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	<title>lucio fontana &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Note a margine della ferita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 May 2022 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[ferita]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Orazi]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Lorenzo Orazi &#160; Lucio Fontana, Concetto spaziale. Attese &#160; I Detesto avvicinarmi all’arte per un senso del dovere che intende costringermi alla conoscenza. Non voglio sapere tutto e ad ogni costo; ogni volta che il mio approccio all’opera è tale, so già per certo che ne resterò deluso. Eppure, non posso più farne a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Lorenzo Orazi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-97768" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/lucio-fontana-concetto-spaziale-attese-59-t-1.jpg" alt="" width="1024" height="746" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/lucio-fontana-concetto-spaziale-attese-59-t-1.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/lucio-fontana-concetto-spaziale-attese-59-t-1-300x219.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/lucio-fontana-concetto-spaziale-attese-59-t-1-768x560.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/lucio-fontana-concetto-spaziale-attese-59-t-1-150x109.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/lucio-fontana-concetto-spaziale-attese-59-t-1-696x507.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/lucio-fontana-concetto-spaziale-attese-59-t-1-577x420.jpg 577w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/lucio-fontana-concetto-spaziale-attese-59-t-1-324x235.jpg 324w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: center;">Lucio Fontana, <em>Concetto spaziale. Attese</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">I</p>
<p style="text-align: justify;">Detesto avvicinarmi all’arte per un senso del dovere che intende costringermi alla conoscenza. Non voglio sapere tutto e ad ogni costo; ogni volta che il mio approccio all’opera è tale, so già per certo che ne resterò deluso. Eppure, non posso più farne a meno. Mi circondano gli spettri della sapienza, figure con cui stupidamente instauro competizioni; mi dico che non posso fermarmi se voglio ottenere anch’io un posto nel mondo.<br />
Costante è la consapevolezza che non si tratti d’altro che di menzogna: io non voglio davvero raggiungere questo scopo, non ho questa missione, non ho nessuna missione. Voglio essere oggi e non proiettato avanti nel tempo. Meno solitudine, semplice umanità sulla via, sedere ad un bar e bere caffè con qualcuno; meravigliarsi quando dei panni stesi si gonfiano di vento, o per una luce crepuscolare caduta sulla facciata di un palazzo. Devo riavvicinarmi al reale, uscire dall’esilio della mia stanza e delle mie prigioni mentali; devo allontanarmi dal dominio dell’inettitudine e della sfiducia in me stesso, dall’ossessione di non essere mai abbastanza.<br />
Smetterò di vivere le vite degli altri e avrà inizio la mia, più spontanea e sicura. Non è più tempo di restare lontano dalle cose. Ho bisogno di sentire che quanto mi circonda è davvero qui, percepire una potenza poetica che esonda. Oggetti e persone hanno perso ogni relazione con me. Come un fantasma passo e non lascio traccia; lo stesso vale per i giorni: passano e non lasciano traccia. Temo di impazzire: estrema necessità che qualcosa accada. Come riprendere forza, riuscire a lavorare intensamente e con piacere? C’è una poesia e un disegno: voglio frequentarli, essere con loro. Da tempo mi sforzo di interrompere quotidianità e abitudini, ma tutto è determinato a mantenere la distanza; l’incapacità ad avvicinarmi sembra una fatalità inevitabile.<br />
La disciplina, in questo buco nero quotidiano, in questo vuoto di cui cerco di essere struttura, pare non porti altro che false aspettative, senso di inadeguatezza, ansia. Sono scadente materia mentale che cammina per le strade. Un oblio del mondo, un sapere sgretolatosi nella lontananza dal suo oggetto. In giorni insipidi, traggo il piacere più grande avvicinandomi a un corpo qualunque. Prestandogli attenzione tento di toccare qualcosa di vivo, mi sforzo di scorgere gesti ingenui, naturali, immediati. Più qualcosa è banale e ordinario, più esso mi attrae; la megalomania dell’arte, la mistica, mi hanno donato tutto per poi privarmene. Avevo delle idee: sono appassite, e con loro le sostanze che le riguardavano. Ogni cosa s’è prosciugata di forza: non vedo grazia né segni, un passo di danza, il cenno di un volto amico. Evaporati, erano lì poco fa. Uscirò dall’anestesia, riprenderò a corteggiare il nucleo che arde.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">II</p>
<p style="text-align: justify;">Al risveglio siamo privi di forze, ci sentiamo profondamente intorpiditi, stanchi, come se qualcuno nella la notte si fosse divertito a tormentarci. Compiere un passo nella direzione che ci eravamo prefissati, aggiungere un solo mattone al ponte progettato, appare un compito inattuabile. Cerchiamo allora di non insistere troppo, di non esasperarci. Ci concediamo a qualcosa che riteniamo piacevole: la lettura di un libro, la visione di un film, una passeggiata lungo il fiume. Alle volte ci aiuta: il piccolo godimento che ne deriva ci accompagna dolcemente alle soglie del pomeriggio, quando, per qualche ora, scemando lentamente la cappa depressiva, sembrano riemergere appena delle energie. Altre volte il piacere tarda a venire, o non si presenta affatto. E, come un nutrimento necessario che venga a mancare, ci lascia esanimi, sfiniti dal senso di colpa, frusti; in preda al dolore a cui aggiungiamo dolore, in preda all’insensatezza a cui aggiungiamo insensatezza.<br />
Poi, l’effimero delinearsi di un sentiero ci provoca una lieve ebrezza. Avere un obiettivo davanti a sé, dirsi che ogni piccola, minima, apparentemente nulla azione varrà ad avvicinarsi ad esso; è uno sprone che avevamo dimenticato di poter provare. Ad esempio: l’idea dell’insegnamento; come per una brezza sentiamo dileguarsi l’aria stantia di una quotidianità inane. Ci vediamo concludere gli studi universitari, magari presi da una tesi di laurea appassionante, e non redatta alla sola spinta della voce che incalza: “è tardi, è tardi, è tardi”. Muoveremo verso la città, tenteremo di stabilire una rete di rapporti, relazioni che diano in qualche modo nuova vita a una ricerca da sempre claudicante, meticcia, insubordinata. Una linfa sconosciuta pare rianimare le ricerche, la cultura lasciata ad ammuffire negli scantinati della mente; eccoci offrire l’amore per il sapere &#8211; che da qualche parte, in noi, oltre la vanità e le false glorie, dovrà pur sopravvivere &#8211; a ragazzi e ragazze, uomini e donne fertili come campi appena arati ebagnati da un inatteso temporale.<br />
Un progetto è anche questo: forzare l’immaginazione verso un raro momento di piacere. Si tenta allora di ristabilire una disciplina: torniamo a dormire presto la sera, rifiutiamo il bicchiere di vino che avrebbe portato ad altre sigarette, ad altri bicchieri. Ci si allontana dagli amici quando la festa è ancora viva, gli argomenti allettanti alimentano le conversazioni, cenni di affetto scivolano dagli sguardi di ciascuno. Lo si fa, dopotutto, con una certa leggerezza, senza dramma. È un piccolo sacrificio offerto sull’altare della nostra idea, che è, abbiamo detto, una forma di amore. Ma ecco, col sorgere del nuovo giorno, siamo ancora davanti alla disfatta, all’umiliazione di un’altra caduta. A nulla, dunque, è valso il sacrificio? Così caduco era il progetto che, per qualche istante, ci ha fatto scorgere il germe di una vita possibile?<br />
