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	<title>luigi preziosi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Liguriana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Jul 2023 05:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Panella]]></category>
		<category><![CDATA[Exorma]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Scrivano]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Biamonti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marino Magliani</strong>  <br /> Era il settembre del 1985, quando Calvino morì, e io mi trovavo in Spagna ormai da
alcuni anni, vivevo rigorosamente di notte e d’estate, spostandomi dal caldo della Costa Brava a quello dell’inverno canario o verso estati australi. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-104201 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/COP_CALVINO_Buona-224x300.jpg" alt="" width="224" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/COP_CALVINO_Buona-224x300.jpg 224w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/COP_CALVINO_Buona-763x1024.jpg 763w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/COP_CALVINO_Buona-768x1030.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/COP_CALVINO_Buona-150x201.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/COP_CALVINO_Buona-300x403.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/COP_CALVINO_Buona-696x934.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/COP_CALVINO_Buona-313x420.jpg 313w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/COP_CALVINO_Buona.jpg 992w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" /></p>
<p>Quando Italo Calvino morì avevo venticinque anni e immagino di non averlo saputo, nel senso che non ricevevo notizie del genere, guardavo poco la televisione e non compravo giornali italiani. Avevo letto in maniera molto disordinata da ragazzo e da giovanotto, in giro per il mondo, le mie abitudini non erano cambiate, forse sapevo giusto che Calvino era ligure, di Sanremo, che era stato partigiano. Tutto lì. Ma scoprire che un grande scrittore italiano, forse il più grande del secolo, se ne fosse andato era quanto di più improbabile mi potesse capitare allora.<br />
Era il settembre del 1985, quando Calvino morì, e io mi trovavo in Spagna ormai da alcuni anni, vivevo rigorosamente di notte e d’estate, spostandomi dal caldo della Costa Brava a quello dell’inverno canario o verso estati australi. Fin quando, non subito, con la fine delle isole non si concluse per forza anche quel genere di vita. Stanco di sole e di luna, desideravo più che altro fermarmi lungo qualche costa grigia del Nord Europa. A leggere, finalmente, e in seguito a decidere di scrivere.<br />
Nel 1985 Francesco Biamonti aveva pubblicato solo L’Angelo di Avrigue e qualche racconto sparso negli anni Sessanta. Biamonti è morto nel 2001, autore di quattro romanzi, e io a quel punto ero già diventato padre, scrittore di poche cose nascoste e traduttore. Se è quindi molto naturale che non abbia fatto in tempo a conoscere personalmente Calvino (in realtà non sarebbe stato neanche così facile, non viveva più a Sanremo, ma si divideva tra soggiorni torinesi, romani e la sua casa toscana, tra le pinete, che è stata la sua ultima residenza), è invece abbastanza strano che io non abbia mai incontrato Biamonti. L’ho detto, traducevo e scrivevo da tempo, pubblicando libretti rigorosamente distribuiti tra Porto Maurizio e Oneglia, e tornavo in Liguria almeno un paio di volte all’anno. Lui negli anni Novanta viveva, come sempre, dove era nato e dove poi morì, a San Biagio della Cima, ai confini con la Francia. La rupe che guardava la sua campagna e la sua casa di paese distava un pugno di vallate dalla mia. Ci eravamo però sentiti al telefono, mia madre alla fine del millennio era molto fragile, e neanche per Francesco le cose andavano bene. Poco tempo prima che morisse ero riuscito a farlo invitare all’Istituto italiano di Amsterdam, poi non c’era stato più tempo.<br />
