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	<title>l&#8217;Unità &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Letteratura e memoria/2: Michele Mari</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/06/17/leggenda-privata-bozza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Jun 2017 05:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[l'Unità]]></category>
		<category><![CDATA[Leggenda privata]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Mari]]></category>
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		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[stefano gallerani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Stefano Gallerani Michele Mari Leggenda privata pp. 171, € 18,50 Einaudi, “Supercoralli” Torino, 2017 La riedizione (rivista e aggiornata) dei saggi contenuti ne I demoni e la pasta sfoglia (Il Saggiatore; già Quiritta e Cavallo di ferro) e quella del romanzo leopardiano Io venía pien d’angoscia a rimirarti (Longanesi prima, Einaudi ora) ha preparato, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Stefano Gallerani</strong></p>
<p><b><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-68554" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/leggenda-privata-1490791253-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/leggenda-privata-1490791253-189x300.jpg 189w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/leggenda-privata-1490791253.jpg 250w" sizes="(max-width: 189px) 100vw, 189px" /><br />
Michele Mari<br />
</b><b><i>Leggenda privata<br />
</i></b>pp. 171, € 18,50<br />
<b>Einaudi</b>, “<b>Supercoralli</b>”<br />
Torino, 2017</p>
<p>La riedizione (rivista e aggiornata) dei saggi contenuti ne <i>I demoni e la pasta sfoglia</i> (Il Saggiatore; già Quiritta e Cavallo di ferro) e quella del romanzo leopardiano <i>Io venía pien d’angoscia a rimirarti</i> (Longanesi prima, Einaudi ora) ha preparato, nei mesi scorsi, l’uscita dell’ultimo libro di Michele Mari: <b>Leggenda privata </b>(Einaudi, “Supercoralli”, pp. 171, € 18,50). Tre anni dopo l’<i>aperçu</i> ottocentesco di <i>Roderick Duddle</i> e sette dopo la psichedelia letteraria di <i>Rosso Floyd</i>, Mari vira su se stesso come già esplicitamente nel suo romanzo più vertiginoso, <i>Rondini sul filo</i> (Mondadori, 1999) o, in maniera più trasversale, nel volumetto fotografico <i>Asterusher</i> (Corraini Edizioni, 2015), non a caso sottotitolato “autobiografia per feticci”. <span id="more-68448"></span>Pure, in questo <i>Leggenda</i> il gesto, inconfondibile come la voce, si traduce da subito in una programmatica critica elusiva del suo proprio mandato (raccontarsi a un indistinto pubblico di lettori), dando vita a una <i>fantasmagonia</i> (così un suo titolo del 2012) i cui poli sono, vorticosamente, quelli del vero e del falso. Di qui l’escamotage che dà origine al racconto, ovvero l’essere stato all’autore, lo stesso, commissionato, o più esattamente istigato,  dai sadici vertici di una non meglio precisata Accademia dietro i quali (personaggi, o piuttosto figure, a chiave, sì, ma dalla complessa serratura) ciascun lettore può intra-leggere chi vuole; non la sola committenza della fatica, peraltro, posto che lo stesso compito gli viene affidato anche da un’altra Accademia, quella dei Ciechi della Cantina, più grottesca ma non meno inquietante della setta omonima che in<b> </b><i>Sopra eroi e tombe</i>, di Ernesto Sabato, ordisce trame ai danni del mondo; entrambe le bizzarre istituzioni, ad ogni modo, mosse dall’ansia di sapere “chi sono, come se avermi sempre osservato non contasse nulla: l’idea è che io finga anche quando sono da solo, che mi muova e faccia gesti come uno che finge”. Da subito, insomma (queste righe sono tratte dalla prima pagina), Mari scopre le carte, ma solo per dimostrare che a telesina non si bara meno che giocando il poker tradizionale; perché scrivere è e resta, soprattutto quando si confondono deliberatamente i piani della memoria e della sua trasfigurazione nel tempo, ovvero il ricordo, un azzardo: un bluff. In altre parole: una macchinazione verbale, di modo che, nella rievocazione, i nomi, i luoghi e gli oggetti – che sono massimamente quelli di un’infanzia <i>privata</i> &#8211; diventano serie, come i souvenir di Michel Leiris nella <i>Regola del gioco</i>: stringhe che si ripetono di capoverso in capoverso e da cui germinano associazioni o scaturiscono digressioni, riflessioni e confutazioni dall’ieri per oggi: quale la radice di un comportamento, quale la sua declinazione nell’età adulta? O quale, in termini psicologici, la sua sublimazione? Ogni cosa mette in scacco la tendenza odierna a fare della vita dello scrittore ben più che il rovescio – o negativo – della sua attività artistica: qualcosa a metà tra la confessione e lo smascheramento. Ecco il perché di quelle pagine, sembra sussurrare il lettore-investigatore con compiaciuta crudeltà; ecco da dove quell’immagine ricorrente. Eppure, proprio a questo si oppone l’oltranzismo stilistico di Mari, il suo rostro linguistico: confesso – stavolta a sussurrare è lo scrittore alla sbarra -, ma per il fatto stesso di confessare non è detto che sveli la verità. Già, perché a scavare nemmeno troppo le righe, una volta che l’esperienza si fissa in un giro di frase (inconsueto come l’italiano che lo tesse), non si danno più né vero né falso, né giusto o sbagliato, ma un indistinto verosimile in cui i nodi da sciogliere (il padre Enzo, la madre Gabriela, le prime pulsioni sessuali per la cameriera della trattoria Bergonzi) chiedono il sacrificio dell’esibizione dell’io: un io esplicitato, irriso ma anche, e più di ogni altra cosa, difeso: “la mia autobiografia – scrive Mari – sarà il testamento con cui li autorizzerò a sapermi e, saputo, impazzirò. Ovvero, finissimi esegeti, interpreteranno la mia scrittura, e mi ci metteranno davanti come a uno specchio, e allora altro che impazzire, allora mi ricongiungerò tutto e per sempre all’angoscia che mi tempesta da prima che nascessi”. Ogni atto di questa indagine-processo, perciò, da quello dello scrittore a quello del lettore, si rovescia nel suo ineffettuale contrario, anche quando all’apparenza si trincera dietro un principio: “il mio lievito romanzesco è nella forma, non nei fatti, su questo punto le mie idee non potrebbero essere più chiare”. Ma cosa succede quando la forma diventa fatto? Cosa, quando le idee, da chiare, si intorbidano fino a creare, come nella genealogia familiare in cui il nonno somiglia al nipote e il padre al figlio, solo l’illusione dell’identità? Succede che i sogni reclamano lo statuto del reale, il quotidiano si popola di fantasmi e la caduta libera di <i>Rondini sul filo</i> diventa, in <i>Leggenda privata</i>, un’evoluzione acrobatica: una prodigiosa, disincantata prova di abilità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[Questo articolo è apparso su &#8220;Radar&#8221; de <em>L&#8217;Unità</em>, il 20 aprile 2017]</p>
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		<title>Per una tomba senza nome</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/06/25/62626/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jun 2016 05:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[antonio pascale]]></category>
		<category><![CDATA[juan carlos onetti]]></category>
		<category><![CDATA[l'Unità]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Per una tomba senza nome]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[SUR Edizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[[pubblichiamo la prefazione di Antonio Pascale a Per una tomba senza nome, romanzo di Juan Carlos Onetti, edito da SUR nel 2016, e apparsa sul quotidiano l&#8217;Unità il 27 febbraio 2016.] di Antonio Pascale  Alcuni motivi per leggere questo libro  Supponiamo che amate le saghe e tuttavia, proprio perché le conoscete a menadito, riuscite a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_62627" aria-describedby="caption-attachment-62627" style="width: 199px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-62627" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/SUR40_Onetti_Perunatombasenzanome_cover-2-199x300.png" alt="Per una tomba senza nome, J.C. Onetti, SUR Edizioni 2016 " width="199" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/SUR40_Onetti_Perunatombasenzanome_cover-2-199x300.png 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/SUR40_Onetti_Perunatombasenzanome_cover-2.png 663w" sizes="(max-width: 199px) 100vw, 199px" /><figcaption id="caption-attachment-62627" class="wp-caption-text">Per una tomba senza nome, J.C. Onetti, SUR Edizioni 2016</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">[pubblichiamo la prefazione di Antonio Pascale a <em>Per una tomba senza nome</em>, romanzo di Juan Carlos Onetti, edito da SUR nel 2016, e apparsa sul quotidiano l&#8217;Unità il 27 febbraio 2016.]</p>