Ci diciamo che a nulla vale l’affetto di chi ci è vicino; a nulla l’ennesimo esame superato con lode e decorato dei complimenti del docente; a nulla la pubblicazione sulla rivista da cui attendevamo da mesi una risposta; a nulla l’approvazione, l’incoraggiamento di intelligenze che si credevano inavvicinabili. Sappiamo soltanto che lo sconforto, ad ogni risveglio, si rinnova; che la parabola del sole, nonostante il neonato autunno, ci sembra allungarsi ogni giorno di più, e che il rifugio annichilente della notte tardi troppo a venire.<br />
Eppure, nella tangibilità del dolore, c’è sempre un diabolico compiacimento, una volontà di affondare in esso, di concedersi senza più resistenze. Abitare un silenzio di corruzione, recidere il legame da cui ci viene l’effimero lampo della bellezza – ché è nel marciume che ci appare tutto lo scandalo della bellezza-, diventano le prospettive più invitanti. Una fatalità che attendeva solamente il nostro assenso per avverarsi. Scissione, separazione, distruzione: il diabolico non è altro che questo. Con Natalia Ginzburg, allora, vorremmo dire: “Non ci è dato scegliere se essere felici o infelici. Ma bisogna scegliere di non essere diabolicamente infelici”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">III</p>
<p style="text-align: justify;">Sono le 10:30 del mattino. Ho annotato i sogni della notte e alcune riflessioni su di essi. Ho passeggiato per un’ora, fatto colazione e fumato una sigaretta. Gli occhi si fanno pesanti e gonfi, sopra le spalle sta accumulata una tensione nervosa, la vitalità mi abbandona. Desidero solo tornare a dormire. Un’intrusione inaspettata nella stasi del quotidiano e ritrovo la prostrazione ad attendermi.<br />
Vedo quanto sono fragili le strutture edificate per arginare l’inatteso; più tentiamo di ordinarlo, di elaborare un sistema razionale e stabile, più esso emerge con il suo impeto perturbante. Non aspettavo altro dall’offrirsi di una mutazione. Incappato nella bonaccia, ero impossibilitato a muovermi per una strana, quasi sconosciuta, quiete dei sensi: per un’assenza di irrazionale. Triste richiamo della malattia. Il limite che si ripresenta e sbeffeggia chi tentava di dimenticarlo. È il ricordo dell’insufficienza, della sostanziale inutilità di ogni tentativo di ammaestrare una forza che tracima. Di nuovo Dioniso fa il suo ingresso in città: crolla il palazzo, il re impazzisce, le donne diventate menadi vanno ad abitare la montagna, danzano. Ero in sua attesa, ma mi sono sorpreso mentre lo rifuggivo.<br />
La cieca ascesa al sole con ali di cera, ennesimo preludio al precipizio, alla vertigine. Se esiste peccato, altro non è da questa debolezza e fragilità, ovvero essere incapaci di riconoscerla in quanto tale. Il “nulla di troppo” delfico risuona nello spiccarsi del frutto dall’albero della conoscenza. Abitare il limite, riconoscere l’ate al suo emergere, la voce del demone quando si pronuncia. E se il demone non si lascia incatenare dai nostri mezzucci di creature, non resterà che concedersi ad esso quando ci reclama per formulare possibilità imperscrutabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Rappresentiamo simili eventi sulla scena affinché ci paiano, per qualche breve istante, intellegibili. L’oblio non ci faccia impreparati al cospetto del divino che soverchia. Sul forcipe spuntato cresce la ruggine, alla matita la mina si è spezzata, secco è l’inchiostro; in cerca del vero, nell’ombra, è zoppo ogni strumento. Caos boschivo: tra la natura che germina si espande fiorisce muta, tra il battito d’ali delle falene e il ronzio dei calabroni: siamo smarriti. Ma è da una città in rovina che eravamo partiti, dove le edere crescevano nelle crepe e spaccavano le mura. Laggiù non è più dato tornare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">IV</p>
<p style="text-align: justify;">In frenetica ricerca, sulle tracce di una voce che risponda affermativamente alla domanda: “sono degno del tuo amore?”. Elevo l’oggetto sul plinto, ne faccio un idolo che orno e adoro, gli danzo attorno, offro incenso e doni: finalmente il responso a lungo anelato. Mio malgrado, do cominciamento alla prassi distruttiva; subito, principia la disperazione del rimpianto. Non appena l’idolo sembra aprire gli occhi e tendermi la mano, impugno un martello e lo riduco in rovina, in cocci mostruosi senza forma. Ora lo imploro affinché si risollevi dall’ammasso di detriti che è divenuto, canto inni perché presti ancora orecchio alla preghiera. Ma l’idolo tace in una nebbia di polvere: svanita la bellezza, dileguato il profumo. Come è possibile tanto silenzio, l’incolmabile distanza che si è frapposta tra noi? Le interrogazioni mi assillano e provo a ricordare che aspetto avesse nel donarmi amore. Costruisco un tabernacolo atto a conservarne i resti. I vaghi tratti del volto sono minacciati da una pioggia acida, la lamina d’oro cede, le gocce iniziano a penetrare. Ho dimenticato il tocco della mano che, raggiungendomi il viso, mi carezzava; il tepore della veste che mi cingeva. Non resta che manomettere, attraverso le menzogne della memoria, un’immagine che non smette di scomparire. Avvicino i granelli di polvere tra loro, ricompongo qualche frammento e vedo delinearsi soltanto ghigni, smorfie di disprezzo, stridule risa.</p>
<p style="text-align: justify;">V</p>
<p style="text-align: justify;">Quando parliamo di Dio, non stiamo forse indicando un magnete che attiri a sé schiere di uomini e donne ridotte in polvere dalla vita, dalla malattia, dalla morte? L’uomo è mai impegnato in qualcosa che sia altro dal ritornare alla condizione paradisiaca originaria?<br />
Siamo eternamente lanciati in una corsa a ritroso: nella carne aneliamo ad un ritorno nell’utero, nello spirito aneliamo al ritorno nel giardino edenico. Ogni progetto non è che una forma più o meno degradata di questa mira, di una dimenticanza più o meno radicale. Narrazioni si stratificano su narrazioni, ma il nucleo primigenio resta il medesimo. Ecco la necessità di una prassi distruttiva: dobbiamo sgombrare la via da ogni ostacolo che ci occluda lo sguardo. Ma su quante vite saremo costretti a esercitare violenza, quante lacrime verseranno coloro che ci hanno amato, quanti dovranno essere sacrificati sull’altare del dio sanguinario che inseguiamo. La crudeltà del disegno divino è definitiva e scandalosa. Chi abbia avuto in destino l’occasione di scorgere, anche per un solo istante, il rovescio del tappeto, ne rimarrà pietrificato. Ciascun dio è Medusa: scendere con immediatezza nell’abisso gorgonico implica l’estinzione subitanea: fissarlo significa essere immortalati in una maschera di dolore, in sassi densi di strazio. Bisogna domandarsi quale forma di mediazione ci sia concessa per accostarci all’infinito. L’arte è forse lo specchio che ci viene consegnato, una via indiretta per avvicinare l’essere immondo. L’arte educa all’estasi: rende respirabile l’aria glaciale e rarefatta delle altezze, quella ardente e sulfurea del baratro. Sapremo anche noi, come Perseo, divenire leggeri a sufficienza per sollevarci in volo? Da dove ci verrà il dono di un copricapo che renda invisibili?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">VI</p>
<p style="text-align: justify;">Non si viene cacciati dal Paradiso senza rimpiangerlo in eterno. In ciascun amore i progenitori sopravvivono, rinascono nella ricchezza edenica di un giardino odoroso, colgono dalle piante i sapidi frutti di cui cibarsi, si immergono in limpidi fiumi. Ogni mattina è nuova e ovunque germina la meraviglia. Morte non significa altro che conoscere la fine di uno stato simile.<br />
