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	<title>Luciano Canfora &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Scrittori e Battisti. La censura non è mai una buona idea.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Jan 2011 09:49:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[da «il Fatto Quotidiano», mercoledì 26 gennaio 2011 Ecco perché il boicottaggio ai danni degli autori che hanno firmato l’appello a favore del terrorista, indipendentemente dalle ragioni, è uno sbaglio. di Evelina Santangelo «Lo facciamo non per spirito di rivalsa, ma per le vittime di Battisti». Tutto comincia con una lettera stilata da un semplice [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">da «il Fatto Quotidiano», mercoledì 26 gennaio 2011</p>
<p style="text-align: justify;"><em><br />
Ecco perché il boicottaggio ai danni degli autori che hanno firmato l’appello a favore del terrorista, indipendentemente dalle ragioni, è uno sbaglio.</em></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Lo facciamo non per spirito di rivalsa, ma per le vittime di Battisti». Tutto comincia con una lettera stilata da un semplice cittadino del comune di Martellago, Roberto Bovo, della cui buonafede non intendo dubitare, e da un oscuro consigliere comunale del Pdl, tal Paride Costa.<br />
La proposta, ricordiamolo: «un boicottaggio civile» nei confronti degli scrittori italiani che nel  2004 hanno firmato un appello per il terrorista Cesare Battisti. Modalità: la rimozione delle loro opere dalle biblioteche civiche e scolastiche presenti nel comprensorio provinciale veneziano. Proposta subito accolta dall’assessore alla cultura della provincia di Venezia con delega alle biblioteche, Raffaele Speranzon che ha stigmatizzato gli autori in questione come «persone sgradite», trovando seguaci solerti in figure come quella dell’assessore regionale all’istruzione Elena Donazzan che, parlando di «cattivi maestri» autori di «testi diseducativi», ha rivolto un non meglio identificato «indirizzo politico» ai bibliotecari e ai dirigenti scolastici perché facciano pulizia. «Un´iniziativa di gigantesca idiozia» l’ha definita qualche giorno fa Luciano Canfora. Un’iniziativa che intanto, al di là delle contromisure inverosimili prese nei confronti degli intellettuali in questione, ha dei precedenti significativi.</p>
<p><span id="more-37945"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nell’arroganza</strong>, ad esempio, con cui il ministro Gelmini qualche tempo fa rivendicava, sul filo del paradosso, il diritto di dettare scelte prettamente accademiche come l&#8217;attribuzione di una laurea. Allora ci ponemmo una domanda: se si accetta un paradosso, come una laurea in comunicazione a Bossi, cosa si potrà non accettare, dopo? Ritenevamo infatti che non ci fosse cosa peggiore che abituarsi a sistematici e apparentemente innocui abusi del genere. Così come ci sembrava un vero e proprio assalto alla diligenza il modo in cui il potere costituito stava occupando le istituzioni culturali, affidando ad esempio la sovrintendenza di un Ente come la Fondazione Arena di Verona a un perito agrario fedelissimo del sindaco Tosi, che giustappunto riteneva di farsi interprete dello sdegno dei suoi concittadini veronesi vietando a Morgan di esibirsi all’interno della rassegna Catautori doc. Il tutto condito da aggressioni verbali nei confronti del «culturame parassitario» e aggressioni materiali da parte di quel Tremonti che esterna poco ma colpisce in profondità.<br />
