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	<title>Lucio Angelini &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Editor e autori (non il solito pippone)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Oct 2013 06:27:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alice di stefano]]></category>
		<category><![CDATA[Lucio Angelini]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[(L&#8217;intrepido Lucio Angelini ha letto Publisher di Alice Di Stefano, editor con cui in passato ha avuto contatti professionali. Ecco la recensione &#8211; JR) Basta con gli autori! che siano gli editor d’ora in poi a firmare i libri! &#8211; Flavio Santi in Diamo tutto il potere agli editor di Lucio Angelini A) Lette le [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(L&#8217;intrepido Lucio Angelini ha letto <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8864116346/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8864116346&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Publisher</a> di Alice Di Stefano, editor con cui in passato ha avuto <a title="Cazzeggi Letterari: l'editor invasivo" href="http://lucioangelini.wordpress.com/2011/03/14/nuovi-flagelli-delleditoria-leditor-iper-invasivo/" target="_blank">contatti</a> professionali. Ecco la recensione &#8211; JR)</p>
<blockquote><p>Basta con gli autori! che siano gli editor d’ora in poi a firmare i libri! &#8211; Flavio Santi in <a title="Flavio Santi su Nazione Indiana" href="https://www.nazioneindiana.com/2007/04/14/diamo-tutto-il-potere-agli-editor/">Diamo tutto il potere agli editor</a></p></blockquote>
<p>di <a title="cazzeggi letterari" href="http://lucioangelini.wordpress.com" target="_blank">Lucio Angelini</a></p>
<p>A) Lette le prime 50 pagine di &#8220;<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8864116346/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8864116346&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Publisher</a>&#8220;, il libro in cui Alice Di Stefano racconta suo marito Elido Fazi. Riassumo: Alice, già abituata a frequenti (quanto astrusi) cambi di partner (il solito barista, chauffer o al massimo skipper) viene invitata niente popò di meno che da Elido Fazi, editore conosciuto allo Strega, a raggiungerlo in India. Lei gli fa presente di non potersi permettere il biglietto e lui le manda un SMS con l&#8217;indirizzo dell&#8217;agenzia in cui ritirarlo aggratis. Alice esegue &#8220;in puro Cenerentola style&#8221; e i due scorrazzano per l&#8217;India (nell&#8217;incipit finanche in un atollo delle Maldive). In linea di massima fanno cose normalissime, a parte una cacata di Elido in un vaso prezioso in una suggestiva dimora-albergo (quando scappa, scappa!). Alice scopre piccoli episodi di tirchieria di Elido con i ragazzi dei tuc tuc (magari dopo aver pagato conti per migliaia di dollari in hotel e ristoranti per turisti), ma è soddisfatta delle scopate con lui (fra cui una nel deserto, tra rumorosi ventilatori a pale). Che dire? Alice non è Chatwin, forse nemmeno Francesca Pascale, ma vi informerò sul senso del libro nelle puntate successive, ammesso che lo trovi.</p>
<p>B) Terminato a fatica &#8220;Publisher&#8221;, il libro in cui Alice Di Stefano cerca di trasformare il marito editore in un personaggio romanzesco di grande spessore (in effetti nelle ultime pagine si ammette che un po&#8217; di pancetta post-matrimoniale a Elido è spuntata), ricostruendone infanzia marchigiana, adolescenza, giovinezza, maturità e incipiente senescenza con fin troppi dettagli (solo quelli dei cibi ingurgitati dalla coppia occupano un buon quinto del libro). Accanto al ritratto di Elido, vengono tratteggiate anche le figure di vari personaggi di contorno, tra cui quelle degli amici del cuore di Elido. Particolarmente detestabile e tediosa risulta, fra tutte, la figura di Valentino Zeichen. Alice non scrive male, ma come editor si è lasciata sfuggire un &#8220;gli&#8221; al posto di &#8220;le&#8221; (pag. 94) (&#8220;lui gli [ad Alice] aveva detto&#8221;), l&#8217;espressione &#8220;ricerca di cineserie&#8221; nel corso di un viaggio in Giappone (p.137) e altre imprecisioni.</p>
<p>Spesso si ha la sensazione di essere capitati nelle &#8220;<a href=" http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Pagine_promozionali_o_celebrative" target="_blank">Pagine promozionali e celebrative</a>&#8221; di Wikipedia, da cui cito:</p>
<blockquote><p>Esempio di pagina promozionale o celebrativa<br />
&#8220;Sigismondo Barillacqua della Verdesca (Castiglion della Pescaia, 25 dicembre 1985) è un cuoco di Canicattì. Dopo il diploma in ragioneria si iscrive alla facoltà di biologia marina dell&#8217;università di Reykjavík, senza terminare gli studi. Sposato con la signora Marinella Fontanabuona de Rimboldi, fra le sue passioni vi sono il curling e la lippa. Da bambino sognava di diventare astronauta, ma ora il suo più grande desiderio è quello di fare lo scrittore di manuali di elettrotecnica.&#8221;<br />
Cosa c&#8217;è di sbagliato in questo testo?<br />
Ovviamente nulla di personale contro l&#8217;esimio signor Barillacqua, ma è evidente che questa pagina non può rivestire alcun particolare interesse né utilità per un&#8217;enciclopedia come Wikipedia. Il tono di per sé è formalmente corretto e non presenta promozioni evidenti, ma è l&#8217;esistenza della voce stessa a essere promozionale: non indicando alcuna attività degna di nota svolta dal personaggio e non specificando perciò per quale motivo egli dovrebbe avere una voce tutta per sé.&#8221;</p></blockquote>
<p>In PUBLISHER vengono rievocati eventi editoriali come la pubblicazione del seminale &#8220;Cento colpi di spazzola&#8221;:</p>
<blockquote><p>&#8220;Con la scelta di pubblicare il diario di una sedicenne in cerca di sé (.) il Publisher aveva fatto bingo. Grazie a quel romanzetto cochon e a distanza di poco tempo dalla sua fondazione. la casa editrice aveva spiccato il volo scalando ogni classifica e vendendo più di un milione di copie nel giro di pochissimi mesi. In quel turbinio di emozioni difficile da gestire, l&#8217;ormai Publisher a pieno titolo aveva perso la testa e persino suo figlio, Thomas, aveva un po&#8217; sbandato con la bella pensata di innamorarsi di Melissa&#8221;</p></blockquote>
<p>e naturalmente il lancio dei noti romanzetti seriali sui vampiri.</p>
<p>È nel corso di una convention della GD (Grande Distribuzione) a Portofino che Alice, ormai promossa dal fido Elido editor-in-chief della Fazi, prende la parola. A tal proposito la Di Stefano non manca di ricordare che</p>
<blockquote><p>&#8220;per accedere alla grande distribuzione occorre avere libri che vendono davvero. non per niente, gli unici autori invitati a Portofino sono tutti ex cantanti datisi all&#8217;autobiografia, attori, attrici, giornalisti TV, comici i cui brevi interventi durante la cena costituiscono degli sketch fenomenali e tuttavia pericolosi, visto che se sbagli una parola ti sei giocato tutto, altro che RAI. &#8220;</p></blockquote>
<p>Quell&#8217;anno a presentare il frutto delle loro fatiche c&#8217;erano niente popò di meno che Geppi Cucciari e Nada. e per la parvenue Alice, quella mattina, era stato un po&#8217; &#8220;come entrare a Cartoonia.&#8221;</p>
<p>Publisher e editor, nel romanzo, non tubano soltanto, ma litigano anche. Per esempio a p. 136 lui le dice:</p>
<blockquote><p>&#8220;Tesoro, smettila di parlare a vanvera e dedicati all&#8217;unica cosa che sai fare&#8221;. Seguono propedeutici strofinamenti sui divanetti e scopata finale.<br />
Epperò: &#8220;dopo quasi un anno di rapporti pluriquotidiani, triplette, terzetti e scambi di coppia, lui, già a settembre, le dice: &#8216;Ormai anche il sesso tra noi non va&#8217;.&#8221;</p></blockquote>
<p>Come viaggiatori, sono mossi più che altro dalla ricerca di ristoranti e alberghi in cui spendere tantissimo ottenendo pochissimo.<br />
Il capitolo più divertente è &#8220;Io sono Keats&#8221;, dove non è chi non convenga con Alice:</p>
<blockquote><p>&#8220;Fazi si sente John Keats, artista visionario di cui dice di aver capito quasi tutto e di cui si reputa l&#8217;assoluta, perfetta incarnazione. In realtà, i due in comune hanno solo le umili origini. &#8220;</p></blockquote>
<p>Ma l&#8217;autrice non si perita di trovargli un&#8217;attenuante:</p>
<blockquote><p>&#8220;La passione per i versi era nata durante l&#8217;università, per contrasto con la facoltà scientifica prescelta e per riscattare forse il suo passato a Quintodecimo. Nei paeselli, da sempre, i versi rappresentano il simbolo di una vita agiata, trascorsa a non far niente, sempre seduti, al massimo con una penna in mano, esprimendo in solitudine il cosiddetto animo nobile. Comporre rime nel silenzio di una stanza anziché raccogliere pomodori sotto il sole era considerato il vertice cui aspirare fin da piccoli per evitare una vita altrimenti monotona e fastidiosa. Per un ragazzo cresciuto vicino all&#8217;orto, tra i grugniti dei maiali e le grida dei vicini, la poesia era la cosa più distante e perciò la più difficile da ottenere (dopo i soldi).&#8221; (169-170)</p></blockquote>
<p>A pag. 184 c&#8217;è forse il passo che meglio tradisce le segrete molle comportamentali della Di Stefano:</p>
<blockquote><p>&#8220;Alice da piccola giocava a Barbie reginetta del ballo in cui, per aspirare a diventare tale, bisognava mettere insieme vestito, fidanzato, anello e distintivo del circolo (il più difficile da ottenere, per ovvie ragioni di lobby) prima di poter tentare la fortuna ai dadi, fare centro ed essere incoronata unica e assoluta REGINETTA DEL BALLO. &#8220;,</p></blockquote>
<p>cui fa eco, a pag. 240:</p>
<blockquote><p>&#8220;All&#8217;università. era in una situazione che dire difficile era poco. Anche la scorciatoia suggerita da qualcuno, che le aveva consigliato di cedere alle avance dei professori per fare carriera più velocemente, non aveva un granché funzionato: pur avendola perseguita, e a volte anche con gusto, non si era mai ritrovata in cattedra per questo, smuovendo l&#8217;amore gli oceani ma non evidentemente la burocrazia.&#8221;</p></blockquote>
