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	<title>Luca Alerci &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Non solo Taormina: viaggio nell’Appennino siciliano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jun 2026 05:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[entroterra]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Alerci]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggio nell'Appennino siciliano]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Consolo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Ornella Tajani </strong> <br /> Non si tratta di un racconto di viaggio, perché in quelle zone l’autore ci vive: il piacere della lettura sta proprio nel ripercorrere insieme a chi scrive sentieri ch'egli conosce perfettamente, e che nondimeno continuano a lasciarlo stupefatto]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-120112 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.56.38.png" alt="" width="700" height="519" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.56.38.png 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.56.38-300x222.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.56.38-566x420.png 566w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.56.38-80x60.png 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.56.38-150x111.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.56.38-485x360.png 485w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.56.38-696x516.png 696w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>«La radio più ascoltata di tutta la Sicilia sud-orientale», recitava con orgoglio il jingle dell&#8217;emittente Agira International durante un road trip nel maggio 2011, quando accompagnai Peter, amico e lontano parente americano, sulle tracce dei suoi antenati di Gagliano Castelferrato. Fu un viaggio bellissimo, in un’epoca della vita in cui credevo ancora che esistesse una felicità senza compromessi.</p>
<p>Gagliano Castelferrato è un paesino in provincia di Enna: la prendemmo larga, arrivandoci dopo aver percorso il perimetro dell’isola; il paesaggio ennese mi lasciò incantata. Ho ritrovato tutto quell’incanto leggendo <em>Viaggio nell’Appennino siciliano </em>di Luca Alerci (Tarka, 2026), studioso di meteorologia e docente di scienze. Non si tratta di un racconto di viaggio, perché in quelle zone l’autore ci vive: il piacere della lettura sta proprio nel ripercorrere insieme a chi scrive sentieri ch&#8217;egli conosce perfettamente, e che nondimeno continuano a lasciarlo stupefatto, ad esempio sui monti Nebrodi, vicino Floresta, dove</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Il cielo, spesso coperto da una coltre densa di nubi, incute timore e il dedalo di sentieri che da questo vallo dipartono, più che un invito alla scoperta, diventa un enigma, una scelta di salvezza.</p>
</blockquote>
<p>Il libro è accompagnato da bellissime fotografie che fanno da contrappunto al testo insieme a citazioni letterarie, ad esempio dei versi di Quasimodo che l&#8217;autore rievoca davanti al lago di Maulazzo: «e tu amore, non portarmi davanti a quello specchio infinito: vi si guardano dentro fanciulli che cantano e alberi altissimi e acque».</p>
<p>Idealmente ambientato in autunno, il viaggio che Alerci propone nel primo capitolo attraversa faggeti, vegetazione varia, boschi di abeti, venti, rocce e stagioni. Non solo poesia, però:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Le difficoltà, il disincanto, la dissipazione delle terre del sud sono, purtroppo, evidenti pure quassù, nell’incapacità di coltivarli questi sogni, nella negazione che questa bellezza sia per tutti. Non ci si è stancati dello stigma della terra selvaggia, inesplorata, mitica? Io credo si abbia bisogno di storia, non di mito, di scoperte, non di nascondimenti.</p>
</blockquote>
<p>E ancora:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Una mattina, era inverno, vi salii perché volevo visitarne i laghetti ghiacciati. La neve superava le mie ginocchia, e non avevo portato le ciaspole. Quando raggiunsi la cresta, c’era questo spettacolo di vapori, suoni, vite nascoste. Bisogna guardare la Sicilia anche da queste forre, e restare, sì, bisogna restare, fermarsi dove si è nati, imparando dagli alberi.</p>
