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	<title>Maddalena Fingerle &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La Heimat è una cosa da matti? Intervista a Maddalena Fingerle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Mar 2021 05:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Accardo]]></category>
		<category><![CDATA[lingua madre]]></category>
		<category><![CDATA[Maddalena Fingerle]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Calvino]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giovanni Accardo</strong><br /> 
“Lingua madre” è il romanzo d’esordio di Maddalena Fingerle. Proviamo a farci raccontare qualcosa in più da un'autrice che i lettori di Nazione Indiana conoscono: proprio qui ha pubblicato alcuni suoi racconti]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Accardo</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-88880" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/Fingerle_Lingua-madre_Italo-Svevo-Edizioni-192x300.jpg" alt="" width="350" height="547" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/Fingerle_Lingua-madre_Italo-Svevo-Edizioni-192x300.jpg 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/Fingerle_Lingua-madre_Italo-Svevo-Edizioni-768x1199.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/Fingerle_Lingua-madre_Italo-Svevo-Edizioni-656x1024.jpg 656w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/Fingerle_Lingua-madre_Italo-Svevo-Edizioni-250x390.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/Fingerle_Lingua-madre_Italo-Svevo-Edizioni-200x312.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/Fingerle_Lingua-madre_Italo-Svevo-Edizioni-160x250.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/Fingerle_Lingua-madre_Italo-Svevo-Edizioni.jpg 1424w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></p>
<p>“<strong><a href="https://www.italosvevo.it/libri/lingua-madre/" target="_blank" rel="noopener">Lingua madre</a></strong>” è il romanzo d’esordio di Maddalena Fingerle, bolzanina trapiantata a Monaco di Baviera, dove ha studiato germanistica e sta svolgendo un dottorato di ricerca in italianistica, pubblicato da Italo Svevo e con cui ha vinto l’ultima edizione del Premio Calvino, il più importante premio letterario italiano per esordienti. La vicenda è quasi interamente ambientata a Bolzano, con una parte a Berlino, e in qualche modo è una dissacrante riflessione su talune ossessioni che caratterizzano l’Alto Adige/Südtirol, soprattutto ossessioni linguistiche e identitarie. Un romanzo fortemente comico, specie nella prima metà, di grande maturità stilistica e di notevole freschezza.</p>
<p>Nell’intervista che segue proviamo a farci raccontare qualcosa in più dall’autrice, che i lettori di <em>Nazione Indiana</em> conoscono bene, visto che proprio qui ha pubblicato alcuni suoi racconti.</p>
<p><em>Paolo Prescher, anagramma di parole sporche, non sopporta le parole sporche, appunto, cioè quelle segnate dalla falsità, dall’ipocrisia. Ci fai qualche esempio?</em></p>
<p>Giuliana, la madre, utilizza espressioni politicamente corrette ma in maniera totalmente ipocrita, dice per esempio “sudtirolese di madrelingua tedesca” e “persona di colore”. Paolo odia la falsità con la quale lo dice e preferirebbe un atteggiamento sincero che per lui si rispecchia in espressioni come “tedesco” o “negro”.</p>
<p><em>Pur vivendo a Bolzano, anzi, forse proprio per questo, non crede nel bilinguismo. Perché?</em></p>
<p>Cresce in una famiglia italiana senza parlare il tedesco. Non crede nel bilinguismo altoatesino perché è qualcosa che sente nominare a livello politico ma di cui non trova riscontro nel quotidiano, tanto che il tedesco lo impara da solo con i libri e lo migliora poi a Berlino.</p>
<p><em>Il protagonista si accorge che non basta conoscere il tedesco per sentirsi davvero figlio della sua terra, l’Alto Adige/Südtirol, anche perché, ragiona, la vera lingua è il dialetto sudtirolese, inaccessibile agli italiani, che proprio di un dialetto sono orfani.</em></p>
<p>Per Paolo, ossessionato dalle parole, la mancanza di un dialetto è qualcosa di molto sofferto e che invidia, per esempio, all’amico napoletano che conosce a Berlino, ma in realtà anche a Jan, amico d’infanzia, che parla dialetto sudtirolese. Vorrebbe anche lui una lingua della famiglia, una parlata marcata, forte, decisa. Nei confronti del dialetto prova (in)sofferenza, legata all’essere cresciuto in un luogo di cui conosce una sola lingua. Personalmente non credo che il dialetto sia inaccessibile, penso però sia difficile da imparare in età adulta senza che faccia effetto scimmiottamento.</p>
<p><em>E ritiene la Heimat una cosa da matti.</em></p>
<p>La Heimat è una cosa da matti. Lo pensa da ragazzino, poi però rivaluta il concetto di Heimat una volta arrivato a Berlino, quando, solo, si accorge che una specie di Heimat, legata alla figura del padre, ce l’ha avuta e l’ha persa insieme a lui: “L’unica cosa brutta di Berlino è che mi sento un po’ solo perché non ho amici e non parlo praticamente con nessuno. Anche a Bolzano non avevo amici e non parlavo praticamente con nessuno, ma finché c’era papà io non mi sentivo così. Forse era quella la mia Heimat, non sentirmi solo.”</p>
<p><em>Per Maddalena Fingerle il rapporto con la sua terra d’origine può essere solo conflittuale? Dipende dall’essere italiani? Credi che per un tedesco, anzi un sudtirolese di madrelingua tedesca (sic!), sia diverso?</em></p>
<p>Sul piano della realtà non lo credo, no, penso però che ci sia ancora una forte divisione tra i mondi di madrelingua italiana e tedesca. E che ci siano molti pregiudizi. E diffidenza. A volte mi stupisco pensando che si possa vivere anni in un luogo senza conoscere una delle due lingue che lì vengono parlate. Mi sembra assurdo, possibile che non ci sia un minimo di curiosità, almeno? In linea generale è vero che le persone di madrelingua tedesca tendenzialmente sanno l’italiano, mentre le persone di madrelingua italiana raramente sanno il tedesco e, ancora più raramente, il dialetto; ma ci sono eccezioni, ovviamente. Il mondo sudtirolese di lingua tedesca l’ho conosciuto solo l’anno scorso, dopo il Calvino, quando sono stata accolta alla biblioteca Teßmann. Avevo paura di non capire e invece ho avuto una sensazione simile a quella che ho provato in Puglia al Festival Armonia: mi sono sentita a casa, che è molto raro, per me.</p>
<p><em>È solo trasferendosi a Berlino che Paolo finalmente scopre le parole pulite e trova un luogo dove si sente a casa. Pensi che per amare la propria terra sia necessario andar via, cioè prenderne le distanze?</em></p>
<p>Paolo si sente a casa soprattutto quando conosce Mira, di cui si innamora. Lei gli pulisce le parole ed è grazie a lei che Paolo riesce ad amare Bolzano, riscoprendola: ciò che prima gli faceva orrore, insieme a Mira diventa improvvisamente meraviglioso perché lo è per lei e lui lo guarda attraverso il suo sguardo. Paolo da piccolo odia così tanto la città che ha bisogno di allontanarsi per poterla poi amare. In generale, nella realtà, non lo so. Io, che vivo a Monaco e sto costruendo casa in Allgäu, sicuramente inizio a sentirne nostalgia. Ma è più per le persone e per la radio italiana in sottofondo, che per il luogo; forse dipende anche dal fatto che non ci si può spostare a causa della pandemia.</p>
<p><em>Vero protagonista del tuo romanzo è la lingua, anzi, le parole. Le cose non esistono, ci vuole dire Paolo Prescher, finché non le nominiamo, solo dopo acquistano la loro identità, evocano emozioni, hanno odori?</em></p>
<p>Assolutamente sì! La parola per Paolo è la cosa, ha un rapporto sinestetico e ossessivo con la lingua e con le letture e la ripetizione. Ci sono parole sporche e pulite, ma anche parole in grado di sfamarlo, parole (e voci) che lo spaventano e parole che lo tranquillizzano.</p>
<p><em>A partire dalla terza parte assistiamo a una progressiva normalizzazione dello stile e anche del protagonista, come mai?</em></p>
<p>Il linguaggio segue le fasi della vita di Paolo in una sorta di climax in tre atti. Nella prima parte, a Bolzano, la voce è quella di un ragazzino, è la sua naturale di quando è a casa ed è insofferente e addolorato; nella seconda parte, ambientata a Berlino, il linguaggio, attraverso l’innamoramento, diventa positivo e si calma, Paolo stesso è come anestetizzato, ciò che prima lo infastidiva ora lo riscopre grazie a Mira. Nella terza e ultima parte, in cui Paolo perde il contatto con il reale, le parole si svuotano invece di senso, il mondo si ovatta e si allontana, lasciando così spazio al delirio finale.</p>
