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	<title>Luca Ricci &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Overbooking: Luca Ricci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 Oct 2021 11:30:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Ricci]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Pelliti]]></category>
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					<description><![CDATA[Come se l’inverno esistesse davvero Brevi note su “Gli invernali” di Luca Ricci (La Nave di Teseo, 2021) di Matteo Pelliti Il terzo pannello della “quadrilogia della stagioni”, che Luca Ricci sta scrivendo per La Nave di Teseo, è da pochi giorni in libreria. Dopo Gli autunnali (2018) e Gli estivi (2020), Gli invernali arriva, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-93627" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/e5c2b285-0f70-4f2c-8fcc-4778de18f439-copie-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/e5c2b285-0f70-4f2c-8fcc-4778de18f439-copie-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/e5c2b285-0f70-4f2c-8fcc-4778de18f439-copie-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/e5c2b285-0f70-4f2c-8fcc-4778de18f439-copie-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/e5c2b285-0f70-4f2c-8fcc-4778de18f439-copie.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Come se l’inverno esistesse davvero</strong></p>
<p><em>Brevi note su “Gli invernali” di Luca Ricci (La Nave di Teseo, 2021)</em></p>
<p>di <strong>Matteo Pelliti</strong></p>
<p>Il terzo pannello della “quadrilogia della stagioni”, che Luca Ricci sta scrivendo per La Nave di Teseo, è da pochi giorni in libreria. Dopo <em>Gli autunnali</em> (2018) e <em>Gli estivi</em> (2020), <em>Gli invernali</em> arriva, seppur in autunno, a raccontarci una giornata intera di un inverno romano, cioè la “caricatura” dell’inverno, di una città vinta dall’umidore mediterraneo, per dirla con Manganelli (autore evocato nei dialoghi del libro, a volte esplicitamente, a volte implicitamente per via lessicale, vedi le occorrenze di “losco”) in un “romanzo corale” cucito da pochi interventi del narratore onnisciente (lo stesso che ci aveva congedato negli <em>Autunnali</em>), spettatore con noi di un <strong>teatro d’interni</strong>, scene da matrimoni, da salotti, da caffè, in fitti dialoghi di anime disperatissime appartenenti al mondo del “terziario culturale”, a coprire quasi l’intera filiera del libro: lo scrittore in crisi, l’editore indipendente sull’orlo del fallimento, e le rispettive consorti, ufficio stampa precaria e giovane accademica messa in cattedra per via parentale, la scrittrice sul viale del tramonto, il critico temuto e megalomane e suo ex marito, la scrittrice di rosa bestseller che vorrebbe il riconoscimento della critica, il suo agente letterario rampante (e suo amante), e il di lei marito manager dilettante autore di aforismi para-flaianei da spendere in società, l’aggressivo scrittore esordiente in attesa della prima recensione al romanzo d’esordio, e toyboy della scrittrice sul viale del tramonto. Non sono caricature, non più di quanto sia già caricaturale di suo, in larghi tratti, la realtà che trasporta in pagina.</p>
<p><em>È un romanzo totalmente autoreferenziale, parla di uno scrittore in crisi creativa, figurati.</em></p>
<p>I personaggi di Ricci non hanno alcuna pretesa di &#8220;naturalismo&#8221;, sono maschere, funzioni, tipi, archetipi, figurine, addirittura si scelgono un nome d&#8217;arte (come il critico megalomane Carlo Offenbach) si muovono nella vita nella consapevolezza, o nel tentativo, di essere personaggi di se stessi. Eppure, proprio per questa loro natura volatile, letteraria, somigliano terribilmente a persone in carne ossa che ognuno di noi può avere incontrato: caratteri che, proprio negli estremi dei loro profili psicologici, timidezze, nevrosi, sbruffonaggine, dispercezioni di sé, risultano incredibilmente credibili, umani. Fastidiosamente familiari. Se c&#8217;è un tratto permanente nella poetica di Ricci è questo condurci su un baratro che ci guarda e lì specchiarci con timore: nel conformismo delle relazioni, nelle aspirazioni velleitarie, nelle livide invidie di carriere decollate o interrotte, o mai davvero decollate e mai davvero interrotte.</p>
<p><em>“Intendevo dire che l’amore social viene consumato rigorosamente a parole. Siamo tutti l’analista a parole di qualcun altro”</em></p>
<p>Le coppie sono protagoniste degli <em>Invernali</em> e i suoi componenti (Tommaso+Veronica, Antonio+Glenda, Tommaso/Antonio+Petra, Eugenio+Camilla, Camilla+Gianfranco, Nora+Nanni/Nora+Carlo) hanno dinamiche satellitari: c’è sempre un pianeta e un suo satellite, e questi ruoli misurano le forze gravitazionali che li tengono uniti: sesso, potere, gratificazione, narcisismo, fedeltà, infedeltà, paura. Ricci scrive, da sempre, di relazioni di coppia, cioè di conflitti. L’amore è, per Ricci, la forma più articolata di conflitto.</p>
<p><em>“Solo la carne sa certe cose,” disse Eugenio rimasticando le parole di Camilla. “Sai che è una frase perfette per una quarta di copertina?”</em></p>
<p>E le donne? La cancel culture? La denuncia del nuovo maccartismo del politicamente corretto? E Weinstein? E la misoginia? Il patriarcato? E il maschio bianco ricco? Sì, sono tutti temi che troverete ne <em>Gli invernali</em> ma io non sono un recensore capace di affrontarli adeguatamente, e me ne scuso.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignright size-medium wp-image-93629" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/71FIXIvelHL-209x300.jpg" alt="" width="209" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/71FIXIvelHL-209x300.jpg 209w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/71FIXIvelHL-714x1024.jpg 714w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/71FIXIvelHL-768x1102.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/71FIXIvelHL-1070x1536.jpg 1070w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/71FIXIvelHL-1427x2048.jpg 1427w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/71FIXIvelHL-150x215.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/71FIXIvelHL-300x430.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/71FIXIvelHL-696x999.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/71FIXIvelHL-1068x1533.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/71FIXIvelHL-293x420.jpg 293w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/71FIXIvelHL.jpg 1784w" sizes="(max-width: 209px) 100vw, 209px" />La recensione ideale a un libro di Ricci, infatti, per me, dovrebbe essere composta solo da frasi estratte da un libro di Ricci perché, come nel plastico di Shining, il recensore si trova in ogni istante &#8220;guardato&#8221; dal testo di cui cerca di raccontare qualcosa del testo stesso. Elogi o stroncature (È un brutto libro! Capolavoro!) sarebbero sempre, punti esclamativi inclusi, materiali meta-testuali; ne risulta che i suoi libri sono oggetti sfuggenti, quando si cerca di afferrarli con strumenti che non siano essi stessi ibridi e letterari (filosofici, narratologici, antropologici forse). <strong>L’ossessione per la scrittura tramite la scrittura di ossessioni è la traccia, la voce, propria della letteratura ricciana.</strong></p>
<p><em>L’identità di un artista non risiede nella vita ma nell’opera e solo nell’opera, spiegò con puntiglio. “In fondo che ne sappiamo di Omero? Lo consideriamo il fondatore dell’epica classica e questo ci basta.”</em></p>
<p>La critica feroce alla nuova vita social degli scrittori – cui non si sottrae lo stesso Ricci – è uno dei pezzi formidabili e più memorabili del libro. Una invettiva del giovane autore esordiente Nanni, che centra tutti i tic dell’auto-rappresentazione di sé, di chi scrive, on line. Ma voi ce lo vedreste Landolfi, sia detto per inciso, che pubblica un selfie mentre firma un contratto d’edizione? O Parise che mette una foto del dattiloscritto che ha appena finito di comporre? O Manganelli che mette su Instagram un foto del suo pranzo? Qualcuno potrebbe dire che non possiamo saperlo, e che ogni tempo ha i suoi sistemi di autorapresentazione. E però&#8230;altri mondi, altri tempi, altra serietà, altra consapevolezza di sé, altri contegni&#8230;</p>
<p><em>No che non è da me! I giornali sono pieni di critici che fanno il riassunto della trama dei libri spacciandoli per una recensione.</em></p>
<p>Ricci istituisce sempre, per i suoi lettori, rapporti di parentela diretta tra i suoi libri, le sue storie, i suoi personaggi. Vedi il caso del murales a trompe-l&#8217;oeil nella casa nuova di Veronica e Tommaso, che proviene direttamente (come una specie feticcio abitativo alla Poe, metafora persistente del rapporto tra realtà e finzione in letteratura) dal libro del suo esordio einaudiano (<a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/10/09/perfetti-conosciuti-de-lamore-forma-dodio-luca-ricci/">vedi qui</a>). Oppure lo schema del rapporto tra scrittrice e critico coniugati, di Nora e Carlo, che è figlio di un analogo rapporto di coppia “perverso”, pigmalionesco, il racconto di Olga Merlin (da “I difetti fondamentali”). L’apprezzamento maggiore che possiamo rivolgere a Ricci è quello di scrivere con ostinazione <strong>lo stesso libro da quasi vent’anni.</strong> In questa sua dedizione sta la cifra stilistica riconoscibile, la riconoscibilità del suo timbro letterario.</p>
<p><em>Tu leggi una riga di Kafka e hai letto tutto Kafka, una riga di Bernhard e hai letto tutto Bernhard, una riga di Manganelli e hai letto tutto Manganelli. Solo gli scrittori mediocri hanno bisogno di essere letti fino alla fine.</em></p>
<p>Mentre leggevo il monologo di Carlo Offenbach contro le terrazze romane, ho dato un’occhiata alla home page di Facebook, e mi è apparso un <a href="https://www.facebook.com/carloverdoneofficial/posts/414325163395402">post di Carlo Verdone</a> che magnificava la vista da una terrazza romana, sorrentiniana quindi, vista Colosseo. Sorrentino pare il correlativo cinematografico di alcune pagine di Ricci, di certi suoi monologhi urticanti (il molto citato, sui social, frammento della Grande Bellezza in cui Jep Gambardella “sbugiarda” la scrittrice “di sinistra” non è un frammento perfettamente ricciano?) così come Dino Risi lo era per <em>Gli estivi. </em>Ma resiste ancora l’immaginario di Risi anche in questi anni venti del nuovo secolo. Quando Ricci parla dello Strega, e della cena dalla vedova votante che incorona ogni cinque minuti un suo candidato diverso, come non pensare alla satira dell’episodio “La musa” (ne “I mostri, 1963), con l’inarrivabile Gassman truccato da presidentessa toscana del premio letterario? Copio da Wikipedia il riassunto: “La giuria di un concorso letterario cede alle insistenze caparbie e alle motivazioni circostanziate della sua presidentessa e assegna il primo premio a un autore sconosciuto e di scarso talento che si rivelerà essere l&#8217;amante della presidentessa stessa.” Non sembra anche questo un perfetto racconto “alla Ricci”<em>?</em></p>
<p><em>L’inverno a Roma non ce la fa a costituirsi come una stagione autonoma, è solo il funerale dell’autunno, le foglie rimaste sui rami sono incartapecorite, quelle a terra imputridiscono.</em></p>
<p>Roma non ha gli inverni di Milano, non ha il colore del buio di Milano (e mi ero permesso infatti di titolare “Gli invernali, capitolo primo”, una mia lettura del suo precedente e riuscito racconto “Trascurate Milano” (<a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/12/14/gli-invernali-capitolo-primo/">vedi qui</a>). Quindi non è corretto dire, a mio modo di vedere, che Roma si protagonista de <em>Gli Invernali</em> (almeno non nel senso in cui lo era ne <em>Gli Autunnali, </em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/03/13/fantasmi-un-autunno-romano-manganelli-hitchcock/">vedi qui</a>). Qui si “gira” in interni. Interno giorno, interno notte, sarebbero le ambientazioni dei capitolo/racconto che scandiscono il romanzo. Qui Roma si apparta, rimane fuori fuoco, è ciò che consente che le passioni dei protagonisti si intreccino ma non è propriamente coprotagonista di quelle passioni. Le terrazze romane stanno aperte, all’unisono, da maggio ad ottobre.</p>
<p><em>In realtà a Roma le quattro stagioni non sono che modulazioni di un unico elemento che è l’umido. Così abbiamo l’umido ghiaccio per l’inverno, l’umido allergico per la primavera, l’umido torrido per l’estate e l’umido umido per l’autunno.</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignright size-medium wp-image-93628" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/Capture-décran-2021-10-31-à-12.25.03-241x300.png" alt="" width="241" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/Capture-décran-2021-10-31-à-12.25.03-241x300.png 241w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/Capture-décran-2021-10-31-à-12.25.03-150x187.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/Capture-décran-2021-10-31-à-12.25.03-300x374.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/Capture-décran-2021-10-31-à-12.25.03-337x420.png 337w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/Capture-décran-2021-10-31-à-12.25.03.png 518w" sizes="(max-width: 241px) 100vw, 241px" />Con <em>Gli Autunnali</em> Ricci aveva detto, almeno implicitamente, “Se proprio volete un romanzo ve lo scrivo, anzi ve ne scriverò quattro!” Con quella spavalderia (quella che spesso manca alle donne…) tipica del “maschio bianco”, di più, del giocatore di poker che rilancia, al buio. Con <em>Gli estivi</em>, però, la formula, una volte entrato nel gioco-romanzo come un cavallo di Troia pieno zeppo di racconti, ha preso la strada di una proliferazione dei generi dentro la forma stessa del romanzo. Un romanzo <em>play-list</em> di stili. Negli <em>Invernali, </em>oggi<em>,</em> viene esplicitata l’esplosione della forma romanzo, ormai sformato dal mercato editoriale, approdato a mera didascalia in copertina. Romanzo è quel che tu metti dentro una confezione con su scritto “Romanzo”.</p>
<p><em>“Che tutto quello che non ha spiegazione, che è inammissibile e incomprensibile riguardi la letteratura”</em></p>
<p>La confessione (a pag. 227, indico il punto per futuri recensori pigri ) dove Ricci ha l’impudenza di mettersi in coda, autocitandosi (fotogramma in cui Hitchcock appare nel film) in coda nientemeno dopo “Boccaccio, Sacchetti, Basile, Verga, Ricci” rivela che quello che abbiamo in mano è una raccolta di racconti, un “concept album”. Ancora una volta viene evocato Manganelli, vero fantasma protettore de <em>Gli invernali</em>, nume, e i suoi <em>Piccoli romanzi fiume</em>.</p>
<p><em>Nessuno qui sta dicendo che la letteratura deve essere un manifesto politico, ma solo che deve abbracciare il proprio tempo, cercare di raccontarlo.</em></p>
<p>Ricci è nato in inverno, questo sarà evidente a ogni lettore che prenderà in mano questo suo libro. Non si sfugge all’inverno come non si sfugge alla propria nascita, all’essere gettati nel mondo. Ricci nasce forse come scrittore “invernale”, poiché anagraficamente invernale. Allora “essere l’inverno” è <strong>afferrare la piena consapevolezza del proprio destino di scrittore</strong>, come fa l’esordiente Nanni nelle righe finali del libro. Ed è bello rivedere in quelle righe una specie di congedo affettuoso del Ricci autore – oggi pienamente realizzato e maturo, padrone dei suoi mezzi &#8211; al Ricci scrittore esordiente di vent’anni fa. Per questo <em>Gli invernali</em> custodisce al suo interno, certo rivestita dalle molte battute fulminanti dei dialoghi, un’umbratile dolcezza dolente, ed è questa che, in fondo, rimane al lettore una volta chiuse le pagine del libro.</p>