<p>A pag. 294, dopo aver rivangato le trascorse pratiche amorose (per lo più con un &#8220;pubblico di manovali, facchini, idraulici, imbianchini, skipper e persino un pornodivo, icona a livello internazionale&#8221;), aggiunge:</p>
<blockquote><p>&#8220;Da tempo, infatti, a torto o a ragione, Alice sosteneva di essere &#8216;la più grande filosofa del mondo&#8217; nonché l&#8217;unica, infallibile &#8216;dea dell&#8217;amore&#8217;.</p></blockquote>
<p>Gli ultimi due capitoli raccontano, appunto, la capitolazione di Elido di fronte a tanta dea [&#8220;Come ti chiedo in sposa&#8221;] e il ménage vero e proprio [&#8220;Fazi marito perfetto&#8221;].</p>
<p>P.S. Riguardo al senso complessivo del libro&#8230; be&#8217;, posso dire che esso è chiaro almeno per Elido: dopo il libro di <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B006FYKLTA/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B006FYKLTA&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Cesarina</a> <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B006G8JVPU/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B006G8JVPU&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Vighy</a>, madre di Alice, e quello di <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00671ABIW/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00671ABIW&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Melissa</a>, morosa del figlio di Fazi, un libro della moglie ci stava.</p>
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		<title>Jorge Luis Borges racconta il libro &#8220;Il nome giusto&#8221; di Sergio Garufi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Aug 2011 10:12:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Lucio Angelini]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[satira]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>
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					<description><![CDATA[[Sergio Garufi ha pubblicato finalmente un romanzo: Il nome giusto, Ponte alle Grazie, 2011 &#8211; disponibile stampato ( €16 meno 10-40% sconti) e in ebook (purtroppo con DRM €11,99). Lucio Angelini, suo scanzonato ammiratore, ne ha scritto una recensione &#8211; JR] di Lucio Angelini La prima volta che incontrai Garufi fu a Venezia, all’Hotel Londra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8862203578/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8862203578&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-45545" alt="41qwqtIuZBL._SL500_AA300_" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/41qwqtIuZBL._SL500_AA300_.jpg" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/41qwqtIuZBL._SL500_AA300_.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/41qwqtIuZBL._SL500_AA300_-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/41qwqtIuZBL._SL500_AA300_-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>[Sergio Garufi ha pubblicato finalmente un romanzo: <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8862203578/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8862203578&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><em>Il nome giusto</em></a>, Ponte alle Grazie, 2011 &#8211; disponibile stampato ( €16 meno 10-40% sconti) e in ebook (purtroppo con DRM €11,99). Lucio Angelini, suo scanzonato ammiratore, ne ha scritto una recensione &#8211; JR]</p>
<p><strong>di Lucio Angelini</strong></p>
<p>La prima volta che incontrai Garufi fu a Venezia, all’Hotel Londra Palace. Si era spacciato al telefono per un laureando alle prese con una tesi su di me, ma nessuno gli aveva creduto e non gli era stato accordato alcun appuntamento. Lui si presentò lo stesso alla reception alle nove di mattina. Maria Kodama, la mia segretaria, scese garbatamente contrariata e gli concesse di parlare con me giusto il tempo della colazione. Un inserviente lo accompagnò fin sulla soglia della mia camera, dove si arrestò “come davanti a una ierofania” (avrebbe raccontato in seguito in giro per la rete), e io lo accolsi declamando i versi dell’inferno dantesco: “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”, seguiti da un paio di spettacolari ipallagi virgiliane. <span id="more-39905"></span>Volevo fargli capire che consideravo la letteratura solo un adorcismo e lui reagì tentando di stupirmi con una tautologia del tipo: “Sì, sì, la letteratura è davvero l’unico modo che abbiamo per interloquire con le furie che ci tormentano.” Ciò non toglie che all’ammirazione entusiasta per la grande letteratura italiana, in me si accompagnasse spesso un sentimento di prevenzione verso gli italiani, con ogni probabilità derivato dalla loro massiccia emigrazione in Argentina nei primi anni del Novecento. Negli anni Venti un’intera metà degli abitanti del mio paese era italiana, e a Buenos Aires ebbi modo di constatare di persona la volgarità, l’esibizionismo e la vuota retorica dannunziana della componente italica della popolazione portegna.</p>
<p>Sia come sia, ero perfettamente consapevole dell’evocatività della mia figura di “veggente cieco”, di “Omero del XX secolo”, oltre che del fatto che Garufi vedesse in me il perfetto <em>homme de verre </em>di<em> </em>Paul Valery, qualcuno che a forza di rispecchiare il mondo aveva smarrito la propria identità invece di acquistarla. Quello che non immaginavo era che quel titubante novizio dello <em>stalking</em> si sarebbe fatto via via più sfrontato, perseverando in sempre più imbarazzanti garufofanie fino alla mia morte. Anzi no, nemmeno solo fino a quella, come spiegherò fra poco. Insomma, dopo Venezia, non ebbi più tregua. Ogni volta che mi capitava di passare dall’Italia, Garufi non perdeva occasione di spuntarmi al fianco come un Gabriele Paolini ante litteram* (<em>*il noto disturbatore dei collegamenti live dei telegiornali, N.d.r.</em>). Dopo Venezia ci furono Volterra, Roma e Senago, alla corte dell’ineffabile Verdiglione, una sorta di Alfonso Luigi Marra dell’epoca. Garufi protundeva le labbra a canotto e sillabava chiaro e forte il suo nome, sperando di riuscire a imprimermelo in maniera indelebile nella mente: “Sono Seeer-giooo Gaaa-ruuu-fiii, si ricorda di me?”. Da un lato era vero che in quel periodo mi divertivo a donarmi al pubblico in una sorte di dolce chenosi (l’atto di svuotamento a un tempo ludico e sacrificale con cui noi grandi accettiamo a volte di consegnarci alla tirannia degli altri fino a reificarci e ad abdicare a noi stessi), dall’altro cominciavo ad averne piene le scatole. L’ultima volta capitò a Milano nell’autunno del 1985, all’Università Statale. Il mio giovane tormentatore si era tirato dietro anche diversi amici e persino suo padre, cui non pareva vero di poter controllare da vicino (per poi eventualmente sminuire) l’idolo cieco del figlio. Poco prima dell’inizio del mio discorso, Garufi si materializzò sul palco scandendo come al solito: “So-no Seeer-giooo Gaaa-ruuu-fiii, si ricorda di me?”. “E come no!”, risposi garbatamente contrariato. “Ti ho riconosciuto dalla voce. Sei lo Sgarufone della mini-serie webbica ‘<em>Iooooo e Borges</em>’.”</p>
<p>Al termine della conferenza il mio adoratore abbracciò quanti più personaggi eminenti gli riuscì, impaziente di dimostrare al mondo la propria appartenenza a un giro tanto elevato. Fra questi anche il professor Paoli della facoltà di Magistero a Firenze, con il quale, sempre sulla pretestuosa base di una comune passione per me, era riuscito a imbastire una sorta di utile intesa. Gli presentò suo padre e dietro suo invito ci recammo insieme in un ristorante di corso Venezia. Maria Kodama, che aveva un impegno da sbrigare, approfittò dell’occasione per affidarmi al loro gruppo per il tempo della cena. Volete sapere come andò? Il padre di Garufi mi ascoltò in silenzio, Paoli mi interrogò sulle influenze dantesche nelle biografie compendiose (che palle!) e Garufi junior, da par suo, declamò delle osservazioni imparate a memoria su alcuni passi del racconto <em>La morte e la bussola.</em> Gli interessava, precisò, la simbologia equivoca del triangolo che sdoppiandosi diventa un rombo, e in particolare l’alternativa tra i segni del 3 e del 4, tanto più che la situazione stessa pareva quasi suggerirglielo: noi commensali eravamo quattro, ma quelli attivi solo tre, visto che suo padre pareva già altrove. Risposi in modo garbatamente evasivo, ribadendo che in arte l’ambiguità è una ricchezza, e l’autore deve limitarsi a dar forma a un labirinto in cui il lettore possa smarrirsi, dopo averlo decifrato. (“Ciapa!”, sbottai mentalmente in perfetto dialetto veneziano.)</p>
<p>Per mia sfortuna non riuscii nemmeno a finire il risotto in bianco, tante erano le questioni sulle quali venivo incalzato a oracolare. Garufi junior, per lusingarmi, insisteva affinché parlassi soltanto dei miei libri, ma a un certo punto decisi di arginarlo dicendogli che secondo me leggeva “<em>demasiado Borges</em>”, quando c’erano in giro dozzine di altri autori senz’altro più interessanti di me.</p>
<p>Al ritorno di Maria, ci congedammo dandoci appuntamento per il giugno dell’anno seguente, il 1986, a Firenze, dove avrei dovuto inaugurare il Nono congresso mondiale dei poeti. All’appuntamento, come è noto, mancai di presentarmi, perché mi capitò di morire a Ginevra proprio pochi giorni prima del convegno per un cancro al fegato. In compenso il mio decesso consentì a Garufi di millantare la nostra amicizia in rete senza più tema di essere smentito da chicchessia. In più occasioni, anzi, tenne a sottolineare che dei commensali della serata milanese era sopravvissuto lui solo (quando si dice “portare sfiga”…!). Morendo, ero convinto di essermi liberato di lui quando, proprio di recente, il mio fantasma è stato avvicinato da uno strano emissario uscito fresco fresco dalle pagine del libro <em>Il nome giusto</em>, Ponte alle Grazie editore. L’autore?&#8230; Lasciate che vi racconti.</p>
