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	<title>luca telese &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>“L’amavo troppo la mia patria non la tradite…”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Nov 2010 08:00:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Orsola Puecher</strong> <br /> 
In questo tardo Novembre di governi e valori al tramonto, le sorprese non finiscono mai, ma l’ultima cosa che mi sarei aspettata era di trovare, citato su Il Fatto Quotidiano del 14 novembre scorso, il nome, per di più storpiato in Aldo Pucher, di Giancarlo Puecher...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/T_let00_17bis.php_.jpg" style="border:4px solid #7F7F7F;"/></center><br />
<center><small> ⇨ <a href="http://www.italia-liberazione.it/ultimelettere/ultimeletteredocumenti.php?ricerca=211&#038;doc=122&#038;testo=2#" target="_blank" rel="noopener"><strong>prima facciata dell’ultima lettera scritta da Giancarlo Puecher </strong></a></small></center></p>
<p>&nbsp;&nbsp;di <strong>Orsola Puecher</strong></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;In questo tardo Novembre di governi e valori al tramonto, le sorprese non finiscono mai, ma l&#8217;ultima cosa che mi sarei aspettata era di trovare, citato su <em>Il Fatto Quotidiano</em> del 14 novembre scorso, il nome, per di più storpiato in <em>Aldo Pucher</em>, di <strong>Giancarlo Puecher</strong>, partigiano, Prima Medaglia d&#8217;Oro al Valor Militare della Resistenza, fucilato a vent&#8217;anni, il 23 dicembre 1943 dai miliziani della Repubblica di Salò, e non in un articolo sulla Resistenza, sul valore della memoria, ma, accusato di un omicidio che non ha mai commesso, in un&#8217;intervista di <strong>Luca Telese</strong> ad <strong>Alessandro Sallusti, </strong>direttore del <em>Il giornale</em>, sobriamente intitolata ⇨ <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/14/alessandro-sallusti-%E2%80%9Ci-topi-scappanoper-il-dopo-c%E2%80%99e-solo-marina%E2%80%9D/76833/" target="_blank" rel="noopener"><strong>I topi scappano. Per il dopo c’è solo Marina</strong></a>, in cui si promuove l&#8217;investitura di Marina Berlusconi a futuro premier del sultanato Italia, come se ormai anche il potere politico si potesse trasmettere per via dinastica.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Lo scopo, il modo, la strumentalizzazione e le falsità storiche con cui <strong>Giancarlo Puecher</strong> viene chiamato in causa sono un vero e proprio <em>vulnus</em> alla sua memoria e alla sua figura luminosa.  Bisogna in qualche modo rimediare. Ristabilire la verità. <span id="more-37270"></span><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Lo storpiare i nomi è il primo, sottile, vigliacco, metodo di infangare, in certi ambienti, odioso, se fatto intenzionlamente, come una pugnalata alle spalle, ma doppiamente insopportabile se fatto per ignoranza o incuria e nei confronti di una persona scomparsa. Un giornalista serio, prima di lasciar sbandierare nomi e fatti tanto gravi, ha il dovere di controllare ciò che pubblica, almeno per quel che riguarda l&#8217;ortografia. Non è difficile, basta, in mancanza di meglio, consultare <strong>Wikipedia</strong>, l&#8217;oracolo con un click di questi tempi bui.<br />
[ <em>copio e incollo con non lieve disgusto la parte dell&#8217;articolo che riguarda mio zio Giancarlo &#8211; compresa la paccottiglia del viso quasi scultoreo &#038; penombra &#038; maglione esistenzialista a girocollo &#038; la divisa del weekend &#8211; forse usata nell&#8217;impresa retorica quasi impossibile di rendere &#8220;simpatico&#8221; e alla mano l&#8217;intervistato</em> ]</p>