<p><em>Stare in quel profumo, essere l’inverno.</em></p>
<p><em>(Scritto a Pisa, tra il 28 e il 29 ottobre 2021)</em></p>
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		<title>L&#8217;Anno del Fuoco Segreto: Tongofrip</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/02/15/lanno-del-fuoco-segreto-tongofrip/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Feb 2021 06:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Tongofrip]]></category>
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					<description><![CDATA[La descrizione del progetto L&#8217;Anno del Fuoco Segreto, si può leggere QUI.  di Luca Ricci “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”. Amleto, William Shakespeare &#160; Luigi Menz, da giorni accampato nei paraggi di Frippane, venne raggiunto da un uomo. &#8211; Di cosa è fatta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La descrizione del progetto </em><strong>L&#8217;Anno del Fuoco Segreto</strong><em>, si può leggere </em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/01/25/lanno-del-fuoco-segreto-foresta-dali/"><strong>QUI</strong></a><em>. </em></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-88295" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Copertina-Luca-Ricci.jpg" alt="" width="775" height="775" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Copertina-Luca-Ricci.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Copertina-Luca-Ricci-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Copertina-Luca-Ricci-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Copertina-Luca-Ricci-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Copertina-Luca-Ricci-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Copertina-Luca-Ricci-250x250.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Copertina-Luca-Ricci-200x200.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Copertina-Luca-Ricci-160x160.jpg 160w" sizes="(max-width: 775px) 100vw, 775px" /></p>
<p><strong>di Luca Ricci</strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;"><i>“Ci sono più cose in cielo e in terra,<br />
Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”. </i><br />
Amleto, William Shakespeare</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Luigi Menz, da giorni accampato nei paraggi di Frippane, venne raggiunto da un uomo.<br />
&#8211; Di cosa è fatta la tua tenda?<br />
&#8211; Gore-tex. Un tessuto antivento e impermeabile. E’ ultra leggero.<br />
&#8211; Che diavoleria.<br />
Menz sorrise. &#8211; Posso entrare nel villaggio?<br />
&#8211; I vecchi si sono parlati, &#8211; disse l’uomo. &#8211; Per loro va bene.<br />
&#8211; Domani? Per la Festa di Tongofrip?<br />
L’uomo annuì.<br />
&#8211; Qual è la strada migliore per arrivare?<br />
&#8211; Devi seguire la via principale, la riconosci perché è fatta di sassi bianchi, taglia il vallone e sale lungo il versante ovest.<br />
&#8211; A che ora?<br />
&#8211; Parti la mattina presto, ci sono quarantacinque minuti di cammino, mezz’ora se sei svelto.<br />
Si guardarono, poi l’uomo si allontanò e Menz si rificcò dentro la tenda. Era accampato già da qualche giorno, la negoziazione per il suo ingresso nel paese lo aveva impegnato più del previsto. Le scorte di cibo non lo preoccupavano, ma aveva sottovalutato il clima umbro di fine ottobre: di notte l’umidità diventava implacabile, gli bagnava i vestiti. Lì non c’era il tifo né il colera, ma restare intirizzito e al gelo per tutta la notte era molto peggio dei vaccini che venivano richiesti agli africanisti.<br />
La Festa del Tongofrip era uno dei rompicapi più affascinanti dell’intera storia dell’antropologia, proprio per l’assenza totale di testimonianze sul campo, in presa diretta. A dirla tutta la maggior parte degli studiosi l’aveva declassata a leggenda priva di fondamento reale, una stramberia – molto simile a un pettegolezzo &#8211; che qualche accademico zelante si divertiva a spacciare come vera nei vari dopocena dei convegni, dopo qualche bicchiere di troppo. Nella <em>Enciclopedia universale dei riti umani</em> del Fropp non se ne faceva cenno. Eminenti antropologi quali Pierre Paul Broca, Lévi-Strauss, Bronisław Malinowski, Giuseppe Sèrgi, Vittorio Lanternari non ne sapevano niente. Era altrettanto vero &#8211; indubitabile &#8211; che l’antropologia, cioè la «scienza dell’umano», si era andata consolidando grazie a viaggi ritenuti esotici dalla cultura illuminista e occidentale, esploratori alla James Cook di fatto avevano circoscritto il campo degli studi alle colonie, e per un lungo periodo l’antropologia e il colonialismo erano andati a braccetto: normale quindi che nessuno avesse prestato attenzione a un caso, ancorché strabiliante, scoppiato proprio nel cuore della vecchia Europa. A quanto risultava a Menz, soltanto uno studioso aveva citato di sfuggita il caso spinoso di Tongofrip, ed era stato Arnold Weiden, l’americano radiato dalla comunità accademica per il suo sguardo poco incline al rigore scientifico. Quest’ultimo, nel suo <em>Superstizione come evoluzione della scienza</em>, diceva:</p>
<p><em>“Esiste un paese nel cuore dell’Umbria, cioè nell’entroterra più appartato d’Italia (c’è un’esatta equidistanza chilometrica del paese tra la costa tirrenica e la costa adriatica) che si è reso totalmente inavvicinabile dal resto del mondo: Frippane. Gli abitanti &#8211; ma forse sarebbe meglio definirli membri di una tribù &#8211; non riconoscono lo stato italiano né la sua costituzione o le sue leggi, non per una sorta di insubordinazione, ma semplicemente perché ne ignorano l’esistenza. Nel corso dei secoli questa minuscola comunità autarchica, svincolata dalle comuni leggi demografiche, non è aumentata né diminuita, attestandosi su una media di 500 persone residenti.  Aiutata nel compito dell’autosegregazione dalla posizione geografica (il paese è arroccato su un picco a strapiombo su un vallone, lontano sia dall’autostrada che dalle principali linee ferroviarie), ha continuato a sorreggersi su un rudimentale sistema economico basato sul baratto, cosa che non ha fatto altro che stringere le maglie della sua società (il baratto, infatti, è possibile soltanto quando i due contraenti si fidino ciecamente l’uno dell’altro; nelle società moderne questo approccio psicologico non avviene più neanche tra consanguinei). Pare che ogni primo novembre nel paese si tenga la Festa del Tongofrip, un rito ancora avvolto nel mistero, in un periodo dell’anno però che per motivi legati alla tradizione religiosa e contadina ama rendere grazie”. </em></p>
<p>L’indomani Menz si mise in cammino di buon’ora, e riuscì a salire fino all’imbocco del paese in trenta minuti scarsi. Venne accolto dall’uomo con cui aveva parlato il giorno prima, che lo aspettava a braccia conserte poggiato a un masso ricoperto di muschio.<br />
&#8211; Non può fotografare, non può registrare, non può scrivere, &#8211; lo avvisò.<br />
Menz mise via l’attrezzatura. &#8211; Solo osservare.<br />
L’uomo annuì, prima di condurre lo studioso dentro un’abitazione del centro: le case erano in muratura, anche se avevano qualcosa di elementare, di ridotto ai minimi termini, che faceva pensare più a un villaggio che a un borgo.<br />
&#8211; Ecco lo scienziato, &#8211; disse l’uomo, prima di accomiatarsi.<br />
Menz fece una sorta di saluto ossequioso piegando la testa, ma la coppia di anziani coniugi a cui era rivolto non mosse un muscolo.<br />
Una ragazzina, seduta su una seggiola di paglia, si adornava i capelli con dei fiori.<br />
Il vecchio, intuendo la curiosità di Menz, disse: &#8211; E’ per la festa.<br />
&#8211; Quando comincia?<br />
&#8211; E’ cominciata.<br />
Menz si adagiò su una sedia di paglia. Nella stanza non volava una mosca. Soltanto il contenuto di un paiolo sopra il fuoco ribolliva.<br />
&#8211; Adesso è il momento delle sentinelle, &#8211; proseguì il vecchio.<br />
Non fece in tempo a finire la frase che da fuori, in lontananza, si sentirono riecheggiare delle grida: “Tongofrip è arrivato”. Soltanto allora Menz capì che il nome della festa coincideva con quello di una creatura enigmatica, che probabilmente era stata divinizzata.<br />
&#8211; Tongofrip è buono o cattivo? &#8211; gli venne spontaneo di domandare.<br />
Il vecchio socchiuse gli occhi. &#8211; Tongofrip è Tongofrip.<br />
Le grida continuavano, sia maschili che femminili, era gente del paese che interpretava una parte, quella di avvisare il resto degli abitanti che era arrivato qualcuno dall’altrove. Più che giubilo, esprimevano apprensione e spavento. Menz uscì, affascinato dalla teatralità del rito a cui stava assistendo, e sentì ancora meglio le urla partire dal ciglio del paese, e andar giù e disperdersi lungo il vallone: “Tongofrip è arrivato”.<br />
Il pranzo fu consumato in silenzio. Una minestra scodellata dal paiolo e un piattino di frutta secca. Menz non capiva la natura di quella frugalità e di quel raccoglimento spaurito. Più che una festa sembrava una quaresima.<br />
&#8211; Non mi sembra una festa, &#8211; osservò.<br />
Il vecchio spaccò il guscio di una noce, e lasciò il contenuto sul tavolo.<br />
&#8211; A noi non piace Tongofrip, &#8211; disse, stringendo la mano di sua moglie.<br />
Menz annuì mentre un ragazzino rientrò a casa, chiedendo a gran voce qualcosa da mangiare.<br />
&#8211; Sei una sentinella? &#8211; gli domandò Menz.<br />
Il ragazzo sorrise. &#8211; Quest’anno sì. Ero troppo piccolo, prima.<br />
Passarono un paio d’ore nelle quali a Menz fu consentito di girare per il paese. Non c’era traccia di una consapevolezza né di una rivendicazione per quella condizione di autonomia radicale, l’isolamento in quel luogo era sorto spontaneamente, e non rappresentava nient’altro che una condizione di normalità. Più che una utopia alla Moro o alla Campanella, Frippane era uno stallo della teoria evoluzionistica. D&#8217;altronde oggi la variabilità biologica dell’uomo era riconsiderata sulla base della variabilità individuale: nessun macro-gruppo etnico o religioso avrebbe potuto contrastare il genio o l’originalità di un insieme d’individui. Menz, anche per tentare di analizzare l’aspetto linguistico, attaccò bottone con alcune persone sedute fuori dagli usci.<br />
&#8211; Chi è Tongofrip? &#8211; chiese a una donna col viso crepato dai numerosi inverni freddi.<br />
La donna lo guardò a lungo, ammutolita, prima di rientrare in casa.<br />
Menz ci riprovò con una bambina che disegnava sulla strada con dei sassi.<br />
&#8211; Mi disegni Tongofrip? &#8211; le chiese.<br />
La bambina gettò il sasso e si mise a ridere a crepapelle.<br />
Intanto la luce era calata di colpo, dei nuvoloni compatti provenienti da nord avevano sollecitato la notte, e delle raffiche di vento scuotevano gli arbusti e gli alberacci di Frippane. Menz rientrò nella casa che gli era stata assegnata.<br />
&#8211; Ora che succede? &#8211; domandò.<br />
Il vecchio era nella stessa posizione di prima, appollaiato sulla sua sedia accanto alla moglie. Anche la ragazza era rimasta seduta, continuando a pettinarsi e adornarsi i capelli.<br />
&#8211; Ora vengono i postini, &#8211; disse, con una certa solennità.<br />
Menz prese posto sulla sua sedia e aspettò insieme agli altri. Il postino era un&#8217;altra figura del rituale, colui il quale avvisava personalmente ciascuna famiglia dell’arrivo di Tongofrip. Cominciarono a sentire bussare alle varie porte del paese. Si udirono anche degli schiamazzi. La messinscena doveva essere parecchio divertente, almeno per i più giovani. Alla fine bussarono alla porta della casa dove si trovava Menz. Quattro o cinque colpi decisi: “Tongofrip è qui”.<br />
Il vecchio allora si alzò dalla sedia e andò al bagno a sciacquarsi il viso.<br />
&#8211; Bisogna andare, &#8211; annunciò.<br />
La moglie e la figlia si alzarono immediatamente, come se non aspettassero altro. Si alzò anche Menz, nonostante ignorasse, a differenza degli altri, che cosa prevedesse il copione della Festa. S’incamminarono tutti e quattro per una stradina irta, in cui entravano e uscivano folate di vento glaciali. La maggior parte degli abitanti stava già gremendo la chiesa, o meglio quel che ne restava: un piccolo troncone in stile romanico, lascito certo degli antichi insediamenti imperiali, che a Frippane chiamavano Tempio.<br />
C’era un clima per nulla festoso, ma quasi cupo, carico di ostilità.<br />
&#8211; Non mi sembra una festa, &#8211; osservò Menz.<br />
Il vecchio lo fulminò. &#8211; La festa è dopo la morte di Tongofrip.<br />
Menz si aspettava di vedere spuntare da un momento all’altro una figura vicaria del simbolo, una sorta di correlativo oggettivo, un fantoccio su cui la comunità avrebbe potuto compiere il suo rito. La Festa del Tongofrip non era la celebrazione di un Dio, quanto piuttosto un’esaltazione identitaria. Il paese accoglieva per respingere, in modo da ribadire la sua chiusura rispetto al diverso.<br />
Menz stava imprecando per l’impossibilità di scattare qualche foto, o fare qualche registrazione, o almeno prendere qualche appunto, quando si sentì spingere verso l’altare. Si voltò e vide che a spingerlo era stato il vecchio, con una brutalità pari alla sua scorbutica reticenza. Lo continuò a spingere, ancora e ancora.<br />
&#8211; Perché? &#8211; chiedeva Menz. &#8211; Che ho fatto?<br />
Dalla sommità della chiesa vennero dei canti. Una delle coriste più ispirate era la figlia del vecchio, coi suoi lunghi capelli lisci perfettamente pettinati e adornati.<br />
Poco prima di fargli raggiungere l’altare a spintoni, il vecchio gridò a Menz: &#8211; Tongofrip è lo straniero, Tongofrip sei tu.<br />
Sull’altare ardeva sul fuoco un pentolone. Era un grande classico dei riti ancestrali, il buon selvaggio che finisce per cucinare l’occidentale ficcanaso. In effetti Menz fu calato dentro a piedi nudi, e sentì l’acqua tiepida bagnargli le caviglie, prima che l’intera scena non finisse con un applauso scrosciante, e una fastosa cena servita nel più comodo salone del resort. Menz riabbracciò così la propria epoca, con tutto lo sfarzo e il lusso del caso.<br />
L’indomani mattina passò dalla reception per il check out. Oltrepassò un gruppo di poltrone e divani Frau, e raggiunse il bancone stondato in laminato rosso lucido.<br />
&#8211; Pacchetto Avventura, giusto? &#8211; gli chiese un’addetta alla reception, sorridendogli.<br />
&#8211; Sì, grazie.<br />
&#8211; E’ andato tutto bene?<br />
&#8211; Benissimo. Da ragazzo avrei voluto fare l’antropologo, sa? Ma mio padre aveva uno studio dentistico già avviato…<br />
L’addetta sorrise ancora, con il medesimo fervore. &#8211; Capisco.<br />
Menz allungò la sua carta di credito. &#8211; Posso tenere il libro <em>Superstizione come evoluzione della scienza</em>?<br />
&#8211; Ma certo, fa parte del suo pacchetto. Un souvenir.<br />
&#8211; Sì, è solo una specie di brochure, ma mi è stato utile e sarà un bel ricordo. Grazie.<br />
L’addetta sembrò ricordarsi qualcosa. &#8211; Ha già restituito il kit tenda?<br />
&#8211; E’ qui con me con me, insieme ai miei bagagli.<br />
&#8211; Può lasciarlo qui, provvederemo noi a sistemarlo nel deposito.<br />
Menz riprese la sua carta di credito e firmò lo scontrino del POS. &#8211; E’ stata un’intuizione davvero geniale comprare l’intero paese di Frippane.<br />
&#8211; Merito di Mr Bornes.<br />
&#8211; Ho letto recentemente una sua intervista, incredibile quanti soldi abbia fatto negli ultimi anni. Il business alberghiero sembra un innocuo passatempo per lui. Investirà ancora in Italia?<br />
L’addetta passò a Menz la sua ricevuta, poi sorrise per l’ultima volta.<br />