Chi ha vissuto nella pienezza, una volta estromesso percepisce a fondo il vuoto dell’esistenza. Si chiede come possa chiamare con lo stesso nome ciò che era prima e ciò che è ora. Dove sbocciavano varietà di colori e fragranze, egli non scorge che grigiore e putrefazione. I ritmi organici, il battito del cuore, il respiro, si reiterano come un paradosso; il cacciato si sorprende a dire: “come? Vivo ancora?”. Imbattendosi in una salma privata del rito funebre, senza sorpresa vi riconosce fattezze familiari. Lo spirito inquieto va in cerca di una fossa adatta alle proprie spoglie. Vaga, diafano e dimentico di se stesso, narrando le sbiadite immagini di un luogo primigenio.</p>
<p style="text-align: justify;">VII</p>
<p style="text-align: justify;">Il lavoro psicologico obbliga al rimestio dell’infezione, al maneggiare di nuovo la parte dolente. I fantasmi si fanno finalmente presenza. Il piede che prima inciampava appena, sorpreso da una figura inattesa all’angolo della strada, prende a zoppicare per giorni, settimane intere. Si credeva di essere in cammino sulla via della guarigione, e ciò rende l’acuirsi della sofferenza inaccettabile. Eppure, una volta che si è scelto di frequentare la ferita, di interrogarne la natura, non si potrà che constatarne il risveglio del bruciore. Poi d’improvviso inizierà a scemare. Il trauma somiglia allora ad un film visto troppe volte e di cui abbiamo appreso battute e inquadrature a memoria. Prende ad annoiarci, crediamo di averne svelato il mistero. Ma tale sensazione si rivela presto menzognera: il trauma non smette di chiamarci per nome, continua ad offrirci una parte di eccedenza; la ferita non può mai essere sondata fino in fondo, ha in sé un elemento costitutivo di ignoto. È sufficiente un mutamento minimo, un’inclinazione del capo, una luce autunnale caduta nel folto di foglie ingiallite, affinché un nuovo significato si presenti. Forse non esiste vera ferita all’infuori di quella capace di custodire una parte di indicibile. Cionondimeno, la ferita continua a farci dono di risposte di cui neppure sospettavamo. E, anche quando ci sembrerà abbia pronunciato l’ultima parola, non dovremo comunque smettere di tendere l’orecchio. Essere sordi ad essa equivale a inaridire, implica l’ottusa presunzione di chi crede di aver indagato a sufficienza. Il tronco si secca, perde elasticità, quindi si spezza. Custodire la ferita non significa venerare il dolore, né porsi nei confronti dell’esistenza con atteggiamento masochista: piuttosto, si tratterà di accogliere l’enigma che non cessa di abitarci e che sfugge ai nostri intenti di sistematizzazione.</p>
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		<title>Tu se sai dire dillo, IV edizione 2015</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2015 10:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[17-18-19 settembre 2015 Galleria Ostrakon via Pastrengo 15, Milano La rassegna Tu se sai dire dillo, ideata da Biagio Cepollaro e giunta alla quarta edizione, è dedicata alla memoria del poeta Giuliano  Mesa, scomparso nel 2011. A leggere le sue poesie, oltre a Biagio Cepollaro, vi sarà anche Andrea Inglese.  Quest’anno i temi saranno: l’esperienza [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/cop.jpg"><img loading="lazy" class="  wp-image-56564 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/cop-300x187.jpg" alt="cop" width="455" height="283" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/cop-300x187.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/cop-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/cop.jpg 460w" sizes="(max-width: 455px) 100vw, 455px" /></a></p>
<p style="text-align: center">17-18-19 settembre 2015</p>
<p style="text-align: center"><span style="color: #ff0000"><strong>Galleria Ostrakon</strong></span></p>
<p style="text-align: center">via Pastrengo 15, Milano</p>
<p style="text-align: center">La rassegna <strong>Tu se sai dire dillo</strong>, ideata da <strong>Biagio Cepollaro</strong> e giunta alla quarta edizione, è dedicata alla memoria del poeta<strong> Giuliano  Mesa</strong>, scomparso nel 2011.</p>
<p style="text-align: center">A leggere le sue poesie, oltre a Biagio Cepollaro, vi sarà anche <strong>Andrea Inglese</strong>.  Quest’anno i temi saranno: l’esperienza di Milanopoesia (1983-1992) raccontata da <strong>Eugenio Gazzola</strong> e da alcuni protagonisti come l’artista<strong> William Xerra</strong>, la poetessa <strong>Giulia Niccolai</strong> e dall’organizzatore <strong>Mario Giusti</strong>; il festival dei nostri anni  <em>Bologna In Lettere</em> a cura di <strong>Enzo Campi</strong> ; l’<em>Artventure parigina</em> di <strong>Lucio Fontana</strong> ricostruita da <strong>Jacopo Galimberti</strong>, l’opera elettronica di <strong>Giovanni Cospito</strong> eseguita al Teatro Verdi, situato proprio di fronte allo Spazio Ostrakon.</p>
<p style="text-align: center">E ancora avranno spazi dedicati: la figura unica diventata leggenda del poeta-operaio <strong>Luigi Di Ruscio</strong> tratteggiata da<strong> Christian Tito</strong>; la nascita del blog <strong> Perigeion</strong> e i poeti <strong>Massimiliano Damaggio</strong>, <strong>Antonio Devicienti</strong>, <strong>Nino Iacovella</strong>, <strong>Gianni Montieri</strong> , presentati da <strong>Francesco Tomada</strong>, e infine, la poesia di <strong>Nadia Agustoni</strong>, <strong>Giusi Drago</strong>, <strong>Francesco Forlani</strong>, <strong>Vincenzo Frungillo</strong>,<strong> Italo Testa</strong> e la prosa di <strong>Giorgio Mascitelli</strong>.</p>
<p style="text-align: center"><span style="color: #ff0000"><strong>17 Settembre, Giovedì</strong></span></p>
<p style="text-align: center">ore 18.00</p>
<p style="text-align: center"><strong>Biagio Cepollaro</strong> e<strong> Andrea Inglese</strong> leggono <strong>Giuliano Mesa</strong></p>
<p style="text-align: center">ore 18.30</p>
<p style="text-align: center">L’<em>artventure parigina</em> di <strong>Lucio Fontana</strong> a cura di <strong>Jacopo Galimberti</strong></p>
<p style="text-align: center">ore 19.30</p>
<p style="text-align: center">Le poesie di:</p>
<p style="text-align: center"><strong>Nadia Agustoni</strong></p>
<p style="text-align: center"><strong>Giusi Drago</strong></p>
<p style="text-align: center"><strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p style="text-align: center"><strong>Vincenzo Frungillo</strong></p>
<p style="text-align: center"><strong>Italo Testa</strong></p>
<p style="text-align: center">I racconti di :</p>
<p style="text-align: center"><strong>Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p style="text-align: center">ore 20.30</p>
<p style="text-align: center">Intervallo</p>
<p style="text-align: center">ore 21.00  Il pubblico è invitato a spostarsi al Teatro Verdi, di fronte allo Spazio Ostrakon</p>
<p style="text-align: center">Opera elettronica di <strong>Giovanni Cospito</strong> su testi di Biagio Cepollaro</p>
<p style="text-align: center"><span style="color: #ff0000"><strong>18 Settembre, Venerdì</strong></span></p>
<p style="text-align: center">ore 18.00</p>
<p style="text-align: center"><strong>Gli anni di Milanopoesia</strong></p>
<p style="text-align: center">a cura di <strong>Eugenio Gazzola</strong></p>
<p style="text-align: center">Saranno presenti:<strong>William Xerra, Giulia Niccolai, Mario Giusti</strong></p>
<p style="text-align: center">ore 19.30</p>