<p><em>Le prime due parti, molto pirotecniche linguisticamente, sono fortemente dissacranti e derisorie, è la lingua più che la storia a decidere il registro di un romanzo?</em></p>
<p>Non credo che ci sia una divisione dicotomica tra lingua e storia che vanno invece di pari passo. L’esperimento linguistico è nella terza parte, dove italiano e tedesco si mescolano, le parti dissacranti sono legate al fastidio che prova Paolo nei confronti dell’ipocrisia bolzanina, nella parte e nell’ultima parte. È vero però che una storia priva di una voce adatta tendenzialmente non mi affascina e, quando leggo, cerco un registro che sia deciso, come Paolo con i dialetti.</p>
<p><em>Paolo ha un giudizio molto duro sui suoi insegnanti di Bolzano, dice che s’interessano solo di radici e territorio, di beghe sui monumenti e sui nomi delle vie, mentre sono disinteressati agli scrittori che arrivano da fuori. Condividi?</em></p>
<p>Non ha importanza se condivido o meno perché sono due piani differenti, questo è il filtro di Paolo, all’interno della finzione letteraria e non la realtà. Lui si innervosisce per il provincialismo e la megalomania dei suoi insegnanti che, se non organizzano loro gli incontri con gli scrittori, se ne disinteressano.</p>
<p><em>Come pensi che sarà accolto il tuo libro dai lettori di Bolzano e dell’Alto Adige? Come vorresti che fosse letto?</em></p>
<p>Vorrei che venisse letto come una storia di finizione che racconta di un giovane uomo ossessionato dalle parole e non solo come una storia su Bolzano. Certamente Paolo non avrebbe le ossessioni che ha se fosse cresciuto, per esempio, a Roma: ne avrebbe avute altre e la storia sarebbe stata diversa. Ma sono proprio le ossessioni che mi interessano. È il filtro di Paolo, il suo modo di vedere e sentire le parole è ciò che ho voluto raccontare, partendo dall’idea che fosse l’esasperazione di idiosincrasie che possiamo avere tutti, evitando di etichettare le sue stranezze come malattia mentale.</p>
<p><em>Possiamo rivelare un segreto ai lettori? Il tuo incontro con il premio Calvino risale al 2009, quando eri ancora una studentessa di liceo, ed è merito di Giorgio Vasta, la cui lingua, tra l’altro, è da te estremamente apprezzata.</em></p>
<p>Certo, e solo a pensarci mi emoziono perché quel ciclo di incontri, organizzato da te (sveliamone un altro di segreto!) me lo ricordo ancora. Mi ricordo soprattutto Giorgio Vasta che parlava del Calvino e delle schede di lettura e pensai per la prima volta: parla pulito. Per me quell’espressione designava una precisione di linguaggio, un rispetto e una correttezza che non avevo mai percepito così. Ritrovai tutto ciò nel romanzo <em>Il tempo materiale.</em></p>
<p><em>Un’ultima domanda sugli scrittori italiani che ti hanno formata e in un certo senso dato una lingua.</em></p>
<p>A nove anni mi coprivo di ridicolo vantandomi di aver letto <em>Il Gattopardo,</em> recitavo le battute di Angelica a memoria, probabilmente senza nemmeno capirle. Allo stesso modo leggevo la poesia italiana del Novecento, mi trascinavo quei volumi Einaudi ovunque e giocavo a cercare le ricorrenze. Quando leggevo Bernhard non avevo bisogno di mangiare perché mi sfamava e mi faceva ridere e mi faceva piangere. Ho pensato mi scoppiasse il cuore quando ho letto <em>Bassotuba non c’è </em>perché Nori è così bravo – mi dicevo, terrorizzata dalla velocità del battito – ma così bravo che sembra morto. L’<em>Adone </em>è il mio nuovo tormentone (da quattro anni, ormai), il modo in cui Marino riesce a giocare con i riferimenti intertestuali mi diverte e mi affascina così tanto che mi viene voglia di urlare. Bisognerebbe leggerlo a scuola! E non le parti noiose…</p>
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		<title>Paesino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Feb 2020 07:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Maddalena Fingerle]]></category>
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					<description><![CDATA[di Maddalena Fingerle Anche se ci sono cresciuto, questo non è il mio mondo. Mia madre è uguale a mia sorella che è uguale a mia cugina che è uguale a mia zia che è uguale all’altra mia zia che è uguale all’altra mia cugina che è uguale alla cugina di mia cugina che è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-82383" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/dorf-3766232_640.jpg" alt="" width="800" height="531" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/dorf-3766232_640.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/dorf-3766232_640-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/dorf-3766232_640-250x166.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/dorf-3766232_640-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/dorf-3766232_640-160x106.jpg 160w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>di <strong>Maddalena Fingerle</strong></p>
<h3>Anche se ci sono cresciuto, questo non è il mio mondo. Mia madre è uguale a mia sorella che è uguale a mia cugina che è uguale a mia zia che è uguale all’altra mia zia che è uguale all’altra mia cugina che è uguale alla cugina di mia cugina che è uguale a mia madre e quindi a mia sorella, a mia cugina, a mia zia e all’altra mia zia e all’altra mia cugina. È che qui si tromba tra cugini. Non che ci sia niente di sbagliato, eh, se non fosse che io di cugine ne ho soltanto due, se non si contano le cugine delle cugine e no: quelle non contano. Una è molto bella e l’altra è molto brutta. Quella molto bella, Bertrud, sa di esserlo e ha la fortuna di avere molti cugini tra cui scegliere. Quella brutta, Heidrun, sceglierà ciò che le lascerà Bertud e io dentro di me fantastico che Bertud scelga me, anche se so che non sarà così: tra i cugini io sono quello strano. Sono l’unico che non sa il dialetto e mio fratello, Bert, è davvero bello e anche mio cugino Bertfried, quello biondo, è davvero bello. In realtà siamo tutti biondi, ma di un biondo tendente al castano, mentre lui è biondo biondo. Le donne invece sarebbero come noi, ma si tingono di un colore finto ed ecco: sono tutte uguali. Berthold invece è meno bello di me, ma ci sa fare e quando si vanta delle mucche che ha né io né Bert né Bertfried né gli altri cugini abbiamo la minima chance di gareggiare contro di lui. Berti invece è timidissimo e forse ci gioca su; mia cugina infatti si intenerisce quando lui diventa tutto rosso. Lo fa anche quando Berto balbetta e allora non so mica se ho qualche chance: io non sono né davvero bello né davvero misero.</h3>
<h3>Qui ci sono torte e rinfreschi, sedute infinite, discussioni su chi è morto, su chi è cresciuto, sui divorzi, e io non so proprio che dire. Finisce l’elenco dei vivi e dei morti, ed ecco il discorso sulle mucche, di cui scopro con sgomento il prezzo; un breve conto ed è ovvio che non posso competere con Berthold. Bertrud vuole Berthold, si vede, penso: che le posso offrirle io? Ho libri, sì, però qui se leggi sei solo un eccentrico con sogni eccentrici che vuole cose eccentriche, teoriche, inesistenti; un inetto che non vive nel mondo vero. Poi? Delle penne, sì, però Bertrud delle penne se ne fotte. Sì, ho pure CD e libricini pieni di scritte, però sono tutte cose che non servono. Sono invidioso di mio cugino Berthold e rifletto: forse non mi recherò lì, resterò qui e gli ruberò tutte le mucche oppure gliele ucciderò, eh, che scene! Così sì che si discuterebbe di me. Non più il cugino mediocre né scemo né sveglio. O forse no.</h3>
<h3>Quando finiamo, facciamo il solito giro, poi puliamo la tomba di famiglia. «Quando morirò voglio un’urna, non una tomba» dico io, provocando imbarazzo tra i cugini, zii, mamma, papà; tutti rossi di rabbia. «Dai, non si fa: occuparsi di una tomba, di fiori, di annaffiatoi, di un corpo morto: una cosa idiota!» Papà mi tira uno schiaffo. L’altro idiota schizza acqua santa con un ramo di ulivo: un dio. Sicuro, lui sa comportarsi. Poi mi si avvicina, mi sussurra: la nostra tomba – guarda, io una toccatina, quasi quasi – bisogna sia la più curata; sono uno stupido, non capisco la dinamica, quindi sto zitto con il capo chino.</h3>
<h3>Quando torniamo dai miei, mia cugina Bertrud, quella bella, viene con me in cameretta e mi dice che anche lei è per cremare i morti, ma qui mica lo puoi dire. È vero, ha ragione: perché l’ho detto? Il mio letto è perfetto perché mia madre l’ha fatto poco fa; mia cugina cade indietro, le coperte ripiene di penne d’oca, dice che non è vero quello che dicono gli altri: mi vede bello e intelligente e lei mi appoggia per la città e per la carriera. Dice proprio: io ti appoggio. Mi avvicino e cado anche io accanto a lei e le chiedo «Rimani qui?», lei mi guarda con l’aria dolce e quell’aria dolce mi fa finire il liceo e partire. Non mi guardo più indietro, non mi vergogno più perché quando vedo un vitello venire al mondo mi viene da vomitare e perché ho, a differenza loro, la vergogna del corpo nudo, perché utilizzo il congiuntivo quando va utilizzato e non me ne frega niente che non ho i piedi per terra, non faccio il miele e non mungo le mucche.</h3>
