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	<title>mafia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Terra Colta &#8211; romanzo d&#8217;esordio di Filippo Pistoia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Aug 2025 06:50:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[Terra Colta è il romanzo d'esordio di Filippo Pistoia, un noir mediterraneo ambientato a Palermo.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-114460 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/PHOTO-2025-06-12-17-10-50-195x300.jpg" alt="" width="255" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/PHOTO-2025-06-12-17-10-50-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/PHOTO-2025-06-12-17-10-50-667x1024.jpg 667w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/PHOTO-2025-06-12-17-10-50-150x230.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/PHOTO-2025-06-12-17-10-50-300x460.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/PHOTO-2025-06-12-17-10-50-696x1068.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/PHOTO-2025-06-12-17-10-50-274x420.jpg 274w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/PHOTO-2025-06-12-17-10-50.jpg 720w" sizes="(max-width: 255px) 100vw, 255px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>La prima e unica indagine del Prof. Salvo Perricone</strong></p>
<p>ANTEFATTO</p>
<p>30 marzo 1947</p>
<p>“Andrea Raia di Casteldaccia, sindacalista, ucciso dai mafiosi locali mandati dai grossi proprietari terrieri fascisti e separatisti nell’agosto del ’44. Agostino D’Alessandria, di Ficarazzi, segretario della camera del lavoro, ucciso a settembre del ’46 per la sua lotta contro la mafia che controlla i pozzi per l’irrigazione. Gaetano Guarino, sindaco socialista di Favara, ucciso a maggio del ’46 dopo appena sessantacinque giorni dalla sua elezione; la sua unica colpa: chiedere a gran voce l’attuazione dei decreti Gullo per la ridistribuzione delle terre incolte. Pino Camilleri, sindaco socialista di Naro. E di recente, negli ultimi mesi, i nostri compagni e amici Accursio Miraglia, a Sciacca, e Pietro Macchiarella, a Ficarazzi, Leonardo Salvia, a Partinico…”.</p>
<p>In trentamila stavano ascoltando, senza fiatare, quel lungo elenco di nomi. Uomini, donne in rigoroso silenzio. Anche i bambini non fiatavano: i neonati erano stati attaccati al seno dalle madri per non farli piangere, i più grandicelli zitti per paura di prendere qualche scappellotto dai padri. Trentamila contadini giunti a Palermo da tutti i paesi della Sicilia occidentale, volti scavati dalla fame, coppole e vestiti logori. Molti di loro con gli occhi pieni di lacrime: i nomi che Li Causi, dal podio, stava elencando, erano stati compagni di tante lotte.</p>
<p>“È a loro che dobbiamo la vittoria di oggi. Al loro sacrificio”.</p>
<p>Un applauso scrosciante sostituì il silenzio.</p>
<p>Salvatore sentì il fragore di quel battere di mani quando era già arrivato al centro dei Quattro Canti. Camminava cercando di non pestare la distesa di merde di cavallo e di mulo che riempiva via Maqueda. La protesta era arrivata in città a dorso di scecco e aveva lasciato un palmo di concime lungo le strade, fin sopra i marciapiedi. Un percorso insidioso, soprattutto per le sue scarpe nuove, comprate, con tanti sacrifici, qualche giorno prima.</p>
<p>Stava tornando alla stazione centrale per prendere l’ultima corriera, quella delle 18, che l’avrebbe riportato a casa. Non vedeva l’ora di raccontare a sua moglie Giovanna, per filo e per segno, tutti i momenti di quella eroica giornata: l’incontro, all’alba, con i compagni davanti alla Casa del Popolo nella piazza del paese, poi il viaggio di andata in corriera in un misto di speranza e di paura per le sorti della manifestazione che da settimane stavano organizzando, l’arrivo a Palermo, il raduno a piazza Indipendenza con i rappresentanti delle centinaia di leghe cooperative nate negli ultimi tre anni, gli stendardi che riempivano l’area, la marcia verso la sede dell’Alto Commissario per la Sicilia, le bandiere rosse dei Fasci Siciliani che, tirate fuori dai loro nascondigli, di nuovo tornavano a sventolare, la delegazione, guidata da Mommo Li Causi che entrava dentro il palazzo, ore e ore di composta attesa e poi infine l’esplosione di applausi quando Li Causi, uscito dall’incontro con l’Alto Commissario, salito su un podio costruito alla buona durante l’attesa, aveva dichiarato vittoria.</p>
<p>Sulla corriera, seduto in disparte, mentre i suoi compagni ridevano e festeggiavano, Salvatore Perricone stava in silenzio, si godeva il paesaggio e la sensazione di soddisfazione che gli riempiva l’anima. La stanchezza per l’interminabile marcia era svanita. Così come erano svanite anche la paura per il futuro incerto e la rabbia contro il gabellotto mafioso al soldo del barone che l’aveva minacciato fino a pochi giorni prima. La gioia per il risultato raggiunto in quella giornata di vittoria del movimento contadino aveva annullato anche il dolore ai piedi per le scarpe nuove.</p>
<p>Sorrideva pensando alle tonnellate di letame che ingombravano le strade di Palermo. E, pieno di letame, oltre alle strade, c’era anche l’Alto Commissario per la Sicilia che adesso doveva per forza applicare i decreti Gullo dopo tre anni dalla loro emanazione. Tre anni in cui il blocco formato da politici, latifondisti e mafiosi aveva spadroneggiato infischiandosene della riforma agraria proposta dal Comitato di Liberazione Nazionale.</p>
<p>Giovanna ci avrebbe creduto? Avrebbe creduto che finalmente, dopo anni di lotte, avrebbero avuto anche loro diritto alla terra?</p>
<p>Sceso dalla corriera si mise a correre verso casa, veloce, incurante dei compaesani che lo chiamavano per avere notizie della marcia. Aprendo la porta trovò un gran casino: i pochi mobili erano riversi a terra, le sedie a gambe all’aria, il tavolo addossato a una parete. Si diresse verso l’unica altra stanza e trovò la moglie in lacrime, sul letto, mezza nuda, con la veste a brandelli.</p>
<p>Salvo non disse niente, le si sedette accanto e la strinse a sé.</p>
<p>“Don Calò fu, con suo figlio e suo compare”.</p>
<p>Furono queste le uniche parole, intervallate da lunghi singhiozzi, che udì da lei per molti e molti giorni.</p>
<p>*</p>
<p>11 maggio 2024</p>
<p><em>Questa terra, questa sconfinata solitudine schiacciata dal sole, è la Sicilia, che non è soltanto il ridente giardino di aranci, ulivi, fiori che voi conoscete, o credete di conoscere, ma è anche terra nuda e bruciata, muri calcinati di un biancore accecante, uomini ermetici dagli antichi costumi che il forestiero non comprende. Un mondo misterioso e splendido di una tragica ed aspra bellezza…</em></p>
<p>“Ivan, per favore, metti in pausa”.</p>
<p>La voce fuori campo si interruppe, Salvo accese la luce, un paio dei suoi studenti strinsero gli occhi che ormai si erano abituati al buio della sala.</p>
<p>“Ecco, adesso guardate le prossime scene del film. Immaginate i personaggi con cappelli e vestiti da cowboy. Questo di Pietro Germi è indubbiamente il primo western italiano. Ivan, premi play”.</p>
<p>Le scene di <em>In nome della legge</em> si susseguirono proiettate sullo schermo: i banditi mascherati, l’agguato e l’esecuzione del carrettiere, il furto dei muli. L’antesignano degli spaghetti western di Sergio Leone.</p>