Ecco, è in questo quadro che credo vada collocata una siffatta «iniziativa di gigantesca idiozia», che introduce a mio avviso alcuni fatti nuovi rispetto al passato: sia per la natura di chi ha avanzato la proposta sia per il modo stesso in cui è stata presentata. «Un boicottaggio civile» promosso da un binomio che vede insieme un semplice cittadino animato da buone intenzioni e un qualsiasi consigliere comunale sensibile ai bisogni della gente in merito a una questione spinosa, dolorosa, da cui il governo italiano è uscito «con le ossa rotte».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Negli ingredienti</strong> di questa vicenda ho l’impressione infatti si annidi qualcosa che ha a che vedere con il senso più profondo di quel che sta accadendo nella mentalità dei più, in cui da tempo si sta inculcando l’idea che chi rappresenta una parte politica che ha la maggioranza dei voti degli elettori perciò stesso sia rappresentante della volontà popolare tout-court in base a un mandato che, nell’opinione di una siffatta classe dirigente, dovrebbe investire automaticamente ogni aspetto della vita civile e culturale al punto che ogni gruppo o istituzione dovrebbe coordinarsi col regime al potere e sostenerlo o esserne l’espressione. Il caso della scuola di Adro non è accaduto invano, direi. Come non sono accadute invano le pressioni e la propaganda messe in atto per chiudere, con veri e propri abusi di potere, trasmissioni «sgradite».<br />
Per questo, a mio avviso, qui non c’entrano specificatamente i libri di  quegli scrittori, di cui i promotori dell’iniziativa sospetto non abbiano alcuna idea (se no, probabilmente avrebbero avanzato obiezioni almeno più «pertinenti»). Qui cova una visione che non contempla proprio la libertà di pensarla diversamente da chi si ritiene unico affidabile interprete e garante della volontà popolare contro chiunque in qualunque modo la possa minacciare materialmente o moralmente, che siano gli extracomunitari, un cantante pop o un gruppo di scrittori poco importa. Si è solo alzata la posta, direi, approfittando di un pretesto che può non sembrare tale, appunto, ai più che si identificano con quel semplice cittadino animato da buone intenzioni.<br />
Così, quanto più saranno pretestuose, gigantesche nella loro idiozia ma radicate nelle visioni correnti dell’opinione pubblica (adeguatamente foraggiata) le ragioni di qualsivoglia censura o messa al bando di «persone non gradite» tanto più sarà evidente il potere e l&#8217;insindacabilità di chi se ne farà promotore. Quanto più saranno oscuri gli emuli che si sentiranno autorizzati a compiere tali censure tanto più sarà evidente che si tratta di un modus operandi che tende a farsi abito mentale, costume. E tutto ciò in un paese in cui il nome e il simbolo della maggiore formazione politica c’è il rischio che coincida con il paese intero («Italia»).<br />
Sì, come ha detto qualcuno, non facciamo confronti spropositati con i roghi dei libri. Facciamoli a proposito di quel che sta accadendo in Italia nel discorso e nella vita pubblica così come nella mentalità dei più, non solo adesso in questa specifica circostanza, ma da così tanto tempo che molti ormai faticano a rendersene conto. Come chiamereste tutto ciò?</p>
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		<title>Filologia e &#8220;verità&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Mar 2009 16:53:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniele Ruini Quale importanza abbia avuto, nella storia dell&#8217;umanità, la parola scritta è un fatto difficilmente sottostimabile. Per quanto riguarda, più in particolare, la storia delle religioni, ciò è chiaramente evidente in tutti quei culti che riconoscono autorità sacra a uno o più testi, ritenuti frutto della diretta ispirazione divina, ovvero &#8220;parola di Dio&#8221;. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Ruini</strong></p>