<p style="text-align: justify;"><i>di <strong>Antonio Pascale </strong></i></p>
<p style="text-align: justify;"><b>Alcuni motivi per leggere questo libro </b></p>
<p style="text-align: justify;">Supponiamo che amate le saghe e tuttavia, proprio perché le conoscete a menadito, riuscite a indovinare dopo pochi capitoli come va a finire l’intera stagione e insomma desiderate qualcosa di più complesso (anche perché qualcosa vi dice che la complessità a volte è affascinante).<br />
Supponiamo ancora che vi piace tanto leggere – e non necessariamente le saghe – ma provate una certa stanchezza per le tradizionali, abusate strutture narrative che da millenni regolano l’andamento di una storia. <span id="more-62626"></span><br />
Supponiamo poi che desiderate – dopo, appunto, aver letto tanti racconti classici – capire come funziona (al suo interno) una storia: sì, proprio com’è fatta la macchina: non come va a finire il racconto, ma la gestione delle informazioni, la memoria, i punti di vista, la psicologia dei personaggi, la coerenza narrativa, e quindi siete curiosi di sperimentare l’effetto che su di voi provoca non più una semplice (per quanto avvincente) storia ma il caleidoscopico (eccitante) fantasioso movimento delle singoli parti della macchina (narrativa).<br />
Supponiamo che siete nello stato d’animo di cui sopra. Bene, allora questo libro può davvero interessarvi.</p>
<p style="text-align: justify;"><b>Vediamo meglio </b></p>
<p style="text-align: justify;">Cinque romanzi di Juan Carlos Onetti danno vita a una saga. Lo spazio, il luogo letterario che contiene azione e personaggi è la città di Santa María.<br />
Questo luogo immaginario è composto – per specifica ammissione di Onetti – da due città, Buenos Aires e Montevideo. La prima è la città dove Onetti ha vissuto per parecchi anni – tra l’altro la vita di Onetti è interessantissima, meriterebbe trattazione a parte –, la seconda è dove è nato.<br />
Il rapporto con i luoghi natali, si sa, è spesso problematico; questo vale per tutti e in particolare per gli artisti: nella narrativa di Onetti il ricordo di Montevideo è continuamente trasfigurato dalla nostalgia. E comunque le due città reali, fuse insieme, formano la città letteraria di Santa María.<br />
Non appena il lettore entra, nota subito la particolare grana stilistica: si è immersi in un tempo reale e onirico insieme, gli elementi sono realistici, riconoscibili, in movimento e nello stesso tempo appaiono sospesi. Sembra proprio di vivere un sogno lucido.<br />
Le saghe, almeno in origine – se prendiamo in considerazione per esempio le letterature di due paesi creatori di saghe, l’Islanda e la Norvegia –, erano narrazioni di fatti e personaggi tramandate oralmente, quindi non definite né chiuse, anzi spesso «aperte» (anche contraddittorie) per il continuo apporto orale. Fatti, accadimenti e leggende a cui molte persone poi credevano davvero.<br />
Allo stesso modo Onetti nella sua saga di Santa María (con il suo tempo reale e sospeso) sembra lavo- rare proprio sulla caratteristica orale, dunque, nei va- ri capitoli crea personaggi aperti che subiscono mo- di che e integrazioni e particolari sfumature e ap- profondimenti psicologici, per niente scontati. Cate- ne e sequenze di eventi che partono dalla fondazione della città.<br />
Anche il tempo è aperto e comunque non cronologico, tanto che è necessario (almeno per me) un ordine di lettura (non certo quello di pubblicazione) per individuare bene la successione degli eventi e il raccordo dei fatti. Ci si è chiesti qualcosa di simile per la saga di <i>Star Wars</i>: in quale ordine vedere i capitoli? Tra le proposte avanzate è da segnalare la teoria del <i>machete order</i>.<br />
E comunque il ciclo è aperto dalla <i>Vita breve </i>(1950) ed è chiuso da <i>Lasciamo che parli il vento </i>(1979), il libro nel quale Onetti distrugge la sua creazione – appare un personaggio piromane che brucia tutto. Nel mezzo ci sono tre romanzi, <i>Per una tomba senza nome </i>(1959), <i>Il cantiere </i>(1961) e <i>Raccattacadaveri </i>(1964).<br />
Ma giusto per segnalare i salti temporali, <i>Raccattacadaveri </i>è stato pubblicato dopo ma racconta fatti e personaggi che hanno dato il via alla saga, insomma Onetti abolisce la cronologia, e non sopporta il calendario – c’entra molto la vita dell’autore che negli ultimi anni si autorecluse in camera da letto e si difese dal tempo e dallo spazio scrivendo.<br />
Comunque questi salti narrativi, gli spin-off , i sequel (e i prequel) e così via, anche se hanno dato vita a parecchi schemi critici di lettura, possono non interessare il lettore: ogni romanzo può essere letto come capitolo a sé stante.</p>
<p style="text-align: justify;"><b>La macchina Onetti: provarla per capire le differenze </b></p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo letto molti narratori latinoamericani: la luce, l’epica, la fantasia, gli intrecci, le esagerazioni, le iperboli, l’impegno politico. Ci sono piaciuti? Diciamo di sì. Sembra dunque che abbiamo letto quello che c’era da leggere e provato la nostra dose di fascinazione.<br />
E tuttavia, per esempio, può essere che siamo interessati alla filologia: come sono nate queste forme sia pur nella loro versione più semplificata e più di moda? Se nutriamo questo interesse scopriamo subito che Onetti è stato uno (sfortunato) precursore e ideatore di innovative forme letterarie – da cui poi altri più facilmente hanno tratto beneficio.<br />
Ha elaborato le suddette quando era troppo presto (molte sue opere inviate a concorsi letterari sono state ignorate e poi dimenticate) ed è stato conosciuto quando era troppo tardi, cioè quando si era di uso su larga scala quel certo modo di intendere la narrativa latinoamericana – e così ancora una volta Onetti è apparso come un soggetto fuori dal tempo.<br />
Poi c’è la questione personaggi: quelli di Onetti non somigliano a quelli inventati da altri narratori. Nemmeno volano sulla lussureggiante (e spesso di diffcile sopportazione) fantasia. Sì, certo, Onetti ha a cuore la rappresentazione della grande avventura umana, ma quest’avventura non è avventurosa nel senso classico, al contrario. Le avventure – ferme, ossessive, cristallizzate nel tempo – dei suoi personaggi sono più di cili da raccontare: altro motivo per spiegare la scarsa diffusione delle sue opere.<br />
Non stilano programmi politici, non desiderano – non lo desidera soprattutto il narratore – sensibilizzare e spingere il lettore all’azione. Appaiono dunque più cupi, più sfiduciati, più egoisti, più chiusi, insomma più umani.<br />
Sono tuttavia preoccupati di capire che rapporto hanno con la realtà, ossia come percepiamo, elaboriamo, costruiamo l’identità, l’immaginario e se, attraverso quali strumenti (sia pure narrativi), possiamo sfuggire alla brutalità della vita. Ecco, questo è il cuore, la questione di principale interesse per Onetti.<br />
Insomma se desideriamo entrare nel mondo di Onetti almeno una premessa è d’obbligo: non siamo di fronte, appunto, a un «prodotto tipico» latinoamericano – nonostante ci siano una città immaginaria e una saga da affrontare, qui a Santa María ci prepariamo a entrare nella <i>siologia </i>della macchina narrativa.</p>
<p style="text-align: justify;"><b>Dunque, questa macchina?<br />
È come una tomba senza nome </b></p>
<p style="text-align: justify;">Ci chiediamo: ma come funziona la mente di chi inventa storie? Oppure: quanti strumenti uno scrittore ha a disposizione per moltiplicare le potenzialità conoscitive?<br />
Se ci facciamo queste domande – vuoi perché abbiamo letto tanto e ci siamo stancati dei classici intrecci in tre atti, vuoi perché siamo pronti ad affrontare qualcosa di più complesso – e se siamo dotati di spirito investigativo, allora questo libro non solo ci può interessare, ma ci può affascinare.<br />
Cosa si racconta? Di un funerale. Una giovane donna, Rita, è morta. Non c’è nessun assassino tradizionale nei paraggi, quello che interessa a Onetti è capire la problematica (perché troppo vaga) sostanza che struttura questa storia.<br />
Di solito il narratore tradizionale ha in mano gli strumenti per procedere nella costruzione, il punto di vista per esempio: parlo in prima persona, ho visto e ora racconto. Oppure uso il narratore onnisciente, parlo in terza persona, ho totale controllo degli elementi narrativi e ve li propongo.<br />
In Onetti questi classici strumenti sono messi in discussione. Il romanzo inizia con una sorta di plurale collettivo: «Tutti noi, i notabili, noi che ci fregiamo del diritto di giocare a poker al Club Progresso e di tracciare le nostre sigle con pigra vanità in calce ai conti di bevande e pranzi al Plaza. Tutti noi sappiamo com’è un funerale a Santa María».<br />
