pavolini per nascita e editore), da una fortissima tensione nostalgica, declinata tuttavia secondo modalità affatto diverse.</p>
<p><span id="more-43942"></span></p>
<p>Il libro di Ghelli lo conoscevo da molto prima che avesse il titolo<strong><em> Voi, onesti farabutti</em></strong>, col quale è uscito per i tipi di Caratteri Mobili; di più: lo aspettavo proprio. Varie volte, ai reading (Ghelli è parte di <a href="http://scrittoriprecari.wordpress.com/">Scrittori Precari</a>, collettivo che ha fatto delle letture pubbliche la propria bandiera), avevo sentito quell’apertura che fa</p>
<blockquote><p>Mio nonno ne beve un dito ancora, dopo il caffè: di rosso, come i suoi pensieri: pensieri ostinati di una vita, masticati col pane, intinti con dita non tremanti; ma mica come l’ostia, che si scioglie in bocca senza sapore; no: un retrogusto amaro risale, di fumo incallito e di bestemmie davanti al televisore.</p></blockquote>
<p>L’avevo sentita di nuovo in <em>Trauma Cronico</em>, spettacolo teatrale di Dimitri Chimenti che aveva messo in scena gli Scrittori Precari stessi, col loro lavoro e il loro vissuto, e l’avevo pure richiesta: una volta non mi trattenni e gridai “Ghelli, leggi i’ nonno”. È quindi un grande piacere per me vedere oggi in libreria, nella dissonante e tuttavia convincente veste grafica scelta dall’editore – copertina rossa, con un nudo corpo umano sul quale è disposta una serie di disegni-tatuaggi che ricorrono poi, neri su bianco, come una sorta di titoletti, all’interno – questo romanzo, che è poi una specie di confronto tra due bastian contrari separati da una generazione; confronto di cui la fantasia letteraria è l’unico possibile mediatore, per stessa, implicita ammissione di Ghelli quando scrive</p>
<blockquote><p>A furia di leggere m’era cresciuta l’immaginazione a dismisura: finii per addebitare alla guerra la ferita del nonno; e nel buco dietro la caviglia, la fantasia ci piantò la scheggia d’una bomba. A sentirlo che parlava di bersaglieri e di come scattavano di corsa, me l’ero raffigurato come assediato da una gragnola d’ordigni, col pennacchio che vibrava per tutti i colpi passati a raso. Per me aveva fatto addirittura la Prima guerra mondiale: l’immaginavo a far dispetti agli austriaci, anche se le date non coincidevano per nulla; ma il mio tempo funzionava come la fisarmonica che ancora garba tanto al nonno: l’allargavo dove mi faceva comodo, per farci entrare anche la mia, di storia.</p></blockquote>
<p>È poi un piacere ritrovare <em>Voi, onesti farabutti</em> in libreria anche perché era sempre un piacere ascoltarlo. Ora, quello dei libri “perfetti per la voce del loro autore” è quasi un cliché, ma chiunque ne ha avuto esperienza potrà confermare che quando Ghelli legge dal vivo passi di questo romanzo, gli si accende negli occhi una scintilla speciale, <img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-43949" title="voi_onesti" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/voi_onesti-181x300.jpg" alt="" width="151" height="225" />e all’ascoltatore sembra di sentire nel gargarozzo quel vinaccio aspro ma gagliardo che garbava a suo nonno. In realtà con questo romanzo Ghelli fa un passo in più e, portando all’estremo il proprio stile, conduce questo legame tra il testo scritto e il testo letto alla sua miglior conclusione: leggendo il libro sembra di sentire Ghelli leggere anche se non è presente. Di più: anche se non lo si è mai sentito leggere – ne sono convinto.<br />
E non si pensi, come si potrebbe sospettare da una così forte presenza dei sentimenti dell’autore, e dal clima di dolce nostalgia che permea l’apertura, che si tratti di un’agiografia: le parti più potenti – oltre a quelle di amara presa di coscienza sociale, dove si scorgono riverberi non solo dell’anima di Bianciardi, ormai innervata in pianta stabile nel Ghelli, ma anche del Pratolini di <em>Metello</em> – sono in effetti quelli dove questo nonno ci viene presentato nel modo peggiore, prostrato dalla vecchiaia e dalle sue fissazioni:</p>
<blockquote><p>Lui è vecchio, ma mica daltonico: sordo sì, che c’ha la schiavitù delle cuffie, quelle con l’antenna che tiene sulla chiorba mentre s’agita in poltrona. Quando principia a quel modo, pare che la tribuna politica, dalla televisione, sia franata in casa con tutte quante le poltrone: ci parla come se ce l’avesse di fronte, i politici; certi discorsi da rizzarglisi tutti i capelli in testa, mentre si tiene abbarbicato ai braccioli per non cader per terra.<br />
[&#8230;]<br />
La nonna me lo raccontò per telefono, con la voce rotta dall’emozione: «Vedessi che figure: al mercato m’ha fatto una scenata davanti a tutti, per- ché discutevo con quello del banco dei formaggi. M’ha preso per il gomito, con una forza che mi c’è venuto un livido, e m’ha trascinata via. Sarei voluta sprofondare&#8230;»</p></blockquote>
<p>e il nonno è anche lo strumento per ricordare un’epoca, nella quale i nonni – pur meno anziani e malmessi – erano ancora nonni, ma noi eravamo piccoli. E quando troviamo immagini care alla nostra generazione – il Super Tele squarciato innanzi tutto, topos della nostra infanzia passata a giocar per le vie – oltre che degli avi abbiamo nostalgia per noi stessi: per le nostre infanzie, che in fin dei conti ci piace pensare che fossero più figlie, o nipoti almeno, di quel mondo là, piuttosto che prodromi di questo qua.</p>
<p>Sarà l’accelerazione temporale propria della contemporaneità, ma davvero il nostro passato, un passato recente, recentissimo, appare già lontano. Nell’incipit di <em><strong>Tre fratelli magri</strong></em>, il romanzo di Lorenzo Pavolini edito da Fandango, si legge</p>
<blockquote><p>Il tetto sembrava sempre sul punto di venire sradicato dal vento, e noi saremmo potuti volare via. Eravamo bambini leggeri. Dormivamo in tre letti vicini, allineati lungo la parete battuta dallo scirocco; educati a non invocare il soccorso dei genitori, tanto meno quello delle divinità, nelle frequenti notti di bufera ci rassicuravamo tra noi, trascorrendo quelli che poi sarebbero rimasti i nostri momenti di massima unione.</p></blockquote>
