<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>madre &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/madre/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Tue, 10 Sep 2024 14:19:48 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Demone custode &#8211; Paolo Sortino</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/09/12/demone-custode-sortino/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2024/09/12/demone-custode-sortino/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Sep 2024 05:19:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[altorilievo]]></category>
		<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[madre]]></category>
		<category><![CDATA[polidoro editore]]></category>
		<category><![CDATA[sortino]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=109429</guid>

					<description><![CDATA[Prime pagine del nuovo romanzo di Paolo Sortino]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-109668 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/Cover-sortino-200x300.jpeg" alt="" width="369" height="554" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/Cover-sortino-200x300.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/Cover-sortino-683x1024.jpeg 683w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/Cover-sortino-150x225.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/Cover-sortino-300x450.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/Cover-sortino-696x1044.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/Cover-sortino-280x420.jpeg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/Cover-sortino.jpeg 743w" sizes="(max-width: 369px) 100vw, 369px" /></p>
<p>Mia madre è morta e non provo nulla. Nessuna croce da portare. Una crocifissione, a confronto, sarebbe una terapia per le ossa, un toccasana per la schiena. Il vuoto di sentimenti in cui mi sono trovato fa di me un attrattore strano. Mi sono domandato se non sia un meccanismo difensivo per evitare di soffrire. Alcuni dicono che se pure fosse andrebbe bene così, basta che funzioni. Una sola volta mi sono sdoppiato, una sola volta per una persona che amavo ho accettato di riporre nell’armadio il vero me pensando di poter vivere nel feticcio creato per piacerle, e mi è basta- to. Per andarmi a riprendere l’anima ho rischiato di non tornare indietro e ci sono voluti quattro anni di psicoterapia. Non vorrei mai riaccadesse. Neppure mia madre che ho adorato e a cui devo la vita merita tanto. Mettiti in un angolo e piangi, mi ha detto un amico. Non riesco. C’è la possibilità che la morte non sia un problema, che io debba elaborare un bel nulla.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non che la morte non esista. Esiste eccome. Solo non mi riesce di porla in fondo alla vita. La morte arriva e dispone. Fatti, persone, sensazioni trovano un nuovo ordine. Si accumulano sul mio dorso prendendo la forma delle ali della farfalla ma non volo e non dispero. Non reagisco, non proietto, non reprimo, non ri- muovo, non regredisco. I meccanismi difensivi dell’io si attivano quando si crede che la vita sia come appare, e io non lo credo già da tempo, forse non l’ho mai creduto. Che io stia sublimando lo escludo. Se guardo il bambino che sono stato vedo una piccola anima che deliberatamente manipolava ogni cosa con dovizia di particolari, ma per andare incontro alla sofferenza, per accoglierla, e carezzarla. Almeno che non esista una sublimazione talmente grande da non vederla, che inglobi me con tutto ciò da cui discendo e ciò a cui do vita, allora questa che faccio è una sublimazione universale.</p>
<p>Del resto, ogni autobiografia è immaginaria. I fatti dell’infanzia non furono mai. Sono immagini proiettate su uno schermo deformato. L’alcolizzato che osserva attraverso il bicchiere non vede in modo più confuso. Il passato, il futuro sono distorti, tirati da una curvatura di sabbia fusa. Siamo stati qualcosa, poi un’altra, oggi qualcos’altro ancora.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo vuoto non è esattamente una novità, quanto l’ultima determinazione del demone che ho scelto nell’età più tenera. Sta rispettando i patti, sta esaudendo le mie preghiere. Mi mostra ciò che ho desiderato vedere, il dolore e la sofferenza che da piccolo mi sembravano troppo sensati per non credere fossero lo scrigno della verità, così chiesi al mio demone di renderli accessibili; la solitudine delle cose che si trasferiva in me solo osservandole; il senso di oppressione che mi dava l’asilo, con quegli oblò alle porte da farlo sembrare un ospedale pediatrico, quegli alberi posticci di carta ritagliata e colorata coi pastelli, affissi alle pareti; il vuoto dei corridoi e il freddo che produceva e andava incontro a quello esterno, schiacciandosi contro gli infissi chiusi come se la colla residua degli addobbi di Natale sui vetri non fosse in realtà la sua bava; la piccola moschea traforata di luce nella quale si trasformavano i finestroni in fondo alla stanza dei lettini, tirate giù le tapparelle, quando nell’ora del sonno richiamavo alla mente il carillon di casa, la figurina femminile in ceramica con una lunga gonna spiovente, un cestino di fiori intorno al braccio e un morbido cappellino a falde larghe, interamente grigia, perché una polvere antica le si era posata sopra e ciononostante danzava, girando su se stessa sorridente.</p>
<p>Udivo una musichetta provenire dai giocattoli, dai palazzi, dalle strade. Una piccola sonata straziante. Mi commuoveva la decadenza dei quartieri. Uno struggimento mi prendeva per il mondo adulto che tradiva calcoli fatti male, misure sbagliate, grossolanità ingiustificate come la bretella della cartella che restava sollevata quando sedevo, troppo ampia anche accorciando del tutto il laccio attraverso la fibbia e troppo rigida per le spalle di un bambino. Cucciolo di Saturno, di indole atrabiliare, pativo i giorni uggiosi preoccupato potessero infittire il cappotto di lana di mia madre, i suoi foulard profumati che non c’entravano nulla con lo smog del traffico che però mi piaceva inalare, così simili le emissioni di certi diesel ai cracker al rosmarino, come non c’entravano nulla l’azoto della pioggia la mattina presto e le canzoni che per anni avremmo cantato in auto lungo il tragitto per andare a scuola. Non capivo perché gli adulti avessero impostato la vita con regole che non convenivano a nessuno. Per quale motivo io e mia madre dovessimo separarci ogni giorno. In tutto vedevo un po’ di afflizione che conferiva a ogni bordo un’aura fioca di luce. Non avrei mai rinunciato alla pena che sentivo per tutto ciò che avevo intorno, al punto che arrivai a temere il rischio contrario, di potermi svegliare una mattina e trovare il mondo brillante, tirato a lucido, senza traccia di dolore, con le strade ripulite dalla sofferenza. Così corressi il tiro. Chiesi al demo- ne di rendere accessibile me, di fare entrare in me la sofferenza. Usarmi come riparo.</p>
<p>Nel mare dei giochi, la sofferenza era un faro per le mie barche in miniatura. Ognuna presto o tardi si inabissava nella tempesta delle emozioni ma con un tale struggicuore che sono stato vittima di un fraintendimento che ha segnato tutta la vita successiva. Quando si è molto amati a quell’età, è dolce tutto. Si cresce pensando davvero di poter apprezzare la sofferenza, di averne già intuito il senso e non è escluso che sia il migliore dei fraintendimenti, visto che a tutti ce ne tocca uno. Toglierci le illusioni si può, e passeremo tutta la vita adulta a farlo, ma il senso del vero con cui tentiamo di farle cadere è determinato da quel fraintendimento centrale che abbracciamo da piccolissimi. Un senso del vero che invero non è. Una matrice irremovibile che istruisce i gesti e i sentimenti futuri. In quel poco tempo stabiliamo tutto ciò che ci riguarda. Ci facciamo promesse che rispetteremo. Apriamo strade ai pensieri che poi i pensieri percorreranno.</p>
<p>Volevo che i prati di ortiche fossero teneri come cotone incolto, che lo fossero per tutte le persone sulla terra, e solo se gli altri avessero voluto che le spine pungessero, che pungessero per forza questo mi pareva fosse il desiderio degli adulti che osservavo fuori casa che allora fossero carezze per le caviglie per me soltanto. Se per riceverle devo accettare la solitudine, dissi al demone con solennità, sta bene. E se la solitudine sarà effettivamente troppa da sopportare troverò il modo di reggere la catastrofe conseguente alla scoperta, in un momento imprecisato nel futuro, di stare costruendo illusioni. Le illusioni di cui parlavano gli adulti che dal mio punto di vista vivevano nel futuro. Da lì mi parlavano. Li avrei raggiunti, un giorno, senza dimenticare le mie promesse solenni. Ma il futuro non faceva che espandersi, separandomi di più ogni giorno dai miei genitori.</p>
<p>Ho chiesto che il demone mi desse il potere di sublimare, all’occorrenza, qualsiasi cosa, perché nel giro lungo che si fa per distorcere e adattare la realtà la mente scorge un paesaggio, una possibilità, una verità alternativa. Un controsenso, dicono; un non senso questa verità parallela, ma è così che il sarto conosce il tessuto, mi spiegò mia madre, tagliandolo e cucendolo, o il traduttore il testo originale, tradendolo in ogni parola. Promisi di nutrire la mia verità con tale speranza che quanto c’è di ipotetico in un’illusione si sarebbe piegato a diventare una traiettoria, il disegno di un punto di fuga verso cui la mia corsa sarebbe stata così ostinata da farlo crollare nella realtà.</p>
<p>Volevo che il senso della mia vita fosse trovare il senso di ogni spina. Volevo dedicare la vita. Volevo dal mio demone la possibilità di osservare le storture della vita senza per questo perdere la mia strada. Più di qualsiasi altra cosa ho desiderato che a cantare fosse l’uomo muto, che i diseredati di ogni specie potessero unirsi al coro del grande lamento dell’esistenza.</p>
<hr />
<p>Paolo Sortino (1982) ha pubblicato i romanzi <em>Elisabeth </em>(Einaudi) e <em>Liberal </em>(il Saggiatore), e i racconti <em>Il casco verde </em>(Minimum Fax) e <em>Londra sfoderata </em>(«Granta», a cura di Walter Siti, Rizzoli). È stato per diversi anni redattore e autore testi del programma televisivo «Chi l’ha visto?». Collabora con le pagine culturali di <em>Il Giornale</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2024/09/12/demone-custode-sortino/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;occhio di Dio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/07/20/locchio-di-dio/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2024/07/20/locchio-di-dio/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jul 2024 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[buio]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[dolore]]></category>
		<category><![CDATA[inedito]]></category>
		<category><![CDATA[madre]]></category>
		<category><![CDATA[malattia]]></category>
		<category><![CDATA[mugitura]]></category>
		<category><![CDATA[nome]]></category>
		<category><![CDATA[notte]]></category>
		<category><![CDATA[pianto]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Belcastro]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=108963</guid>

					<description><![CDATA[di <strong> Silvia Belcastro </strong> <br />Dal mio corpo escono tubi da mungitura perché devo allattare la notte, devo mettere al mondo le sue creature: su un nastro trasportatore sfilano, a distanza regolare, i miei fantasmi contornati di luce.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Silvia Belcastro </strong></p>