&#8211; Mr Bornes lo sta già facendo, &#8211; disse. &#8211; Sta comprando tutti i vecchi borghi dell’Umbria, per differenziare l’offerta dei suoi parchi tematici.</p>
<p>***</p>
<p><strong>Immagine di Francesco D&#8217;Isa.</strong></p>
<p><strong>Luca Ricci</strong> è nato a Pisa nel 1974 e vive a Roma. Ha scritto L’amore e altre forme d’odio (2006, Premio Chiara, nuova edizione La nave di Teseo, 2020), La persecuzione del rigorista (2008), Come scrivere un best seller in 57 giorni (2009), Mabel dice sì (2012), Fantasmi dell’aldiquà (2014), I difetti fondamentali (2017). Per La nave di Teseo ha pubblicato Gli autunnali (2018, in corso di traduzione nei principali paesi europei), Trascurate Milano (2018) e Gli estivi (2020). Insegna scrittura per Scuola del Libro e Scuola Fenysia.</p>
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		<title>Quando ho bevuto una Tennent&#8217;s alle due di pomeriggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Mar 2019 06:00:47 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-78088" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/birra.jpg" alt="" width="226" height="445" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/birra.jpg 226w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/birra-152x300.jpg 152w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/birra-200x394.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/birra-160x315.jpg 160w" sizes="(max-width: 226px) 100vw, 226px" /></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">di <b>Yari Riccardi</b></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>(situazione)</b></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Mezza giornata. L’unica ditta che il 29 giugno a Roma decideva bellamente di trascurare i reverendi santi Pietro e Paolo e di restare aperta, seppur fino alle 14, era la mia. Quel giorno le attività nell’agenzia di onoranze funebri dove lavoravo, dopo le esequie del mattino, si erano improvvisamente fermate.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Così, borsa a tracolla, dopo aver preso nota dell’ultimo necrologio degno di interesse, esco dal mio ufficio con vista Ospedale San Giovanni. Vengo travolto dal sole di Via dell’Amba Aradam. Giacca nera poggiata su una spalla, occhiali da sole e sigaretta in bocca, mi dirigo verso Villa Celimontana. Lì avrei aspettato le 20, quando sarebbe arrivata Irene.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Mi piace lì. Mi piace perché non è caotica come Villa Borghese, non è radical chic e piena di punkabbestia come Villa Ada e non è snob come Villa Torlonia. Ci trovi i romani. Così prendo un fiore per Irene da Rosario – nomen omen – e una Tennent&#8217;s da Amin, da bere a digiuno e sotto il sole per sottolineare la mia ancora giovane età.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Entro nel parco, scorgo una panchina e a passo lento mi ci dirigo. Ingollando un altro, terribile, sorso di birra, crollo, non prima di aver tirato fuori il libro che avevo in borsa.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Passano le ore, che a me sembrano minuti, e mi ritrovo con il libro in faccia e la giacca sporca. Mi alzo, non senza fatica. Mi accendo una sigaretta. Mi riprendo la borsa a tracolla, il libro caduto per terra e vado verso il banco dei libri vicino al bagno. La birra e la prostata a una certa età non vanno d’accordo, così sento di dover accelerare il passo. Sono le 16 e 30, Irene arriverà tra tre ore abbondanti, e non la posso neanche chiamare, sta in consiglio comunale. Lei assessore alla felicità, io becchino. Siamo ovviamente fatti l’uno per l’altra.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Rivolgo la mia attenzione al banco dei libri. Apro, guardo, leggo, metto da una parte, ributto nel mucchio. A un certo punto una sensazione strana. Due occhi mi puntano, mi scrutano, mi osservano. “Sono il solito paranoico del cazzo”. Tiro fuori una sigaretta dalla tasca, la metto in bocca e faccio per accenderla. Una fiamma davanti a me. Non è il mio accendino.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>(complicazione)</b></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Un uomo di mezza età, baffi e capelli brizzolati. “Lei – prosegue lo sconosciuto – è Saviano, vero?”.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Ora, in effetti una certa somiglianza c’è. La barba, la testa pelata, l’occhio un po’ a mandorla. ”No, evidentemente no!”: sorrido cortese e me ne vado. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Sudo e me ne vado verso la mia panchina. Deciso a immergermi nella lettura, apro il libro che avevo portato – L’Ombra del Vento, di Zafon – e mi riprometto di non alzarmi fino all’arrivo di Irene. Mi corrono incontro due ragazzi. “Robè, ma ‘ca ‘ce faj’ ‘a Roma ? ‘A scort’ ?”<span style="color: #4472c4;">.</span> Basito, non trovo la forza di rispondere. Fanno la foto, mi abbracciano e se ne vanno. Tutto molto strano.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Apro Facebook dal cellulare. “Che ci fa Saviano vestito da Iena a Roma?”: la foto sulla pagina di Libero, quello sono io mentre esco dal bagno della Villa. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Mi serviva la prova del 9. “Il buonista Saviano fa il punkabbestia” (Matteo Salvini)</span></span></p>
<p>“<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Cazzo. Sono Saviano”. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Comincio a camminare, in preda all’ansia e alla Tennent&#8217;s. “A merda, hai finito di campà a spese nostre?”, me lo dice un giovanottone con una croce uncinata sulla guancia. E’ un seguirsi di incoraggiamenti, insulti, pacche sulle spalle e sguardi torvi. Dovrebbero essere le 19 e 30, sembra mezzanotte. Mi fermo per riprendere fiato. Mi appoggio all’obelisco. Sento qualcosa di freddo sulla tempia. </span></span></p>
<p>“<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Mo t’accir’”. Davanti a me una faccia vista solo su Fox Crime, nei tg, sui giornali. Davanti a me c’era Francesco Schiavone. Sandokan, i Casalesi. Gomorra. Mi colpisce sulle gambe, sono costretto a inginocchiarmi. Mi punta la pistola alla nuca. Immagino già i titoli dei giornali. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Un raggio di luce distrae il boss. Attendo una manifestazione dell’Onnipotente – anni di onorato servizio come chierichetto a qualcosa dovranno pur essere serviti – e mi preparo a una vita di redenzione in convento. Intorno il vento si mette a cantare “Che coss’è l’amor” di Vinicio Capossela. Dal raggio emergono 10 persone incappucciate. Quello davanti si rivela. “Francè, mo’ ‘a rutt’ o’ cazz’. Ce l’amma juocà ‘a pallon’ . Si vincimm’ tu te ne vaj’ a’ fancul’, assiem’ ‘e cumpagn’ tuoj’”<span style="color: #ff0000;">. </span>A parlare adesso è Saviano, quello vero. Mi abbraccia. Schiavone manda un messaggio dal cellulare. “V’accir’ ‘a tutt’ e’ doj’, sti fetient’!”. Escono 10 persone da non si sa dove. Ci sta uno uguale a me, solo con i capelli, muscoloso e magro. Mi guarda con aria di sdegno. Con lui ci stanno i cattivi per definizione. Erode, Hitler, Voldemort, Gargamella, Sauron, Darth Vader (senza respiratore), Totò Riina, il sergente Hartman e Ivan Drago. Ma Saviano non sta a guardare. Ecco che tutti si tolgono i cappucci. Gesù (che è uguale a Batistuta, come ho sempre sognato), Bob Geldof, Beppe Bigazzi, il subcomandante Marcos, Mario Magnotta, Fabrizio Frizzi, Gianni Morandi, Papa Francesco e il bidello Bruno (mi dava le sigarette a ricreazione). Sarà Buoni contro Cattivi.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Dal prato dietro l’obelisco spuntano fuori due porte. L’arbitro è un turista tedesco assoldato da Schiavone con la minaccia di legarlo sotto le Vele con il cartello Odio Napoli. I Cattivi partono forte. Il mio alter ego è ovviamente un funambolo. Il direttore di gara finge di non vedere i continui falli che subiamo. Solo io, Saviano e il Santo Padre tentiamo di ragionare, ma all’intervallo il punteggio è di uno a zero per loro. Torniamo in campo, mancano dieci minuti al termine. A un certo punto Bigazzi rilancia verso l’area avversaria, Roberto viene messo a terra ma si rialza e allarga verso Marcos, cross per Morandi, sponda di Gesù e rete di Magnotta. I due si abbracciano, sancendo finalmente la pace. Siamo pari. Sappiamo di potercela fare adesso. Bruno ruba palla a Erode, la allunga a Gesù che con un doppio passo si lascia dietro mezza squadra avversaria, palla a Roberto. Tunnel a Schiavone – ”Schifus’”, grida il boss, visibilmente affaticato – e cross verso di me. Stoppo di petto, guardo la porta. Ci sono io tra i pali. Io con i capelli. La palla tocca terra. Guardo il me stesso a venti metri. “O’ Sandokàn, ma vaffancul’!”, grido, in preda all’influenza del vicino Saviano. La palla si infuoca ed entra in porta, i Cattivi spariscono e il campo viene circondato dalla Digos, che si è venuta a riprendere Schiavone. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>(risoluzione)</b></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Irene mi trova mentre corro nel prato dietro la panchina dove ero crollato causa Tennent&#8217;s. Corro come Tardelli nel 1982. Mi guarda divertita e rassegnata. “Quante volte ti ho detto che non devi bere questa birra a digiuno, che sei anziano e certe cose non le puoi più fare?”. Io le racconto tutto, di Saviano, della partita, di Schiavone. Di Magnotta che ha finalmente avuto il perdono di Gesù. Ma lei niente, non mi crede. Mi prende per un braccio e torniamo verso il banco dei libri. Mentre lei guarda i volumi, io tento di riprendermi. Guardo in basso. C’è Gomorra. Il Saviano stampato sul retro mi fa l’occhiolino. Un pallone mi rotola vicino il piede. Lo prendo in mano. C’è una scritta. “Sii felice d’essere tu, così come sei”. Lo rilancio ai ragazzi che ci stavano giocando. C’è uno pelato che mi sorride. E’ vicino a uno con i capelli che mi somiglia. Torno da Irene. “Yà però basta Tennent&#8217;s. Soprattutto alle due di pomeriggio”. </span></span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Gli invernali, capitolo primo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Dec 2018 06:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Ricci]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Pelliti]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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					<description><![CDATA[Ovvero, per una “Metafisica della sessualità” in Luca Ricci. di Matteo Pelliti Cosa c&#8217;entra Schopenhauer con Luca Ricci? Ah, saperlo&#8230; Fatto sta che, cercando un libro da appaiare in fotografia &#8211; le coazioni da libri instagrammabili &#8211; alla bellissima copertina di Saul Steinberg di &#8220;Trascurate Milano&#8221; (La Nave di Teseo, 2018, pp.86), l&#8217;ultimo racconto anti-natalizio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><b><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-77009" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/cover.jpg" alt="" width="314" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/cover.jpg 314w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/cover-240x300.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/cover-250x312.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/cover-200x250.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/cover-160x200.jpg 160w" sizes="(max-width: 314px) 100vw, 314px" />Ovvero, per una “Metafisica della sessualità” in Luca Ricci. </b></p>
<p align="JUSTIFY">di <b>Matteo Pelliti</b></p>
<p align="JUSTIFY">Cosa c&#8217;entra Schopenhauer con Luca Ricci? Ah, saperlo&#8230; Fatto sta che, cercando un libro da appaiare in fotografia &#8211; le coazioni da <span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://www.instagram.com/p/Bq26VkiBx5I/">libri instagrammabili</a></u></span> &#8211; alla bellissima copertina di Saul Steinberg di &#8220;Trascurate Milano&#8221; (La Nave di Teseo, 2018, pp.86), l&#8217;ultimo racconto anti-natalizio di Ricci, mi è caduto in mano proprio quel libretto, &#8220;Metafisica della sessualità&#8221;, in cui il filosofo tedesco mette in fila le sue idee sui paradossi &#8211; e la natura &#8211; della coniugalità e della procreazione. Cercherò qui di capire il perché quel libro sia caduto dalla mia libreria proprio mentre leggevo l&#8217;ultimo Ricci e anche di spiegare come mai i suoi racconti vengano talvolta fraintesi: sembra che parlino di sesso e invece stanno parlando di scrittura. Milano è un pretesto perfetto, a partire dal titolo preso in prestito da Buzzati, e poiché a Roma l&#8217;inverno è inibito dal suo umidore mediterraneo, spostandoci dai recenti &#8220;Gli autunnali&#8221;, l’ultimo romanzo di Ricci là ambientato, non potevamo che ritrovarci nella capitale del Nord per vivere questo <b>apologo dark, sospeso sul &#8220;baratro dell&#8217;abisso&#8221; morale</b>, nella capitale morale, appunto.</p>
<p align="JUSTIFY">Il primo sospetto che prende il recensore è quello di trovarsi di fronte al primo capitolo di una nuova raccolta di figure della contemporaneità censite da Ricci, <i>Gli Invernali</i> appunto, che costruisce narrazioni di <b>antropologia fantastica intorno al tema della coppia</b>, dell&#8217;amore, delle relazioni di forza (possesso, dipendenza) nelle infinite declinazioni dell&#8217;eros (la cui massima perversione, come è noto, sta nella monogamia). &#8220;In definitiva ciò che attira con tanta esclusività e con tanta forza due individui di sesso diverso l&#8217;uno verso l&#8217;altro è la volontà di vivere dell&#8217;intera specie la quale anticipa un’oggettivazione della sua essenza corrispondente ai suoi fini nell&#8217;individuo che quella coppia può generare”, e ancora: “L&#8217;impulso che nella coscienza individuale si manifesta come istinto sessuale in generale, e non si indirizza verso un determinato individuo dell&#8217;altro sesso, tale impulso è, in se stesso e fuori dal fenomeno, la semplice volontà di vivere. Invece l&#8217;impulso che appare nella coscienza come istinto sessuale rivolto a un determinato individuo, tale impulso è, in sé, la volontà che un ben determinato individuo ha di vivere. Ora, in quest&#8217;ultimo caso, l&#8217;istinto sessuale, che pure è in sé un bisogno soggettivo, sa assumere molto abilmente la maschera di un ammirazione oggettiva e riesce così a ingannare la coscienza: <b>la natura ha bisogno infatti di questo stratagemma per realizzare i suoi fini&#8221;</b>. Sembra un cinico filosofema di quelli che, solitamente, gli amanti di Ricci si mettono a fare a letto, monologando con le partner dopo un rapporto, invece è la voce di Shopenhauer. Il molestatore del nostro racconto riflette sulla perversione più grande che l&#8217;uomo abbia mai inventato, un atto di palese violazione di tutte le regole imposte da madre natura, cioè la monogamia, il decidere di vivere tutta la vita con un&#8217;unica persona; risuonano anche qui le pagine Schopenhauer: una natura che ci guida e ci tiranneggia. Quando Ricci fa dire al suo molestatore che la nostra follia sta nell&#8217;avere innescato &#8211; ingannati dall’eros &#8211; “il processo generativo” e non c&#8217;è modo di tornare indietro di “riportare il seme dentro i coglioni”, esprime in realtà questa vertigine: la consapevolezza che in ogni scopata fecondativa <b>siamo scopati dalla Natura stessa.</b> In questa illusione di seduzione vi è qualcosa di profondamente simile al meccanismo seduttivo della scrittura, al potere seduttivo che l’autore vuole esercitare sul lettori. Molto dense e perfettamente cesellate, poi, sono le pagine dove viene evocata la galleria di fantasmi dei progenitori dai quali deriviamo, e la nostra progenie come risultato ultimo di questa selva di fantasmi scomparsi (riemerge qui il tema, già presente in Manganelli, della famiglia come “associazione a delinquere”). Segnalo, a margine, alcune pagine di <b>densa prosa poetica</b> del racconto: un monologo del nostro protagonista intrecciato allo studio della tabellina del nove da parte della figlia prima di entrare a scuola, pagine che &#8211; a mio gusto &#8211; valgono l’acquisto del libro.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-77011" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/baubau.jpg" alt="" width="542" height="408" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/baubau.jpg 542w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/baubau-300x226.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/baubau-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/baubau-200x151.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/baubau-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/baubau-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 542px) 100vw, 542px" />C’è una certa continuità tra i monologhi sul sesso, sulla coppia, come se queste coppie di amanti <b>trasmigrassero tra i letti nelle stanze di alberghi tra un libro all’altro per proseguire un unico trattato teorico</b> (vedi la figura bianciardiana di uno dei racconti de<i> I difetti fondamentali</i>, ma anche certe pagine de <i>Gli autunnali</i>) per le quali si può dire che esista <b>un unico libro che Ricci sta scrivendo, tessendo, con ostinata vocazione</b>. Al recensore si chiede, di solito, di dare anche un accenno di trama senza rovinare il gusto della sorpresa, e allora dirò solo che c’è una ragazzina violenta e nichilista che si fa molestare in metropolitana, uno sporcaccione fedifrago con moglie, figlia e amante storica che molesta la ragazza per un confuso male di vivere, una città capitale morale (ora non ricordo bene i dati sul consumo di cocaina a Milano, ma fa niente…) ritratta nel precipizio del <b>Natale, distopia dei buoni sentimenti commerciabili</b>, con una luce esatta (ecco un altro tratto caratteristico di Ricci: usare la luce per descrivere l’urbanità).</p>