Sulla diserzione, l’ossessione che popola i miei libri, Biamonti aveva letto un mio testo preistorico e forse, per dirmi che era ancora tutto molto acerbo o che non gli era piaciuto, mi fece notare semplicemente che alle diserzioni lui non era interessato, e mi chiese se io invece sì me ne intendessi. Ero un disertore, ammisi, come potevo non intendermene? E così, sollecitato dalle sue domande (ho il ricordo piuttosto vago di un uomo dalla voce calma e intelligente, un uomo curioso, desideroso di conoscere storie di vita, non uno di quelli che spiegava o si faceva spiegare il mondo, ma uno che amava ascoltare dinamiche), e una volta compreso che tra tutti lo affascinavano i racconti delle frontiere, devo avergli parlato a lungo dei miei confini privati, della tipologia delle mie diserzioni. In casa tenevano il telefono su un mobile, davanti alla finestra, la rugiada della campagna invernale brillava nel sole ligure. Sia chiaro, avevo sempre desiderato disertare, gli confessai, ed era la verità, tuttavia, quando davvero occorreva farlo, mi ero sempre tirato indietro. Da bambino avevo collezionato anni di collegio, una parte delle elementari a Nava, le medie a Mondovì, le estati a Entracque, la prima superiore nei Fratelli Maristi a Velletri. Insomma, le suore da bambino e da ragazzino i frati. Specialmente a Nava, mi facevo convincere dai professionisti de lla fuga, una vera attrazione: scappare di notte, attraversare i boschi, lungo paesi liguri e piemontesi (Nava, posta su una sella, circondata da montagne e fortini e pinete), addentrarci nel folto con le riserve nello zainetto. Le cose andavano preparate minuziosamente: la raccolta del cibo ad esempio ci vedeva col carrellino a sparecchiare i tavolini, sapevamo bene che le bambine lasciavano sul tavolo parecchio cibo, pezzi di pane, mezze mele. Rubavamo qualche bottiglia di quelle del latte e preparavamo una riserva d’acqua. Poi si aspettava una notte di luna. Ora che ci penso, il passeur di Biamonti in Vento largo non suggeriva altro: «Mandali su da me alla prima notte di luna».<br />
Poi a una cert’ora sgusciava uno tra i lettini e veniva a svegliarmi (si scappava sempre in due o tre al massimo), mentre l’altro aspettava già fuori del collegio, oltre il piazzale di ghiaia, tra i pini. Ma io non dormivo. È ora, sentivo come una pugnalata. Non vengo. Come non vieni. Non vengo. In che senso, mi chiedeva irritato e sottovoce (le signorine che ci facevano la guardia dormivano dietro una tenda), in ginocchio. Io non lo vedevo, sentivo solo il suo alito e le domande tra i denti. Dai, c’è la luna, è tutto pronto. No, non vengo nel senso che non vengo. Il collega di non fughe strisciava via, non prima, almeno in un paio di occasioni, di avermi rifilato un cartone tra le costole.<br />
Aspettavo qualche minuto per dargli il tempo di attraversare il piazzale di ghiaia, dovevano percorrerlo restando ai margini, i lampioni facevano chiaro come di giorno, poi mi alzavo e in punta di piedi andavo alla finestra a vedere il lavoro della luna sul costone, le pinete nere. Uscivano a un certo punto allo scoperto, in basso, lungo il tortuoso asfalto, a schiena bassa, la bisaccia gonfia, e dopo un po’ li perdevo, ora era o erano oltre il cancello, giù per la Nazionale. E io stavo lì, la testa inclinata da una parte, a sentirla – doveva capitare lo stesso a Degas, di pensare a Papillon in mezzo al mare, che stavolta ce l’aveva fatta – come un’occasione perduta. Il fatto è che Papillon non l’avevano ancora girato, e quanto a loro, i miei amici di fughe perdute, non ce la facevano mica, mai riusciti, e ancora oggi non so se assieme a me saremmo potuti giungere un po’ più lontano o persino in fondo a qualcosa, nella luna.<br />
Nava, ci torno ancora ogni tanto, a cercare il bambino e salutare il luogo finale di Mario Novaro, secondo me, assieme a Giovanni Boine, il padre della poesia ligure.<br />
Un giorno o due giorni più tardi, il mattino, la suora superiora riceveva la telefonata, e allora entrava nelle aule e faceva andare le classi alle vetrate. La camionetta dei carabinieri risaliva le curve e si fermava sulla ghiaia. Scendevano i miei colleghi mancati, uno o due, mani in tasca, bavero alto. Si pulivano il naso con la manica, tiravano su la faccia. Era tremendo e nello stesso tempo confortante sapere che non ce l’avevano fatta.<br />
