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	<title>M il figlio del secolo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Scurati vs Evangelisti (la finale dei campionati mondiali di letteratura storica)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jan 2022 06:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[Gli anni del coltello]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mauro Baldrati</strong> <br />Scurati si espone, consapevolmente, al rischio di un terzismo che segna la nascita dell’intera opera. La sua epopea è grande e tragica, ma necessita di un attento lavoro di deterritorializzazione e di filtro da parte del lettore evoluto.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/NI.jpeg"><img loading="lazy" class="wp-image-95084 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/NI-300x212.jpeg" alt="" width="400" height="283" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/NI-300x212.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/NI-150x106.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/NI-594x420.jpeg 594w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/NI-100x70.jpeg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/NI.jpeg 679w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
<p>Valerio Evangelisti, <em>Gli anni del coltello</em>, Mondadori, Milano 2021, pagine 252 € 19</p>
<p>Antonio Scurati, <em>M, il figlio del secolo</em>, Bompiani, Milano 2018, pagine 848 € 24</p>
<p>È un romanzo on the road. Come altri di <strong>Evangelisti</strong> del resto, dove i protagonisti sono in perenne movimento, da Eymerich, che gira per palazzi, caverne, cancelli temporali; o Pantera, che visita tutte le bettole, incontra persone ovunque, torna più volte negli stessi luoghi; o il popolo della trilogia <em>Il sol dell’Avvenire</em>, in continuo spostamento, attacco e poi fuga, senza fine.</p>
<p>Potremmo dire che <em>Gli anni del coltello</em> è il prequel del <em>Sol dell’Avvenire</em>. Evangelisti sta scrivendo una monumentale opera storica in narrativa, ambientata tra le classi subalterne e proletarie dell’Italia otto/novecentesca. Ci fornisce, attraverso il racconto, uno spaccato della miseria, della lotta per la sopravvivenza, delle istanze rivoluzionarie soffocate nel sangue dal potere dominante, quello dei padroni e dei dominatori: l’Impero Austro-Ungarico e lo Stato della Chiesa – ovvero le due potenze transnazionali che, come scriveva Gramsci, hanno smembrato il paese per secoli, impedendo al nostro popolo di elaborare un concetto di sovranità nazionale. È un romanzo di impianto tolstoiano, dove i personaggi sono non solo i rivoluzionari, nel nostro caso i repubblicani mazziniani furiosi per la sconfitta della rivoluzione del ’48, ma anche gli eventi: le continue microinsurrezioni, nelle città della Romagna, a Genova, a Milano, spacciate (o forse sognate?) per l’ennesima, risolutiva rivoluzione che finalmente scaccerà l’invasore e permetterà la creazione di una repubblica. E i personaggi portanti sono non solo le decine di attivisti, tutti realmente esistiti, a parte il protagonista, il forlivese Gabariol; è anche il personaggio collettivo austriaco, che in quegli anni dominava nel Lombardo Veneto, dove avverrà una delle più sballate “rivoluzioni”, invocata dall’Apostolo Mazzini come definitiva, che porterà invece a una disfatta annunciata.</p>
<p>I rivoluzionari sono decisi a tutto, come il dominatore è disposto a tutto. In attesa della rivoluzione attaccano il nemico con ogni mezzo. Anche se i mezzi sono maledettamente scarsi. Non ci sono più armi da fuoco dopo la sconfitta del ’48. Allora si ricorre al pugnale. Lo stesso Mazzini, nei suoi appelli incendiari da Londra, lo definisce “la spada del popolo”. Pugnalano gli esponenti del regime, soprattutto i collaborazionisti, i traditori al soldo dell’invasore che sono responsabili di arresti, torture e impiccagioni di tanti fratelli. Non c’è morale di fronte all’assassinio politico, e come potrebbe? Gli austriaci e i papalini (questi ultimi mai di persona, l’uccisione e la tortura la delegano agli austriaci, proprio come i loro antenati dell’Inquisizione la affidavano al Braccio Secolare) impiccano persino ragazzini di 16 anni, e il popolo marcisce nella miseria. Ogni omicidio serve a diffondere il terrore tra i nemici, che devono temere ogni volta che escono di casa. E quando il tempo arriverà, con gli invasori indeboliti dallo stillicidio degli attentati, il popolo sarà pronto per la rivoluzione risolutiva.</p>