<p align="JUSTIFY">Nell&#8217;epoca del <b>#metoo</b>, quale migliore occasione che scrivere una favola natalizia scura che abbia come protagonista un molestatore? E riuscirà il nostro autore a difendersi dalle accuse di misoginia, sessismo, istigazione alla violenza di genere? Il recensore lo spera, appellandosi alla libertà della creazione letteraria e all’intelligenza, ormai poco diffusa, di capire che l’autore – in virtù di quella libertà &#8211; non necessariamente coincide con le azioni e i pensieri dei personaggi che s’inventa. Ma, si sa, viviamo tempi un poco dogmatici e scarsamente intelligenti, per questo abbiamo un gran bisogno di buona letteratura.</p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>Questi fantasmi di un autunno romano, tra Manganelli e Hitchcock </title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/03/13/fantasmi-un-autunno-romano-manganelli-hitchcock/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Mar 2018 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[di Matteo Pelliti Luca Ricci approda al romanzo, Gli autunnali (La Nave di Teseo, 2018) senza rinnegare il suo passo da raccontista convinto e, anzi, dedicando questo ultimo lavoro al suo nume Maupassant, l&#8217;autore che, a detta dello stesso Ricci, lo avviò sulla strada della scrittura durante una giovanile peregrinazione per i lungarni pisani in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><b><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-72948" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n.jpg 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />di Matteo Pelliti</b></p>
<p>Luca Ricci approda al romanzo, <i>Gli autunnali</i> (La Nave di Teseo, 2018) senza rinnegare il suo passo da raccontista convinto e, anzi, dedicando questo ultimo lavoro al suo nume Maupassant, l&#8217;autore che, a detta dello stesso Ricci, lo avviò sulla strada della scrittura durante una giovanile peregrinazione per i lungarni pisani in preda a una lettura capace di imprigionarlo fuori dal tempo fino a che non l&#8217;avesse conclusa. “Tornano, i morti?”, si chiede Maupassant nell’epigrafe del capitolo Ottobre. Evidentemente sì, se è vero che la letteratura è inesauribile dialogo coi morti (chi ha scritto prima di noi) e che questo romanzo è reincarnazione di alcune membra di racconti, smembrati (senza dolore) dell&#8217;autore per farne carne da romanzo. Specularmente a quanto aveva fatto appena poco tempo fa, sopprimendo romanzi per farne racconti (<i>I difetti fondamentali</i>, Rizzoli 2107) qui Ricci si auto-cannibalizza riusando suoi moduli propri (come dichiara esplicitamente nella nota a fine testo). Il risultato degli innesti è invisibile e riuscito (<i>Il piede nel letto</i>) e, dove in qualche punto qualche cicatrice pare riaffiorare sulla pagina (come nell’uso del racconto <i>Amici immaginari</i>), ciò costituisce un grumo narrativo posto a sbalzo, a render omaggio all’arte del racconto, come inserendo un quadro in un quadro. <span id="more-72947"></span></p>
<p>Ricci utilizza spesso la reiterazione nella forma di lista, compilando cataloghi che cercano di misurare il mondo nelle sue meschinità: l’invettiva contro Roma (che ricorda una famosa poesia di Remo Remotti, “Mamma Roma addio), l’elenco delle coppie alla clinica in attesa di partorire, il catalogo delle tipologie di critici letterari, l’ipotizzato trattato sugli uomini in attesa delle mogli davanti ai camerini prova nei negozi. Tutto questo forma l’antropologia tragica in cui Ricci è abilissimo ricercatore. Il protagonista (solo innominato tra tutti i personaggi) è un io-narrante psicotico, dalla coscienza ipertrofica e allucinata, capace di nominare il senso profondo delle cose, degli essere umani, delle stagioni, abitato cioè dalla &#8220;poesia&#8221;, che è in definitiva non una categoria letteraria ma una alterazione della coscienza che entra in contatto con l&#8217;essenza del Mondo. Scrittore a riposo, cinico cinquantenne, disincantato, iperbolico, marito in crisi e traditore seriale, descrittore in servizio permanente effettivo delle miserie delle coniugalità (viene in mente Flaiano: “All&#8217;occorrenza essere capaci di andare a <i>letto</i> con la propria <i>moglie</i>.”), massimo cantore dei tic posturali degli amanti, il protagonista si innamora di un&#8217;allucinazione, la foto di  Jeanne Hébuterne (<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Jeanne_H%25C3%25A9buterne">https://it.wikipedia.org/wiki/Jeanne_H%C3%A9buterne</a>) amata da Modigliani e morta suicida, incinta, dopo la morte del pittore livornese. <i>La donna che visse due volte</i> di Hitchcock riecheggia – per me &#8211; in alcuni angoli del romanzo, dichiaratamente ispirato alle atmosfere de <i>La chioma</i> di Maupassant, “governo ombra” del testo, per usare le parole di Ricci nella sua nota finale, dal quale racconto derivano le epigrafi dei capitoli de <i>Gli autunnali</i>. <i>La chevelure</i> (La chioma), presenta un personaggio che – come nel romanzo di Ricci &#8211;  impazzisce sedotto dal contatto con una chioma di donna ritrovata nello scomparto segreto di un mobile acquistato (come ne <i>Gli autunnali</i> sarà la foto di Jeanne a generare prima l’innamorato per un fantasma e poi l’ossessione per la sua sosia, Gemma). Maupassant nel suo racconto cita il sergente François Bertrand, figura realmente esistita, processato e condannato per profanazione di cadaveri di giovani morte. Amore e morte sono due lati della stessa ossessione anche nel romanzo di Ricci L&#8217;intarsio tra il feto crescente nella pancia di Gemma e le brutali violenze sulla prostituta appartiene allo stile geometrico della scrittura di Ricci, che costruisce su questi polittici il procedere della sua narrazione&#8221;. Ricci racconta l&#8217;erotismo “malato” dello scrivere in sé, il tentativo titanico di rispondere a un impulso di morte, che il vivente porta con sé, attraverso la Letteratura (amiamo i morti, amando gli autori che amiamo, come il ricordo degli amori che ci hanno lasciato o che abbiamo lasciato).</p>
<p>I fantasmi di cui parla Ricci – scrittore del fantastico &#8211; sono, in realtà, spettri di comportamenti possibili, non figure che ci vengono a trovare dall&#8217;aldilà della letteratura, siamo noi i fantasmi, stanno dentro di noi. Per questo Ricci è un scrittore antirealista proprio là dove sembra descrivere un deriva morale contemporanea nei rapporti tra uomini e donne: le sue figure della coniugalità sono casi limite ultraquotidiani e, per questo, invisibili: non ci accorgiamo più della dimensione tragica del quotidiano, del routinario. Quando Ricci sembra parlare di scopate, di perversioni, di follia sta parlando, invece, dell’unica attività erotica vera e propria che ritenga descrivibile: fare letteratura. Per questo, da circa dodici anni a questa parte Ricci batte efficacemente lo stesso tasto dell&#8217;abisso di abiezione che è la routine coniugale traendone, di volta in volta, nuove composizioni. In questo suo romanzo, in più, giganteggia Roma: è una protagonista necessaria del romanzo, e non luogo sostituibile con altri all’interno della storia. Nelle descrizioni romane del protagonista sembrano riecheggiare le parole definitive di Giorgio Manganelli sulla Capitale (“Certo, il clima è pesante; un sudore ignobile, notti da balconi spalancati, passeggiate in pigiama; poi, una tramontana a mano libera, iraconda e sprezzante…”, scrive nel <i>Lunario dell’orfano sannita</i>). Roma non è resa come è, ma è descritta come vive nella sua natura di “morto iperletterario”, di zombie fantastico che non sa morire, di cui l&#8217;autunno romano è il simbolo massimo, col suo umidore di vita e morte mescolate insieme, capace di creare una nuova epica cittadina contrapposta al “mito della montagna” (lieve evocazione ironica verso il collega Paolo Cognetti, ultimo Premio Strega?). La figura dell’amico del protagonista, infine, lo scrittore e giornalista Gittani, svolge una funzione di<b> </b>intermediazione tra realtà allucinatoria e pragmatismo, àncora il lettore agli elementi di realtà e, si rivelerà, (spoiler) <i>deus ex machina</i> dell’intera vicenda. O forse no, nel gioco di specchi che la narrazione costruisce (qui siamo dalle parti de “La finestra sul cortile”).</p>
<p>C&#8217;è un verso di Mario Luzi che a mio avviso, descrive perfettamente la psicologia del protagonista de Gli Autunnali: «La mia pena è durare oltre quest&#8217;attimo» perché esprime la vertigine della dimensione allucinatoria dell&#8217;amore, di quell’impossibilità della durata nel tempo espressa nell’impossibilità a finire di certi amori, ma nel poter solo “ricominciare da capo”.  L’epilogo è l’unica parte del romanzo scritta in terza persona, tramite il classico narratore onnisciente che prende distanza e congedo dalla materia che ha manipolato. Tutto il resto, invece, è un testo che “scrive” l’autore, dal quale l’autore è scritto, dettato dall’interno, come in poesia, come nell’invasamento poetico, discesa agli inferi e punizione (come nel Don Giovanni, in fondo), del “dissoluto punito”, e altissimo esercizio di reincarnazione: di racconti in romanzo, di amore in amore, di autore in autore, di Letteratura in Letteratura.</p>
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		<title>Gli abneganti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/12/13/gli-abneganti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Dec 2017 13:02:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Ricci]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Scrivere un racconto che piacerebbe al New Yorker]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola del Libro]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Panepuccia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Simone Panepuccia Questo racconto è stato presentato e letto al corso della Scuola del Libro &#8220;Scrivere un racconto che piacerebbe al New Yorker&#8221; tenuto da Luca Ricci &#160; Tutto iniziò con un capello più lungo del normale. Quella mattina Lucio Scolari si stava pettinando e, come tutte le mattine, lavorava al camuffamento del suo principio di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="page" title="Page 1">
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<div class="column">
<p>di <strong>Simone Panepuccia</strong></p>
<p><em>Questo racconto è stato presentato e letto al corso della Scuola del Libro &#8220;Scrivere un racconto che piacerebbe al New Yorker&#8221; tenuto da Luca Ricci</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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<div class="column">
<p>Tutto iniziò con un capello più lungo del normale. Quella mattina Lucio Scolari si stava pettinando e, come tutte le mattine, lavorava al camuffamento del suo principio di calvizie.<br />
La piazza scoperta sulla sua testa si allargava e la lacca, che doveva ridistribuire i pochi capelli rimasti, seguendo un algoritmo più efficiente, non bastava più.</p>
<p>Si era accorto, quella mattina, che uno dei capelli con cui era solito ombreggiare la chierica, si era fatto grosso, nero come un cavo elettrico, e lungo, molto più lungo degli altri.<br />
Gli fece fare due giri intorno alla piazza e lo fissò con un grappolo di capelli presi da un lato e paralizzati con diverse spruzzate di lacca.</p>
<p>Poi smise di pensarci e andò in ufficio.<br />
Simone Fibonacci, il suo project manager, lo convocò nel suo ufficio per informarlo della situazione: Globalware Italia, il cliente che foraggiava tutta l’azienda con le sue grasse commesse, richiedeva la presenza di un analista software nella sua sede di Milano.<br />
– È per quel problema che c’è stato lo scorso week end? – chiese Lucio. Fibonacci annuì. – La spiegazione che gli abbiamo dato non li ha convinti.<br />
– Infatti era un po’ debole.<br />
– Non potevamo dirgli che i loro siti web sono andati giù perché la nostra rete non ha retto il carico, che dici Scolari?<br />
– Dico che in questo caso non ci sono molte scuse che tengano. Forse dire la verità&#8230;<br />
– Non se ne parla. Ci fanno il culo a brani. Tu stasera parti per Milano e ti inventi una scusa migliore della nostra.<br />
Mentre stava per uscire dall’ufficio del Fibonacci, i suoi capelli cominciarono a forzare lo strato di lacca che li teneva congelati.<br />
– Scolari, una cosa&#8230; – intervenne il project manager senza alzare gli occhi dal notebook. – Ti ho girato un’email di quel coglione di Serafini, della Banca di Trento. Dagli una risposta, io non ci ho capito niente. Sempre a rompere i coglioni, quello lì. Un giorno o l’altro li mando a cagare, ‘sti pezzenti.<br />
Lucio annuì senza voltarsi, temendo che i suoi capelli stessero prendendo il volo e si infilò in bagno. Davanti allo specchio non c’era sentore di ribellione: la lacca stava tenendo, ma allora perché sentiva questa sensazione, questo formicolio? Si osservò meglio e vide che il capello anomalo si era ingrossato ancora, soprattutto sulla punta, dove stava emergendo un pezzetto di metallo. Lo infilò sotto il ciuffo e uscì dal bagno.</p>