È passato tanto tempo, alcuni sono morti, ma troppo presto, ventenni, trentenni. Io per un po’ sono andato a vivere in fondo alle isole, di notte, sempre d’estate, sotto la luna, e poi sono giunto qui, sulla costa olandese. Qui la luna è la letteratura. Sono scappato a diciassette anni, dalle scuole pubbliche, ma non era mica scappare, non si scappa più se non sei scappato da bambino. Giravo la Norvegia, la Danimarca e un giorno sono tornato in Italia perché a breve mi sarebbe arrivata la cartolina e non volevo ancora essere cosa ero già definitivamente da tempo e sono, un disertore. La partenza per il servizio militare coincise con la malattia di mio padre. Gli avevano dato meno di un anno di vita, parecchio meno. La mia destinazione era Albenga, fanteria. Qualcuno mi disse di andare dai carabinieri e costoro mi mandarono al distretto. Al distretto mi fecero tornare con le notizie cliniche sulle condizioni di mio padre, le portai e compilammo la domanda di esonero. Dissero che tanti restavano a casa per esubero di leva, io almeno avevo un motivo serio. Dissero che non partivo e che a breve avrei ricevuto l’esonero. Ma l’esonero non giunse, mio padre peggiorava, e un giorno partii per Albenga. Il destino del disertore. Il capitano di Albenga disse che non dovevo partire, perché ero partito? Dissi va bene, allora mi dia lei l’esonero. Non poteva, disse, ora ero partito, ora mi dovevano dare il pre-congedo. Così compilai i formulari del pre-congedo, anche quello di un avvicinamento nella caserma di Diano Castello, in caso il pre-congedo avesse tardato qualche giorno in più.<br />
Finito l’addestramento non tornai a casa, non mi avvicinarono neppure a Diano Castello, ma mi mandarono a Legnano. In pratica mi allontanarono di trecento chilometri, ero fante e ora dissero che ero bersagliere.<br />
Era novembre e a maggio ero ancora soldato. Verso la fine del mese di maggio mi chiusero un paio di giorni in una cella nel carcere militare di Peschiera del Garda, poi mi ricoverarono nell’Ospedale militare di Baggio, reparto neuro. Quando giunsi a casa con una convalescenza di dieci giorni per gravi stati d’ansia e crisi depressive mio padre respirava con l’ossigeno, non gli parlai mai più. Morì dopo alcuni giorni. Io ero ancora soldato, ma ora non c’era fretta. Ricevetti altri giorni di convalescenza, me li davano nel reparto neuro dell’Ospedale militare di Sturla.<br />
Tornato in caserma, il giorno prima di ritirare il congedo, o il giorno prima ancora, una di quelle sere lì, comunque, uscii dal cancello e non rientrai mai più in quella caserma.<br />
Me ne andai anche dall’Italia, temendo che mi avrebbero cercato, lasciai l’Italia e mi fermai in Costa Brava e quando cominciò il freddo raggiunsi le isole calde, di fronte alla costa africana.<br />
E così, ancora oggi, ogni volta che torno in Italia mi sembra di farlo da clandestino e quando me ne vado ho l’impressione di disertare di nuovo come la prima volta.<br />
Questo scritto sta prendendo un po’ troppo una piega affollata di io e di Calvino e Biamonti non dico più nulla. È che se mi si chiede di commentare il mio paesaggio estremo, queste foto, un paesaggio senza io non va oltre la cartolina.<br />
Siamo davvero cosa vediamo? Eppure un libro su Calvino e Biamonti e su di me non può che essere un libro sbilenco. Il paesaggio ligure di Biamonti – non ne conosco altri di suoi se non quello adriatico dell’Attesa sul mare, o il paesaggio della Provenza, che però assomiglia alla Liguria – è un invito a estrapolare il mare dal mare e incollarne il senso alle rocce, alle foglie, per dire che le cose in Liguria hanno quel tormento lì. Il paesaggio ligure di Calvino, specie quello di un libro dell’ultima parte della sua vita come La strada di San Giovanni, lo sento ben più vicino; del resto, che sciocchezza, la campagna di San Giovanni sta esattamente a metà strada tra la rupe di Biamonti e il mio carruggio di Prelà.<br />
Cosa abbiamo in comune tutti e tre? A parte il fatto che abbiamo ereditato della terra e siamo stati figli di padri che «andavano in campagna» e ci chiedevano di seguirli per dar loro una mano, c’è in comune ben poco. Abbiamo dunque in comune il senso di colpa per non aver quasi mai dato una mano ai nostri padri in campagna? C’è questo e poco altro in comune? Di nuovo posso parlare solo per me, e ammettere che è un dolce senso di  colpa quello che ti lascia addosso la diserzione. Quest’anno sono stato in America, prima in Florida e poi in California. Se mi avessero detto scegli tra una di quelle due coste e New York avrei scelto la costa, una qualsiasi, ma forse di più quella della Florida. Calvino invece si sentiva un new-yorchese a fondo. Mentre Biamonti amava la Provenza. Ecco, io, ad esempio, non ho niente contro la Provenza, ma mi ricorda troppo la terra interna delle spiagge che frequentavo da bambino perché mio padre faceva l’aiuto cuoco nei ristoranti di Saint Maxime e Saint Raphael. E mentre lui faticava io me ne stavo in spiaggia tutto il giorno a chiedere al mare perché non sapevo nuotare. Fuori posto non per la questione del mare, ma perché per la prima volta ero assente da quella zona interna che avevo