<p>“Ivan, metti di nuovo in pausa. Ecco, state attenti adesso a quello che succede: questa è una delle prime pellicole in cui si comincia a trattare il tema del rapporto tra mafia e latifondismo. Tra un po’ il barone Lo Vasto lo dirà chiaramente che i notabili del tempo facevano affari con i campieri e con i gabellotti che rappresentavano la mafia di allora”.</p>
<p>“Prof, ma così ci sta spoilerando tutto il film”.</p>
<p>La voce arrivò dal centro della sala provocando una risata collettiva.</p>
<p>“Avete ragione! Dai, Ivan, attacca, proverò a non interrompere più”.</p>
<p>Salvo Perricone amava alla follia tutto il cinema neorealista, in particolare adorava i film e i documentari che raccontavano il mondo contadino. E In nome della legge, capolavoro del 1947 di Germi, era uno dei suoi preferiti.</p>
<p>Ci aveva pure scritto un libro su quell’opera.</p>
<p>Poca cosa, comunque, in confronto alle dozzine di saggi che invece aveva dedicato alla storia del movimento contadino e alle lotte popolari dell’Ottocento e del Novecento italiano.</p>
<p>Salvo ci aveva costruito tutto il suo percorso accademico su quel periodo storico: prima da studente, poi da dottorando, dopo da ricercatore. E ora, da professore associato dell’Università di Palermo.</p>
<p>Anni e anni di studi e di meticolosa ricerca storica gli avevano permesso di ingraziarsi il professore Vinciguerra, il titolare della cattedra di Storia contemporanea della sua facoltà. Vinciguerra lo aveva voluto prima come assistente e in seguito come associato, affibbiandogli tutto il lavoro: le lezioni, gli esami, i ricevimenti con gli studenti. Ma Salvo non percepiva tutto questo come sfruttamento, anzi, al contrario, era felice del suo ruolo: amava trasmettere le proprie conoscenze, lo faceva con passione, con dedizione. E gli studenti, a loro volta, lo amavano. Era un giovane professore dai modi poco convenzionali che riusciva a catturare l’attenzione di tutta l’aula, soprattutto l’attenzione delle studentesse e in particolare quella di Agnese, ricercatrice fresca fresca di incarico che lo seguiva in tutte le attività didattiche da lui proposte: gruppi di ricerca, organizzazioni di mostre, rassegne cinematografiche a tema, convegni, lezioni di approfondimento. Agnese aveva una cotta stratosferica per Salvo.</p>
<p>Anche Ivan, l’altro ricercatore, l’aveva. Ma, a differenza di Agnese, Ivan, pigro com’era, non aveva voglia di impegnarsi di più nella sua ricerca per poter trascorrere più tempo con il suo amato professore.</p>
<p>I titoli di coda cominciarono a scorrere sullo schermo dopo la cavalcata del mafioso Don Turi, interpretato da Charles Vanel, e dei suoi uomini.</p>
<p>Salvo Perricone accese le luci in sala. “Allora, che ne pensate? Commenti?”.</p>
<p>Agnese intervenne immediatamente, scatenando la gelosia di Ivan: “È emblematica nel film la figura del giovane magistrato Guido Schiavi. La sua insistente lotta contro l’ingiustizia fa quasi tenerezza. Io la trovo mielosa…”.</p>
<p>L’intervento dal tono cinico di Agnese venne interrotto sul nascere dallo squillo di uno smartphone.</p>
<p>Salvo si guardò attorno irritato: “Per favore! Vi ho sempre chiesto di tenere i cellulari spenti in aula…”.</p>
<p>Si interruppe vedendo Ivan, accanto al proiettore, che gesticolava per attirare la sua attenzione. Il ragazzo indicava con insistenza la valigetta in pelle che il professore teneva sulla cattedra.</p>
<p>Salvo, rosso di vergogna, si scusò con la platea e tirò fuori dalla borsa lo smartphone.</p>
<p>Sullo schermo lesse un nome che lo incupì: <em>Mario Sinna.</em></p>
<p>*</p>
<p>Salvo chiuse la porta dell’aula alle sue spalle lasciando dentro Agnese che aveva ripreso il suo intervento.</p>
<p>Rispose al telefono con tono infastidito: “Mario, dimmi, che c’è? Sono a lezione. È urgente?”.</p>
<p>“Certo che è urgente. Altrimenti non ti avrei chiamato. Lo so che a quest’ora sei all’università, sono dieci anni che sei sempre lì”.</p>
<p>“Che fa sfotti?”.</p>
<p>“No, assolutamente!”.</p>
<p>Salvo percepì il tono sarcastico dell’amico.</p>
<p>“Dai, non farmi perdere tempo, ho gli studenti che mi aspettano”.</p>
<p>“E mi sa che devono aspettare un po’. Ho bisogno di te. Stamattina abbiamo trovato il cadavere di una persona di novant’anni”.</p>
<p>“E io che c’entro, Mario? Le persone a novant’anni muoiono. È così che va la vita”.</p>
<p>“Sì, solo che questo non è morto per cause naturali. È stato ucciso nel letto mentre dormiva”.</p>
<p>“Oh, cazzo! A quell’età? È stata una rapina?”</p>
<p>“Dentro casa sembra non manchi niente. C’è tutto: soldi, gioielli&#8230; No, non si tratta di una rapina”.</p>
<p>“E quindi?”.</p>
<p>Silenzio.</p>
<p>“Mario, scusami, devo continuare a farti io le domande o vuoi finalmente svelarmi il motivo di questa telefonata?”.</p>
<p>Silenzio.</p>
<p>“Ohi, Mario, ci sei ancora? Pronto. Mario?”.</p>
<p>Ancora silenzio.</p>
<p>“Pronto. Ma che fa, è caduta la linea? Mario?”</p>
<p>“Scusa, è che sono rientrato nella stanza da letto. Qui la scena del delitto è assurda. Sembra il set di un film horror. C’è sangue ovunque. Ti ricordi quando eravamo bambini e abbiamo assistito all’omicidio di Nino ’U Summaccu? Ti ricordi quanto sangue c’era sul muro della sala biliardo? Qui ce n’è molto, molto di più! Credimi”.</p>
<p>Salvo si perse nei ricordi: Nino <em>’U Summaccu</em> era stato il primo della catena di morti ammazzati a Belmonte Mezzagno durante la seconda guerra di mafia dall’81 all’84. Gli avevano sparato in faccia in pieno giorno mentre ancora aveva la stecca in mano dopo un tiro a carambola. Il killer mandato dai corleonesi era fuggito via nello stesso istante in cui Salvo e Mario stavano entrando nella sala. La scena terrificante che si era svelata ai loro occhi non l’avrebbero più scordata.</p>
<p>“Sì, certo che lo ricordo. Hanno sparato in faccia pure a questo novantenne?”.</p>
<p>“L’hanno sgozzato come un animale e con il sangue l’assassino ha scritto una frase sul muro. È per questo motivo che ti ho chiamato. Ho bisogno del tuo aiuto per decifrare la frase”.</p>
<p>“Scusami, Mario, ma non ho capito. E perché telefoni a me? Cos’è, mi hai fatto un contratto da consulente e io non me ne sono accorto? Io mica sono della polizia scientifica!”.</p>
<p>La porta alle sue spalle si aprì, e via via gli studenti cominciarono a uscire. Agnese per ultima.</p>
<p>La ragazza si fermò a pochi passi da lui “Prof, tutto bene? È successo qualcosa di grave?”.</p>
<p>Salvo con un cenno della mano la tranquillizzò: “Tutto bene, grazie. Sono al telefono con un amico”.</p>
<p>Quando Agnese si fu allontanata, riprese la conversazione telefonica: “Mario, scusa, i miei studenti sono appena andati via, li ho salutati”.</p>
<p>“Scusami tu per avere interrotto il tuo lavoro. Mi sei venuto in mente e ti ho chiamato senza pensarci su. Ho bisogno che mi aiuti a capirci qualcosa. In vent’anni di servizio non avevo mai visto niente di simile”.</p>
<p>Il tono del maresciallo Mario Sinna non era spavaldo come al solito. La sua era davvero una richiesta di aiuto.</p>
<p>Salvo si mise in modalità ascolto.</p>
<p>“Con il sangue schizzato dalla giugulare l’assassino ha scritto: …<em>è del sistema</em> e l’ha scritto su un foglio di carta attaccato con lo scotch alla parete. Aspetta che ti leggo il resto: <em>Persuadevo dolcemente i lavoratori morenti di fame che la colpa non è di alcuno…</em> E poi ci sono decine di volantini ciclostilati attaccati in giro per la stanza, volantini comunisti che inneggiano al movimento contadino, alla distribuzione delle terre. Che significa, Salvo?”.</p>