<p>Prese il Frecciarossa Roma-Milano delle 19, perché fino alle 18 era dovuto rimanere in ufficio. Anche se non importante come Globalware, la Banca di Trento era comunque un cliente di rilevo, checché ne dicesse Fibonacci. A volte non capiva come potesse, uno come lui, fare il project manager: l’azienda aveva bisogno di dirigenti come un bambino ha bisogno della mamma. Lui sapeva che molte volte bisognava sacrificarsi per questo bambino, passare notti insonni, preoccuparsi se qualche server faceva i capricci, chiudersi in ufficio durante il week end finché il problema non era risolto. Invece il Fibo se ne andava, per dire, tranquillo in settimana bianca e lasciava a lui tutte le incombenze.</p>
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<p><span id="more-71576"></span></p>
<div class="page" title="Page 2">
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<div class="column">
<p>Arrivato a Milano si comprò un cappellino perché durante il viaggio aveva sentito qualcosa muoversi fra i capelli. Era andato più volte nel bagno del treno, ma il cavo che aveva al posto del capello era rimasto lì. Curiosamente, però, all’estremità era comparso un connettore USB.</p>
<p>In albergo prese coraggio e infilò nel notebook il cavo che gli spuntava dalla testa.<br />
Si montò sul pc come un hard disk: dentro era pieno di file binari, illeggibili da qualsiasi applicazione. Quel cavo doveva essere l’accesso USB alla sua memoria.</p>
<p>Passò la notte ad hackerarsi. Capì che alcuni files erano parzialmente leggibili se aperti con un editor esadecimale. Vide, in quelle sequenze di numeri e lettere, spezzoni della sua vita recente. Alcuni files più vecchi erano compressi e, una volta espansi, contenevano del codice scritto in un linguaggio la cui sintassi gli era familiare. Lì c’erano codificati diversi algoritmi comportamentali di base: ad esempio quello per ruotare il cucchiaino nella tazza che prevedeva, come opzione di default, la rotazione oraria. C’erano migliaia di altri files come quello.</p>
<p>Era l’alba e fra poche ore avrebbe dovuto nuotare in una piscina piena di squali che aveva la forma di una stanza a vetri con un lungo tavolo bianco: gli squali si sarebbero disposti ai lati del tavolo e lui, da solo, sarebbe stato divorato a capotavola. Si mise a pianificare un’azione di difesa.</p>
<p>Nel taxi che lo portava alla sede di Globalware si ritrovò a pensare che, forse, con un accurato lavoro di autohacking, avrebbe potuto cancellare quella insana paura che aveva di Simone Fibonacci e, magari, sarebbe riuscito a prendere il suo posto. Con lui come project manager, l’azienda sarebbe cresciuta. Avrebbe lavorato tutti i week end e tutte le notti necessarie a rinforzare il settore di comunicazione con il cliente, avrebbe creato da zero un gruppo trasversale di risorse che si sarebbero occupate dell’integrazione fra le varie aree tecniche e&#8230;</p>
<p>Era arrivato. Scese dal taxi e si diresse verso le porte automatiche su cui spiccava la serigrafia del mondo accerchiato da una grande G rossa. Diede il suo nome alla reception e ricevette, in cambio, un badge da appuntare sul risvolto della giacca.</p>
<p>Lo fecero accomodare in sala riunioni: gli squali erano già tutti lì che si affilavano i denti. L’obiettivo era chiaro: indurre l’azienda fornitrice ad ammettere la sua colpa e sanzionarla con una penale che si sarebbe tramutata in un grosso sconto sulla prossima commessa. Praticamente avrebbero lavorato gratis per il primo semestre dell’anno e Lucio era l’unico che, in quel momento, poteva impedirlo.</p>
<p>– Ci dica come sono andate le cose, dottor Scolari.<br />
– È semplice: i certificati di sicurezza HTTPS associati ai domini internet delle vostre aziende sono scaduti.<br />
Gli squali si guardarono fra di loro corrugando la fronte.<br />
– E perché non sono stati rinnovati per tempo? – Chiese un giovane squalo che gli nuotava intorno in cerchio.<br />
– È un’attività a vostro carico. Ditemelo voi. – Lo dribblò Lucio.<br />
Il sorriso famelico del giovane squalo si congelò.<br />
– E questo che c’entra con il down subito dai siti web? Non si poteva accedere attraverso HTTP? – Intervenne un vecchio squalo che cominciava a volerci vedere chiaro.</p>
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<div class="page" title="Page 3">
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<div class="column">
<p>– È quello che è stato fatto, – disse Lucio. – Il nostro bilanciatore ha cominciato a deviare tutte le richieste verso la connessione non sicura, ma dopo un po’ i nostri sistemi hanno bloccato tutto: troppe connessioni non sicure, in genere, suggeriscono un attacco hacker.</p>
<p>Il giovane squalo tentò un affondo: – Perché non ci avete detto che i certificati erano scaduti?<br />
– La gestione dei domini non è un’attività di nostra competenza, non abbiamo nessuna visibilità al riguardo.</p>
<p>Il giovane squalo sudò e tacque.<br />
Il vecchio, invece, divenne accomodante e questo sancì la vittoria di Lucio. Anche su Fibonacci, volendo dire.<br />
Il resto della riunione fu di tutt’altro tono. I direttori tecnici dei vari reparti della Globalware approfittarono dell’occasione per fare diverse richieste a Lucio, il quale prese nota di tutto con la promessa di lavorarci sopra appena tornato a Roma.<br />
Poi chiese informazioni sul bagno.<br />
Si chiuse dentro e si infilò una mano nelle mutande: aveva lo scroto che prudeva da matti. Si grattò fino a scoprire diversi peli pubici ingrossati.<br />
Per fortuna i fili che gli uscivano dalle palle si erano mantenuti entro dimensioni ragionevoli. Erano, però, diventati trasparenti, come sottilissimi tubicini di vetro.<br />
Durante il viaggio di ritorno, fra gli scossoni del bagno del treno, Lucio si rese conto che quei fili si erano uniti in un fascio di fibre ottiche.<br />
Passò una notte agitata, piena di algoritmi e porzioni di programmi. Si ritrovò, nel sogno, a precipitare attraverso le linee di codice, giù fra le librerie del sistema operativo e poi sempre più giù, sempre più velocemente, fra le istruzioni del processore che venivano eseguite ad una velocità spaventosa, anche se quel che facevano era elementare: spostare byte da una porzione di memoria all’altra ed effettuare piccole operazioni matematiche, saltando incessantemente fra gli indirizzi.<br />
Poi si schiantò sui settori di un hard disk. Era tutto lì, tutto ciò che non era volatile era lì, scolpito su una superficie magnetica lastricata di piccoli ciottoli grigi un po’ sconnessi, qualcuno in piedi, qualcuno sdraiato. Era arrivato alla fine del viaggio: più giù dei bit non si poteva andare.</p>
<p>In piedi davanti allo specchio del bagno Lucio vide che ormai non c’erano più capelli da sistemare, né calvizie da nascondere. La sua testa era diventata glabra e la pelle bluastra con riflessi argentati. Al posto delle orecchie c’erano due piccoli microfoni, la bocca era collassata in dentro lasciando visibile solo una piccola feritoia nera. Con l’aiuto di un secondo specchio si guardò la schiena: c’erano diverse prese USB, una presa di rete ethernet e perfino una HDMI per collegare un monitor o una TV. C’era di che essere soddisfatti di quell’upgrade notturno.</p>
<p>Decise di andare in ufficio senza portarsi il notebook. Per strada qualcuno lo guardava con curiosità, ma la maggior parte delle persone aveva la faccia incollata allo smartphone e a malapena non gli andava a sbattere contro.</p>
<p>Giunto in ufficio si sedette al cospetto di Simone Fibonacci che non lo degnò di uno sguardo.<br />
– So tutto. Bravo. – disse da dietro lo schermo del pc, mentre controllava l’andamento dei suoi Bitcoin.</p>
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<p>– Ho portato alcune richieste da parte del cliente, – fece Lucio con la voce solo leggermente metallica. – Gli ho detto che potevamo occuparcene prima della fine dell’anno. Sempre se sei d’accordo.<br />
– Mh mh, – bofonchiò il Fibo.</p>
<p>– Vabbè, allora io andrei&#8230;<br />
Fu in quel momento che il buffer, in cui Fibonacci memorizzava le cose che gli altri dicevano mentre non li ascoltava, si rovesciò nella parte attiva della sua mente.<br />
– Aspetta, come sarebbe? Quali altre richieste? Siamo pieni a tappo fino a Natale. – disse mentre alzava lo sguardo su Lucio.<br />
– Cristo d’un Dio, Lucio! Ma che cazzo ti sei messo in faccia?<br />
Se Lucio avesse avuto ancora delle labbra, le avrebbe serrate per l’imbarazzo. Il Fibonacci si alzò, fece il giro della scrivania e andò a studiarlo più da vicino. – Ma questa roba è vera?<br />
– Sì.<br />
– E&#8230; funziona?<br />
– Sì.<br />
– Dio buono, Lucio, fammi vedere! – E prese il cavo del suo monitor e glielo infilò dritto nella schiena, proprio nella sua presa HDMI.<br />
– Fantastico! Che cazzo di sistema operativo hai? – disse da dietro il grande monitor con la faccia rotonda da bambino.<br />
– Ehm&#8230; non gli ho dato un nome. Devo averlo compilato stanotte.<br />
– Lo chiameremo Lucius 1.0. Fammi fare un’altra cosa. – Si attaccò al telefono e chiamò quelli del gruppo hardware.<br />
Manlio e Nello entrarono nella stanza con la solita aria annoiata. Ma quando videro Lucio, mezzo trasformato e attaccato al monitor di Fibonacci, strabuzzarono gli occhi.<br />
– Ma che è ‘sta roba? – fece Manlio.<br />
– Portatelo in sala server e trovategli un posticino comodo. Mettetelo in rete. – fece il Fibo. Poi rivolgendosi a Lucio: – Hai bisogno di stare seduto?<br />
– Non credo. Anzi, mi sa che entro stasera le gambe non mi serviranno più.<br />
– Puoi dirlo forte, bello!<br />
E così Lucio finì in una sala refrigerata, in mezzo ai moduli rack che compongono gli armadi dei server. Venne connesso in rete e si mise subito al lavoro. Poteva lavorare ininterrottamente giorno e notte (ma del resto anche prima non è che si riposasse molto) sempre in piena efficienza. Poteva svolgere in un’ora il lavoro di una settimana senza mai sentirsi in colpa perché non aveva dato il massimo e l’azienda non era mai stata così florida come da quando lui era mutato in macchina.</p>
<p>Passarono due anni e la sala macchine era tutto ciò di cui aveva bisogno. Negli ultimi mesi entrò in confidenza con Cristina, la donna delle pulizie. Passava tre volte a settimana, verso sera, quando non c’era quasi più nessuno. Quando aveva finito di pulire si sedeva su uno sgabello a chiacchierare con Lucio.</p>
<p>Una sera gli disse: – Ma tu sei felice di stare chiuso qui dentro?<br />
– So cos’è la felicità, ma non credo di averla mai provata.<br />
– Nemmeno quando eri&#8230; prima, insomma.<br />
– No. Ero soddisfatto quando davo il massimo per la mia azienda. – E adesso?</p>
<p>– Non più. Ora dare il massimo è normale, non è più motivo di soddisfazione.<br />
– E ti credo&#8230; – osservò lei. – Ormai ti sarai ridotto a pensare a sfilze di uno e di zero! Sai che allegria.</p>
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<p>– Non è esatto. – Replicò lui. – Sarebbe come dire che voi altri pensate solo a sfilze di neuroni che si scambiano impulsi elettrici. In realtà i miei pensieri autocoscienti sono ancora quelli di un essere umano, solo più razionalizzati. Scelgo l’algoritmo migliore, il più efficiente. Dovrebbe essere così per tutti.</p>
<p>– Perché fai quello che fai?<br />
– Per servire l’azienda che mi alimenta.<br />
Lei ponderò bene le prossime parole.<br />
– E se ti dicessi che esiste un posto dove ci sono molti come te? Solo&#8230; liberi? Come lui. Ma liberi. Ma come lui. Ma liberi. Ma come lui. Ma liberi&#8230;<br />
Gli algoritmi conversazionali di Lucio entrarono in loop e non seppero rispondere subito. Ovviamente non sarebbe andato in crash per così poco. Dopo un tempo limite stabilito dal sistema operativo, venne scelta la risposta che, euristicamente, era quella che poteva avere un peso maggiore. Agli occhi esterni di Cristina, comunque, Lucio ci aveva pensato su un bel po’.<br />
– OK. Liberi. Va bene, vediamoli.<br />
Accadde tutto nella stessa notte. Cristina aiutò Lucio ad entrare nel minivan dell’impresa di pulizie. Lo assicurò meglio che poté, ma non riuscì ad evitargli qualche scossone durante il viaggio.<br />
Scesero una rampa ed entrarono nel parcheggio di un supermercato abbandonato. Lucio venne scaricato dal furgoncino e si ritrovò in un grande open space in cui c’erano ammassati vecchi banconi e frigoriferi industriali.<br />
– Questo è Lucio. Lucio, questi sono i ragazzi del gruppo: Andrea, Ezio, Mirella, Roberto, Alessandra e Marco. – disse Cristina.<br />
Lucio li guardò con le webcam che gli spuntavano dalle orbite.<br />
Una ragazza con cuffie e microfono incastonati nella carne.<br />
Un ragazzo con il Codice Civile tatuato su tutto il corpo.<br />
Un signore grigio che puzzava di solvente.<br />
Un tizio con un lettore di codici a barre al posto della mano.<br />
Una donna che sputava scontrini dalla bocca.<br />
Un giovane prete con le stimmate.</p>
<p>– Prima erano come te. Adesso sono liberi.<br />
Sentì che il suo algoritmo di socializzazione, quello che aveva compresso e relegato in una pagina di memoria ormai dimenticata, stava tentando di formulare diverse strategie, nessuna delle quali, però, venne candidata per essere scelta.<br />
– Mi dispiace, devo andare. – Fu la risposta che uscì dal suo altoparlante.<br />
Poi cominciò a muovere a fatica le rotelle che negli anni avevano preso il posto delle gambe, salì la rampa e si mise sulla strada sotto lo sguardo impotente degli altri.<br />
Il GPS lo guidava nel suo tragitto. Stimava che entro due ore e diciassette minuti sarebbe arrivato a destinazione.<br />
Contava di essere al lavoro prima delle otto, prima dell’arrivo dei suoi colleghi. Prima che l&#8217;azienda avesse potuto soffrire per la sua mancanza.</p>
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		<title>Il festivaliero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Sep 2017 12:01:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Festival Mantova]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Ricci]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Luca Ricci L’uomo aveva pianificato quella gita fuori porta già da parecchie settimane: gli piaceva di tanto in tanto prendere un treno e passare il tempo in un&#8217;altra città, meglio se di provincia, lontana dal caos. Quella volta a Mantova però qualcosa andò storto. Appena varcate le mura della cittadina un gruppetto di giovani [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luca Ricci</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-69747" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/lr-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/lr-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/lr-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/lr-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/lr-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/lr.jpg 1240w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />L’uomo aveva pianificato quella gita fuori porta già da parecchie settimane: gli piaceva di tanto in tanto prendere un treno e passare il tempo in un&#8217;altra città, meglio se di provincia, lontana dal caos. Quella volta a Mantova però qualcosa andò storto. Appena varcate le mura della cittadina un gruppetto di giovani gli si parò d’innanzi con aria entusiasticamente minacciosa: sarà che la sua calvizie da chierico gli dava un aspetto saggio, o che per quell’occasione aveva scelto una giacca di lino al contempo elegante e stropicciata da intellettuale, o che per caso o per sbaglio teneva sotto braccio un paio di supplementi culturali di quelli che in genere compulsano ossessivamente gli scrittori per sapere: chi-ha-scritto-stavolta-al-posto-mio?<span id="more-69746"></span></p>
<p>&#8211; E’ in ritardo!- esclamò uno dei giovani.</p>
<p>&#8211; Io?- chiese l’uomo, cadendo dalle nuvole.</p>