<h3>Qua però passo per strano uguale. Saluto la gente per strada. Che gay! Ok va bene; sono gay e arretrato, secondo loro, ok, va bene. Frequento un corso ed è un vero bordello, la gente parla strano; e sono ancora gay e arretrato. Ok, va bene: accetto e resto muto. La gente scopre però da dove vengo e ora non sono solo gay e arretrato: sono quello che deve farcela, deve assolutamente farcela perché sono qua da solo, e ora sono pure poveretto, oltre che gay e arretrato. L’esame va bene e sono contento quando prendo un bel voto, ma non lo racconto a nessuno perché va bene passare per gay e arretrato e poveretto, ma ora basta.</h3>
<h3>Al paese oggi al circolo del caffè siamo solo mio padre, mia madre, Bert e io. Deve essere successo qualcosa, credo, ma cerco di stare calmo. Mi siedo, bevo caffè e butto giù qualche morso della torta burrosa. A parlare è mio padre. Dice che Bertrud ha deciso: si sposerà. Lui lo sa dallo zio. Resta zitto, guarda mio fratello, poi me, scuote la testa e tace. Mi ricordo che Bertrud mi appoggia e sorrido, mio padre si alza, si risiede, sta per parlare, ma poi resta zitto. Mia madre gli tocca la spalla e lo guarda, lui le sorride e dice che Bertrud ha scelto me, dice che Bertrud sposerà me, ma lui come fa a dire di sì? Bert ha qualcosa da offrire, ha le idee chiare, lui sì che sa che cosa vuole, e poi si sa comportare, il dio. Io sto zitto. Pure mio fratello-dio tace, poi dice che, se voglio, posso lavorare da lui. Scuoto la testa e mia madre mi dice di essere saggio, ormai sei adulto, le dico che voglio studiare e lei mi dice basta, sempre queste cazzate, si tratta di cose serie e allora le dico che porterò Bertrud fuori di qui, la libererò, mio padre ride. La città posso scordarmela e allora dico che lei potrà scordarsi di me. Lo dico e vedo subito il terrore sui volti di mamma e papà.</h3>
<h3>«Guardate che anche lei preferisce essere bruciata.» La mamma dice un’Ave Maria e un’altra e un’altra e un’altra, sistema la cucina, mentre papà esce dalla stanza. Mi viene da ridere, Bert impallidisce. «Mi sembra che si è già bruciata» dice. Si sia, deficiente: si sia.</h3>
<p>Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/LudmilaUjezd-8000249/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=3766232">Ludmila Mottlova</a> da <a href="https://pixabay.com/it/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=3766232">Pixabay</a></p>
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		<title>Pain</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Dec 2019 07:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Maddalena Fingerle]]></category>
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		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Maddalena Fingerle Mi confessa che prega Dio che i piedi non le crescano più, e aspetta e ascolta. Perché?, le chiedo io. Sennò non potrò più danzare, mi dice lei. Io non voglio che smetta di danzare e prego pure io, anche se non ci credo, ma è meglio pregare in due che pregare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Maddalena Fingerle</strong></p>
<p>Mi confessa che prega Dio che i piedi non le crescano più, e aspetta e ascolta. Perché?, le chiedo io. Sennò non potrò più danzare, mi dice lei. Io non voglio che smetta di danzare e prego pure io, anche se non ci credo, ma è meglio pregare in due che pregare da soli, le dico. Visualizzato, c’è scritto. Me la immagino mentre visualizza e non risponde. Perché visualizza e non risponde? Forse ha solo visualizzato e non ha letto, è diverso, penso, e le scrivo: visualizzi e leggi o visualizzi e non leggi? Visualizza e non risponde. Le scrivo tutti i giorni: allora, novità? Come stanno i piedi? Lei visualizza, forse legge, forse non legge, sicuramente non mi risponde. Io aspetto, aspetto, controllo: niente, nessuna risposta.</p>
<p>Quarantadue, mi scrive un giorno, dopo qualche mese; prega, aspetta, ascolta e io prego con lei, aspetto con lei, ascolto con lei. Poi però penso: quarantadue di piedi è un’enormità! Soprattutto per una donna. Ma mi piace lo stesso e le scrivo tutti i giorni e le chiedo: ancora uguali? Lei non mi risponde più. Non ci avevo pensato che lei penserà che sono proprio un tipo strano e quindi le scrivo: non sono mica un tipo strano, che so, un feticista, eh.</p>
<p>Ogni mattina, prima del caffè, apro il portatile e vado sul suo sito: la guardo, la studio, chiudo il portatile e vado a fare le prove. Mi dimentico del caffè, lo prendo di corsa, mentre controllo le mail, i messaggi: visualizzato, c’è scritto. Però lei c’è sempre, anche quando visualizza e non risponde, forte e sottile, nella foto che ho scelto come salvaschermo: pare una candela che si scioglie all’incontrario. Sì, perché le candele che si sciolgono vanno in giù, mentre lei va in su. Non è mica facile non passar per pazzi, lo so. Durante le pause, sudato, torno a guardarla: è ancora meravigliosa, meravigliosa come lo era prima del caffè, la mia candela all’incontrario. Va contro natura, capovolge le leggi naturali con una semplicità spiazzante. Vado sulla sua pagina. Controllo i messaggi, nessuna risposta. Per sicurezza guardo le mail, ma so che non ha senso. La sera, quando torno a casa e sento il corpo pesante, mi addormento guardandola in video. Si sfiora l’occhio con il palmo della mano, danza anche da ferma, si vede il fumo della sigaretta, sorride. È scontenta, è sincera, è viva, mi dice. Cerco una lingua con cui esprimermi, le dico, in dormiveglia, i muscoli stanchi dalle prove. Prova con la mia, dice lei, mentre sento gli occhi chiudersi lentamente. In sogno sento la sua mano ossuta e ruvida che mi sfiora l’occhio e le chiedo perché non è mai contenta, mai soddisfatta. Lei non mi risponde neanche in sogno, ma io non mi offendo.</p>
<p>Un giorno le chiedo: Parli Italiano? Non Ancora, mi risponde. Mi risponde! Le dico: sei così leggera, posso danzare con te? Lei mi fa domande, tantissime domande. Mi fa domande! Mi dice: so essere anche pesante. Lo so, rispondo ed è vero che lo so; le chiedo: Parli Italiano? Non Ancora, mi dice lei. Ma non ho fretta, lo imparerà. L’inglese ancora non lo sa. Però ascolta, non parla, resta in silenzio e io la guardo.</p>
<p>Mia moglie è gelosa, è stanca e un po’ se ne fotte. Andiamo a cena e io le racconto di lei, di quando era piccola, mentre origliava i discorsi dei clienti, di uomini e di donne come noi ora, sotto al tavolo. Ascolta. Mentre sua sorella pela le patate e serve ai tavoli. Guardo sotto il tavolo, ma lei non c’è. Fa domande, domande e nessuno risponde. Anche lei serve ai tavoli. Anche lei pela le patate. Non vuole attirare l’attenzione, è silenziosa, anche se danza fin da piccola.</p>
<p>Anche mia moglie è silenziosa, ultimamente, anche se non danza, lei non ha mai danzato. Le racconto che lei salta e saltella sulle cose fin da piccola, danza, sfiora gli oggetti con la fronte. Sui tavoli e i piatti e i prati e i fiori, quei fiori rosa e rossi, dico a mia moglie che alza le sopracciglia. Salta, saltella, danza, ascolta, capisci? Mia moglie non capisce e alza gli occhi al cielo. È di gomma, si piega su sé stessa, lei, è stupenda, si piega e io la guardo, è delicata, dico. Cazzo vuol dire, <em>lei</em>?, urla mia moglie. Lei, la donna, la danzatrice, la coreografa, rispondo. Ma vaffanculo, mi urla mia moglie e gli altri clienti si girano e mi guardano e si vede che pensano: che stronzo, quello lì. Per fortuna non mi rovescia il vino addosso, non mi lancia oggetti, non fa scenate, ma si limita a dire: non ci posso credere. Mia moglie dice che è un’ossessione, la mia, che chiede il divorzio, se continuo così, dice, le dico: stai calma, non esagerare, ci stanno guardando tutti. Lei dice: stai calmo, non esagerare, <em>ti</em> stanno guardando tutti.</p>
<p>Mi fa male la schiena, mi dice un giorno, in un messaggio privato. Mi agito e non ci credo, mi ha scritto, le dico: sei forte. E si vede, credo, anzi no: io lo vedo, che le fa male la schiena, ma non si ferma, non si ferma mai e io tifo per lei. Vola e atterra sulle cose, mentre mia moglie fa le valigie e se ne va. Esagerata, le urlo, stronza, penso perché non risponde nemmeno lei.</p>