Tutti noi sappiamo&#8230; e invece non è vero. Onetti crea subito delle fratture, delle dissonanze nel patto narrativo – del resto, l’uso del plurale collettivo è un classico nel lavoro di Onetti. Da una parte ci dice: noi sappiamo, dall’altra in quel «noi» non c’è a atto uno sguardo collettivo che sicuro converge su un oggetto e lo mette a fuoco, anzi quel plurale comprende molteplici sguardi, è insomma un’anticipazione della successiva frammentazione dei punti di vista. L’autorità del «noi sappiamo» è dunque messa in discussione.<br />
Resta allora il testimone in prima persona, che ci permetta per così dire di acquisire sicurezza col procedere della narrazione? Nemmeno. La prima persona non è un testimone attendibile; sì, d’accordo, per molti versi è un testimone, ma secondario, perché racconta quello che altri hanno raccontato, e quello che gli altri hanno raccontato, si scopre via via, è ancora frammentato, parziale, troppo contaminato da umori, bassezze, egoismi per essere ricomposto oggettivamente e diventare così fonte primaria di conoscenza.<br />
Il testimone ha uno sguardo indiretto, spesso obliquo, ascoltando si percepisce indifferenza, non certo equità e obiettività di rappresentazione – tra l’altro è interessante questo meccanismo di raffreddamento della materia narrativa: Onetti vuole (coerentemente) un lettore suo pari, all’erta e vigile, non troppo incantato.<br />
La macchina Onetti è appunto una tomba senza nome perché non è sicuro che il nostro sguardo (quello del lettore, ma anche quello del narratore, e degli altri personaggi) possa trovare i nomi giusti da dare alle cose. Ma se abbiamo un po’ di pazienza e ci interessa l’indagine ci proveremo anche noi a rimettere insieme i frammenti, e nel gioco di ricombinazione non saremmo poi diversi dai personaggi di Onetti: presuntuosi, egoisti, spesso ci autoinganniamo, e in ultima analisi siamo bloccati in questo racconto che è la vita.<br />
È la tragedia moderna. Abbiamo creduto che le grandi storie e le cosmogonie fossero opere di dei che indicavano, epicamente, cosa seguire e come comportarci e poi via via gli dei hanno ceduto il passo a un integro soggetto narrante: ci siamo fidati di lui, gli abbiamo riconosciuto la capacità di analisi e di misura, fino a scoprire, siamo in età moderna, che gran parte di questa integrità è soggetta a fallacie e disgregazioni continue, e soprattutto: che i veri protagonisti delle nostre storie sono il tempo e il caos, elementi contro i quali poco possiamo.<br />
È una tragedia la macchina di Onetti? Forse sì. E il rimedio? Trasformare i limiti della narrazione in strumenti di conoscenza e, perché no, di divertimento: se siamo bloccati dalla storia, allora esplorare tutti gli strumenti del racconto può trasformare la nostra quotidiana sconfitta in successo, e perlomeno, di tanto in tanto, la tragedia in commedia.</p>
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		<title>Unità brand new</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Aug 2014 11:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[l'Unità]]></category>
		<category><![CDATA[Quotidiani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio Sono una persona piuttosto frivola. Me ne accorgo, per esempio, quando valuto la possibilità che l’Unità, il giornale dove scrivo dal 2008, il primo col quale ho intrapreso una – questa – lunga e allegra collaborazione, possa chiudere. Sono una persona frivola perché non penso, prima di tutto, all’eredità storica, politica e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Chiara Valerio</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/unita-logo.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/unita-logo-300x235.jpg" alt="unita-logo" width="300" height="235" class="alignleft size-medium wp-image-48578" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/unita-logo-300x235.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/unita-logo.jpg 304w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Sono una persona piuttosto frivola. Me ne accorgo, per esempio, quando valuto la possibilità che <em>l’Unità</em>, il giornale dove scrivo dal 2008, il primo col quale ho intrapreso una – questa – lunga e allegra collaborazione, possa chiudere. Sono una persona frivola perché non penso, prima di tutto, all’eredità storica, politica e umana che andrebbe perduta, se non dispersa, alla chiusura de l’Unità, non penso, prima di tutto, ai giornalisti e ai collaboratori che dovranno essere ricollocati – loro e le loro famiglie, – non penso neppure alla sede di via Ostiense, dove pare che uno assembli un giornale guardando una Roma che è immagine di un futuro passato. No, quando visualizzo la possibile chiusura de l’Unità, mi ritrovo – in jeans e camicia, una mise ormai renziana – davanti a un’edicola, una qualsiasi, e mentre guardo i giornali, mi rendo conto che la testata dell’Unità non c’è più. Che quel marchio, quell’icona pop, non appartiene più all’orizzonte degli scaffali. Se la questione fosse smettere o non smettere di produrre la Coca-cola, rinunciare definitivamente non a certi modelli ma a tutta la linea di jeans Levis, se la V di Valentino diventasse W per un passaggio di proprietà, io sono certa che le prime trattative, economiche, industriali, estetiche sarebbero per il marchio. Per quella virgola rossa, tra una “l” minuscola e una “U” maiuscola, per il font, per il nero dei caratteri e il rosso del fondo.<br />
A chi appartiene il marchio de l’Unità? Ai giornalisti, al direttore, ai collaboratori, all’editore, ad Antonio Gramsci, di chi è, chi può venderlo? Sono così frivola, sono tanto cresciuta negli anni ottanta, che penso che la sola vendita, o l’affitto, del marchio l’Unità possa regalare al giornale una nuova vita.<br />
Mi rendo conto, oltre che della frivolezza, pure dell’egoismo della proposta, visto che scrivo su questo giornale, ma tant’è&#8230;<br />
Il punto è che quando ho cominciato a scrivere su l’Unità, immediatamente, ho avuto spazi e fiducia e possibilità di proporre e inventare. Il punto è che scrivere su l’Unità è stato, e continua a essere, un esercizio per ricordarsi, un giorno alla volta, una riga dopo l’altra, che fare cultura significa discutere, significa trasformare tutte le polemiche in dialettica, significa uscire fuori da un sistema nel quale i “no” non sono accettati e i “sì” si pagano (come bene ha osservato Giorgio Vasta in una discussione sul futuro prossimo del mercato editoriale). Se è vero che la parola Unità non è nata per essere riprodotta sulle magliette, o sulle bottiglie di bibite gasate, o sul retro di un pantalone, è vero altrettanto che il mercato – come per la Coca-cola, o i Levi&#8217;s, o la V di Valentino – sarebbe in grado di attribuire un valore al simbolo, un valore economico certo, e di trasformare questo valore economico in una possibilità di futuro e di dialettica per la testata.<br />
Se per tornare a parlare di significato o valore simbolico, di immaginario addirittura, se per restituire alle parole la loro natura di formula magica, non c’è rimasto che appellarci al mercato, alla pubblicità e al brand, allora assumiamoci almeno dichiariamolo a viso aperto.<br />
Sorridenti diciamo a noi e ai lettori che il PD è meno fantasioso del mercato, che un passato intatto (magari) è preferibile a un futuro, forse molto diverso, ma possibile.<br />
La scorsa settimana un uomo, un signore molto distinto, che si chiama Silvio e che lavora come giardiniere mi ha detto che ci sono due modi per ricordare le persone e le cose passate. Il primo è ordinare messe in suffragio, il secondo è far lavorare i vivi, lui preferiva far lavorare i vivi. Ecco, io penso che mettere all’asta il marchio – il disegno, il logo, la testata – de l’Unità, come se fosse un manoscritto di Leopardi o di Manganelli, sia una maniera per ringraziare un pezzo di storia politica e culturale italiana. Io, per come stanno andando le discussioni, sono per il <em>merchandising</em>. </p>
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		<title>Gramsci in liquidazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Jun 2014 14:18:41 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[antonio gramsci]]></category>
		<category><![CDATA[beppe grillo]]></category>
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		<category><![CDATA[libertà d'informazione]]></category>
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					<description><![CDATA[(insieme al sottoscritto) di Mario Schiavone #iostoconlunita: Come da comunicato del CDR dell’Unità, prossimamente l’intero gruppo operativo del giornale avrà un incontro con i liquidatori della testata. Da piccolo, e per anni, qui nella mia terra non c’era molto da fare, se eri un bambino un po’ troppo sveglio e con tanta vitalità dentro. Per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(insieme al sottoscritto)<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/l_unita.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/l_unita.jpg" alt="l_unita" width="196" height="250" class="alignleft size-full wp-image-48335" /></a></p>