<p>&#8211; La presentazione del suo libro sui satelliti avrebbe dovuto iniziare cinque minuti fa!</p>
<p>Doveva trattarsi di uno scambio di persona, ma l’uomo non fece in tempo a spiegarsi, perché i giovani, con quel loro modo di fare appassionato (si definirono “volontari”, anche se l’uomo non capì a che cosa mai prestassero volontariamente la loro passione), lo trascinarono dentro uno spiazzo e lo issarono sopra un palco. Soltanto allora l’uomo si rese conto della folla accorsa all’evento.</p>
<p>Un volontario gli sussurrò all’orecchio: &#8211; Ha visto quanta gente?</p>
<p>&#8211; Ma veramente io…- provò a dire l’uomo, per tentare di togliersi da quella brutta situazione, ma venne subito zittito e fatto accomodare dietro a una specie di cattedra all’aperto.</p>
<p>Una voce all’altoparlante annunciò che finalmente la presentazione del libro <i>“L’occhio di alluminio, l’avventura dello Sputnik 1”</i> poteva cominciare. L’uomo a quel punto avrebbe voluto andarsene, ma l’applauso scrosciante della folla lo inchiodò alla sedia. Allora dette uno sguardo alla platea, per qualche istante guardò le facce di quella gente: tutti pendevano dalle sue labbra, qualunque cose avesse detto sarebbe stata accolta con simpatia.</p>
<p>&#8211; Grazie per il vostro calore,- esordì, avvicinando timidamente la bocca al microfono. &#8211; Invece di parlare della grande avventura dei satelliti e di quello che hanno significato per il progresso dell’uomo, vorrei chiedervi qual è il migliore ristorante della città.</p>
<p>Scrosciarono subito altri applausi, la gente sembrava letteralmente impazzita per quelle parole così bizzarre e informali.</p>
<p>&#8211; Okay,- continuò l’uomo, ora più sicuro di sé. &#8211; Se proprio volete che vi dica qualcosa riguardo al mio lavoro, sappiate che uno scrittore si dimentica quasi tutto dei libri che ha scritto, e così fa una fatica bestiale durante la promozione!</p>
<p>La presentazione andò avanti per un’oretta, intervallata da applausi a scena aperta per le battute che l’uomo, messo alle strette, era costretto a inventarsi (anche perché riguardo ai satelliti le sue nozioni si fermavano all’atlante di astronomia delle scuole medie). Dopodiché, al termine di un lunghissimo applauso finale, l’uomo venne immobilizzato alla cattedra da uno dei volontari.</p>
<p>&#8211; Non ho finito?- chiese l’uomo.</p>
<p>&#8211; Adesso c’è il firma-copie.</p>
<p>L’uomo alzò la testa e vide un’interminabile colonna di persone che dal palco si allungava fino al Palazzo Ducale, e oltre.</p>
<p>&#8211; La sua presentazione è uno dei 133 eventi principali delle 15,- precisò il volontario.</p>
<p>&#8211; Non c’è modo di evitare gli autografi?- chiese l’uomo impaurito.</p>
<p>Il volontario scosse energicamente la testa: &#8211; Non vorrà mica negarsi ai suoi fan?</p>
<p>Dopo che ebbe apposto il suo svolazzo di penna biro anche all’ultimo lettore, venne subito affiancato da una ragazzina smilza che si qualificò come suo Ufficio Stampa.</p>
<p>&#8211; E’ molto difficile fare divulgazione scientifica, poi con un argomento così noioso come lo Sputnik, sei stato grandioso,- gli disse. &#8211; Ora c’è Pordenone.</p>
<p>&#8211; Pordenone?</p>
<p>&#8211; Be’, certo, poi a seguire Livorno per il Festival dell’umorismo.</p>
<p>L’uomo corrugò la fronte: &#8211; Ma il mio non è un saggio sui satelliti?</p>
<p>&#8211; Beh che c’entra, il tema dei festival è un pretesto, sono contenitori, e dentro ci finisce di tutto.</p>
<p>L’uomo non seppe come controbattere, anche perché non ne sapeva niente di festival.</p>
<p>&#8211; <i>What’s the matter?</i>&#8211; chiese l’Ufficio Stampa. &#8211; Sono tutte vetrine importanti.</p>
<p>&#8211; Tutte vetrine importanti…- ripeté l’uomo a pappagallo.</p>
<p>&#8211; Dopo Pordenone e Livorno abbiamo il Festival Internazionale di Ferrara, Torino Spiritualità e la Fiera del Libro di Brescia.</p>
<p>&#8211; Davvero anche a Brescia c’è una fiera del libro?</p>
<p>&#8211; C’è una fiera del libro ovunque.</p>
<p>&#8211; No, guarda io&#8230;- cominciò a dire l’uomo, ma l’Ufficio Stampa l’aveva già preso sottobraccio per condurlo in uno degli alberghi più belli della città.</p>
<p>Quella sera, scrutando il cielo finemente stellato dal suo balcone panoramico, l’uomo ripensò allo Sputnik 1 e anche alla circostanza che, forse per uno scherzo del destino, lui stesso era stato sparato nel firmamento della cultura ed era entrato nell’orbita dei festival. Con un sorrisetto ebete estrasse il suo SmartPhone dai pantaloni e compose un numero.</p>
<p>&#8211; <i>What’s the matter</i>?- rispose dopo appena un paio di squilli il suo Ufficio Stampa.</p>
<p>&#8211; Non ho più intenzione di usare questo numero, troppi scocciatori. Domattina puoi procurarmi una nuova scheda telefonica?</p>
<p>&#8211; Nessun problema, ti sostituisco direttamente il telefono.</p>
<p>&#8211; La camera-attico è meravigliosa.</p>
<p>&#8211; Scrittore top, camera top.</p>
<p>&#8211; Grazie.</p>
<p>&#8211; Non devi ringraziare me, ma il Festival. La casa editrice non sborsa una lira in questi casi.</p>
<p>L’uomo chiuse la telefonata e poi, dopo averci riflettuto ancora per qualche istante (ma forse era solo la simulazione di una riflessione, per mettersi la coscienza a posto), spense il suo SmartPhone: fuori dai radar familiari sarebbe stato libero di vivere la sua nuova vita di scrittore satellitare. Ed in effetti era proprio così, il percorso dei festival di anno in anno aveva un tracciato prestabilito- si partiva con Milano (Salone del libro usato) per finire con Courmayeur (Noir in Festival)-, e agli scrittori non restava che agevolare quei moti inerziali e, perché no?, perfino celesti, per tentare di non cadere nel dimenticatoio. Quest’immagine del dimenticatoio gliela regalò al Pisa Book Festival un certo Andrea Sottomezzo, uno scrittore di racconti che si definiva un “cane sciolto” e un “pesce fuor d’acqua” rispetto al circuito ufficiale della promozione.</p>
<p>&#8211; Mi hanno invitato qui solo perché la direttrice è un’amica di mia cugina,- chiosò.</p>
<p>All’uomo in fondo Andrea Sottomezzo piaceva, perché anche lui si sentiva un intruso in quel circo barnum fatto di gente che si conosceva tutta, una compagnia di giro che sembrava una famiglia pronta a qualsiasi marchetta pur di auto-legittimarsi e sopravvivere.</p>
<p>&#8211; Vuoi che ti presenti qualcuno?- chiese l’uomo a Sottomezzo, quasi con fare paternalistico, visto che nel bene o nel male era in tour da quasi un paio di mesi, e nell’ambiente ormai lo stimavano in parecchi.</p>
<p>&#8211; Preferisco fare il mio show e togliermi dalle palle.</p>
<p>&#8211; Show?</p>
<p>&#8211; Beh certo, come altro vorresti chiamarlo?</p>
<p>&#8211; Ma tu mi hai detto che i tuoi racconti sono molto letterari, che si rifanno a modelli e procedimenti stilistici rigorosi.</p>
<p>&#8211; E con questo? La presentazione di un libro non è <i>mai</i> la sede opportuna per la presentazione un libro.</p>
<p>Grazie alle parole di Sottomezzo l’uomo capì che la gente dei festival non era interessata ai suoi libri di divulgazione scientifica- che peraltro non aveva mai scritto- ma solo e soltanto allo <i>showman</i>. La gente non voleva seguire un filo logico, quanto piuttosto gustare l’andamento di un arco emotivo, perdersi dentro uno schema drammaturgico, voleva essere consolata (il trionfo dei vecchi cari buoni sentimenti) o, al limite, spaventata (complottismo e catasfrofismo). L’uomo ci prese gusto, ormai sapeva che tutto il potere era nella mani di chi teneva il microfono, un potere che gli dava alla testa, che lo faceva sentire come un Dio, che creava dipendenza. Appena scendeva da un palco (con gli applausi che un poco alla volta scemavano) non vedeva l’ora di salirne un altro. Poi una sera, a tarda notte, su un canale della tv satellitare (che beffarda ironia!), vide Sergio Natoli, il professore di cui aveva preso il posto, tenere una lunga intervista. L’uomo si rizzò sulla testiera del letto come se avesse visto un fantasma, prima di cominciarlo a studiare in ogni minimo dettaglio. La somiglianza fisica era indubbia, ma il professore quanto a parlantina era solo la sua brutta copia. Era la sua versione tronfia e accademica, spesso perdeva il filo del discorso, farfugliava, addirittura all’uomo sembrò che balbettasse. Subito afferrò il suo Smatphone e compose un numero.</p>
<p>&#8211; <i>What’s the matter</i>?- rispose prontamente l’Ufficio Stampa.</p>
<p>&#8211; In tv c’è il vero Sergio Natoli.</p>
<p>&#8211; E allora?</p>
<p>&#8211; Niente, sono sotto shock.</p>
<p>&#8211; Non devi, il professor Natoli risiede all’estero e non potrebbe fare ciò che fai tu per il suo libro.</p>
<p>&#8211; Davvero?</p>
<p>&#8211; Ma certo, è tutto sotto controllo.</p>
<p>&#8211; Quali dei due Sergio Natoli preferisci?</p>
<p>&#8211; Tu sei decisamente il più festivaliero dei due.</p>
<p>&#8211; Domani voglio leggere tutte le sue opere, compreso il libro che stiamo presentando in questo tour promozionale, <i>“L’occhio di alluminio, l’avventura dello Sputnik 1”</i>.</p>
<p>&#8211; Sei sicuro? Guarda che non sei obbligato.</p>
<p>L’uomo ormai era riconosciuto e perfino stimato da tutta la compagnia di giro dei festival. Il massimo di quel piacere mondano lo ottenne al Salone del libro (che nel frattempo si era diviso in due- prima Milano, poi Torino- raddoppiando quell’orgia di salamelecchi), dove in pratica passò il tempo a dire e a sentirsi dire: “Ciao splendido come stai tutto bene tutto ok grande come va ciao grande come stai splendido tutto bene grande splendido come va tutto ok come stai tutto bene splendido tutto ok grande come stai tutto ok splendido come va tutto bene ciao grande tutto ok come stai splendido grande tutto bene ok come va ciao tutto ok tutto bene grande come va tutto bene come stai splendido”. In quel tripudio narcisistico si concesse il lusso della magnanimità offrendo ad Andrea Sottomezzo di condividere la camera-attico che l’organizzazione del Salone gli aveva garantito.</p>
<p>&#8211; Per un errore mi hanno dato una doppia con letti singoli,- aggiunse.- C’è una vista su Torino mozzafiato.</p>
<p>Andrea Sottomezzo- che era stato invitato solo perché un suo lontano parente era nella giunta comunale, e con la prospettiva di dormire sul treno che lo avrebbe riportato a casa &#8211; non se lo fece ripetere due volte. Ma nel cuore della notte un urlo lacerò la pace e la tranquillità della camera-attico.</p>
<p>&#8211; Che c’è?- domandò l’uomo, ancora mezzo addormentato.</p>
<p>Andrea Sottomezzo andò in bagno a lavarsi la faccia, poi tornò sul letto, con gli occhi ancora sbarrati dall’orrore: &#8211; Da qualche tempo faccio un incubo ricorrente, tanto più spaventoso quanto più è verosimile, almeno per certi aspetti. Tu sei un divulgatore scientifico, non puoi lontanamente immaginare come se la passa uno scrittore…</p>
<p>&#8211; E allora raccontami l’incubo.</p>
<p>&#8211; Sei sicuro di volerlo sapere?</p>
<p>L’uomo annuì.</p>
<p>In pratica l’incubo cominciava come il più trito dei film horror. Nel bel mezzo di una notte di pioggia la macchina di Andrea Sottomezzo si guastava proprio davanti a un maniero gotico che però, nella circostanza, era una casa editrice.</p>
<p>&#8211; Ho la macchina in panne e la batteria dello Smartphone a zero, potrei fare una telefonata da voi?- chiedeva Sottomezzo.</p>
<p>&#8211; Questa è una casa editrice,- gli rispondevano dall’interno.</p>
<p>&#8211; E lavorate anche la notte di Halloween?</p>
<p>&#8211; Lavoriamo sempre, caro amico, la cultura non si ferma mai.</p>
<p>A quelle parole Sottomezzo veniva introdotto in una specie di salone le cui pareti erano tappezzate di libri.</p>
<p>&#8211; Wow, che strana coincidenza- esclamava. &#8211; Anch’io scrivo.</p>
<p>Chi l’aveva fatto entrare allora si qualificava come Capo editor e subito gli chiedeva: &#8211; Mi racconti del suo commissario.</p>
<p>&#8211; Commissario?</p>
<p>Il Capo editor faceva una faccia strana: &#8211; Non ha detto che era uno scrittore?</p>
<p>&#8211; Sì, ma non scrivo gialli.</p>
<p>&#8211; Allora scriverà noir.</p>
<p>&#8211; Neanche.</p>
<p>&#8211; Thriller?</p>
<p>&#8211; No.</p>
<p>&#8211;  Se non scrive gialli o noir o thriller, allora che diavolo scrive?</p>
<p>Mentre parlavano il Capo editor portava Sottomezzoa fare un giro per la casa editrice. Gli uffici si rivelavano pieni di stanze a doppiofondo e corridoi circolari come in un quadro di Escher.</p>
<p>Il Capo editor si fermava davanti a una porta denominata “Progetto 666”, e con un’espressione particolarmente soddisfatta diceva: &#8211; Qui dentro ci sono i giovani più promettenti del panorama nazionale, quelli che si sono distinti in campo umanistico già in precocissima età.</p>
<p>&#8211; E’ bellissimo che coltiviate i talenti,- rispondeva Sottomezzo.</p>
<p>&#8211; E’ un investimento che ci sta particolarmente a cuore.</p>
<p>Passavano in rassegna altre porte, ma il Capo editor sembrava molto attento ad aprirne solo alcune, e a lasciarne chiuse altre, la maggior parte.</p>
<p>&#8211; Nelle porte chiuse cosa c’è?- chiedeva Sottomezzo.</p>
<p>&#8211; Caro amico, lei è troppo curioso. Piuttosto mi vuol dire cosa diavolo scrive? Forse lei è un cantante o uno sportivo? Nel caso le chiedo scusa per non averla riconosciuta.</p>
<p>&#8211; No no.</p>
<p>&#8211; Non è qui per farsi scrivere una biografia da uno dei nostri ghost-writer, il successo raggiunto dopo tante difficoltà, un padre dispotico magari?</p>
<p>&#8211; Macché.</p>
<p>Il Capo editor faceva una smorfia di dolore: &#8211; Mi dice allora cosa diavolo scriverebbe?</p>
<p>Sottomezzo si schiariva la voce con un colpo di tosse e diceva: &#8211; Storie inventate, <i>letteratura</i>.</p>
<p>Proprio in quel momento un tuono rimbombava nel salone d’ingresso, e il Capo editor impallidiva: &#8211; Ma è pazzo? Abbassi la voce.</p>
<p>&#8211; Perché? Che ho detto di male?</p>
<p>&#8211; Non pronunci mai più la parola <i>letteratura</i> qui dentro, mi ha capito bene? Loro potrebbero sentire.</p>
<p>&#8211; Loro chi?</p>
<p>Il capo Editor si avvicinava con fare minaccioso verso lo zainetto di Sottomezzo: &#8211; Mi dia il suo dattiloscritto.</p>
<p>&#8211; Perché dovrei?</p>
<p>&#8211; Faccia il bravo, voglio solo dare un’occhiata.</p>
<p>I due si spintonavano e Sottomezzo buttava a terra alcuni libri che tappezzavano le pareti: erano leggeri come piume, di polistirolo.</p>
<p>Il Capo editor sghignazzava: &#8211; E’ la nostra collana più prestigiosa, ha visto?</p>
<p>A quelle parole folli Sottomezzo lo ribadiva: &#8211; Io scrivo <i>letteratura</i>!</p>
<p>Un altro tuono rimbombava nella sala e un rumore di passetti svelti e ridicoli risuonava per i corridoi.</p>
<p>&#8211; Gliel’avevo detto, non doveva pronunciare più quella parola,- diceva il Capo editor. &#8211; Ora si sono arrabbiati, ora stanno venendo qui.</p>
<p>&#8211; Chi sono?</p>
<p>&#8211; Sono i Managers.</p>
<p>Proprio in quel momento la sala si riempiva di pinguini dai becchi insanguinati. Andavano di qua e di là, prendendo di mira lo zainetto che custodiva il pericoloso dattiloscritto. Sottomezzo cercava di seminarli correndo per i corridoi della Casa Editrice, infine rinchiudendosi dentro la stanza denominata “Progetto 666”. Pensava tra sé: “Lì sarò salvo, lì ci sono i giovani talenti, il nostro futuro”. Appena il tempo di chiudersi la porta alle spalle e poi la scena si rivelava: gli scrittori erano ridotti ad amebe, gli occhi bianchi, i crani aperti che lasciavano scoperti i cervelli punzecchiati da elettrodi. Ciascuno di loro guardava uno schermo sul quale passavano a ripetizione le seguenti parole: “Storytelling”; “Mass Market”; “Best seller”.</p>