<p style="text-align: center">Intervallo</p>
<p style="text-align: center">ore 20.00</p>
<p style="text-align: center"><em>Lettere dal mondo offeso</em>: per <strong>Luigi Di Ruscio</strong></p>
<p style="text-align: center">a cura di <strong>Christian Tito</strong></p>
<p style="text-align: center">Letture dal romanzo epistolare</p>
<p style="text-align: center">Proiezione video</p>
<p style="text-align: center">Testimonianze</p>
<p style="text-align: center"><span style="color: #ff0000"><strong>19 Settembre, Sabato</strong></span></p>
<p style="text-align: center">ore 18.00</p>
<p style="text-align: center"><strong>Perigeion</strong> e i poeti</p>
<p style="text-align: center">a cura di <strong>Francesco Tomada</strong></p>
<p style="text-align: center"><strong>Massimiliano Damaggio</strong></p>
<p style="text-align: center"><strong>Antonio Devicienti</strong></p>
<p style="text-align: center"><strong>Nino Iacovella</strong></p>
<p style="text-align: center"><strong>Gianni Montieri</strong></p>
<p style="text-align: center"><strong>Francesco Tomada</strong></p>
<p style="text-align: center">ore 19.30</p>
<p style="text-align: center">Intervallo</p>
<p style="text-align: center">ore 20.00</p>
<p style="text-align: center">Il presente di <em>Bologna in Lettere</em></p>
<p style="text-align: center">a cura di <strong>Enzo Campi</strong></p>
<p style="text-align: center">“Agit-prop-poetry”, un intervento di Enzo Campi</p>
<p style="text-align: center">“Sistemi d’Attrazione”, proiezione di un video montato con i materiali della terza edizione del Festival Bologna in Lettere</p>
<p style="text-align: center">“Sì, si può”, recital multimediale con<strong> Alessandro Brusa, Martina Campi, Francesca Del Moro, Rita Galbucci, Enea Roversi, Jacopo Ninni, Mario Sboarina, Enzo Campi</strong></p>
<p style="text-align: center"><em>L’immagine in copertina è di Biagio Cepollaro, </em>Predella-Dittico<em>, dipinto su due pannelli. Tecnica mista su mdf, cm 80 x 50 complessivi,2009.Coll privata, Milano.</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>I sette savi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/04/21/i-sette-savi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Apr 2014 06:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Adolfo Wildt]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Fausto Melotti]]></category>
		<category><![CDATA[Giulia Niccolai]]></category>
		<category><![CDATA[I sette savi]]></category>
		<category><![CDATA[lucio fontana]]></category>
		<category><![CDATA[Museo del Novecento]]></category>
		<category><![CDATA[villa Belgiojoso Bonaparte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Entrate dal cancello della villa Belgiojoso Bonaparte, la villa comunale di Milano, in via Palestro, dove una volta ci si sposava, almeno quelli che preferivano il sindaco al sacerdote, proprio di fronte ai Giardini Pubblici; entrate nel giardino in stile romantico e aggirate la villa dall’interno, costeggiando il laghetto. Dalla parte opposta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/Melotti-sette-savi-7.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/Melotti-sette-savi-7-225x300.jpg" alt="Melotti sette savi - 7" width="225" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-47965 "style="float: left; margin: 0 15px 0 0;" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/Melotti-sette-savi-7-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/Melotti-sette-savi-7-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/Melotti-sette-savi-7-900x1200.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/Melotti-sette-savi-7.jpg 1536w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></a><br />
Entrate dal cancello della villa Belgiojoso Bonaparte, la villa comunale di Milano, in via Palestro, dove una volta ci si sposava, almeno quelli che preferivano il sindaco al sacerdote, proprio di fronte ai Giardini Pubblici; entrate nel giardino in stile romantico e aggirate la villa dall’interno, costeggiando il laghetto. Dalla parte opposta dunque rispetto all’entrata spingete lo sguardo tra gli alberi e gli arbusti, risalite qualche balza di terra e vi trovate davanti ai <em>Sette Savi</em>.<br />
Sono un gruppo omogeneo di sculture che ci ha lasciato Fausto Melotti (Rovereto 1901 ― Milano 1986) che andrebbe forse conosciuto meglio; <span id="more-47964"></span>da quando ne ho scoperto l’esistenza sono entrato più volte a guardarli e, anche se i giardini sono assai affollati, è raro che qualcuno si spinga fino al luogo appartato dove sono collocate le statue. Sono sette sculture di pietra bianchissima, a grandezza naturale, che riproducono sette personaggi dell’antichità, poco importano i loro nomi, tanto più che le statue sono tutte uguali, niente visi, solo la curvatura del profilo, identica per tutti. Interessante invece la loro disposizione e il loro orientamento, che ha notevoli elementi di regolarità, ma anche qualche deviazione dalla regola. La loro disposizione sembra formare un triangolo equilatero, ma in realtà c’è una statua fuori dal triangolo. Qualsiasi simmetria voi vi immaginiate, è sempre verificata quasi, non completamente. E questa pare a me una caratteristica di tutta l’opera di Melotti ― al Museo del Novecento c’è una stanza a lui dedicata, che vale una visita. L’idea che mi sono fatto io, guardando i Sette Savi e le altre opere esposte al Museo, è che fosse in qualche modo devoto, pur nell’estrema astrattezza di molte sue creazioni, ai canoni dell’arte classica, che esplicitamente riconosceva, ma che il suo contributo fosse molto spesso appunto una <em>variatio</em> che gli permetteva di scostarsene, ancorché sempre con moderazione.<br />
Del resto la sua formazione era stata assolutamente “regolare”: si era laureato in ingegneria elettrotecnica nel 1924, nel 1928 si era iscritto all&#8217;Accademia di Brera, dove il corso di Plastica della Figura era tenuto da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Adolfo_Wildt">Adolfo Wildt</a> e aveva conosciuto <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Lucio_Fontana">Lucio Fontana</a> con il quale aveva stretto una forte amicizia, consolidata ― così dicono le cronache ― da una rara sintonia spirituale. È da Wildt che apprese il rispetto e la dedizione per il mestiere di scultore, il gusto per la trasfigurazione in chiave antinaturalistica, la liberazione della forma plastica dal peso e la tensione a qualificare lo spazio in relazione al vuoto. Si era infine diplomato nel 1929, stabilendosi poi a Milano. Insieme agli architetti razionalisti del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gruppo_7_e_MIAR">Gruppo 7</a> (costituitosi nel 1926, sotto la guida di Carlo Enrico Rava), Figini e Pollini in particolare, cominciò a estendere gli esiti della sua ricerca alla dimensione pubblica, nel contesto  dell&#8217;arte e dell&#8217;architettura d&#8217;avanguardia, condividendo i loro ideali estetici, fondati sulle nozioni di classico, ritmo, astrazione e purezza.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/Fausto-Melotti.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/Fausto-Melotti.jpg" alt="Fausto Melotti" width="222" height="227" class="alignright size-full wp-image-47966" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/Fausto-Melotti.jpg 222w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/Fausto-Melotti-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 222px) 100vw, 222px" /></a><br />