<p>“La frase che mi hai letto è di Nicola Barbato, capopopolo dei Fasci Siciliani dei Lavoratori. È un pezzo del suo discorso al processo dell’aprile 1894 dopo la messa al bando del movimento…”.</p>
<p>“Hai visto che avevo ragione a chiamarti? Lo sapevo che avresti decifrato la frase. È il tuo mondo, questo. A che ora torni in paese? Vorrei mostrarti le foto degli altri reperti trovati a casa del morto”.</p>
<p>“Rientro alle 18. Dove ti raggiungo? Chi è il morto?”.</p>
<p>“È Don Ciccio Passalacqua, il vecchio capomafia in pensione ormai da vent’anni”.</p>
<p>“Cazzo, Don Ciccio? Ma perché non me lo dicevi prima?”.</p>
<p>“Perché se lo avessi fatto, non mi avresti aiutato”.</p>
<hr />
<p><strong>Filippo Pistoia</strong> (Palermo, 1975) da più di vent’anni è manager di progetti culturali in Sicilia. Negli ultimi anni ha concentrato le sue energie sul processo di rivitalizzazione dei Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo In <em>Terra colta</em>, il suo primo romanzo, ha provato a fondere le sue due principali passioni: le lotte contadine del Novecento e il noir mediterraneo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Lo studio di Sciascia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Mar 2018 11:00:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Schillaci &#160; Il brano è stato pubblicato nel numero della rivista francese « Atelier du roman » dedicato a Leonardo Sciascia (autunno 2016, traduzione di Eloisa Del Giudice). &#160; LO STUDIO DI SCIASCIA  &#160; Per uno scrittore siciliano come me, Leonardo Sciascia rappresenta un maestro. E in tempi in cui i maestri scarseggiano, averne uno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Schillaci</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center">Il brano è stato pubblicato nel numero della rivista francese « Atelier du roman » dedicato a Leonardo Sciascia (autunno 2016, traduzione di Eloisa Del Giudice).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center"><strong>LO STUDIO DI SCIASCIA</strong><em> </em></p>
<p style="text-align: center"><em><img loading="lazy" class="wp-image-72961 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/studio-sciascia-300x169.jpg" alt="" width="392" height="221" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/studio-sciascia-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/studio-sciascia-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/studio-sciascia-1024x576.jpg 1024w" sizes="(max-width: 392px) 100vw, 392px" /></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per uno scrittore siciliano come me, Leonardo Sciascia rappresenta un maestro. E in tempi in cui i maestri scarseggiano, averne uno è un lusso che devo dimostrare di potermi permettere.</p>
<p>Per farlo, ormai da qualche anno, vado in visita alla Noce, nella casa vicino il paese di Racalmuto, in provincia di Agrigento, dove Leonardo Sciascia scriveva i suoi libri e invitava gli amici più intimi. Ad accogliermi nella casa della Noce è suo nipote Vito Catalano, la moglie polacca e le figlie.</p>
<p>Vito ci tiene a ricordarmi che qui, nella casa della Noce, tutto è rimasto uguale per rispetto alla memoria del nonno. Dopo un pranzo italo-polacco, Vito mi accompagna in pellegrinaggio al piano di sopra, dove c’è lo studio di Sciascia. Già la scala, con le sue mura tappezzate di mappe siciliane, mi fa capire che ci stiamo addentrando in uno spazio particolare, sobrio e magico al contempo. Superata una vecchia libreria traboccante di vecchie edizioni italiani e francesi, sulla destra di uno stretto corridoio, ecco aprirsi lo studio di Sciascia: una piccola camera con lo scrittoio e la macchina da scrivere Olivetti Lettera 22 di quel colore unico, un verde acqua bluastro che potremmo definire « color Lettera 22 ». Lo studio di Sciascia sembra la cella di un monaco emanuense, o anche l’ufficio di un ragioniere di paese : « tutto è come l’ha lasciato il nonno », mi ripete ancora Vito, come se non si vedesse, o come per volersi giustificare da eventuali incaute intrusioni. Certo, essere il nipote di Leonardo Sciascia deve essere una bella responsabilità, una missione che Vito porta avanti con cura filologica delle « cose del nonno ».</p>
<p>Lo studio di Sciascia è un microcosmo in cui risuona tutta l’opera dello scrittore siciliano. A partire dalla caricatura ottocentesca che campeggia sullo scrittoio, proprio dietro la sedia su cui scriveva: è una parata di scrittori francesi, più o meno noti, da Balzac a Hugo, che avanza baldanzosa sotto la scritta « Le grand chemin de la posterité ». Ecco la sferzante ironia di Sciascia e la passione per la letteratura francese, a cui fa eco, sulla destra, la caricatura di Voltaire, in un disegno dell’epoca, a testimonianza del culto della ragione a cui il maestro di Racalmuto dedicò la sua opera. Un culto sempre messo in crisi, come tutte le fedi profondamente vissute, senza alcuno zelo religioso, ma con una tensione costante per la ricerca e la consapevolezza di una qualche verità.</p>
<p>Ai lumi dei filosofi e dei grandi romanzieri francesi ribatte, sulla parete di fronte, un documento seicentesco in latino, che a ben guardare è una condanna del Tribunale dell’Inquisizione spagnola di Palermo: ecco l’ombra spagnolesca, il lato oscuro dell’uomo, a testimonianza del destino della terra di Sciascia, una Sicilia poco illuminata dalla ragione, ma semmai arsa dalle fiamme del potere e soffocata dal buio dell’oscurantismo. Con questa contrapposizione si spiega la sua passione per la Francia dell’arte e delle scienze, il volgersi alla Ragione come antidoto all’occulto del potere, agli intrighi della corruzione, alle trame dell’ingiustizia, ben sintetizzata anche dalla stampa delle « carceri » di Giovanni Piranesi. Queste due immagini, l’Inquisizione cattolica e le carceri, erano sempre davanti agli occhi dello scrittore, come a sfidarlo, a ricordare un’altra ossessione di Sciascia: lo Stato di diritto e le sue caricature pericolose, orribili.</p>
<p>La Spagna, poi, altro amore e odio di Sciascia, fa capolino anche sul disegno autografato di Picasso dedicato al poeta Antonio Machado. La Spagna cattolica e superstiziosa che ha governato per secoli la Sicilia e a cui sono state addossate le colpe del mancato sviluppo del Meridione d’Italia, dell’origine della Mafia e della corruzione, della miseria e dell’ignoranza borbonica… accusa a cui Sciascia, col suo spirito critico e indagatore, non ha mai creduto. Le cose sono molto più complesse, sosteneva Sciascia, ma vanno analizzate con cura e raccontate con semplicità, per sgarbugliare la matassa dell’impostura, sempre in agguato tra le righe della storia ufficiale. In questo suo atteggiamento non c’era nulla, ovviamente, del complottismo contemporaneo, disinformato e disinformante, ma si trattava di una consapevolezza antica, pervasa dalla passione per gli studi storici, dalla capacità di saper decifrare i codici dell’ideologia e della propaganda.</p>
<p>E infine, sulla parete di sinistra, ecco due piccole fotografie posizionate in uno strano ordine geometrico, come a sorreggere lo scrittoio di Sciascia, due ritratti che raffigurano i maestri siciliani Verga e Pirandello: il verismo di Verga, la necessità di raccontare il reale, la cultura contadina, lo sfruttamento dei più deboli ; e l’amara ironia di Pirandello, il maestro dei maestri, colui che ha fatto filosofia con la letteratura e letteratura con la filosofia, lo scrittore che ha indagato la follia dentro di noi, il teatro lì fuori e le maschere sul volto di ognuno.</p>