<p>e sebbene si sia presumibilmente a metà anni ’70 e ci si trovi, a conti fatti, in un interno borghese, per quanto precario – la “casa in montagna” – lo scenario si presenta subito come fuori dal tempo, se non addirittura, nel triangolo uomo-elementi-dèi che viene evocato, mitologico.<em> Tre fratelli magri</em> è il romanzo di una nostalgia estrema, che porta a una ricerca: quella di un ritrovato rapporto, o meglio di una ritrovata esistenza, con due fratelli perduti in lontanissime derive psichiche e spaziali, che fin dall’inizio si sa impossibile:</p>
<blockquote><p>Emanuele era partito per mare. Marco aveva scelto la montagna, era diventato maestro di sci, da dieci anni era musulmano osservante. Io sono rimasto quasi sempre dov’ero, però un giorno mi sono svegliato con questa stupida idea di ricreare l’unione che c’era tra noi là, sotto quel tetto, almeno per qualche ora. E ho fatto come tutti: premuto pulsanti, attaccato spinotti, inviato messaggi, atteso risposte negli auricolari mentre camminavo su marciapiedi sbrecciati, mi stipavo negli autobus odorosi, riluttavo nei corri- doi per raggiungere studi e riunioni. A turno i fratelli si materializzavano nel mezzo del mio quotidiano, ma a ogni tentativo fallito di comunicare avevo più chiara la loro immagine distante.</p></blockquote>
<p>Ricerca impossibile – non è, io credo, un caso se le due derive, quella marina e quella delle vette, siano simbolicamente le più distanti tra loro –, se non attraverso la letteratura. A volte si scrive per esorcizzare, altre per evocare (sempre di attività da cerchio magico si parla): <em>Tre fratelli magri<img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-43950" title="magri" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/magri.jpg" alt="" width="151" height="229" /></em> appartiene alla seconda categoria: nella nostalgia, nell’evocazione letteraria di ciò che ci manca, si cercano filtri per interpretare la realtà. Filtri inesistenti nell’esperienza sensibile, basti a riguardo il brano in cui il narratore e il “fratello magro” di montagna, entrambi sciatori esperti, guardano straniti alcuni giovani snowboarder, il cui non riconoscimento è un riflesso del loro non riconoscersi l’un l’altro:</p>
<blockquote><p>Negli occhi dei ragazzi dello snowboard noi due non entravamo, come una miriade di individui non entra nella vita di una miriade di altri individui del mondo, nonostante la storia a cui partecipano dovrebbe essere la stessa.</p></blockquote>
<p>Così, se l’evocazione è innanzitutto un modo per riplasmare, in una forma meno aspra e dolorosa, non stupisce vedere che intorno al livello centrale di evocazione, quello che riguarda i due “fratelli magri” del narratore, se ne sviluppano altri due: uno più esterno – quello della ricerca di uno zio, divorato dalla montagna decenni prima – e uno più interno, quello del narratore medesimo che cerca se stesso. Nella ricerca dello zio perduto sono d’aiuto dei vecchi ritagli di giornale:</p>
<blockquote><p>Il rilievo grafico delle foto, i caratteri scuri dei titoli di giornale offrivano le prime sporgenze alle quali restare aggrappati. Bello il dottor Macchi a vent’anni, abbiamo detto entrambi per rompere la tensione</p></blockquote>
<p>e quindi anche nella ricerca di sé Pavolini si aiuta con le foto, secondo il “metodo Sebald”, autore del quale ricorda anche un certo modo di approcciare la realtà, intesa come un’epidermide dolente in cui scovare sacche, pustole di senso. Una ricerca che però in ogni momento può trasformarsi in nuova, e più grave perdizione, come se si stesse esplorando il bordo di un frattale pronto a risucchiarci – questa struttura a pozzi concentrici si ritrova anche nella vicenda del “fratello magro” perduto per mare, che a sua volta ha perduto una figlia, Alice, fuggita chissà dove. E le pagine migliori sono forse proprio quelle in cui il protagonista visita il fratello in Thailandia, un momento del romanzo dove la deriva è totale, ma proprio per questo si aprono le porte della percezione, attraverso le quali la nostalgia e il ricordo si sublimano, e diventano verità:</p>
<blockquote><p>Al terzo giorno di navigazione, ancora molto lontani da Phuket, in prossimità dell’Equatore, passata la perturbazione e placato il vento, quando il caldo verso le undici si era fatto insopportabile, ci siamo tuffati a turno da prua. Emanuele è rimasto a lungo a farsi trascinare dalle cime nella scia, poi è risalito a bordo grondante e contento. Io sono saltato di piedi. Ho nuotato verso il basso cercando di concentrarmi sul crepitio degli alfeidi, che schioccano la loro chela minuscola e potente per stordire le prede, riempiendo il mare di un’effervescenza misteriosa dove viene spontaneo restare sospesi a braccia aperte. Ho guardato lo scafo passare sopra di me con il suo bulbo di ghisa. Ho guardato ancora in basso la luce scendere e svanire nel blu. Ho visto come in un film me e i miei fratelli magri nuotare per sfida ancora più giù, le nostre membra biancheggiare a tratti come monete mentre vanno a fondo, e quando finalmente sono riemerso e ho provato ad acchiappare le cime trascinate dietro la poppa, le ho viste guizzare via nella schiuma.</p></blockquote>
<p>La nostalgia cognettiana è invece una materia meno chiara, più difficile da approcciare. Vuoi perché rispetto a quelli dei romanzi di Ghelli e Pavolini, il narratore di <strong><em>Sofia si veste sempre di nero</em></strong> (minimum fax) è più distante da protagonista e autore, vuoi perché il mondo passato, o meglio l’Italia passata, di <em>Sofia si veste sempre di nero</em>, è un luogo assai poco desiderabile, in cui si accavallano dolore e incomprensione. Tuttavia c’è spazio per il ricordo, invero nostalgico, di certi giochi</p>
<blockquote><p>E l’ossessione di Oscar nel 1985 batte bandiera nera: un’altra estate toccherà ai guerrieri Apache, e poi ai banditi di Sherwood e ai cercatori d’oro in Alaska, ma questo è l’anno dei pirati e il parco di Lagobello sembra costruito apposta per lui.</p></blockquote>