<p>Per distrarmi guardo un video. La luce si accende, la musica non parte, lei aspetta. Tiene la posizione, attira l’attenzione. La schiena le fa male, lo so, ma no: non si nota. E la vedo, in quella posizione, come inizia a crescere, cresce e cresce e diventa grandissima ed è piccolissima. Si è trasformato qualcosa. È solida e liquida e arde davanti a me. Le dico: sei stupenda. Mi dice: grazie, anche se non capisce. Le dico: mi ha lasciato, mi dice: mi dispiace e io le dico: restiamo in contatto e lei mi dice: restiamo in contatto. Restiamo in contatto e io le scrivo, la vedo, la guardo. L’ascolto, visualizzo, rispondo. Lei non mi vede, non mi guarda, non mi ascolta, visualizza e non mi risponde.</p>
<p>È calma e nervosa e ha una grande pace dentro di sé, un grande vuoto dentro di sé. Ormai i piedi non ti crescono più, le dico un giorno e lei ride: è vero. Ringrazia, ormai, non prega più Dio. Piedi che ora però le sanguinano e le fanno male. Sono distrutti, usati, logorati, consumati. Ha fame, però, mi dice, è un serpente affamato che striscia, ha fame e sete di cose che non sa e di domande e di limone mischiato con zucchero e gelato. Le preparo zucchero e gelato e so che si ricorda di me. Le piace assottigliarsi, entrare dentro al corpo e al movimento, lo osserva e io con lei. Me lo fa vedere, lo vedi? Muta forma, diventa liquida, pura, profonda. Non pensa, succede. Non pesa, succede. È liquida e scorre nelle strade, si perde negli angoli e inonda tutto. Il limone mischiato con zucchero e gelato è pieno di api che danzano e muoiono e io le lascio lì, godendomi lo spettacolo.</p>
<p>Mi spalmo di lei e le sue ossa sono lucide. È aria, parla di noi, a noi, senza parlare. Non mi senti?, urla mentre cade, perpendicolare, il volto che si sta frantumando a terra, ma non cade. Non si frantuma. Rimane a un millimetro da terra. Le chiedo: Parli Italiano? Non Ancora, mi dice. Non servirà, vedrai, mi dice. La leggo, sullo schermo del portatile, durante la pausa pranzo. È un pezzo di giocattolo che spunta da uno zaino nero a pois, la guerra, la Germania. Non mi vedi? I ricordi. I piedi sulla sedia, la sedia che cade, e non cade, rimane appesa, sospesa nell’aria: è un video. È diventata l’aria che ferma il viso, che ferma i piedi. Apre un nuovo mondo, vediamo diversamente, se la guardiamo. È diventata grande, grandissima e io salto e lei mi prende al volo, la sfioro, un fantasma mi fa cadere a terra. Io salto e lei mi prende al volo, la sfioro, un fantasma mi fa cadere a terra. Io salto e lei mi prende al volo, la sfioro, un fantasma mi fa cadere a terra. Io salto e lei mi prende al volo, la sfioro, un fantasma mi fa cadere a terra. Sfiniti continuiamo mentre lei chiede a sé e chiede a me e cade, cade, cade, non cade, non cadiamo. Dà forma alle cose, voliamo. C’è un muro che ha l’odore del prato, ronzano mosche: lei cade, non cade, cade, oddio cade, non cade. È stupenda, è davvero stupenda. È magra e leggera e nodosa. Mi sento vicino, mi capisce, parla di me, mentre si gira, rigira, si gira, mi guarda. La leggo, sono stanco, gli occhi si chiudono, si riaprono: vive la morte, dà la vita, il corpo che si trasforma, diventa madre, non sono il padre, poi acqua, poi aria e ti annoda la gola, mentre segui il tacco che sale sulla scala, si arrampica e cade, non cade, rimane appeso, è fermo, è in aria, si ferma, è fisso e in movimento e cade, si appoggia. Come riesce a trasformarsi un corpo, però. Non devi far nulla, fa tutto da solo, sussurra lei. Io sono offeso e ferito e adirato perché ha un figlio da un altro e non ci penso, che stronza però.</p>
<p>Mi faccio la doccia, vado a letto, apro il portatile, non va più. Mi ha cancellato, penso, poi capisco che non è così, non va più niente. Non c’è più nessuno. Lei non esiste più e io non dormo più.</p>
<p>Le scrivo lettere, a mano, mi tornano tutte indietro. Ne scrivo una, poi due, poi tre e quattro. Una torna, due tornano, tre tornano e quattro in tutto tornano indietro. Ci riprovo, scrivo la quinta, ci scrivo solo: vuoi danzare con me? La spedisco per raccomandata con ricevuta di ritorno. Aspetto e aspetto e quando mi arriva la cartolina so che ha visualizzato, ma non ricevo risposta. Me la immagino che firma e legge e magari ride di me.</p>
<p>Chiamarla non si può perché il numero non ce l’ho. Chiedo alla mia vecchia insegnante, ma nemmeno lei ce l’ha, chiedo a tutti, tutti quelli che conosco e a quelli che non conosco, per strada, al ristorante. Nessuno lo sa, il suo numero.</p>
<p>Le ho provate tutte e provo anche l’ultima. Scrivo a matita il suo nome e sotto il mio messaggio, arrotolo il foglio e lo infilo nella Corona vuota, lo so che non è elegante, ma è l’unica che ho in casa e se la dovrà far piacere. No, non posso, me ne rendo conto appena lo penso e vado al ristorante sotto casa, compro il vino, il proprietario si vede che pensa che non sono uno tanto a posto, ma non gli do motivo per mutare idea. Prendo un nuovo foglio, scrivo il mio messaggio, mi scolo il vino, anzi no: ci provo, ma è troppo per me. Non sono uno smidollato e mi scolo il vino, ci devo riuscire, faccio fatica. La sciacquo, la metto a scolare, rileggo il messaggio e lo rileggo e lo rileggo ancora, non sono lucido. Faccio fatica, ma alla fine riesco a infilare il messaggio ed esco. Vado verso il fiume ciondolando un po’, con un gesto teatrale e perfettamente controllato nonostante il mio stato di stordimento la lancio all’indietro e penso: spero che mi leggerai. Ma non c’è modo per saperlo e aspetto.</p>
<p>Ricomincio a pregare, anche se non ci credo, e chiedo che mi legga, prego più lei che altri, in verità, anche se so che non può sentirmi, ma lo faccio lo stesso. Realizzo che mi manca vederla nei video e seguire i movimenti del suo corpo, leggere le storie della sua infanzia e scriverle; sapere che visualizzava era rassicurante. Vederla online, sapere che c’era, che esisteva, che si muoveva, ora non so niente di tutto ciò e me la immagino con tantissimo dolore alla schiena, con tantissimo dolore ai piedi.</p>
<p>Lei ora non c’è più, non risponde e io continuo a non dormire. Prego, prima di sdraiarmi, anche il postino: che mi porti la lettera che aspetto. Prego tutti, oramai, sono disperato. Chiudo gli occhi e a mani giunte prego il fiume che porti a lei il mio messaggio. Prego me stesso di smetterla di pregare, ma non lo vedo che è ridicolo? Non funziona, visualizzo perfettamente, ma mi ignoro e continuo a pregarmi.</p>
<p>Non serve a niente stare con gli occhi sgranati, sdraiato in questo letto e così mi alzo, mi vesto ed esco. Cammino pesantemente, di notte; mi trascino per le strade della città, la cerco, tra rumori e rumori e non la trovo. I visi stanchi, annoiati, il rumore dei tacchi e i fiori colorati. I visi tristi alle fermate. È ovunque, invece, lo capisco ora: la sento, la vedo, la trovo. È nei visi stanchi e annoiati della gente, nel rumore dei tacchi e nei fiori colorati, nei visi tristi alle fermate. È qui, con me, come non lo è mai stata prima. La vedo. Corre e la rincorro, la fermo, si schiaccia contro il muro, sono dietro di lei, si schiaccia di nuovo contro il muro, con la faccia, è viva. La tocco, la fermo, la trattengo. Danziamo, tra le urla, le risate, i colpi di tosse. Tre passi indietro, non mi toccare. Indossa un vestito nero con fiori rossi e scappa via, senza far rumore. La tengo con la corda che le stringe la vita, la tiro verso di me, scappa via da me, la tiro verso di me, mollo la corda e scappa via. La rincorro, cade a destra, la raccolgo, cade a sinistra, la raccolgo, si gira, ruota, trema, prendiamo a calci l’acqua finché non siamo stanchi. Le mani tra i capelli, si strofina le mani contro il viso, sale su di me, i piedi nudi, tre passi su di me seduto, si arrampica, i piedi ancora più nudi, il vestito lungo, rosa pallido. I piedi nudi nella neve, come piaceva tanto a sua madre, i piedi nudi sul palco, come piace tanto a me. Gli arti si trasformano, non sono più arti, non ci sono parti, pezzi: è un tutt’uno che scivola e ruota e vola, nuota, piove e ci mescoliamo, giriamo come trottole, l’acqua sul vestito che è appiccicato alla pelle e fa parte di noi, salta. Viaggiamo all’interno dell’uomo e scappiamo via. Calpestiamo i fiori, questi mille fiori finti, insieme. La prendo con due mani e la lancio in aria, e lei mi urla: chi sei? Sono io, dico io, e la riprendo. È difficile, siamo sinceri, mi dice lei, tu non sei sincero. Io lo sono, dice lei. Ma tu no. Io no, non ci riesco. Chi sei?, mi chiede. Sono io, non piace. Mi chiede: sai chi sei? Le dico: sì, certo che so chi sono. Mi dice: no, sii sincero. Ti vergogni? Sì, dico io, ma penso: forse, non lo so. Siamo noi due, fidati, che cosa provi? Non lo so. Pensaci. Non lo so, urlo, e preferivo guardarla in internet. Paura, dico, alla fine. Perfetto, dice, fammela vedere. Non ci riesco, provaci, non ci riesco, provaci, danzala, non ci riesco, danzala: ci riesco. Sai chi sei? Sì. Hai paura? Sì. Sai chi sei? Sì. Sai chi sei? Sì. Fammi vedere la tua paura, le faccio vedere la mia paura, danzo, mi chiede: sai chi sei? Le dico: no. Fammi vedere che non lo sai. Danza. Danzo. Glielo faccio vedere, che non so chi sono. Mi chiede: di che cosa sei orgoglioso? Mi accascio a terra. Di niente, le dico. Sei stato sincero, mi dice, lo vedi? Sì, lo vedo, le dico. È faticoso?, mi chiede. Sì, lo è, le dico. La odio, penso.</p>