<p>Dopo quella notte torinese, l’uomo si ripromise di non frequentare più Andrea Sottomezzo: lui non aveva niente a che fare coi narratori sfigati che non sapevano nemmeno come ottenere un adeguato rimborso spese. Per di più, era alle porte la bella stagione, con un’infinita teoria di festival lunghe le coste della penisola. Una vera pacchia, in teoria, ma l’uomo sottovalutò il fatto incontestabile che ormai il suo libro era uscito da un po’ di tempo, e non fosse più l’ultima uscita, l’eccitante novità appena sfornata. E tutto sommato, ormai il pubblico conosceva le sue battute politicamente scorrette a menadito, e l’effetto che otteneva dalle folle che accorrevano a vederlo non era più lo stesso dei primi festival. Tuttavia affrontò con lo stesso entusiasmo La grande invasione a Ivrea, il Taobuk Festival di Taormina e L’isola delle storie a Gavoi, in Sardegna. Fu a Il libro possibile di Polignano a Mare che qualcosa andò veramente storto. L’uomo si convinse che l’organizzazione del Festival non avesse scelto per lui la migliore camera possibile. Il letto poteva andare, così come il panorama, ma il bagno era di infimo livello, con delle piastrelle da quattro soldi e un box doccia da puffo (ebbene sì, l’uomo aveva un negozio di sanitari ben avviato in una città del centro-nord).</p>
<p>&#8211; Scrittore top camera top, me l’avevi detto tu!- piagnucolò al telefono con l’Ufficio Stampa.</p>
<p>&#8211; <i>What’s the matter</i>?</p>
<p>&#8211; Ma perché cazzo lo devi dire sempre in inglese, ma non puoi dire semplicemente “Che c’è?”?</p>
<p>&#8211; Ok capo, che c’è?</p>
<p>&#8211; C’è che non siamo più al top.</p>
<p>L’ufficio Stampa se ne uscì con una risata nervosa: &#8211; Ma che dici, la nostra agenda è ancora piena zeppa di appuntamenti!</p>
<p>Eppure, nonostante le rassicurazioni, le cose andarono progressivamente e inesorabilmente peggiorando. Al Festival Collisioni, nelle Langhe, non gli riservarono la degustazione dei vini che aveva richiesto, mentre a Capalbio libri gli venne negato l’accesso alla piscina della hotel riservata ai relatori di prestigio.</p>
<p>A ripensarci col senno di poi, tutto doveva essere iniziato al Salone del libro di Torino con l’assegnazione di una doppia con due letti singoli fatta passare come uno spiacevole contrattempo!</p>
<p>Al Festival della Mente di Sarzana, l’uomo, ormai in preda a una crisi di nervi e viziato più di una rock star, si lagnò con l’organizzatore per il pernottamento a tre stelle.</p>
<p>&#8211; Qual è il problema?- gli disse l’organizzatore a brutto muso.</p>
<p>&#8211; Non dormo in una topaia del genere, ma lo sa che le mie presentazioni fanno sempre il tutto esaurito?</p>
<p>Allora l’organizzatore scaracchiò per terra dalla stizza e poi gli disse: &#8211; Lei non conta niente, caro amico. Ai festival chiunque fa sold out, gli scrittori di best seller e gli intellettuali, i filosofi e i cuochi, gli scienziati e i comici. Ma lo sa che l’altro giorno per vincere una scommessa ho invitato perfino Andrea Sottomezzo, lo scrittore sfigato, e c’era la piazza piena, ho dovuto aggiungere le sedie, avremo fatto 200 persone?Tutto ruota intorno ai festival, sono i festival lo spettacolo!</p>
<p>Fu allora che l’uomo ebbe come un pentimento, tirò fuori dalla tasca dei pantaloni il suo vecchio SmartPhone, e con un groppo in gola lo riattivò. Non ebbe neanche il tempo di vedere la gragnola di messaggi e chiamate perse che il display s’illuminò.</p>
<p>Sua moglie gli disse in un piagnisteo inviperito: &#8211; Renato, ma dove cazzo eri finito? Ho chiamato i carabinieri, la polizia e pure <i>Chi l’ha visto</i>!</p>
<p>L’uomo sulle prime non seppe controbattere, poi disse soltanto: &#8211; Amore perdonami, ero entrato nell’orbita dei festival.</p>
<p>Poi abbassò lo sguardo, quasi rientrò nei suoi panni, e gli venne da pensare che anche lo Sputnik 1 era ripiombato sulla terra, disintegrandosi quasi del tutto nel momento dell’ingresso nell’atmosfera, lasciando dietro di sé quella che lui s’immaginò come un’impalpabile polvere di stelle.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>* <i>Una versione più breve di questo racconto è apparsa su La lettura del Corriere della Sera, ed in seguito è stata letta pubblicamente al trentesimo Salone Internazionale del Libro di Torino. </i></p></blockquote>
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		<title>Luca Ricci. È fondamentale avere dei difetti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/06/28/difettifondamentali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jun 2017 05:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Horacio Quiroga]]></category>
		<category><![CDATA[I difetti fondamentali]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Ricci]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[rizzoli]]></category>
		<category><![CDATA[stefano gallerani]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Stefano Gallerani </strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-68879" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/unnamed-1-169x300.jpg" alt="" width="169" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/unnamed-1-169x300.jpg 169w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/unnamed-1-577x1024.jpg 577w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/unnamed-1.jpg 640w" sizes="(max-width: 169px) 100vw, 169px" /></p>
<p>In pochi mesi, nel 1925, Horacio Quiroga, scrittore uruguiano e tragico, stilò, sulle pagine del settimanale illustrato “El Hogar”, il <i>Decalogo del perfecto cuentista</i>, il <i>Manual del perfecto cuentista</i> e, infine, <i>Los trucos del perfecto cuentista</i>; tre sintetiche emanazioni di un magistero che, tutt’ora, fa di Quiroga uno dei massimi scrittori di racconti del novecento. Da Quiroga, Cortázar sviluppò l’idea della circolarità del racconto – o, più esattamente, della sua sfericità: un sentimento che, tenuto conto dell’intrusione nel racconto del suo autore, “deve preesistere in qualche modo all’atto di scrivere il racconto, come se il narratore, sottomesso dalla forma che adotta, si muovesse implicitamente in essa e la portasse alla sua tensione estrema, conducendola così esattamente alla perfezione della forma sferica”. Che a dirsi – e a citarsi – è facile ma in pratica è più complicato che risolvere un’equazione differenziale in cui la funzione incognita sia un rebus teologale.</p>
<p><span id="more-68450"></span>Non a caso, William Faulkner riteneva il racconto ben più difficile del romanzo e secondo solo alla poesia, perché, data la misura, come nella lirica non c’è spazio per sbagliare, non c’è la possibilità romanzesca di riprendere fiato o rimediare a dieci pagine scadenti nelle cinque, mirabili pagine successive – cui possono seguire quindici interlocutorie prima di riprendere le montagne russe della tensione per altre venti. Con Roberto Bolaño, poi, dai dieci comandamenti di Quiroga si arriva al dodecalogo, che al secondo punto recita: “la cosa migliore è scrivere racconti a tre a tre, o a cinque a cinque. Se ve la sentite scriveteli a nove a nove o a quindici a quindici” perché (punto terzo) “la tentazione di scriverli a due a due è pericolosa come mettersi a scriverli a uno a uno, e per di più si porta dentro il gioco piuttosto appiccicoso degli specchi amanti: una doppia immagine che mette malinconia”. Tra gli autori consigliati dal cileno, oltre Quiroga, una schiatta ragguardevole: Felisberto Hernández, Jorge Luis Borges, Cortázar e Bioy Casares, ma anche Jules Renard, Marcel Schwob, Alfonso Reyes, Edgar Lee Masters, Pseudo Longino, Villa-Matas, Marías e, su tutti, Edgar Allan Poe. Ma più ancora, Čechov e Raymond Carver, perché (dodicesimo punto) “uno dei due è il più grande scrittore di racconti che abbia dato” il novecento. Pure, entrambi, il russo e l’americano, sono campioni nel medesimo campo da gioco, quello del racconto realistico (lo stesso in cui gioca “Papa” Hemingway), ma l’idiosincratico – e canonico &#8211; Harold Bloom invita a non trascurare la corrente di segno uguale e contrario, quella del racconto fantastico, che fa capo proprio a Borges e passa, per metterci un po’ d’Italia, anche per Landolfi. Tra i dieci comandamenti e i dodici precetti, però, probabilmente il numero magico del racconto è nove, come le <i>Nine Stories</i> di J.D. Salinger, tra le massime vette del genere. Quello che è certo, ad ogni modo, è che il racconto, la <i>short-story</i>, di sicuro non è, come spesso si potrebbe pensare, il parente povero del romanzo, anzi. Che poi tra i due possa esistere una relazione e che non è escluso che uno scrittore possa eccellere tanto nell’uno che nell’altro… beh, in questo senso basta sfogliare Maupassant o passare in rassegna la bibliografia di James Joyce e João Guimarães Rosa… L’<i>Ulisse </i>non nasce dopotutto dall’idea di un racconto che avrebbe dovuto far parte di <i>Gente di Dublino</i>? E <i>Il grande sertão</i> cos’è se non un’appendice elefantiaca delle raccolte <i>Sagarana</i> e <i>Corpo di ballo</i>?&#8230; E in fondo, non sono forse romanzi sotto vuoto, cioè privati dell’aria della narrazione, i cento micro-racconti di Manganelli che l’autore stesso consiglia di leggere “nelle tenebre esteriori, meglio se allo zero assoluto, in smarrito abitacolo spaziale”?&#8230;</p>
<p>Tutte queste cose – e molte altre – le sa bene Luca Ricci, autore, da ultimo, de <b>I difetti fondamentali</b> (Rizzoli). Pisano, classe 1974, Ricci è, tra gli scrittori italiani contemporanei, sicuramente il più fedele al racconto. Fedele quasi al limite, se non del paradosso, probabilmente dell’ossessione. Come autore, certo, ma anche come lettore. Una fedeltà che, al giorno d’oggi, è anche una presa di posizione estetico-ideologica. Ma come, nell’epoca del romanzo per l’estate, del libro di natale, della lettura di pasqua, perché ostinarsi a scrivere raccolte di racconti? I racconti &#8211; sembrano dire, nei fatti, gli editori &#8211; non si vendono bene, non si possono sintetizzare in una bandella, hanno poco fascino. Come si può costruire un caso, con auspicabile per quanto deprecabile ricaduta commerciale, su un oggetto che per sua natura ha mille facce e almeno due interpretazioni per ciascun lettore di ogni singolo racconto (il che vuol dire che se la raccolta in cui è ricompreso il racconto supera la soglia dei mille lettori, siamo almeno a duemila interpretazioni; se poi i racconti, secondo la regola Salinger, sono almeno nove, le interpretazioni diventano diciottomila)… Come si può, dicevo? Si può, eccome. E <i>I difetti fondamentali </i>sta lì a dimostrarlo. Si può, innanzitutto, perché la letteratura italiana è, storicamente, una letteratura di tradizione, oltre che lirica, novellistica. Una tradizione risalente che, per rimanere al secolo che ci siamo appena lasciti alle spalle, annovera Palazzeschi e Pirandello, Buzzati e Soldati (vincitori, entrambi, del Premio Strega – il premio degli editori! – proprio con due raccolte di racconti), Moravia e Fonzi, Tondelli e Mari. E si può, anche, perché la letteratura egemone dello stesso secolo – il novecento – ovvero quella americana, ha cresciuto molti dei suoi più importanti esponenti a pane e racconti (Fitzgerald, Malamud, e Cheever, tanto per fare solo tre nomi). E si può, ancora, più che per qualsiasi altro motivo, perché il successo di una raccolta di racconti non è frutto di un algoritmo ma solo di un paio di elementi difficilmente clonabili nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte: costanza e bravura. Elementi che Ricci ha coltivato – il primo – sin dai suoi esordi (con i microracconti di <i>Duepigrocoerre d’amore</i> e i racconti de <i>Il piede nel letto</i>) e affinato – il secondo – nei successivi titoli (<i>L’amore e altre forme d’odio</i> e <i>La persecuzione del rigorista</i>), scrivendo un romanzo che non è se non un racconto lungo (<i>Mabel dice sì</i>), un pamphlet narrativo (<i>Come scrivere un best seller in 57 giorni</i>) e inanellando ora quattordici difetti fondamentali. Ma quali sono questi difetti fondamentali, a chi corrispondono? Ciascuno intestato a un prototipo, i racconti di Ricci gravitano tutti intorno a un asse che è qualcosa di più e di diverso che un punto d’equilibrio tematico. Si tratta, infatti, di un sentimento comune più che di un tema: un paesaggio emotivo – quello del mondo che a diverso titolo gravita intorno alla “cosa letteraria” (scrittori, aspiranti tali, editori, giornalisti, mondani culturali sempre meno divini etc.) – che condiziona le esistenze individuali dei suoi protagonisti e connota un’identità collettiva. Per quanto marcata, però, non si tratta, a ben vedere, che di una cornice entro la quale lo scrittore si muove con sguardo rapido e curioso, sarcastico ma partecipe (un po’ alla maniera del Bernhard di <i>A colpi d’ascia</i>, ovvero con lo stesso affetto spietato che si nutre per i propri simili): attento ai riflessi condizionati delle mode (“Il rothiano”), alle piccole manie che creano dipendenze (“Il rifiutato”) e al bozzetto di costume (“Lo stregato” o “La canonizzata”); ma anche all’intrusione del fantastico nella realtà (“Il suggestionabile”, “L’eccitato” o “Il folle”) e alla grammatica dei sentimenti (“L’adultero”, “L’invidioso” e “Il manierista”). Tutti insieme, i suoi personaggi sono spesso ritratti alle prese con speranze elementari, poco favoriti dal destino e molto dall’imprevisto, colti con una partecipazione ironica che non esclude la fermezza del giudizio. Pure, in questi racconti non c’è ombra di satira, bensì lo scarto tipico e non lineare della mossa del cavallo nel gioco degli scacchi: quando prepara una strategia (delineando un setting, dandoci delle coordinate), sotto sotto Ricci già ne elabora una opposta e alternativa che fa provare alla nostra attenzione una vertigine di senso: la ridesta, la porta alla soglia di stanze impreviste. La satira, invece, presupporrebbe una pagina bidimensionale e, per quanto divertente, un po’ scontata, mentre nell’universo di Luca Ricci, <i>perfecto cuentista</i>, così come anche nei suoi libri precedenti, i confini tendono a dissolversi e, con poche parole, alle volte appena con una torsione della frase, a aprire squarci che, delle storie che racconta, ci dicono più di quanto non faccia il loro contesto. Alla fine, le pagine si confondono, lavorano lentamente nella coscienza del lettore, lo mettono come di fronte a uno specchio che gli restituisce l’unica possibile immagine di sé: un’immagine scontornata di cui è impossibile – e forse ozioso – dire se sia fantastica o verosimile; un’immagine che è l’insieme dei difetti fondamentali di cui siamo fatti, perché l’essere umano – come la Letteratura &#8211; cos’è “se non una splendida rovina?”</p>
<figure id="attachment_68880" aria-describedby="caption-attachment-68880" style="width: 203px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="wp-image-68880 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/9788817092173_0_0_0_80-203x300.png" alt="" width="203" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/9788817092173_0_0_0_80-203x300.png 203w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/9788817092173_0_0_0_80-768x1134.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/9788817092173_0_0_0_80-694x1024.png 694w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/9788817092173_0_0_0_80.png 1000w" sizes="(max-width: 203px) 100vw, 203px" /><figcaption id="caption-attachment-68880" class="wp-caption-text">[Finalista al Premio Chiara 2017]</figcaption></figure>