Sono disponibili vari cataloghi delle sue opere, nei quali vengono riportati pareri e giudizi di colleghi e di critici vari. Io mi limiterò a trascrivere qui un passo tratto da <em>Cos’è poesia</em> (edizioni del Verri, Milano 2012) di <strong>Giulia Niccolai</strong>. Eccolo: </p>
<blockquote><p>«Calvino si augurava che la scuola riprendesse l&#8217;abitudine di far studiare a memoria le poesie agli studenti, perché le poesie che lui stesso aveva appreso a memoria, gli avevano poi tenuto compagnia per tutta la vita.<br />
Credo che molti di noi siano d&#8217;accordo con lui. In queste ultime settimane mi è capitato di notare in libreria, che tutte le riedizioni einaudiane di Calvino hanno in copertina una scultura di Melotti. Mi pare un incontro perfetto. Non so se è capitato anche a voi qualche volta al mare, quando il nostro sguardo inquadra di colpo, al largo, una goletta o un brigantino, di provare un tuffo al cuore, una sorpresa e un&#8217;emozione fortissime, che ci fanno desiderare viaggi e avventure, come le provavamo da bambini leggendo Salgari, Il corsaro nero, o altri simili testi.<br />
È come se Melotti condividesse con noi quello stesso desiderio irrealizzabile, perché, quando vediamo dal vero, nello spazio di un museo, quelle sue straordinarie sculture fatte di niente, di un paio di assi di rame in bilico, di fili di ferro, di scale sghembe, di cencini con un po&#8217; di colore, o di pezzi più grandi di tulle che avvolgono esili inizi di figure geometriche, per qualche magica alchimia che non riusciamo a spiegarci, proviamo quello stesso tuffo al cuore, quella sorpresa e quell&#8217;emozione che ci fanno desiderare proprio quei viaggi e quelle avventure della nostra lontanissima infanzia che speravamo di poter vivere da adulti. Siamo noi quei testimoni di noi stessi, velati, svelati, rivelati?» </p>
</blockquote>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Farm Immagine</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/01/13/farm-immagine-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Jan 2013 10:49:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[adriano spatola]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Zavattini]]></category>
		<category><![CDATA[Ezio Gribaudo]]></category>
		<category><![CDATA[Fonderie Limone]]></category>
		<category><![CDATA[Ivan Fassio]]></category>
		<category><![CDATA[lucio fontana]]></category>
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					<description><![CDATA[I sogni di tutte le cose Intervista a Ezio Gribaudo di Ivan Fassio È riuscito a intrappolare l&#8217;immagine di ogni cosa nell&#8217;inconcepibile distanza propria di ogni reperto archeologico. Le lettere dell&#8217;alfabeto, i cieli sereni, le statue, gli animali e gli alberi sono riemersi sulla tela come da uno scavo futuro. Ritornato alla preistoria, ha immortalato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/alberi.png" alt="" title="alberi" width="428" height="478" class="alignleft size-full wp-image-44627" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/alberi.png 428w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/alberi-268x300.png 268w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/alberi-85x96.png 85w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/alberi-34x38.png 34w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/alberi-192x215.png 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/alberi-114x128.png 114w" sizes="(max-width: 428px) 100vw, 428px" /><br />
<strong>I sogni di tutte le cose</strong><br />
<em>Intervista a</em> <strong>Ezio Gribaudo</strong><br />
di<br />
<strong>Ivan Fassio</strong></p>
<p>È riuscito a intrappolare l&#8217;immagine di ogni cosa nell&#8217;inconcepibile distanza propria di ogni reperto archeologico. Le lettere dell&#8217;alfabeto, i cieli sereni, le statue, gli animali e gli alberi sono riemersi sulla tela come da uno scavo futuro. Ritornato alla preistoria, ha immortalato la fisionomia dei dinosauri, prendendosi gioco del tempo. Su ogni supporto, dai sacchi di iuta ai flani tipografici, dalla carta buvard al polistirolo, ha impresso i suoi segni, ha inciso l&#8217;effigie muta del linguaggio. Nel suo studio, ho visto gabbie e mappamondi, strumenti che saldano geografia e immaginario collettivo, presenza e assenza, immaginazione e iconoclastia. Giovedì 10 Gennaio, Ezio Gribaudo compie 84 anni. La mostra alle Fonderie Limone di Moncalieri, che vede protagoniste le sue sculture in bronzo, è stata prorogata fino a fine Febbraio. La casa editrice Silvana Editoriale ha pubblicato, per l&#8217;occasione, un libro che, attraverso le opere dell&#8217;artista, riesce a viaggiare idealmente tra storia dell&#8217;arte classica, avanguardia e ruolo economico dell&#8217;industria metallurgica. In fondo, scavalcare metaforicamente i confini di arte, letteratura e società è stato il lato migliore della sua produzione.</p>
<p><em>I.F.: Narrazione e staticità dell&#8217;immagine, poesia e arte figurativa. Il limite è labile. I manifesti artistici sono testimonianze di queste zone di confine, di questi non-luoghi, spazi di pausa.</em></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/metallogrifo.png" alt="" title="metallogrifo" width="350" height="473" class="alignright size-full wp-image-44628" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/metallogrifo.png 350w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/metallogrifo-221x300.png 221w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/metallogrifo-71x96.png 71w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/metallogrifo-28x38.png 28w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/metallogrifo-159x215.png 159w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/metallogrifo-94x128.png 94w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" />E.G.: Cesare Zavattini scriveva di un oro ecumenico, che le mie opere disperdevano verso lo spettatore, una sorta di emanazione mistica. Giovanni Arpino mi descriveva come un maestro di stregoneria bianca. Nico Orengo sosteneva che io recuperassi memorie per reinventare il mondo, per trasformare lo scarto in nuova vibrazione. La letteratura ha sempre frequentato le immagini che ho creato, figure che vivono nel limbo in cui idea e forma si incontrano. Il contenuto dei miei lavori, da una base concettuale, riesce sempre a ricollegarsi ad una realizzazione pratica, a trovare uno stile che lo giustifichi: in questo senso, ho fatto mio l&#8217;insegnamento di Benedetto Croce. I manifesti di ogni corrente attingono da questa stessa fonte di ispirazione. Adriano Spatola, che della poesia concreta concepì il manifesto, trovava la mia pratica estetica vicina alla sua visione, simile ad una riflessione sul peso, cristallizzata nella realtà. Jean Dubuffet, l&#8217;autore del manifesto dell&#8217;art brut, coglieva un&#8217;alta tensione intellettuale nei miei logogrifi. Ho frequentato la regione immaginaria in cui i progetti dell&#8217;arte prendono forma. Per questo, il poeta Raffaele Carrieri, indugiando sull&#8217;originalità del mio tratto, sosteneva che si trattasse di una sorta di genesi, assimilabile alla “silente, prismatica formazione degli arcipelaghi”.</p>
<p><em>I.F.: Abitare il luogo originario prima della creazione è affascinante. Il vuoto assoluto, tuttavia, è impraticabile. La libertà è sempre e soltanto un passaggio. Sarebbe meglio parlare di liberazione, di superamento. Abbattere una costrizione per andare oltre: forse dovremmo prendere coscienza che si tratta semplicemente di questo. Un po&#8217; come per i tagli di Lucio Fontana: potrebbero essere il varco per un nuovo Umanesimo?<br />
</em><br />