<p>Mi tocca, è diventata terra e mi entra negli occhi. Che fai, piangi?, mi chiede. È normale, mi dice, non ti preoccupare. È che non ci sei più, dico. Che cosa ti muove?, mi chiede. Dove vai?, le chiedo. C’è una forza che porta la fronte a terra e ti fa cadere, le dico, ti ferma un attimo prima, mi dice. Ne senti l’odore, diciamo. È fiducia? Provo troppo, le dico. Viene da dentro?, mi chiede. È nodosa e vive ancora, penso.</p>
<p>Parla italiano, nessun italiano.</p>
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		<title>La ragazza con i piedi per terra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Aug 2019 06:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Maddalena Fingerle]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[(Questo racconto ha una &#8220;peculiarità&#8221; tecnica, vediamo chi la indovina per primo.) di Maddalena Fingerle Io sono la ragazza con i piedi per terra Racconto a Flavio del mio problema, ma lui non capisce e pensa che sia metaforico. Coglione, dai, sul serio, gli dico al telefono. Non ho capito, mi dice lui, hai i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Questo racconto ha una &#8220;peculiarità&#8221; tecnica, vediamo chi la indovina per primo.)</em></p>
<p>di <strong>Maddalena Fingerle</strong></p>
<p>Io sono la ragazza con i piedi per terra</p>
<p>Racconto a Flavio del mio problema, ma lui non capisce e pensa che sia metaforico. Coglione, dai, sul serio, gli dico al telefono. Non ho capito, mi dice lui, hai i piedi per terra e la testa in cielo? Lo ripeto, ancora una volta: la testa va su, i piedi devono stare giù.</p>
<p>Giura che non mi stai prendendo in giro, Francesca.</p>
<p>Cazzo, fidati!</p>
<p>Ti ho sentito dire tante di quelle balle.</p>
<p>Le ho mai dette su una cosa così?</p>
<p>Sì, certo.</p>
<p>Tormentami, Flavio, tranquillo.</p>
<p>Lo mando a fanculo e gli butto giù il telefono. Non è mica uno scherzo, questo. Torno a casa, ma non riesco a entrarci. Ci vorrebbe un coltello per tagliare il collo che si allunga, si allunga e arriva in alto. Torno indietro e cammino lungo la strada. Da qualche parte potrò pur vivere, anche se la testa è finita quassù. Sudo e mi agito perché non ci avevo mica pensato che domani dovrò andare al lavoro. Romperò il soffitto, il capo mi licenzierà, i colleghi mi prenderanno in giro, se riuscirò anche solo a entrarci. Ci devo provare, almeno. Non riuscirò a dormire. Resto a fissare le nuvole mentre i piedi, per terra, rimangono ben saldi. Dico agli uccelli che a me non piace volare. Resta giù, allora. Ragazzi, che noia vivere così. Si sta male, potessi almeno scindere, staccare la testa e lasciarla qui, perché no? Non lo sopporto più, questo dolore al collo. Lo sento allungarsi e allungarsi e fa tanto tanto male. Lecco un po’ di cielo e non sa di niente. Te pareva! Vado in giro e sbatto contro un aereo, mi faccio un male allucinante. Temo seriamente di avere un trauma cranico e poi boh, ora sembrerò un mostro. Robe da matti. Ti puoi spostare? chiedo all’airone che non ha nessuna intenzione di spostarsi.</p>
<p>Siamo nella merda, mi dice.</p>
<p>Ce l’hai una sigaretta? gli chiedo.</p>
<p>Domani avrai poco da fare la spiritosa.</p>
<p>Sai qualcosa su domani?</p>
<p>Nietzschiana?</p>
<p>Naturalmente!</p>
<p>Te lo dico lo stesso.</p>
<p>So che dovrei avere paura.</p>
<p>Ragazza, ascoltami, domani avrai problemi al lavoro.</p>
<p>Rotture di coglioni?</p>
<p>Nietzschiana?</p>
<p>Naturalmente, ma ora basta chiedermelo!</p>
<p>Lo so, scusami.</p>
<p>Mi dici?</p>
<p>Ci devi fare attenzione, a questa cosa del cielo.</p>
<p>Lo so, lo so.</p>
<p>Soprattutto perché rischi di farti male.</p>
<p>Lentamente inizio a pensare che non sarebbe poi male.</p>
<p>Lentamente inizio a stufarmi di questa conversazione.</p>
<p>Nemmeno un saluto e l’airone se n’è già andato. Tocca a me capire come fare. Resto qui come una scema, appesa. Sai che non si fa così? Sì, mi risponde un corvo. Vorrei essere più gentile, ma mi scoccia da morire essere bloccata. Taglierò il collo. Lo farò, deciso.</p>
<p>Sono indiscreto se ti chiedo che fine ha fatto il resto?</p>
<p>Toccami e ti uccido.</p>
<p>Dovrei scomodarmi dalla nuvola.</p>
<p>La nuvola?</p>
<p>La nuvola.</p>
<p>Lasciami in pace.</p>
<p>Certo che sei antipatica.</p>
<p>Cazzo, che palle.</p>
<p>Le ragazze con i piedi per terra sono tutte uguali.</p>
<p>Litighiamo, ti assicuro che così litighiamo.</p>
<p>Morirei contro di te.</p>
<p>Terrorizzato!</p>
<p>Toccami e ti uccido.</p>
<p>Dovrei scomodarmi dalla terra.</p>
<p>Ragiona, dai: perché hai la testa quassù?</p>
<p>Suppongo sia perché i piedi sono laggiù.</p>
<p>Giuro che pensavo foste più intelligenti, voi ragazze con i piedi per terra.</p>
<p>Razionalmente non fa una piega, ma tu non sei disposto a capirmi.</p>
<p>Mi vado a fare una carbonara.</p>
<p>Ragiono da sola e penso che anche io vorrei mangiare. Resisto alla tentazione di infilare la testa dentro a una nuvola. La infilo, invece, ma non è emozionante come speravo. Vorrei tanto tornare con la testa giù, vivere come prima. Ma so che ormai non sarà più niente come prima. Magari riesco a capire il meccanismo. Morirei se non riuscissi a trovare la soluzione, se non riuscissi a decifrare un enigma. Mangio un po’ di aria e mi metto al lavoro. Ronfo dopo due secondi. Diamine, non ci posso credere, ho dormito in piedi come i cavalli! Li ho sempre odiati, i cavalli, animali stupidi. Dicono che siano intelligenti, ma io proprio non ci credo. Dopo un risveglio faticoso mi ricordo della mia situazione. Ne devo prendere atto. Tossisco e per un attimo penso di aver capito il meccanismo perché la testa scende un po’, ma poi si ferma. Magari ci riprovo. Voglio scendere con la testa e tornare bassa. Sai che noia, vivere così per sempre, sai che agitazione? Nemmeno voglio pensarci. Ci riprovo, ma rimango uguale. Le otto, sono in ritardo. Dopo quello che mi è successo posso permettermi anche qualche minuto di ritardo. Dovrò spiegare a tutti perché la testa è quassù e il corpo laggiù. Giurerò che farò di tutto pur di continuare a lavorare. Resto immobile davanti all’edificio. Io non ci entro, non c’è verso. So che potrei tagliare il collo. Lo voglio? Io non voglio, no, io non voglio. Io non sono così, non posso non lavorare, ma nemmeno vivere senza testa. Tagliare o non tagliare? Resto immobile, senza decidermi. Mi sforzo per urlare al mio collega che è appena sceso. So che non mi sente perché la mia testa è troppo in alto, ma continuo a strillare. Resta un po’, ascoltami. Mi senti? Ti volevo dire che ho un problema, cioè, capirai anche da solo. Lo urlo, ma quello non mi sente, finisce di fumare, spegne la sigaretta, entra. Raggiungo il bar di fronte e tossisco. Come mai non funziona? Naturalmente pensavo che almeno un pochino riuscissi ad abbassarmi. Mi sto innervosendo. Dovrei trovare un metodo per farmi sentire. Resto delusa e mi sto seriamente scocciando. Dolorosamente vedo che c’è il figlio del capo che mi guarda il collo e ride. Derisioni a quest’età, che merda. Dalla sua prospettiva devo essere una specie di gigante strano con il collo da giraffa.</p>
<p>Facciamo così, io ti permetto di prendermi in giro, tu però in cambio mi senti!</p>
<p>Ti sento, mi dice quel marmocchio.</p>
<p>Io non credevo…Vorresti aiutarmi?</p>
<p>Mi dispiace, non posso parlare con gli sconosciuti.</p>
<p>Ti pare che sia una sconosciuta?</p>
<p>Tanto, sì, non ti ho mai vista e sei strana.</p>
<p>Naturalmente lo sono, ho un problema.</p>
<p>Ma la testa ce l’hai, vero?</p>
<p>Rompicoglioni, sto marmocchio, penso. So che non posso dirlo. Lo dico.</p>
<p>Come, scusa?</p>
<p>Sai, è stancante stare con la testa quassù. Suppongo che ora non vorrai più aiutarmi.</p>
<p>Mica puoi insultarmi!</p>
<p>Mi dispiace.</p>
<p>Certo, come no.</p>
<p>Non sto scherzando, ascolta: puoi dire al tuo papà che sono qui fuori e lo aspetto per spiegargli la situazione?</p>
<p>Nemmeno per sogno!</p>