imparato a chiamare Liguria. Era un fuori strano, di certo non era né la Liguria e né un fuori dentro un collegio. L’impressione della Costa Azzurra e della Provenza è quella di un pre-esilio. Di qualcosa di somigliante a un marsupio, ma esterno, se tutto questo fosse possibile. O forse solo l’oltre estremo ponente. Un Far West da varcare e di cui nutrirmi, come un litofago, individuando la roccia cosmica e amica, fino ad assorbirla, passarle attraverso… Ma in California e in Florida l’estremità è quella di un continente e la vivi molto più intensamente, dev’essere un po’ come la sentono i portoghesi. Si potrebbe parlare della differenza animale che c’è tra un ramarro ligure di grosse dimensioni e un’iguana.<br />
Di sauri in Liguria se ne trova una specie tra le più grosse d’Europa. Si tratta della lucertola ocellata, si dice abiti volentieri a Pompeiana e sui Pirenei, nelle isole Baleari e in pochi altri luoghi, tra le pietre, nelle rughe delle montagne.<br />
Ai piedi dei Pirenei è dove ha deciso di morire Walter Benjamin, dopo aver vissuto, qualche tempo prima, alle Baleari, e per ben tre volte aver trascorso lunghi soggiorni a Sanremo (non così distante da Pompeiana). Così, un giorno, ho deciso che lei, la lucertola ocellata e Benjamin avrebbero potuto conoscersi e popolare le pagine di un mio romanzo.<br />
Il protagonista è un bambino che gioca al pallone in un carruggio in discesa di Sanremo, nei pressi della ferrovia. Il pallone rotola e finisce oltre i binari, il bambino vuole recuperarlo, ma non deve disubbidire all’ordine della madre: non si attraversano i binari.<br />
Allora non gli resta altro da fare che incamminarsi accanto alle rotaie, per trovarne la fine.<br />
Avrei voluto tentare di scrivere questo romanzo come se fosse stato di Calvino. Del resto l’idea è stata proprio sua, di Calvino: era ragazzo e ne aveva parlato agli amici, forse ai tempi in cui con gli amici si confessano i progetti letterari. Lui, ragazzo prima della guerra, senza sapere che la Sanremo della sua gioventù finita la guerra sarebbe sparita, disse che avrebbe voluto raccontare la storia di un bambino che diventa vecchio lungo i binari cercandone la fine, ma senza trovarla, fin quando, certo che i binari sono infiniti – forse anche quelli tronchi –, gli sarà chiaro che il pallone è irrecuperabile e allora tornerà a Sanremo. Ma Calvino questa storia non la scrisse e io ho pensato che qualcuno l’avrebbe potuta scrivere, come gli autori di questo libro e di queste fotografie hanno provato a leggere tra le pietre rotte di tre scrittori così diversi tra loro e nello stesso tempo provenienti dalla stessa terra.</p>
<p>IJmuiden, 5 marzo 2023</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR Questo testo di Marino Magliani chiude il volume, edito di recente da Exorma, &#8220;</em><a href="http://www.exormaedizioni.com/catalogo/calvino-biamonti-magliani/">Calvino, Biamonti, Magliani, il racconto del paesaggio, lo sguardo, la luce&#8221;</a> <em>con testi di Luigi Marfè, Claudio Panella, Luigi Preziosi e Fabrizio Scrivano</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;">
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Guglielmo Embriaco detto il Malo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/10/29/80857/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Oct 2019 06:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Giunti]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Conte]]></category>
		<category><![CDATA[I senza cuore]]></category>
		<category><![CDATA[luigi preziosi]]></category>
		<category><![CDATA[medioevo]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo contemporaneo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Luigi Preziosi Marzo 1116. Dal porto di Genova salpa una galea, carica di merci, comandata da Guglielmo Embriaco detto il Malo, appartenente ad uno dei casati più illustri della città (gli Embriaci), e circondato dalla fama di eroe della crociata da poco terminata: è anche grazie alla sua idea di smontare le navi della [&#8230;]]]></description>
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<p>Marzo 1116. Dal porto di Genova salpa una galea, carica di merci, comandata da Guglielmo Embriaco detto il Malo, appartenente ad uno dei casati più illustri della città (gli Embriaci), e circondato dalla fama di eroe della crociata da poco terminata: è anche grazie alla sua idea di smontare le navi della flotta genovese per trasformarle in macchine da assedio e torri d’assalto che Gerusalemme è caduta.<br />