<p>“Sono l’io narrante del romanzo di Seeer-giooo Gaaa-ruuu-fiii”, esordì.</p>
<p>“Oh nooo!”, esclamai garbatamente contrariato. “Persino <em>qua</em> nell’adilà? Mamma mia che castigo, questo della memoria che non consente ai defunti di dissolversi nel nulla finché qualcuno dei vivi si ricorda di lui!”</p>
<p>“ ‘<em>Uno stalker è uno stalker è uno stalker…</em>’ “, salmodiò il fantasma, adattando alla bisogna il noto refrain sulla rosa della povera Gertrude Stein.</p>
<p>“Certo, ma tu non sei un fantasma vero. Sei un fantasma letterario… non sono mica cieco, sai? O meglio, lo sono stato in vita, ma adesso che sono morto ho recuperato appieno la capacità di osservare. So che negli ultimi anni, in Italia, l’espediente di ricorrere al Fantasma Narrante (o “Morto che parla”, come lo chiama Alfio Squillaci nel blog <em>La poesia e lo Spirito</em>) è diventato un abusatissimo vezzo letterario. L’ha utilizzato persino Marco Mancassola nel suo ultimo libro. In realtà si vuole solo recuperare il punto di vista del caro vecchio Narratore Onnisciente, capace di leggere nella mente e nel cuore di tutti i personaggi.”</p>
<p>“Ma la mia funzione è diversa!”, protestò il molestatore. “È proprio attraverso la mia figura, infatti, capace di vagabondare in morte così come ha vagabondato in vita, che Garufi ha potuto cucire insieme gli appunti accumulati in decenni di trascrizioni dalle opere letterarie più disparate in un sorprendente arazzo-patchwork narrativo.”</p>
<p>“Ah sì? E che sviluppi si è inventato, di grazia, il tapino?”, domandai fintamente incuriosito.</p>
<p>“Ha immaginato che il protagonista del suo libro, un forte lettore senza arte né parte, ma dotato di una biblioteca ricca di ben 2500 titoli, muoia sulle strisce pedonali di una strada romana travolto da una grossa macchina marrone.”</p>
<p>“Originale trovata, non c’è che dire. Mi riferisco al colore marrone della macchina, naturalmente”, sbadigliai. “Che altro c’è di rilevante?”</p>
<p>“Che al termine del suo funerale sua sorella Giulia vende in blocco tutti i suoi libri a un rigattiere per cinquecento euro. Duemilacinquecento libri per appena cinquecento euro, capisci? Venti centesimi ciascuno, quando almeno due di essi, l’edizione originale delle <em>Bagatelle per un massacro </em>e il numero di ottobre 1913 della rivista <em>Der Anfang</em>, valevano da soli molto di più, come lamenta il protagonista a pagina 18.”</p>
<p>“Che aveva di tanto speciale quel numero di <em>Der Anfang</em>?”</p>
<p>“Era la rivista letteraria sulla quale erano apparsi i primi articoli di Walter Benjamin sotto lo pseudonimo ‘Ardor’. Quel numero era una delle gemme della biblioteca appena (s)venduta.”</p>
<p>“Be’, non esattamente un affare, in tal caso, per sua sorella Giulia.”</p>
<p>“E ancora meno per il rigattiere, se per questo, visto che a un certo punto fallisce ed è costretto a mandare al macero l’intero magazzino.”</p>
<p>“Una doppia tragedia, dunque. La morte dell’ex proprietario dei libri, e il successivo spappolamento dei libri stessi. Un’agnizione finale davvero risolutiva, capace di stringere gli eventi in un unico nodo indissolubile.”</p>
<p>“A dire il vero il libro <em>comincia</em> con il protagonista che muore.”</p>
<p>“In che senso?”</p>
<p>“Nel senso che è proprio all’inizio del libro che il protagonista viene raccolto sull’asfalto della circonvallazione in corrispondenza del bilocale da lui condiviso con un certo Vito, un bizzarro maestro di canto con la mania di imporre ai propri allievi canzoni dai titoli straziantemente allusivi: <em>Love is a losing game </em>di Amy Winehouse, <em>The First Cut Is the Deepest</em> e via discorrendo.”</p>
<p>“Sì, certo, la prima ferita è la più profonda. Ma tornando all’invenduto da destinare al macero, non è un mistero per nessuno che l’editoria italiana versi, politraumatizzata, in condizioni di completa asistolia, con midriadi fissa, assenza dei parametri vitali e del riflesso corneale.”</p>
<p>“Speriamo che almeno la generazione TQ riesca a escogitare qualche via d’uscita dalla crisi.”</p>
<p>L’accenno ai Trenta-Quaranta mi strappò solo uno scettico “Figuriamoci!”.</p>
<p>“Non proprio <em>tutti</em> i libri del defunto, a dire il vero, finirono al macero”, riprese il mio interlocutore. “Qualcuno di essi venne acquistato da clienti di cui il fantasma, nel romanzo, segue gli spostamenti e i casi, ma solo per evidenziare di rimbalzo certi importanti episodi personali: casi, o cazzi, e scazzi di un’intera vita, modalità del decesso comprese.”</p>
<p>“Che succede, esattamente?”</p>
<p>“La vittima della strada vola in aria e ricade a terra a faccia in giù, in una pozza di sangue. Quando viene recuperato è ormai politraumatizzato e in condizioni di completa asistolia. L’esame obiettivo rileva lo sfondamento della parete anteriore del torace, la midriadi fissa, l’assenza dei parametri vitali e del riflesso corneale…”</p>
<p>“Tralasciamo pure questi inutili gergalismi macabri.”</p>
<p>“Sai bene quanto Garufi tenga alla precisione terminologica!”</p>
<p>“Eccerto. Ricordo come tentasse di impressionarmi, nei nostri sporadici incontri, sparandomi addosso le parole o le espressioni italiane più ostiche e inconsuete, che andava a scovare chissà dove: anosmico, bruxismo, siliquastro, cella ialina, flusso banausico… ”</p>
<p>“Be’, a pagina 117 del suo romanzo c’è una spiegazione per tutto questo: ‘Il mio mappamondo era il dizionario, che scorrevo con golosità a caccia di parole ricercate. Scoprirle e usare un lessico forbito mi dava un grande piacere, ma facevo la figura del saccente e mi rendevo antipatico ai miei coetanei.’”</p>
<p>“Torniamo al plot, se ti va.”</p>
<p>“Come causa di morte, per il nostro pedone travolto, l’autore immagina che gli venga decretata la rottura dell’aorta ascendente con spandimento emorragico in mediastino. E bada che nell’impatto col terreno l’insegna luminosa della farmacia segna una data e un’ora precise: le 20.01 del 29 settembre 2010, la vigilia del suo quarantottesimo compleanno.”</p>
<p>“A occhio e croce mi pare di poter già cogliere almeno un paio di riferimenti culturali importanti: <em>29 Settembre</em> dell’Equipe 84 e il film <em>Fantasmi a Roma</em>, di Antonio Pietrangeli.”</p>
<p>“Non credo che Garufi abbia visto quel film. So, in compenso, che davanti a quel referto autoptico redatto in stile così gelido e neutrale, il fantasma onnisciente, cioè io, prende una decisione di grande impatto narrativo: si incarica di <em>raccontare l’inespresso</em>, ovvero tutto ciò che il laconico referto tace della vita della povera vittima della strada: volti, paesaggi e situazioni immagazzinati negli anni. Ed è così che il romanzo decolla.”</p>
<p>“Vaiiiiiii con l’autobiografia, dunque!”</p>
<p>“La prima cosa che il fantasma si preoccupa di puntualizzare è che mai si sarebbe aspettato che l’aldilà fosse esattamente il di qua, ovvero lo stesso mondo che aveva conosciuto da vivo, benché più freddo e indifferente di prima.”</p>
<p>“Temo di saperne qualcosa.”</p>
<p>“Da un lato il defunto si accorge di non essere più lo stesso: non può toccare, sentire i rumori, gli odori, i sapori. Dall’altro può continuare a muoversi, guardare e registrare il flusso della vita che procede imperterrito. Ma il suo sospetto più atroce è che la condizione dell’immediato post mortem sia tutt’altro che definitiva.”</p>
<p>“In che senso?”</p>
<p>“Nel senso che ha l’impressione di essere caduto dalla padella nella brace, ovvero solo in uno stadio di mera attesa della fine <em>vera</em>.”</p>
<p>“… che arriverebbe quando, allora?”</p>
<p>“Quando più nessun vivente potrà ricordarsi del defunto. Fino a quel momento la sua condanna è continuare a vagare tra le distese sterminate del <em>non ancora</em> e del <em>non più</em>, solo che il non ancora si riferisce alla morte e il non più alla vita: una falla temporale tra due vacuità.”</p>
<p>“Vuoi dire che l’inferno, per Garufi, sarebbe la memoria?”</p>
<p>“Esattamente. La vera morte è il congedo definitivo dai pensieri degli altri, ‘una sorta di contrappasso ironico &#8211; sottolinea a pagina 12 &#8211; all’imperativo del successo, che istiga a rincorrere la fama e bolla l’anonimato come la peggiore delle infamie’. Finché sarà ricordato, il fantasma dovrà a sua volta ricordare, riflettendo sugli errori commessi, su ciò che sarebbe potuto essere e non fu. A meno che, come Garufi precisa a pagina 34, non esista una memoria dell’universo che ci condanna tutti.”</p>
<p>“In tal caso starei proprio fresco”, sospirai. “Per noi mostri sacri non c’è speranza di essere dimenticati definitivamente. Le nostre opere vengono stampate e ristampate nei secoli, e noi di conseguenza costretti a vivere <em>sub specie aeternitatis</em>. Un calvario davvero interminabile. Bella fregatura!<em>”</em></p>
<p>“Nel negozio di libri usati sono raccolti i <em>fratelli d’inchiostro</em> del protagonista, gli amatissimi libri che lo avevano seguito nei vari traslochi, sopravvivendo ai rovesci del caso, solo che adesso non può più riprenderli in mano. Deve limitarsi a osservare chi lo fa.”</p>
<p>“E <em>chi</em> lo fa?”</p>
<p>“Una tisaniera, per esempio. Si compra l’<em>Obituario</em> monzese, una sorta di laica litanomia di nomi preceduti sempre dalla O di Obiit, ossia ‘morì’. Il protagonista lo scovò raggiante nella libreria cattolica di Monza e si sorprese grandemente alla scritta ‘Morì Ognibene’, come se quel lutto privato assurgesse a simbolo universale, l’annuncio di un’apocalisse morale imminente.”</p>
<p>“Quali altri libri vede passare di mano in mano, o meglio: dalle mani del rigattiere a quelle di qualche sconosciuto cliente?”</p>