<blockquote><p>E poi, a fine intervista, Alessandro Sallusti mi gela il sangue con un ricordo che innesca un cortocircuito fra una delle pagine più tragiche del Novecento italiano e la crisi del governo Berlusconi: “In famiglia abbiamo già dato… nel 1945”.  Curioso. Il tono è ironico, il viso del direttore del Giornale, invece, sembra diventare quasi scultoreo, nella penombra nella saletta del lussuoso Hotel Park Hyatt dove ci siamo rifugiati per una lunga intervista. “Vedi, ti devo raccontare una storia della mia vita che nessuno conosce, nemmeno Giampaolo Pansa, neanche Vittorio Feltri”. Quale? “Scoprii solo da studente, su un libro scolastico della Laterza, che mio nonno, Biagio, tenente colonnello sulla piazza di Como, finito a Salò senza essere stato fascista, era stato fucilato dai partigiani”.<br />
Resto un attimo con il respiro in gola. Fino un attimo prima stavamo parlando di Feltri, di Fini, del Cavaliere, della crisi… Sallusti continua: “Mio padre questa storia non me l’aveva mai raccontata. Non certo per pudore. Per proteggermi. E invece scoprivo che dopo quattro vigliacchi rifiuti dei suoi superiori di grado, perché la Repubblica di Salò era ormai alla fine e i partigiani alle porte, mio nonno aveva accettato di dirigere il tribunale che doveva giudicare Aldo Pucher, partigiano accusato per l’omicidio del federale Aldo Resega. Mio nonno salvò gli altri sei imputati, ma fu fucilato per quell’unica esecuzione. Curioso vero? Ma era la legge della guerra. Scoprii, e oggi quel dialogo è nei libri di storia, che il giorno prima della ritirata nella ridotta della Valtellina, mio nonno aveva chiesto a Mussolini di non scappare”. Chiedo: “Sarebbe cambiato qualcosa sull’esito della guerra?”. Sallusti prende un respiro: “Ovviamente no. Ma se avesse seguito quel consiglio non avremmo le foto del Duce travestito da soldato tedesco”. Pausa. Non vola una mosca. Sorriso: “Per questo spero che Berlusconi non si ritiri”.<br />
Pensavo di fare un’altra intervista. Raccontare ai lettori del Fatto Quotidiano l’ultraberlusconismo e uno dei suoi campioni. Quando Sallusti va in tv sono sciabolate per tutti, colpi micidiali, affondi sotto la cintura, pronunciati con serafica tranquillità. In questa intervista, invece, la teleadrenalina non c’è, ma piuttosto una leggerezza venata di colori forti e di tinte drammatiche. Sallusti ha il maglione esistenzialista a girocollo, la divisa del weekend.</p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Telese, anche a me si <em>gela il sangue</em> e di più, ma nel leggere il nome, storpiato in <em>Aldo Pucher</em>, di <strong>Giancarlo Puecher</strong> in un contesto simile. E <em>resto un attimo con il respiro in gola</em>.  Anzi ben  più di un attimo, sarà che son più sensibile. Invece non ho avvertito alcuna <em>leggerezza venata di colori forti e di tinte drammatiche</em> e le assicuro che non mi si <em>innesca alcun cortocircuito fra una delle pagine più tragiche del Novecento italiano e la crisi del governo Berlusconi</em>. Fra uomini che hanno combattuto eroicamente e pagato ieri, perché ci sia in questo triste paese un oggi democratico, mai così insidiato, fra <strong>Giancarlo Puecher</strong> e le mezze figure del passato e quelle attuali, ugualmente chine al potere e che ancora si arrabattano tra falsità e strampalate teorie, non c’è alcuna possibilità di raffronto e alcun legame. E&#8217; davvero rischioso fare le interviste nella penombra e nelle salette degli hotel lussuosi, meglio accendere la luce e andare al Bar Sport, dove vola qualche mosca in più. Quando è stagione e c&#8217;è <em>materia</em> per attrarne l&#8217;interesse.