<p>di <strong>Mario Schiavone</strong></p>
<p><em>#iostoconlunita: Come da comunicato del CDR dell’Unità, prossimamente l’intero gruppo operativo del giornale avrà un incontro con i liquidatori della testata.</em></p>
<p>Da piccolo, e per anni, qui nella mia terra non c’era molto da fare, se eri un bambino un po’ troppo sveglio e con tanta vitalità dentro. Per tenermi a bada, i miei genitori quando non mi compravano giocattoli mi regalavano dei libri. Storie da leggere con cui distrarmi e sfogare quel mio essere un bambino frenetico e con i nervi spesso in tensione. Oggi, che non leggo solo libri e non sono più un bambino, scrivendo storie accade più o meno la stessa cosa: sto meglio, mi sento più vivo e meno arrabbiato con il mondo.<span id="more-48331"></span></p>
<p>Stamattina mi sono svegliato, ho sciacquato il viso. Sbrigate le faccende mattutine, sono andato in edicola ho chiesto <em>l’Unità</em>. Dopo aver pagato l’edicolante, ho cercato una panchina per sedermi. Non l’ho trovata. Così sono andato nella libreria che frequento di solito e lì rubando una sedia e un tavolino al libraio ho prima sfogliato il giornale per osservare ogni titolo, poi l’ho cominciato a leggere per davvero. I comunicati del CDR del<em>l’Unità</em> parlano chiaro:  la società a cui fa capo il quotidiano è in liquidazione, giornalisti e tipografi sono in stato di agitazione. </p>
<p>Un comico di ieri e rappresentante politico di oggi, qualche giorno fa ha festeggiato la cosa gridando a squarciagola un augurio di cattivo gusto. Io non gli rispondo. Non gli rispondo perché quelli che urlano come lui, per ragioni di problemi alla mia membrana dell’udito, diventano voci distorte che non riconosco. </p>
<p>Ho cominciato a scrivere verso i 17 anni per un giornalino di paese. Qualche anno dopo per un quotidiano della provincia di Caserta, poi per un quotidiano della provincia di Salerno. Da poco più di un anno, sono autore per il web come blogger per <em>Terra Nera, Mare Blu</em> uno spazio del portale <em>ComUnità</em> de <em>l’Unità</em>. </p>
<p>Oggi ho 31 anni e scrivere è ancora una cosa che mi rende felice. Per me scrivere significa dare spazio alla rabbia nei confronti del mondo, uno stato emozionale che tutti portiamo dentro e che ognuno impara a gestire in qualche modo. Io non so gestirla, non l’ho mai saputo fare fin da piccolo. Però da quando scrivo ho scoperto che concentrarmi nel gesto della scrittura è terapeutico, perché mi aiuta a tenere bada mostri interiori che, lasciati liberi, non mi permetterebbero di avere quella che molti chiamano &#8220;vita normale”. Quando scrivo faccio a pugni con le mie paure, e seppure in questo lottare non perdo né vinco, quando indosso i guantoni (ovvero quando mi metto a scrivere), veicolo energie che non posso contenere con una semplice camminata o leggendo un libro.</p>
<p>Se ho questo privilegio, se posso destinare le mie energie firmando articoli e racconti per il giornale fondato da Antonio Gramsci, devo soltanto ringraziare la redazione de <em>l’Unità</em> che mi ha permesso di farlo in piena libertà e autonomia; talvolta insegnandomi come usare questo o quel lemma, come tagliare un passaggio forzato, o come accorciare una storia troppo lunga.<br />
Le persone che mi hanno dedicato più tempo e passione si chiamano Daniela Amenta e Stefania Scateni. Si sono impegnate a capire che direzione prende certe volta la mia scrittura e a migliorarla, dandomi in fin dei conti l&#8217;opportunità di imparare un mestiere &#8211; non quello del giornalista, ma semplicemente quello di chi scrive: il che vuol dire che quel giornale ha un’anima, dei volti singoli che ci lavorano per trasmettere ai lettori un’idea di informazione nata da esigenze umane legate al sapere e al vedere il mondo in un certo modo (forse non il migliore, ma uno dei modi possibili)<br />
Daniela e Stefania, come altri de <em>l’Unità</em> con cui ho parlato o con cui ho scambiato mail, non le ho mai conosciute; eppure non sono solo voci che stanno dall’altro capo di un telefono ma persone che da tempo ormai –senza orari precisi, senza certezza di stipendio- sono in trincea per lottare affinché quel giornale continui a vivere e garantire l’esistenza di un luogo d’incontro e di dibattito, di uno spazio libero e aperto alla cultura intesa in modo così ampio e inclusivo da essere aperto anche al sottoscritto. </p>
<p>Come scrittore esisto (anche) perché esistono i giornali di carta e le loro espansioni web chiamate blog. La mia libertà come autore ha luogo  spazio e vita perché ci sono dei tipografi (e informatici) che prendono uno stipendio per fare un giornale. Far morire una testata giornalistica significa questo: aprire un buco nero e gettarvi dentro tutto quello che i giornalisti (testimoni della realtà, quando sono bravi) raccontano. Dopo i giornalisti, nella voragine del buco nero cadono tutti gli altri, tutti quelli che cercano di raccontare le loro storie, me compreso. Per questo mi auguro che quello spazio di carta aperto da Antonio Gramsci continui a vivere. Come mi auguro di poter ancora scrivere qualche pagina con cui tenere compagnia a chi, come me da piccolo, per scelta o destino ha avuto solo storie da leggere con cui addomesticare la rabbia che gli nasce dentro. </p>
<p><em>l&#8217;immagine raffigura il primo numero de L&#8217;Unità</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>caro sindaco, parliamo di biblioteche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 13:30:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(Di seguito due pezzi usciti rispettivamente a mia firma su l&#8217;Unità e a firma di Christian Raimo su Il Manifesto riguardo la questione biblioteche, diffusione della cultura ed enti locali. Lo spunto è stato il libro pubblicato nel dicembre scorso da Antonella Agnoli per Editrice Bibliografica) di Chiara Valerio e Christian Raimo #1 (Chiara Valerio) [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/01/16/caro-sindaco-parliamo-di-biblioteche/idea-store-2/" rel="attachment wp-att-41339"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-41339" title="idea store 2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/idea-store-2.jpg" alt="" width="363" height="314" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/idea-store-2.jpg 363w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/idea-store-2-300x259.jpg 300w" sizes="(max-width: 363px) 100vw, 363px" /></a></p>
<p><span style="color: #800000;">(Di seguito due pezzi usciti rispettivamente a mia firma su <em>l&#8217;Unità</em> e a firma di Christian Raimo su <em>Il Manifesto</em> riguardo la questione biblioteche, diffusione della cultura ed enti locali. Lo spunto è stato il libro pubblicato nel dicembre scorso da Antonella Agnoli per Editrice Bibliografica)</span></p>
<p>di Chiara Valerio e Christian Raimo</p>
<p>#1 (Chiara Valerio)</p>
<p>“La biblioteca è un servizio di base, trasversale, che offre qualcosa a tutte le categorie di cittadini: vecchi e giovani, professionisti e disoccupati, casalinghe e immigrati. Copre un arco di interessi vastissimo e quindi è un sostegno vitale anche per altre strutture culturali come i musei, i teatri, i cinema. Occorre promuovere il coordinamento e l’integrazione fra tutti questi servizi.” <strong><em>Caro sindaco, parliamo di biblioteche</em></strong> (Editrice Bibliografica, 2011) è un altro tassello che Antonella Agnoli, bibliotecaria et alia in un paese in cui (quasi) nessuno legge, sottrae al muraglione ideologico che sta intorno all’idea di cultura, di intellettuale e di privilegio culturale e che è il principale fortilizio che soffoca la mobilità tra le classi sociali nel nostro paese. Ed è quindi un altro tassello aggiunto al concetto di democrazia. Se ne <strong><em>Le piazze del sapere. <span id="more-41336"></span> Biblioteche e libertà</em></strong> (Laterza, 2009), Agnoli ha scritto che prima di fare cultura è necessario fare alfabetizzazione – e che entrare in una biblioteca in Italia significa, invece e troppo spesso, essere costretti a valutare la situazione sociale nella quale ci si trova, in base all’esperienza in altri ambienti pubblici e all’arredamento e che dunque “occorre pochissimo tempo a un potenziale lettore per capire, grazie a una quantità di indizi, quale sarà il suo posto all’interno dell’istituzione e valutare se rischia di rendersi ridicolo o di perdere la faccia” –, in questo pamphlet si rivolge direttamente alle amministrazioni locali per spiegare e dimostrare