<p class="has-text-align-right">“<em>Sono diventata una fabbrica notturna”</em>.</p>



<p class="has-text-align-right">(Ingeborg Bachmann)</p>



<p>Me ne sto immobile sul letto, come un’ape regina troppo pesante. Dal mio corpo escono tubi da mungitura perché devo allattare la notte, devo mettere al mondo le sue creature: su un nastro trasportatore sfilano, a distanza regolare, i miei fantasmi contornati di luce.</p>



<p>Indosso la sottoveste di lana azzurra.</p>



<p><em>Bianca</em>, dice l’abuelita.</p>



<p>Dipende dalla luce della luna.</p>



<p>La indosso in un sogno di realtà: sul balcone, per l’esattezza.</p>



<p>La camerata è divisa in due da un solco profondo, una ferita camminamento che scorre tra le file di letti e punta alla finestra. Dormono tutti: hanno sempre dormito tutti, tranne nel momento in cui il mio corpo, scosso dai tremiti del fuoco malato, si muoveva e si esponeva alla vivisezione come una marionetta nuda.</p>



<p>“Pavor nocturnus? Schizofrenia? Guardate: l’occhio non vede! Qui si innesta il pensiero intrusivo che crea il cortocircuito. Antipsicotico, sì? Il rischio è minimo: al massimo, un torpore della mente.”</p>



<p>Ti stacco la carne dall’osso coi denti e non mi lavo la bocca dal sangue. Hanno sempre dormito tutti, tranne quando l’urlo mi gettava sul pavimento e sbattevo la faccia contro il legno. Piegavo il braccio sotto il letto nel tentativo di fuggire e quasi mi rompevo l’osso finché, della visione, non restava che un livido del colore della notte.</p>



<p>“Una catena alla finestra, sì?”</p>



<p>L’ho comprata io stessa: una catena da orso ballerino, di quelle in acciaio. Un anello entra dentro un altro anello che entra dentro un altro anello e avanti così, di chiusura in chiusura, fino alla fine del tempo, facendo ogni sera un rumore di catena.</p>



<p>La prima volta ho disegnato la finestra: tra le ante socchiuse, la colonna del cielo reggeva la luna, e la lama della notte entrava nella stanza interrotta solo dall’ombra della catena.</p>



<p>Ho nascosto la chiave dove la marionetta nuda non poteva raggiungerla e ho calcolato quanto tempo avrebbe impiegato a trovarla, prima che il corpo si svegliasse. Ho pensato che infilare la chiave dentro un calzino e mettere il calzino dentro un altro calzino e questi due calzini sotto tutti gli altri calzini mi avrebbe salvato dal balcone.</p>



<p>Era difficile trovare la chiave prima che lei, cioè io, mi svegliassi. Appena mi sono addormentata, mi ha raggiunto il lampo verde e mi sono alzata di scatto. Sono andata a sbattere contro il cassettone, come se il tempo non mi riguardasse, e ho trovato la chiave. L’ho infilata nel lucchetto che stringeva la catena e ho aperto la finestra: la notte mi ha guardato, senza svegliarmi.</p>



<p>Ho appoggiato il piede nudo sulla soglia argentata e ricordo che la finestra era diventata una meridiana che accarezzava i letti uno dopo l’altro, fino al mattino. Aveva una tenda finissima, che rispondeva soltanto alla brezza.</p>



<p>Le mattonelle del balcone erano coperte di fiori in braille. Sotto il balcone c’erano le colline e in fondo, in una coppa di montagne, il mare. Ho stretto la ringhiera con la mano sinistra e ho alzato la gamba destra, come una bertuccia. Ho arrotolato le dita del piede attorno al ferro e ho fatto leva sul gomito. Mi sono dondolata avanti e indietro, avanti e indietro e sono rimasta sospesa, come un gatto su una spada. Poi, mi sono gettata nel vuoto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-717x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108964" width="937" height="1338" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-717x1024.jpg 717w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-768x1097.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-1075x1536.jpg 1075w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-150x214.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-300x429.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-696x994.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-1068x1525.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-294x420.jpg 294w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922.jpg 1221w" sizes="(max-width: 937px) 100vw, 937px" /><figcaption>Tavola ispirata alle fotografie di Vincenzo Aragozzini nel manicomio di Mombello</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Subito, l’aria si è fatta di pietra e mi ha colpito sulla spalla con dita rugose e ricoperte di terra. La pressione era così forte che ho sentito gli occhi chiudersi e un livido rovesciarsi nel braccio, come inchiostro.</p>



<p>La mia abuelita era tornata da un tempo precedente: mi stava guardando con gli occhi della fiera che spolpa l’osso senza lavarsi la faccia dal sangue e mi stringeva la spalla, come se volesse ridurla in cenere.</p>



<p>“Lasciami andare!” ho urlato.</p>



<p>Lei mi ha abbandonato con la mano, ma non con gli occhi. <em>A terra</em>, dicevano gli occhi di gelatina.</p>



<p>L’abuelita si è tolta lo scialle e lo ha steso sulle mattonelle: era nero, cosparso di minuscoli specchietti. <em>Siediti</em>, ha detto l’indice che puntava al firmamento di stoffa. Io mi sono seduta, lei si è seduta di fronte a me. Ha messo tra noi una pentola scura e <em>Spogliati</em> hanno detto gli occhi di gelatina, che ora riflettevano la luna.</p>



<p>Mi sono spogliata e l’abuelita ha messo la mia sottoveste di lana nella pentola. La sottoveste usciva un po’ dai bordi, come riso bollito, ma l’abuelita la rimestava come stesse preparando il pranzo dopo una lunghissima camminata. Finché, si è alzato un profumo d’arancia e la sottoveste ha preso fuoco.</p>



<p>L’abuelita si è messa a cantare e piangere insieme: <em>l’occhio</em>, dicevano le lacrime, <em>deve piangere</em>. Allora, ho cominciato a piangere anch’io ma, più piangevo, più mi montava nel corpo nudo una rabbia nuova e trasparente, un pianto di figlia tolta a sua madre e di madre tolta a sua figlia e mi chiedevo: che cos’è questa maternità?</p>



<p>Qualche tempo fa, mi ha visitato un pinguino: una femmina.</p>



<p>Mi trovavo in una cattedrale di ghiaccio ed era appena iniziata una funzione di pinguini. La pinguina era lì con il suo cucciolo, che somigliava ancora a un grosso uovo grigio ricoperto di lanugine, e se ne stava un po’ discosta dalla folla, distratta dalla luce che attraversava i fregi azzurri. All’improvviso, un’orca lucida, verde di pensiero dimenticato, è sgusciata fuori dall’acqua ed è scivolata sulla navata. Sembrava che avesse in mente quell’entrata da mille anni, per la precisione con cui ha puntato il piccolo della pinguina e… l’ha rubato! Poi, è ritornata negli abissi.</p>



<p>Sulla cattedrale si è alzata un’onda che ha sommerso i pinnacoli e tutti i pinguini sono corsi sul pulpito, ciascuno controllando di avere con sé il proprio ovetto di lana appena consapevole. Tutti, tranne una.</p>



<p>Ho bisogno di dire cosa è accaduto.</p>



<p>La mia pinguina è rimasta immobile per un istante, come crocifissa dalla verità rivelata: qualcuno le aveva tolto il suo bene. Ha lanciato un grido da pancia sventrata e ha iniziato a correre in tondo, come un orso ballerino. Nella cattedrale è caduto il silenzio e la pinguina ha continuato a correre. Quanto correva, anche se non aveva le gambe! Correva e cadeva e si rialzava, e gli altri pinguini scostavano i loro piedi corti perché non finissero sotto quella pancia disperata, che sbatteva sul ghiaccio come un sacco vuoto.</p>



<p>Poi, la pinguina si è fermata al centro dell’arena e ha messo su lo sguardo della fiera che spolpa l’osso senza pulirsi il sangue dalla bocca. Ha puntato la folla del suo popolo come una reietta, si è tuffata tra i fedeli e ha allungato l’ala per rubare il figlio di una sorella. “Ehi!” ha urlato l’altra, come se la vedesse per la prima volta. Poi, l’ha colpita sulla testa e si è rimessa il piccolo tra le gambe, là da dove le era sfuggito. Allora, la pinguina si è gettata su un altro cerchio di fedeli e di nuovo ha allungato l’ala: “È mio! È mio!” ha gridato.</p>



<p>Dove l’ala arrivava, strappava i piccoli dalle pance calde e li gettava lontano, finché si è scatenato il putiferio e nessuno sapeva più di chi era il genitore, il figlio, il fratello. “Dammi tuo figlio!” diceva uno. “No, TU dammi mio figlio!” urlava l’altro. “E allora TU: ridammi mia madre!” rispondeva un altro ancora, all’altro capo della volta azzurra.</p>



<p>È stato in quel momento che ho capito che qualcosa di irreparabile era avvenuto: in quella danza miserabile, la mia pinguina si chinava sul ghiaccio per cercare il suo bene, perché era figlia del suo bene.</p>



<p>È per questo che getto per terra mia madre, allungo l’ala per rubare e fuggo nell’acqua gelata, dove nessuno può sentirmi?</p>



<p>L’abuelita dice che partorisco fantasmi per via di un panico d’amore, un filo di lana teso e poi spezzato e poi di nuovo teso, e che è questo filo che mi fa impazzire. Perciò, ha tessuto per me l’occhio.</p>



<p>Mi ha denudato tutta, come se fossi ancora una bimbetta avvolta in sangue appiccicoso e <em>Io ti partorirò</em>, ha detto. Perché noi produciamo sangue e latte e ci lasciamo lavare la carne dagli uomini, ma ci partoriamo tra di noi e l’abuelita mi ha partorito, anche se io l’avevo abortita. <em>Anche questo è normale</em>, dice. <em>L’amore ci precede, avviene in un tempo precedente</em>.</p>



<p>L’occhio è sul mio comodino. Attraverso di lui, Dio mi vede e io lo vedo. Lui crea il dolore come un finissimo orafo e lo fa coi miei fantasmi, perché io sono la sua ape regina. Mi ha rinchiuso qui dentro, con questi matti che dormono all’ombra dei loro sessi, perché voleva farsi conoscere così, nell’assenza. Dio è un vanesio: vuole che io lo ami, vuole che io lo partorisca. L’abuelita dice che Lui ha disegnato la mia danza imperfetta, perché quale perfezione si muove? Quale perfezione cerca il suo completamento? Lui mi guarda e io lo guardo, e questa croce di lana è la croce dei pazzi. È il suo cuore spettrale, il cuore del mio figlio rubato, ma sono così stanca di allattare le tenebre.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230622_182406_compressed-576x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108965" width="939" height="1675" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230622_182406_compressed-169x300.jpg 169w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230622_182406_compressed-150x267.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230622_182406_compressed-236x420.jpg 236w" sizes="(max-width: 939px) 100vw, 939px" /></figure>