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il paragone fra il Duce che, nonostante i preziosi consigli di nonno Biagio, scappa travestito da tedesco e Berlusconi che si dimette è quasi una specie di imbarazzante autogol. Al massimo oggi ne reggerebbe uno con un Napoleone, con bandana al posto della feluca, in esilio su di un&#8217;isoletta di qualche paradiso fiscale tropicale, allietato dal suo menestrello melodico personale e con scorta di escort per lo svago e il giusto riposo del guerriero.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Provo umanamente pena e pietà per le vittime che caddero dalla <em>parte sbagliata</em>, per il dolore dei loro congiunti, ma questo non elimina il giudizio della storia su quella parte e sulle sue colpe,  <em>à la guerre comme à la guerre</em> varrà in un torneo cavalleresco fra paladini, applicato ai milioni di vittime e alle stragi della Seconda Guerra Mondiale suona un po&#8217; troppo generico, assolutorio e sdoganante. L&#8217;Italia è un paese che i conti con il fascismo non li ha voluti e saputi mai fare fino in fondo e chiunque può fare della verità storica una materia molle e fumosa da plasmare a proprio uso e consumo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quando Sallusti dice “In famiglia abbiamo già dato… nel 1945”, non si capisce davvero cosa intenda. Oggi non ci sono più i tribunali speciali e i processi sommari, la pena di morte, e si possono persino fare le leggi per evitarli i processi e avere l&#8217;impunità anche se colpevoli. Si possono fare in tv le fiction come <em>Il peccato e la vergogna</em>, con il nazista buono perchè innamorato speranzoso e il fascista cattivo e perverso in quanto innamorato deluso. Cosa teme Sallusti? Al massimo si prende un <em>vada a farsi fottere</em> da D&#8217;Alema e tutti si indignano e gli chiedono scusa. Lui e i suoi datori di lavoro non si sentiranno mica come i miliziani quando <em>la Repubblica di Salò era ormai alla fine e i partigiani alle porte</em>?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Giancarlo Puecher</strong>, punto di riferimento di un gruppo di giovani che in Brianza si stavano organizzando in una formazione partigiana ancora <em>in nuce</em>, e che si era <em>macchiata</em> fino allora solo di qualche sabotaggio e sequestro di mezzi e benzina, fu fermato per caso, in bicicletta con il compagno Fucci, da una pattuglia di militi della Repubblica Sociale Italiana a Lezza la notte del 12 novembre del 1943, ad un posto di blocco dei numerosi istituiti insieme al coprifuoco, in seguito al fatto che quella stessa sera erano stati uccisi il centurione della milizia e cassiere del Banco Ambrosiano di Erba, Ugo Pontiggia, e un suo amico, Angelo Pozzoli.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Puecher e Fucci, ignari di tutto e che, forse, se fossero stati a conoscenza dell’omicidio, avrebbero avuto maggiore prudenza, si stavano recando a una riunione clandestina. Avevano un tubo di gelatina e alcuni manifestini antifascisti, di cui però riuscirono, nel buio, a disfarsi. Fucci estrasse la pistola e tentò di sparare, ma l’arma si inceppò. Uno dei miliziani lo colpi ferendolo al ventre. Fu portato in ospedale e rimase in prigione fino alla fine della guerra. Giancarlo fu fermato, interrogato, picchiato e poi arrestato.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il federale di Milano Aldo Resega, che Sallusti, senza storpiarne il nome, nomina, fu ucciso il 18 dicembre 1943, mentre <strong>Giancarlo Puecher</strong> era già in prigione e da più di un mese.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Giancarlo Puecher non fu accusato nè processato per alcun omicidio.