Dalla Terra Santa ha portato un vaso di smeraldo esagonale, in cui si dice che Cristo abbia mangiato l’agnello nell’ultima cena: qualcosa di molto simile al Graal, o forse proprio il Graal. Quindici anni prima, a Cesarea, un vecchio sapiente ebreo ha insinuato il dubbio che fosse un falso, asserendo che l’originale era stato trafugato: labili indizi lo darebbero rintracciabile in qualche località della Cornovaglia bretone. Dopo tanto tempo, ora Guglielmo vuole conoscere la verità. Per questo arma la Grifona, una galea di nuova concezione, e con più di 190 uomini fa rotta verso Gibilterra, puntando poi verso l’Atlantico, fino alla remota Bretagna francese, seguendo una rotta raramente prima battuta. Dopo un viaggio drammatico, ricco di avventure e di-savventure, di incontri, di agguati ed inseguimenti sul mare, di tempeste oceaniche di proporzioni mai viste dai marinai genovesi, arriverà alla meta, dove si confronterà con le memorie di antiche leggende, relative al regno di un tempo remoto di re Gradlon e e alla antica città sommersa di Ys.<br />
Ma gli episodi più inquietanti avvengono sulla galea, dove, nelle notti di novilunio, quando le tenebre avvolgono la nave, si sgrana la lugubre sequenza delle efferate uccisioni di tre ufficiali, ai quali viene viene ogni volta estirpato il cuore dal petto. Il comandante è costretto allora ad improvvisarsi inquisitore, con l’aiuto di un giovane scrivano, Oberto da Noli: l’indagine non dimostrerà altro che l&#8217;impotenza del comandante ad arrestare gli omicidi, e la soluzione si paleserà con diverse modalità, mostrando quali inaspettate forme possa assumere l&#8217;affermarsi della giustizia tra gli uomini. In parallelo alla ricerca di Guglielmo si dipana la storia di Giannetta Centurione, figlia di un ricco mercante genovese, mandata in moglie per motivi di fusione di patrimoni familiari al rampollo di una delle famiglie più in vista della città. Odiata dalla matrigna, e riottosa all’idea di un matrimonio di convenienza con chi non ama, riesce a far fiorire in sé un senso di spiccata indipendenza, manifestato sia nello scegliere un amore diverso da quello a cui è destinata, sia nel coraggio che la sorregge nel compiere scelte decisive per la sua stessa esistenza.<br />
Questa, in estrema sintesi, ed omettendo per evidenti motivi il finale, la storia raccontata da Giuseppe Conte in <em>I senza cuore</em> (Giunti, 2019), recente prova narrativa di un autore che ha percorso gli ultimi decenni della nostra letteratura cimentandosi innanzitutto con la poesia (si veda, a definirne l’accertato valore, l’Oscar Mondadori del 2015, giunto al culmine di una trentennale attività), ma capace di svariare con esiti altrettanto convincenti nella saggistica, nel teatro e nel romanzo. Nella prove narrative Conte applica con esito felice la propria disponibilità all’esplorazione di temi, trame ed anche soluzioni stilistiche diverse: se ne può misurare l’ampiezza anche solo confrontando il medioevo (non privo però di rimandi sottintesi alle penombre della nostra modernità) di <em>I senza cuore</em> con la bruciante contemporaneità del suo penultimo romanzo, <em>Sesso e apocalisse ad Istanbul</em>, uscito appena un anno fa, teso a rappresentare le angosce, che, pur radicate in un remoto passato, popolano ancora a pieno titolo i nostri giorni.<br />
I senza cuore fa propri i topoi classici di più di un genere letterario. E’ con tutta evidenza un robusto romanzo storico, per la sua precisa collocazione temporale: af-fascina il senso di autenticità che percorre tutto il libro, derivante dall’accurata ricostruzione storica, e dall&#8217;altrettanto accurata descrizione del mondo marinaresco medievale (a fine libro è presente perfino un glossario dei termini utilizzati). Figura sto-ricamente accertata è poi Guglielmo il Malo, detto anche Guglielmo Testa di Martello, a cui Conte attribuisce una personalità perennemente oscillante tra carnale ferocia ed ingenua religiosità: ne testimonia le gesta Jacopo da Varagine nella Cronaca della città di Genova (Guglielmo poi, prima di diventare protagonista del romanzo di Conte, attraverserà rapidamente anche la Gerusalemme liberata). Ed è Guglielmo che, di ritorno dalla Crociata, porterà con sé il vaso di smeraldo, che, altro elemento di verità storica, è attualmente conservato nel Tesoro di San Lorenzo a Genova. Di lui, però, dal 1112 in avanti non si hanno più notizie nelle cronache dell’epoca, il che autorizza la virata verso quel grado di libertà superiore consentita in linea generale dal romanzo di avventura, senza che perciò solo ne debba scapitare la densità di significato etico della narrazione. Con ciò Conte supera un pregiudizio storico (ultimamente per fortuna un po’ attenuato) nei confronti del romanzo d’avventura, e rende allo stesso tempo omaggio ad alcuni classici della narrativa anglosassone: basti pensare a Melville, Conrad, Stevenson&#8230;<br />