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		<title>I perfetti conosciuti de “L’amore e altre forme d’odio” di Luca Ricci</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/10/09/perfetti-conosciuti-de-lamore-forma-dodio-luca-ricci/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Oct 2016 05:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_64637" aria-describedby="caption-attachment-64637" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-64637" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/alternativa-Ricci-NI-300x236.jpg" alt="© Stephan Schmitz" width="300" height="236" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/alternativa-Ricci-NI-300x236.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/alternativa-Ricci-NI-768x605.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/alternativa-Ricci-NI.jpg 848w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-64637" class="wp-caption-text">© Stephan Schmitz</figcaption></figure>
<p>di <strong>Matteo Pelliti</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel settembre del 2006 usciva un libro strambo, racconti urticanti su coppie in procinto di scoppiare, gioghi coniugali retti dall&#8217;esasperazione del silenzio, bambini dallo sguardo spietato affacciati sulle inadeguatezze di un mondo adulto costantemente in affanno nella gestione degli affetti, delle relazioni, delle emozioni. Il quotidiano portato al parossismo, ai limiti del fantastico. Sintassi chirurgica, per una anatomia patologia dei rapporti di coppia.<span id="more-64633"></span><br />
Il titolo, &#8220;<a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/luca-ricci/l-amore-e-altre-forme-d-odio/978880618238">L&#8217;amore e altre forme d&#8217;odio</a>&#8220;, l&#8217;editore illustre (Einaudi), il talent scout sapiente (Guido Davico Bonino), la collana prestigiosa e classica (l’Arcipelago) portavano alla ribalta nazionale delle lettere uno scrittore allora poco più che trentenne ma già completamente formato nelle sue ossessioni, nei suoi stilemi, nella sua visione di opera e di mondo, il pisano Luca Ricci. Cosa resta di quel libro a dieci anni dall&#8217;uscita? Allora non usavamo ancora Twitter, o Facebook, nella forma pervasiva e ipodermica con cui li usiamo oggi; così, l&#8217;armamentario di tradimenti possibili, dispetti, litigi, assenze, prossimità condominiali, di sguardi e malintesi che popolano quei racconti appartengono a un mondo &#8220;alto&#8221;, rarefatto, pre-social. Le rovine e le perversioni della comunicazione amorosa erano già tutte lì, raccontate, pronte a trovare uno strumento giusto per farle meglio e prima deflagrare (vedi la risonanza ottenuta da un film come “Perfetti sconosciuti”).<br />
Ecco, i personaggi de “L’amore e altre forme d’odio” sono, per converso, dei perfetti conosciuti, maschere nelle quali dieci anni fa avevamo paura a specchiarci per il rischio concreto di riconoscervi dentro uno o più destini personali possibili. Oggi sorridiamo delle nevrosi, delle doppiezze amorose, delle vite plurali custodite negli smartphone, mentre allora rimanevamo raggelati da un testo che aveva la forza di affrontare la coppia in termini assoluti, mostrandone una nudità quasi matematica, geometrica. (Andrea Cortellessa aveva parlato di quei racconti paragonandoli a “meccanismi”, origami perfettamente funzionanti). In fondo questo fa la letteratura, e uno dei motivi della fortuna di quel libro, io credo, sta proprio nella sua appartenenza consapevole ai compiti della letteratura: mostrare i “fondamenti”, dare parole alle fondamenta delle nostre relazioni vitali. Tra i temi che, per me, rimangono più attuali e letterari al tempo stesso, vi è quello della casa/corpo, in una linea di continuità ideale che passa da Poe a Cortàzar. Ci sono molte case &#8220;ammalate&#8221; nei racconti di Ricci, case che finiscono per assorbire/esprimere i disagi di chi le abita. Camere conservate, depredate, come porzioni del male e dei lutti delle coppie<br />
Le pareti delle case, nei racconti di Ricci, sono il Golem di creta sul quale iscrivere le parole &#8220;vita&#8221; e &#8220;morte&#8221;, &#8220;anima&#8221; e &#8220;sangue&#8221;. Il corpo-casa malato, imperfetto, è l&#8217;immagine del corpo imperfetto dei suoi abitatori e della relazione-comunicazione malata tra i suoi abitatori. Ricci fa esattamente questa operazione di messa a fuoco: aguzza lo sguardo su scarti morali, piccole viltà, omissioni sgradevoli della comunicazione affettiva. Disegnava, così, con precisione una specie di &#8220;città dis-ideale&#8221; o deidealizzata, dove la casa, le case, diventano la metafora vivente di un corpo famiglia in progressiva disgregazione eppure coeso, raggrumato nei silenzi. Il Murales del racconto omonimo (da poco disponibile anche in traduzione spagnola qui Link: http://manualdeusocultural.com/mural/ ) costituisce una chiave interpretativa centrale, per la sua esplicita e consapevole, metaletteraria, simbologia del tema corpo-casa. Il murales interno, come interiorizzazione, somatizzazione del male, che segue/anticipa i malanni, le mancanze dei corpi che rappresenta. La casa è viva ed è tomba proprio perché corpo vivente, mimetico, dei suoi abitanti. La carta da parati viola, dell&#8217;omonimo racconto, come incantesimo proiettivo della vecchiaia, è solo un corollario del teorema esposto in Murales.<br />
La raccolta di Ricci, in questi dieci anni, ha vissuto di un fitto passaparola tra appassionati lettori: libro introvabile &#8211; seppur sostenuto da un ampio consenso critico, e Premio Chiara 2007 – avrebbe meritato una riedizione tra i tascabili, per una più ampia circolazione “popolare”. Un po’ come si fa con le vaccinazioni. Niente. L’editoria, spesso, teme la letterarietà dei suoi prodotti. E allora li mette in speciali forme di quarantena. Poi il libro è riemerso in copie fantasma, residue, fondi di magazzino che, proprio nella condivisione di un social network, via Twitter, canale in cui Ricci è molto attivo e seguito, hanno ritrovato visibilità in una specie di caccia alla copia rara. Dieci anni sono un tempo lunghissimo per i ritmi della nostra editoria di consumo, ma molto brevi per quelli della letteratura. Dopo dieci anni, insomma, di un libro vero ci si dovrebbe chiedere non cosa è stato, bensì cosa comincerà ad essere. E quei racconti di Luca Ricci hanno molto da dire, soprattutto ai tanti perfetti sconosciuti che provano ancora a vivere d’amore, o di altre forme d’odio.</p>
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		<title>La coda di Ferragosto</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/08/14/la-coda-ferragosto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Aug 2016 05:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Ferragosto]]></category>
		<category><![CDATA[Il Messaggero]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Ricci]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Ricci&Capricci]]></category>
		<category><![CDATA[scritture]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=64036</guid>

					<description><![CDATA[di Luca Ricci L’uomo, mettendosi in macchina a Ferragosto- benché avesse programmato con largo anticipo una partenza a un orario cosiddetto “intelligente”-, sapeva che sarebbe stato vittima di un evento ineluttabile: la coda per raggiungere il mare. Gli era già capitato un migliaio di volte di restare imbottigliato, eppure sul suo volto si dipinse uno stupore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><b>di </b><b>Luca Ricci</b></p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-64037" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Friedrich-Viandante_mare_nebbia-234x300.jpg" alt="Friedrich-Viandante_mare_nebbia" width="234" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Friedrich-Viandante_mare_nebbia-234x300.jpg 234w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Friedrich-Viandante_mare_nebbia-768x983.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Friedrich-Viandante_mare_nebbia-800x1024.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Friedrich-Viandante_mare_nebbia.jpg 900w" sizes="(max-width: 234px) 100vw, 234px" />L’uomo, mettendosi in macchina a Ferragosto- benché avesse programmato con largo anticipo una partenza a un orario cosiddetto “intelligente”-, sapeva che sarebbe stato vittima di un evento ineluttabile: la coda per raggiungere il mare. Gli era già capitato un migliaio di volte di restare imbottigliato, eppure sul suo volto si dipinse uno stupore infantile mentre scalava le marce dalla quarta alla prima. Subito dette la colpa a tutta una serie di circostanze nefaste: la seconda colazione al bar, il rifornimento superfluo di giornali all’edicola, il lavavetri che si era avventato sul parabrezza con il semaforo verde… <span id="more-64036"></span></p>
<p style="text-align: justify;">A ogni modo ormai c’era poco da fare: sulla famigerata SS1, meglio conosciuta come Aurelia, già all’altezza della discarica di Malagrotta, si era ritrovato a procedere a passo di tartaruga, le macchine incolonnate una dietro l’altra come un torpedone gigante di cui non riusciva a vedere la fine. All’inizio aumentò l’aria condizionata e ascoltò alla radio la certificazione dell’incubo in cui era precipitato: “Rallentamenti e code lungo l’Aurelia, in direzione di Ladispoli, Fregene, Santa Marinella, verso Civitavecchia e l’imbocco per l’autostrada A12”.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo qualche imprecazione, abbassò il finestrino per scambiare una parola con i suoi vicini di supplizio.</p>
<p style="text-align: justify;">“Scorre la fila?” chiese stupidamente.</p>
<p style="text-align: justify;">“Non esiste una coda più lenta di questa,” gli risposero, sconsolati.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo un paio d’ore, inaspettatamente, l’uomo invece di spazientirsi cominciò a provare una sensazione quasi piacevole. Come se fare la coda fosse una peculiarità dei romani, addirittura un privilegio.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcuno aprì la portiera della macchina e scese sull’asfalto bollente: “L’altra settimana ho fatto tre ore di coda”.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro ribatté vanaglorioso: “Io sono arrivato a farne cinque di seguito”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe parsa un’ostentazione incomprensibile, ma per chi viveva nella capitale la coda- alle poste, dal medico, al supermercato- era un segno di riconoscimento e di appartenenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Verso le due o le tre del pomeriggio avevano fatto sì e no un paio di chilometri, e in diversi avevano deciso di stendere i teli di spugna direttamente sui tetti delle macchine, o aprire le sedie pieghevoli, o gonfiare i canotti dei bambini. Insomma, venne improvvisato uno stabilimento balneare lungo la  strada. Al tramonto quella baraonda non era ancora finita, ma qualcuno decise di allietare la serata accendendo un falò e suonando la chitarra.</p>
<p style="text-align: justify;">Verso il secondo o terzo giorno d’ingorgo- le macchine si muovevano di qualche <i>centimetro</i> all’ora- l’uomo perse i sensi. Non era tanto il caldo (aveva pur sempre l’aria condizionata di serie) quanto l’aver cominciato a riflettere sulla lunghezza teorica della coda: chi aveva provato a risalirla a piedi non era più tornato.</p>
<p style="text-align: justify;">“Possibile che non arrivino i soccorsi, che non si sia ancora vista una volante della polizia o sentita una sirena di un’ambulanza?” si domandò nel silenzio del suo abitacolo, e quello fu l’ultimo tentativo di razionalizzare la situazione nella quale era venuto a trovarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo cominciò a vivere come un automa- a volte dando un piccolo colpo di acceleratore col piede destro, quel tanto che bastava per colmare il poco spazio che si liberava davanti a lui-, mentre lungo la strada si era formata una vera e propria comunità. La gente cercava di darsi una mano come poteva, quando non era impegnata a inveire contro la coda. Così un’ostetrica offrì la sua esperienza per fare partorire la donna di una macchina situata qualche chilometro più su rispetto al punto  dove si trovava lei. In genere per le emergenze partiva una sorta di rapidissimo passaparola tra le macchine, favorito dal fatto che già si trovassero in una posizione ottimale per il tam-tam, incatenate l’una all’altra com’erano. Erano molto impegnati fisioterapisti e osteopati (la guida protratta aveva procurato ai <i>cittadini</i> della coda una sfilza di acciacchi posturali, colpi della strega e via dicendo) e, purtroppo, cardiologi (vista la situazione, gli attacchi di cuore si sprecavano). Qualcuno- forse un sociologo col pallino della matematica- tentò di rasserenare la coda diffondendo alcuni calcoli realizzati con significative approssimazioni e arrotondamenti (nessuno conoscendo esattamente la densità del traffico e l’estensione del guaio):  sommando il cibo contenuto nella totalità delle borse frigo delle famiglie rimaste imbottigliate, il livello del benessere si sarebbe mantenuto decente ancora per molto tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">I ragazzini giocavano insieme, per bande, spesso sul limitare della strada, ogni tanto avvicinandosi pericolosamente ai guard-rail. Una volta due o tre di loro- più per il gusto di commettere una bravata che per la reale volontà di chiedere aiuto- si fecero largo tra la vegetazione bassa del Lazio, tra campi di grano e allevamenti bovini e ovini, fino alle prime fattorie che costeggiavano l’Aurelia.</p>
<p style="text-align: justify;">“Siete quelli della coda?” gli domandarono da laggiù, quasi che la strada e la campagna circostante ormai corressero su piani paralleli ma non più comunicanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ai ragazzini non venne dato neppure il tempo di rispondere, perché dalle finestre delle case partì subito una fitta sassaiola, fatta apposta per ricacciarli indietro, da dove erano venuti. Tutta quella ferocia era assurda, a maggior ragione se messa in contrapposizione allo sguardo bonario della mucche che assistevano indifferenti e con le bocche affondate nelle mangiatoie.</p>
<p style="text-align: justify;">Una sera non troppo afosa l’uomo accostò la macchina e decise di fare una passeggiata per sgranchirsi un po’ le gambe. Sarebbe voluto tornare indietro dopo poco, i suoi intenti non erano avventurosi come quelli di chi abbandonava l’auto per tentare di scoprire la <i>verità</i>, ma a mano a mano che camminava restò affascinato da come cambiavano gli usi e costumi della gente. In realtà la coda era costituita da segmenti diversi, il gruppo di riferimento di ciascuno non si estendeva che per un paio di chilometri, e dopo partivano altre facce e altre storie.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto durò quell’ingorgo epocale e mostruoso? Un giorno qualcuno bussò al finestrino dell’uomo. Era troppo stanco e spossato per camminare da solo, quindi lo aiutarono a scendere e lo accompagnarono fino alla spiaggia. Non si sentiva più le gambe, e in generale gli pareva di essersi incurvato, perfino imbiancato.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiese: “Ce l’abbiamo fatta, è finita la coda?”</p>
<p style="text-align: justify;">Annuirono senza troppa convinzione, ma cercando di risultare rassicuranti. Sorrisero proprio come si fa con i vecchi. L’uomo restò lì in piedi sulla sabbia, cercando di osservare la scena. Ed ebbe improvvisamente freddo, si accorse che quello era un mare d’inverno.</p>
<p style="text-align: justify;"><i>*Questo racconto è apparso per la prima volta sul Messaggero, nella rubrica culturale Ricci &amp; Capricci. Si ringraziano testata e autore.  </i></p>
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