<p>Non faccio scene, cammino e mi immagino di parlare con Flavio, intravedo una fessura e ci infilo dentro la testa. Talvolta pensavo di averlo intuito, questo luogo qui, ma esiste davvero, è assurdo. Dovrà dipendere dal fatto che sono inclinata, mi metto dritta e no: è proprio tutto, tutto al contrario. Io non ci posso davvero credere! Resto così, un po’ rimbecillita. Tanto non lo sai, dico a Flavio.</p>
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		<title>Oasi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Jun 2019 05:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Maddalena Fingerle]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[oasi]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
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					<description><![CDATA[di Maddalena Fingerle &#160; Stacco immagine colazione: colazione, immagini liquefatte. Fatte. Rosso, freddo, brusio. Io. Fa caldo. Do. Mangio colazione. Azione. Solito tizio, luce potente, accecante. Ante. Odore di farina. Rina. Luce forte e falsa. Sa. Odore di zucchero. Ero. Ti è piaciuta la festa di carnevale, Giuliano?, chiede Nora, muschio bianco. Anco. Quando sarò [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Maddalena Fingerle </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Stacco immagine colazione: colazione, immagini liquefatte. Fatte. Rosso, freddo, brusio. Io. Fa caldo. Do. Mangio colazione. Azione. Solito tizio, luce potente, accecante. Ante. Odore di farina. Rina. Luce forte e falsa. Sa. Odore di zucchero. Ero. <i>Ti è piaciuta la festa di carnevale, Giuliano?</i>, chiede Nora, muschio bianco. Anco. Quando sarò grande avrò la ragazza. Gazza. Avrò la ragazza. Gazza. La prenderò nel palmo della mano. Ano. La porterò via, sarà bella, la mia ragazza. Gazza. Io sono un vero assassino. Sì, no. Non lascio tracce dietro di me. E. A Giuliano è piaciuta la festa di Carnevale. Vale? Sei brutto, Maurizio. Zio. Maurizio è brutto. To’! Maurizio è cattivo. Ivo. Puzza, Maurizio. Zio. Fragole. Gole. Tantissimi puntini: che schifo. Fo. Non le mangio. Gio. Brusio, rumori, fai silenzio! Zio. Non fare capricci. Ricci. No, basta: non mangio. Gio. Non mangio? Gio? Cosa mangio? Gio? Mangio? Gio? E comincia a fare il cattivo. Ivo. Cattivo. Ivo. Sputare. Tare. Non toccare. Care. Faccio troppo, troppo, non toccare. Care. Non toccare. Care. Suona il telefono. No. Telefono. No. Squilla, forte, nelle orecchie. Recchie. Basta, ti prego, basta. Sta.</p>
<p>&nbsp;<br />
Shhh. Shhh. Shhh. Shhh.<br />
&nbsp;</p>
<p>Nora è bella, Nora è muschio bianco. Anco. Terapia. Pia. Sempre terapia. Pia. Terapia, pia, terapia, pia, terapia, pia. Pia? Stacco immagine lavaggio denti: lavaggio denti. Enti. Giovedì viene la mamma a trovarmi, dico a Nora. Ora. Guardami, cazzo, Giuliano, dice sempre la mamma. Ma. Giuliano guarda. Da. Ascoltami, cazzo, Giuliano, dice sempre la mamma. Ma. Non guardo e allora sento. To’! Giuliano si tocca. Ccà. La mamma è arrabbiata. Ah. Giuliano continua a toccarsi. Sì. La mamma lascia Butelli sul letto e se ne va. A. Il ragionier Butelli oggi è stanco morto. Orto. Anche il papà era stanco morto. Orto. Morto. Orto. Nora mi aiuta. Iuta. Stacco immagine doccia: doccia. Ah. Fredda, calda. Da. Rumore dell’acqua sulla testa. Sta. Nora, mi aiuti? Ti. <i>Certo. Collaboriamo! </i>Amo. No, non voglio: faccio da solo. Lo. <i>Va bene, Giuliano.</i> Ano. Faccio da solo. Lo. Stacco immagine tempo libero: tempo libero. Ero. Che robe, non ci posso credere! Ere. Cammino. No. Che stronzo. Ronzo. Tu sei stronzo? Ronzo? Sbronzo? Ronzo? Bronzo? Ronzo? <i>Vuoi disegnare un po’?,</i> chiede Nora. Ora. Comincia tutto il giorno con le mani nel naso. So. Faccio così, sì, con le mani nel naso. So. Ho prurito. Rito. Così non va bene, no! O. Me lo rompo il naso, adesso, con il trapano. Rapano. Te lo rompo, il naso, adesso. So. Finisce il prurito? Rito? O? Più di tredici anni fa. Ah. Era tanto tempo fa. Ah. La suora. Ora. Questo te lo prometto, maledizione. Dizione. Guarda, sto facendo la notte, posso richiamarti? Amarti. <i>Ti va di colorare?,</i> chiede di nuovo Nora. Ora. Rispondo: no, non ci riesco. Esco. Cos’ha fatto, cos’ha fatto? Atto. Spacca, dai, spacca qualcosa. Cosa? Sporca. Orca. Sporca qualcosa! Cosa? Metti qua, così. Sì. Girati, stronzo. Ronzo. Toccami. Ami. Lasciami stare. Tare. Urlo, urlo fortissimo. Simo. Il motorino, fuori, rumore. Ore. Mi sveglio alle dodici domani, alle dodici? Dici? Franco Tri è su, sai, Nora? Ora? <i>Non lo conosco</i>, dice Nora. Ora. Marco Tri, vive quassù. Su. <i>Ah, non lo conoscevo</i>, dice Nora. Ora. Quando Nora sorride c’è cielo, tra i denti, nel buco, cielo. Lo. Mi calma, il cielo, Nora. Ora. È bello il cielo, denti, stellato. Lato. È blu, il cielo, Nora. Ora.<br />
&nbsp;</p>
<p>Nora dice che dobbiamo tagliare le unghie, io non voglio. Io. Non voglio, non voglio, ti prego! Go. Lasciami, cazzo, lasciami! Ami. Facciamo i bidoni? Doni? Doni. Doni? Doni. Nora dice: <i>facciamo i bidoni</i>. Doni? Doni. Doni? Doni. Piano terra: bidoni. Doni? Doni. Doni? Doni. Bicchierini di plastica, tappi di bottiglia, casino. No. Torniamo. Amo.<br />
&nbsp;</p>
<p>Stacco immagine apparecchiare: apparecchiare. Chiare. <i>Ne manca uno, Giuliano. </i>Ano. Non lo apparecchio, quello. Lo. C’è la suora. Ora. Oddio c’è la suora. Ora. Ho paura della suora. Ora. La suora buttava l’acqua, i secchi, in testa. Sta. <i>Sei al sicuro</i>, dice Nora. Ora. Guardo il cielo, denti, stellato. Lato. Sono al sicuro, Nora? Ora? Sei al sicuro, Giuliano? Ano? Sei al sicuro, Giuliano. Ano. Giuliano al sicuro. Curo. Ci abbracciamo, no: non ci abbracciamo. Amo. Anzi sì, vorrei. Rei. No, no, no. O. <i>Piacere, sono la nuova operatrice.</i> C’è. No! Via, la spingo via, fuori, tiro capelli, rimangono in mano, vai via, adesso! So. <i>Mi fai male, </i>urla. La. Sputo in faccia, via, cazzo, puzzi: via, via, via, via, se ne va. Ah. Per Maurizio non c’è posto: per Maurizio non apparecchio. Io. Maurizio è brutto e stupido. Do.<br />
&nbsp;<br />
Stacco immagine pranzo: pranzo. Zoo. Mi piace cucinare, suonare, il violino, il pianoforte. Forte. Ho trentotto anni e tu? Uh! Bello, oggi, vero? Ero. Mi passi il latte? Te? Suona il telefono. No. Vado io! O. Ciao, da quanto! To’! Buon giorno! No! Ti piace? C’è. Perché non mangi? Ih! Che cosa mangi? Ih! Cosa mangi? Ih! Mangi. Ih! Ahia! Eja. Smettila, immediatamente! Mente. Non mi fai paura. Ah. Mi fai paura. Ah. Paura. Ah. Ti richiamo. Amo. Saluta Sara, guarda qui, facciamo una foto, sorridi, guarda qui, Giuliano! Ano. Saluta Sara, guarda qui, facciamo una foto, sorridi, guarda qui, Giuliano! Ano. Giuliano? Ano. Giuliano. Ano. Giuliano? Ano. Mi piace cucinare. Re. Mi piace cucinare? Re? Tutto veloce, troppo, fermatevi. Vi. Fermatevi. Vi. Vi prego. Go. Prego. Go. Basta. Sta. Basta. Zitti. Ti. Zitti. Ti. Bis. Sssss. Il bis, voglio il bis. Sssss. Bis. Sssss. Ce l’ho il caffè? Eh? Caffè. Eh. Ce l’ho il caffè? Eh? Ce l’ho il caffè? Eh? Ce l’ho il caffè? Eh? Ce l’ho il caffè? Eh? Il caffè è amaro. Marò! C’è il melone?, chiedo. Do. <i>No, oggi no.</i> Oh! C’è, l’ha messo la tipa in frigo. Go. Ho visto. Sto. Visto. Sto. Apro il frigo. Go! <i>Ah, cavolo, hai ragione! Hai vinto, melone allora. </i>Ora. Terapia. Pia. Ho vinto. To’. Stacco immagine lavaggio denti: lavaggio denti. Ti. Ho vinto, cazzo, andiamo al piano terra, dico a Nora. Ora <i>A fare?, </i>chiede Nora. Ora. A vomitare. Tare. <i>Finisci di lavarti i denti</i>, dice Nora<i>.</i> Ora. Voglio andare al piano terra a vomitare. Tare. Vomitare. Tare. Vomitare tutto. To’. Basta. Sta. Lasciatemi andare. Re. Lo vuoi un bacino? No? Bacino. No. No, no, no, no. Oh! Attività. Vita. Stacco immagine riposo: riposo. Poso. Camera. Era. Ho fatto la patente e guido il pulmino. Mino. Buona notte e sogni d’oro, chiudo la porta; no, apro la porta: buon riposo e sogni d’oro. Oh. Chiudo la porta. Ah. Poi ti racconto, che storia! Ah. C’è la suora. Ora. Non voglio fare la notte. Te? Mi sdraio, c’è la suora. Ah. Non lo sento da una vita. Ah. Quando stacco ci facciamo una cicca. Ccà. Aspetta, c’è la suora. Ora. Mi metto qua. Ah. Lui che mangiava il prosciutto: io e lui. Oui. Mi manca. Anca. La mamma viene giovedì. Vedi? Il papà è in Germania. Mania. Mi manca. Anca. Il burattinaio Mangiafoco deve starnutire, barbaccia nera. Era. Mi manca. Anca. Non voglio morire, non voglio morire! Ire. Mi manca. Anca. Sono stato bravo! Vo. Sensazionale! Ale. Mi manca. Anca. Me lo dai un bacino? No? Non ce la faccio più, mi manca. Anca.<br />
&nbsp;</p>