E l’avventura che sostanzia il romanzo è originata dall’ansia di conoscere la verità che ritorna dopo anni a tormentare Guglielmo, che trova occasione di manifestarsi anche durante l’infruttuosa inchiesta sugli omicidi dei suoi ufficiali. La declinazione (anche) poliziesca della trama, con tutto ciò che implica in tema di tensione verso la verità, può indurre ad accostare il protagonista al Guglielmo da Baskerville del Nome della rosa. Ma lo sforzo investigativo del Guglielmo di Eco tende all’affermazione della ragione sulle tenebre della superstizione: la conoscenza intuitiva empirica (la dimestichezza con l’uso del rasoio di Occam gli consente le semplificazioni necessarie allo scopo) è in grado di svelare i misteri del mondo che ci circonda. Guglielmo il Malo, pur respingendo le ipotesi di creature demoniache come autrici dei delitti, come invece sostiene il cappellano di bordo, vive invece un medioevo pieno, nel quale non si percepiscono ancora premonizioni del futuro umanesimo. La sua ricerca punta ad una verità metafisica: per gli uomini del suo tempo lo spirito pervade la materia ed il mondo non è tutto conoscibile.<br />
Guglielmo non è l’unico a cimentarsi con la ricerca della verità. Il romanzo brulica di personaggi, di cui Conte tratteggia bene i tratti essenziali a mano a mano che a ciascuno tocca una parte nella complessa macchina narrativa: dagli ufficiali massacrati Primo Spinola, Lanfranco Piccamiglio e Astor Della Volta, ognuno con caratteristiche caratteriali ben definite, al gelido tesoriere Bernardo Malocello, al cappellano don Rubaldo Pelle, al mastro d’ascia Carnac il mancino, arruolato durante la traversata e diventato in breve braccio destro di Guglielmo, a padre Brennan, custode nella biblioteca del suo convento di un insieme indistinto di memorie storiche e leggende, e tanti altri. Ed una rinnovata riflessione su se stessi, un diverso riconsiderare il modo di rapportarsi con il mondo sommuove alcune coscienze durante la navi-gazione: in particolare il mastro d’ascia Pietrabruna, che, sbarcato a Lisbona, lascia i compagni ed il suo antico comandante per immergersi nel misticismo sufi, e lo scrivano Oberto da Noli, che cerca armonia ed equilibrio in Seneca e Virgilio, autori appassionatamente compulsati durante la traversata; anche Giannetta in fondo sperimenterà la tensione verso il rinnovamento di sé, al termine di un itinerario psicologico certo non consueto.<br />
Ma la nostalgia della verità innerva una ragione più specifica, fondamento del viaggio della Grifona e del suo capitano. La ricerca di Guglielmo solo apparentemente è simile alle tante quêtes che affollano le narrazioni medioevali: ha, al contrario, una sua specifica originalità. Guglielmo non cerca, infatti, un oggetto miracoloso dall’incerta esistenza: lo possiede già, cerca invece la prova della sua autenticità. E’ dal possesso non dell’oggetto, ma della verità sull’oggetto, che potranno derivare gli effetti miracolosi che Guglielmo si aspetta, ed in cui crede. Ed allora, l’itinerario per questa ricerca non attraversa le selve in cui si erano aggirati Parsifal e Galaad, ma il mare, tant’è vero che è durante la lunga navigazione che gli uomini in ricerca a bordo della Grifona giungono a qualche forma di composizione delle inquietudini che li affliggono. Alla malia del mare, rappresentata con mano felice nella sua obiettiva naturalezza, nelle bonacce e nelle tempeste, Conte pare attribuire una sorta di funzione catartica, che supera la contingenza necessitata dall’economia della narrazione: se è ve-ro (Keats insegna) che la verità si rivela nella bellezza, è proprio nello smisurato splendore del mare che i naviganti della Grifona (e noi con loro) la possono cercare.</p>
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		<title>La letteratura garibaldina: la retorica dell&#8217;antiretorica</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/11/28/65656/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Nov 2016 06:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Da Roma a Digione]]></category>