</blockquote>
<p>Nel secondo capitolo l&#8217;autore compie un’incursione nel mondo letterario attraverso le figure di grandi scrittori siciliani come Sciascia, Vittorini, Consolo. Quest’ultimo gli aveva raccontato di un suo viaggio in Grecia e della visione, a un tratto, del camion di una ditta di traslochi sul quale c’era scritto «metafora»: trasporti. L’aneddoto diventa per Alerci un modo per definire il senso che la scrittura riveste per lui, appunto «trasporto, disseminazione, immedesimazione, emozione».</p>
<p>Nel terzo capitolo di questo libro ibrido, che tanto parla di alberi ed è a sua volta arborescente, le conoscenze climatologiche dell’autore dettano un percorso fra le quattro stagioni, proseguendo in quel «vortice tra dissipazione e conservazione» che per lui rappresenta la sicilianità. Si chiude con due racconti d&#8217;impronta biografica.</p>
<p>È un viaggio pieno di grazia, quello proposto da Luca Alerci, la cui prosa dal tocco delicato e autentico si adatta bene a ciò che narra, fondendosi col paesaggio descritto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-120113 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.57.32.png" alt="" width="694" height="442" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.57.32.png 694w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.57.32-300x191.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.57.32-659x420.png 659w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.57.32-150x96.png 150w" sizes="(max-width: 694px) 100vw, 694px" /></p>
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		<title>Il cuore del mondo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/09/30/il-cuore-del-mondo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Sep 2024 05:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Elio Vittorini]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Tomasi di Lampedusa]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Alerci]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[Val Dèmone]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Consolo]]></category>
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					<description><![CDATA[di<strong> Luca Alerci</strong><br />
Vincenzo Consolo lo incontrai, viandante, nei miei paesi sui contrafforti dell’Appennino siciliano. Andava alla ricerca della Sicilia fredda, austera e progressista del Gran Lombardo, sulle tracce di quel mito rivoluzionario del Vittorini di "Conversazione in Sicilia".]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-109405" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/20221109_234448.jpg" alt="" width="1024" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/20221109_234448.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/20221109_234448-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/20221109_234448-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/20221109_234448-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/20221109_234448-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/20221109_234448-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/20221109_234448-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/20221109_234448-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" />di </span><strong><span style="font-size: medium;">Luca Alerci </span></strong></p>
<p><span style="font-size: medium;">Vincenzo Consolo lo incontrai, viandante, nei miei paesi sui contrafforti dell’Appennino siciliano. Andava alla ricerca della Sicilia fredda, austera e progressista del Gran Lombardo, sulle tracce di quel mito rivoluzionario del Vittorini di </span><span style="font-size: medium;"><i>Conversazione in Sicilia</i></span><span style="font-size: medium;">. Era un pomeriggio d&#8217;inverno, freddo e livido: solo al tramonto, le nuvole divennero ocra e rosse sfiorate dal sole. Stavamo visitando un piccolo borgo, Villadoro d&#8217;Altesina. Parlava molto dei suoi anni milanesi, i primi, dei suoi studi di giurisprudenza. Discuteva con Liborio che non rinunciava neanche in quelle occasioni alle sue iperboli: “Vicì &#8211; gli diceva &#8211; la mia casa è il centro del mondo.” Lo guardavamo tutti un po&#8217; stupiti, ed era quello che voleva. “Ma è naturale” continuava. “Il Mediterraneo è il centro del mondo, la Sicilia è al centro del Mediterraneo, la nostra città è al centro della Sicilia, la mia casa è al centro della città. Mi pare ovvio, no?”</span><br />