</strong><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quando il 20 dicembre fu ucciso in un agguato anche lo squadrista di Erba Germano Frigerio, i fascisti decisero di mettere in atto una rappresaglia, con modalità tristemente consuete, che prevedeva la fucilazione di trenta antifascisti, dieci per ogni fascista ucciso ad Erba, cioè Ugo Pontiggia, Angelo Pozzoli e Germano Frigerio.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nelle carceri di Como non trovarono un numero tale di prigionieri e li ridussero a sei, fra cui <strong>Giancarlo Puecher</strong>. I fascisti imbastirono un processo farsa, istituendo un Tribunale Speciale, presieduto da Biagio Sallusti, e con irregolarità processuali inconcepibili oggi, ma di regola ai tempi, Puecher fu l’unico condannato a morte, mediante fucilazione, non per omicido, ma per <em>aver promosso, organizzato e comandato una banda armata di sbandati dell&#8217;ex esercito allo scopo di sovvertire le istituzioni dello stato</em>.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Non si poteva ammettere che un giovane di famiglia nobile e di ispirazione profondamente cristiana “cospirasse”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Si doveva dare l’esempio. Esempio che sortì nei fatti l&#8217;effetto contrario, determinando ancora di più alla lotta contro il fascismo la parte migliore dell&#8217;Italia, che nei valori condivisi trovò la forza di ribellarsi.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/27/ascoltando-un-sopravvissuto-di-varsavia-di-arnold-schoenberg/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Mio nonno Giorgio Puecher Passavalli</strong></a>, dopo la fucilazione del figlio fu arrestato e tradotto nel campo di concentramento di Fossoli e poi a Mauthausen, da dove non tornò più. ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/25/dalle-belle-citta-date-al-nemico/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Mio padre Virginio</strong></a>, allora sedicenne, fu costretto a rifugiarsi esule in Svizzera.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Trascrivo qui l’ultima lettera di Giancarlo e le motivazioni della sua Medaglia d’Oro, per dovere di verità e di memoria, per oppormi fermamente a questa macchina del fango retroattiva che tenta di strumentalizzare e di mettere sullo stesso piano figure inconciliabili, ma anche perché in questo momento in cui etica e dignità sono continuamente calpestate, fa bene al cuore leggerle, con le parole antiche, desuete, forse, con i loro valori alti, oggi quasi inconcepibili, con l&#8217;ingenuo desiderio del riconoscimento dei valori militari e sportivi, con i teneri lasciti dei beni personali. E <em>l&#8217;anello d’oro ricordo della povera mamma</em>, una pietra bianca e una blu su cerchietto semplice, sta ancora qui e nessuno l&#8217;ha mai più indossato.  </p>
<blockquote><p>21 dicembre 1943</p>
<p>Muoio per la mia patria. Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e di soldato. Spero che il mio esempio serva ai miei fratelli e compagni. Iddio mi ha voluto, accetto con rassegnazione il suo volere.<br />
Tutti i miei averi vadano ai miei fratelli e a Elisa Daccò.<br />
Vorrei che sul mio avviso mortuario figurassero i miei meriti sportivi e militari.<br />
Non piangetemi, ma ricordatemi a coloro che mi vollero bene e mi stimarono.<br />
Viva l’Italia.<br />
Raggiungo con cristiana rassegnazione la mia mamma che santamente mi educò e mi protesse nei vent’anni della mia vita.<br />
L’amavo troppo la mia patria non la tradite e voi tutti giovani d’Italia seguite la mia via e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale.<br />