		<category><![CDATA[Garibaldi]]></category>
		<category><![CDATA[luigi preziosi]]></category>
		<category><![CDATA[Nerosubianco Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[spedizione dei mille]]></category>
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					<description><![CDATA[   di Luigi Preziosi &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; Lo sforzo di contenimento dell’enfasi retorica non comporta comunque una degradazione del tono epico della narrazione. Piuttosto, i racconti dei memorialisti garibaldini costituiscono un corpus che nel complesso esprime una forma di epica abbastanza coerente e piuttosto riconoscibile. È un’epica domestica, e al tempo stesso quasi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/11/28/65656/preziosi_25_9788898007608_0/" rel="attachment wp-att-65661"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-65661" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/preziosi_25_9788898007608_0-218x300.jpg" alt="preziosi_25_9788898007608_0" width="218" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/preziosi_25_9788898007608_0-218x300.jpg 218w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/preziosi_25_9788898007608_0.jpg 436w" sizes="(max-width: 218px) 100vw, 218px" /></a>   di <strong>Luigi Preziosi</strong></p>
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<p>Lo sforzo di contenimento dell’enfasi retorica non comporta comunque una degradazione del tono epico della narrazione. Piuttosto, i racconti dei memorialisti garibaldini costituiscono un <em>corpus </em>che nel complesso esprime una forma di epica abbastanza coerente e piuttosto riconoscibile. È un’epica domestica, e al tempo stesso quasi un’ammissione di modestia. <span id="more-65656"></span>Per quanto in particolare riguarda la spedizione dei Mille, l’impresa già si palesava immensa alla partenza da Quarto, ma le modalità con cui si era andata realizzando ed il risultato finale costituivano immediatamente leggenda, senza alcuna necessità di mediazioni letterarie: un migliaio di uomini aveva conquistato un regno, il conquistatore lo donava per la realizzazione di uno scopo di gran lunga superiore alla stessa conquista. Forse la presa di Troia aveva avuto necessità di un cantore per diventare mito, forse la realtà storica era stata di gran lunga inferiore al racconto omerico. O forse no. Ma le gesta dei Mille, agli occhi dei pochi che vi avevano partecipato e di tutti coloro che vi avevano assistito, erano cronaca contemporanea che si faceva storia: la dismisura dell’impresa era tale che i memorialisti non avevano bisogno di enfatizzare ulteriormente un evento che già era impresso nel ricordo di tutti come straordinario. Ad evitare la scelta di una sistematica solennità può aver contribuito anche la consapevolezza, o quanto meno il sospetto, della propria inadeguatezza, in confronto non tanto al compito di riferire gli eventi, di farli conoscere ed apprezzare, quanto al dovere di fronte alla storia che gli autori garibaldini si sentono chiamati a realizzare. Giovani appena usciti dalle Università (uno, Abba, ci sarebbe ritornato a terminare gli studi), impregnati di un sapere romantico che esalta la libertà dei popoli dall’oppressione, e di un sapere umanistico che indica nella loro impresa un evento atteso da centinaia di anni, ben a ragione possono sentirsi gli autori di un riscatto che generazioni di uomini hanno atteso invano, e che la sorte ha posto nelle loro mani. Facile allora coltivare il dubbio se essere o meno all’altezza della missione suprema di compiere la storia. Opportuna pertanto anche la scelta di non affidare la narrazione a pompose magniloquenze, ma di lasciare parlare in prima battuta gli eventi raccontati, di per sé sufficientemente suggestivi e non bisognevoli di ampliamenti retorici.</p>
<p>Di qui anche alcune strategie narrative, figlie dei tempi, ma perfettamente conseguenti al disegno di utilizzare un grado medio di retorica, consistenti nel ricorso al racconto singolo di eventi anche molto ordinari. L’autorappresentazione di sé, generalmente, non include particolari esaltazioni di eccezionali virtù militari, né specifiche consapevolezze di appartenere a reparti di eccellenza (i memorialisti, semmai, preferiscono mettere l’accento sulle motivazioni che li spingono alla guerra, che, essendo di straordinario valore, incoraggiano ad azioni straordinarie). E la cosa è già di per sé sorprendente, visto per contro il timore che le camicie rosse incutevano in coloro che dovevano fronteggiarli, fossero truppe appartenenti all’esercito delle due Sicilie, all’Imperial Regio Esercito o a quello prussiano.</p>