<p>Oggi il mio bene mi ha fatto visita un’altra volta. Ero su una spiaggia dove vado in cerca del mio dolore, ma la spiaggia è sempre più profonda, perché il mare se la mangia un boccone dopo l’altro. La discesa è diventata così ripida che qualcuno ha messo un cartello che dice: “PERICOLO!”.</p>



<p>Mi sono aggrappata a una fune che scende lungo la roccia ma, quando sono arrivata di sotto, ho scoperto che la sabbia era fredda come un ricordo irraggiungibile. Il mare era fatto di diamante e c’era una luce senza conforto, che non avevo mai visto: proprio in quel sole trasparente mi è venuto incontro il mio bene.</p>



<p>Nel tempo della sua assenza, era diventato mostruoso. Mi cercava col suo muso bambino e i capelli sporchi di latte, ma il resto del suo corpo era ricoperto di lana. Il mio bene si era trasformato in una pecora adulta, enorme e non ancora filata! Aveva gli occhi chiusi e il viso di un poppante senza memoria, ma quel faccino di anima non nata non mi faceva alcuna compassione. Piangeva e piangeva, e mi cadeva in grembo col suo puzzo di lana sporca ma, più cercava il mio seno, più mi faceva orrore. L’ho staccato da me come un errore di me stessa, e sono fuggita.</p>



<p>Più tardi, ho aperto la scatola di cartone, in cerca di non ricordo che cosa. Mi sono affacciata sul bordo ed eccolo di nuovo lì: questa volta era piccolo, sul fondo della scatola, e mi dava le spalle. Era seduto a un tavolo di quercia, come in una casa di bambole povere, e scriveva una lettera grande come un francobollo. Sul tavolo pendeva una luce bianca e ho avvicinato il viso senza far rumore, un po’ per sbirciare la miniatura d’orefice e un po’ per non disturbare l’intimità di quella stella d’inverno, sospesa a illuminare le pareti del salotto di carta, come un occhio riflesso nel mio occhio.</p>



<p>D’un tratto, alle spalle del mio bene è comparsa una donna che era mia madre. Il mio bene non ha fatto in tempo a nascondere la lettera, o forse non ha voluto nasconderla, perché sentiva una tensione di verità e voleva sia nascondere, che dire, il contenuto della lettera.</p>



<p>“Che cosa stai scrivendo?” ha detto mia madre.</p>



<p>“Una lettera.”</p>



<p>“A chi?”</p>



<p>Il mio bene ha risposto il mio nome, ma io so che non intendeva me, perché in quel momento mi sono ricordata che la destinataria della lettera si chiamava come me e doveva avere dodici anni. Il mio bene ne aveva nove e conteneva a stento i suoi boccioli di buio. Livia, l’insegnante di danza, diceva che c’era come una “sorellanza”: nella forma del corpo, ma soprattutto in come l’uno danzava soffrendo i suoi argini e l’altra danzava rompendo i suoi. Il fatto che il nome fosse lo stesso non aggiungeva nulla al sigillo dei loro mondi infantili: era una lealtà magica e silenziosa, totale.</p>



<p>Non ho fatto in tempo a leggere il contenuto della lettera.</p>



<p>“È troppo” ha detto mia madre.</p>



<p>“È troppo” ho detto io, dal futuro.</p>



<p>Di qui, intuisco che dalla penna era uscito il latte.</p>



<p>Questa impudicizia morale ha aperto una voragine. Ora voglio strapparmi di dosso questi tubi da mungitura e voglio ridurre in mille pezzi la lettera del mio bene, affinché nessuno possa trovarla, ma l’abuelita dice che le lettere dei bambini sono eterne, anche quelle non spedite: rimbalzano nell’aria come un intorpidimento d’anima, come una brezza che parla la lingua di un tempo precedente. La gente teme il tempio tenero, teme l’incommensurabile del mondo: per questo ha bisogno di questa psicanalisi di letti freddi. La gente vuole sedare le braci del mistero.</p>