<p>Gabariol è un killer. Uno dei più famosi, rispettati ed efficienti del popolo rivoluzionario mazziniano. Non si tira mai indietro, è sempre pronto a intervenire con un accoltellamento dove e quando è necessario. È uno dei cavalieri senza macchia, votati senza ripensamenti alla guerra agli invasori, a costo della loro stessa vita. E come tale non ha casa, né famiglia. Deve lasciare continuamente le città dove ha ammazzato qualcuno, deve fuggire perché il nemico scatena rastrellamenti e esecuzioni sommarie. Dorme dove gli capita, mangia quando glielo offrono, passa da Imola a Faenza, a Ravenna, emigra a Milano, dove partecipa alla grottesca “rivoluzione” (siamo nel 1853). I dirigenti politici e militari della città affermano di essere pronti. Abbatteranno il potere austriaco, forti di un poderoso esercito rivoluzionario. E le armi? chiede Gabariol. Nessun problema, per ora ci sono i coltelli, ma prenderanno i fucili degli austriaci man mano che conquisteranno i presidi. Ma all’ora zero si presenta solo un pugno di militanti, ma guai a tirarsi indietro. Guai a essere vigliacchi. Si risolverà in un tragico disastro. Ci sarebbe da ridere, non fosse che è costata la vita a decine di “fratelli”.</p>
<p>Con la sua scrittura materialista, mai enfatica e tanto meno didascalica, Evangelisti ricostruisce gli ambienti della plebe rivoluzionaria, i manovali, i soldati votati a tutto, le discussioni politiche. Qua e là usa dei personaggi, come Marietta, la compagna di Gabariol, per smantellare l’impalcatura romantica-terroristica di cui fa parte il suo uomo, votata a azioni omicide che hanno come unico risultato arresti e impiccagioni. Oppure gli appartenenti alla <em>upper class</em>, nobili e borghesi che fanno parte del popolo mazziniano, che contestano gli appelli vulcanici di Mazzini, che da Londra non esita a mandare al massacro migliaia di persone male armate e male organizzate. Gabariol reagisce, si indigna, li insulta, L’Apostolo non si tocca! Ma il tarlo lavora, incrina le certezze.</p>
<p>Lo ritroviamo a Ravenna, con Marietta e addirittura un figlio. Sembra essersi calmato, dopo anni e anni di sconfitte, di morte sfiorata, di fughe rocambolesche, ma&#8230; in un finale che non si può raccontare sembra di scorgere la faccia ghignante dell’autore, mentre con un guizzo il romanzo vira in una conclusione degna di uno dei più “tosti” film anni Settanta della nuova sinistra americana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È un altro grande affresco tolstoiano, che parte dal primo dopoguerra, segnato da una dicotomia tra vittoria e sconfitta, per cui alla grande guerra, vinta, segue un ritorno da perdenti, da poveri, da dimenticati. Con una spettacolare scrittura novecentesca, alta, orgogliosa e generosa, <strong>Scurati</strong> segue la formazione degli Arditi, i reduci delle forze speciali, i principali fautori della vittoria, mentre sprofondano nella disoccupazione e nel vituperio generale, sommersi dagli insulti dei socialisti che fino all’ultimo si erano opposti all’intervento. Sembra essere la scintilla che accenderà un piccolo fuoco incerto, questa frustrazione; ma le esili fiamme si sprigionano in un ambiente ricco di materiale combustibile: lo sfacelo del sistema, una classe politica “malata”, imbelle, rinchiusa nei palazzi del potere. E poi la situazione nelle campagne, in un paese a vocazione agricola ancora dominato dal latifondo, dilaniate dal conflitto tra i vecchi “parùn”, schiavisti che considerano ancora i contadini e i braccianti come servi della gleba, e le rivolte, la creazione delle leghe, gli scontri, gli incendi.</p>
<p>In questa situazione di altissimo conflitto, nascono, come larve che emergono dallo schiudersi di strane uova mai viste prima, tante creature apparentemente deboli e vulnerabili, in realtà depositarie di una spietata forza vitale. Scurati li rappresenta uno a uno, fruga nella loro formazione, li fa muovere, parlare, fa rivivere il loro rancore, la loro violenza. Sono i primi fascisti, riuniti nei neonati Fasci di combattimento, fondati da un ex socialista rivoluzionario che ha “tradito” i suoi compagni per il suo ardore interventista: è l’ex direttore de <em>l’Avanti,</em> il figlio di un fabbro romagnolo, Benito Mussolini.</p>