<p>Mi attardo sull’immagine di Pirandello, sui bastoni di Sciascia sistemati in un angolo, in basso, su alcuni libri, pochissimi, lasciati lì, nella vetrinetta di fronte. Poi Vito mi esorta a uscire, con garbo, come invitandomi a lasciare in pace il nonno, che sembra lì, alla sua Olivetti « Lettera 22 », felice di aver ricevuto questa visita, ma in attesa che lo si lasci in pace per rimettersi a lavorare.</p>
<p>Scendo le scale e spunta un’altra immagine, quasi nascosta, di cui non mi ero accorto. È un ex-voto popolare che raffigura un uomo elegante e una donna in posa da incantatrice. Vito mi spiega che l’ex-voto apparteneva alla nuora di Sciascia, che lo aveva fatto fare per scongiurare che il figlio si innamorasse di quella donna perversa e malvagia raffigurata sul quadro. Ecco che la sensualità e le credenze popolari, magiche e religiose, spagnolesche se vogliamo, fanno ancora capolino nel mondo di Sciascia, seppur in un sottoscala, come se il maestro di Racalmuto volesse reprimerle per onta o per paradossale superstizione.</p>
<p>Vito prepara il caffé. Lo beviamo fuori, in terrazza, guardando il panorama, mentre le sue figlie di otto e cinque anni suonano il violino; Sciascia avrebbe sicuramente apprezzato la loro grazia. Dalla casa della Noce si vede tutto intorno, a trecentosessanta gradi. Se potessimo definire uno scrittore da ciò che vede dal posto in cui scrive, la vista panoramica di Sciasca potrebbe sovrapporsi perfettamente ai temi e alle figure della sua opera. Sciascia, dalla Noce, vedeva tutto: la villa del barone e quella del mafioso, il paese vicino e le campagne intorno, alberi, colline, e in fondo i Monti Sicani. Sciascia vedeva tutto, tranne il mare, come se fosse prigioniero di questa isola, della sua storia e delle sue contraddizioni, della sua bellezza e della sua arroganza.</p>
<p>Ho scritto che della Noce si vede la villa di un mafioso, ma sarebbe il caso di aggiungere una precisazione : Vito mi spiega che lì ci andava da bambino, col nonno, per assaggiare il formaggio di pecora, quando quel posto era ancora un caseificio di campagna, e cioè prima di essere acquistato dal mafioso di cui sopra, il quale ha ingrandito il vecchio casale, con nuovi muri e orrende finestre d’alluminio. La nuova costruzione è stata innalzata qualche anno dopo la morte di Sciascia, come se il mafioso non osasse farlo finché lo scrittore fosse ancora in vita.</p>
<p>Questa villa sciatta e sgraziata mi sembra il simbolo di un tempo crudele che non riesce a volgersi alla luce della Ragione, ma rinnova meccanismi di oppressione e di bruttezza. Come se, nella Sicilia che fu Magna Grecia, menzogna e bruttezza fossero concetti legati per sempre, in opposizione alla verità e alla bellezza, che Sciascia ha rigorosamente cercato.</p>
<p>« La Sicilia come metafora », recitava il titolo di un libro-intervista di Marcelle Padovani al maestro di Racalmuto, e mi verrebbe d’aggiungere anche « la Sicilia come ossessione ». E infine, per me, « Sciascia come ossessione » : la necessità di illuminare gli intrighi, non per il piacere consolatorio di risolverli, ma per esplorarne la complessità, raccontare il mondo per quello che è, la sua ingiustizia e la sua beffarda bellezza.</p>
<p>L’appuntamento alla Noce, con Vito, è per il prossimo anno, come sempre a ridosso di ferragosto, per discutere dei nostri progetti e ricordare suo nonno: entrare nello studio di Sciascia, per non più di cinque minuti, e restare lì, in silenzio, a scrutare l’Olivetti « Lettera 22 », in questa piccola stanza che era il faro di Sciascia sulla realtà, il suo esilio dalla realtà, al centro di un’isola senza mare.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Salviamo Monte Inici</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/08/02/salviamo-monte-inici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Aug 2017 15:29:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Un attacco senza precedenti sta devastando il territorio di Castellammare del Golfo, uno dei luoghi turistici più pregevoli della provincia di Trapani. Nel giro di un mese sono stati presi di mira in rapida successione Monte Inici con quattro incendi consecutivi, Monte Sparagio e la Riserva dello Zingaro. L’ultimo attacco, martedì 25 luglio, ha persino [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="" dir="ltr">
<div class="x_gmail_quote">
<div class="" dir="ltr">
<p class="x_MsoNormal"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-69255" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/IMG_6084-640x420.jpg" alt="" width="640" height="420" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/IMG_6084-640x420.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/IMG_6084-640x420-300x197.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/IMG_6084-640x420-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p class="x_MsoNormal"><span class="">Un attacco senza precedenti sta devastando il territorio di <strong>Castellammare del Golfo</strong>, uno dei luoghi turistici più pregevoli della provincia di Trapani.</span></p>
<div class=""><span class="">Nel giro di un mese sono stati presi di mira in rapida successione <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Monte_Inici">Monte Inici</a> con quattro incendi consecutivi, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Monte_Sparagio">Monte Sparagio</a> e la <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Riserva_naturale_orientata_dello_Zingaro">Riserva dello Zingaro</a>. L’ultimo attacco, martedì 25 luglio, ha persino lambito una chiesetta e alcune abitazioni nella periferia del paese.  </span></div>
<div class=""><span class="">Ma questi roghi non sono gli unici che nei giorni scorsi hanno interessato la Sicilia e l’intero Paese. Le fiamme hanno devastato ettari ed ettari di bosco e messo a repentaglio l’incolumità di cittadini e turisti anche in Campania, Lazio, Sardegna, Toscana. </span></div>
<div class=""><span class="">Noi non sappiamo quali interessi specifici ci siano dietro questi che non esitiamo a definire veri e propri attentati all&#8217;ambiente, non abbiamo le prove del giro d&#8217;affari che può muoversi intorno alle operazioni di spegnimento degli incendi o alla manutenzione e riqualifica delle aree bruciate.</span></div>
<div class=""><span class="">Sappiamo però riconoscere il linguaggio mafioso e possiamo affermare che quello di fronte al quale ci troviamo, pur senza lupara né tritolo sotto i ponti, è un attacco di stampo mafioso. </span></div>
<div class=""><span class="">Lo è nelle modalità, perché colpisce il bene comune per favorire gli affari di qualcuno o realizzare le vendette di qualcuno, e lo è negli effetti, nel senso di rabbia impotente e nello sconforto prodotto nei cittadini, che assistono inermi alla devastazione del proprio territorio.</span></div>
<div class=""><span class="">Proprio per questo non possiamo rimanere passivi di fronte a questo ennesimo attacco all&#8217;ambiente, all&#8217;economia del Paese, alla nostra stessa dignità di cittadini.</span></div>
<div class=""><span class="">La complessità del problema e la sua pervasività sull’intero territorio nazionale ci spinge a chiedere un intervento forte e risolutivo da parte delle istituzioni. <br class="" /><br class="" /></span></div>