<p>Io sono la gente di me stessa: lei si divide in madre e in figlia, e si rifiuta. Teme la notte, teme il pianto del cuore per le creature che non sono figlie sue e se ne fa uno scudo, per ogni amore concesso e non concesso a sé stessa. Lei desidera lasciare un segno caldo e tenero, per questo si allontana da sé stessa: per fuggire, per tornare. Se questo non è possibile, sia la notte.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2024/07/20/locchio-di-dio/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>IPERSENSIBILITÁ</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/12/11/ipersensibilita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Dec 2021 06:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Potenza]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[escrescenze]]></category>
		<category><![CDATA[inedito]]></category>
		<category><![CDATA[ipersensibilità]]></category>
		<category><![CDATA[madre]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=94538</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Antonio Potenza</strong><br />
Da due mesi, ogni sera, la mia caviglia sinistra inizia a gonfiarsi come se qualcuno ci soffiasse dentro aria fresca. A guardarla dall’alto mi è subito parsa una zampa di elefante con quelle grinze orizzontali piuttosto scavate al livello del calcagno.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/selfportrait.jpg" width="603" height="724" /></p>
<p style="text-align: center;">di <strong>Antonio Potenza</strong></p>
<p>Da due mesi, ogni sera, la mia caviglia sinistra inizia a gonfiarsi come se qualcuno ci soffiasse dentro aria fresca. A guardarla dall’alto mi è subito parsa una zampa di elefante con quelle grinze orizzontali piuttosto scavate al livello del calcagno. Me ne sono accorto grazie agli occhi attenti di un mio amico, fisioterapista, o qualcosa di simile. Tra le strade di Otranto mi ha avvisato del mio arto gigante, chiedendomi se mi facesse male. Sorpreso ho guardato il piede rispondendo che no, non avvertivo nessun dolore. E la conversazione finì lì: se qualcosa non fa male, benché stramba, perché preoccuparsi?<br />
O almeno, al momento pensai così. Quindi tutta l’estate ho continuato a gonfiarmi come un palloncino da festa, ogni sera. Alcuni giorni fu anche divertente aggirarmi tra la gente in ferie, come un freak. Guardavano la caviglia gonfia, talvolta costretta in una calza stringente rubata dal mobiletto del bagno di nonna, con un misto di curiosità e preoccupazione. Dal canto mio non me ne preoccupavo, né della caviglia né del pubblico. L’ironia mi parve una buona cosa, per questo inventai tecniche di approccio esilaranti nelle quali non mostravo i muscoli o la mia arguzia, piuttosto la mia zampa elefantina. I miei amici erano sicuri che avrei fatto colpo.<br />
Ad ogni modo l’estate andò avanti tra pomata e calza stringente, nonché senza conquiste. La mattina un fuscello, la notte un pachiderma: dannata caviglia licantropa.<br />
Il dottore a fine della stagione calda, a rientro dalle ferie, non fu divertito dal racconto. Nemmeno la tecnica di approccio gli strappò un sorriso. Non lo biasimavo, ma iniziavo a preoccuparmi. Lei ha un problema di circolazione sanguigna, disse. E allora esami a cascata: radiografia, ecografia, analisi del sangue, tac e altre cose dai nomi piuttosto complessi.<br />
A distanza di un mese sono di nuovo qua, in sala d’aspetto, stringendo i risultati delle mie avventure cliniche. Non riesco a nascondere una certa apprensione. Immagino per un istante, nella mia mente un baleno piuttosto lungo, quello che potrebbe succedere da qui in poi. In questo nervoso vaticinio riesco a guardarmi dall’esterno e da lontano mentre zoppico tutte le sere della mia vita come uno stanco animale ferito, fuoriuscirà dalle caviglie sangue di quercia, sulla pelle cresceranno inflorescenze colorate e tracce di corteccia si abbarbicheranno sul dorso del piede, posso scorgere con una certa semplicità le difficoltà che mi aspetteranno da qui in poi, i miei genitori ormai canuti si curveranno su di me come infiacchite badanti con le occhiaie marcate, sbotteranno per i miei malati capricci, sbufferanno le sere in cui avrò il piede così grande da non poter uscire dalla porta – oddio, pensai, distruggerò gli infissi – i miei amici stufi di prendermi sotto il braccio sul lungo mare di Gallipoli mi abbandoneranno dietro il camioncino dei panini, quale donna, mi chiedo infine, vorrà uscire con me? Il sesso adesso è la mia prima preoccupazione: chi avrà il coraggio e la voglia di scarrozzarmi in auto con lo spirito umano di lasciare, ogni sera, ogni volta, ripetutamente, un gonfio pachiderma alla propria abitazione? Nessuna.<br />
Ho un attacco di panico. Credo lo sia, perché la laringe si stringe in gola, poi in petto avverto l’occlusione dell’aria, la trachea comincia a rinsecchirsi. Lascio i documenti sulla sedia traballante della sala d’aspetto e mi getto nell’aria aperta. Penso che il sole sia eccessivamente chiaro, il cielo estremamente limpido. Un’eccedenza che però mi inietta tranquillità, così il respiro torna normale. Ho accesso quindi nuovamente alle mie facoltà cognitive e con passo disinvolto, incurante degli sguardi curiosi delle signore in sala, ritorno al mio posto.<br />
Lancio un’ultima occhiata ai documenti, mentre sul collo inizia a bruciare un punto preciso all’altezza dell’attaccatura dei capelli. Che fastidio, mi gratto con una certa insistenza. Che doppio piacere, il prurito termina quando il dottore chiama il mio nome. Poco dopo nel suo studio la sua espressione è ancora più interrogativa. Oggi ha anche la fortuna di vedere il mio piede gonfio, perché ¬– sorpresa – non ha deciso di sgonfiarsi. E quindi Dottore, dico, mentre sbatto la gamba sulla caviglia, oggi è fortunato: mi dica un po’, di cosa soffro?<br />
Quello guarda i fogli. Poi il calcagno grinzoso e tumido e il suo sguardo passa da uno all’altro per un po’ di volte. Sono divertito, quanto spazientito.<br />
Mi faccia parlare con uno specialista, dice e mi congeda.<br />
A casa provo a rilassarmi, ma la mia abitazione è un posto meno comodo ultimamente di ciò che era solo pochi anni fa. Le imposte sono quasi sempre chiuse e la cucina o il salotto, che danno direttamente sulla porta principale, sono costantemente abitate da fila di ombre schiarite da quei pochi fili di luce che riescono a sgattaiolare. Stessa situazione nelle camere. La televisione è un elemento di disturbo, per chi abita questa casa insieme a me è solo un costante vociare. Anche a basso volume le risulta strillante.<br />
Entro nello scenario grottesco in punta di piedi, ultimamente anche a causa del mio handicap ferino, ma soprattutto per una specie di preoccupazione intima. Attraverso la cucina e sul letto a due piazze ci trovo mia madre, distesa con il viso verso l’alto. Ha la pelle dello stesso colore dell’ambiente, i suoi occhi brillano a volte.<br />
Come va oggi?<br />
Risposta puntuale: come sempre. Ha il viso gonfio, gli occhi umidi. Credo abbia pianto. La mia presenza non la intima a muoversi, continua a osservare il lampadario, senza voltarsi. Ritorno nella mia camera ad aprire la finestra, lo faccio di nascosto come se fosse la mia prima sigaretta. Mi stendo sul mio materasso ad una piazza che non vuole crescere. Il mio corpo negli anni è cambiato ma lui rimane sempre così angusto. Dalla finestra appena aperta seguo una lama di luce che si allunga tagliando perpendicolarmente la stanza fino al cuscino e al mio viso. In uno sforzo d’immaginazione mi guardo dall’esterno: i miei occhi sembrano bicromi. Quello a sinistra, colmo di folgore mattutina, conserva i fantasmi dei sorrisi di mia madre, prima che partisse mia sorella, prima che mancasse mio padre, quando gestiva la casa tornando dal lavoro come se fosse il suo giaciglio fiorito. L’altro, traboccante di oscurità, guarda la realtà adesso: due esistenze slavate che rimpiangono il passato e rifiutano il futuro con angosciante esistenza del presente.<br />
Sul collo inizia improvvisamente ad esplodere lo stesso prurito di questa mattina. All’attaccatura dei capelli sento come un formicolio bruciante, mi gratto con insistenza, senza che quello diminuisca. Attraverso la cattedrale d’ombre, in direzione del bagno. La luce esplode come una cometa sul soffitto, ora riesco vedermi chiaramente allo specchio. Mi contorco in una posizione scomoda ma che per un lasso di tempo piuttosto breve mi permette di vedermi il collo. I muscoli si contraggono, ma ce la faccio, la vedo: una grossa macchia si sta estendendo da sotto i capelli, ha la superficie puntinata, la tocco ed è rugosa, il suo colore è di un amaranto intenso. Faccio un pensiero: sembra una fragola. La sfioro nuovamente con le dita, la sensazione è la stessa che avvertirei accarezzando il frutto.<br />
Un attacco di panico si impossessa di me come un arcaico spirito tribale: cammino per la stanza, consumo il pavimento, lavo le mani, bagno i polsi. Il bruciore continua e sento anche il piede gonfiarsi, posso avvertire un soffio che scorre attraverso le vene del mio arto. L’angoscia però si placa improvvisamente quando sullo schermo del cellulare vibrante appare il nome del mio medico: Mi raggiunga domani in studio, ho una teoria.<br />
Intanto mamma non mangia. Questo è l’ennesimo problema della sua condizione. Il dottore mi ha detto che sta scivolando in una specie di stato depressivo, ancora non totale, ma non sottovalutabile. La causa? Mia sorella. Ha deciso di andare via da casa, senza alcun avviso o traccia, come rivoluzione alla vita borghese e ordinata. Le sue telefonate arrivano dalle quattordici alle quindici. Rispondo, è sorridente. Le passo mamma, continua ad essere felice, dice di esserlo, lo ripete spesso e a me questo puzza. Ad ogni modo ogni volta a chiamata terminata mia madre si ammutolisce, mi passa il cellulare e piomba nel mondo oscuro della sua mente. Il tuffo è così repentino che non faccio in tempo a trattenerla che è già saltata dalla scogliera. Posso solo vedere le gocce bianche del suo corpo che infrange l’acqua mentre se ne va in camera, a rifugiarsi nell’abbraccio caldo delle sue ombre e tra i rimpianti mielati delle foto della buonanima di Papà.<br />
Il cibo, lo capisco, non riesce ad entrare in un corpo chiuso. Il suo organismo ha deciso di retrocedere verso un passato più luminoso. Tuttavia, visto che questo processo biologicamente non è attuabile mia madre rimane con la mente appena slanciata indietro e con tutto il resto è bloccata in un carapace ammuffito. Io la guardo, questo posso fare: lì dentro non entra cibo, tantomeno parole. Ci provo lo stesso, le preparo la cena, cucino i suoi pasti preferiti, se necessario la imbocco. Ma quella sbotta e se ne va. A volte ricorda me alle prese con le mie vecchie pene d’amore, solo che la situazione è molto più grave. Ciò su cui insisto maggiormente sono le pillole che le ha prescritto il dottore. Solitamente stazionano sul mobiletto in bagno. Caramelle al ripieno di serotonina.<br />
Ho già presentato i miei dubbi al dottore. Le liquirizie alla dopamina non funzionano, ma tra i due non sono io ad avere una laurea in medicina. E tant’è: faccio il possibile qui, perché la condizione tetra di mia madre fa male di rimbalzo anche a me.<br />
Ora colto da questo prudore lancinante corro in camera da lei, come facevo quando mi sbucciavo le ginocchia, quando piangevo, o ero triste. Lei mi coccolava, diceva che tutto poteva passare instillandomi quel senso di fiducia nello scorrere del tempo, nell’evoluzione delle cose.<br />
Adesso mi guarda appena. Rimasugli del senso materno nei miei confronti. Ora ho la stempiatura ampia, il petto largo, uno stipendio e qualche capello bianco. Può smettere di preoccuparsi.<br />
Passerà, dice solamente e sarà l’unica parola che dirà per tutto il giorno.<br />
Ore dopo sono nel mio letto a leggere, guardo la caviglia che non ha smesso di crescere, conseguentemente alla mia ansia. Ho lo sterno sfondato dall’angoscia, una fragola sul collo e il piede di un elefante. Aspetto solo il circo, e mi addormento.</p>
<p>Il giorno dopo sono al 505 di Viale Aldo Moro. La sala d’aspetto è vuota alle sette del mattino. Dico buongiorno ad alta voce perché qualcuno mi senta. Sulla parete si incasellano poster con facce sorridenti, denti bianchi che consigliano di fare gli esami a tempo debito, di vivere bene, inni alla salute. Eppure, lo dico a me stesso, chi cazzo ci crede.<br />
Buongiorno, ripeto.<br />
Nessuno risponde. Scrivo al dottore e torno a casa.<br />
Nella cattedrale d’ombre si allarga un pianto. Non lo localizzo per un po’, poi uno sferragliare convulso mi suggerisce di guardare in cucina. Lì mia madre come un golem rovista tra forchette e posate. Lo stridio della ricerca aumenta di volume, graffia nei timpani. Cosa fai, mamma. Fruga, rovista. Cosa cerchi, mamma. Il volume si placa: l’ha trovato. Lo punta al cielo come una lancia benedetta. Il grosso coltello da cucina brilla appena nell’unico raggio di sole che entra nella basilica di oscurità. Il dio nero delle angosce sta consacrando questa abitazione.<br />
Ha lo sguardo vuoto, lo avvicina al braccio, ma le mie gambe scattano come due grosse molle ferrate, la blocco, non ha molta forza. Il coltello è di nuovo nel cassetto, ma ho negli occhi la lama che si avvicina alle sue vene, la pelle che freme al di sotto, il sangue allora inizia a irrorarsi nella gamba. La caviglia si gonfia, ma ho come l’impressione che non sia la sola. Sento il prurito che mi pervade, adesso accompagnato da un certo bruciore al petto, che scende giù per le braccia. Lievito, titanico sbotto, gigante avanzo verso quella bambina dai tratti stanchi e invecchiati. È così piccola adesso sotto il mio sguardo gigante, la vedo lontana, vicino al pavimento. Mi guarda dal basso con due grandi occhi grandi. Le grido parole di cui non ricordo il suono, di cui non capisco il significato. Immagino il mio viso rubicondo di furia, guardo il suo che invece è livido di paura. Con l’indice sono imperativo: in camera, e lei sgattaiola via.<br />
Mi sgonfio, soffio fuori la rabbia nella solitudine della cucina. La sento singhiozzare di là. Mi accascio ai piedi del lavabo e piango. Nel frigno avverto un altro pizzicore violento, questa volta nell’avambraccio. Con le guance umide lo guardo: una larga macchia verde si sta estendendo verso il gomito. La scruto meglio, ha delle striature geometriche, ben tirate. Sembrano foglie, penso. Sono foglie, dico. Me ne da certezza nuovamente il tatto: l’indice passandoci su avverte una consistenza squamosa, ma più morbida.<br />
Ho come l’impressione mi stiano crescendo delle felci sul braccio.<br />
Lo passo sotto l’acqua. Quella, fresca, tiene a bada il dolore e chiarifica la consistenza di questo eritema eccezionale: sono decisamente delle felci quelle che vedo sul mio avambraccio.</p>
<p>Nella notte si accavallano le immagini di mia madre che con ghigno allegro si allarga la carne con il coltello, io sono lì che la guardo inerme, vorrei fare qualcosa, avvicinarmi magari, ma un’inflorescenza profumata si annoda tra le dita, cerco di aprirle senza risultato, perché – ora lo vedo – le radici doppie e coriacee si allungano fino a terra, il mio sforzo è vano, mia madre adesso ha le braccia aperte e ride di una felicità autentica, da quanto non la vedevo così solare, ma sanguina copiosamente, tra poco morirà, penso, ma le liane mi bloccano, alle mie spalle spunta il viso acuminato e biondo di mia sorella, dice solo due parole: è giusto così.<br />
Mi sveglio in uno spasmo afono che mi decomprime il petto. Le mani che passo sulla fronte si inumidiscono di sudore perlaceo. Nel buio attraverso la casa, sento il respiro pesante di mamma che dorme. Non so che ore siano tanto gli occhi felini si sono abituati alla penombra, potrebbe essere l’alba come mezzogiorno. L’orologio in cucina segna le sei del mattino, piscio e mi sciacquo la faccia. Controllo le mie escrescenze con le quali sono sceso a patto: la caviglia elefantina, la nuca di fragola, l’avambraccio di felce. È tutto qui, a testimoniare non so cosa. Mi sembra si siano allargate, inspessite, mi stancano la pelle arrossata e infistolita.<br />
Scrivo al dottore: mi chiami. E così fa dopo un paio d’ore. Ha la voce impastata, mi accorgo però che si sforza di mantenere un certo tono. Gli racconto tutto, dei miei eritemi floreali, degli attacchi di mamma. Sul secondo punto si defila scusandosi per non essere uno psicologo e subito dopo pronuncia nome e numero di un suo collega; sul primo punto invece dice solo che si tratta di ipersensibilità escrescenziale. È stato monitorato un solo caso nella letteratura.<br />
E cosa dice questo caso, chiedo in un tono piuttosto piccato; spaventato.<br />
Non dovrebbe morire, dice e il che mi consola.<br />
Deve applicare una crema a base di cortisone, dovrebbe bastare.<br />
Tutto qui. Penso. Ho una pianta sull’avambraccio, un frutto sulla nuca e basta del cortisone? La soluzione mi sembra sbrigativa, ma tant’è: il dottore mi saluta e riattacca, la sua giornata lavorativa è portata a casa. Mi guardo attorno, il mio avambraccio verdastro è la cosa più chiara in questa penombra gotica.</p>
<p>Chiamo mia sorella. Il cellulare suona a vuoto. Come sempre, sarà lei a richiamarmi quando ne avrà voglia o modo e la cosa mi disturberà, poiché in caso di necessità la sua presenza è soffusa, mitigata, quasi annientata. Quando penso che non si farà sentire, rispunterà la sua voce attraverso l’altoparlante dicendo che sta bene, che è felice, che si diverte. Dove, con chi, o per cosa, non lo sappiamo.<br />
E così sull’ultimo squillo, decido di scriverle: richiamami, sto diventando una pianta.</p>
<p>Mia sorella non mi ha chiamato, per un tempo talmente dilatato che ho smesso di contare. La immagino felice nel suo idillio anarchico. Quanto è luminosa la sua rivoluzione, quanto di contro è scura la mia quotidiana monotonia. Guardo il soffitto su di me che si allarga in cupole scure, gargolla di carbone alitano zaffate di piombo, pronunciano bestemmie e bramiscono nell’aria. Mi sorprendo a pensare, in quelle lingue di fuoco nero che si allungano dai soffitti gotici della mia stanza, a mia sorella non più con rabbia o nostalgia. Sento irrorata nel sangue una nuova sensazione che si coagula nei punti del mio eritema, prudono di nuovo. Penso a lei con una specie di pacata rassegnazione nella quale il suo corpo che si allontana dalla cattedrale è sfolgorante di luce. La vedo allontanarsi verso un tramonto verdognolo, striato di smeraldi, posso quasi sentire la sua voce che mi avvisa che oltre l’orizzonte c’è un’oasi. Andrà lì, dice, così ammiro i suoi ultimi passi in direzione della luce come la più bella rivoluzione compiuta dopo Martin Lutero.<br />
Mi guardo attorno, monolitico, e decido di aprire le finestre compiendo la mia personale azione sovversiva. Scaccerò le bestie sui soffitti e non mi chiedo quale possa essere la reazione di mia madre, penso sia adulta e che a tale sgarbo risponderà con una reazione matura. Le passerà, concludo.<br />
Parto da quella d’entrata e la spalanco, oltre riesco a vedere il viso dei passanti, le case dei vicini. Mentre lascio che le persiane sbattano sul muro e che la luce mi bagni accecandomi, prima di richiudere la porta a vetri arriva anche un certo odore di aria fresca. Mi chiedo quale stagione sia, mentre avverto crescere il formicolio sugli eritemi, ma continuo ad ignorarlo. Benché spostandomi da una stanza all’altra mi baleni il dubbio che possano essere loro a muovere gli animi di questa rivolta.<br />
Poi passo nella mia camera, in quella vuota e abbandonata di mia sorella, l’altra in cucina, quindi in salotto, infine arrivo nella stanza di mia madre. Nel buio chiaro riesco a vederla ancora una volta immobile a guardare il tetto, adesso sono sicuro che anche lei vede le gargolla, le sente ammansirla. La sorpasso con noncuranza, mosso da una certa cupidigia luminosa e ariosa. Mia madre con voce smorta e lineare mi dice di non aprire. Non l’ascolto perché sento un certo bisogno bruciante catalizzarsi lungo le braccia, nelle ascelle, al di sotto della mascella, quindi ripete: non aprire. Adesso ha il tono di un comando: non aprire, fa nuovamente, ma io ho come una sete bruciante in gola.<br />
La ignoro, sto già aggeggiando con la maniglia. Un attimo dopo mi allungo verso la persiana, la spingo con le dita e nello stesso attimo sento mia madre che scatta dal letto. Con la coda dell’occhio la vedo balzare con un’agilità ferina, la stessa che hanno gli animali di fronte ad un pericolo. La luce inonda la camera da letto restituendomi i suoi dettagli assieme i ricordi della mia infanzia incastrati lì dentro. Per un piccolo istante chiudo gli occhi, potrei descrivere dettagliatamente la reazione carsica delle mie cellule, o piuttosto il loro movimento di apertura verso l’ossigeno luminoso, come una boccata dopo un’immersione, un timido ritorno alla vita.<br />
Il maremoto di folgore però minaccia la stabilità di mia madre che come un animale notturno si nasconde nell’unico angolo d’ombra rimasto, dietro l’armadio. La guardo con una superiorità pietosa, inondato di aria e di luce. Avverto, mentre mi avvicino a lei con la stessa cura con cui ci si avvicina ad un puma, che le mie cellule vibrano adesso. La testa si alleggerisce, i polmoni si ampliano.<br />
Mancano pochi passi, lei è un piccolo animale nell’angolo, accucciato con una banale illusione di protezione. Ha le gambe al petto, prima tremava, ma adesso noto che le sue mani si sono fermate. I suoi occhi mi fissano, le sue iridi si allargano ora irrorate da dopamina, bisognose di luce. Si muovono e individuo perfettamente ciò che stanno osservando: la mia caviglia, il mio avambraccio. Quindi improvvisamente si alza. Fuori dalla finestra sentiamo il fruttivendolo gridare che oggi ha cipolle fresche, con una cantilena ripetitiva. Si avvicina a me e mi sfiora il braccio, continuo a guardarle la testa dai capelli stanchi, bianchi e diradati. Poi si sposta alle mie spalle.<br />
Sento un movimento netto, una specie di trazione, poi un piccolo rumore di qualcosa che si stacca. Mi volto e la sorprendo con una grossa fragola nelle mani.<br />
Dovremmo lavarla prima, fa.<br />
Sembra una bambina, vorrei abbracciarla, ma mi blocca dicendo: non devi preoccuparti più per me, altrimenti diventerai una pianta.<br />
Mi pare di tranquillizzarmi con la stessa facilità con cui ho respirato aprendo le finestre poco prima, e mi sembra di sentire la caviglia sgonfiarsi improvvisamente. Succedeva anche a tuo padre, dice.<br />
Ci guardo nello specchio dell’armadio adesso, abbracciati, cullando un’obesa fragola rossa. Vorrei porgerla al fantasma lucente di mia sorella, con un certo orgoglio e poi dirle: ecco, Amelia, la nostra fragile ribellione luminosa.</p>
<p style="text-align: right;">*Immagine di <strong>Vasco D’Ospina </strong></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La caverna non è una muta</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/01/05/la-caverna-non-e-una-muta/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2021/01/05/la-caverna-non-e-una-muta/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Jan 2021 06:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[caduta]]></category>
		<category><![CDATA[caverna]]></category>
		<category><![CDATA[Cui Cesar]]></category>
		<category><![CDATA[dire]]></category>
		<category><![CDATA[madre]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Preludio]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[Sohrab Hura]]></category>
		<category><![CDATA[tacere]]></category>
		<category><![CDATA[tombe]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=87569</guid>