<p>È male in arnese, senza una lira, indossa vestiti lisi, vecchie scarpe sformate (per camuffarle, qualche anno dopo, quando inizierà ad affacciarsi negli ambienti che contano, le coprirà con le onnipresenti ghette bianche). Ha cercato fortuna in Svizzera, poi, siccome è un giornalista dotato, ha fondato un nuovo giornale, <em>Il popolo d’Italia,</em> che nel 1922 diventerà l’organo ufficiale del PNF (Partito Nazionale Fascista). Lo conosciamo, attraverso la narrativa investigativa dell’autore, riviviamo la sua brutalità, la sua tenacia, il suo retaggio di socialista estremista rivoluzionario; seguiamo la metamorfosi dei vecchi ideali socialisti (dei quali, col passare degli anni non resterà più nulla – forse perché non c’è mai stato nulla?) in una tensione in crescendo che lo porterà a esaltare la violenza dei neonati squadristi, una violenza “sana” e “giovane”, una violenza “chirurgica” che bonifica le terre malate da una politica corrotta, esausta, morta.</p>
<p>Mentre sul mondo aleggia una cappa di tragedia, l’autore fa emergere i personaggi, ci porta nell’espansione inesorabile dell’oscuro, ma anche dell’eroico e dell’epico. Il narratore non ci nasconde la sua ammirazione per i valorosi, disprezzati Arditi, per il fascino dark di Gabriele D’Annunzio, un personaggio gigantesco, contraddittorio; ci porta dentro Fiume, conquistata dopo una incredibile spedizione, capeggiata da D’Annunzio e sostenuta da Mussolini, una babele dove ogni follia era permessa, popolata da ogni genere di umanità: anarchici, socialisti, sindacalisti rivoluzionari, arditi, fascisti, avventurieri vari. Una “città di vita”, dove vigevano tutte le libertà e le uguaglianze, con uno statuto, “La Reggenza del Carnaro”, che faceva pensare alla Comune di Parigi, tanto da ricevere il sostegno addirittura di Lenin.</p>
<p>E soprattutto segue lui, il fulcro dinamico, il mutante, il doppiogiochista traditore compulsivo: mentre finge di sostenere D’Annunzio e la sua Reggenza, Mussolini tratta con Giolitti per sgomberare la città liberata, addirittura prenderla a cannonate. Quello del traditore sarà un marchio che si porterà dietro per tutta la vita. Mentre esalta la platea dei fascisti, durante le adunate fatte di urla, canzonacce, esibizioni di pugnali e bastoni, con invocazioni contro il parlamentarismo porco, corrotto e smidollato, tratta sottobanco coi vari presidenti del consiglio per avere qualche ministero. E intanto che lui tratta, in segreto, coi liberali e i cattolici, persino coi socialisti, i teppisti ferraresi di Italo Balbo partono per Ravenna per distruggere il grande palazzo delle cooperative rosse. “Una notte terribile”, scrive lo stesso Balbo nel suo diario. Il ritorno dura un giorno e una notte, 24 ore di incendi, di devastazione e di sterminio. Tutta la pianura romagnola brucia.</p>
<p>Il racconto segue il Duce e i suoi “ninfomani della violenza”, li accompagna nella marcia su Roma, dove, come riflette lo stesso Mussolini, sarebbe bastato un nulla, l’esercito schierato, per mandare tutto all’aria; ma il colpo di stato viene permesso dall’ignavia di un governo che non esiste, e dalla complicità del re. Il narratore condivide lo sconcerto generale, l’orrore per il vile assassinio di Matteotti, quando il neonato regime vacilla, e di nuovo sarebbe bastato un passaggio all’atto da parte delle opposizioni in ritiro sull’Aventino per abbatterlo.</p>
<p>Il romanzo si conclude nel 1925 con Mussolini solo e in stato abbandono, accartocciato sul pavimento nei suoi appartamenti nel Grand’Hotel di Roma, gemebondo per un attacco di ulcera. Lo ritroveremo nel secondo volume, <em>L’uomo della provvidenza</em>, e nel terzo, non ancora pubblicato.</p>