Perdono a coloro che mi giustiziano, perché non sanno quello che fanno e non pensano che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia.<br />
Vorrei lasciare L 5000 alla mia guida alpina Motele Vidi di Madonna di Campiglio. L 5000 al mio allenatore di sci Giuseppe Francopoli di Cortina. L 5000 a Luigi Conti e L 1000 a Vanna De Gasperi, Berta Dossi, Rosa Barlassina. Il mio guardaroba ai miei fratelli e a Pussi Aletti, mio indimenticabile compagno di studi.<br />
L 1000 alla Chiesa di Lambrugo.<br />
Il mio anello d’oro ricordo della povera mamma a Papà, il braccialetto a Ginio e l’orologio Universal a Gianni. Alla zia Lia Gianelli una mia spilla d’oro con pietra. Un ricordo delle mie gioie alle mie cugine e a Elisa.<br />
Stabilite una somma per messe in mio suffragio e per una definitiva sistemazione pacifica della patria nostra.<br />
A te papà vada l’imperituro grazie per ciò che sempre mi permettesti di fare e mi concedesti.<br />
Elisa si ricordi del bene che le volli e forse non sufficientemente apprezzò.<br />
Ginio e Gianni siano degni continuatori delle gesta eroiche della nostra famiglia e non si sgomentino di fronte alla mia perdita, i martiri convalidano la fede in una vera idea. Ho sempre creduto in Dio e perciò accetto la sua volontà.<br />
Baci a tutti<br />
Giancarlo Puecher Passavalli<br />
&nbsp;<br />
<small>[ Giancarlo Puecher Passavalli, Lettera a Tutti, scritta in data 21-12-1943, Erba (CO), in Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana (http://www.ultimelettere.it/ultimelettere/ultimelettere/ultimeletteredocumenti.php?ricerca=&#038;doc=122&#038;testo=2&#038;lingua=it), INSMLI, vista domenica 21 novembre 2010.]</small></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
dal sito <a href="http://www.quirinale.it/elementi/DettaglioOnorificenze.aspx?decorato=45604" target="a_blank" rel="noopener"><strong>www.quirinale.it</strong></a></p>
<blockquote><p>Patriota di elevatissime idealità, scelse con ferma coscienza dal primo istante la via del rischio e del sacrificio. Subito dopo l’armistizio attrasse, organizzò, guidò un gruppo di giovani iniziando nella zona di Lambrugo, Ponte Lambro, il movimento clandestino di liberazione ed offrendo la sua casa come luogo di convegno. Con l’esempio personale fortificò nei compagni la fede nell’azione che essi dovevano più tardi proseguire in suo nome. Presente e primo in ogni impresa gettò nella lotta tutto se stesso prodigandovi le risorse di una mente evoluta e di un forte fisico, ed associando all’audacia un particolare spirito cavalleresco. Braccato dagli sgherri fascisti, insidiata la sicurezza della sua famiglia, non desistette. Incarcerato con numerosi suoi compagni e poi col padre, d’accordo con questi rifiutò la evasione per non allontanarsi dai compagni di fede e di sventura. Condannato a morte dopo sommario processo, volle essere animatore sino all’estremo, lasciando scritti di ardente amor patrio e di incitamento alla continuazione dell’opera intrapresa. Trasportato al luogo del supplizio, chiese di conoscere il nome dei suoi esecutori per ricordarli nelle preghiere di quell’aldilà in cui fermamente credeva, e tutti i presenti abbracciò e baciò, ad ognuno lasciando in memoria un oggetto personale, pronunciando parole nobilissime di perdono e rincuorando coloro che esitavano di fronte al delitto da compiere. Cadde a vent’anni da apostolo e da soldato, sublimando nella morte la multiforme e consapevole spiritualità che aveva contraddistinto la sua azione partigiana. —  Como &#8211; Erba, 9 settembre &#8211; 23 dicembre 1943.
