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	<title>Macao &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Succede a Macao</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Sep 2018 05:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[Macao]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Mascitelli Macao è un centro milanese indipendente per le arti, la cultura e la ricerca che da cinque anni in qua ha dato luogo a una delle più interessanti esperienze culturali del nostro paese; Macao ha infatti organizzato  e ospitato in questi anni sia iniziative di base ( corsi, concerti, proiezioni, spettacoli, rassegne, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Macao è un centro milanese indipendente per le arti, la cultura e la ricerca che da cinque anni in qua ha dato luogo a una delle più interessanti esperienze culturali del nostro paese; Macao ha infatti organizzato  e ospitato in questi anni sia iniziative di base ( corsi, concerti, proiezioni, spettacoli, rassegne, riunioni di comitati cittadini) sia seminari ed eventi dove si elaborano riflessioni e ricerche sul senso della condizione culturale contemporanea. Appartiene dunque al novero di quelli che potremmo chiamare i laboratori della contemporaneità.  Del resto basta entrare anche solo per poco tempo a Macao per rendersi conto che ci si trova in un luogo diverso rispetto a tempi, logiche e dinamiche degli stili di vita dominanti, nel quale la cultura segue vie diverse dalle forme istituzionali o industriali solite.</p>
<p>Oggi Macao è in pericolo: infatti la sua sede, che si trova in una tanto elegante quanto abbandonata e fatiscente prima dell’autogestione palazzina in stile liberty nella semiperiferia milanese, è stata messa in vendita dal comune di Milano, che la possiede tramite una sua società. Insomma Macao sta per essere cacciato da Macao e invece sarebbe meglio per tutti, giunta comunale di Milano compresa, che Macao restasse a Macao.</p>
<p>In questi anni il sindaco di Milano e la sua giunta hanno lodevolmente cercato di promuovere un’idea di città accogliente, internazionale, aperta, colta e creativa, un luogo dove si elaborano esperienze sociali e culturali inedite. Il rischio è quello che si tratti solo di una bella cartolina che serve a coprire una politica piuttosto tradizionale, funzionale alle logiche del mercato immobiliare e all’immagine turistica della città. Difendere Macao dalle bieche logiche del mercato immobiliare significherebbe invece realizzare concretamente quest’idea di città. Luoghi come Macao sono infatti fondamentali per sviluppare una pratica collettiva e diffusa di ricerca e creatività e rendono Milano effettivamente vicina a quelle città europee considerate a parole idealmente prossime.</p>
<p>Se Macao restasse a Macao, il tessuto culturale e sociale di Milano si arricchirebbe : oggi lo sviluppo di una città non dipende  soltanto da quanti quattrini rende ogni singolo metro cubo costruito ma dalla circolazione delle idee. I quattrini oggi si spostano secondo logiche che non sono governabili ( o forse che non si vuole governare), le idee che si traducono in nuove forme di vita e in nuovi linguaggi sociali sono un patrimonio immateriale che resta nella disponibilità degli abitanti. Il mondo attuale, in cui la vera iperconnessione è quella dei soldi, ha reso problematico un uso pertinente della parola ‘lungimiranza’, eppure, se ha un senso usarla, è a proposito di quelle iniziative e di quelle politiche che favoriscono la circolazione delle idee, come fa Macao. I tempi sono bui e c&#8217;è bisogno di lungimiranza.</p>
<p>Se Macao non resterà a Macao, saremo tutti un po’ più poveri e sarà più facile, per rubare le parole al poeta, che l’azzurro s’incancrenisca. .</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Lotta di classe sul palcoscenico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Sep 2014 05:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[artisti intermittenti]]></category>