<span style="font-size: medium;">Consolo sorrideva, con il suo sguardo troppo simile a quello dei suoi personaggi: insinuante ma aperto, acuto ma ingenuo, forte ma delicato. </span><br />
“<span style="font-size: medium;">Sa avvocato?” Così si rivolgeva al mio amico Rino: “Io la invidio. Anch&#8217;io avrei voluto continuare sulla strada della legge. Si impara molto nei tribunali, e ancor di più quando si ascoltano le confessioni dei clienti.”</span><br />
<span style="font-size: medium;">Rino rispose con la consueta arguzia: “si imparano troppe cose, troppe per continuare a voler imparare.”</span><br />
<span style="font-size: medium;">C&#8217;era una grande sintonia tra Rino e il nostro Consolo, la condivisione della passione per la giurisprudenza. Il crepuscolo, intanto, si stendeva lieve sulle strade solitarie: era tardi, bisognava rincasare e accompagnarlo all&#8217;albergo. Ma Liborio non voleva, era abituato ad uscire la notte, ad ascoltarla. Io dovevo rincasare per forza. Si decise di rientrare, per quella sera. C’eravamo tutti al rientro: Danila ci aveva raggiunti e con la sua consueta delicata premura, aveva portato il mio piccolo registratore e la macchina fotografica. Avremmo voluto e dovuto realizzare un’intervista, lei che scriveva per Il giornale di Sicilia, ma non so perché la rimandavamo continuamente, forse perché non volevamo in verità fermare sul foglio le emozioni di quelle sere, dei lunghi pomeriggi a spasso tra i monti. Eppure, una cosa Danila riuscì a chiedergli delle tante domande che si era preparata: cosa resta del laboratorio della letteratura siciliana? Consolo ci pensò su e poi le disse: “dipende da voi, dalla vostra generazione”. “Non granché allora &#8211; rispose amara Danila &#8211; non granché”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il giorno dopo quella passeggiata, lo andammo a prendere di buon mattino: ci aveva chiesto di salvarlo da non so quale conferenza o cenacolo organizzato per lui. Troppe parole, troppo rumorose soprattutto. A me dispiaceva in realtà assecondarlo e non perché non volessi continuare a chiacchierare con lui, da soli. Mi dispiaceva però tradire il nostro amico professore che tanto aveva desiderato questi incontri. Alla fine restammo, ma non mancò la possibilità di un&#8217;ultima discussione tra noi, all&#8217;ombra del duomo. Consolo mi disse: “anch&#8217;io sono nato nel Val Dèmone, eppure qui c&#8217;è aria di montagna, siete fortunati.” Io gli citai naturalmente </span><span style="font-size: medium;"><i>Le città del mondo,</i></span><span style="font-size: medium;"> le descrizioni oniriche di questi borghi osservati dai silenzi della vita nomade di Rosario e del padre, le scene delle fanfare nelle campagne, quasi metafisiche, ma che parlavano invece di lotte dure, di sacrifici, di emancipazione negate o tradite o mai raccontate. </span><br />
“<span style="font-size: medium;">Questa è la mia città &#8211; dissi. Mi dispiacerebbe andare via.”</span><br />
<span style="font-size: medium;">Consolo mi rispose che non c&#8217;era più bisogno di andare, non era più come ai suoi tempi. Poi mi disse, a proposito dei discorsi che aveva ascoltato tra noi su Tomasi di Lampedusa: “ho di recente riletto ancora tutto il carteggio di Vittorini e Mondadori. Le sue parole sul Gattopardo sono state sempre travisate o forse neanche mai lette veramente. È piaciuto creare questa contrapposizione. E te lo dice uno che secondo molti ha scritto l&#8217;anti Gattopardo (si riferiva ovviamente a </span><span style="font-size: medium;"><i>Il sorriso dell&#8217;ignoto marinaio</i></span><span style="font-size: medium;">).”</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nella primavera di quello stesso anno, nonostante mille problemi, decidemmo di andarlo a trovare per invitarlo a settembre in vista di un premio che la mia scuola voleva consegnarli. Era a Siracusa. Faceva già caldo, sulle coste, quel caldo denso che non capirò mai come si riesca a sopportare per cinque mesi all&#8217;anno.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Aveva poco tempo, e ci fu solo l&#8217;occasione di prendere un tè nel piccolo salottino dell&#8217;albergo, a Ortigia. </span><br />