E.G.: Per festeggiare i miei 84 anni, tornerò a New York, per una mostra personale all&#8217;Istituto Italiano di Cultura. Ripercorrerò il viaggio che avevo compiuto insieme a Lucio Fontana. Le luci della metropoli lo avevano ispirato, spingendolo a creare concetti spaziali utilizzando il metallo. Grandi cascate d&#8217;acqua che cadono dal cielo, così descriveva i grattacieli. Le sue opere sono mirabili esercizi di distacco dalle apparenze, dalla rappresentazione accattivante. La sua rivoluzione è stata la creazione di uno spazio libero, in cui riprendere confidenza con forme inedite. Per questo, dai nuovi stimoli, dopo il superamento della parete della tela, nasce l&#8217;urgenza di rappresentare tutto l&#8217;universo che sta al di là del velo. Scopriremo la nostra dimora nell&#8217;essenza delle più impensabili possibilità, per un nuovo Umanesimo. Un po&#8217; come nei miei Teatri della Memoria, dove idee, ricordi e materia imparano a convivere.</p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/teatrodellamemoria-oliocollpast.png" alt="" title="teatrodellamemoria-oliocollpast" width="469" height="472" class="alignleft size-full wp-image-44629" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/teatrodellamemoria-oliocollpast.png 469w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/teatrodellamemoria-oliocollpast-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/teatrodellamemoria-oliocollpast-298x300.png 298w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/teatrodellamemoria-oliocollpast-96x96.png 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/teatrodellamemoria-oliocollpast-38x38.png 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/teatrodellamemoria-oliocollpast-213x215.png 213w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/teatrodellamemoria-oliocollpast-128x128.png 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/teatrodellamemoria-oliocollpast-60x60.png 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/teatrodellamemoria-oliocollpast-120x120.png 120w" sizes="(max-width: 469px) 100vw, 469px" /><em>I.F.: Il bronzo è resistenza allo scorrere del tempo. La tela si può lacerare. Il legno, talvolta, può scoprirsi metereopatico. La carta ingiallisce. Per ogni età un materiale, partendo dalla pietra per arrivare all&#8217;informatica.</em></p>
<p>Il bronzo è stato il mio modo per superare la dimensione dell&#8217;effimero. L&#8217;ho frequentato per pochi anni, ma è stata l&#8217;esperienza che, per me, ha fatto da ponte tra storia dell&#8217;arte classica ed esigenze dell&#8217;avanguardia. Ero entusiasta e affascinato dal bronzo, un materiale duro e resistente, ma al contempo nobile. Adoravo frequentare le vasche di fusione, insieme ad operai e fonditori che non si erano mai occupati della produzione di opere d&#8217;arte. Mi piaceva vedere le mie opere uscire grezze e partire per altre destinazioni, per essere levigate e lucidate.<br />
Ho iniziato dipingendo: la tela è stata il trampolino di lancio, il medium da studiare e da piegare a tutte le esigenze per spingermi oltre. Ho stampato carte e creato collages, ho esposto ready made e objets trouvés venuti a me dal mondo dell&#8217;editoria d&#8217;arte, che è anche il mio mondo. Ho inciso il tiglio ricreando le forme che avevo impresso su carta. I metallogrifi mostravano le cicatrici delle combustioni. Da sempre, sono stato un coraggioso esploratore della tecnica mista, che è il mio modo per rimanere sempre giovane, curioso sperimentatore che mette in scena i sogni di tutte le cose, a partire dall&#8217;età della pietra fino ai tempi moderni! A proposito, il dinosauro alto più di tre metri che ho sistemato davanti al mio studio per il mio compleanno è realizzato in serizzo, una roccia metamorfica che, geologicamente, risale all&#8217;Oligocene!</p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/fonderie-limone_190.jpg" alt="" title="fonderie limone_190" width="190" height="254" class="alignright size-full wp-image-44630" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/fonderie-limone_190.jpg 190w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/fonderie-limone_190-71x96.jpg 71w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/fonderie-limone_190-28x38.jpg 28w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/fonderie-limone_190-160x215.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/fonderie-limone_190-95x128.jpg 95w" sizes="(max-width: 190px) 100vw, 190px" /></p>
<p>AA. VV., <a href="http://www.silvanaeditoriale.it/catalogo/prodotto.asp?id=3639">Fonderie Limone. Novant&#8217;anni tra industria e arte </a>/Le sculture di Ezio Gribaudo<br />
2012 Silvana Editoriale<br />
Curatore: Paola Gribaudo<br />
pagine: 96<br />
Euro 20,00<br />
http://www.silvanaeditoriale.it/</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La città dell&#8217;entusiasmo e l&#8217;arte dello snooker</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/02/06/la-citta-dellentusiasmo-e-larte-dello-snooker/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Feb 2008 06:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[genio]]></category>
		<category><![CDATA[lucio fontana]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[pubblicità]]></category>
		<category><![CDATA[slogan]]></category>
		<category><![CDATA[snooker]]></category>
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					<description><![CDATA[  di Michele Riccardi Fece scalpore lo scorso dicembre l’abbandono del tavolo da biliardo di uno dei più grandi giocatori di snooker di tutti i tempi, Ronnie O’Sullivan, durante i quarti di finale del campionato britannico. O’Sullivan si alza dalla sedia, passa il gesso sul cuoietto, va a stringere la mano ad arbitro ed avversario [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/concetto-spaziale-attese-1964.bmp" title="concetto-spaziale-attese-1964.bmp"><img loading="lazy" width="563" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/concetto-spaziale-attese-1964.bmp" alt="concetto-spaziale-attese-1964.bmp" height="303" style="width: 319px; height: 185px" /></a> </p>
<p>di <strong>Michele Riccardi</strong></p>
<p>Fece scalpore lo scorso dicembre l’abbandono del tavolo da biliardo di uno dei più grandi giocatori di snooker di tutti i tempi, Ronnie O’Sullivan, durante i quarti di finale del campionato britannico. O’Sullivan si alza dalla sedia, passa il gesso sul cuoietto, va a stringere la mano ad arbitro ed avversario e si avvia negli spogliatoi, bofonchiando: “I had enough of it, mate”. Sono stufo di tutto questo, amico. Si ipotizzò una ritirata tattica: ma O’Sullivan, benché sotto di 3 giochi al meglio dei 17, era in recupero, avendo appena vinto due games, e anche quel giorno aveva già dato segni del suo immenso talento. D’altra parte era il campione mondiale uscente; era l’autore di uno dei century break più veloce della storia; era l’unico, nella storia dello snooker, capace di tirare indifferentemente di destro e di sinistro.<span id="more-5274"></span></p>
<p>Ronald Antonio O’Sullivan &#8211; madre siciliana e padre scozzese, in carcere per aver accoltellato la guardia del corpo di uno dei più grandi criminali britannici &#8211; incarna alla perfezione la figura del <em>genio scazzato</em>, una delle maschere più interessanti del carnevale umano. Il <em>genio scazzato </em>è figlio di una generosità avara, di una generosità imperfetta: il Signore gli ha donato tutti i talenti, ma privandolo di un regalo: l’entusiasmo. L’assenza dell’entusiasmo rende tutti gli altri talenti superflui, perché, non essendo entusiasta, il genio non si sente investito di alcuna missione nel mondo, di alcuna vocazione, ma probabilmente solo gravato di un peso. Pertanto tutte le manifestazioni della sua arte, pressoché irraggiungibili al popolo, sono solo figlie dell’umore, del meteo e del caso.</p>