<div class=""><span class="">Chiediamo quindi al Presidente della Repubblica, ai Presidenti di Camera e Senato di istituire prontamente una <b class="">commissione di inchiesta</b> su quanto sta avvenendo in Italia in questi giorni, volta ad accertare cause, mandati, esecutori degli atti, ma anche ad individuare mancanze, omissioni ed eventuali errori nella gestione della prevenzione e delle emergenze da parte degli organi preposti.</span></div>
<div class=""><span class="">Chiediamo alla Magistratura di intervenire con delle indagini congiunte tra le procure, anche attraverso l’istituzione di un apposito <b class="">pool di magistrati</b> che sia in grado di affrontare  il fenomeno in tutte le sue articolazioni  e di chiarire quale strategia si nasconde dietro a questi attentati contro l’ambiente.<br class="" /><br class="" /></span></div>
<p><span class="">Comitato Salviamo Monte Inici<br class="" /></span></p>
<div class="" dir="ltr"><span class="">Roberto Alajmo, Andrea Bajani, Gianni Biondillo, Caterina Bonvicini, Paola Caridi, Cristiano Cavina, Paolo Chicco, Teresa Ciabatti, Diego De Silva, Enrico Deaglio, Enzo Di Pasquale, Marcello Fois,  Alessandro Garigliano, Helena Janeczeck, Filippo Landi, Bjorn Larsson, Giuseppe Elio Ligotti, Valerio Magrelli, Rossella Milone, Michela Murgia, Valeria Parrella, Alessandra Sarchi, Evelina Santangelo, Fabio Stassi, Chiara Valerio, Hamid Ziarati</span></div>
</div>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Piero Melati &#8211; Giorni di mafia. Dal 1950 a oggi: quando, chi, come.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/06/20/piero-melati-giorni-mafia-dal-1950-oggi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Jun 2017 12:55:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Estratto dal nuovo libro di Piero Melati &#160; &#160; 5 luglio 1950 La morte del bandito Giuliano &#160; La notte tra il 4 e il 5 luglio del 1950 il cadavere di Salvatore Giuliano, il bandito di Montelepre, fu esibito alla stampa «giacente per terra e crivellato di colpi» nel cortile di una casa di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><strong>Estratto dal nuovo libro di Piero Melati</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-68479 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/9788858128688-200x300.jpg" alt="Layout 1" width="326" height="489" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/9788858128688-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/9788858128688-768x1152.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/9788858128688-683x1024.jpg 683w" sizes="(max-width: 326px) 100vw, 326px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>5 luglio 1950</strong></p>
<p><strong>La morte del bandito Giuliano</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La notte tra il 4 e il 5 luglio del 1950 il cadavere di Salvatore Giuliano, il bandito di Montelepre, fu esibito alla stampa «giacente per terra e crivellato di colpi» nel cortile di una casa di Castelvetrano, in provincia di Trapani. Era ritenuto il responsabile della strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947) in cui morirono undici persone (nove adulti e due bambini) e altre ventisette rimasero ferite (tre non sopravvissero). I lavoratori, in gran parte contadini, si erano riuniti in una gola di montagna tra i paesini di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello per festeggiare la vittoria alle recenti elezioni regionali del Blocco del Popolo, sotto il simbolo «Torna Garibaldi». Furono falciati a colpi di mitra.</p>
<p>Fu la prima strage dell’Italia repubblicana. «Di sicuro c’è solo che è morto», scrisse sull’«Europeo» il giornalista Tommaso Besozzi in una inchiesta che smentiva la ricostruzione ufficiale, secondo cui Giuliano era stato ucciso in un conflitto a fuoco con i carabinieri. «Quel segreto è un buco nero della nostra storia, che ha autorizzato e legittimato altri segreti, altri buchi neri, facendo dell’Italia un paese dai molti buchi neri», ha scritto lo storico siciliano Francesco Renda.</p>
<p>Eppure, il bandito di Montelepre è il personaggio più biografato della Repubblica: gli sono stati anche dedicati 5 film e 3 musical. Quando, nel 1961, il regista Francesco Rosi realizzò l’opera cinematografica più famosa, ben 14 libri avevano preceduto la pellicola. Poi ne sono seguiti altri 37. Senza dimenticare le 15 edizioni discografiche, molte delle quali simili ai moderni <em>corridos</em> messicani dedicati alle gesta dei narcotrafficanti.</p>
<p>Storie, leggende, cronache, canzoni: eppure ancora oggi il caso Giuliano è un mistero. Non ne sappiamo più di quanto apprese, quel 5 luglio del ’50, lo scrittore americano Truman Capote. Capote era appena arrivato a Taormina, dove in una casa senza luce né acqua avrebbe scritto il suo secondo romanzo, <em>L’arpa d’erba</em>. Nel 1966 avrebbe poi pubblicato il suo libro più famoso, <em>A sangue freddo</em>, sul massacro di una famiglia nel paesino di Holcomb, in Kansas, un testo che ridusse per sempre la distanza tra letteratura e giornalismo.</p>
<p>Scrisse Capote: «Un pomeriggio ero appena arrivato in città quando incominciò a piovere. Non vidi anima viva finché arrivai dal tabaccaio. Si era raccolta una vera folla dove i giornali, con i titoli a caratteri cubitali, svolazzavano nella pioggia. Ragazzetti a capo scoperto se ne stavano immobili senza badare all’acqua, con le teste accostate, mentre un ragazzo un poco più grande, il dito puntato all’enorme fotografia di un uomo accasciato in un lago di sangue, leggeva ad alta voce: Giuliano è morto, ucciso a <em>Castedduvitranu</em>. Triste, triste, una vergogna, un peccato, dicevano i vecchi; i giovani non dicevano niente, ma due ragazze entrarono nel negozio, e quando uscirono avevano in mano copie della «Sicilia», un giornale con tutta la prima pagina presa da una gigantesca fotografia del bandito ucciso. Proteggendo i loro giornali dalla pioggia, le ragazze si allontanarono di corsa, tenendosi per mano, scivolando sulla strada lucente».</p>
<p>Di sicuro, allora come oggi, c’è solo che Giuliano era morto. Ucciso, magari, <em>a sangue</em> <em>freddo</em>. Dalla mafia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Piero Melati</strong>, palermitano, per molti anni viceredattore capo de “Il Venerdì di Repubblica”, si occupa di attualità e cultura. Ha seguito per il giornale “L’Ora” di Palermo la guerra di mafia e il primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Con “la Repubblica” ha aperto le redazioni locali di Napoli e Palermo ed è stato viceredattore capo della cronaca di Roma.</p>