<p>Ha i jeans, sono belli i jeans, jeans: Nora? Ora? Dimmi, Giuliano. Ano. Sei bella con i jeans: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici. Dici. I jeans, la doccia, l’acqua, io nudo, Nora nuda. Da. Nora? Ora? Dimmi. Mi. Vengo. Go! A giugno mi sposo, devo scegliere l’abito. To’! Non picchiarmi, mi picchi, mi stai picchiando, picchiami, picchia Giuliano, gli sta bene a Giuliano, lo merita, Giuliano. Ano. Mi fai male. Ale. Mi manchi. Chi? Vado a vomitare. Tare. Bussa Nora, fine riposo. Oso. Vado a vomitare. Tare. Non voglio morire, non voglio morire, davvero. Ero.<br />
&nbsp;</p>
<p>Stacco immagine merenda: merenda. Da. Merenda è bar. Arr. Bar è uscita. Ita. Mamma, dove sei? Ehi! <i>Sei pronto, usciamo?, </i>chiede Nora. Ora. Usciamo: voglio il toast con Coca Cola. Là. Se non entri non sai che cosa ti perdi. Di’! C’è il toast con Coca Cola? Là. <i>Non lo so, vediamo</i>, dice Nora<i>.</i> Ora. C’è il toast con Coca Cola. Là. Giacca, uscita, passeggiata, bar. Rrrrr. C’è il toast con Coca Cola. Là. Quadrati, cane, gente, odore, asfalto, semaforo, rumore macchina, clacson, brusio, ragazza, rumore gente, tacchi, vaniglia, urla, puzza di fumo, erba, semaforo, muschio bianco, Nora. Ora. Stop, loop: meglio i Ricchi e Poveri. Veri. Nora ride, Nora per mano. Ano. No, anzi sì. Iiiii! <i>È verde. </i>E. È verde. E. <i>Andiamo? </i>Amo? Andiamo. Amo. Ooooh. C’è il toast con Coca Cola. Là. Bar: <i>Per me una fanta e per lui un toast e una Coca Cola. </i>La. La luce, il bancone, la gente. Ente. <i>Non c’è il toast: li abbiamo finiti. </i>Iti. C’è il toast con Coca Cola. Là. C’è il toast con Coca Cola. Là. I bambini hanno i fucili. Lì. C’è il toast con Coca Cola. Là. C’è il toast con Coca Cola. Là. Ombra per terra. Erra. Ombra per terra. Erra. Ombra per terra. Erra. Ombra per terra. Erra. C’è il toast con Coca Cola. Là. C’è il toast con Coca Cola. Là. C’è il toast con Coca Cola. Là. Ombra a terra. Erra. Confuso, c’è fumo e nebbia. Ah. Luce, rumori e suoni: i bambini hanno i fucili. Lì. Spacco tutto, voglio andare in psichiatria, spacco tutto, giuro: tavolo a terra. Erra. Calci alle cose. Se. Sedie. E. I bambini hanno i fucili. Lì. Spacco le sedie. E. Spacco tutto. O. <i>Guarda che chiamo la psichiatria. </i>Ah. Mi siedo e aspetto, faccio il bravo: in psichiatria angeli. Lì. Angeli aiutano. No. Nora è angelo. Gelo. Non chiama. Ama. Sei diventato un pappagallo? Gallo? È questo l’unico amore che hai: quella. La. La telecamera. Era. Vai, meglio, brava. Va’! Non sono solo. Lo. Non ancora. Ora. Che cazzo ridi? Di’! Ti spacco la faccia, stronzo. Ronzo.<br />
&nbsp;</p>
<p>Dentro, tabellone programma. Gramma. Stacco immagine apparecchiare: apparecchiare. Chiare. La Rettore fa quello che le pare. Re. Vomito tutto, poi Giuliano lecchi? Chi? Giuliano non vuole. Le. Giuliano deve. Ve’? Tavoletta, disegno, linee. Eeh! Bicchiere, piatto, coltello. Lo. Amore mio, mi senti? Enti? Stacco immagine cena: cena, mi manchi. Chi? Terapia. Pia. Era timido. Do. Era innamorato. To’! Stacco immagine lavaggio denti: lavaggio denti. Ti. Ti sento, ora. Ah. Stacco immagine pigiama: pigiama. Ama. Pigiama di cemento. Mento. Pesa. Sa. Stacco immagine letto: letto. Etto. Letto di seta. Età. Nora. Ora. Buona notte e sogni d’oro, chiudo la porta, è pieno di nodi qui. Oui. Una ragazza da costruire. Ostruire. Ire. C’è la suora. Ora. Oddio. Dio. C’è la suora. Ora. Mamma? Ma! Aiutami. Ami. C’è la suora. Ora. Niente. Ente. Nora? Ora? Dimmi. Mi. Odio. Io. Filo sotto la porta, di luce, mi da fastidio. Dio. Guardo via. A. Di lato. O. Chiudo gli occhi. Chi?<br />
&nbsp;</p>
<p>Sogno, sogno, sogno, sogno, sogno.<br />
Oasi, oramai, orchestre, oracoli, obese.<br />
Nascoste, navi, nazionali, non, nostrane.<br />
O, o, o, ombre, orrende.<br />
Anche, astronavi, anche, aulenti, assonnate.<br />
Una, uggiose, ululati, udendo, ugualmente.<br />
Tacita, traballare, tristi, tragiche, tristi.<br />
Idea, in, incollati, identiche, in.<br />
Senza, sintonia, sopra, storie, sottane.<br />
Troppe, tremolante, tavoli, travolgenti, trasparenti.<br />
Itrazioni, in, istoriati, ilari, intanto.<br />
Come, case, con, coccole, cadono.<br />
Oggi, ordinate, olio, odi, occhi.<br />
&nbsp;</p>
<p>Oggi come iterazioni troppe senza idea tacita una anche o nascoste oasi sogno. Ordinate case in tremolante sintonia in traballare uggiose astronavi o navi ora sogno. Olio con istoriati tavoli sopra incollati tristi ululati anche o nazionali orchestre sogno. Odi coccole ilari travolgenti storie identiche tragiche udendo aulenti ombre non oracoli sogno. Occhi cadono intanto trasparenti sottane in tristi ugualmente assonnate orrende nostrane obese sogno. Oro cola immedesimati tacitamente subito immedesimati travolgente uragano ascoltami. Ascoltami, uragano travolgente, immedesimati subito, tacitamente immedesimati, cola oro.</p>
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		<title>Fai che</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 May 2019 05:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Maddalena Fingerle]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Maddalena Fingerle Strappo con la mano destra una foglia d’acero, tre passi, la infilo nella tasca destra della giacca. Fai che tutto vada bene, tre passi, mi giro. Strappo con la mano sinistra una foglia d’acero, tre passi, nella tasca sinistra. Fai che tutto vada bene, mi giro, tre passi. Tre passi, strappo con [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Maddalena Fingerle</strong></p>
<p>Strappo con la mano destra una foglia d’acero, tre passi, la infilo nella tasca destra della giacca. Fai che tutto vada bene, tre passi, mi giro. Strappo con la mano sinistra una foglia d’acero, tre passi, nella tasca sinistra. Fai che tutto vada bene, mi giro, tre passi. Tre passi, strappo con entrambe le mani una foglia d’acero: fai che tutto vada bene. Tre passi, mi fermo, la spezzo. Metà nella tasca sinistra, metà in quella destra, tre passi. Tre colpi di tosse, significano: fai che non mi ammali. Fai che non mi ammali, fai che non mi ammali, piroetta. Così, perché è bello farla, piroetta. Piroetta: tre giri, stop.</p>
<p>Passa una macchina, mi fermo, batto i piedi. Forte: un due tre, un due tre. Fai che non ci sia un incidente, fai che non ci sia un incidente, fai che non ci sia un incidente. Fai che non muoia nessuno, non muoia nessuno, non muoia nessuno. Tre pugni veloci con la mano destra sulla gamba sinistra, tre pugni veloci con la mano sinistra sulla gamba destra: un due tre. Un, due, tre. Fai che riesca ad arrivare a casa, fai che riesca ad arrivare a casa, fai che riesca ad arrivare a casa. Fai che non ci sia il coinquilino, fai che non ci sia il coinquilino, fai che non ci sia il coinquilino.</p>
<p>Sei passi, accarezzo con la mano destra un recinto di metallo, sei secondi. Guardo a destra, guardo a sinistra, attraverso la strada. Il piede nel quadratino, il piede nel quadratino, il piede nel quadratino. Il piede nel quadratino, il piede nel quadratino, il piede nel quadratino.</p>
<p>Dentro le linee, strappo con la mano sinistra una manciata di aghi di pino, me li infilo nella tasca destra della giacca. Fai che non la picchi più, non la picchi più, non la picchi più. Tocco un lampione illuminato con entrambe le mani, è freddo: fai che passi la notte.</p>
<p>Altri sei passi, raccolgo con la mano sinistra una pigna da terra, la infilo nella tasca sinistra della giacca. Fai che mi consideri bello, bello, bello. Sei passi, trovo un sasso, lo prendo con la mano destra. Lo metto nella tasca destra della giacca, fai che mi passi l’ansia, sei passi. Altro sasso, lo metto nella tasca sinistra della giacca: fai che riesca a dormire.</p>
<p>Nove passi, strappo con la mano destra una manciata di bacche, apro il pugno. Sul palmo ci sono quattro bacche, no: tre o sei, quattro non va bene. Fai che diventino tre; allontano lievemente l’indice dal medio, una cade giù. Lascio scivolare nella tasca destra le tre bacche: fai che si accorga di me, fai che si accorga di me. Fai che si accorga di me, passa un uomo con un cane, ha un collare illuminato. Deglutisco ogni volta che il padrone parla al cane, uno, due. Manca il tre: così non posso esprimere il desiderio, maledizione. Chiamalo, chiamalo, chiamalo. Niente, niente, niente. Lo faccio io allora, urlo: cane! Il padrone si gira, mi guarda; il cane nemmeno se ne accorge. Un due tre, desiderio: fai che esca dal carcere.</p>
<p>Nove passi, trovo una lattina vuota accartocciata per terra; in realtà gli ultimi due li ho fatti un po’ più lunghi per arrivarci giusto. Ma vale lo stesso: la prendo con entrambe le mani, la rompo in due. Metto una metà con la mano destra nella tasca destra; l’altra metà con la mano sinistra nella tasca sinistra: fai che non mi vengano malattie per aver raccolto una lattina da terra. Nove passi: no, ho imbrogliato. Torno indietro: nove passi a gambero, altri nove. Mano destra, prendo la metà della lattina dalla tasca destra, la rimetto a terra. Mano sinistra, prendo l’altra metà della lattina dalla tasca sinistra e la sistemo accanto a quella di destra.</p>