					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot &#160; O dovremo obbedire, e cavalcare con te fra gli annegati Dylan Thomas &#160; &#160; &#160; Cui Cesar &#8211; Preludes &#8211; Moderato assai &#8220;&#160; Al mattino fuoriesce un verme dalla bocca, annodato dalla notte che è di ottone, una tomba annuncia il sangue del mattino, mi sputa nella gola un meccanismo artefatto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:right">di <strong>Mariasole Ariot</strong> &nbsp;</p>
<p style="text-align:right"><em> O dovremo obbedire, e cavalcare con te fra gli annegati </em><br />
Dylan Thomas </p>
<p> &nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/SohrabHura.jpg" alt="" width="900" height="533" class="alignleft size-full wp-image-86815" />&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width:300px;">
<!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('audio');</script><![endif]-->
<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-87569-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="http://d19bhbirxx14bg.cloudfront.net/cui-64-2-breemer.mp3?_=1" /><a href="http://d19bhbirxx14bg.cloudfront.net/cui-64-2-breemer.mp3">http://d19bhbirxx14bg.cloudfront.net/cui-64-2-breemer.mp3</a></audio></div>
<p><small>Cui Cesar &#8211; Preludes &#8211; Moderato assai &#8220;</small></center>&nbsp;</p>
<p style="text-align:justify">Al mattino fuoriesce un verme dalla bocca, annodato dalla notte che è di ottone, una tomba annuncia il sangue del mattino, mi sputa nella gola un meccanismo artefatto di parole, quando non sappiamo dirci e il corpo disfa per una comunicazione interna, fondersi con l’altro, diffondersi nell’aria, e i vermi escono, uno a uno, annunciano un giorno malato, le cecità mortali delle grotte e delle gole
</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align:right"><em>Il grembo della madre è una caverna</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align:justify">Un cordone ombelicale carezza l’animale, e gli animali non portano ginocchia con cui inginocchiarsi, pregano ferite suturate attorno al collo, la dolcezza falsa della polvere di millenni caduti addosso, l’umano con le ghirlande al collo che dimentica i fiumi e i fumi con cui è nato, tornato sempre all’origine del male, masticando un alone sulle teste rapate dei baci, quando siamo accorti e ci preghiamo di non fare, e preghiamo: non urlare l’inverno sotto la sabbia
 </p>
<p>&nbsp;<br />
<span id="more-87569"></span></p>
<p style="text-align:left"><em>Le grida nel deserto non spostano le dune</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align:justify">Le gambe si aprono a conchiglia, con lingue piovose e già annerite, la lingua nera di chi non è innocente, un abito bianco con cui ci vestiamo addolorati &#8211; e poi smorfiàmo, le bocche e un ghigno di piacere, morire prima dei guardiani, non poter avere chiave ma una testa lacerata: il corpo si è rinchiuso in un armadio. La certezza di dire un assoluto, la verità sommersa che urla di non dire, pronunciàti solo quando è caso, quando vuole il caso definirsi, e piange il fiore e le stìpole cadute, piangono i segreti dei figli, ma figliare è capovolgere un destino
 </p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align:right"><em>Se ho taciuto non è per compressione</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fotografia: Sohrab Hura &#8211; India,2007</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2021/01/05/la-caverna-non-e-una-muta/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		<enclosure url="http://d19bhbirxx14bg.cloudfront.net/cui-64-2-breemer.mp3" length="4602106" type="audio/mpeg" />