</p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n. 36</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Nov 2010 09:30:44 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/feltri_15.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/feltri_15.jpg" alt="" title="feltri_15" width="250" height="347" class="alignleft size-full wp-image-37221" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/feltri_15.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/feltri_15-216x300.jpg 216w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>“Poi c’è il Direttore, alto calvo con gli occhiali d’oro, con la barba grigia che gli vien sul petto, tutto vestito di nero e sempre abbottonato fin sotto il mento”. Di fronte a lui i ragazzi “entrano tutti tremanti in Direzione” o “scappano da tutte le parti” quando “appare a una cantonata”: pressappoco così doveva sentirsi Vittorio Feltri l’11 novembre, quando è stato convocato a Roma dall’Ordine dei giornalisti per discutere del caso Boffo, anche se nessuno dei consiglieri dell’Ordine che discutevano i provvedimenti disciplinari contro di lui sembra la controfigura del direttore della scuola di De Amicis nel libro <em>Cuore</em>. Peraltro, non risulta che i dirigenti dell’Ordine abbiano mai sfoggiato il cipiglio di Beria, la ferocia di Torquemada o la propensione ai massacri di Pol Pot.<br />
<span id="more-37214"></span><br />
Sta di fatto che Feltri, mentre passeggiava nervosamente in corridoio in attesa della sentenza, ha pensato bene di rilasciare un’intervista  (11 novembre, p. 4) all’ottimo Luca Telese del <em>Fatto Quotidiano</em>, che questa settimana conduce la rassegna stampa del mattino su Radio Tre. Nell’intervista, Feltri si comporta come gli studenti di <em>Cuore </em>di fronte al “maestro di seconda, Coatti, un omone con una grande capigliatura crespa, una gran barba nera, due grandi occhi scuri, e una voce da bombarda; il quale minaccia sempre i ragazzi di farli a pezzi e di portarli per il collo in Questura, e fa ogni specie di facce spaventevoli”. </p>
<p>Alla domanda di Telese su come nacque il caso Boffo, Feltri risponde: “Mi portò la notizia Sallusti” (allora condirettore, ora direttore responsabile del <em>Giornale</em>). Telese: “Come nacque il titolo Velina ingrata con cui hai sputtanato Veronica?”( corredato da una foto dell’ex moglie di Berlusconi mentre si esibiva a seno nudo in teatro). Feltri: “Qualcuno, anzi … Sallusti, mi mise quella foto sul tavolo”. Telese: “Sallusti ci parla [con Berlusconi]?” Feltri: “E’ un paese libero, questo”. Telese: “Sallusti pensa che si debba fare quadrato [attorno a Berlusconi] tu che vada difesa la libertà [di critica]?” Feltri: “Messa così… sì”.</p>
<p>Per ragioni di spazio, Telese ha dovuto tagliare delle parti ugualmente interessanti dell’intervista, che qui riproduciamo per gentile concessione dell’autore:<br />
D. Il bilancio del giornale è migliorato?<br />
R. Perdevamo 22 milioni di euro, ora siamo a 7. Se non fosse per lo stipendio di Sallusti…<br />
Domanda: Oggi hai il raffreddore?<br />
Risposta: Sì, è Sallusti che lascia sempre la finestra aperta.<br />
D. Il medico cosa ti dice?<br />
R. E’ Sallusti che mi fa venire la pressione alta…<br />
D. Vedo che hai una macchiolina di ketchup sulla giacca<br />
R. Sì, è Sallusti che mi schizza quando andiamo in mensa e lui prende le patatine fritte…<br />
D. E il contratto miliardario che si diceva ti avesse fatto Berlusconi?<br />
R. Macché contratto miliardario! Per andare a sciare ho dovuto ricorrere al Gratta e Vinci.<br />
D. E com’è andata?<br />
R. Sallusti mi ha perso il tagliando vincente.</p>
<p>Evidentemente convinto da questa autodifesa, l’Ordine dei giornalisti ha ridotto la sospensione di Feltri dall’esercizio della professione da sei mesi a tre: come il Direttore deamicisiano che i ragazzi “chiamati per un rimprovero, non li sgrida, ma li piglia per le mani, e dice tante ragioni, che non dovevano far così, e che bisogna che si pentano, e che promettano d’esser buoni, e parla con tanta buona maniera e con una voce così dolce che tutti escono con gli occhi rossi, più confusi che se li avesse puniti”.</p>
<p>[l&#8217;immagine in apice viene da <a href="http://3.bp.blogspot.com/_R7mXhe9MvO8/SAsUr-cS_UI/AAAAAAAAALg/-BUTPg1sU4g/s400/feltri_15.jpg">qui</a>]</p>
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