<p>Parole che mi fa un certo effetto leggere poiché realizzo che siamo tra gli ultimi – io sono del ’78 come Cognetti, mentre la sua Sofia è del ’77 – a giocare così, gli ultimi per i quali queste guerre à la Molnár costituiscono memoria collettiva – e infatti in Sofia veste sempre di nero già si parla di un equipaggio fatto per lo più di</p>
<blockquote><p>figli unici ben nutriti, allevati in appartamento, allergici ai pollini e al sole, incapaci di distinguere le vespe dalle api</p></blockquote>
<p>primi prototipi delle generazioni successive, pronti per la playstation. E mi ha dato una gran nostalgia anche un altro bel passo – tutto fatto di cose brutte, a riprova che per renderli dolci nel ricordo è sufficiente la consapevolezza che sono gli anni della nostra infanzia – dove si elencano le paure di una bimba degli anni ’80</p>
<blockquote><p>Sofia ripenserà a questa conversazione tra qualche anno, compilando un elenco di paure infantili per un laboratorio teatrale. Al primo posto, naturalmente, metterà la paura del <em>Divorzio</em>. Al secondo scriverà <em>Rapimento</em>, per via del sequestro di un ragazzino la cui fotografia invaderà i telegiornali nel 1987. Una di quelle foto in cui le persone sorridono, ma poi vengono usate per annunciarne la scomparsa e allora gli stessi sorrisi cominciano a significare tutt’altro. E Roberto la prenderà in giro, le dirà: «Ma cosa vuoi che ti rapiscano, non sia- mo mica ricchi». E Rossana penserà che sia una scusa per non andare a letto. La terza parola sarà <em>Tumore</em>: non la paura che colpisca te, ma uno dei tuoi genitori.</p></blockquote>
<p>altra nostal<img loading="lazy" class="size-full wp-image-43951 alignright" title="cognetti" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/cognetti.jpg" alt="" width="151" height="208" />gia, al solito declinata secondo il metodo Cognetti – un procedimento a metà tra Carver e Hopper, che consiste in una austera ostensione del dolore e dell’assenza di significato fino al punto in cui si trasformano in fatto estetico, ritrovando così un significato – è quella che mi è venuta per certi appartamenti da fuori sede, nostri o delle nostre ragazze del tempo accademico che fu, che invero di bello avevano poco:</p>
<blockquote><p>un’epoca in cui i nomi di Sofia, Irene e Caterina avranno perso significato, la stanza indiana sarà stata imbiancata, le etichette nel frigo ridotte a vaghe tracce di colla, e la busta riemergerà dal caos domestico come un coccio di anfora dagli scavi della metropolitana, proprio come adesso, nell’appartamento, saltano fuori cose che non appartengono a nessuno – una confezione di pillole nell’armadietto del bagno, scadute quattro anni fa, o il cappello di paglia appeso all’ingresso che ogni tanto qualcuna di loro usa, o il biglietto trovato nella polvere dietro a un comodino, con su scritto <em>Buongiorno strega! ecco un umile pegno per le tue magie –</em> e nessuno è più in grado di risalire ai proprietari di questi cimeli perché molte generazioni di inquiline sono ormai sprofondate nell’oblio</p></blockquote>
<p>il futuro è doloroso, suggerisce Cognetti. E il passato? Il passato è anche peggio. Così l’autore sistema gli anni ’70 – e aggiungerei giustamente, in quanto sono troppo spesso mitizzati, quasi che le metropoli italiane di metà anni ’70 assomigliassero in qualche modo alla San Francisco della Summer of Love (e maledizione se <em>non</em> le assomigliavano):</p>
<blockquote><p>Aveva addosso una felpa nera, pantaloni della tuta neri, i capelli rasati da un lato solo e l’orecchio sinistro bucherella- to da una scarica di anellini d’argento. Era sottopeso di alme- no dieci chili, con le vene che le incidevano il dorso delle mani, ma Marta non era tipo da spaventarsi. Apparteneva a una generazione falciata dalla politica e dall’eroina, ne aveva vista di gente messa male.</p></blockquote>
<p>e ancora:</p>
<blockquote><p>«È che quando avevo vent’anni l’amore non sembrava una cosa importante. Anzi, credo proprio che fosse visto male. Troppo privato. Avevo amici, questo sì. A volte erano molto amici. Se poi capitava di andarci a letto insieme, lì scoppiava il casino». «Cioè?» «Cioè diventavano possessivi. Se non proprio violenti. Uomini coltissimi, capaci di una violenza che non t’immagini. Io poi attiravo le sberle, sembrava che non potessero fare a meno di pestarmi».</p></blockquote>
<p>e ancora:</p>
<blockquote><p>Era entrato in Alfa Romeo nell’inverno del 1975, come uno che arriva a una festa quando la musica è appena finita: l’Anonima Lombarda Fabbrica Automobili aveva ballato forte negli anni Cinquanta e Sessanta, mentre l’Italia intera veniva asfaltata e motorizzata, ma le proteste sindacali del ’69 erano state le prime note lugubri, e la crisi petrolifera del ’73 aveva sollevato la puntina.</p></blockquote>
<p>È duro, Cognetti, con i suoi personaggi e con il paese in cui si muovono. Si sospetta, dal libro ma anche dalla sua bio-bibliografia, che alla fine voglia più bene a New York che all’Italia. Per ragioni diverse, io credo, rispetto agli emigranti di cui scrive</p>
<blockquote><p>Arrivando dall’Appennino, tutte le ricette che conosceva erano a base di castagne o funghi; nei ristoranti di New York invece si friggevano costolette d’agnello. Per questo nessuno di loro aveva mai ceduto alla nostalgia</p></blockquote>