come, anche in tempo di crisi, sia possibile e pure necessario investire nelle biblioteche di pubblica lettura. Perché dire alle persone i libri che devono leggere è ideologia, lasciare che leggano e basta è democrazia. E quindi possibilità di evoluzione ancora prima che di rivoluzione. Le biblioteche di pubblica lettura, al contrario delle biblioteche di conservazione – che pure “sono state sempre un oggetto di valore collocato nelle nostra città come un vaso cinese in salotto, che potrebbe esserci oppure non esserci” – dal 1972 sono una responsabilità degli enti locali e spesso sono vissute come un “optional affidato alla buona volontà e alla lungimiranza della singola amministrazione” e non come la risorsa energetica che sono. “Nella crisi, la biblioteca è un’ancora di salvezza per i ceti più deboli, i giovani che non riescono a trovare un lavoro, i bambini che hanno bisogno di crescere in un ambiente stimolante e di fare esperienze culturali che in famiglia non potrebbero avere”. Tuttavia per essere davvero una risorsa energetica la cultura – continua Agnoli – ha bisogno di una società che pensa e che ama pensare. Tutto il lavoro saggistico, e tutto il lavoro che Antonella Agnoli ha fatto e fa sul territorio – la direzione della biblioteca di Spinea (Venezia), l’ideazione della Biblioteca San Giovanni di Pesaro, il capillare giro di presentazioni de <em>Le piazze del sapere </em>in ogni minimo comune, biblioteca, circolo di lettura, presidio del libro italiano, scuole – gira intorno al concetto che il libero accesso ai libri è condizione necessaria e sufficiente alla salute, al mantenimento e all’adattamento, in epoca di accelerazione e manipolazione dell’informazione, del concetto di democrazia e della democrazia in sé. “Non si riflette abbastanza sul paradosso di un pianeta dove l’informazione è (relativamente) alla portata di tutti mentre l’impoverimento culturale della vita collettiva è palese”. Antonella Agnoli, come tutti coloro che sono padroni di un’ortodossia, è una vera eretica, le sue proposte per le biblioteche di pubblica lettura in tempo di crisi spaziano dalla possibilità di usare i locali delle biblioteche – di conservazione e di pubblica lettura – per matrimoni, feste di compleanno, mercatini di libri usati, come location per pubblicità, tutte proposte che rappresentano la reale possibilità di aprire un luogo considerato storicamente per studiosi, studenti, curiosi e intellettuali, a tutti. La sopravvivenza di una biblioteca garantisce – e leggendo Agnoli si esclama “è vero!” – la possibilità, a chi non può consentirselo per ragioni economiche o di lingua, di accedere alla rete, alla modulistica per bollette, pensione, alla possibilità di compilare un curriculum vitae. “Come i sindaci di un secolo fa non avevano dubbi sulla necessità di realizzare le foglie e di portare l’acquedotto nei loro comuni, così oggi si deve guardare alle connessioni a banda larga come a un diritto basilare dei cittadini, un <em>bene comune</em> importante quanto l’acqua”. La biblioteca, è insomma un luogo di confronto, discussione, alfabetizzazione e cultura. “La perdita dell’abitudine a ritrovarsi e confrontarsi in piazza, al bar, dal parrucchiere è uno dei molti motivi che rendono la nostra democrazia un guscio vuoto”.</p>
<p><strong>Odio la parola vocazione, tuttavia mi pare che per lei la diffusione della cultura somigli abbastanza a una vocazione… sono stati la scuola, l’università, i libri, le persone?</strong></p>
<p>Se sono quello che sono lo devo alla politica, non certo alla scuola. Non so bene chi mi abbia insegnato a leggere e scrivere, ma sono sicura che dai 14 ai 18 anni l’unica cosa che mi interessava era andare a ballare. Se dicessi che la cultura è stata per me una vocazione fin dall’infanzia penso che finirei nell’ultimo girone dell’inferno dantesco: dopo la maturità sono andata a Roma e invece che fare l’università frequentavo giovani artisti e la cellula di Potere Operaio (prima che fosse messo fuori legge). L’università, ripresa più volte, non l’ho mai finita, c’era sempre qualche cosa di più importante da fare. Penso che negli anni Settanta  il PCI sia stato l’università di un’intera generazione.</p>
<div>
<p><strong>Perché ha deciso di lavorare su, con e per le biblioteche?</strong></p>
<p>La biblioteca l’ho scoperta quando me ne hanno data una da fondare: prima non ci ero mai entrata. Avevo fatto la campagna per il referendum sul divorzio, e poi quello sull’aborto e così avevo conosciuto il sindaco di Spinea, una città-dormitorio alla periferia di Venezia. Non sapevo nulla, ma a me piace fare cose nuove, organizzare luoghi e attività dove le persone possano stare insieme quindi ho iniziato dalla biblioteca per bambini, scommettendo che i genitori che accompagnavano i figli si sarebbero prima o poi accorti che era un posto piacevole anche per loro. Ho cercato di raggiungere le giovani coppie con figli, comprato i libri di Munari e sperato che funzionasse. Ha funzionato. Quando me ne sono andata, nel 2000, era passato in biblioteca il 50% di cittadini.</p>
</div>
<p><strong>#2</strong> (Christian Raimo)</p>
<p>Antonella Agnoli ha scritto un libretto semplice e bellissimo. S&#8217;intitola <em>Caro sindaco, parliamo di biblioteche</em>, l&#8217;ha pubblicato l&#8217;Editrice Bibliografica (in una collana d&#8217;introduzione alle biblioteche che comprende altri titoli utilissimi), costa dodici euro, è lungo un centinaio di cartelle non di più. È un libro-manifesto: puntuale nelle sue rivendicazioni come una <em>Lettera a una professoressa</em>, documentato e efficace contro l&#8217;ideologia dei social network come <em> Tu non sei un gadget </em>di Jaron Lanier, difensore di una prospettiva umanistica come <em>Non per profitto</em> di Martha Nussbaum. Leggendolo &#8211; ci si impiegano un paio d&#8217;ore &#8211; si imparano (o si fa mente locale su) diverse cose: che esistono due tipi di biblioteche pubbliche (quelle di conservazione tipo quelle della tradizione umanistica italiana; le <em> public libraries</em> tipiche di una tradizione protestante), che solo il 2% di italiani legge più di due libri al mese, che all&#8217;estero gli intellettuali non hanno il feticcio di costruirsi biblioteche domestiche e utilizzano quelle pubbliche, che a pensarci una biblioteca è un luogo di socializzazione e googlebooks no, che i volumi cartacei garantiscono meglio l&#8217;integrità e la permanenza di un testo rispetto ai loro corrispettivi digitali, che i supporti informatici cambiano nel tempo e diventano spesso non utilizzabili (leggere una cinquecentina oggi sarebbe possibile, provate a fare lo stesso con un floppy), che per trovare un testo che ci serve non abbiamo bisogno di un&#8217;infinità di possibilità ma di una selezione ragionevole, che  spesso un bibliotecario riesce a trovare quello che ci occorre meglio di un motore di ricerca, che i computer non possono essere un sostituto della scuola né di una biblioteca perché se accedo a più contenuti non è per niente detto che ne comprenda di più, che affinché arrivi la democrazia anche in Egitto o in Tunisia non bastano twitter o facebook ma serve scendere in piazza coi propri corpi e qualche volta morire, che Wikipedia non ce la fa già più a reggersi solo sul volontariato o sull&#8217;entusiasmo e che quindi tocca alle istituzioni mantenere nel tempo le grandi spinte collettive, che in Italia c&#8217;è un arretratezza culturale che sta diventando immobilismo (percentuali di lettori in diminuzione, tassi di laureati metà di quelli europei, grandi sperequazioni tra scuole rurali e scuole cittadine), che la cultura ha un bisogno vitale di infrastrutture intangibili tipo la capacità di dare valore a contesti di esperienze ricchi e complessi (e va letto o riletto il molto citato <em>Italia reloaded </em> di Coliandro e Sacco), che le biblioteche possono funzionare come luoghi sociali deputati all&#8217;incontro con l&#8217;Altro (questo capita per esempio alle donne musulmane a Whitechapel che utilizzano gli Idea Store per uscire di casa e emanciparsi frequentando un corso d&#8217;informatica all&#8217;insaputa dei mariti), che dalla crisi del 2007 le biblioteche pubbliche fanno da ammortizzatore sociale indispensabile per molti di questi nuovi poveri, che le public libraries sempre di più svolgono un ruolo di accesso alla cittadinanza (ci si va per avere una connessione gratuita a internet, o capire come presentare un documento on-line), che trovare i soldi per le biblioteche in tempi di crisi anche per un piccolo comune non è per nulla impossibile &#8211; qualche concorso Miss Bikini in meno o l&#8217;affitto delle sale magari per un matrimonio o una festa di compleanno sono solo alcune delle idee possibili, che se le biblioteche diventassero  capaci di fornire molti, moltissimi servizi (da uno sportello giuridico alla possibilità di pagare le bollette a una sede per corsi di yoga al bar per l&#8217;aperitivo) si trasformerebbero nei luoghi di riferimento per i cittadini e quindi dei presìdi democratici (<em>piazze del sapere</em>, per usare il titolo del precedente libro di Agnoli), che è basilare coinvolgere dei volontari che amplino lo spettro delle attività socioculturali da offrire, che le biblioteche &#8211; a saperle progettare &#8211; possono diventare come è accaduto in molti casi in Italia i centri propulsori di una strategia di riqualificazione urbana&#8230;</p>