<p>“La monografia su Caravaggio di Mia Cinotti, per esempio. I quattro volumi dello <em>Zibaldone </em>di Leopardi; il libro sulle <em>Annunciazioni</em> della Phaidon, che registra le infinite varianti dello stesso soggetto, quello dell’angelo che visita Maria e le predice che diventerà madre, a dimostrazione che in arte lo stile è tutto, e che il medesimo argomento può essere declinato in mille forme diverse. Era stata la zia Salud a donargli quel libro. Salud era la sorella maggiore di sua madre, ‘crisalide che non diventò mai farfalla’, ‘Madonna senza angelo né annunciazione’, mentre Anna, la sua ultima fidanzata, a pag. 72 è definita ‘una Maria che non si rassegnò all’assenza dell’angelo, il suo annuncio lo pretese, e se lo andò a cercare in capo al mondo’. Ci sono poi il catalogo su Igor Mitoraj; Ashbery e i versi malinconici di <em>Self-Portrait in a Convex Mirror</em>; <em>La scopa del sistema</em> di David Forster Wallace, i <em>Diari</em> di Kafka, <em>Le cose fondamentali</em> di Tiziano Scarpa, il catalogo di Christian Boltanski rubato all’inaugurazione della mostra sull’artista francese tenutasi al Pac di Milano nella primavera del 2005: ‘Non mi sentivo in colpa’, precisa l’io narrante a pagina 168. ‘Pensavo che i libri andassero dati gratuitamente a chi dimostrava di leggerli davvero’. E poi il <em>Libro di spese diverse</em> di Lorenzo Lotto, una sorta di autobiografia in cifre, il bilancio di una vita sfortunata in cui l’artista veneto segnava i propri debiti e crediti come fossero categorie dello spirito. ‘È tutta lì, la storia di un uomo: entrate e uscite, quanto ha dato e quanto ha ricevuto. Il saldo è il suo ritratto impietoso’, commenta il protagonista a pagina 189. E in effetti Lorenzo Lotto, da vecchio, dopo mille rifiuti, tirò le somme e capitolò, facendosi oblato della Santa Casa di Loreto. Un altro libro che viene venduto è <em>Table talk</em> di Samuel Taylor Coleridge. Poi ancora <em>Ricordi dal sottosuolo</em> di Dostoevskij<em>; Favole della vita,</em> di Peter Altenberg…”</p>
<p>“Non stai dimenticando qualcuno?”</p>
<p>“Ah, sì, scusami. Jorge Luis Borges! Il cofanetto con i <em>tuoi</em> due meridiani, per la precisione. Sergio Garufi si inchinava sui tuoi testi come un aruspice sulle interiora, se posso usare una sua similitudine.”</p>
<p>“La conosco bene. ‘C<em>ome un aruspice sulle interiora’</em> è una delle sue similitudini predilette. Ricordo che nel 2006, per celebrare il ventennale della mia morte su <em>Stilos</em>, scrisse addirittura ‘come un aruspice sulle <em>proprie</em> interiora’, magari esagerando un tantino, non trovi?”</p>
<p>“Nella mostra di Boltanski al Pac di Milano c’erano appesi diversi cartelli dal formato di targhe d’auto ma dal contenuto delle lapidi, con due date separate da un esile trattino e prive di nomi, perché solo <em>nessuno </em>può rappresentare <em>ognuno</em>. ‘In quel piccolo segmento &#8211; scrive Garufi &#8211; si compendiava il <em>punto acerbo che di vita ebbe nome</em>, si consumava l’istante di luce sospeso fra due eternità di tenebra: le vacuità di cui sopra, appunto. Ecco, magari l’idea di un limbo che non sia né vita né morte, ma solo attesa ed esclusione, gli venne proprio da quella mostra. Non appartenere a questo mondo e neppure all’altro. Essere degli apolidi del destino.”</p>
<p>“Quali sono, secondo te, i temi più interessanti del libro?”</p>
<p>“Quello del suicidio, <em>in primis</em>, così caro e familiare a Garufi, figlio di un padre suicida. Racconta, infatti, a pagina 118: ‘Solo da adulto scoprii che Salgari si era suicidato e che entrambi, alla stessa età, avevamo avuto un padre che si era tolto la vita. Salgari apparteneva addirittura a una dinastia di suicidi: tre generazioni consecutive. Suo padre Luigi, lui e i suoi figli Romero e Omar. La notizia mi allarmò, come se si trattasse di una tara genetica, qualcosa di ereditario e ineluttabile, a tal punto che sulla base della sua esperienza calcolai quando sarei diventato padre, quando mi sarei ucciso e quando sarebbe morto mio figlio. Pensai persino che non procreare fosse l’unico modo per spezzare quella catena del destino’. E a pagina 104: ‘In seconda elementare, con quasi tutti i voti eccellenti, mi capitò di prendere zero. Successe che consegnai in bianco un compito in cui si chiedeva di descrivere il colore del carapace di una tartaruga… Tornando a casa la mortificazione fu tale che, cercando a tutti i costi il lato positivo della disgrazia, pensai seriamente: «Va be’, alla peggio mi ammazzo». Naturalmente sul tema del suicidio vengono citati anche altri casi celebri: dal suicidio di Mario Monicelli, figlio a sua volta di un suicida (p.36), a quello di David Forster Wallace, che si ammazzò il 12 dicembre 2008 nel patio della sua casa di Claremont, in California. Garufi ne cita l’attacco del racconto <em>Caro vecchio neon</em>: ‘Per tutta la vita sono stato un impostore. E non esagero. Ho praticamente passato tutto il mio tempo a creare un’immagine di me da offrire agli altri. Più che altro <em>per piacere ed essere ammirato</em>’. Come dire che Wallace si sentiva un bluff e scelse il suicidio espiativo per eccellenza, quello più praticato dai detenuti: l’impiccagione. Il suo ‘Mi manca chiunque’, ricordato a pagina 102, può essere interpretato come il disperato appello di un impostore che, dopo una vita di infingimenti, vuole provare il maggior dolore possibile per diventare se stesso nel momento della morte’. Due pagine dopo leggiamo: ‘Anch’io coltivai spesso propositi autodistruttivi… oltre alla convinzione di essere un bluff che prima o poi sarebbe stato scoperto… nel fondo dell’animo di chi è cresciuto a pane e compatimento un tonchio segreto rode incessantemente’. Garufi non manca poi di menzionare Giuda, l’impostore per antonomasia, che s’impiccò a un albero (l’albero di Giuda o ‘siliquastro’?). Ma secondo lui la tecnica con cui uno sceglie di sopprimersi non è mai casuale, e nemmeno dettata unicamente da criteri di efficacia.”</p>
<p>“Da quali criteri, allora?”</p>
<p>“Garufi la considera una firma, un suggello, l’espressione precisa di una personalità. ‘Dimmi come ti ammazzeresti e ti dirò chi sei’, celia a pagina 153, dove leggiamo anche: ‘Mio padre adoperò una pistola perché lo considerava il metodo più virile e onorevole per andarsene’.”</p>
<p>“Che cosa gli era successo di tanto grave?”</p>
<p>“Lo racconta egli stesso nel <em>Diario intimo di L.G., </em>una quindicina di pagine consegnate al figlio prima di spararsi un colpo in testa. In esso Garufi senjor imputa la decisione del suicidio al dolore della separazione, che lo aveva distrutto. Il vedere la famiglia divisa, e il credere che non ci fosse possibilità di ricomporla, gli avevano tolto la voglia di vivere. ‘Da quel giorno’, racconta suo figlio, ‘il <em>Diario intimo di L.G.</em> mi accompagnò in ogni trasloco e giacque intonso dentro una cartelletta per diciannove anni… Soltanto grazie ad Anna compresi che per garantirmi un avvenire dovevo prima chiudere i conti col passato, e che per voltare davvero pagina era necessario rileggere la sua storia e scrivere la mia’. Ed è esattamente la <em>sua</em> storia quella che Garufi è finalmente riuscito a mettere insieme, tessera dopo tessera, in questo straordinario romanzo <em>patchwok</em>.”</p>
<p>“Perché ‘<em>patchwork</em>’?”</p>
<p>“Perché, come Garufi stesso confessa nei ringraziamenti alla fine del libro, si è avvalso di scampoli d’ogni sorta: alcuni di scrittori famosi, altri di talenti sconosciuti. A un certo punto del romanzo ricicla persino la frase centrale del film di culto <em>Into the wild</em> : ‘La felicità è reale solo se condivisa’… <em>Happyness only real when shared</em>. La sua variante, che leggiamo a pagina 74, è: ‘Senza condivisione la felicità è mutila come le sculture di Mitoraj’. Peraltro sono anni che intorno a Garufi girano voci malevole: per esempio che sarebbe affetto da una sorta di vampirismo letterario, che lo porta a carpire frasi degne di nota dovunque gli capiti, o anche a copia-incollarne dal web, in vista di futuri utilizzi. Il protagonista del suo romanzo confessa: ‘A volte mi portavo un taccuino, trascrivevo brandelli di conversazione, facevo il bracconiere di parole’. E a pagina 86: ‘Provavo a giustificare la mia attitudine vampiresca dicendo che l’ispirazione è un fiume con molti affluenti, e che nel linguaggio non si accampano diritti di proprietà’. Ancora, a pagina 94: ‘Scrivendo spesso assemblavo materiali eterogenei. Sapevo riconoscere il bello e dargli forma, come il rapsodo greco, <em>il cucitore di canti</em>, ma non possedevo una fantasia di primo grado ed ero solo un bottegaio della letteratura: capace di confezionare un raccontino da rivista o un elzeviro per un quotidiano’.”</p>
<p>“Si potrebbe obiettare che qualunque scrittore, in un certo senso, è un ‘bracconiere di parole’. Anche Hemingway o Céline orecchiavano le voci della strada. E Dostoevskij. Ma poi rielaboravano a fondo ogni cosa. Davano forma a ciò che non ne aveva.”</p>