			</item>
		<item>
		<title>Una famiglia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/08/17/una-famiglia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Aug 2020 05:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Christian di Furia]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[inedito]]></category>
		<category><![CDATA[madre]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[padre]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=85946</guid>

					<description><![CDATA[di Cristian di Furia Un padre Quando otto anni fa mio padre è deceduto credevo mai più l&#8217;avrei rivisto: ieri invece mi ha telefonato per dirmi che era appena risuscitato. Poi ha chiuso, e io sono rimasto col telefono in mano. Poi ha richiamato e mi ha detto, ci vediamo? Quando, ho chiesto io. Ora, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di<strong> Cristian di Furia </strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/04-picasso-la-famiglia-soler.gif" alt="" width="634" height="411" class="alignleft size-full wp-image-86044" /><strong>Un padre</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando otto anni fa mio padre è deceduto credevo mai più l&#8217;avrei rivisto: ieri invece mi ha telefonato per dirmi che era appena risuscitato.<br />
Poi ha chiuso, e io sono rimasto col telefono in mano.<br />
Poi ha richiamato e mi ha detto, ci vediamo?<br />
Quando, ho chiesto io.<br />
Ora, ha detto lui.<br />
Dove, ho chiesto io.<br />
Sotto casa, ha detto lui.<br />
Quale, ho chiesto io.<br />
Ma aveva già chiuso. E io sono rimasto col telefono in mano.<br />
Così sono sceso, e sono sceso sotto casa mia, che non è casa di mia madre, da cui sono venuto via l&#8217;anno scorso, e non è casa di mio padre che a sua volta non è casa di mia madre – divorzi, litigi, comunione dei beni – e che non è neanche più casa di mio padre essendo, casa di mio padre, tornata casa del proprietario di casa cui mio padre pagava l&#8217;affitto e ha pagato finché è morto, casa mia, voglio dire, sono sceso sotto casa mia, quindi uscito dal portone: non c&#8217;era. Allora a piedi sono andato sotto casa di mia madre, che era anche casa di mio padre, e anche casa mia, e anche casa di mia madre finché mia madre non ha deciso di metterla in vendita da che sono andato via io e dacché di quella casa ha brutti ricordi, avendone invece trovati di più belli tra gli infissi e nei cassetti e sulle mensole della casa del suo nuovo compagno, quindi anche casa di mia madre prima che mia madre si trasferisse dalla casa di mia madre: non c&#8217;era. A quel punto, deciso, mi sono incamminato allora verso la casa di mio padre che non è più casa di mio padre e che non so di chi sia, se poi è di qualcuno, se poi, in effetti, è ancora dello stesso proprietario di prima o se invece non l&#8217;ha venduta come ha fatto mia madre con la casa di mia madre, sotto casa di mio padre che non è più di mio padre e che non so se ci abita qualcuno, se un nuovo padre o una nuova madre o un nuovo figlio o una nuova famiglia prima di diventare solo un padre, una madre e un figlio: non c&#8217;era. Quindi alla fine ho deciso di tornarmene a casa mia, perché casa mia, almeno questo, è casa mia e tanto basta, e così tornando da casa di mio padre, che non è più casa di mio padre, a casa mia, che è ancora casa mia, sono passato sotto casa nostra. Casa nostra è: casa nostra. La casa dove mio padre e mia madre hanno vissuto il loro amore, e io il loro amore e la mia infanzia. Ogniqualvolta, andando per la città, capitava di passarci sotto, tutti e tre ci giravamo, guardavamo il balcone del nostro vecchio appartamento e dicevamo: casa nostra. Non lo dicevamo, lo pensavamo. Casa nostra.<br />
E insomma mio padre stava lì. Quello per lui era: sotto casa; sotto casa: casa nostra.<br />
Mi stava aspettando, stava in silenzio, sul marciapiedi, in sella: a una bicicletta da bambini con le rotelle.<br />
Papà&#8230;<br />
Ciao.<br />
Ciao.<br />
Andiamo?<br />
Dove?<br />
Ma già era partito, già pedalava, già: in un fracasso rotolante di ferro su ferro e ferro sull&#8217;asfalto e l&#8217;asfalto era sconnesso, rotto sulle radici degli alberi emersi a rompere l&#8217;asfalto del marciapiedi lungo il quale mio padre pedalava a una lentezza esasperante, e facendo un rumore talmente assordante che mi guardavo intorno imbarazzato, ora per il rumore, ora per mio padre che stava sui pedali con le ginocchia che gli arrivavano alle orecchie.<br />
Siamo arrivati al parco quando mio padre ha detto: siamo arrivati al parco; fermiamoci qui, e ci siamo fermati.<br />
Avevo tante domande da fargli, e gliele avrei fatte pure, sulla strada, non fosse stato per il rumore. Avevo tante domande da fargli e gliele avrei fatte ora, gliele avrei fatte al parco. Una volta seduti, gliele avrei fatte seduti, sull&#8217;erba, e ci siamo seduti. Ci siamo, siamo seduti&#8230; E davanti a noi, più in là, ci sono due bambini: giocano, giocavano, a calcio. Uno tirava, uno parava. Quello che tirava ha tirato, e quando quello che parava ha parato si è poi alzato e ha rinviato, calciato, il pallone, al volo: il pallone, calciato, è andato in alto, in altissimo, e io che guardavo ho guardato i bambini che guardavano il pallone che in volo era sparito: quindi guardavano in alto, e basta, quasi pareva pregassero.<br />
Dopo qualche secondo il pallone è esploso: ma lontano. Come un fulmine, ma lontano, come per annunciare una pioggia, lontana: che presto sarebbe arrivata.<br />
Mi sono girato per dire a mio padre: hai visto?<br />
Ho visto, invece: che mio padre non c&#8217;era più.</p>
<p><strong>Una madre</strong></p>
<p>L&#8217;auto accosta, lo spazio è libero. Quello alla guida chiede, per sicurezza, e affacciandosi al finestrino: «È libero?».<br />
«Certo», gli risponde uno sulla soglia del teatro prospiciente.<br />
«Posso parcheggiarmi qui, allora?» domanda di nuovo l&#8217;autista.<br />
«Ma certo» gli risponde di nuovo il ragazzo sulla porta del teatro.<br />
L&#8217;auto accosta, lo spazio è libero. E ampio. All&#8217;autista è sufficiente svoltare, allinearsi al marciapiede. E spegnere.<br />
Esce dalla portiera e con un sorriso saluta quello davanti al teatro. Quasi contemporaneamente dallo sportello di dietro spunta una bambina, nove, massimo dieci anni. Sorride, è allegra, canticchia.<br />
«Papà!, papà!» dice, «Papà, posso aprire io a mamma?».<br />
«Va bene» le risponde il padre l&#8217;autista, «Apri tu».<br />
«Evviva» esclama gaia la bambina. Che dunque scesa dal sedile, chiusa la portiera, aggira la macchina per andare all&#8217;altro lato. Ma si ferma, davanti al bagagliaio. E poi bussa, sul lunotto.<br />
«Mamma?» chiama, «Mamma?» e bussa.<br />
E apre: il palmo rivolto in alto, le dita che fanno scattare la serratura del bagagliaio. Lo sportello che si alza.<br />
Nel bagagliaio non c&#8217;è niente, a parte una busta: nera, di quelle per l&#8217;immondizia. Piena: come una busta. Nera di cose; piena da buttare.</p>
<p><strong>Una famiglia</strong></p>
<p>Il piccolo non riesce a dormire: è notte e fa gli incubi. Così si sfila le coperte, scende dal letto, esce dalla camera e cammina: ha un pupazzo stretto al petto, giunge alla camera dei suoi, spinge la porta e entra.<br />
Papà? Mamma, papà?<br />
I genitori del bambino si scuotono dal torpore e lo guardano, teneri.<br />
Posso dormire con voi?<br />
Sospirano. Vieni, tesoro: rispondono.<br />
Il bambino sorride e si avvicina al letto matrimoniale. Si piega sulle ginocchia, poi si sdraia a terra. Finalmente striscia, sotto il letto, e si mette: tra mamma e papà.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>mater (# 4)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/08/24/mater-4/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2016/08/24/mater-4/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Aug 2016 05:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[madre]]></category>
		<category><![CDATA[mater]]></category>
		<category><![CDATA[proesie]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=63958</guid>