<p>Insomma se io fossi un amministratore pubblico eleggerei questo <em>Caro sindaco </em> a mio libretto rosso per le prossime elezioni e scriverei il mio programma politico a partire da qui, ricavandone uno slogan semplicissimo: una biblioteca pubblica all&#8217;avanguardia in ogni quartiere e tra cinque anni l&#8217;Italia sarà diversa. Se, come racconta Agnoli, ha funzionato a Maiolati Spontini, un comune di 6132 abitanti in provincia di Ancona, perché non dovrebbe funzionare dappertutto?</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/01/16/caro-sindaco-parliamo-di-biblioteche/copj170/" rel="attachment wp-att-41337"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-41337" title="copj170" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/copj170.jpg" alt="" width="170" height="284" /></a><br />
<strong><br />
A. Agnoli, <em>Caro sindaco, parliamo di biblioteche</em>, Editrice Bibliografica (2011), pp. 138, 11 euro.</strong></p>
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		<title>la modesta proposta</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 10:00:59 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1_rind-3.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-40521" title="1_rind-3" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1_rind-3.jpg" alt="" width="418" height="278" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1_rind-3.jpg 545w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1_rind-3-300x199.jpg 300w" sizes="(max-width: 418px) 100vw, 418px" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p>Draghi ha ribadito che la crisi “ha acuito soprattutto le difficoltà economiche dei più giovani. In assenza di una redistribuzione più equa delle risorse fra le diverse generazioni rispetto al passato i giovani dovranno contribuire in misura maggiore alle finanze pubbliche”. Penso che Draghi abbia ragione sacrosanta e da vendere e che la mia generazione, oramai non più esattamente giovane ma molto responsabilizzata, e le successive, debbano contribuire in misura molto, molto maggiore al restauro delle pubbliche finanze. Per questo – avendo frequentato una scuola pubblica che ancora consentiva i tempi, i modi e gli strumenti per leggere Swift – avrei una modesta proposta per evitare che i precari e i figli di coloro che posseggono una o alcuna casa di proprietà siano un peso per lo Stato e per i loro genitori, e per renderli un beneficio per la comunità. Penso che questi giovani in particolare possano fornire un enorme contributo non tanto a Draghi, quanto al governo in perenne aria di riforme. Questi giovani potrebbero essere venduti al mercato della carne appena conclusa l’università. La loro carne non sarebbe certo tenera come quella di un infante, ma amabilmente massaggiata per almeno tre mesi come quella dei manzi di Kobe, fornirebbe una reale alternativa al manzo di Kobe stesso ed eviterebbe di certo la sovrappopolazione e l’inflazione del mercato del lavoro e, alle famiglie, il costo del mantenimento fisico e intellettuale di questi borghesi-ultimo-atto che si ostinano a dissipare soldi e risorse in master, dottorati di ricerca o altre vanità del genere. I genitori poi, già integrati in un sistema sociale immobile, potrebbero felicemente rimanere al loro posto di lavoro e ritardare ulteriormente la riforma delle pensioni, sollevando il governo dalla soluzione di un altro enorme problema.</p>
<p><span style="color: #008000;">[da l&#8217;Unità del 27 Ottobre 2011]</span></p>
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		<title>un&#8217;altra volta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Aug 2011 16:00:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio Piero Marrazzo è l’ultimo uomo politico italiano ad aver mancato l’opportunità di diventare eroe nazionale. Con un unico gesto, con il superpotere perduto del senso dello stato e della giustizia, avrebbe potuto uscire da Via Gradoli con la testa alta e la camicia disordinata dal desiderio e dire Sì, sono stato con [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/piero-large.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-39912" title="piero-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/piero-large-300x222.jpg" alt="" width="300" height="222" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/piero-large-300x222.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/piero-large.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p>Piero Marrazzo è l’ultimo uomo politico italiano ad aver mancato l’opportunità di diventare eroe nazionale. Con un unico gesto, con il superpotere perduto del senso dello stato e della giustizia, avrebbe potuto uscire da Via Gradoli con la testa alta e la camicia disordinata dal desiderio e dire Sì, sono stato con un transessuale e questo non pregiudica la mia capacità di amministrare una regione, sapete, hanno provato a ricattarmi ma io non ho temuto e al presidente del consiglio che mi ha chiamato per segnalarmi un video scabroso sui miei comportamenti sessuali ho risposto che non bisogna avere paura delle parole dopo che si è ceduto hai fatti. Avrebbe potuto vantarsi della normalità delle proprie indefinitezze e metterle in comune con le persone che lo avevano votato, restituire, con quel gesto, la fiducia che gli era stata data con la matita copiativa sulla scheda elettorale. E poi scusarsi, infinitamente, per aver usato una macchina che non era per lui ma per la carica che era stato chiamato a ricoprire. Scusarsi perché è perdita di democrazia confondere il singolo col ruolo. Così, quando il giorno di Ferragosto ho visto l’<a href="http://www.repubblica.it/politica/2011/08/15/news/intervista_marrazzo-20450866/">intervista su Repubblica</a> ho gioito e esultato Vai Marrazzo! E invece, nelle domande belle, incalzanti e politiche di Concita De Gregorio, si è ripresentato uguale a sé stesso. Le giustificazioni tutte virate al piano morale, giovani e droghe, prostitute e famiglia, abitudini sessuali e matrimonio,<em> le Confessioni </em>di Agostino il cui unico messaggio ritenuto è Se hai conosciuto il male non devi più nasconderti. Vorrei chiedere a Marrazzo a quale male allude, alla seduzione d’un desiderio o al malcostume di una classe politica che ha reso la rappresentazione di sé il gagliardetto dell’assenza di democrazia. Solo dal primo non devi più nasconderti.</p>
<p><span style="color: #008000;">[queste righe sono state pubblicate il 19 Agosto 2011 su l&#8217;Unità]</span></p>
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		<title>altroché fascio littorio</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jun 2011 08:30:03 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Alessandro Bertante]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/jesi.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-39212" title="jesi" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/jesi.jpg" alt="" width="340" height="412" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/jesi.jpg 340w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/jesi-247x300.jpg 247w" sizes="(max-width: 340px) 100vw, 340px" /></a></p>
<p>di <strong>Alessandro Bertante</strong></p>
<p>“Non si può dedicare un certo numero di anni allo studio dei miti o dei materiali mitologici senza imbattersi più volte nella cultura di destra e provare la necessità di fare i conti con essa.” Con questa netta enunciazione di intenti Furio Jesi, nell’incipit dell’introduzione del suo saggio <em><strong>Cultura di destra</strong></em>, stabiliva da subito il compito e i confini che si era prefissato quando decise di affrontare le pulsioni storiche e culturali che stavano alla base del neo fascismo e della nuova borghesia italiana reazionaria. E non era certo un compito facile, in quanto nel clima di acceso scontro ideologico della fine degli anni Settanta (nel 1979 esce la prima edizione del saggio per Garzanti) il termine “cultura di destra” era considerato come un ossimoro e tutti gli studi sul mito, sul sacro e sul leggendario giudicati materia per ottusi nostalgici in odore di fascismo. Maneggiare quella materia non era facile allora e non è facile nemmeno adesso, per noi che, come piccioni sopra un cornicione, assistiamo attoniti al baratro culturale residuo di quella che è da considerarsi come la fase crepuscolare della televisione commerciale.<br />