<p>Ma cos’è l’entusiasmo? Il genio di O’Sullivan e la sua arte mi offrono l’opportunità di aprire un dibattito su uno degli stati d’animo più rilevanti della società post-moderna. Analizzando in modo casuale figure più o meno popolari e più o meno conosciute di <em>genio scazzato </em>(sarò disponibile a fornirne una documentata lista, con indirizzi in calce) sono giunto alla conclusione che l’entusiasmo non è altro che una speciale correlazione tra l’individuo e il tempo storico; nel dettaglio, può essere definito come <em>la capacità di un individuo di vivere il tempo presente.</em> In realtà, come prima anticipavo, non si tratta di un reale talento: ma soltanto di un regalo del Signore, che non richiede particolari doti tecniche o cerebrali, anzi, probabilmente non ne richiede proprio. Richiede solamente la buona sorte di averlo avuto in dono.</p>
<p>Teorema 1: <em>L’entusiasmo è la convinzione di sentirsi al posto giusto nel momento giusto, ovvero la convinzione che non si potrebbe vivere in altro tempo all’infuori di quello in cui si sta esattamente vivendo</em>.</p>
<p>Da cui si può derivare la ristretta definizione di cui sopra, quella dell’entusiasmo come <em>capacità di vivere il presente</em>. Ma non basta. La funzione che lega l’entusiasmo al tempo, e dunque alla storia, ci porta ad introdurre un’altra variabile nell’analisi: gli altri individui. In che relazione è l’individuo entusiasta con gli altri diversi da lui?</p>
<p>Teorema 2: <em>l’entusiasmo è la convinzione di sentirsi al posto giusto nel momento giusto con le persone giuste, ovvero la convinzione che le altre persone siano anche esse entusiaste. </em></p>
<p>L’entusiasmo non è dunque una capacità individuale: è un’abilità collettiva, che solo nel collettivo può trovare conferme e certezze. D’altra parte se un entusiasta fosse l’unico abitante del mondo sarebbe davvero convinto di vivere al posto giusto nel momento giusto? Ecco dunque che l’entusiasta necessita di un continuo feedback dalle altre persone che possa fungere da garanzia, da conferma, da assicurazione, da rassicurazione.</p>
<p>Teorema 3: <em>Un entusiasta che rimane solo è un uomo distrutto. </em></p>
<p>La stretta correlazione con la storia e la dimensione collettiva potrebbe farci pensare all’entusiasmo come a un sentimento di piazza. Effettivamente ritengo che la piazza, come sede del mercato ma anche del supporto politico e della contestazione, sia il luogo dell’entusiasmo per antonomasia.</p>
<p>Dai comizi di Mussolini passando per Berlusconi, dalle manifestazioni studentesche del ’68 ai cortei del femminismo, dalle sfilate del gay pride al funerale di Don Giussani, dai girotondi al family day, da Genova al meeting di Rimini, la piazza è il luogo dell’entusiasmo. Probabilmente, se si fosse provato ad intervistare qualcuno dei presenti alle manifestazioni sopra citate si sarebbe raccolta la stessa medesima testimonianza: “<em>Sono felice di essere qui, oggi</em>, assieme a <em>tutta questa gente</em>: non potrei essere altrove, questo è il nostro tempo e la nostra presenza”. Che, secondo la definizione offerta in precedenza non sarebbe altro che un’ammissione: “Ammetto di fare parte della categoria degli entusiasti”.</p>
<p>Peraltro l’entusiasmo per com’è stato definito lo possiamo trovare in quantità industriale pure entrando nei locali piu’ alla moda, o semplicemente stazionando di fronte a qualche bar di Milano alla classica ora dell’aperitivo. I ventenni che si riuniscono al Bar Magenta all’uscita dall’università per l’ <em>happy-hour </em>(l’ora felice: mai slogan fu più azzeccato nell’ambito del nostro ragionamento) dimostrano lo stesso entusiasmo, lo stesso livello d’entusiasmo, che dimostravano i loro genitori che al Bar Magenta si trovavano per fondare Lotta Continua. I figli di oggi e i genitori all’epoca avrebbero rilasciato le stesse dichiarazioni: “Mi sento al posto giusto nel momento giusto con le persone giuste, siamo un popolo di entusiasti”. Nell’ottica di questa analisi, non vedo alcuna differenza tra uno slogan gridato da Mario Capanna e un Cuba Libre.</p>
<p>Attenzione, però: si potrebbe credere con quanto appena detto che l’entusiasmo sia un sentimento soltanto giovanile, uno stato d’animo tipico dei ventenni, destinato a scomparire con l’età e la prostatite. Non è vero: essendo un regalo del Signore, l’entusiasmo non va incontro a caducità e svalutazione ma permane per tutta la vita dell’individuo, assumendo solo nuove forme, magari più <em>private</em>, ma di certo non allontanandosi dalla convinzione di essere al posto giusto nel momento giusto con le persone giuste. In questi casi, l’entusiasmo diviene un importante ingrediente per incontri culturali organizzati da ex compagni di lotta, cene del Rotary Club, consigli comunali o meglio ancora comitati di quartiere ospitati in fredde aule di scuole elementari, per protestare contro l’installazione di un ripetitore per la telefonia mobile o il caro-libri. Quando l’entusiasmo si riduce ad una forma ancora più privata, allora può diventare un serio grattacapo per mariti/mogli di donne/uomini entusiasti, e potenzialmente motivo di divorzio.</p>
<p>Prima di passare a una breve fenomenologia dell’entusiasmo e alla relazione che intercorre tra entusiasmo e potere, voglio solo mettere in luce un elemento che reputo fondamentale. Per quanto detto sopra, l’entusiasmo comporta sempre, implicitamente, una <em>adesione</em>. Ma non a una causa, bensì a un <em>movimento</em>, cioè a un gruppo di individui immersi in un tempo storico. La causa, ovvero l’oggetto dell’entusiasmo, di per sé passa in secondo piano:</p>
<p>Teorema 4: <em>Nella logica dell’entusiasmo non è la causa la discriminante tra l’adesione e la non adesione, bensì l’esistenza di altri individui entusiasti </em>hic et nunc.</p>
<p>Tale adesione è un <em>consensus</em> collettivo, è la partecipazione al presente nel mezzo degli altri. E’ solo un “noi, oggi”, senza un “perché”.</p>
<p><strong>Fenomenologia dell’entusiasmo: </strong></p>
<p>Contrariamente a quanto si possa pensare, la principale espressione dell’entusiasmo non è la felicità, ma la commozione. Seguendo in parte il suggerimento di Milan Kundera e di Erving Goffman, l’adesione dell’individuo al patto è realizzata attraverso le lacrime: si tratta di un <em>consensus lacrimalis</em>. La commozione determina più della gioia l’appartenenza al “noi, oggi”; d’altra parte la commozione si fonda, più che la felicità, su delle regole morali standardizzate e codificate nella storia e nella società, e dunque è un sentimento più collettivo della gioia. Ogni club di entusiasti dispone di un decalogo non scritto che spiega nei dettagli <em>quando</em> bisogna piangere, <em>perché</em> bisogna piangere, e <em>come</em> bisogna piangere. D’altra parte le lacrime rappresentano il test da superare per essere accettati nel circolo dell’entusiasmo, per diventare un affiliato, per ricevere la tessera, per sottoscrivere la petizione (perché in ogni club di entusiasti c’è sempre una petizione da firmare), per diventare uno dei tanti del “noi”. Perché quella dell’entusiasmo è un’associazione chiusa, ma sempre pronta ad aprirsi a nuovi iscritti: purtroppo la selezione è ferrea, senza prove d’appello. Se un non-entusiasta fingesse dell’entusiasmo fittizio per entrare nel circolo, verrebbe subito scoperto al test delle lacrime, e interdetto per il resto dei suoi giorni dalla frequentazione del club.</p>