					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori &#160; Più di tutto &#160; amavi i libri i fiori i cieli i film chiacchierare viaggiare ridere ma più di tutto più di tutto adoravi sciare fin da ragazza fin dal fascismo su e giù e ancora giù l’aria cruda sugli zigomi giù e sempre giù leggera e intrepida nel riverbero cereo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Più di tutto</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>amavi i libri</p>
<p>i fiori</p>
<p>i cieli</p>
<p>i film</p>
<p>chiacchierare<span id="more-63958"></span></p>
<p>viaggiare</p>
<p>ridere</p>
<p>ma più di tutto</p>
<p>più di tutto</p>
<p>adoravi sciare</p>
<p>fin da ragazza</p>
<p>fin dal fascismo</p>
<p>su e giù</p>
<p>e ancora giù</p>
<p>l’aria cruda sugli zigomi</p>
<p>giù e sempre giù</p>
<p>leggera e intrepida</p>
<p>nel riverbero cereo</p>
<p>su e giù e su</p>
<p>e poi di nuovo giù</p>
<p>sulla scorza viscida</p>
<p>dei grattacapi nel fondovalle</p>
<p>(come tagliare il traguardo</p>
<p>della fine del mese?)</p>
<p>giù in ebbrezza vitalista</p>
<p>(per non dire postfascista)</p>
<p>giù nel bianco</p>
<p>giù nell’azzurro</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>perfino molto anziana</p>
<p>scivolavi lieve</p>
<p>sulla pelle della neve</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>anche sui giorni</p>
<p>slittavi agile</p>
<p>anche su me</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Dicevi cose orribili</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>dicevi cose orribili</p>
<p>senz’ombra di pietà</p>
<p>(il minimo sindacale</p>
<p>che s’ha per i morti)</p>
<p>o solo indulgenza</p>
<p>sull’uomo di mezzo secolo</p>
<p>e tre figli</p>
<p>(pur sempre una scelta tua</p>
<p>dando per scontata</p>
<p>la fregola del dopoguerra)</p>
<p>tuo marito</p>
<p>mio padre</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>C’è stato un tempo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>c’è stato un tempo</p>
<p>in cui andavamo al cinema</p>
<p>senza far troppo caso</p>
<p>al cartellone</p>
<p>per il gusto del buio</p>
<p>fitto di attori</p>
<p>di battiti di cuore</p>
<p>due compagni di scuola</p>
<p>due fidanzatini</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Allora piangevi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>stipavi il tuo tempo</p>
<p>come si incastrano</p>
<p>i pezzi di un puzzle</p>
<p>dopo il cinema</p>
<p>c’era il tomo da ultimare</p>
<p>poi ancora i giornali</p>
<p>il documentario alla tele</p>
<p>l’amica da chiamare</p>
<p>un cassetto da riordinare</p>
<p>giorno dopo giorno</p>
<p>mese dopo mese</p>
<p>(tracimante cisternina</p>
<p>di esuberanza)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>poi qualche volta</p>
<p>restavi senza pezzetti</p>
<p>incombeva la sera</p>
<p>pioveva</p>
<p>il telefono proprio taceva</p>
<p>allora piangevi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ho sognato</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ho sognato</p>
<p>ch’arrivavo tardi</p>
<p>eri già morta</p>
<p>già finiva il funerale</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Così fragile</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>così fragile</p>
<p>e così incrollabile</p>
<p>così cordiale</p>
<p>e così insopportabile</p>
<p>così superficiale</p>
<p>e così avida di cultura</p>
<p>così brutta</p>
<p>e così graziosa</p>
<p>così illogica</p>
<p>e così saggia</p>
<p>così vendicativa</p>
<p>e così riconoscente</p>
<p>così sventata</p>
<p>e così sapiente</p>
<p>così volubile</p>
<p>e così incrollabile</p>
<p>così glaciale</p>
<p>e così empatica</p>
<p>così impaziente</p>
<p>e così attenta</p>
<p>così supponente</p>
<p>e così tollerante</p>
<p>così veterofascista</p>
<p>e così libertaria</p>
<p>così inconseguente</p>
<p>e così ostinata</p>
<p>così pudica</p>
<p>e così immorale</p>
<p>così evanescente</p>
<p>e così carismatica</p>
<p>così inaffidabile</p>
<p>e così fedele</p>
<p>così femminista</p>
<p>e così retriva</p>
<p>così snob</p>
<p>e così disponibile</p>
<p>così paradossale</p>
<p>e così tetragona</p>
<p>così dimentica</p>
<p>e così memore</p>
<p>così contraddittoria</p>
<p>e così coerente</p>
<p>così detestabile</p>
<p>e così adorabile</p>
<p>così lontana</p>
<p>e così presente</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come sbrigato il più grosso</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>non mi manchi</p>
<p>sono anzi sollevato</p>
<p>che tu sia andata</p>
<p>finalmente andata</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>come sbrigato il più grosso</p>
<p>si avverte più vicina</p>
<p>la conclusione</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/08/24/mater-4/dsc_0524_rit_rid/" rel="attachment wp-att-64134"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-64134" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/DSC_0524_rit_rid.jpg" alt="DSC_0524_rit_rid" width="363" height="640" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/DSC_0524_rit_rid.jpg 363w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/DSC_0524_rit_rid-170x300.jpg 170w" sizes="(max-width: 363px) 100vw, 363px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2016/08/24/mater-4/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>8</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>mater (# 3)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/06/08/mater-3/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2016/06/08/mater-3/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jun 2016 05:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[lutto]]></category>
		<category><![CDATA[madre]]></category>
		<category><![CDATA[mater]]></category>
		<category><![CDATA[proesie]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=61988</guid>

					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori &#160; come foglie di novembre &#160; non mi dicevi ch’era morto l’amico d’una vita o l’ultraconfidente crollato un altro bastione dissertavi e divagavi murata nella logorrea (stizziti guizzi del mento) &#160; le persone sparivano dalle tue frasi troppo tese come foglie di novembre da tralci traumatizzati &#160; qualche spettro riafforava anni o [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>come foglie di novembre</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>non mi dicevi ch’era morto</p>
<p>l’amico d’una vita</p>
<p>o l’ultraconfidente</p>
<p>crollato un altro bastione</p>
<p>dissertavi e divagavi</p>
<p>murata nella logorrea</p>
<p>(stizziti guizzi del mento)<span id="more-61988"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>le persone sparivano</p>
<p>dalle tue frasi troppo tese</p>
<p>come foglie di novembre</p>
<p>da tralci traumatizzati</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>qualche spettro riafforava</p>
<p>anni o decenni dopo</p>
<p>fossile ben conservato</p>
<p>carezzato con discrezione</p>
<p>da un’altra era</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>eri molto bella</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>scavata e senza rossetto</p>
<p>(l’odiato rossetto</p>
<p>d’eccentrica borghesaccia</p>
<p>d’acculturata baldracca)</p>
<p>i capelli fini e candidi</p>
<p>sovrimpressa ormai a tua madre</p>
<p>eri più grave</p>
<p>eri molto bella</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p><strong> cosa ci faccio</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>cosa ci faccio</p>
<p>io già quasi anziano</p>
<p>da questa officiante</p>
<p>le sue introspezioni sagaci</p>
<p>dalla scia svolazzante</p>
<p>(vezzo o accento?)</p>
<p>intenderebbero riattarmi</p>
<p>i suoi affondi liturgici</p>
<p>svellerti dalla mia psiche</p>
<p>così s’accanisce un meccanico</p>
<p>su un catorcio d’annata</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>non sarebbe meglio</p>
<p>lo sfasciacarrozze?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>anche se guarisco</strong></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>anche se guarisco</em></p>
<p><em>cosa faccio</em></p>
<p><em>sono così vecchia</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>c’è stata un’era</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>c’è stata un’era</p>
<p>in cui il tuo mondo</p>
<p>era il mio mondo</p>
<p>la rampolla milionaria</p>
<p>la mia compagnetta</p>
<p>i tuoi romanzi i miei romanzi</p>
<p>la tua rivista progressista</p>
<p>l’arma per farmi grande</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ti seguivo nelle tue tappe</p>
<p>mondane e furibonde</p>
<p>(più scorno che invidia)</p>
<p>come un valletto allegro</p>
<p>(un caschetto platinato</p>
<p>di cantante pop)</p>
<p>come un pretendente</p>
<p>tutto sembrava quadrare</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>seguitando su quei tappeti</p>
<p>(basta aie acide d’urina</p>
<p>di cani smagriti alla catena</p>
<p>basta stalle con vacche smerdate)</p>
<p>avrei un foulard al collo</p>
<p>officerei a cene di potenti</p>
<p>(spettro forse di suicida?)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>ho detto ch’ero caduto</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>spazzavi il lastricato</p>
<p>energica e aggrondata</p>
<p>(tormenti certo di quattrini)</p>
<p>e io ti roteavo attorno:</p>
<p>eccitate giravolte</p>
<p>(la bici nuova di pacca!)</p>
<p>in esubero di vitalità</p>
<p>e d’attaccamento</p>
<p>un’esultanza insomma di cane</p>
<p>(in attesa d’altri umori)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>brandendo la scopa</p>
<p>m’hai scaricato addosso</p>
<p>la tua ira di rossa</p>
<p>m’hai fracassato il metacarpo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>all’ospedale vedevo</p>
<p>un terrore di roditore</p>
<p>nei tuoi occhi di vetro</p>
<p>temevi spifferassi tutto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ho detto ch’ero caduto</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>nel tuo arrenderti</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>nel tuo arrenderti</p>
<p>non avevi messaggi</p>
<p>da rimetterci</p>
<p>questioni da chiudere</p>
<p>o insomma riordinare</p>
<p>nessuna rivelazione</p>
<p>nessun mistero</p>
<p>perfino le tue malinconie</p>
<p>(battute da brezzette</p>
<p>più sanremesi che letterarie)</p>
<p>s’erano dissipate</p>
<p>restava la vergogna</p>
<p>d’un corpo ammutinato</p>
<p>l’ansia di ore fuori controllo</p>
<p>in balia di infermieri discinti</p>
<p>che ti davano del tu</p>
<p>(a te!)</p>
<p>il terrore del dolore</p>
<p>lo smacco di non poter officiare</p>
<p>lieve e dispotica</p>
<p>gaia e nevrastenica</p>
<p>come sempre</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>negli occhi di un bue al macello</p>
<p>c’è forse più metafisica</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=62310" rel="attachment wp-att-62310"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-62310" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/DSC_0644_rit_rid.jpg" alt="DSC_0644_rit_rid" width="442" height="640" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/DSC_0644_rit_rid.jpg 442w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/DSC_0644_rit_rid-207x300.jpg 207w" sizes="(max-width: 442px) 100vw, 442px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2016/06/08/mater-3/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>mater (# 2)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/05/24/mater-2/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2016/05/24/mater-2/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 May 2016 05:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[lutto]]></category>
		<category><![CDATA[madre]]></category>
		<category><![CDATA[mater]]></category>
		<category><![CDATA[proesie]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=61870</guid>