<span id="more-39211"></span><br />
Accogliamo quindi con piacere la notizia dell’uscita della riedizione da parte di nottetempo di <em>Cultura di destra</em>, forte della nuova curatela di Andrea Cavalletti che aggiunge al corpo già noto dell’opera tre testi inediti e un intervista all’autore. Una buona notizia in quanto Furio Jesi fu uno studioso importante e solo la sua precoce scomparsa in un tragico incidente domestico, pochi mesi dopo l’uscita del saggio, non ci ha permesso di valutare la maturità di un percorso intellettuale ampio e diversificato. Storico, archeologo, critico letterario e germanista, Furio Jesi infatti comincia i suoi studi giovanissimo, occupandosi delle religioni dell’Egitto e della Grecia antichi, soffermandosi sui culti misterici, per poi diventare allievo di Kàrol Kerényi, rifiutandone in seguito la svolta umanistica. Questi lavori, insieme a quelli sulla letteratura tedesca contemporanea, saranno fondamentali per la stesura di <em>Cultura di destra</em>.</p>
<p>Scritto con lingua agile  e talvolta perfino divertita, il saggio comincia prendendo in esame la “mitologia della morte”, evidenziando le differenze fra il fascismo italiano &#8211; più laico, cinico, vitalista e di estrazione piccolo borghese &#8211; e il nazismo tedesco, caratterizzato da deliri misticheggianti e dalla rozza manipolazione di mitologie neo pagane che, specie per quello che riguarda le gerarchie SS, diventarono vettore di un nichilismo nutrito dal culto del sacrificio. E se il totalitarismo cattolico del ras rumeno Codreanu, che influenzò non poco il pensiero politico di Mircea Eliade, per Jesi diventa significativo solo nei suoi punti di contatto con il falangismo spagnolo, è quando il saggio affronta le problematiche del dopoguerra italiano che il discorso diventa per noi più interessante. Superata senza troppi traumi la venerazione di un passato glorioso tipica della retorica mussoliniana &#8211; che in realtà  nascondeva una vera e propria avversione per la ricerca storica documentata – i militanti fascisti neofascisti sembrano dividersi in due opposti schieramenti: da un parte la minoranza formata dai seguaci di Julius Evola e del suo “razzismo spiritualistico”, confusi fra un aristocratico esoterismo e la condivisione più ampia di una Tradizione con la t maiuscola, dall’altra la maggioranza che cerca di inserirsi nel contesto politico nazionale in rapporto dialettico con le istituzione repubblicane, dando vita a quella politica di rappresentatività borghese definita del “doppiopetto” e che vide in Giorgio Almirante il suo principale rappresentante. Una divisione piuttosto nebulosa, come la sfera ideologica che la sostiene, ma che caratterizzerà la destra italiana per decenni e che per Jesi sarà responsabile del definitivo superamento della retorica risorgimentale dell’amor di patria, virando decisamente nelle sue frange più estreme verso un europeismo anti comunista e anticapitalista, sull’esempio dalla legione dei volontari Waffen SS, considerata l’embrione del primo esercito europeo continentale. Ma è in punto meno celebre e discusso di <em>Cultura di destra </em>che Furio Jesi dimostra di essere acuto osservatore dei prossimi cambiamenti in divenire e studioso ancora attuale, quando analizzando la prosa di Liala, scrittrice rosa di grandissimo successo popolare, afferma che: “il linguaggio di Liala non vuole essere capito, per goderlo basta rimanere nel meno faticoso degli stati di torpore della ragione”.</p>
<p>Altroché fascio littorio o passato mitico da rievocare, questa caustica considerazione anticipa quella che sarà la vera politica culturale della destra italiana degli anni Ottanta fino ad oggi: la sublimazione del vuoto.</p>
<p><span style="color: #0000ff;">[questo articolo è stato pubblicato su l&#8217;Unità domenica 22 maggio 2011]</span></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/jesi_cover_web.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-39213" title="jesi_cover_web" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/jesi_cover_web.jpg" alt="" width="145" height="205" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>F. Jesi, <em>Cultura di destra</em>, (a cura di A. Cavalletti), nottetempo, 2011, pp. 297, 17,50 eu.</strong></p>
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		<title>il caso editoriale</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Apr 2011 08:30:03 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/atlante+di+smeraldo.png"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-38857 alignleft" style="margin: 8px;" title="atlante+di+smeraldo" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/atlante+di+smeraldo.png" alt="" width="229" height="338" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/atlante+di+smeraldo.png 229w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/atlante+di+smeraldo-203x300.png 203w" sizes="(max-width: 229px) 100vw, 229px" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em><strong>17 marzo 2010</strong>, <strong>ore 22</strong>. Uno dei maggiori agenti italiani riceve un dattiloscritto. È una serata come tante, ma ancora non sa che la routine verrà stravolta da questo libro. Una volta aperto il file, gli occhi scorrono veloci sullo schermo del computer e smettere di leggere sembra quasi impossibile. <strong>18 marzo 2010</strong>, <strong>ore 10.20</strong>. L’agente invia una mail alle maggiori case editrici italiane, definendo il dattiloscritto in oggetto non “un libro” ma “il libro”, quello che tutti gli editori vorrebbero avere nel proprio catalogo e che tutti i librai vorrebbero avere sullo scaffale della propria libreria. <strong>Ore 10.22</strong>. La casa editrice Longanesi inizia a leggere il dattiloscritto. Il consenso è unanime. Il libro ha in sé una tale forza dirompente, un intreccio narrativo così potente e sapiente costruito che è impossibile non rimanere catturati nella tela intessuta dell’autore. Il Libro deve essere un libro Longanesi. (…) <strong>Aprile – Novembre 2010</strong>. Mentre John Stephens mette a punto gli ultimi dettagli del romanzo, gli editori di tutto il mondo dell’Atlante di Smeraldo si preparano a un lancio in grande stile, praticamente in contemporanea mondiale… e la storia prosegue, in tutte le librerie, ad Aprile 2011</em>. 21 Aprile 2011, ore 16.30. A l’Unità decidiamo di aggiungere un punto a questa cronologia e così scorriamo voracemente la Brochure consuntiva delle promozioni suddivisa, nell’ordine, nei seguenti punti <em>L’entusiasmo dell’editore</em>, <em>Il giudizio unanime</em>, la cronologia del <em>caso editoriale</em>, <em>la trama</em>, <em>l’autore</em>, <em>i protagonisti</em>, <em>i coprotagonisti</em>, le pagine centrali con un pop-up raffigurante una emisfera armillare culminata da una divinità vagamente indù e il cui cerchio equatoriale è tempestato di gemme verdeggianti che spunta solerte e avvenente appena si sfogliano proprio quelle pagine, <em>le iniziative promozionali </em>(kit vetrina e materiale per il punto vendita), il <em>piano marketing</em>. Due pagine. <span id="more-38855"></span> Infine, in quarta di copertina si legge <em>Emma non ha mai paura. Michael non crede ai propri occhi. Kate ha promesso di proteggerli a ogni costo. Tre fratelli abbandonati a loro stessi, un mondo magico e misterioso, un viaggio oltre le porte del tempo. E un libro dal potere immenso e oscuro</em>. A questo potente paratesto è allegato il <em>segnalibro con web key</em> anche se io, ingolosita dalla pagina 2 del piano marketing contenente il <em>materiale promozionale per librai e giornalisti</em> avrei desiderato il <em>prezioso segnalibro fustellato</em>. Perché amo l’aggettivo fustellato. E mi chiedo che forma avrà la fustella con la quale hanno sagomato il segnalibro? Sarà la stessa utilizzata per le <em>cartoline pop-up</em> che saranno in libreria? La fustella pure aprirà un mondo magico e misterioso?</p>
<p>Io non ho motivi di dubitare dell’eccezionalità del libro – determinativo almeno nel senso dell’articolo – di Stephens. Per due motivi. Uno. Da bambina prima di andare al circo a vedere gli elefanti, che di solito erano molto meno mastodontici dei disegni sui biglietti venduti ai semafori, rimanevo per ore a studiare i cartelloni illustrati che ricoprivano le strade. Due. Essendo nata alla fine degli anni settanta, amo il merchandising – e come ha scritto Valeria Parrella in <em>Mosca più balena</em> (minimum fax, 2003) io ho trent’anni ma quando gioco a nascondino faccio ancora tana, anche se ci sono bambini –, penso che se la scatola è bella, basta anche solo la scatola.</p>