<p><em>M</em> è una grande saga epica, eroica e maledetta, ma soffre di una ambiguità strutturale, soprattutto nella prima parte, che provoca effetti collaterali inevitabili. Dipende dal fattore di posizione. Evangelisti piazza la sua storia nel mondo antagonista dei rivoluzionari, degli idealisti, degli arrabbiati. È quello il mondo. Ne sviscera le speranze, le delusioni, le sconfitte. Traccia i profili dei personaggi, li fa interagire, li accompagna nella miseria e nella tragedia. Non entra nelle camerate degli austriaci, non canta con loro le canzonacce della soldataglia. Non impersona Radetzky, non lo descrive come un aristocratico raffinato, spadaccino provetto, esperto ballerino di valzer e seduttore di signore; no, il feldmaresciallo resta quello che è: il fucilatore, l’impiccatore, il torturatore dei ribelli e dei patrioti.</p>
<p>Scurati invece ci mostra un Mussolini bifido, traditore, violento, selvaggio, barbarico, virile. Grande seduttore, puttaniere e sciupafemmine. Bastano queste qualità per farne un eroe negativo, ma un eroe. Lui stesso ne è consapevole, lo afferma <a href="https://www.corriere.it/spettacoli/21_settembre_14/scurati-serie-netflix-m-l-ufficio-materie-sensibili-ci-ha-bocciato-samurai-fiume-220016d2-1538-11ec-87fe-df13c0096efb.shtml?refresh_ce">in una intervista</a>: «La mia paura è quella che in gergo viene chiamata empatia negativa. Succede spesso nelle serie e nei film che il pubblico empatizzi con i personaggi negativi. Guardate cos’è successo a Gomorra, non al libro né al film, che è un capolavoro, ma alla serie. La gente empatizzava con i camorristi. Il rischio di trasformare Mussolini in un eroe tragico con cui il pubblico poteva empatizzare c’era e mi sono sforzato in tutti i modi di evitarlo.» È vero, non fa sconti ai fascisti. In un crescendo degno di un noir ce li mostra in tutta la loro bestialità, masnade di picchiatori e di assassini al soldo degli agrari; eppure il posizionamento tra le loro schiere e nella mente del loro duce la produce, la temuta empatia negativa. Quando, durante il Consiglio Nazionale dei Fasci di combattimento, il 7-9 novembre 1921, il narratore entra nel teatro Augusteo di Roma, noi sentiamo le urla, ascoltiamo le canzoni gridate dalle camice nere col braccio alzato: «Me ne frego è il nostro motto, me ne frego di morir, me ne frego di Giolitti, e del sol dell’avvenir, un vessillo nero nero, che ci stringe intorno a sé, me ne frego del questore, del prefetto e anche del re.» Sentiamo su di noi la vibrazione della violenza che crepa l’aria come i fulmini nel cielo plumbeo. Subiamo, nostro malgrado, il fascino oscuro del male.</p>
<p>Scurati si espone, consapevolmente, al rischio di un terzismo che segna la nascita dell’intera opera. La sua epopea è grande e tragica, ma necessita di un attento lavoro di deterritorializzazione e di filtro da parte del lettore evoluto. Ricorda un altro grande romanzo, infiltrato dallo stesso errore, <em>Le Benevole</em> di Jonathan Littell, che entra addirittura nelle vite e nelle menti dei nazisti e delle SS. Sono romanzi selvaggi, avventurieri, che sfidano l’ignoto, ma in fondo sono dei ribelli verso quel <em>normal dot</em> che è l’etica di base. Perché a un certo punto, un punto estremo, la letteratura si trova di fronte a una linea di confine. Forse dovrebbe fermarsi, rinunciare al senso di onnipotenza, e fare una scelta di campo.</p>
<p>Per questo, per la loro <em>grandeur</em>, per la qualità della ricerca, i due finalisti sembrano perfettamente allineati, ma il fotofinish non mente: per il rischio non pienamente calcolato dell’empatia negativa Scurati subisce una penalità, pertanto Evangelisti lo batte per un millesimo di secondo, e si conferma campione mondiale di letteratura storica.</p>
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		<title>Il Mussolini di Scurati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Jan 2019 06:00:57 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Roberto Antolini]]></category>
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Non sono mancate le polemiche, arrivate fin alle bacchettate accademiche, piuttosto antipatiche, di Galli della Loggia sul Corriere della Sera. Ma al di là di questo clamoroso quanto in fondo secondario incidente di percorso (che vedremo), il libro è stato anche molto apprezzato, curiosamente sia da destra – con Il Secolo d&#8217;Italia che lo ha definito con entusiasmo «<em>un libro revisionista</em>» &#8211; che da sinistra, dove ad apprezzare «<em>per il clima che descrive</em>» è stata Rossana Rossanda su Il Manifesto,  dicendo che «<em>è</em><em> illuminante l&#8217;immagine che egli trasmette dell&#8217;opinione italiana</em>» del tempo, non mancando di notare come a questa efficacia non sia estranea l&#8217;impostazione tecnico-letteraria, basata su un «<em>interessante ed acuto uso del montaggio </em><em>…</em><em> fra le parole e i fatti</em>». Vediamo come la cosa avviene.<br />