<p>Al contrario la gioia non sembra necessaria nella logica dell’entusiasmo: anzi, la gioia non è nemmeno preclusa al <em>genio scazzato</em>, che può abbracciarla sia nella forma dell’ironia, cioè della gioia attraverso il distacco, ma pure in una forma totale, sublimata, ultraterrena. E’ il caso della gioia del Santo Jullare Francesco, tanto lontana dall’entusiasmo quando prossima alla luce del Signore, o della gioia nipponica di Bill Murray in <em>Lost in translation</em>, pellicola di qualche anno fa.</p>
<p><strong>Entusiasmo e potere</strong></p>
<p>Da sempre, il potere si serve dell’entusiasmo. L’entusiasmo non è mai contro il potere: è sempre <em>per</em> il potere, nel senso che di per sé l’entusiasmo genera forme di potere. L’entusiasmo sottende il potere perché porta con sé le sue due dimensioni fondamentali: quella di controllo degli individui e di controllo della storia. Attraverso l’adesione esclusiva al presente e l’adesione tacita a un patto collettivo, l’entusiasmo permette al potere di manifestarsi: in maniera impersonale, certo, implicita, sottintesa, diffusa, in maniera “democratica”, ma totale. In altri termini, con l’entusiasmo, il potere esiste prima ancora di essere giustificato attraverso il suffragio o il plebiscito. E’ un potere che nasce dal basso, che nasce da un “noi, oggi”.</p>
<p>Il primo ad accorgersi dell’enorme potenziale costituito dal popolo degli entusiasti non è stato il potere politico, che solo negli ultimi tempi, e solo con l’adozione di forme di governo neo-populiste, si è appoggiato sul <em>consensus lacrimalis</em>; ma è stato il potere economico. L’economia post-moderna nasce e prospera grazie all’entusiasmo. L’entusiasmo è l’ingrediente primo della crescita dei mercati finanziari, ma pure il volano dell’economia reale. In una società come la nostra che prospera grazie ai <em>servizi </em>e agli <em>eventi</em>, l’entusiasmo gioca un ruolo imprescindibile: rilancia quotidianamente consumi ed acquisti – altrimenti propensi a decrescere secondo natura; moltiplica le relazioni – ingrediente primo dell’economia dei servizi; diffonde ed amplifica la portata degli eventi; ne accresce l’importanza agli occhi dei potenziali spettatori; attribuisce ad essi un valore economico; e più in generale allontana da una valutazione <em>fair-value </em>di qualunque attività economica, e in ultima istanza rende soggettivo e manipolabile il concetto di valore, permettendo cosi’ l’esercizio dell’economia su qualsiasi esperienza, attività, manifestazione, opera umana. In altri termini, l’entusiasmo legittima il concetto di valore aggiunto; e ad un livello tale che alcuni beni e servizi non hanno altro valore che un surplus di valore.</p>
<p>L’entusiasmo rende uniformi: dietro l’implicita adesione al <em>consensus lacrimalis </em>si nasconde lo spettro dell’omologazione. Per tale ragione il popolo degli entusiasti rappresenta il principale bacino a cui attingono i pubblicitari, perché rappresenta di per sé un pubblico potenzialmente globale: non a caso, il messaggio subliminale di ogni pubblicità non è un messaggio di gioia, ma un messaggio di entusiasmo. La pubblicità post-moderna non vuole convincere il suo fruitore: ma si appella solamente alla sua appartenenza ad un mondo fondato sull’entusiasmo. Che si vendano maccheroni o auto di lusso, profumi o minestre, finanziamenti a tasso zero o conti in banca, il sottotitolo invisibile di ogni reclame recita: <em>sei al posto giusto nel momento giusto con le persone giuste; appartieni ad un popolo di (consumatori) entusiasti</em>. E a ribadire il concetto appare il volto rilassato e sorridente di qualche giovane o di un padre di famiglia, che sospira: “Oh, come sono entusiasta”. D’altra parte l’omologazione collettiva nell’entusiasmo consentirebbe l’utopia del capitalismo: la minimizzazione dei costi attraverso la produzione su grande scala di un unico prodotto standardizzato. La chimera del capitalismo è un mondo che sia, per parafrasare Dominique Lapierre, una unica enorme <em>città dell’entusiasmo</em>.</p>
<p>D’altra parte anche coloro i quali lanciano strali contro l’omologazione si appellano all’entusiasmo del consumatore critico e risultano di per sé degli entusiasti: ecco la retorica sui prodotti del Made in Italy, sull’importanza della Ricerca e Sviluppo, ecco l’entusiasmo per il cibo macrobiotico e lo stile di vita olistico. L’entusiasmo degli oppositori al potere è sempre più entusiasta di quello dei suoi sostenitori.</p>
<p>Ma torniamo, per concludere, al nostro Ronald Antonio O’Sullivan. Il <em>genio scazzato </em>rappresenta l’unico vero nemico dell’entusiasmo. E pure l’unico pericolo per il potere. Il potere non teme gli entusiasti: l’entusiasmo collettivo contro il potere costituito porta con sé il germoglio del prossimo potere costituito, dunque permette al potere di replicarsi. A conferma dell’unità di intenti tra il potere e il popolo degli entusiasti è il fatto che il <em>genio scazzato </em>risulta ospite indesiderato sia degli uni che degli altri. Ad infastidire è il suo continuo rifiuto di aderire al tempo presente, di aderire al “noi”, il suo rifiuto a firmare la petizione (perché nel popolo degli entusiasti c’è sempre una petizione da sottoscrivere), a farsi convincere della bontà e dell’unicità di quanto incluso nei confini della commozione. Il <em>genio scazzato</em> tenta di giustificarsi: “Non è colpa mia, è colpa del Signore, che non mi ha fatto dono dell’entusiasmo”. Ma nessuno ci bada: nonostante il suo talento, il <em>genio scazzato </em>è bandito dalla città dell’entusiasmo. A spaventare è la sua incapacità di versare lacrime, la sua incapacità di commuoversi. Perché è così: la gente non ha paura dei mostri, ma di chi non sa commuoversi. I più speranzosi gli domandano: “Ma possibile che non ci sia proprio nulla, ma nulla, di noi, che ti fa piangere?”. Lui risponde con uno sbadiglio, e passa il gesso sul cuoietto. Se in giornata si lancia in un century break di quattro minuti, altrimenti si ritira negli spogliatoi.</p>
<p>Il <em>genio scazzato </em>è un pericolo perché non rientra, a differenza del semplice genio, nei piani del popolo degli entusiasti. Il genio è utile: col suo talento soddisfa una missione nella storia, nel presente, tracciando la strada per gli entusiasti. Il genio è adorato; di fronte al genio ci si commuove. Di fronte al <em>genio scazzato</em>, invece, si fugge: è un pericolo, con quelle smorfie non fa altro che ricordare che esiste un mondo al di fuori del “noi”, e un tempo al di fuori dell’”oggi”, in cui viviamo, e a cui abbiamo aderito. Il genio dipinge il quadro; il <em>genio scazzato </em>nel quadro ci incide un taglio, per il lungo, alla maniera di Lucio Fontana. “Come possiamo rimanere entusiasti se davvero esiste qualcosa d’altro al di fuori di questi confini, aldilà di questa tavola?”</p>
<p>Ma in fondo non c’è pericolo, e nemmeno bisogno di usare violenza. Il <em>genio scazzato </em>abbandonerà il tavolo da snooker e tornerà nella dressing room senza che gli si debba chiedere alcunché. Sono stufo, bofonchierà, a sé stesso e al pubblico pagante. E si maledirà: se anziché tutti questi talenti avessi solo una lacrima, pensa, una soltanto. Perché c’è solo una cosa che commuove il <em>genio scazzato</em>: il non essere mai riuscito a piantare i piedi su questo paese chiamato terra.</p>
<p><em>(Immagine: Lucio Fontana &#8211; Concetto spaziale, attese &#8211; 1964)</em></p>
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