		<category><![CDATA[Lidia Cirillo]]></category>
		<category><![CDATA[Macao]]></category>
		<category><![CDATA[roberta salardi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Roberta Salardi Lidia Cirillo Lotte di classe sul palcoscenico, ed.Alegre, Roma 2014 &#160; C&#8217;era una volta il Novecento. Il volume d&#8217;interviste di Lidia Cirillo ai protagonisti della vicenda dei teatri occupati in Italia (Lotta di classe sul palcoscenico, ed. Alegre, Roma, 2014) si apre con un capitolo dedicato al movimento operaio: &#8220;Si è chiamato movimento [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Roberta Salardi</strong></p>
<p><strong>Lidia Cirillo <em>Lotte di classe sul palcoscenico, </em>ed.Alegre, Roma 2014</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C&#8217;era una volta il Novecento. Il volume d&#8217;interviste di Lidia Cirillo ai protagonisti della vicenda dei teatri occupati in Italia (<em>Lotta di classe sul palcoscenico</em>, ed. Alegre, Roma, 2014) si apre con un capitolo dedicato al movimento operaio: &#8220;Si è chiamato movimento operaio l&#8217;insieme sinergico che in Europa e nel mondo aveva costretto il capitalismo a cambiare per non morire e quell&#8217;insieme aveva solo in parte a che fare con una classe. Certo la classe operaia, soprattutto quella dei grandi complessi industriali, era stata il nucleo intorno al quale si era aggregato tutto il resto. Ma il prodotto finale era stata una costruzione storica, socio-politica e culturale molto più ampia e complessa, dai contorni incerti, fortemente differenziata e conflittuale al proprio interno ma appunto sinergica. Essa era composta da una classe di notevole forza strutturale e capace di farsi centro del conflitto sociale; da strutture burocratiche e clientelari, che concedevano agi e poteri ai settori della piccola borghesia più ambiziosi e dinamici; da entità statali con il loro potere economico e militare, da movimenti di liberazione di Paesi colonizzati, interessati a mettersi sotto l&#8217;ala protettrice dell&#8217;URSS e che talvolta si avventuravano nella creazione di socialismi nazionali più o meno credibili; da intellettuali creativi attratti dai miti progressivi costruiti sulle vicende rivoluzionarie del secolo; da socialdemocrazie che mantenevano aperti gli spazi in cui i rivoluzionari potevano continuare ad agire e da rivoluzionari che punzecchiavano ai fianchi le socialdemocrazie e gli apparati politici, costringendoli a scatti per recuperare i rapporti con la propria base sociale; da mobilitazioni occasionali e da spessi sedimenti organizzativi, da basi elettorali, da compagni di strada e da alleati… Ora gran parte delle componenti di questo insieme o non esiste più o ha mantenuto nomi a cui non corrispondono le stesse realtà del passato oppure ha subìto dinamiche di disaggregazione, che hanno isolato ciascuno dei pezzi residui dell&#8217;insieme demolito negli ultimi trenta ingloriosi anni.&#8221; (p 20-21).</p>
<p>Preso atto di una profonda disgregazione del tessuto sociale che in passato aveva consentito l&#8217;ottenimento d&#8217;importanti risultati, conquiste sempre più soggette a erosione in tutti i campi, dal lavoro alla qualità della vita, dai diritti ai beni collettivi, l&#8217;autrice tuttavia osserva che &#8220;un&#8217;inedita capacità di autorganizzazione è l&#8217;altra faccia della frammentazione e delle sconnessioni del corpo sociale. Si tratta di una capacità che riguarda alcuni settori e non altri, ma innegabile, e conseguenza logica dell&#8217;impoverimento dell&#8217;ex-piccola borghesia intellettualizzata, delle maggiori quantità di conoscenze di cui si serve il profitto e dell&#8217;ampliarsi delle possibilità di comunicazione.&#8221; (p 23).</p>
<p>Capacità dimostrata per esempio nelle recenti lotte dei lavoratori dello spettacolo.</p>