Scurati costruisce il suo testo mettendo in sequenza oltre 120 capitoletti, di solito di poche pagine, ognuno diviso in due parti: una seconda di materiale documentario (articoli, memorie, documenti politico-amministrativi, discorsi parlamentari, lettere, e addirittura trascrizioni di telefonate a suo tempo intercettate), preceduta da una prima parte dedicata alla narrazione del personaggio citato poi nella documentazione, collocato in una data ed in un luogo precisi, al quale vengono appunto messe in bocca – come nota Rossanda – le parole stesse che escono dai documenti, in una ricostruzione narrativa fedele delle circostanze che dalla documentazione emergono, come in una specie di stampo linguistico-narrativo. L&#8217;arco cronologico della narrazione sono i 5 anni – 1919-1924 – che vanno dalla fondazione del primo Fascio di combattimento a Milano,  all&#8217;assassinio a Roma dell&#8217;on. Matteotti il 10 giugno del 1924, alla crisi di consenso che ne segue, fino alla sua rapida normalizzazione che rende evidente lo svuotamento ormai definitivo delle istituzioni democratiche, iniziando quella che viene chiamata l&#8217;epoca fascista. Il libro si legge quindi come sfogliando le pagine della cronaca di un quotidiano del tempo, affollato da un pugno di personaggi ricorrenti, in un intreccio di vicende che “fa” la storia del Paese. Anche se i veri “personaggi” &#8211; secondo me – sono due: Mussolini ovviamente, figlio del suo tempo, che sta non un passo avanti (come le avanguardie), ma un passo dietro le masse, pronto a prendere la direzione che esse indicano per cavalcarle, in un vuoto di idee e progetti che viene riempito dal puro esercizio del potere (inseguito e raggiunto), ma anche Matteotti, il suo alter-ego, il politico socialista che non si fa intimidire, denunciando fino all&#8217;ultimo la violenza che tutti avevano sotto gli occhi &#8211; e stava cambiando il paese &#8211; ma nessuno voleva vedere. Il tutto in una narrazione seccamente referente, in terza persona, con un ultimo brano però in cui Mussolini parla a se stesso in prima persona (diventa l&#8217;io narrante),  concludendo il libro con l&#8217;affermazione &#8211; che inquadra perfettamente la situazione &#8211; «<em>Nessuno voleva addossarsi la croce del potere. La prendo io</em>».<br />
Nelle molte interviste a Scurati che si possono trovare in rete (per esempio <a href="http://www.youtube.com/watch?v=POVIRdNwNPA">qui</a>), l&#8217;Autore spiega di essere stato attirato dalla dimensione romanzesca della scalata al potere di Mussolini, notando però contemporaneamente che nessun romanzo l&#8217;aveva ancora raccontata. Perché c&#8217;era dietro un tabù  ambientale, rimasto dalla guerra civile: bisognava fare preventivamente una dichiarazione di antifascismo. Ma la letteratura e l&#8217;arte non sopportano questo: non possono dare un giudizio preliminare, mettere un filtro ideologico. Così a lui è sembrato giunto il momento di “raccontare la storia ad altezza d&#8217;uomo”, evitando di farne una caricatura, un demone o un mito. Il giudizio sul personaggio e sull&#8217;epoca poi certo viene, ma viene dopo, alla fine e non all&#8217;inizio. Scurati dice che gli è sembrato  il paese fosse maturo per fare questo.<br />
Insomma l&#8217;intreccio fra Storia e Letteratura è problematico, tecnicamente ed idealmente. La storiografia “accademica” (diciamo così, per intenderci), si ispira al metodo scientifico, quello delle scienze esatte (senza esserlo, in realtà). Con una grande attenzione -“oggettivizzante” &#8211; alle questioni tecniche e formali, cercando invece di eliminare quanto più possibile ogni residuato di soggettività, in primis l&#8217;emotività (semmai facendola diventare un&#8217;ulteriore disciplina: la storia dei sentimenti). Che invece è la sostanza della letteratura. Solo così si capisce la categoricità del confronto provocato da Galli della Loggia, nei suoi due interventi sul Corriere della Sera, rintracciando «<em>nell&#8217;acclamatissimo libro di Antonio Scurati, da settimane in cima alle classifiche delle vendite</em>» errori che, secondo lui, «<em>sommati significano in pratica non essere in grado di orientarsi nella storia culturale italiana della prima met</em><em>à</em><em> del 900</em>». Ma allo stesso tempo anche la marginalità delle sue critiche, rispetto alla natura del romanzo.<br />