<p>“Nel caso di Garufi, però, l’accusa è diversa. Le malelingue sostengono che, quando egli si ricicla uno scritto paro paro, non dà forma a un beato cazzo, visto che la forma c&#8217;è già. Al contrario, sono convinti che la sterilizzi, finendo per degradare il discorso stesso, che viene così privato non solo di qualunque radice psicologico-esistenziale (le parole non nascono sotto i cavoli, dietro di esse ci sono evidentemente una persona, un vissuto, uno sguardo sul mondo!), ma financo di qualunque specifico referente. ‘Tanto in rete contano solo i lustrini’, ironizzano, ‘e l&#8217;effetto di superficie. Suona bene, sembra una roba intelligente?&#8230; e allora bravo Garufi! &#8211; grazie. Splendido Garufi! &#8211; troppo buoni’. Ma per i denigratori di Garufi questo è solo un uso degradato (e sommamente anti-letterario) della parola, la cui funzione si riduce a promuovere il <em>brand</em> ‘Sergio Garufi’. Ma quale rapsodo greco!, protestano. D&#8217;altronde, il rapsodo Garufi si è sempre guardato bene dal farsi anonimo ‘cucitore’. Aspirando al più gratificante status di ‘noto stilista’, ha pisciato la sua griffe ovunque, anche in icl, dove tutti ricordano benissimo la sua allergia al nick. Per un certo periodo, dopo che qualcuno lo aveva importunato a domicilio, si costrinse al monogramma (sg), ma durò poco. Presto fece trionfale ritorno al nome per esteso, persuaso che l&#8217;affermazione del prezioso marchio valesse bene qualche seccatura. Forse l’episodio ricordato a pagina 156, quello svoltosi all’aeroporto di Orio Sul Serio, corrisponde Sul Serio*-° a giochini effettivamente praticati dall’autore nella vita vera, oltre che in letteratura: ‘Mi recai all’ufficio informazioni e dissi che avevo perso di vista un compagno, domandai se potevano chiamarlo con gli altoparlanti e diedi le mie generalità. Dopo tornai a sedermi <em>facendomi cullare dal mio nome che riecheggiava per tutta la hall</em>’. Invece, a dispetto di tutte queste basse insinuazioni, la mia opinione è che proprio con questo libro Garufi abbia dimostrato una volta per tutte l’inconsistenza delle accuse di plagio. Da un lato chiama la propria opera ‘arazzo <em>patchwork</em>’, <em> </em>costituito da mille scampoli diversi, dall’altro perviene a un risultato complessivo talmente autonomo, e di una tale scorrevolezza e nitore linguistico, che ‘<em>Il nome giusto</em>’ durerà nel tempo – sono pronto a scommetterci! – , cioè ben oltre il classico <em>espace d’un matin</em> che è la durata media del 99% delle attuali novità librarie. Nel capitolo settimo, peraltro, l’autore narra anche di un altro tipo di <em>patchwork </em>, in quel caso legato al business dell’arredamento, e che gli permise di mettere in piedi un discreto giro d’affari in terra americana. Insomma la tecnica del <em>patchwork</em> pare gli abbia dato già due volte soddisfazione: prima nel campo dei tessuti, poi in quello letterario. Più congeniale di così?”</p>
<p>“Se posso ricondurti sui binari… eravamo partiti dall’analisi del tema del suicidio, e di quello di suo padre in particolare.”</p>
<p>“Ah, sì, scusa. Non solo di suo padre, a dire il vero. Alle pagine 125-126 il protagonista riferisce che era stato molto attratto dal tema del suicidio anche prima che suo padre lo commettesse. ‘Gli autori del Novecento come Vladimir Majakowski, Ernest Hemingway, Virginia Woolf, Paul Celan, Sylvia Plath, Yukio Mishima, Anne Sexton, Sergej Esenin, Marina Cvetaeva, Walter Benjamin, Amelia Rosselli, Antonia Pozzi, Primo Levi, Franco Lucentini e Mia Cinotti ai miei occhi erano ammantati di un’aureola leggendaria, godevano di uno statuto speciale. Della loro fine mi affascinava l’affermazione d’indipendenza, l’atto eroico, l’uomo padrone del proprio destino. Dopo quel 2 settembre cambiai opinione. La storia di mio padre, riassunta in quindici pagine, conteneva un finale a sorpresa. Svelava che un suicida non è il paladino del libero arbitrio e neppure un disertore, il crumiro della specie, bensì un povero cristo costretto a fare una scelta dettata dalla disperazione, dalla solitudine, in certi casi dal rancore. Ci si può uccidere anche per punire chi resta. Per rinsaldare dei rapporti che si erano allentati. Per il desiderio di rimanere vivi, almeno nel ricordo dei propri cari’.”</p>
<p>“Ci sono altri temi importanti, nel libro?”</p>
<p>“Eccome! Quello del rapporto genitori-figli, per esempio: ‘In casa mio padre era il dominus incontrastato. Era un dio che incuteva soggezione, amorevole e tirannico come ogni padreterno, e i padreterni finiscono sempre per generare figli crocefissi’, leggiamo a pagina 103. E a pagina 114: ‘Io sono la dimostrazione che l’eterno regolamento di conti fra genitori e figli prosegue anche oltre la morte, e solo di rado, per brevi attimi fugaci, si compie il miracolo della trasformazione del risentimento nell’oro prezioso della nostalgia’… ‘Dentro di me c’è una vocina disfattista che, a ogni occasione importante, mi ripete lugubremente «Non ce la farai, lascia perdere, è inutile»’. C’è poi il tema delle sindromi che affliggono l’umanità: la sindrome di Turette in un personaggio minore, la sindrome tolemaica in Cinzia (‘era una «ciao come sto», convinta che il mondo le ruotasse intorno), affetta in aggiunta da bruxismo notturno; il ‘complesso della sedia mancante’ (da un appunto del 1911 di Kafka); l’ossessione proctologica di Hieronymus Bosch, nei cui quadri ricorrono culi infilzati dagli oggetti più strani; il ‘demone dell’ analogia’ che non lascia mai in pace lo stesso protagonista: ‘Pensavo a quanto buttarsi nel vuoto somigliasse a un orgasmo: una lunga salita e poi il rapido precipitare’ (p. 232); l’ossessione della paremiologia in sua zia Salud, e soprattutto la ‘sindrome di Pausania’, sempre nel protagonista: la mania di perlustrare il noto, di cercare le infinite sfumature di senso della quotidianità, il punto di congiunzione fra l’assoluto e l’insignificante. ‘Il gusto per l’eccezionale &#8211; puntualizza a pagina 39 &#8211; è il crisma della mediocrità, anche per questo mi piaceva Leopardi’. Tanti documentari su anaconde, aquile reali, squali bianchi, orche marine, tigri, elefanti, giaguari, coccodrilli, pantere, giraffe, piranha, orsi polari, balene, condor, vedove nere… e neppure uno sui passeri! Collegato alle riflessioni sul suicidio, c’è poi il tema del volo, a cominciare da quello degli uccelli migratori di pag. 37, in fuga verso un tempo migliore. Nella casa dell’antiquario che acquista <em>Der Anfang</em> campeggia a parete il fotomontaggio incorniciato ‘<em>Salto nel vuoto’</em> di Yves Klein nel settore dedicato all’arte. ‘Ho sempre trovato di grande intensità poetica quell’immagine’, scrive Garufi a pagina 151. ‘L’espressione felice della posa ginnica che comunica l’<em>amor vacui</em>, l’ambientazione periferica, di una strada qualunque, il passaggio del treno e il ciclista ignaro sullo sfondo, come il simbolo di quanto possa essere desiderabile andarsene nell’indifferenza degli altri, mentre il mondo prosegue la sua corsa, quasi che i folli fossero loro, non chi si butta’. Ma Garufi ricorda anche i tuffi dal trampolino della piscina dell’Hotel Carasco a Lipari, o dallo spuntone di roccia di Valle Muria, col mare profondo e scuro, o dai ponteggi delle cave di pomice alle spiagge bianche. E quando parla di tecniche di suicidio afferma: ‘Per parte mia, ho sempre saputo che sarebbe stato un volo. Il volo è il suicidio degli illusi, dei sognatori. Edoardo Agnelli, quello che nel Lingotto voleva produrre fiori anziché auto, si ammazzò in questo modo, gettandosi da un cavalcavia dell’autostrada Torino-Savona’ (cito da pagina 154). E nel finale: ‘Scavalcai e guardai di sotto. Un tuffo così alto non l’avevo mai fatto, quasi trenta metri. Dovevo lanciarmi un po’ in avanti per evitare i cassonetti e dei panni stesi. Staccai la mano dalla grata, chiusi gli occhi e in quell’istante avvenne il miracolo. Arrivò un altro sms’. Altrove Garufi allude anche alla facilità con cui si può finire ai margini: una malattia invalidante, un lutto improvviso, un fallimento in seguito a una truffa… ‘e la società da martire ti converte in proscritto, diventi un clandestino nella tua stessa patria’… ‘il mondo va avanti e tu non gli stai più dietro. All’inizio arranchi e poi ti fermi sul ciglio della strada e lo vedi allontanarsi, sempre di più, e ti rendi conto che non potrai raggiungerlo’. E che dire della massiccia presenza di cani nel suo libro, peraltro amatissimi anche da Céline? ‘Prima dei miei cani non avevo mai fatto esperienza dell’amore incondizionato’, afferma a pagina 204. Ecco, sì, direi che quello della ricerca di un amore incondizionato è un altro importante tema del libro.”</p>
<p>“Mi incuriosisce il titolo scelto per l’opera del suo debutto: <em>Il nome giusto</em>.”</p>
<p>“La scelta è spiegata a pagina 121, dove viene citata la nota del 1921 di Kafka, mentre era in cura nel Sanatorio di Matliary e corrispondeva con Milena: ‘Si può benissimo pensare che la magnificenza della vita sia pronta intorno a ognuno e in tutta la sua pienezza, ma velata, nel profondo, indivisibile, lontanissima. E però non ostile, non riluttante, non sorda. Se la si chiama con la parola giusta, col <strong>giusto nome</strong>, viene’. Ma sull’importanza dei nomi Garufi torna spesso. Ricordando Nicole, una delle donne importanti della sua vita, per esempio, racconta: ‘Mi rivelò che il suo nome non era Nicole, bensì Melissa. Nicole era il nickname creato apposta per me. Il suo compagno attuale la chiamava Juliette, e quello precedente in un altro modo ancora&#8230; non stava mai più di tre anni con un uomo, poi lo lasciava e cambiava nome e città’. E quando, a pagina 82, Nicole cambia destinazione e amore, il narratore considera: ‘Anche il suo nome era ormai un altro. Giusto quello mi lasciava: il nome’, per poi concludere, a pagina 121: ‘Il fallimento con Nicole dipese dal fatto che quello non era il suo vero nome. L’avevo chiamata col nome sbagliato, e la magia della vita se n’era andata’. C’è poi l’inquieta quarantenne anoressica Enrica a cui da sanyasi, seguace di Osho, viene subito assegnato un nuovo nome: Alima (pace). Parlando delle sue letture di fanciullo, Garufi ricorda: ‘La mia fiaba preferita dei fratelli Grimm era Tremotino, il cui protagonista poteva vivere soltanto finché nessuno conosceva il suo nome’. Altrove insiste sulle diciture riportate nel dorso verde dell’Enciclopedia Larousse , da A-ARVI a Terrad-Z: ‘litania misteriosa, esotico mantra che recitavo come una combinazione in grado di svelarmi l’enigma dell’universo e il mio stesso destino’. Nel cimitero del Verano è affascinato dalla selva di nomi. E ‘<em>Qu’y a- t-il dans un nom</em>?’ è il titolo di una pagina di Le Monde menzionata a proposito della Macedonia e delle rivendicazioni territoriali di Grecia e Turchia sulla stessa. ‘Pensavo che se avessi trovato la <em>parola giusta</em>, Anna mi avrebbe perdonato, perché il punto g delle donne sta nelle orecchie, solo così le si può conquistare. Eppure proprio io, che credevo di saper fare solo quello, ora con le parole non riuscivo a smuoverla di un millimetro’. Importantissimo, infine, il discorso sui libri e sulla scrittura. ‘I libri li respirai ancora prima di leggerli, ma fui l’unico a esserne tanto attratto’. A pagina 41: ‘Mi persuasi che per diventare uno scrittore dovevo essere pubblicato’. Poi capisce che ‘un conto è scrivere, un altro pubblicare, un altro ancora vendere, ma il gradino più alto e impervio consisteva nell’ <em>essere letti</em>, nel trovare qualcuno che prestasse disinteressatamente la propria attenzione per ascoltare ciò che un estraneo aveva da dire’. Quando, a quarantasette anni, il protagonista del romanzo riesce a concludere il progetto più ambizioso della sua vita, la scrittura di un romanzo, si sente prosciugato e invecchiato di vent’anni: ‘La mia immagine ideale era stata sostituita dal ritratto di un vecchio spelacchiato, col segno del piscio nei boxer per la prostatite, il ventre gonfio e la calvizie dei polpacci’ (p. 105). ‘Scrivere dei miei casini mi aveva reso ipersensibile… e mi chiesi se la scrittura non nascesse da un <em>vulnus</em>, dalla mancata elaborazione di un lutto. A cosa allude, se non a quella dolorosa assenza? A cosa cerca disperatamente di <em>assegnare un nome</em>, se non a ciò che non ha più cittadinanza nell’essere, o che non l’ha mai avuta?’. Viene in mente il titolo di una delle canzoni predilette dal maestro di canto Vito: ‘<em>The first cut is the deepest</em>’. A pagina 214 leggiamo: ‘Ero legato ai miei libri, è con loro che starò fino alla fine’. E nella pagina seguente: ‘Quei libri rappresentano la mia ragion d’essere, il mio supplizio, il passato da cui mi sto accomiatando’. Ancora: ‘La mia vera casa stava dov’era la mia biblioteca… da Anna li avrei portati subito, senza esitazioni. Ero convinto che il suo appartamento fosse il loro approdo naturale’. Purtroppo la situazione precipita. ‘Le rogne mi investirono a settembre, finito il libro. L’ansia per il responso degli editor, i dubbi sul mio talento, i timori per il mio avvenire professionale, le piccole discussioni che terminavano con le sollecitazioni a trovarmi un lavoro, le preoccupazioni per i soldi, tutto questo minò le fondamenta della nostra fiducia’…‘Avevo finito i risparmi e la pigione era pagata solo fino a fine mese’. Finalmente l’editor a cui ha sottoposto il manoscritto gli invia una mail in cui lamenta l’assenza di un ‘finale che riannodi tutti i fili’, la ‘zampata risolutiva capace di stringere gli eventi in un unico nodo indissolubile’. È il momento dello scoramento: ‘Pensai di aver sbagliato tutto, di aver dato retta a una stupida fantasia… un relitto d’uomo, un quarantasettenne fallito e privo delle minime credenziali per trovar lavoro’… ‘Mi chiesi se solo chi possedeva un talento avesse diritto a una seconda chance’… ‘Sfogliai i capolavori dei miei coetanei: <em>Le particelle elementari</em>, <em>Infinte Jest</em>, e mi sentii ridicolo’&#8230; ‘Forse i miei guai dipendevano dai libri. Fu nel rapporto con loro che presi coscienza di me, ed era proprio questo a rendermeli insopportabili’… ‘in tutti i traslochi quei maledetti libri avevano rappresentato il fardello maggiore delle mie proprietà, non solo per le quaranta scatole necessarie a contenerli, ma anche per le discussioni con le fidanzate’… ‘Pensai che il mio solo talento era quello di segare i rami su cui ero seduto. Lì sì che ero imbattibile, un fenomeno’… ‘mi sentivo il più disgraziato del mondo’… ‘Non avevo la minima idea di che cazzo fare’. A pagina 230 un dettaglio crudele: gli si stacca una capsula e l’inghiotte. Più tardi caga nel catino di plastica per la roba sporca, sperando di trovarcela. ‘Non venne neppure tanto liquida, e dovetti ravanare a mani nude. Piangevo e bestemmiavo, setacciavo la poltiglia schifosa ma non usciva niente. Ero sopraffatto dalla puzza’. Torna al computer e apre il file del suo libro bisognoso di revisione, ma ormai gli sembra talmente inane e nauseante che non resiste all’impulso di premere ‘elimina’. ‘Troppa sofferenza lì dentro, e rimorsi, e affettazione, e pressapochismo. Mi facevo pena da solo. Basta, mi ero liberato di un incubo. A Roma non ero venuto per Anna o per diventare uno scrittore. Ero venuto a tacermi per iscritto’… ‘D’un tratto, però, passò l’incazzatura, e l’apprensione, e lo scoramento. Fu quando mi decisi per il piano B’… ‘Se non avevo colto le occasioni migliori era inutile recriminare. Era andata così, amen. E comunque, mi restava ancora una via d’uscita onorevole. Ora il come era scontato, si trattava di scegliere il dove’. Pensò di gettarsi dall’alto della palazzina in cui abitava il suo amico Fabio: ‘La mia preoccupazione era di non morire del tutto, come mio padre, di obbligare qualcuno ad assistermi per anni. Ma otto piani bastavano eccome’… ‘Pensai a mio padre… forse sperò fino all’ultimo di essere scoperto… forse s’interrogò sul dolore che ci avrebbe dato, gli dispiacque terribilmente, ma sentì che il suo era insostenibile, come ora stava succedendo a me. È un atto di egoismo e di sopravvivenza, uccidersi, lo si compie quando non si ha altra scelta, senza nemmeno pensarci tanto. <em>Primum perire, deinde philosophari’…‘</em>Accesi un’altra sigaretta, l’ultima. Scorsi il pacchetto di Camel light quasi pieno e pensai che era un peccato buttarlo. Stavo per buttarmi e mi spiaceva buttare un pacchetto di sigarette. Dopo un quarto d’ora mi arrivò un sms. Era la Tim, mi avvertiva che il credito stava per terminare’. Il protagonista pensa ad Anna che l’ha cacciato fuori di casa: ‘Provai a scriverle un biglietto e non mi venivano le parole giuste. Ne avevo dette tante, negli sms che le avevo mandato, ma non era servito a nulla. Poi mi venne in mente Peter Altenberg, e sperai che se ne sarebbe ricordata. L’aveva incuriosita la storia di quello scrittore povero e schivo, che a furia di cercare l’essenziale aveva ridotto le proprie poesie al nome e all’indirizzo della donna amata; così sul biglietto scrissi soltanto «Nell’intestazione della busta per me c’è tutta la poesia del mondo». Glielo spedii assieme a una dozzina di rose rosa.’.”</p>
<p>“E l’espediente funzionò? La letteratura aiutò la vita?”</p>
<p>“Te lo sussurrerò in un orecchio. Non posso ‘spoilerare’, come si dice in rete, anche questo dettaglio agli occhi di chi non ha ancora letto il formidabile libro di Garufi. Ti basti sapere che nella parte finale la narrazione accelera ulteriormente. Il rigattiere Lino affigge il cartello ‘svendo tutto per cessata attività’. L’unico mestiere che sapeva fare non gli dà più da vivere. L’ultimo affare che conclude è con le <em>Bagatelle</em> di Céline, che riesce a vendere a cinquecento euro. Glielo compra una spilungona ossigenata che intende farne un regalo a un ministro di centro destra accusato di corruzione. Poi il magazzino di libri usati chiude definitivamente. Arrivano due ragazzi col furgone a caricare il cartaceo rimasto. Non li inscatolano neppure, i libri superstiti. Li stringono con delle cinghie di plastica e li ammassano insieme. Nel primo deposito la carta da macero è stoccata su delle piattaforme per la prima sommaria selezione. I libri vengono pressati e ridotti in balle, spediti a una cartiera nei pressi dell’Aniene. Le balle vengono frazionate da una tagliatrice e immesse su un nastro trasportatore. Raggiungono un pentolone d’acciaio che li spappola, riducendoli a una pasta collosa semiliquida, che viene addizionata di prodotti disinchiostranti e passa attraverso un epuratore per l’eliminazione degli inquinanti più grossolani. Mediante l’ausilio di agenti chimici flottanti, gli inchiostri affiorano in superficie sotto forma di schiume. La pasta disinchiostrata confluisce in un grande contenitore circolare. È indistinta e candida, pronta per la miscelazione con altre materie prime fibrose…”</p>
<p>“Una metafora potente, direi quasi borgesiana, se mi è consentito di sboronare un po’. Mi ricorda l’incendio della biblioteca e poi dell’intera abbazia del romanzo ‘<em>Il nome della rosa</em>’. Saprai, oltretutto, che il personaggio di Jorge da Burgos, il vecchio monaco cieco spregiatore del riso e dello scherzo, è dichiaratamente ispirato alla mia figura, per ammissione dello stesso Umberto Eco, altro mio ammiratore di vaglia. Onore a Garufi, dunque. Evidentemente la vocina disfattista contro cui ha dovuto lottare fin dalla fanciullezza, quella che a ogni occasione importante continuava a ripetergli: «Non ce la farai, lascia perdere, è inutile», è stata soffocata e vinta per sempre, con questa opera prima. Il brutto anatroccolo si è fatto finalmente cigno. Solo una cosa potrei rimproverargli. Di non aver osato, nel romanzo, andare fino in fondo, spingendo il protagonista, suo evidente alter-ego, a suicidarsi davvero, anziché renderlo vittima di un banalissimo incidente stradale. L’avesse fatto, si sarebbe cautelato per sempre dalla tentazione di ripetere in proprio il gesto di suo padre, come già Salgari. La scrittura, in certi casi, può rivelarsi meravigliosamente terapeutica. Ma voglio fargli comunque un augurio sincero: che possa un giorno oscurare la mia fama, persino alloggiare all’hotel Londra-Palace di Venezia, se ci tiene, magari invitato dalla prestigiosa Fondazione Cini nell’Isola di San Giorgio. Con tutte le contro-indicazioni del caso, però. Compresa quella di sorbirsi imbarazzanti visite alle nove in punto del mattino&#8230; di <em>stalker</em> ostinatamente disposti a scambiarlo per una ierofania. Fossi sua zia Salud, la tipa fissata con la paremiologia, a questo punto non esiterei a ricordargli un proverbio: ‘Chi la fa, l’aspetti’.”</p>
<p>(COLLAGE di passi tratti dal libro stesso di Garufi ‘<em>Il nome giusto</em>’)</p>
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		<title>QUEL BRUTTOCATTIVO DI PAPÀ CACCIARI!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Feb 2009 06:10:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cacciari]]></category>