<p>Raccolgo, raccolgo, tasche. Fai che non mi vengano malattie per aver raccolto una lattina da terra per due volte, due volte: nove passi in avanti. Nove indietro, mano destra, prendo la metà della lattina dalla tasca destra. La rimetto a terra; mano sinistra, prendo l’altra metà della lattina dalla tasca sinistra. La sistemo accanto a quella di destra: fai che non mi vengano malattie per aver raccolto una lattina da terra per tre volte, ti prego.</p>
<p>Dodici passi, giro a destra, mi fermo. Batto le mani, di nuovo e ancora. Fai che la gente si accorga che sono bravo, fai che la gente si accorga che sono bravo, fai che la gente si accorga che sono bravo.</p>
<p>Dodici passi piccoli: un due tre quattro cinque sei, sette otto nove dieci undici dodici. Mi accuccio e tocco con il palmo della mano destra un sanpietrino freddo: fai che riesca a sentire il desiderio del sanpietrino. Mi alzo, mi accuccio e tocco con il palmo della mano sinistra un sanpietrino freddo. Fai che il sanpietrino a sinistra riesca a sentire il desiderio del sanpietrino a destra, sentilo, sentilo. Ora mi dispiace per il sanpietrino a sinistra, ma se ne dovrà fare una ragione: la vita è così. Ciao, sanpietrino, ciao.</p>
<p>Dodici passi decisi, arrivo giusto e raccolgo da terra un pacchetto di sigarette vuoto. Me lo infilo in tasca, mano destra e tasca sinistra. Mi ribello, addio all’aspettativa: fai che ci sia ancora abbastanza spazio nelle tasche.</p>
<p>Quindici passi, c’è una pigna, la raccolgo. Mano sinistra, tasca destra ed è fatta. Non mi ribello: viva la simmetria: fai che si possa dire tutto quello che non si pensa.</p>
<p>Diciotto passi nervosi, arrivo al parco, strappo un filo d’erba. Mano destra, tasca destra: c’è ancora spazio. Fai che paghi per quello che ha fatto, strappo un altro filo d’erba, mano sinistra. Tasca sinistra: fai che si penta di quello che ha fatto, stronzo.</p>
<p>Ventun passi senza pretese; sono davanti al ponticello di legno, mi avvicino all’acqua. Tre passi, altri tre e altri tre. Chiudo le tasche della giacca con i bottoni, prima quella sinistra, poi quella destra. Mi sdraio di pancia, allungo il braccio destro e raccolgo i sassolini in fondo al fiumiciattolo gelido. Li tengo nel pugno chiuso, allungo il braccio sinistro e raccolgo i sassolini in fondo al fiumiciattolo gelido. Mi tiro su, con i pugni chiusi cerco di aprire i bottoni delle tasche della giacca, ma i sassolini mi sfuggono di mano. Mi innervosisco, getto per terra quelli che mi rimangono, apro i bottoni. Mi viene da piangere, cerco nel prato i sassolini, la luce del lampione è fioca. Il prato bagnato, sono inginocchiato: un due tre. Fai uno, che due, tre finisca. Ne trovo altri tre: li prendo, li metto nella tasca sinistra. Uno fai, due che, tre finisca. E altri tre: fai che finisca presto, mi alzo.</p>
<p>Ventiquattro passi veloci; qualcuno mi segue, forse mi sbaglio. Salto, di nuovo, e ancora una volta. Fai che io sia felice, fai che io sia felice, fai che io sia felice.</p>
<p>Ventisette passi da gigante, raccolgo un po’ di terra, la sento sotto le unghie. Mano destra, tasca destra: fai che non diventi pazzo. Altri ventisette passi da gigante, terra, la raccolgo. Mano sinistra, tasca sinistra: fai che non diventi pazzo. Altri ventisette passi da gigante, terra, la raccolgo. Mano destra, metà nella tasca destra; metà nella tasca sinistra. Fai che non diventi pazzo, davvero, sul serio.</p>
<p>Trenta passi, adesso: un due tre. Quattro, cinque, sei. Sette, otto, nove. Dieci, undici, dodici. Tredici, quattordici, quindici. Sedici, diciassette, diciotto. Diciannove e venti, ventuno. Ventidue, ventitré, ventiquattro. Venticinque, ventisei, ventisette. Ventotto, ventinove, trenta. Inspiro, espiro: fai che quello stronzo del coinquilino non abbia finito il latte. Inspiro, espiro: fai che quello stronzo del coinquilino non abbia finito il latte. Inspiro, espiro: fai che quello stronzo del coinquilino non abbia finito il latte. Trenta passi, mi fermo, sono davanti a casa. Suono il campanello, suono il campanello, suono il campanello. Fai che non ci sia, fai che non ci sia, fai che non ci sia. C’è, c’è, c’è. Mi manda a fanculo, mi manda a fanculo, mi manda a fanculo. Lo fa davvero tre volte; entro e salgo le scale. Dodici gradini più uno: a, b, c, d, e, f, g, h, i, l, m, n + o. Anna, Barbara, Dora, Elena, Federica, Gaia, Laura, Marianna, Nora + Olga. Fai che stiano tutte bene, tutte bene, tutte bene. Mi sfilo le scarpe e sbatto le suole l’una contro l’altra, tre volte. Fai che ci siano i biscotti, fai che ci siano i biscotti, fai che ci siano i biscotti. Entro: i nove passi per arrivare in cucina, tocco la maniglia con la mano destra. Fai che Dora sia serena, la tocco con la mano sinistra, è fredda. La tocco con entrambe le mani, fai che Elena faccia carriera; fai che Federica rimanga incinta. Entro, mi tolgo la giacca, l’appoggio sulla sedia. Apro il frigo: maledetto, ha finito il latte. Guardo in dispensa: niente biscotti, faccio una pasta. Prendo la pentola, la riempio d’acqua e la metto sul fuoco. Accendo il fuoco, immergo il dito destro nell’acqua ancora fredda e preparo la tavola. Il piatto al centro, la forchetta a sinistra, il bicchiere centrale. Tovagliolo, acqua, pane. Vino, altro bicchiere, accendo una sigaretta. Non si fuma in casa, cazzo, quante volte te lo devo dire? Fottiti. Fottiti. Fottiti. Sbatte la porta, continuo a fumare, me ne sbatto. Spengo la sigaretta nel posacenere, mi annuso la mano destra, puzza di fumo. L’acqua bolle, butto il sale, butto la pasta. Assaggio la pasta, scolo la pasta, manteco la pasta. Mangio la pasta, mangio la pasta, mangio la pasta. Mastico tre volte, sei volte, nove volte. Tre volte, sei volte, nove volte. Tre volte, sei volte, nove volte. Finisco la pasta, lavo il piatto, bevo il vino. Lavo il bicchiere, finisco l’acqua, volevo i biscotti. Lavo la pentola, lavo la padella, lavo lo scolapasta. Prendo la giacca, chiudo la porta, vado in camera mia. Appoggio la giacca per terra, mi sfilo i jeans, mi sfilo la camicia. Svuoto le tasche della giacca e sistemo tutto sul pavimento: tre foglie d’acero. Fai che tutto vada bene, fai che tutto vada bene, fai che tutto vada bene. Aghi di pino: fai che non la picchi più, pigna. Fai che mi consideri bello, sasso: fai che mi passi l’ansia. Altro sasso: fai che riesca a dormire, tre bacche. Fai che si accorga di me, lattina: fai che non mi vengano malattie per aver raccolto tre volte una lattina da terra. Pacchetto di sigarette vuoto: fai che ci sia ancora abbastanza spazio nelle tasche, esaudito. Getto il pacchetto di sigarette vuoto nel bidone, pigna: fai che si possa dire tutto quello che non si pensa. Un filo d’erba: fai che paghi per quello che ha fatto, altro filo d’erba. Fai che si penta di quello che ha fatto. Manca il terzo, cerco nelle tasche, non c’è. Butto nel bidone i due fili d’erba: irrealizzabili; tre sassolini. Fai che finisca, altri tre sassolini: fai che finisca. Altri tre sassolini, fai che finisca presto; terra. Fai che non diventi pazzo, fai che non diventi pazzo, fai che non diventi pazzo.</p>
<p>Mi sdraio a letto, accendo la luce, spengo la luce. Accendo la luce, spengo la luce, accendo la luce. Spengo la luce: fai che riesca a digerire la pasta, fai che riesca a digerire la pasta. Fai che riesca a digerire la pasta, lenzuolo, coperta. Lenzuolo, fai che le parole non sognino Dora, fai che le parole non sognino Elena. Fai che le parole non sognino Federica; chiudo l’occhio destro, quello sinistro. Apro entrambi gli occhi, li strizzo e li chiudo. Ripeto, tre volte in tutto: fai che il cuore si sblocchi. Fai che il cuore si sblocchi, fai che il cuore si sblocchi. Rilasso il diaframma, lo blocco, prego. Mano sinistra sul petto, mano destra sulla fronte, nel nome del Padre. Sul cuore fermo nel nome del Figlio, sulla spalla sinistra dello Spirito sulla spalla destra Santo. Fai che riesca a smettere, mano sinistra sul petto, mano destra sulla fronte. Nel nome del Padre; sul cuore del Figlio; sulla spalla sinistra dello Spirito sulla spalla destra Santo. Destra fronte Padre; cuore fermo Figlio; sinistra Spirito destra Santo. Destra fronte Padre; cuore fermo Figlio; sinistra Spirito destra Santo. Fai che non finisca all’Inferno, all’Inferno, all’Inferno. Destra fronte Padre; cuore fermo Figlio; sinistra Spirito destra Santo. Destra fronte Padre; cuore fermo Figlio; sinistra Spirito destra Santo.</p>
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