<p>I luoghi occupati scelti per le interviste risultano essere campioni di un vasto movimento in difesa dell’arte e della cultura, che ha fatto dell’occupazione la sua specifica modalità di lotta. In alcuni momenti l’arte e la cultura hanno assunto agli occhi degli occupanti, e delle migliaia di cittadini accorsi a collaborare e a interessarsi, lo stesso valore dell’acqua pubblica. Rivendicate come pane e come acqua.</p>
<p>Le risposte dei nuclei attivi del Teatro Valle di Roma, dell’ex-Borsa del macello dell’ortomercato oggi museo Macao di Milano, dell’ex-Asilo Filangieri “Comunità dei lavoratori dello spettacolo e dell’immateriale” di Napoli e del Sale Docks di Venezia menzionano spesso analoghe occupazioni, da considerarsi articolazioni del medesimo movimento: il cinema Palazzo e l’Angelo Mai di Roma, il teatro Marinoni di Venezia, il teatro Coppola di Catania, i Cantieri e il teatro Garibaldi di Palermo. Agli intervistati (attori, registi, musicisti, grafici, fumettisti, tecnici video, guardiasala, traduttori, macchinisti e simili) è stato chiesto di raccontare non solo le vicende, le modalità e gli obiettivi delle occupazioni, ma anche le idee e i punti vista politici e culturali che in esse convivono e si confrontano. L’indignazione si sviluppò e prese forma principalmente contro l’abbandono, il degrado, la trasformazione in centri commerciali o la sorte incerta di luoghi che avrebbero dovuto e dovrebbero essere considerati “beni comuni”. E contro la nota frase di un ministro, “con la cultura non si mangia”, che ebbe la conseguenza concreta di tagli alla cultura, responsabili di rendere ancora più difficile l’esistenza di lavoratrici e lavoratori caratterizzati nello stesso tempo da alti livelli di qualificazione e di precarietà. Nell’ampio ma frammentario movimento di resistenza all’austerità e alle privatizzazioni, le occupazioni dei teatri e dei “luoghi di cultura” hanno portato una creatività e una capacità di comunicazione fuori dal comune. Si legga per esempio l’intervista a Macao di Milano, con la divertente narrazione dei primi passi verso l’occupazione di Torre Galfa e più tardi dell’ex-Borsa del macello. La richiesta attraverso il Web di svolgere l’acronimo M.A.C.A.O. ricevette migliaia risposte con possibili ipotesi di svolgimento dell’acronimo (es.: Movimento Autonomo Creativo Autogestito Osmotizzante oppure Maracaibica Astratta Città Arte Ora), così come migliaia di persone furono coinvolte con l’artificio di mettere in giro la voce che esistesse una nuova favolosa realtà, Macao appunto, che ancora non c’era. Oppure si legga nell’intervista al Sale Docks dell’iniziativa del 21 settembre 2013, il tuffo collettivo di cinquanta nuotatori che ritardò per diverse ore il passaggio delle navi da crociera nel canale della Giudecca, con la partecipazione sulle rive del canale di migliaia di veneziani. Ma anche nelle altre interviste è possibile trovare spunti creativi, interessanti soprattutto perché dominati da una preoccupazione feconda: quella di comunicare con un pubblico più ampio possibile per evitare di essere isolati da linguaggi e modalità di élite.</p>
<p>Parte delle considerazioni dell’autrice concernono il confronto fra il movimento italiano e quello francese, dove la mobilitazione degli “artisti intermittenti” ha quasi un secolo di vita e si è manifestata con episodi di lotta, a loro volta intermittenti, che hanno prodotto studi, libri, articoli e documenti vari in quantità molto maggiore che in Italia. All’autrice pare che la differenza tra una situazione e l’altra consista nella mancanza nel nostro paese di un margine di contrattazione sindacale, presente invece in Francia. Lì quel margine ha prodotto la conquista del salario sociale, ridimensionata ma non cancellata negli ultimi tempi. Mentre qui da noi la sua assenza spinge il movimento a una più marcata politicizzazione e a una ricerca di vie d’uscita nell’autogestione e nell’autoproduzione.</p>