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		<title>L&#8217;agenda ritrovata</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/04/10/lagenda-ritrovata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Apr 2017 05:00:23 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-67650" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/AgendaCoverFB_ok.jpg" alt="AgendaCoverFB_ok" width="851" height="315" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/AgendaCoverFB_ok.jpg 851w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/AgendaCoverFB_ok-300x111.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/AgendaCoverFB_ok-768x284.jpg 768w" sizes="(max-width: 851px) 100vw, 851px" /></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;">C&#8217;è un progetto a cui tengo molto. Nasce da un&#8217;idea dell&#8217;associazione culturale<a href="http://www.orablu.com/"> l&#8217;Orablù </a>di Bollate.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;">Il 19 luglio di quest&#8217;anno sono 25 anni dalla tragica scomparsa di Paolo Borsellino (e, ovviamente, di quella di Giovanni Falcone e di tutte le altre vittime delle due stragi). Gli amici dell&#8217;Orablù vogliono commemorarlo attraversando l&#8217;Italia da Milano a Palermo in bicicletta. Portandosi dietro una agenda rossa identica a quella trafugata nei momenti concitati della strage, per poterla riempire di testimonianze raccolte lungo la strada e infine consegnarla nelle mani dei parenti di Borsellino. Di tappa in tappa ci saranno letture, eventi, spettacoli, dibattiti, etc.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;">Salvatore Borsellino, il fratello, s&#8217;è già messo a disposizione regalandoci una copia dell&#8217;agenda di quell&#8217;anno e &#8220;scatenando&#8221; tutte le associazioni sul territorio nazionale che conosce per seguirci. Così come <a href="http://www.unapoltronapertre.it/">un gruppo di ragazzi</a> seguirà l&#8217;evento facendoci da ufficio stampa. Un paio di ciclisti professionisti faranno l&#8217;intera attraversata per garantire che l&#8217;agenda non resti mai sola. Aspettando che altri si aggreghino strada facendo. La <a href="http://www.fiab-onlus.it/bici/">FIAB</a>, ha abbracciato il progetto e Coop Lombardia ci coprirà alcuni costi vivi (ma stiamo ancora cercando altri sponsor. L&#8217;iniziativa si fa a titolo gratuito, ma esistono comunque costi vivi da coprire). <a href="http://www.radiopopolare.it">Radio Popolare</a> seguirà quotidianamente l&#8217;evento. Io e Marco Balzano stiamo organizzando una antologia di racconti con autori da Milano a Palermo che diventerà il lascito materiale di questa folle impresa.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;">Cercherò strada facendo di aggiornarvi, ma voi nel frattempo condividete e diffondete l&#8217;iniziativa. Mandate adesioni, video selfie di incoraggiamento, programmatevi una pedalata. Siate parte di un&#8217;idea semplice e chiara: il futuro è fatto di memoria!</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.orablu.com/agendaritrovata">Qui </a>la pagina dell&#8217;Orablù dedicata al progetto.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="https://www.facebook.com/agendaritrovata">Qui </a>la pagina Facebook per gli aggiornamenti.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;">Di seguito il video che spiega il progetto e l&#8217;appello finale di Salvatore Borsellino.</span></span></span></p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="JhbOVfyTZGg"><iframe loading="lazy" title="AgendaRitrovata Video01 Completo" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/JhbOVfyTZGg?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
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		<title>L’ombra del padrino: un’intervista impossibile.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/09/23/lombra-del-padrino-ricerche-un-film/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Sep 2016 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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					<description><![CDATA[L’ombra del padrino Un’intervista impossibile &#160; Il 25 settembre 2016 presento il mio ultimo documentario alla Festa Indiana di Torino. Purtroppo non potrò essere presente alla proiezione dunque, come da richiesta, lascio qui alcune riflessioni intorno al film. Intanto ecco una breve sinossi, per darvi un’idea del soggetto. &#160; L’OMBRA DEL PADRINO – Ricerche per un film [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><strong><em>L’ombra del padrino </em></strong></p>
<p style="text-align: center"><em>Un’intervista impossibile</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 25 settembre 2016 presento il mio ultimo documentario alla Festa Indiana di Torino. Purtroppo non potrò essere presente alla proiezione dunque, come da richiesta, lascio qui alcune riflessioni intorno al film. Intanto ecco una breve sinossi, per darvi un’idea del soggetto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center"><strong>L’OMBRA DEL PADRINO – Ricerche per un film</strong></p>
<p style="text-align: center">di Giuseppe Schillaci (Italia/Francia 2015, 52 min)</p>
<p style="text-align: center"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-64466" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/Ombra-del-padrino2-300x169.jpg" alt="ombra-del-padrino2" width="509" height="287" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/Ombra-del-padrino2-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/Ombra-del-padrino2-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/Ombra-del-padrino2.jpg 1024w" sizes="(max-width: 509px) 100vw, 509px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La mafia, per chi è nato in Sicilia, è un’ombra, qualcosa che ti accompagna fin dalla nascita e di cui difficilmente hai un’idea chiara. Il film è una ricerca intima intorno a quest’ombra, a partire dalla storia personale dell’autore, per smontare gli stereotipi che hanno identificato la “mafiosità” con la cultura siciliana tout court.</em> <em>Cercando le origini di Cosa Nostra, si trovano le responsabilità di un sistema economico-politico corrotto, e ci si scontra coi tanti miti della mafia, dal cinema all’emigrazione americana, dalle credenze popolari a quelle religiose che hanno contribuito a creare confusione e ambiguità.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center"><strong>*     *     *</strong></p>
<p>Nel 2011 una produzione francese, venuta a conoscenza del fatto che fossi siciliano, mi ha commissionato la scrittura di un documentario sulla storia della mafia. Dopo diversi anni di ricerche, però, il progetto navigava in brutte acque e stava per naufragare. Poi, a un certo punto, è successo qualcosa che mi ha fatto decidere di fare questo film anche con un budget ridotto. E quel qualcosa è stato un incontro; perché ogni storia nasce da un incontro.</p>
<p>Nel maggio 2015, infatti, sono riuscito a entrare in contatto con Gioacchino Pennino, un boss mafioso del mio quartiere, a Palermo, che aveva pubblicato un libro sulle origini della mafia (« Il Vescovo di Cosa Nostra », edizioni Sovera, 2010). Questo volume, a metà tra un memoriale e un saggio, mi aveva incuriosito per le sue teorie  mistico-esoteriche sulle origini della mafia mischiate a verità  storiche e giudiziarie.</p>
<p>Con Pennino, ho pensato, avrei avuto nel film un personaggio  che nella sua megalomania delirante avrebbe finito per smontare il mito della mafia dal suo interno, dimostrarne l’inconstistenza ideologica e infine rivelare Cosa Nostra per quello che realmente è : una banda di criminali che si è spacciata per secoli come protettrice dei siciliani, o addirittura come emblema di una cosiddetta cultura tradizionale, ma che in realtà pensa solo ad arricchirsi, grazie alla corruzione e alla violenza.</p>
<p>Questo mafioso pentito, medico e politico democristiano arrestato nel 1994, dopo diversi incontri e dopo aver finalmente accettato di partecipare al film, è invece sparito e non si è fatto più trovare. Forse ha avuto problemi di salute o forse ci ha ripensato; fatto sta che ho dovuto finire il documentario senza di lui.</p>