<p>ma è così, e infatti il clima livido del romanzo si rasserena solo quando si arriva negli Stati Uniti, ed è lì che la nostalgia si sposta: diventa nostalgia del narratore/autore per Sofia, per quella Sofia che ha qualcosa della Ramona Flowers di <em>Scott Pilgrim</em>, qualcosa della Mathilda di <em>Léon</em> e qualcosa di Huckleberry Finn, ma che in realtà è esclusivamente la Sofia di <em>Sofia si veste sempre di nero</em> – una figura che contribuisce a colmare quel vuoto di grandi personaggi femminili nella letteratura di un paese affetto da cancrena maschilista, e che trova la propria straordinarietà innanzitutto nel modo in cui è raccontata: Cognetti struttura infatti un “romanzo di racconti” (che tuttavia è a ogni effetto un romanzo) in cui il mondo, e anche l&#8217;immagine stessa della protagonista, vengono costruiti attorno a lei per assenze, per riverberi, attraverso una miriade di punti di vista e momenti temporali, variando anche tra prima, seconda e terza persona, e quell’effetto che Cognetti stesso dichiarava di perseguire quando scriveva: “mi mancava terribilmente un’esperienza del romanziere. Quella di creare un personaggio e vederlo crescere, imparare a conoscerlo con il tempo, trascorrere insieme a lui qualche anno della propria vita. Quel legame che stabiliamo coi protagonisti dei libri letti, che per un certo periodo diventano i nostri compagni più intimi, cominciano a mancarci ben prima dell’ultima riga e poi ne parliamo agli amici come se fossero persone in carne e ossa”, è certamente raggiunto: ho appena chiuso il libro e io stesso ho già nostalgia di Sofia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>* Yates del quale Cognetti è prefatore italiano, e il cui </em>Revolutionary Road<em> è citato in </em>Tre fratelli magri<em>. Ignoro il rapporto di Ghelli con Yates ma a questo punto mi aspetto che piaccia pure a lui.</em></p>
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		<title>Chi racconta a Carpi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Sep 2010 08:30:46 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[antonella lattanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Assessorato alle Politiche Culturali di Carpi]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/1.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/1-212x300.jpg" alt="" title="-1" width="212" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-36739" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/1-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/1-724x1024.jpg 724w" sizes="(max-width: 212px) 100vw, 212px" /></a></p>
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<p>CarpiDiem è una manifestastione a cura dell&#8217;Assessorato alle Politiche Culturali di Carpi, della Biblioteca Multimediale Arturo Loria di Carpi, di Anna Prandi, Davide Bregola e Guido Conti. Il programma completo si trova <a href="http://www.carpidiem.it/default/Cultura_e_tempo_libero/Biblioteche/Biblioteca_Comunale/Festa_del_racconto/Programma/index.html">qui</a>.</p>
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		<title>Stregature: Lorenzo Pavolini</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/06/06/stregature-lorenzo-pavolini/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Jun 2010 06:30:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[prosegue la pubblicazione delle recensioni ai libri &#8220;stregati&#8221;. G.B] di Marco Belpoliti Lorenzo Pavolini, Accanto alla tigre, Fandango, pp. 243, € 16,50 Due lampi di una memoria ancora da costruire: la foto dei gerarchi fascisti appesi a testa in giù a Piazzale Loreto e una voce ascoltata in un documentario sui 600 giorni della Repubblica [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/accanto-alla-tigre.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/accanto-alla-tigre.jpg" alt="" title="accanto-alla-tigre" width="161" height="234" class="alignleft size-full wp-image-35092" /></a> [<em>prosegue la pubblicazione delle recensioni ai libri &#8220;stregati&#8221;.</em> G.B] </p>
<p>di <strong>Marco Belpoliti</strong></p>
<p><strong>Lorenzo Pavolini</strong>, <em>Accanto alla tigre</em>, Fandango, pp. 243, € 16,50</p>
<p>Due lampi di una memoria ancora da costruire: la foto dei gerarchi fascisti appesi a testa in giù a Piazzale Loreto e una voce ascoltata in un documentario sui 600 giorni della Repubblica di Salò. La prima accende nel ragazzino che la vede un’improvvisa curiosità destinata a crescere negli anni, fino a che l’uomo maturo non sente parlare il nonno-mai-conosciuto in un documento televisivo e prova seduta stante una “infinita dolcezza”. <span id="more-35091"></span><br />
Lorenzo Pavolini ha scritto un libro che è al tempo stesso un romanzo famigliare, un saggio sull’Italia del Novecento e un diario intimo. Un libro necessario che fa riflettere, appassiona e incuriosisce di pagina in pagina, anche per sapere come andrà a finire l’educazione sentimentale che l’autore dispiega capitolo dopo capitolo. Un’educazione alla rovescia, perché Lorenzo Pavolini, nipote del gerarca fascista, una delle figure più eclatanti del fascismo delle origini, ma anche della fine, e a suo modo luminosa, sembra risalire la corrente del tempo usando memorie famigliari, saggi, articoli, libri, testimonianze. Non credo che l’autore abbia voluto solo sapere chi sia stato veramente suo nonno, catturato mitra in mano dai partigiani, e giustiziato con Mussolini a Dongo, com’è scritto nel risvolto del libro. Egli ha voluto conoscere quanto vi sia in lui dello spirito indomito del nonno, e quanto fascismo – l’eterno fascismo italiano, la tigre – lo abiti, lui che è invece un uomo di sinistra, dotato di un carattere calmo, riflessivo, posseduto non dal demone della giovinezza, come il nonno Alessandro, bensì da quello malinconico di un’interminabile adolescenza.<br />
Un libro sul diventare adulti, ma anche quanto il retaggio del passato – l’eredità stessa del sangue – pesi su di noi. Il nonno gerarca è il vero Padre con cui fare i conti, e non il suo giovane figlio, il padre di Lorenzo, che nelle pagine finali di Accanto alla tigre diventa il figlio di suo figlio, figura in cui l’autore s’identifica, e che dunque lo commuove. Il nostro passato d’italiani è segnato da un Padre che non finisce mai di vivere in noi.</p>
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		<title>Tiger, tiger, burning bright</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 09:30:11 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[accanto alla tigre]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro pavolini]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[Fandango]]></category>