		<category><![CDATA[Lucio Angelini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lucio Angelini Della sua infanzia fanese Luchino ricordava solo qualche frammento: un treno che partiva, la testa del suo babbo che sporgeva da un finestrino e rimpiccioliva sempre più in lontananza, e soprattutto una filastrocca: &#8216;Staccia minaccia&#8217;. Gliela cantava sempre sua nonna Celerina, scuotendolo avanti e indietro, dopo averlo preso a cavalluccio sulle ginocchia. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lucio Angelini</strong></p>
<p>Della sua infanzia fanese Luchino ricordava solo qualche frammento: un treno che partiva, la testa del suo babbo che sporgeva da un finestrino e rimpiccioliva sempre più in lontananza, e soprattutto una filastrocca: &#8216;<em>Staccia minaccia&#8217;</em>. Gliela cantava sempre sua nonna Celerina, scuotendolo avanti e indietro, dopo averlo preso a cavalluccio sulle ginocchia.</p>
<p><em>&#8220;Staccia minaccia</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>il babbo è andato a caccia&#8221;<span id="more-13970"></span></em></p>
<p>(&#8220;Ah, ecco dove è andato con quel treno maledetto!&#8221;, esclamava Luchino nella sua testa. &#8220;Ma a caccia di che cosa?&#8221;, si domandava subito dopo. La filastrocca, purtroppo, non lo chiariva. Il concetto di caccia, anzi, era bruscamente sostituito da quello di acquisto: che la caccia fosse stata infruttuosa?)</p>
<p><em>&#8220;&#8230; a comprare l&#8217;uva e i fichi</em></p>
<p><em>da dare agli amici&#8221;.</em></p>
<p>(&#8220;Bel padre!&#8221;, ragionava Luchino, &#8220;invece di pensare a me, che sono il suo figliolino, si preoccupa solo dei suoi amici! Perché non è più tornato a casa? E chi sono mai questi misteriosi &#8220;amici&#8221;?)</p>
<p>La spiegazione tenuta in serbo e presto dispensata dalla filastrocca era tutt&#8217;altro che convincente:</p>
<p><em>&#8220;gli amici del convento</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>che pesano cinquecento&#8221;.</em></p>
<p>(&#8220;Cinquecento che cosa? Cinquecento chili? Sono dunque dei giganti gli amici del babbo? Degli energumeni?&#8221;)</p>
<p>Inutile sperare di ottenere maggiore soddisfazione dai versi successivi:</p>
<p><em>&#8220;Cento cinquanta</em></p>
<p><em>la gallina canta:</em></p>
<p><em>canta, gallina,</em></p>
<p><em>risponde Serafina.&#8221;</em></p>
<p>(&#8220;Perché confondermi le idee in questo modo?&#8221;, protestava Luchino mentalmente. &#8220;Che c&#8217;entra la gallina? E chi è mai questa Serafina che si mette a chiacchierare con le galline? Da dove salta fuori?&#8221;)</p>
<p><em>&#8220;Serafina sta in finestra</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>con tre cavalli in testa&#8221;</em></p>
<p>proseguiva, implacabile, la filastrocca.</p>
<p>(&#8220;Possibile mai che una donna stia in finestra con tre cavalli in testa?&#8221;, cominciava a ridacchiare Luchino. &#8220;Possibile mai che a noi bambini si debbano raccontare delle baggianate del genere?&#8221;)</p>
<p>Esaurita la propria breve rinfilata di demenzialità, la filastrocca accelerava adesso verso il finale:</p>
<p><em>&#8220;Testa testòn</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>farìn el pulentòn.&#8221;<a name="_ftnref1" href="#_ftn1"><strong>[1]</strong></a></em></p>
<p><em> </em></p>
<p>(Il brusco passaggio dall&#8217;italiano al dialetto fanese gli suonava piuttosto arbitrario:)</p>
<p><em>&#8220;Farìn la crescia dura</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>da sbatta su le mura;</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>le mura e le porte</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>le chiavi dell&#8217;orte.&#8221;<a name="_ftnref2" href="#_ftn2"><strong>[2]</strong></a></em></p>
<p>(&#8220;Oh, inestricabile groviglio!&#8221;, fremeva Luchino, pregustando il momento tanto atteso: la vertigine della caduta e la gioia del tempestivo salvamento.)</p>
<p><em>&#8220;La chiave del giardìn&#8230;</em></p>
<p><em>butta giù ma chel fiulìn!&#8221;<a name="_ftnref3" href="#_ftn3"><strong>[3]</strong></a></em></p>
<p>La nonna, guardandolo dritto negli occhi, allentava la presa e fingeva di lasciarlo scivolare all&#8217;indietro, poi, di colpo, appena in tempo per impedirgli di sbattere violentemente la testa contro il pavimento, lo ritirava su e l&#8217;abbracciava stretto stretto. Era un momento di assoluta esaltazione, di divertimento sfrenato e puro, di incontenibile gioia per lo scampato pericolo.</p>
<p>* * *</p>
<p>Erano passate decine d&#8217;anni, ormai. Suo padre non aveva più fatto ritorno dal suo stupido viaggio verso l&#8217;ignoto. Qualche mese dopo la sua partenza, anzi, era giunta la notizia della sua morte: si era schiantato al suolo con un piccolo aereo da lui stesso pilotato, mentre spargeva pesticidi su certe piantagioni peruviane. La salma non era stata nemmeno rimpatriata e a sua madre erano rimaste montagne di debiti.</p>
<p>* * *</p>
<p>La fanciullezza e l&#8217;adolescenza erano state faticosissime. Sua madre ce l&#8217;aveva messa tutta a fargli anche da padre, ma lui aveva sentito ugualmente la mancanza di un punto di riferimento maschile. Spesso, segretamente, aveva continuato a sperare che suo padre potesse ricomparire all&#8217;improvviso, carico di uva e fichi per lui, questa volta, a risarcimento di tante sofferenze&#8230; No, non poteva essere morto davvero! E tuttavia, tra un&#8217;illusione e l&#8217;altra, non gli era rimasto che continuare a crescere, crescere, crescere. Aveva conosciuto i sette anni, i dieci anni, i quindici anni, i vent&#8217;anni&#8230; Si era fatto grande, si era trasferito da Fano &#8211; città della Fortuna<a name="_ftnref4" href="#_ftn4">[4]</a>&#8211; nell&#8217;Italia del Nord. Si era sposato a sua volta e aveva anche messo al mondo dei figli: due, per l&#8217;esattezza. A ciascuno di essi, negli anni giusti, aveva ricantato l&#8217;antica filastrocca della nonna, prendendoli a cavalluccio sulle ginocchia:</p>
<p><em>&#8220;Staccia minaccia,</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>il babbo è andato a caccia&#8221;.</em></p>
<p>E alla fine, puntualmente, giù a ridere anche loro, eccitati dal brivido della finta caduta al suolo. Solo una volta, per una specie di distrazione, il signor Luchino aveva farfugliato un po&#8217; confuso:</p>
<p><em>&#8220;Staccia minaccia</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>il babbo torna dalla caccia</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>ti prende tra le braccia</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>e non ti lascia più.&#8221;</em></p>
<p>&#8220;Papà, ma che significa &#8216;Staccia minaccia&#8217;?&#8221;</p>
<p>&#8220;Non lo so. Stacciare, di per sé, vuol dire passare allo staccio&#8230;. &#8221;</p>
<p>&#8220;E che cos&#8217;è questo staccio?&#8221;</p>
<p>&#8220;Una sorta di arnese rotondo con cui si separa la farina dalla crusca: un telaio di legno a cui è fissato un reticolato. Lo si muove avanti e indietro, o meglio, lo muovevano avanti e indietro le nostre bisnonne, al tempo in cui erano costrette a fare il pane in casa&#8230; &#8221;</p>
<p>&#8220;È lo stesso movimento che ci fai fare tu, allora, quando giochiamo a &#8216;Staccia minaccia&#8217;!&#8221;</p>
<p>&#8220;Hai ragione, vi faccio dondolare avanti e indietro, minacciandovi ogni volta di farvi cadere, ma poi, per vostra fortuna, vi risollevo in tempo.&#8221;</p>
<p>&#8220;Chi ti ha insegnato questo gioco, papà?&#8221;</p>
<p>&#8220;La mia povera nonna Celerina.&#8221;</p>
<p>&#8220;Non il tuo babbo?&#8221;</p>
<p>&#8220;No, il mio babbo era emigrato in America per lavoro. Non ebbe mai modo di giocare con me.&#8221;</p>
<p>&#8220;È quello che morì cadendo con l&#8217;aereo?&#8221;</p>
<p>&#8220;Sì, lui.&#8221;</p>
<p>&#8220;E non ti ha mai preso in braccio?&#8221;</p>
<p>&#8220;Be&#8217;, sì&#8230; Ricordo, anzi, che spesso mi issava sulle spalle, quando ero piccolo piccolo, e mi scorrazzava in giro per la casa facendomi dominare il mondo dall&#8217;alto. Era bellissimo stare lassù, così vicino ai soffitti! Mi sentivo il re del mondo.&#8221;</p>
<p>* * *</p>
<p>Per i suoi figli, tutto sommato, l&#8217;infanzia era stata facile. Non li aveva abbandonati un solo giorno, non era mai salito su alcun treno verso l&#8217;ignoto, non era mai andato a caccia a comprare l&#8217;uva e i fichi per alcun amico. Aveva fatto sentire costantemente loro la propria vicinanza affettuosa e rassicurante. Il suo babbo, invece, non era tornato più, l&#8217;aveva piantato in asso per sempre.</p>
<p>* * *</p>
<p>Da una ventina d&#8217;anni, ormai, viveva a Venezia. In quel periodo era sindaco della città il filosofo Massimo Cacciari, dalla folta barba nera e dagli occhi duri e dolci a un tempo, vero prototipo di &#8220;padre&#8221; (benché non avesse figli).</p>
<p>Un pomeriggio d&#8217;agosto, mentre sedeva davanti al computer oppresso dall&#8217;afa, il signor Luchino prese a digitare per scherzo la seguente lettera:</p>
<p>&#8220;<em>Caro sindaco Cacciari,</em></p>
<p><em>ascolti la mia storia e veda se può soddisfare un mio segreto (e mai sopito) desiderio: rimasi orfano di padre all&#8217;età di cinque anni, conobbi le durezze del collegio eccetera ma, malgrado tutto, riuscii a trovare un mio equilibrio e a diventare grande. Purtroppo, nei recessi della mia psiche, il desiderio inconscio di un papà ha continuato a lacerarmi, affiorando di tanto in tanto. Benché mi sia sposato e abbia messo al mondo due figli, vorrei &#8211; per una volta &#8211; realizzare un sogno inconfessato: poter di nuovo chiamare qualcuno &#8216;papà&#8217; ed essere issato a cavalluccio sulle sue spalle (peso solo 85 chili). Visto che Lei è così buono, potrebbe prestarsi alla bisogna? Suvvia, mi inviti a Ca&#8217; Farsetti e mi scorrazzi in giro per le sale consigliari mentre grido felice: &#8216;Arri, arri, papà Cacciari!&#8217;. Gliene sarei grato per sempre. Ardo dal desiderio di gettarLe le braccine&#8230; ehm, le braccione!&#8230; al collo e di farmi tirare su. É vero che ho compiuto da poco cinquantuno anni e che, anagraficamente, Lei NON potrebbe essere mio padre (ha solo tre o quattro anni più di me), ma con quella Sua barba austera, quei Suoi occhi duri e dolci a un tempo, incarna alla perfezione il mio ideale paterno e io sarei solo FIERO di avere un papà così giovane. </em></p>