<p>L’ho incontrato diverse volte e la sensazione più forte che mi porto dietro, oltre alla rabbia e all’incredulità di fronte alle sue strampalate dichiarazioni, era il disagio d’essere manipolato dal suo sguardo magnetico e vuoto al tempo stesso.  Quegli incontri  irritanti, grotteschi e intensi mi hanno trascinato nell’impresa di questo film; a motivarmi è stato il fatto di aver guardato in faccia Medusa e di volerla mostrare agli altri, spogliarla dei suoi serpenti. Ne valeva la pena. La questione era esaltante e spaventosa insieme: affrontare il male, ma anche il fascino del male, sulla mia pelle; fissare il mostro cercando l’umano e cercare nell’uomo le tracce del mostruoso. « L’ombra del padrino » è diventato così un film senza personaggio, l’ombra di un mito, senza la sua incarnazione. Si profilava dunque il fallimento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E devo ammettere che le ragioni dell’eventuale fallimento di questo film sono interessanti. Innanzitutto la ragione principale: ovvero il fatto che sia venuto a mancare il protagonista e le conseguenze emotive su di me, perché durante le riprese sentivo di girare a vuoto, di aver perso il fuoco del film, l’eccitazione del racconto. Ma il fallimento è forse dovuto anche al fatto che in realtà non si trattava di un film sulla mafia, né sulla Sicilia, ma di un film sull’emigrazione e l’abbandono, il distacco, il tradimento di una terra matrigna. Lo stesso tradimento che si è reiterato nell’inadempienza del padrino, come se ci fosse qualcosa d’inspiegabile e irredimibile in questo amore mancato con la propria terra, una ferita che non si può rimarginare. Infatti il documentario inizia col mio ritorno a casa, nel palazzo della mia infanzia, nello stesso quartiere su cui regnava la famiglia Pennino.</p>
<p>Un film che non nasce dal desiderio, dal piacere del racconto, ma al contrario dalla rabbia del tradimento, dall’impotenza dell’irrappresentabile, è forse votato al fallimento, perché è spinto da una sorta di rabbia auto-distruttiva, d’inconsapevole sabotaggio.</p>
<p>Certo l’ambizione era enorme, un’impresa titanica, donchisciottesca: raccontare con un film documentario il mito della mafia, la questione più scomoda e stereotipica dell’identità siciliana (e italiana in genere), una specie di spettro della coscienza collettiva, a volte rimosso, come potrebbe essere il nazismo per i Tedeschi o la colonizzazione africana per i Francesi. Nel film, si è venuto a creare un cortocircuito tra memoria individuale e collettiva, tono saggistico e intimo, scoperta e mera constatazione, che ha forse imbrigliato il film. Un fallimento: in fondo ogni narrazione tragica è quella di un fallimento; il fallimento dell’eroe, che spesso è il cattivo, come nei film di mafia tipo « The Godfather ». Lo stesso fascino del male che troviamo nelle tragedie greche, e che infatti si dissolveva nella catarsi finale, e soprattutto in quelle shakesperiane, che affrontano il tema del potere e della giustizia, regno di un male antropologico e metafisico insieme.</p>
<p>La maggiore difficoltà è stata quella di voler raccontare l’esperienza intima della mafia in quanto siciliano, di decostruire il mito della mafia senza esserne vittima o senza lottarla, almeno retoricamente, volendo sottrarmi anche al mito dell’antimafia, se non addirittura alla rappresentazione <em>tout court</em>: un paradosso pirandelliano che può risolversi nella follia, o più banalmente nel fallimento appunto, nella solitudine del fallimento, dell’opera incompiuta. Con il compositore delle musiche, Gianluca Cangemi, abbiamo a lungo riflettuto sui temi emotivi del film e Gianluca ha fatto un lavoro profondo e appassionato che infatti darà vita a un album in uscita nella primavera del 2017 con La Banda Siciliano (Almendra Edizioni). Perché un mito come quello della mafia, dell’identità siciliana o degli italiani in America, passa anche e soprattutto dalla musica : l’opera, la Cavalleria Rusticana, le tarantelle e il jazz, il marranzano, i temi bandistici e religiosi. Un mito si nutre di emozioni, e dunque di musica.</p>
<p>Nel film però dovevo anche rendere conto del mio stato d’animo di fronte alla crudeltà, all’ingiustizia, al brutto e al grottesco della mafia (le sue ferite sul paesaggio sia naturale che umano)  e dunque ecco temi più cupi e rarefatti, a volte appena stemperati dallo sguardo dell’emigrato che torna, dalla nostalgia per l’infanzia e per il suo mondo fantastico.</p>
<p>Si tratta forse di un film sulle origini. O semmai del tentativo d’indagare il « perturbante » di un’identità collettiva, a partire dalle origini storiche della mafia, ma anche le mie origini in quanto siciliano, a partire dal fatto « perturbante » che la mafia possa essere qualcosa di culturale, o addirittura d’innato. In alcune sequenze del documentario traspare questa sensazione di solitudine e di straniamento, di angoscia a tratti: un sentimento intimo, lo stesso che provo ogni volta che torno in Sicilia, in quella che era casa mia. Una sensazione che è tipica di ogni emigrato, di chiunque non si senta più a casa, perché si rende conto che la propria casa, in fondo, non esiste.</p>
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<p style="text-align: center"><strong>L’OMBRA DEL PADRINO – Ricerche per un film</strong></p>
<p style="text-align: center">di Giuseppe Schillaci (Italia/Francia 2015, 52 min)</p>
<p style="text-align: center">Una co-produzione Zenit Arti Audiovisive e Stella Productions.</p>
<p style="text-align: center">Con il contributo di Mibact, Programma Sensi Contemporanei per il Cinema e l’Audiovisivo, Regione Siciliana – Assessorato Turismo Sport e Spettacolo – Ufficio Speciale per il Cinema e L’audiovisivo, Sicilia Film Commission, Regione Corsica.</p>
<p style="text-align: center"><em>Prodotto da</em> Massimo Arvat e Dominique Tiberi</p>
<p style="text-align: center"><em>Fotografia: </em>Irma Vecchio</p>
<p style="text-align: center"><em>Montaggio: </em>Massimiliano Minissale</p>
<p style="text-align: center"><em>Fonico Presa Diretta: </em>Danilo Romancino</p>
<p style="text-align: center"><em>Direttore di Produzione: </em>Francesca Portalupi</p>
<p style="text-align: center"><em>Ricerche d&#8217;Archivio: </em>Domenico Rizzo</p>
<p style="text-align: center"><em>Sound design: </em>Almendra Music</p>
<p style="text-align: center"><em>Musiche originali: </em>Gianluca Cangemi</p>
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		<title>La «Garduña» e le mafie. Ogni origine ha un mito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Jan 2016 07:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Antonella Falco]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Garduña]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonella Falco La Garduña è una leggendaria società segreta di matrice criminale che avrebbe svolto la sua attività in Spagna e nelle colonie spagnole del Sudamerica in un arco di tempo compreso fra la metà del XV e il XIX secolo. Proprio alla Garduña è dedicato un interessante saggio di Marta Maddalon e John [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-large wp-image-59290" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/mafia-1024x683.jpg" alt="mafia" width="700" height="467" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/mafia-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/mafia-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/mafia-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/mafia.jpg 1920w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>di <strong>Antonella Falco</strong></p>