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		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio (…)per il singolo lutto, per la persona a cui è stato ucciso un figlio, un padre, un amore, un amico, ognuno di questi ritorni è un colpo al cuore, un insuperabile sconcerto, la necessità di torcere la cornea perché non metta a fuoco; di quel tanto che lo scarto nei contorni e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/tigre2.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-32990" title="tigre2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/tigre2-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/tigre2-197x300.jpg 197w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/tigre2.jpg 396w" sizes="(max-width: 197px) 100vw, 197px" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>(…)per il singolo lutto, per la persona a cui è stato ucciso un figlio, un padre, un amore, un amico, ognuno di questi ritorni è un colpo al cuore, un insuperabile sconcerto, la necessità di torcere la cornea perché non metta a fuoco; di quel tanto che lo scarto nei contorni e nei lineamenti lasci irriconoscibile nel corpo violato quello che ci somiglia</em>. <strong>Accanto alla tigre </strong>(Fandango, 2010) di Lorenzo Pavolini racconta la storia di Alessandro Pavolini, intellettuale di feroce e definitivo credo fascista, ministro della cultura, scrittore, giornalista, innamorato di una donna e di un colore, appeso a testa in giù, come ogni apostolo che si rispetti, a Dongo il 28 aprile 1945. Accanto alla tigre di Lorenzo Pavolini racconta altrettanto la storia di Lorenzo Pavolini, intellettuale, scrittore, che, prima di qualsiasi definizione del sé, in un giorno qualsiasi di scuola, legge il proprio cognome sotto il corpo di un che pencola da una forca sotto la quale si intravede una folla urlante.<br />
<span id="more-32980"></span><br />
Accanto ad Alessandro Pavolini, sulla forca, stanno Mussolini e la Petacci. Accanto alla tigre c’è Lorenzo Pavolini. <em>Prima che succedano le cose minacciano di succedere, no?</em> Per questo <em>Accanto alla tigre</em> è un libro scazonte, frammentario, spurio e pieno di esitazioni e tentennamenti. È una scrittura coinvolgente che lascia pieni di spaesamento, è contemporanea, irregolare e procede attraverso il montaggio successivo a un salto della fede, a un permesso accordato dall’autore a se stesso, che sposta sempre un attimo più avanti la fiducia nelle parole. Di salvare e pure di condannare. Di stare lontani e pure di riappropriarsi di quello che è nostro. Di ricordare e di essere perifrastica. <em>Con la biografia di Alessandro Pavolini invece non pare esservi dubbio che sia la storia fuori di casa a bruciare, nel tentativo di travasare l’esistenza individuale in un pubblico dominio, eroicamente sì, con ostentata fede nel finale eroico almeno. Come se certi movimenti delle braccia e certe parole fossero la vita</em>. <em>Accanto alla tigre</em> è un romanzo che potrebbe gridare La storia ci uccide, e che invece, riga per riga, racconta come la storia non uccida, ma avvolga, e che, riga per riga, smonta narrativamente l’apologo del ragazzo spartano che si nasconde il lupo sotto il mantello e che si lascia divorare senza lamentarsi. <em>È più coraggioso, io penso, strapparsi il lupo dal corpo /e lottare con lui all’aperto,/ magari per strada,/ tra polvere e ululi di dolore./ La lingua è magari un membro indisciplinato –/ ma il silenzio avvelena l’anima./Mi biasimi chi vuole – io son contento.// </em>(E. L. Masters, Dorcas Gustine, Antologia di Spoon River). <em>Accanto alla tigre </em>in questo senso è un romanzo all’aperto, deve esserlo nella misura in cui la storia di Alessandro Pavolini è un pezzo di storia d’Italia. Di Nera, nerissima storia patria. Sono della classe 1903. Il fascismo è stato a tutt’oggi, il fatto più importante della mia vita. <em>Accanto alla tigre</em> ha dunque il fascino ascetico degli appunti e la poderosa organicità della memoria che spunta a ogni angolo di strada. Nello stupore per un cognome negli occhi di uno sconosciuto al quale l’autore si presenta, nelle scritte enormi e contemporaneamente marginali sui muri di Roma, nella vita di oggi e di sempre che ha un altro colore, in nonna Teresa che ai giardini della filarmonica conversa a voce bassa con le signore Matteschi, Romualdi, Mezzasoma, Almirante. Con i frammenti, la paratassi della lingua e la compattezza sempre bambina, sempre entusiasta del ricordo <em>Accanto alla tigre </em>è un libro che fa compagnia. <em>Ora qui si accavallano le coincidenze di cui non so ricostruire la sequenza ordinata</em>.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/mussolinipavolinibarracu.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-32988" title="mussolinipavolinibarracu" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/mussolinipavolinibarracu-300x283.jpg" alt="" width="300" height="283" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/mussolinipavolinibarracu-300x283.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/mussolinipavolinibarracu.jpg 755w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>L. Pavolini, <em>Accanto alla tigre</em>, Galleria Fandango (2010), pp. 243, 16.50 euro.</strong></p>
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		<title>Cip e Ciop in Africa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Mar 2010 09:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Addis Ababa]]></category>
		<category><![CDATA[africa]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[Cip e Ciop]]></category>
		<category><![CDATA[Invisibiles cities]]></category>
		<category><![CDATA[Jamhuri day celebration]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo pavolini]]></category>
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		<category><![CDATA[Piero Pugliese]]></category>