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		<title>Crowdfunding per un libro sugli &#8220;spazi culturali occupati&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Jul 2014 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/luoghicomuni-picc.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/luoghicomuni-picc-212x300.jpg" alt="luoghicomuni picc" width="212" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-48530" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/luoghicomuni-picc-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/luoghicomuni-picc-723x1024.jpg 723w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/luoghicomuni-picc-900x1273.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/luoghicomuni-picc.jpg 1078w" sizes="(max-width: 212px) 100vw, 212px" /></a> Mentre il Teatro Valle, così come altri spazi culturali occupati italiani, è sotto un attacco concentrico delle forze che si oppongono alla rivoluzione dei beni comuni, la rivista <em>Argo</em> (<a href="http://www.argonline.it">www.argonline.it</a>) ha deciso di dedicare una nuova opera della sua omonima collana, dopo “Calpestare l’oblio” e “Coralina”, proprio alla realtà degli spazi culturali occupati, che come il Teatro Valle resistono alla deriva mercantilista del nostro pianeta, proponendo un altro modo di gestire i beni pubblici e privati abbandonati. <span id="more-48528"></span></p>
<p><em>Luoghi comuni. Gli spazi culturali occupati si raccontano in video</em> è il titolo scelto per questo DVD+libro che raccoglierà i video autoprodotti di Teatro Valle Occupato (Roma), Nuovo Cinema Palazzo (Roma), Macao (Milano), S.a.L.E. Docks (Venezia), Ex Colorificio Liberato (Pisa), Teatro Rossi Aperto (Pisa), Ex Asilo Filangieri &#8211; La Balena (Napoli), Teatro Pinelli Occupato (Messina),Teatro Coppola | Teatro dei cittadini (Catania). L’opera è co-prodotta dal Teatro Valle Occupato e dall’associazione no-profit <em>Nie Wiem</em> (organizzatrice dei festival <a href="http://www.lapuntadellalingua.it">www.lapuntadellalingua.it</a> e <a href="http://www.cortodorico.it">www.cortodorico.it</a>), e co-edito dalla casa editrice Gwynplaine (<a href="http://www.gwynplaine.it">www.gwynplaine.it</a>).</p>
<p>Ora, tutti quelli che condividono spirito e merito dell’opera possono contribuire alla sua realizzazione, partecipando alla campagna di crowdfunding, qui: <a href="http://www.indiegogo.com/projects/luoghi-comuni-gli-spazi-culturali-occupati-si-raccontano-in-video/x/6574957">www.indiegogo.com/projects/luoghi-comuni-gli-spazi-culturali-occupati-si-raccontano-in-video/x/6574957</a></p>
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		<title>Piazza Macao</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 May 2012 08:49:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[Melochiorre Bega]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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		<category><![CDATA[Vita agra]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo (ero in Piazza Macao il giorno dello sgombero. Ho scritto una cosa, &#8220;all&#8217;impronta&#8221;, che solo ora riesco a pubblicare) “Sei stato a Macao?” mi chiede via skype Marco Rovelli e io non capisco la domanda. Vengo a conoscenza così dell’occupazione della torre Galfa, gioiello dell’International Style meneghino tanto amato da Gio Ponti. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/macao.jpg" alt="" title="macao" width="503" height="287" class="alignnone size-full wp-image-42497" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/macao.jpg 503w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/macao-300x171.jpg 300w" sizes="(max-width: 503px) 100vw, 503px" /><br />
di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>(<em>ero in </em>Piazza Macao <em>il giorno dello sgombero. Ho scritto una cosa, &#8220;all&#8217;impronta&#8221;, che solo ora riesco a pubblicare</em>)</p>