Il professore denuncia una decina di errori storici nel testo. Alcuni dovuti a sviste, subito serenamente ammesse da Scurati, come l&#8217;errore sul mese della sconfitta di Caporetto nella Grande Guerra (spostata da ottobre a novembre). Altri, forse, non così scontati, ma frutto di diverse attitudini nei confronti di personaggi storici che entrano nella narrazione: come l&#8217;attributo di «<em>politologo</em>», affibbiato nel libro all&#8217;autore dei “Quaderni del carcere”, Antonio Gramsci (insieme ad una sfilza di altri:<em> filosofo, giornalista, linguista, critico letterario e teatrale, animatore della rivista</em> <em>Ordine Nuovo</em> … ecc. oltre che &#8211; dulcis in fundo &#8211; <em>pensatore geniale</em>); termine che certo allora non era in voga, ma che oggi non appare poi così bizzarro per il personaggio. Chi non avesse ancora acquistato il libro comunque può stare tranquillo: il volume è ora in libreria emendato, così come lo è nel formato elettronico. L&#8217;editore Bompiani infatti ha prontamente corretto gli errori riconosciuti da Scurati, facendo silenziosa ammenda della denuncia, contenuta nel primo intervento di Galli della Loggia, di una «<em>devastante mancanza di editing nella maggior parte dell&#8217;editoria italiana</em>». E quindi la polemica dovrebbe essere chiusa, ma non prima di notare la curiosa circostanza per la quale un illustre accademico si limita a fornire all&#8217;editore – presumo gratuitamente – una minuziosa attività di editing, lasciando al romanziere il compito di raccapezzarsi sul “senso” di un&#8217;epoca storica.<br />
Scurati non usa il termine “senso”, è mio, lo uso qui perché a me pare il vero crinale proprio di un “romanzo documentario” come questo: proporre una riflessione sul senso di quella epoca devastata dalla prima guerra di sterminio di massa della storia, e durata fino alla ricostruzione, anche democratica, del Paese, dopo una seconda guerra. Una ricerca di senso che viene bene in luce nel brano che riporto per concludere, dedicato alla manifestazione socialista arrivata in piazza Duomo a Milano il 15 aprile 1919, che dà l&#8217;occasione al primo fenomeno di squadrismo assassino: «”<em>Eccoli! Eccoli!</em><em>”</em><em> Gli Arditi tirano fuori i revolver. Per un attimo le due fazioni si fronteggiano ai due lati del cordone di carabinieri che hanno sbarrato lo sbocco di via dei Mercanti. In testa alla colonna socialista ci sono ancora una volta le donne con alto il ritratto di Lenin e la bandiera rossa. Cantano sfrenate, gioiose, i loro canti di liberazione. Invocano una vita migliore per i propri bambini. Credono ancora di essere venute a fare le loro parate, i loro minuetti di rivoluzione. Alla testa dell&#8217;altro corteo, molto meno numeroso, ci sono uomini che negli ultimi quattro anni hanno convissuto quotidianamente con l&#8217;uccisione. La sproporzione </em><em>è</em><em> grottesca. A scavare un abisso tra le due schiere entra un diverso rapporto con la morte</em>» (p.37).<br />
Nella scrittura di Scurati, così seccamente referente da conservare spesso esattamente lo stesso stile delle scritture amministrative da cui prende le mosse, si aprono al momento giusto degli squarci che allargano gli orizzonti, collegando quel momento – visto isolatamente nella documentazione amministrativa, come in una istantanea fotografica – ad altri che lo hanno determinato nella vita delle persone (e del Paese), forgiando destini che le porta ad essere quello che sono in quel preciso momento. Tessere questo filo di connessione di cause/effetti, magari invisibili nella istantanea fotografica, ma determinanti, significa appunto cercare il senso delle storie: quelle individuali delle persone e quella collettiva del Paese, che ne è la risulta.</p>
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