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					<description><![CDATA[di Piero Pugliese Prima di tutto una modalità di viaggiare per me completamente nuova. “La settimana rossa” dei social tourist. Più che vacanze responsabili, un lavoro acrobatico in contesto esotico, su e giù per slum e orfanotrofi. Alloggio alla Shalom House, giardino recintato con dentro tutto. Mensa, uffici, internet, persino il ristorante italiano. E’ crocevia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/padre-kizito-1.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-32036" title="padre-kizito-1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/padre-kizito-1.jpg" alt="" width="296" height="423" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/padre-kizito-1.jpg 296w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/padre-kizito-1-209x300.jpg 209w" sizes="(max-width: 296px) 100vw, 296px" /></a></p>
<p>di <strong>Piero Pugliese</strong></p>
<p>Prima di tutto una modalità di viaggiare per me completamente nuova. “La settimana rossa” dei social tourist. Più che vacanze responsabili, un lavoro acrobatico in contesto esotico, su e giù per slum e orfanotrofi.</p>
<p>Alloggio alla Shalom House, giardino recintato con dentro tutto. Mensa, uffici, internet, persino il ristorante italiano. E’ crocevia di una galassia di ngo. Due guardiani in divisa al cancello di ferro. Fuori, strada di terra, fontana dell’acqua con i carretti che riempiono i bidoni. A duecento metri Ngong Road, arteria di ingresso in citta’, coi “matato” pieni di gente e di musica. Il caratteristico odore di copertoni bruciati. A mille metri Nukamatt Junction, oasi di supermercato dove vedi i primi bianchi a loro agio muoversi con buste, coi sacchetti dello shopping, seduti al caffe’. Attorno palazzi a quattro piani, radi, nel verde potente dell’equatore. Col buio non si puo’ uscire a piedi: Nairobi.<br />
<span id="more-32037"></span><br />
Primo giorno, primo giro nel furgone di Gianpaolo, che ci viene a prendere in aereoporto. Ci sono Paul e Michael. Battesimo dello stomaco: pesci del lago Vittoria fritti per strada e passati nel sugo. Nella bettola non ci sono forchette. Bisogna appallottolare la polenta bianca con le mani e inzuppare, mangiare. Ci sono anche Maxell e Kevin. Secondo giro col furgone. Gianpaolo vuole fare le ultime riprese della giornata. Lo slum di Kibera con la luce del tramonto dietro e “il sole non aspetta”. Prima alla stazione di servizio: un tubo del radiatore perde vapore, viene fasciato con le strisce di una camera d’aria. Poi nel traffico, lo smog ti prende alla gola. Si discute su dove piazzare la telecamera, si decide dietro al carcere femminile. Gianpaolo realizza un documentario e forma un gruppo di ragazzi cresciuti nella parte sfortunata di Nairobi: cameramen, assistenti, fonici, autori, giornalisti; si fa formare da loro a stare con le persone, a entrare in confidenza, a trattare. Non pare disorientato dalla guida a destra, dalle brusche sterzate, dalle precedenze mancate, dalle traverse interne tutte una buca. Arriviamo tardi, il sole non aspetta. E il tramonto qui è piu’ veloce.</p>
<p>Secondo giorno incontriamo i ragazzi che dobbiamo pure noi formare. L’idea degli europei che vengono a insegnare (questo vale solo per noi) è la cosa che da subito ci fa e non smetterà di farci ridere. All’inizio l’impresa appare ciclopica. C’è il prezioso Michael, appena diplomato in un collegio dell’area rurale di cui è originario: ha il tesserino di giornalista. C’è Didi, un piccoletto dall’aria pedante e la maglietta in tono, fa musica, è stato in Italia un paio di volte, a Matera per un mese “dove la gente vive sottoterra”. C’è Octopizzo, una star del rap locale, con tanto di catenone e bracciali, che mi allunga il disco autoprodotto. C’è la sua spalla, Kevin, con la bandana sulla testa, la faccia ampia e sorridente, “slum dog” cane da bidonville è il suo nomignolo. Sono giovanissimi, hanno ventidue, ventitre anni. C’è Clemence, una ragazza minuta, profuga ruandese, in un vestitino della festa, con una specie di breviario in mano (siamo pur sempre in una delle basi dei comboniani in citta’ ed è domenica, sotto la volta di lamiera della chiesa di St. Vincent Pallotti, appena qui fuori, centinaia di famiglie pregano e cantano da ore) . Piu’ tardi, trafelato, arriva Daniel, bello, magro, coi dred corti, ha impiegato piu’ di un’ora dallo slum di Korogocho. Li invitiamo tutti a pranzo alla mensa, qui si usa cosi’.</p>
<p>Per mail da Roma abbiamo chiesto a questo gruppo di persone di andare in giro con un registratore per raccogliere suoni e testimonianze di amici, nonni e genitori su un tema: l’indipendenza del Kenya. 1963. Memoria e presente. L’anniversario, festa nazionale, cade il 12 dicembre, data del nostro volo di ritorno. L’obiettivo è di realizzare un audiodocumentario con questi materiali e proporre a qualche radio di Nairobi di trasmetterlo proprio quel giorno, Jamhuri Day Celebration. (Uhuru, impareremo presto inseguendo i discorsi in swahili, significa libertà). L’idea è di lavorare insieme a qualcosa di concreto, un prodotto, una cosa da mandare in onda. Provare così a insegnare, e a imparare, mettendoci all’opera intorno a quindici minuti di radio sul campo, tra documentario, reportage, racconto e assemblea pubblica. In una settimana, sembra fattibile, forse. Cominciamo ascoltando tutti insieme le interviste realizzate dai ragazzi, divisi in quattro gruppi hanno battuto diversi slum della città (Kibera, Kawangware, Kaibiria, Korogocho): la ciccia c’è. I ragazzi hanno fatto un buon lavoro. Hanno messo a frutto il corso (una settimana!) di Andrea Dal Piaz un mese fa, sugli elementi di acustica. Su come usare l’attrezzo messo a disposizione da Gianpaolo. Ci sono anche i fondi d’ambiente. Sembra fatta, al massimo lo montiamo noi, e il caldo mette buon umore. Gli chiediamo di scartare il superfluo, poi bisogna pulire le clip, dargli un nome, raggruppare per temi. Lorenzo comincia a farsi tradurre dallo swahili e mette sul blocco degli appunti. Io vado su e giu’. Dalla stanza tre per due, al giardino di vetro sotto. Gianpaolo si vede solo a tarda sera, dopo una notte di dolore al ventre, ma in piedi.I pesci fritti? Innocenti. Sara’.</p>