<p>“Sei stato a <a href="http://www.macao.mi.it/">Macao</a>?” mi chiede via skype Marco Rovelli e io non capisco la domanda. Vengo a conoscenza così dell’occupazione della torre Galfa, gioiello dell’International Style meneghino tanto amato da Gio Ponti. Ma quelli erano gli anni Cinquanta e bastava Melochiorre Bega per farsi ammirare dal mondo, senza bisogno di chiamare <em>archistar </em>irachene o giapponesi per rifare il trucco alla città. Ho passato, per lavoro, buona parte della scorsa settimana fuori Milano. “Ci vado appena posso”, ho risposto, convinto che l’occupazione sarebbe durata più a lungo. Non per romantico spirito ribellista, ma per ingenua convinzione che l’inerzia avrebbe sopraffatto tutto, come al solito. In fondo il grattacielo è rimasto vuoto per quindici anni, a pochi passi da un ganglio urbano in piena trasformazione. Un vuoto sordo, incomprensibile. Che artisti, musicisti, designer, scrittori, avessero deciso di trasformarlo in un luogo vero, pieno di contenuti condivisi con la cittadinanza mi sembrava una cosa importante, oggi, in un tempo del quale persino il Ministro della Cultura sembra un <em>desaparecido </em>(qualcuno di voi sa cosa sta facendo? Ha notizie dal Ministero? Com’è che inizio a provare una nostalgia indicibile per Bondi?).</p>
<p>Come al solito la sinistra meneghina non ha capito niente. Il capogruppo PD al Comune, Carmela Rozza, innervosita, ha trattato gli occupanti come dei perdigiorno <em>radical chic</em>. I “cosiddetti creativi”, così li ha apostrofati, vadano a Quarto Oggiaro, ché lì c’è bisogno di cultura. Eppure Rozza, per la sua storia personale,  dovrebbe sapere che in quel quartiere già molta gente lavora sul territorio, organizza eventi, invita scrittori. C’è Vill@perta, <a href="http://www.facebook.com/quarto.posto">Quarto Posto</a>, <a href="http://www.spaziobaluardo.it/">Il Baluardo</a>… Associazioni che fanno tutto – e tanto &#8211; nell’indifferenza dei media e, sospetto, della politica. Occupare la Torre Galfa &#8211; il “torracchione” che, nella <em>Vita Agra</em> di Lizzani, Ugo Tognazzi vuol far saltare in aria -, trasformarla in un “Temporary Cultural Center”, dopo tanti inutili “Temporary Shop”, è un gesto oculato, intelligente, fortemente mediatico. Significa, in breve, che la democrazia partecipata, quella che ha portato a Palazzo Marino questa giunta, vuole fare di un simbolo del capitale finanziario un luogo di cultura popolare. </p>
<p>Perché questi che sono stati sgomberati stamattina non sono ragazzi capricciosi, finiamola con la retorica paternalistica dello Stato forte ma giusto. Li vedo, ora che li ho raggiunti in bicicletta, mentre occupano la strada, trasformata in una forzosa piazza pedonale. Ci sono studenti universitari, designer, artisti, musicisti, scrittori. Non c’è la cupa e passatista atmosfera da centro sociale – “poche birre, niente cani”, m’è stato detto, per gioco -, sembra più un <em>vernissage</em>, un <em>Fuori Salone</em>. Questi con cui parlo sono persone che vorrebbero e dovrebbero vivere di cultura ma non ce la fanno, perché mai come in questi anni l’unico talento che potrebbe farci uscire dalla crisi, il loro, viene continuamente represso. Sono la classe creativa, gli intellettuali, gli artisti, che nel resto d’Europa avrebbero già spazi dove esprimere le loro idee innovative, senza doverli  rubare ad un capitalismo indifferente alle novità. Sapevano benissimo di aver forzato la mano, sapevano benissimo che li avrebbero sgomberati. Sono usciti senza opporre resistenza. </p>
<p>Guardo i pochi poliziotti e finanzieri in assetto da battaglia, che presidiano l’ingresso, sbadigliando sotto il sole. Nessuno li considera, tutti presi come sono a inventarsi altre forme di lotta creativa. Mi dispiace davvero di non aver visto i concerti gratuiti, le letture, i dibattiti dentro la torre, assieme a loro. Di non aver goduto del panorama agli ultimi piani. Ho perso un’occasione, penso. Ma, quel che è peggio, è che forse anche la politica ha perso la sua, di occasione. Speriamo sappia recuperare al più presto questo inespresso desiderio di dignità e di gioia collettiva. Conviene.</p>
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