<p>Quale importanza abbia avuto, nella storia dell&#8217;umanità, la parola scritta è un fatto difficilmente sottostimabile. Per quanto riguarda, più in particolare, la storia delle religioni, ciò è chiaramente evidente in tutti quei culti che riconoscono autorità sacra a uno o più testi, ritenuti frutto della diretta ispirazione divina, ovvero &#8220;parola di Dio&#8221;. Dato lo speciale statuto assegnato a tali scritture, ogni operazione volta a definirne con esattezza il dettato testuale acquista un valore particolare; se, da un lato, avvicinarsi il più possibile allo stadio originario di un Testo Sacro significa ridurre la distanza che separa dalla supposta Verità in esso contenuta, dall&#8217;altro lato, rimettere ogni volta in discussione la lezione di un&#8217;opera di tal fatta non può non avere conseguenze delicate per la comunità religiosa che di essa ha fatto il proprio testo di riferimento. Il rapporto tra Sacre Scritture e filologia (la disciplina finalizzata a ricostruire la veste originaria di un testo attraverso lo studio delle varie fasi della sua trasmissione) è infatti necessariamente contraddittorio: il carattere dogmatico della &#8220;parola di Dio&#8221; può sopportare il libero esercizio critico della filologia? E soprattutto: fino a che punto saranno disposti ad accettarlo i rappresentanti delle gerarchie ecclesiastiche?<br />
<span id="more-15114"></span><br />
È questo il tema al centro di <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804578491/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8804578491&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Filologia e Libertà</em></a> di Luciano Canfora (Mondadori 2008), nel quale si ripercorre la storia delle resistenze del Vaticano dinnanzi all&#8217;applicazione della critica testuale alla Bibbia, dando risalto alle figure dei pochi studiosi che quei divieti tentarono di infrangere. Come sottolinea Canfora, riannodare le fila di questo racconto equivale a narrare la storia «della libertà di pensiero attraverso il faticoso e contrastato dispiegarsi della libertà di critica sui testi che l&#8217;autorità e la tradizione hanno preservato».</p>
<p>Benché sia sempre esistita una filologia biblica, le cui origini affondano nel giudaismo ellenistico, la Chiesa Cattolica è venuta progressivamente irrigidendosi, assumendo, di fronte alle possibilità di studiare le Sacre Scritture secondo i principi della critica testuale, un atteggiamento di totale chiusura, cui si accompagnò un&#8217;azione di repressione nei confronti dei disobbedienti. Tale fu la posizione espressa nelle disposizioni del Concilio di Trento (1545-1563), colle quali fu sancito il primato della <em>Vulgata</em>, ovvero della versione latina della Bibbia tradotta da San Gerolamo nel IV secolo d.C.</p>
<p>In maniera del tutto illogica e fondandosi sulla supposta ispirazione divina del traduttore, veniva riconosciuta la superiorità di una traduzione rispetto al testo originale (ebraico per l&#8217;Antico Testamento, greco per il Nuovo). Si trattava di una risposta alle iniziative dei luterani, che rivendicavano invece l&#8217;originale biblico e che quello traducevano per la massa dei fedeli. Tali norme rimasero valide fino al Concilio Vaticano II (1965), quando fu finalmente ammessa, anche da parte cattolica, la possibilità di tradurre le Sacre Scritture nelle lingue moderne, favorendone l&#8217;accesso al popolo dei credenti.</p>
<p>E nondimeno, la filologia moderna, sviluppatasi storicamente nel XIX secolo sui classici greci e latini, ebbe le sue prime applicazioni proprio in ambito biblico e, più in particolare, neotestamentario. Alla netta chiusura della Chiesa Cattolica — ma atteggiamento non dissimile ebbero le Chiese riformate — si contrappose l&#8217;attività di singoli eruditi che, raccogliendo l&#8217;eredità di Erasmo da Rotterdam (1466–1536), si prodigarono nello studio della formazione dell&#8217;Antico e del Nuovo Testamento, subendo spesso l&#8217;ostracismo delle comunità religiose di appartenenza. Tra le figure ricordate da Canfora vi sono l&#8217;ebreo Baruch Spinoza (1632-1677), il giansenista Richard Simon (1627-1704), i protestanti Pierre Bayle (1647-1706), Johann Jacob Wetstein (1694-1745) e Jean Leclerc (1657-1736). Il loro lavoro fu la principale fonte d&#8217;ispirazione della critica illuministica delle religioni, della cui efficacia ed attualità rende conto il fatto che «la condanna dell&#8217;illuminismo si replica, di papa in papa, di enciclica in enciclica, fino alla recentissima <em>Spe salvi</em> (par. 19) dell&#8217;attuale pontefice».</p>