<p>Terzo giorno ci cerca padre Kizito. Occhi azzurri nel bianco della barba e dei capelli lunghi è il fondatore della Shalom House. E’ la luce di tutti quelli che ha intorno. In macchina, c’è Jack, “guardia del corpo” tuttofare, sa il fatto suo, non guarda nessuno ma vede tutto. Kizito guida nello slum di Kibera, catapecchie di fango e lamiera, strade di terra montagne russe, ai lati vendono frutta, aranciate e coca-cola, pezzi di bicicletta. Visita ai ragazzini del Drop-in, centro di primo contatto per accogliere in una struttura gli street-child. Ragazzini senza famiglia che vivono di elemosina, raccolta dei rifiuti, che si fanno di colla e dormono per strada. Queste sono le parole. Poi scendi dalla macchina e ti vengono incontro, li abbraccia, si fanno vicini, ti toccano i peli per sentire che ci sei, vogliono strette di mano; il microfono non c’è, se non per giocare, per chi tifi? Per il Manchester, per l’Arsenal, per il Barcellona… e il Napoli? Non sanno che sei, ma che ci sei si’. (They care, they share). Rito. Riuniti in una stanza dicono a turno il nome, che cosa gli piace. Studying, playing football, mangiare-mangiare. Uno da grande vuole fare il ministro dell’educazione. Poi tocca a noi. Siamo qui. Siamo i nostri due nomi. Lavoriamo per la radio italiana e vi vogliamo bene. Parole. Venire via è sentire due vuoti e un pieno. Mancanza perduta e speranza. E sopra e sotto il lavoro di questo infaticabile missionario che non li molla. Promettiamo di tornare. Parole. Parole che in Africa pesano niente.</p>
<p>Nel pomeriggio sudore digitale nella stanzetta tre per due. Gli allievi sono di meno ma il lavoro avanza. Nessuno porta la chitarra e il tamburo per registrare il brano musicale sull’indipendenza per la colonna sonora, ma il lavoro avanza. Cemence ascolta, Michael comincia a pulire le voci, la star del rap non si fa vedere, Didi parla ad alta voce nel telefono, Lorenzo scrive, io vado su e giu’. A sera Gianpaolo e i suoi, gladiatori carichi di cavalletti, microfoni, telecamera grande e piccola. La stanzetta si riempie di nuovo di riversamenti, racconti, programmi per il giorno dopo. Discorsi.</p>
<p>Quarto giorno in centro per la prima volta in autobus da soli. Per visitare, vedere che citta’ è. Piccola, caotica, forse brutta. Il Parlamento, il mausoleo a Kenyatta “assiso con il bastone del comando in mano”. La guida Rough consiglia, nascosta dietro i pantaloni. Pomeriggio sudore digitale. Prende forma pure la stanchezza. Troppe lingue, troppo poche le casse per sentire i computer. Io vado troppo su e giu’. Ma il lavoro avanza. Abbiamo trovato una canzone deliziosa di Daniel per la sigla, un rap registrato in camera senza musica per la colonna sonora, una voce di nonna, “sho-sho”, in piu’. Tutti si ricordano: l’indipendenza, meglio o peggio, il coraggio, potersi muovere liberamente, togliere il cartellino appeso al collo dagli inglesi. Torna Gianpaolo dalla discarica di Dandora, e con il suo modo triestino di arrotondare la –ora, torna pure il buon umore. Ha girato a quaranta metri da loro, i dannati del girone del riciclo. Bambini, donne, giovani uomini. Mucche, cicogne africane, maiali. Aspettano che scarica il camion con le buste gialle o arancioni e con dei ferri a uncino dividono, smaltiscono, riempiono sacchi a spalla. “Adesso trova il mango e lo mangia”. Discorsi. Domani vado con lui.</p>
<p>Quinto giorno due ore di traffico per arrivare nella zona industriale. Il microfono e’ aperto. Gianpaolo racconta, evita una macchina alla rotonda, c’è Paul gli spiega le domande da fare. Tra le fabbriche e lo slum di Lunga Lunga parcheggia. Ecco il protagonista del suo film. Chief. Nel suo Industry Hotel. Negli hoteli, “bettole”, si mangia con 40 centesimi su un salario di un euro e 20. Chief ne fa pagare 20. Un benefattore? No, è Chief. Noi siamo “amigo”. Loro mangiano, noi le riprese, il microfono è aperto. Poi anche noi, e per “amigo” forchette e bibite. Gianpaolo decide di aspettare il tramonto. La gente a piedi lascia le fabbriche, saluta, Chief contempla il traffico. La telecamera sopra il furgone, il buio. Chief accende un fuoco, si addormenta, la luce al quarzo si spegne. Black out in sala, torniamo. Lorenzo ha quasi finito. Si riversa, si ascolta, al ristorante italiano Paul mangia la pizza con le posate e io non posso protestare.</p>
<p>Sesto giorno nel cuore di Kibera, col matato, il numero 8 e da qui il nome del rapper: Octopizo. Radio Pamoja. All’ultimo piano dell’edificio si tocca la moschea. In diretta alle 13.00 dopo le notizie della BBC. Domande in inglese e in swahili. C’è Kevin che puo’ spiegare il senso dell’operazione. Il ventilatore disturba, ma il microfono è aperto. Nello studio tutti senza scarpe. Ascoltatori. L’ospedale pubblico è aperto dalle alle. Una radio comunitaria di quartiere. Alle 14.00 tutti dal direttore, biglietti da visita, complimenti, parole. In strada Kevin mi chiede 100 scellini. Pomeriggio, il lavoro è finito. Ci lasciamo guidare dai suoni nel flusso delle parole in swahili. La motocicletta che passa, il vociare indistinto, quello che scava, un martello in sottofondo. Per miracolo censuriamo all’ultimo una frase dal rap di Octopizzo. Freedom di questo, di quello, di farsi le canne. Non disperiamo di portare l’audio-doc anche alla piu’ grande radio comunitaria cristiana, che si sente in tutto il Kenya. E certe frasi, si sa, non sta bene. In mente, nel sonno, la chitarra della canzone di Daniel, la sigla.</p>