					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori &#160; come facciamo con le sedie &#160; come facciamo con le sedie ci tenevi tanto a regalarmele tu ma poi mancava il tempo per andare a sceglierle veniva la festa successiva avevo altre urgenze l’anno seguente ero  via il Natale dopo ancora mi faceva fatica &#160; un po’ era anche per non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>come facciamo con le sedie</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>come facciamo con le sedie</p>
<p>ci tenevi tanto</p>
<p>a regalarmele tu</p>
<p>ma poi mancava il tempo</p>
<p>per andare a sceglierle</p>
<p>veniva la festa successiva</p>
<p>avevo altre urgenze</p>
<p>l’anno seguente ero  via<span id="more-61870"></span></p>
<p>il Natale dopo ancora</p>
<p>mi faceva fatica</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>un po’ era anche</p>
<p>per non farti spendere</p>
<p>diciamola tutta</p>
<p>(anche le vecchie</p>
<p>accoglievano le chiappe</p>
<p>stando un po’ accorti)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ridevamo di queste sedie</p>
<p>che non arrivavano</p>
<p>né a Natale né mai</p>
<p>adesso come facciamo</p>
<p>è il mio compleanno</p>
<p>e il tempo lo avrei</p>
<p>(scegliere è niente)</p>
<p>tu però sei morta</p>
<p>(e i fratelli covano</p>
<p>l’eredità)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>perché mi guardate?</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>perché mi guardate</em></p>
<p><em>tutti?</em></p>
<p>sei sbottata all’ospedale</p>
<p>insofferente anche</p>
<p>ai rituali della morte</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>portavi pezzi di pane</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>con le tue gambettine</p>
<p>dure e storte</p>
<p>portavi pezzi di pane</p>
<p>e di polenta</p>
<p>e altri avanzi</p>
<p>non sapevi bene a chi</p>
<p>tassi e volpi</p>
<p>magari un cervo</p>
<p>vicino all’alloro</p>
<p>rovesciavi il sacchetto</p>
<p>il pane secco lo tritavi</p>
<p>danzando sui talloni</p>
<p>con il corpicino cocciuto</p>
<p>di bimba decrepita</p>
<p>il giorno dopo guardavi</p>
<p>s’avevano mangiato</p>
<p>il genero disapprovava</p>
<p>non era bene</p>
<p>nutrire le bestie</p>
<p>vicino alla casa</p>
<p>allora smettesti</p>
<p>(o meglio detto</p>
<p>lo facevi di nascosto)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>l’altra sera</p>
<p>ho svuotato anch’io il pane</p>
<p>di fianco all’alloro</p>
<p>mi sono ritrovato</p>
<p>a pestare i talloni</p>
<p>come facevi tu</p>
<p>danza in barba al cognato</p>
<p>e alle tassonomie</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>da dove veniva</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>da dove veniva</p>
<p>quella tua fibra tigliosa</p>
<p>di minuto mammifero</p>
<p>l’ostinazione a respirare</p>
<p>asma o non asma</p>
<p>a dilettarti sugli sci</p>
<p>e nei salotti</p>
<p>debiti o non debiti</p>
<p>poi con le forze residue</p>
<p>nelle poltrone dei cinema</p>
<p>in spedizioni sul prato</p>
<p>con passetti diligenti</p>
<p>sotto cieli come più vasti</p>
<p>battendo a carte</p>
<p>altri sopravvissuti</p>
<p>vincite e perdite</p>
<p>indignazioni e sarcasmi</p>
<p>ancora e ancora</p>
<p>parole e parole</p>
<p>smaniosi desideri minimi</p>
<p>una compulsione di esistere</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>perché non viene?</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>perché non viene?</em></p>
<p>hai chiesto al primo figlio</p>
<p>dopo la seconda operazione</p>
<p><em>perché non è ancora </em></p>
<p><em>venuto?</em></p>
<p>ti facevo aspettare</p>
<p>come sempre</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>la signora coi poteri magici</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>la signora coi poteri magici</p>
<p>mi stringe le mani</p>
<p>espelle dalla bocca</p>
<p>le tue parole di morta</p>
<p>a quanto pare</p>
<p>non hai trovato pace</p>
<p>non ancora</p>
<p>ma non ti lamenti</p>
<p>e ti scusi</p>
<p>ecco però che s’interpone</p>
<p>lo spettro di mio padre</p>
<p>brusco anche da defunto</p>
<p>dice ch’ha sbagliato</p>
<p>e anche lui si scusa</p>
<p>però m’ha amato</p>
<p>tiene a chiarire</p>
<p>(se non abbastanza</p>
<p>ci sono attenuanti)</p>
<p>poi torni in onda tu</p>
<p>come tamponando</p>
<p>un battibecco postumo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/05/24/mater-2/dsc_0657_rit2/" rel="attachment wp-att-61977"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-61977" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/DSC_0657_rit2.jpg" alt="DSC_0657_rit2" width="427" height="640" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/DSC_0657_rit2.jpg 427w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/DSC_0657_rit2-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 427px) 100vw, 427px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2016/05/24/mater-2/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>6</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>mater</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/05/10/mater/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2016/05/10/mater/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 May 2016 05:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[lutto]]></category>
		<category><![CDATA[madre]]></category>
		<category><![CDATA[mater]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[proesie]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=61785</guid>

					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori &#160; poi ricordo &#160; quando mi scopro stanco o le cose smottano mi dico che devo proprio chiamarti (il solito opportunista) poi ricordo che sei morta &#160; &#160; la psicanalista mi dice &#160; la psicanalista mi dice che da bambino m’hai preso in ostaggio sa che so ci tiene però a ribadirlo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>poi ricordo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>quando mi scopro stanco</p>
<p>o le cose smottano</p>
<p>mi dico che</p>
<p>devo proprio chiamarti</p>
<p>(il solito opportunista)</p>
<p>poi ricordo</p>
<p>che sei morta<span id="more-61785"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>la psicanalista mi dice</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>la psicanalista mi dice</p>
<p>che da bambino</p>
<p>m’hai preso in ostaggio</p>
<p>sa che so</p>
<p>ci tiene però a ribadirlo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>non infierisce sul presente</p>
<p>accarezza il coperchio</p>
<p>della trappola terapeutica</p>
<p>(e insomma retorica)</p>
<p>posponendo l’affondo</p>
<p>certo prematuro</p>
<p>con magnanime inspirazioni</p>
<p>d’umanesimo junghiano</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>le nostre chiamate</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>le nostre chiamate</p>
<p>si avviticchiavano</p>
<p>al tempo atmosferico</p>
<p>e alle maniglie dei giorni</p>
<p>in reciproca auscultazione</p>
<p>dei carsi sotto le frasi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>tu parlavi dei temporali</p>
<p>della forsizia</p>
<p>del primo ministro</p>
<p>io covavo sunti impacciati</p>
<p>per cibare quella gaiezza</p>
<p>certo di facciata</p>
<p>ma anche struggente</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>quando vieni?</em></p>
<p>sbottavi come per caso</p>
<p>deglutendo un respiro</p>
<p>di bambina</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>quei nostri abboccamenti</p>
<p>così pregni e così vacui</p>
<p>in bilico su impossibilità</p>
<p>diverse per me e per te</p>
<p>(lasciamo stare le colpe)</p>
<p>perseveravano tre minuti</p>
<p>e tot secondi</p>
<p>quattro minuti e tot secondi</p>
<p>lo decretava il display</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>come precipitando nel tempo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>vagando con la forchetta</p>
<p>discettavi degli scandali</p>
<p>della paga dei parlamentari</p>
<p>dell’onnipresenza del papa</p>
<p>impennavi il mento</p>
<p>strizzando le guance</p>
<p>minuscola e fremente</p>
<p>inscenavi insomma te stessa</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>poi invece ridevi</p>
<p>arcuata in avanti</p>
<p>con scrosci irrefrenabili</p>
<p>come precipitando nel tempo</p>
<p>ubriaca d’allegria</p>
<p>qualche volta mi riusciva</p>
<p>dimenticavi la tua parte</p>
<p>e i novant’anni</p>
<p>eri di nuovo la discola</p>
<p>con l’insolente zazzera</p>
<p>di rame</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> </em><strong>tramite l’indovina</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>tramite l’indovina</p>
<p>mi hai detto</p>
<p>che non m’hai capito</p>
<p>ti sei scusata</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em><strong>dopo l’iniezione</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>dopo l’iniezione</p>
<p>per ucciderti</p>
<p>guardavi sopra le nostre teste</p>
<p>rilassata e come stupita</p>
<p>ma anche divertita</p>
<p>un cinema tutto per te</p>
<p>danze certo di morti</p>
<p>quindi anche ironica</p>
<p>i fremiti nelle guance</p>
<p>di chi sta per ridere</p>
<p>proprio così t’avrei voluta</p>
<p>potendo resettare</p>
<p>m’accorgevo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/05/10/mater/dsc_0661_rit_rid/" rel="attachment wp-att-61816"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-61816" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/DSC_0661_rit_rid.jpg" alt="DSC_0661_rit_rid" width="640" height="421" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/DSC_0661_rit_rid.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/DSC_0661_rit_rid-300x197.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/DSC_0661_rit_rid-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(% continua)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2016/05/10/mater/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>un’iniezione e via</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/12/13/tho-sempre-fatto-aspettare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Dec 2015 07:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[eutanasia]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[madre]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[proesie]]></category>
		<category><![CDATA[testamento biologico]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=58742</guid>

					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori t’ho sempre fatta aspettare e t’innervosivi non sopportavi l’inazione e i legacci dei legami melensi o plebei che li giudicassi (protofemminismo in salsa vitalista con afflati estetici ma anche mussoliniani: nevrosi novecentesche riassumeremmo oggi) &#160; perfino stavolta ho tergiversato coi miei demoni: dispatie compensatrici di figlio del trauma quando vieni? m’hai chiesto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>t’ho sempre fatta aspettare</p>
<p>e t’innervosivi</p>
<p>non sopportavi l’inazione</p>
<p>e i legacci dei legami</p>
<p>melensi o plebei</p>
<p>che li giudicassi</p>
<p>(protofemminismo</p>
<p>in salsa vitalista</p>
<p>con afflati estetici</p>
<p>ma anche mussoliniani:<span id="more-58742"></span></p>
<p>nevrosi novecentesche</p>
<p>riassumeremmo oggi)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>perfino stavolta</p>
<p>ho tergiversato</p>
<p>coi miei demoni:</p>
<p>dispatie compensatrici</p>
<p>di figlio del trauma</p>
<p><em>quando vieni?</em></p>
<p>m’hai chiesto</p>
<p>(ombre di parole</p>
<p>perentorie e materne</p>
<p>nel telefono</p>
<p>sospeso a mani d’altri)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>avevi furia</p>
<p>d’andare</p>
<p><em>un’iniezione e via</em></p>
<p>eri tanto stanca</p>
<p>piumetta di nervi</p>
<p>e ossicini</p>
<p>(peraltro non miei)</p>
<p>smaniosi di nozioni</p>
<p>e romanzi</p>
<p>fino sotto morfina</p>
<p>(ancora e sempre)</p>
<p><em>ho vissuto tanto…</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>mercoledì?</em></p>
<p>ha brusito</p>
<p>il filino roco</p>
<p>ormai sfinito</p>
<p style="padding-left: 150px;"><em>a Rosemarie Lange (“Piuma”), mater mea<br />
</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-08-04 22:24:02 by W3 Total Cache
-->