<p>I garibaldini si raffigurano invece spesso come circondati da un alone di giovanile spensieratezza, inframmettendo alle descrizioni degli scontri armati, anche là dove siano piuttosto crude, una copiosa serie di resoconti di diverso genere e di diverso tono.</p>
<p>…</p>
<p>In linea generale, una complessiva sembianza di ingenuità pare pervadere questi scritti: se è vero che può derivare anche dal limitato valore letterario delle opere, elimina, sotto il profilo che qui ci interessa, sospetti di un uso scaltro di artifizi formali. La retorica, nel senso prima precisato, non può allora essere considerata come strumento principe usato dagli autori garibaldini per la creazione della leggenda di cui essi stessi sono stati testimoni ed in qualche caso protagonisti23. È invece una sorta di sovrastruttura appoggiata sopra una materia già di per sé incandescente, che non ne avrebbe necessitato, e della cui edificazione gli autori garibaldini non sono se non minimamente, come s’è visto, responsabili. La superfetazione oleografica sembra invece inquadrarsi a dovere nel clima post risorgimentale, con risultati alti, dalle celebrazioni carducciane giù fino alla dannunziana <em>Orazione per la sagra dei Mille</em>, e un po’ meno alti (quali, ad esempio, le <em>Rapsodie garibaldine </em>di Marradi), e con finalità anche politiche, quali l’enfatizzazione del destino unitario della nazione (con conseguente valorizzazione dello stato centralista), a fronte dell’annacquamento dei significati più fortemente rivoluzionari del garibaldinismo. Fra di essi, in primo luogo, le tendenze mazziniane e repubblicane della maggior parte dei memorialisti, destinate fatalmente a restare sullo sfondo delle operazioni più apertamente celebrative del periodo<sup>24</sup>. Il fascismo, successivamente impossessa- tosi del mito garibaldino, sottolineandone il versante più marcatamente nazionalista (non del tutto estraneo ad esso, ma da esaminare con forte spirito critico: la campagna dei Vosgi dovrebbe pur dire qualcosa di diverso, in proposito), contribuiva da par suo ad ispessire le incrostazioni retoriche dell’impresa dei Mille. Dal secondo dopoguerra in poi, il mito pare appesantito dagli eccessi retorici del passato, né vi sono forti tentativi per rinfrescarlo, in anni che guardavano con forti diffidenze alle cose militari: ancora una volta si verifica l’errore di fondo, consistente nel non tenere nel debito conto le fonti, che, come non grondano di retorica, così contengono meno episodi bellici di quanto si potrebbe supporre. L’insofferenza di un tempo per la materia si è trasferita in questi ultimi anni in tentativi revisionistici dell’intero processo unitario del nostro Risorgimento, per lo più alimentati da contingenti finalità politiche. È anche contro queste tendenze che appare necessaria non solo la piena conoscenza dei fatti raccontati dagli autori garibaldini, ma anche del modo con cui essi sono stati raccontati.</p>
<p>L’eccesso di enfasi dei memorialisti garibaldini, nelle pagine dove effettivamente lo si riscontra, deriva dunque non tanto dall’uso malaccorto di espedienti retorici, divenuti via via sempre più indigesti per i lettori novecenteschi e oltre, ma più propriamente dall’atteggiamento psicologico degli autori. La rustica epopea costituita dall’insieme delle loro opere si fonda, infatti, su alcuni caratteri essenziali: irrefrenabili passioni, giovanili noncuranze e senso aspro dell’avventura, slanci di generosità audace ed al tempo spesso incosciente, disinteresse personale, ingenua baldanza e solidarietà verso i deboli. Non indaghiamo allora con eccessiva acribia critica la qualità letteraria delle loro opere, né imputiamo loro il disvalore estetico di un’agiografia che non hanno voluto. Consideriamo invece il pregio di testimonianze di prima mano su un periodo unico della storia nazionale, e lasciamoci trasportare dalle emozioni di coloro a cui toccò in sorte viverlo.</p>
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<p><em>questi frammenti sono tratti dall’ultimo paragrafo (&#8220;Entusiasmo e retorica&#8221;) della postfazione di Luigi Preziosi al suo &#8220;Da Roma a Digione &#8211; Garibaldinismi a 150 anni da Bezzecca (1866-2016)&#8221;, edito da <a href="http://www.nerosubianco-cn.com/it/le-drizze/da-roma-a-digione">Nerosubianco</a></em></p>
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