“<span style="font-size: medium;">Ciao Vicì” gli disse Liborio. “A settembre, quando ci vedremo di nuovo da noi, ricordami che ti devo fare avere il bellissimo libro di Michele Anzalone, Favole a Castroforte. Ne parlavamo l&#8217;altra volta. Ci sono i protagonisti della nostra città, una città che non è però stata protagonista di nulla…”</span><br />
“<span style="font-size: medium;">Con piacere, certo che mi ricordo”, rispose. “Sai Liborio, c&#8217;è una cosa che volevo dirti. Non l&#8217;avere a male, ma devo confutare la tua teoria sulla non necessità dell&#8217;arte, ma forse ne parleremo a settembre, sei troppo attento ora.” Rise, e noi con lui, perché aveva ripreso una delle illuminazioni di Liborio quando voleva spostare il livello del discorso. Liborio era un grande artefice, creava racconti con la terracotta, la ceramica, il metallo, il legno, piccole increspature sopra la fronte di una statuetta che diventavano narrazioni: qua, qua è il racconto, ammoniva. Era la nostra guida, quando ci raccontava di Guttuso, delle manifestazioni a Roma dove lo chiamavano il Ciciliano, dell&#8217;avventura bella e dannata del PSIUP, “dell’acqua d’acqua” a proposito dei suoi esperimenti creativi nelle campagne di Piazza, dei suoi tormenti, ben nascosti tra i sorrisi beffardi.</span><br />
“<span style="font-size: medium;">Non bisogna mai guardare le cose troppo da vicino” continuò Consolo. “Bisogna osservare la vita, raramente parteciparvi.” Diceva così in quei momenti di fronte al livido scirocco sul mare dei Greci.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Doveva andare, e noi rientrare. “Allora, ci vediamo a settembre” disse. “Magari prima venite a Sant&#8217;Agata, da me. Voglio farvi vedere il mio mare del Val Dèmone, e poi ce ne saliamo sui monti, a guardare il cielo da vicino.” Furono strane parole.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Ma quel settembre non arrivò mai: quando lui tornò, noi non potemmo andare. Impegni di lavoro, per lo più.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Eppure ci sarebbe bastato, come ci aveva suggerito, valicare i Nebrodi tra Cesarò e San Fratello, nel cuore della faggeta di Sollazzo verde, solenne sotto Monte Soro, sino al mare di Sant&#8217;Agata. Un breve viaggio, due ore, nella Sicilia che era stata al centro della sua descrizione del Risorgimento degli ultimi.</span><br />
<span style="font-size: medium;">Ma no, non ci andammo né allora né più mai.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ricordo ancora una delle sue illuminazioni, la prima volta che ci incontrammo: sapeva cosa pensavamo prima che lo pensassimo (non dovrebbero fare questo gli scrittori?). </span><br />
“<span style="font-size: medium;">La letteratura in Sicilia”, ci disse con tranquilla fermezza, “ha perduto la propria visione unitaria, non segue più la ricerca degli &#8216;altri doveri&#8217; di Vittorini. Non è per forza un male, anche se sembrano prevalere delle letterature di solo intrattenimento, neo rusticane. Ma capisco la vostra amarezza. Eppure non voglio pensarci ora, portatemi in giro tra queste nuvole basse accagliate tra le rocche.”</span><br />
<span style="font-size: medium;">Era felice, quella sera, aveva trovato forse ciò che era venuto a cercare, chissà. Camminammo a lungo, a braccetto. Ad un certo punto, la nebbia ce li nascose, lui e Liborio, scomparsi. Riapparvero dopo qualche minuto, ma sono sicuro che per loro erano passati anni, all&#8217;indietro, tanto felici e vivi erano i loro sguardi. </span><br />
“<span style="font-size: medium;">C&#8217;era Vittorini appoggiato ad un portone” ci disse Consolo guardando Liborio. “Era lì che si stava accarezzando i baffi e io gli ho detto se voleva venire a conoscervi, giovani e affiatati come i Dioscuri. Ma era impegnato, doveva raggiungere altri amici. Ci ha detto che tornerà. Aspettatelo, tornerà.”</span><br />
<span style="font-size: medium;">Liborio e Consolo ripresero la passeggiata. </span><br />
<span style="font-size: medium;">Noi guardavamo lontano, nonostante la nebbia. O forse proprio grazie a lei.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
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