<p><em>Confidando in una Sua sollecita risposta, Le porgo i miei più distinti saluti</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> Luchino A</em>*** &#8221;</p>
<p>Divertito dall&#8217;assurdità della lettera (non meno scombinata della filastrocca &#8220;Staccia Minaccia&#8221;), aggiunse un ironico post-scriptum:</p>
<p>&#8220;Se proprio non vuole incontrarmi, mi ADOTTI almeno A DISTANZA!&#8221;</p>
<p>Non ancora appagato, spinse il proprio insensato gioco estivo alle estreme conseguenze: inserì la missiva nel Fax e la trasmise al Gabinetto del Sindaco (trovò il numero sull&#8217;elenco telefonico).</p>
<p>* * *</p>
<p>I giorni successivi trascorsero in una ridda di rimorsi, autorimproveri (&#8220;Brutto cretino, che figuraccia!&#8221;, si insultava) e trepidanti speranze. &#8220;Magari il sindaco Cacciari troverà spiritosissimo il mio fax e starà al gioco!&#8221;, si ripeteva di tanto in tanto, per rincuorarsi. &#8220;Forse avrà anche lui i suoi cedimenti, i suoi umanissimi chicchi di pazzia, accanto a tutta quella mostruosa intelligenza&#8230; &#8221;</p>
<p>Finalmente, dopo parecchie settimane di inutile attesa, il signor Luchino capì che avrebbe fatto bene a rassegnarsi: la lettera doveva essere stata senz&#8217;altro cestinata. Tutto occupato a fare il Sindaco e a scrivere libri di filosofia, quel bruttocattivo di Cacciari si era guardato bene dal rispondergli. Non doveva, anzi, aver degnato di un solo ghigno, e ancora meno di un sorriso, il suo accorato appello generato dall&#8217;afa&#8230;</p>
<p>* * *</p>
<p>In compenso, qualche notte dopo, il sindaco Cacciari andò a trovarlo in sogno. Dapprima qualcuno suonò alla porta: il signor Luchino andò ad aprire e un messo comunale gli consegnò un grosso cesto di uva e fichi. Sopra la frutta splendeva un biglietto:</p>
<p>&#8220;<em>Caro signor Luchino,</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>ho capito il Suo impulso e apprezzato la Sua audacia. L&#8217;aspetto oggi pomeriggio a Ca&#8217; Farsetti dopo le cinque. Non Le prometto di scorrazzarLa in giro per le sale consigliari issato sulle mie spalle (come sa, sono piuttosto mingherlino e i Suoi ottantacinque chili mi spaventano un po&#8217;). Sono, tuttavia, disposto a prenderLa a cavalluccio sulle ginocchia e a dondolarLa in un inebriante &#8216;Staccia Minaccia&#8217;: conosce il gioco? Mi auguro vivamente, dopo averLa fatta scivolare verso il basso, di riuscire a tirarLa su in tempo.</em></p>
<p><em> Il sindaco</em></p>
<p><em> Massimo Cacciari</em>&#8221;</p>
<p>A quel punto il sogno si ingarbugliò, scombinandosi in un vortichio di immagini che poco avevano a che fare con l&#8217;amministrazione comunale. C&#8217;era un treno che partiva verso l&#8217;ignoto, un signore affacciato a un finestrino che gridava &#8220;Tornerò, tornerò presto da te, aspettami!&#8221;, un piccolo aereo che si schiantava al suolo, una giovane signora in lacrime, una vecchietta che stacciava alacre un mucchietto di farina e gli sorrideva in segno di incoraggiamento, un via vai di gondole veneziane traboccanti di uva e fichi&#8230; Poi, di colpo, anche quello sfarfallio si dissolse, il sindaco Cacciari ricomparve, lo prese a cavalluccio sulle ginocchia, scandì divertito le parole &#8220;Butta giù ma chel fiulìn!&#8221; e iniziò a farlo scivolare con un sorriso sornione verso il basso. Il signor Luchino fremeva di gioia, sicurissimo che il sindaco l&#8217;avrebbe tirato su perfettamente in tempo prima che potesse sbattere la testa contro il pavimento. Invece, sul più bello, quel brutto scimunito scoppiò in una risata fragorosa e irrefrenabile, mollò la presa e, nel sogno, lo lasciò precipitare rovinosamente a terra, facendogli assaggiare la durezza del pavimento. &#8220;Ben Le sta!&#8221;, gridò infine, appena si fu riavuto dal proprio accesso di ilarità. &#8220;Così impara a mandarmi certe lettere cretine! A cinquant&#8217;anni suonati non ha ancora capito che bisogna chiudere con il passato, per quanto doloroso o insoddisfacente possa essere stato? Se suo papà morì e le fece mancare uva e fichi, che cosa vuole farci più, ormai? E che cosa pretende che possa farci io, soprattutto? Sono ben altri i problemi di cui devo occuparmi: l&#8217;acqua alta, l&#8217;escavo dei rii, il moto ondoso, la decongestione dei flussi turistici e via discorrendo. Pensi piuttosto a essere lei un papà decente per i suoi figli, oggi&#8230; a non far mai mancare loro uva e fichi!&#8221;</p>
<p>La cosa più bizzarra fu che, svegliatosi di soprassalto, il signor Luchino avvertì un inequivocabile dolore al cranio, come dopo una effettiva caduta a testa in giù.</p>
<p>&#8220;E lei&#8230; e lei, allora?&#8221;, balbettò sconcertato. &#8220;Perché non si è sposato? Perché non ha messo al mondo dei figli, con quella sua perfetta faccia da Barbapapà?&#8221;</p>
<p>Non ci fu risposta, naturalmente: il sogno era finito e il sindaco Cacciari si era presto dileguato con esso.</p>
<p>(Da &#8220;Quel bruttocattivo di papà Cacciari!&#8221; di Lucio Angelini, Edizioni LIBRI MOLTO SPECIALI &#8211; Venezia  1999)</p>
<hr size="1" /><a name="_ftn1" href="#_ftnref1">[1]</a>) Faremo il polentone (polenta dura).</p>
<p><a name="_ftn2" href="#_ftnref2">[2]</a>) Faremo la crescia dura da sbattere sulle mura, le mura e le porte, le chiavi dell&#8217;orto.</p>
<p><a name="_ftn3" href="#_ftnref3"></a> [3])  La chiave del giardino, butta giù quel bambino!</p>
<p><a name="_ftn4" href="#_ftnref4">[4]</a>) Fano (in provincia di Pesaro): l&#8217;antica &#8220;Fanum Fortunae&#8221;, Tempio della Fortuna. Nella piazza centrale si può ammirare la Fontana della Fortuna, con al centro una copia della statuetta della dea Fortuna (quella originale è al sicuro nel civico museo); sulla piazza si affaccia, inoltre, il Teatro della Fortuna.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Bullismo editoriale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/10/19/bullismo-editoriale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Oct 2004 16:07:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Lucio Angelini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lucio Angelini Continua la pubblicazione delle segnalazioni che ho ricevuto per la lista della spesa (vedi qui). In alcuni casi le schede erano seguite da domande da rivolgere all’autore o autrice segnalati; non tutti gli autori che ho contattato hanno risposto. (T.S.) Scelgo un fenomeno: il bullismo editoriale, per il quale ho una testimonianza [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lucio Angelini</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/braccio-di-ferro.jpg" alt="braccio-di-ferro.jpg" align="left" border="0" height="208" hspace="4" vspace="2" width="150" /><em>Continua la pubblicazione delle segnalazioni che ho ricevuto per la <strong>lista della spesa</strong> (vedi <a href="https://www.nazioneindiana.com/archives/000410.html"><u>qui</u></a>). In alcuni casi le schede erano seguite da domande da rivolgere all’autore o autrice segnalati; non tutti gli autori che ho contattato hanno risposto. (T.S.)</em></p>
<p>Scelgo un fenomeno: il <strong>bullismo editoriale</strong>, per il quale ho una testimonianza di prima mano:<br />
Nei primi anni 1990 pubblico una manciata di titoli per <strong>Orietta Fatucci</strong> di Einaudi Ragazzi/Emme/EL di Trieste, fra cui <strong>Grande, Grosso e Giuggiolone</strong> e <strong>Quella bruttacattiva della mamma!</strong>. Quest’ultimo viene anche tradotto in francese per Flammarion/Castor Poche (<strong>Méchante Maman!</strong>).<br />
<span id="more-629"></span><br />
Sono contento. Scrivere è la mia passione. Magari continuasse così sempre!</p>
<p>Invece no. Bastano un paio di scazzi (il primo con la mia talent-scout <strong>Orietta Fatucci</strong>, contraria all’iniziativa benefica <strong>Nuvole a colazione</strong> del 1995, il secondo con <strong>Margherita Forestan</strong> di Mondadori Ragazzi) perché venga estromesso dal giro. Nessuno mi pubblica più.</p>
<p>Vago sconsolato per il Gran Bosco della Letteratura per Ragazzi (in realtà un piccolo mondo in cui tutti conoscono tutti) e lo scopro popolato di <strong>vere streghe</strong> e di <strong>veri orchi</strong>, contro cui non ho alcuna speranza di vincere. Nessuna proppiana figura di “salvatore” compare in mio aiuto. L’avventura è finita. Non c’è lieto fine. Sono passati sette anni da allora. Sette scarpe di ferro ho consumato… nel mio girovagare da una casa editrice all’altra. Sette fiaschi di lacrime ho versato… La sentenza emessa dalla Fatucci nei miei confronti è inappellabile: “Tu non<br />
lavorerai mai più”. So che nel mondo dello spettacolo il principio “Tu lavori, tu no” è routine. Non sarò né il primo, né l’ultimo a cui sarà stato impedito di esprimersi.</p>
<p>Scrisse <strong>Hans Christian Andersen</strong> a <strong>Jonas Collin</strong> nel maggio 1835:</p>
<p><strong>Talent is nothing, except in fortunate circumstances. </strong></p>
<p>Madame Fatucci volle dimostrarmi che, come mi aveva creato, con la stessa facilità avrebbe potuto distruggermi (il classico “delirio di onnipotenza”, ovvero creare e distruggere per sentirsi come Dio). Io pensai: “Figuriamoci!”. E invece così è stato.</p>
<p>Lo so che il mio è solo un caso di <strong>ordinario bullismo editoriale</strong>, ma si supponga &#8211; per assurdo &#8211; che questa prepotenza fosse stata inflitta al giovane <strong>Andersen</strong>, o al giovane <strong>Calvino</strong>, o al giovane <strong>Rodari</strong>. Sarebbe stato così ininfluente (o privato) il fatto che la sua voce venisse spenta?</p>
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