<p>Tuttavia tenendo tra le mani questa scatola della scatola, qualcosa mi stona. E questo qualcosa è la rottura di un incanto. Di un patto silente tra il circo e il lettore, qualsiasi cosa sia il circo – pure letteratura. È come se qualcuno mi avesse condotto per mano, per una foto con l’elefante o con la donna cannone, prima che io potessi vederli sulla pista, che mi ha fatto entrare dal retro mostrandomi la fabbrica dell’opera del circo senza il circo, o comunque prima. Come se ci fosse uno scarto temporale – dovuto forse al <em>viaggio oltre le porte del tempo</em> promesso da <em>L’Atlante di Smeraldo</em> –, tra l’attesa, l’immaginazione e la lettura – un gesto intimo, singolare, ripetitivo, concentrato, spensierato – di  questa attesa e di questa immaginazione. Ginevra Bompiani nell’introduzione a <em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/03/28/una-specie-di-anticamera/">La signora dell’angolo di fronte</a></em> (Il Saggiatore, 1978) ha osservato che <em>Il romanzo del novecento è una specie di anticamera dalla quale si ascolta il brusio della voce, si intravvede una sottana, dove arrivano gli ordini dati in altre stanze</em>. Io non voglio scomodare Virginia Woolf, e nessun altro, ma nemmeno tenerli lontani. Nemmeno pensare che i libri siano anticamere che danno sempre su altre anticamere cercando, con la prospettiva di questi vuoti, incastonati e successivi, di creare quella eco di un altro mondo, che è il motivo per cui leggo i libri. Anche quelli di John Stephens. Se me li fate prima leggere poi compro tutto. Come con Harry Potter (Salani, 1998-2010). Ma lasciatemeli leggere.</p>
<p><span style="color: #008080;">[questo articolo è stato pubblicato su l&#8217;Unità giovedì 21 aprile 2011]</span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/personaggio07Big.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-38856" title="personaggio07Big" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/personaggio07Big.jpg" alt="" width="218" height="281" /></a><br />
<strong> J. Stephens, <em>L’Atlante di Smeraldo</em>, Longanesi (2011), pp. 460, eu 18,60.  (in libreria da oggi, 28 Aprile 2011)</strong></p>
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		<title>mio cattivo maestro</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Mar 2011 08:30:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio [Il 12 marzo ci sarà la manifestazione nazionale sulla/ per la/ della scuola, io ci andrò. Qui di seguito l&#8217;intervento che ho scritto per l&#8217;Unità e che è stato pubblicato il 4 marzo scorso] Si impara prima della scuola, dopo la scuola, nonostante la scuola. Tuttavia purché questa esperienza comune non si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/drive-in-407x300.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-38349 alignnone" style="margin: 8px;" title="drive-in-407x300" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/drive-in-407x300.jpg" alt="" width="357" height="250" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><span style="color: #3366ff;">[Il 12 marzo ci sarà la manifestazione nazionale sulla/ per la/ della scuola, io ci andrò. Qui di seguito l&#8217;intervento che ho scritto per l&#8217;Unità e che è stato pubblicato il 4 marzo scorso]</span></p>
<p>Si impara prima della scuola, dopo la scuola, nonostante la scuola. Tuttavia purché questa esperienza comune non si trasformi in metafisica, la scuola deve esserci. L’articolo 33 della Costituzione stabilisce che <em>Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato</em> e che <em>La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali</em>. Le scuole pubbliche rappresentano dunque lo standard educativo del nostro paese e la legge, stabilendo i diritti delle scuole non statali, stabilisce pure gli obblighi – esami di stato regolari, docenti pagati secondo un contratto nazionale, corrispondenza tra cattedra d’insegnamento e disciplina insegnata, buste paga reali. La frase <em>La scuola pubblica non inculca</em>, poi smentita e ritoccata, lungi dall’essere un giudizio sulla situazione della scuola italiana, è, come spesso accade al primo Ministro e ai suoi epigoni, pubblicità. Se non lo fosse terrebbe conto di quella <em>parità per eccesso</em> tra scuola statale e scuola non statale che, nell’articolo 33, è rappresentata dai diritti e dagli obblighi. Se non fosse pubblicità, inoltre, l’asserzione si presterebbe alla patologia del dettato costituzionale all’equipollenza: se la scuola statale non educa allora non educa neppure la scuola non statale.<br />
<span id="more-38347"></span><br />
<em>Il pensiero di chi vuol leggere nelle parole del premier un attacco alla scuola pubblica è figlio dell’erronea contrapposizione tra scuola statale e scuola paritaria. Per noi, e secondo quanto afferma la Costituzione italiana, la scuola può essere sia statale sia paritaria. In entrambi i casi è un’istituzione pubblica, cioè al servizio dei cittadini… Silvio Berlusconi ha solo difeso la libertà di scelta educativa delle famiglie</em>. Il Ministro Gelmini, a parte la faccenda dell’equipollenza alla quale mi pare sommamente disinteressata, e a parte la contrapposizione incomprensibile, in questo contesto, per un Ministro della Repubblica tra <em>statale</em> e <em>pubblico</em>, non ha detto nulla di particolarmente falso poiché è una evidenza che per il Primo Ministro il sistema educativo in contrapposizione alla scuola (pubblica e privata), è la televisione, che rappresenta la vera <em>libertà di scelta educativa delle famiglie</em>. Cambi canale e oscuri <em>l’influenza deleteria che nella scuola pubblica hanno avuto e hanno ancora oggi culture politiche, ideologie e interpretazioni della storia che non rispettano la verità</em>.</p>
<p>Silvio Berlusconi, proprietario di televisioni private, è il primo uomo che ha inserito, nei notiziari delle sue reti, gli indici di borsa, facendo sì che l’economia descrivesse un benessere più o meno percepito, e che trasformasse dunque i consumatori in telespettatori. Silvio Berlusconi, primo ministro di un paese democratico, attraverso gradi successivi di potere e delega, è l’uomo che può discriminare sulle programmazioni e i contenuti delle reti nazionali, e che ha potuto dunque trasformare i telespettatori in elettori. Questa ultima mutazione definisce un problema che per me si chiama monopolio di immaginario, ma che potrebbe pure chiamarsi, se amassi l’epica, golpe mediatico. Questo immaginario unico, dal quale siamo colonizzati, appartiene all’uomo che ha rivoluzionato la televisione italiana. E La rivoluzione, si sa, non si può fare con tanta eleganza e soprattutto è un atto di violenza. La principale violenza che subisco è dovermi ripetere, ogni volta che accendo la televisione Odio la televisione. Anche se non è vero, perché io sono anche la televisione di Silvio Berlusconi. E infatti capisco che la programmazione televisiva è come lo stato. Ma senza la costituzione. E capisco perché Silvio Berlusconi si accanisca e avanzi utopico <em>La vita può essere meravigliosa come la mia televisione</em>. Alle elezioni politiche, o amministrative, o ai referendum, votano gli stessi individui che guardano la televisione, me compresa. Siamo allenati a votare. E non certo dall’educazione civica nelle scuole o dalle discussioni politiche in strada, dai comizi dei partiti – dov’è la base? C’é solo quella della Lega Nord? Prima delle liste e dei programmi elettorali, di proporzionale sì maggioritario no o viceversa, le persone, che sono telespettatori, sanno già televotare.</p>
<p>Adesso, la mia indole democratica mi impedirebbe di giudicare il popolo sovrano. Tuttavia, quando la democrazia diventa una faccenda statistica, come lo share per esempio, la definizione del popolo sovrano si conficca come una spina sotto la pianta dei piedi. E, personalmente, mi fa zoppicare sulle mie convinzioni. Quando ascolto i proclami (sempre e comunque televisivi) del Premier capisco che la mia indole democratica non è il privilegio di qualsiasi cittadino nato in una repubblica, che ha studiato nella scuola pubblica e che ha usufruito del servizio sanitario nazionale. No. Questa indole risulta piuttosto l’ultimo snobistico avamposto del <em>culturame</em>, perché la democrazia, in un paese dove la dittatura dei canoni televisivi è l’unico valore politico sul quale dibattere, dove la televisione è il sistema educativo sostitutivo della scuola pubblica, è solo un corrotto e inutile <em>ancient regime</em>.</p>
<p>Non c’è libertà educativa senza possibilità di scelta. E non c’è scelta senza possibilità di comprensione. Non si va a scuola per essere <em>inculcati </em>si va a scuola per impedire che qualcuno o qualcosa ti <em>inculchi </em>e ti manipoli senza che tu ne te accorga.</p>
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