<p>Settimo giorno Radio Waimini. Col CD in tasca. Guida d’eccezione Paul il piccolo, molto cool, felpa ufficiale degli allenatori di calcio italiani. E’ il giorno precedente la festa nazionale, è il giorno dei controlli della polizia sul numero massimo di passeggeri nei matato, è un giorno tipo sciopero della metro con pioggia a Roma. Alle 12.00 disperiamo. Alle 14.00 siamo in una strada di polvere davanti ai cancelli della radio, dopo un bagno di reggae nel secondo matato. Turbo. Rivestito in pelle. Con i tubolari per maniglie. Entriamo nel giardino che qui è piu’ grande della Shalom House. Il Direttore, father Martin, ci riceve. Ascolta il disco con le mani sul capo. Perche’ a un wazungu, a un bianco, interessa l’indipendenza? A bruciapelo Lorenzo risponde. Bene. La chitarra di Daniel si distende nella sigla di coda. Padre Martin dice si’. Dice stasera e domani. Da’ disposizioni, ci saluta, ci offre una soda. Siamo felici. Quanto in ritardo. Di corsa, con Paolino che è calmo persino affrettato, all’ appuntamento con padre Kizito. Visita all’orfanotrofio nello slum di Kivuli. Di nuovo il rito. Dicono il nome e quello che gli piace. Poi uno spettacolino tutti insieme. Qui sono al sicuro, un passo avanti rispetto al Drop-in, dove la vita di strada è cosa di ieri. Qui spettacolino. Con le palle da tennis, con un ramo in bocca e due bottigliette in equilibrio. Qui scuola, orari, nel pomeriggio taekwondo e forse da grande nella nazionale di calcio. Come Kelvin, che ora studia sociologia. La sera, il radio-doc veramente va in onda. 99.4 radio Waimini FM. E non c’è birra che tenga: si lavora, si scrivono mail, Discorsi. Parole.</p>
<p>12 dicembre, Uruhru Day. La mattina della partenza. Come recapitare il CD a Radio Pamoja, fare la valigia, salutare tutti, fare le ultime interviste, comprare le collanine fatte con la carta da Maxell, mangiare in un boccone l’ultima volta alla mensa e arrivare in aereoporto tre ore prima del volo. C’è il discorso del presidente allo stadio in tivvu’. Ai semafori vendono bandierine del Kenya. Scalo Addis Ababa, E’ gia buio. Arrivo a Fiumicino è ancora buio. E’ domenica, non è festa nazionale, ma sono le quattro del mattino. Contro i nostri principi, decidiamo all’unanimita’ che possiamo concederci un taxi. A casa ancora col buio non c’è piu’ Roberto Sasso, non c’è RaiStereoNotte ad accogliermi come di ritorno dai grandi viaggi. Ma scrivo.</p>
<p>[Il workshop sull&#8217;audiodocumetario con i ragazzi degli slum di Nairobi e&#8217; un progetto di MediaAid]</p>
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		<title>Ci sono volti dorati con mani bucate e tasche sfondate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Jan 2009 06:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[ecatombe]]></category>
		<category><![CDATA[i girini della storia]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo pavolini]]></category>
		<category><![CDATA[serafino amato]]></category>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio Ecatombe – i girini della storia di Serafino Amato e Lorenzo Pavolini beccheggia tra il manuale di conversazione e il libretto d’opera. Tra i corsivo delle piste ciclabili di Amato e i tondo delle letture esitate e voraci di Pavolini. Tra i sospetti del primo per un coinquilino troppo amato dal padrone [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-13472" title="main" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/main-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /><br />
di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Ecatombe – i girini della storia</em> di Serafino Amato e Lorenzo Pavolini beccheggia tra il manuale di conversazione e il libretto d’opera. Tra i <em>corsivo</em> delle piste ciclabili di Amato e i <em>tondo</em> delle letture esitate e voraci di Pavolini. Tra i sospetti del primo per un coinquilino troppo amato dal padrone di casa (gli stira le camicie) per essere quieto e le defezioni della ricostruzione fotografica di Piazzale Loreto. Quel piazzale Loreto, quel Pavolini, torso nudo e testa sotto. <em>È iniziato mille volte ancora questo libro della reticenza</em>. Trascrizione, carteggio, reportage fotografico sono i tre nodi di questa costruzione narrativa la cui forza sta nei frammenti, nei singhiozzi e nelle piccole risa e sorprese che la lingua parlata e la quotidianità riservano. Musica e colore li trovate <a href="http://www.serafinoamato.it">qui</a></p>
<p><span id="more-13470"></span></p>
<p><em>Ho capito che, se non hai la fortuna di trovare un buon psichiatra, alle volte puoi trovare un ottimo regista che si occupa di te</em>.</p>
<p>Come molte delle cose di cui ci si appassiona, le parole che non arrivano a destinazione provocano un disturbo psichico, e questo è classificabile come letteratura.</p>
<p><em>Il ritrattista non è un brutto mestiere, puoi aprire un negozio come tanti, anni fa si faceva, attaccare le facce in bianco e nero d volti andati, geografie trasformate, talvolta devastate, belle facce di bambini che adulti nasconderanno le foto in un cassetto e poi vecchi, o meglio morti, finiranno nei salotti dei nipoti. Sempre se la pace terrà, se la carestia non verrà, se la guerra non cancellerà. Ma perché poi? Perché è successo tante volte.<br />
Aprirò un negozio di cornici con facce dentro. Facce andate pelose, malinconiche, dorate, espiate, variopinte, grigie , note, inguaiate, dolenti, armate, e sguardi disarmanti, stanchi, allegri, dalle orecchie a mezzaluna, dai colori vivaci. In bianco e nero</em>.</p>
<p>In questi rumors del passato si mescolano basse frequenze e un ballo, e ora che siamo qui a contare improbabili verità fino a dieci ecco che qualcuna di queste voci viene ancora a ridere di noi, giustamente, che ci buttiamo giù a furia di acqua gocciolante tra i capelli.</p>
<p><em>La direzione del lavoro che stiamo facendo insieme è cambiata già diverse volte in questo mesi. Cambieremo ancora</em>.</p>
<p>La trincea che chiamiamo romanzo, dietro cui stare acquattati, lo sguardo radente, abbassato sui dettagli, sui rimasugli… La baia per certi porci che non si vorrebbero pascolare: nessuno ha mai la sua ghianda matura. E quasi sempre questo romanzo è incominciato dove sarebbe dovuto finire (…)</p>
<p><strong>Amato – Pavolini, Ecatombe, i girini della storia, Headmaster Edizioni, pp. 107, € 12,00</strong>.</p>
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