<p>Le infrazioni ai divieti cattolici in materia di filologia biblica proseguirono nel XIX secolo per merito di alcuni esponenti dell&#8217;Institut Catholique di Parigi, ai quali il Vaticano affibbiò l&#8217;etichetta di &#8220;modernisti&#8221;. Tra di essi, Ernest Renan (1823-1892) – autore di una celebre <em>Vita di Gesù</em> in cui si negava la divinità del Cristo –, Louis Duchesne (1843-1922) e Alfred Loisy (1857-1940), cui si devono due volumi sulla <em>Storia del canone dell&#8217;Antico e del Nuovo Testamento</em>. La durissima presa di posizione del cattolicesimo romano fu affidata alle encicliche <em>Providentissum Deus</em> di papa Leone III (1893) e <em>Pascendi dominici gregis</em> di papa Pio X (1907). In quest&#8217;ultima, in particolare, il pontefice espresse in termini retrogradi l&#8217;allarme risentito verso la critica testuale, il cui carattere eversivo risalirebbe alla pretesa di introdurre nell&#8217;ambito dei Testi Sacri il concetto di &#8220;evoluzione&#8221;, «quasi che la stessa religione fosse opera non di Dio ma degli uomini o un qualche ritrovato filosofico che con mezzi umani possa essere perfezionato» (<em>sic</em>).</p>
<p>Nessuna posizione ufficiale venne più espressa fino al 1943, quando papa Pio XII compì una svolta inaspettata, ammettendo la legittimità della critica testuale in ambito biblico (enciclica <em>Divino afflante spiritu</em>). Non si trattava, tuttavia, di una netta presa di distanza dalle chiusure del passato; l&#8217;enciclica pretende anzi di stabilire una continuità colle dichiarazioni dei pontefici precedenti, disegnando una prospettiva distorta secondo cui la Chiesa avrebbe sempre favorito e appoggiato la critica testuale, ed affermando che il riconoscimento della legittimità dell&#8217;indagine filologica sui testi sacri non è in contraddizione coi deliberati tridentini. L&#8217;apertura di papa Pacelli era in realtà la conseguenza della presa d&#8217;atto che alcune significative esperienze filologiche recenti avevano reso del tutto obsoleta e non più sostenibile la condanna vaticana verso la critica testuale; capolavori come l&#8217;edizione critica dell&#8217;<em>Historia Ecclesiastica</em> di Eusebio di Cesarea realizzata da Eduard Schwartz (1905-1909), o quella della <em>Bibbia dei Settanta</em> prodotta nel 1935 in ambiente protestante, costituivano una smentita concreta delle preclusioni cattoliche nei confronti della filologia. D&#8217;altra parte, pur nella sua apertura di fondo, Pio XII si appella alla cautela degli studiosi; l&#8217;enciclica contiene infatti l&#8217;invito a produrre nuove edizioni scientifiche del Testo Sacro pur mantenendo nei suoi confronti «somma riverenza». Si tratta, come evidenzia Canfora, di una posizione assurda e insensata, dacché inconciliabile colla pur invocata «rigorosa osservanza di tutte le leggi della critica». Ciò equivarrebbe infatti ad ammettere che “un testo affidabile di Platone possano darlo soltanto dei platonici puri e graniticamente fedeli al &#8220;verbo&#8221; del maestro (ammesso comunque che tale verbo esista già preconfezionato, prima del necessario, lunghissimo, imprevedibile, lavorio critico)”. Questo non-senso nasce dalla convinzione, mai messa in discussione, che i testi inclusi nel canone cattolico – e solo quelli – contengano la verità, una verità «precostituita e testualmente compiuta prima della ricostruzione del testo». L&#8217;apparente apertura rivoluzionaria del Vaticano tradisce, quindi, un certo conservatorismo, nell&#8217;incapacità di accettare fino in fondo l&#8217;idea che «il testo della Scrittura va letto (e criticato) per quello che letteralmente dice, mentre la sua difesa di principio può condursi solo sul piano della &#8220;fede&#8221;».</p>
<p>Il volume di Canfora costituisce, in conclusione, un elogio della filologia, considerata come un antidoto al dogmatismo e all&#8217;oscurantismo e come fondamento della libertà di pensiero.</p>
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