<p>La Garduña è una leggendaria società segreta di matrice criminale che avrebbe svolto la sua attività in Spagna e nelle colonie spagnole del Sudamerica in un arco di tempo compreso fra la metà del XV e il XIX secolo. Proprio alla Garduña è dedicato un interessante saggio di Marta Maddalon e John Trumper dal titolo <em>La costruzione del racconto: la “vera” invenzione della Gardu</em><em>ñ</em><em>a</em>, uscito sul numero 69 de <em>La ricerca folclorica</em>.</p>
<p>John Trumper, studioso di glottologia e linguistica generale, ha pubblicato numerosi saggi di fonetica e fonologia, dialettologia romanza e italiana, sociolinguistica e linguistica applicata. Si è inoltre occupato di etnolinguistica e linguistica storica, di fonetica giudiziaria e di gerghi di mestiere. Marta Maddalon è studiosa di linguistica e sociolinguistica. I suoi interessi di ricerca riguardanti la sociolinguistica, l’etnolinguistica e lo studio della lingua e dei suoi dialetti l’hanno portata a pubblicare testi sull’analisi degli usi linguistici nell’Italia contemporanea e saggi sul fenomeno della rivendicazione identitaria mediata dalla lingua come nel recente <em>Ventimila leghe. Immersione negli usi linguistici dei movimenti politici dell’Italia contemporanea</em> (Aracne, 2013). Maddalon e Trumper non sono nuovi agli studi sulla lingua delle organizzazioni mafiose, infatti nel 2014, insieme al magistrato Nicola Gratteri e allo storico delle organizzazioni criminali (nonché uno dei massimi esperti di ‘ndrangheta a livello internazionale) Antonio Nicaso, hanno dato alle stampe il saggio <em>Male lingue. Vecchi e nuovi codici delle mafie </em>(Pellegrini Editore).</p>
<p><strong>I due </strong><strong>autori</strong><strong> partono dalla constatazione </strong><strong>che</strong><strong> la storia della Gardu</strong><strong>ñ</strong><strong>a è presente </strong><strong>«nelle leggende e nei canti popolari della Calabria»</strong> – constatazione suffragata da alcuni libri sia italiani che stranieri, anche molto recenti, quale ad esempio il volume <em>Made Men</em> di Antonio Nicaso e Marcel Danesi. Anche nel volume di Enzo Ciconte <em>‘Ndrangheta dall’unità ad oggi</em> (del 1992, dunque meno recente dell’altro, uscito nel 2014) si fa riferimento ad una «nota associazione fondata a Toledo nel 1412, la Garduna» e ai cavalieri facenti parte di tale associazione, i quali «dalle loro terre, quelle della Catalogna, portarono nel Mezzogiorno d’Italia alcuni metodi in uso in quella consorteria. Si racconta che lavorarono per 29 anni, sottoterra, di nascosto da tutti, per approntare le regole sociali della nuova associazione che avevano in animo di costituire. La sede da loro prescelta fu l’isola della Favignana. Da lì, dopo un lavoro trentennale, decisero di dividere in tre tronconi l’associazione che, da quel momento, si insediò stabilmente nelle regioni meridionali, e si denominò mafia in Sicilia, camorra nel napoletano e ‘ndrangheta in Calabria. È un’antica leggenda, di cui non esistono molte tracce scritte, che si è tramandata oralmente…».</p>
<p><strong>Si tratta per lo più di testi che descrivono dettagliatamente l’organizzazione della società</strong> (i livelli in cui si articolerebbe e i vari ruoli e denominazioni presenti al suo interno) e che oscillano tra la tentazione di dare consistenza realistica alla Garduña e l’ammissione del suo essere sostanzialmente una invenzione letteraria assunta però come mito di fondazione dalla mafia calabrese. Trattare il tema della Garduña e dimostrare la sua identità prettamente letteraria ha ovviamente comportato per gli autori del saggio uno studio attento della storia e della letteratura spagnola dal XV al XIX secolo.</p>
<p><strong>In tutte le narrazioni sulla camorra fiorite </strong><strong>d</strong><strong>all’Ottocento in poi si fa riferimento molto spesso a un testo</strong> intitolato <em>Misteri dell’Inquisizione ed altre società segrete di Spagna, per V. de Féréal, con note storiche ed una introduzione di Manuel de Cuendias e con estratti relativi a quest’opera di Edgardo Quinet. Prima versione italiana, Parigi, a spese dell’editore 1847</em>. Sarebbe questa la traduzione italiana di un testo francese del 1845 poi tradotto anche in spagnolo. Questo testo sarebbe da considerarsi una «narrazione romanzesca», cosa tra l’altro espressamente dichiarata dagli autori, che a loro volta potrebbero celarsi dietro degli pseudonimi. Fra questi potrebbe trovarsi una nobildonna tedesca nota con il nome di Madame de Suberwick, la quale per scrivere il suo libro avrebbe viaggiato in Spagna travestita da uomo. Sempre a Madame de Suberwick sarebbe riconducibile un altro testo dal titolo tanto inquietante quanto satirico di <em>Conseils de Satan aux Jésuites</em>, la cui autrice è stavolta denominata Madame de Beelzebuth. Ma secondo gli studiosi spagnoli l’unico personaggio la cui reale esistenza sia storicamente provata è Cuendias, il quale avrebbe anche scritto un progetto di Costituzione progressista conservata nella Biblioteca Nazionale di Madrid. Sempre secondo gli studiosi cui Trumper e Maddalon fanno riferimento si tratterebbe comunque di personaggi – forse di un collettivo – accomunati da un atteggiamento strenuamente anticlericale.</p>
<p><strong>«Quello che è ancora più certo» &#8211; scrivono Trumper e Maddalon &#8211; «è che rapporti diretti di derivazione, tra società segrete spagnole, vere o letterarie, e organizzazioni criminali storiche italiane non ve ne sono</strong>, affermazione che non nega o sottovaluta l’aspetto storico degli influssi dovuti al periodo del Viceregno nel Regno delle Due Sicilie. Vi è invece, come commentano da molto tempo gli storici che si sono occupati della storia dell’Inquisizione, la creazione di un Racconto intorno a questa istituzione, che va ben al di là della sua reale esistenza e del suo modo di operare. Ciò fece sì che nel XVI secolo, a fronte di una rivoluzione di tipo confessionale che viene assumendo una dimensione politica, l’Inquisizione, o meglio la sua immagine letteraria, divenne il simbolo del nemico della libertà politica, a rappresentare cioè i pericoli dell’innaturale alleanza tra il Trono e l’Altare».</p>
<p><strong>L’Inquisizione viene così a incarnare un’entità reazionaria che si oppone al progresso</strong> e che «rappresenta l’eccessivo potere temporale della religione». Nel corso del XIX secolo essa diventa protagonista di numerose narrazioni romanzesche il cui scopo politico risulta ben evidente. Tale fenomeno interessa varie nazioni europee, tutte «accomunate da un contrasto politico che coinvolge spinte clericali e anticlericali».</p>
<p><strong>La narrazione di un «perverso piano </strong><em><strong>inquisitoriale</strong></em><strong>» finisce per confluire anche nei codici ‘ndranghetisti</strong>: è quanto avviene nel cosiddetto Codice di Pellaro, un manoscritto sequestrato appunto nel territorio di Pellaro in data 22 marzo 1934 e intitolato <em>Origine dei tre cavalieri di Spagna</em>. In esso sono contenute le norme relative alla fondazione della Società di Malavita e quelle relative alla gerarchia che regola l’organizzazione degli affiliati. La parte iniziale di tale codice sembra essere molto simile a un romanzo di cappa e spada o di appendice. Ad ogni modo sembra fuori di dubbio che chi lo ha scritto abbia letto i <em>Misteri</em>. In questo tipo di racconti, inoltre, si evince sia in Spagna che in Francia la complessa organizzazione gerarchica delle associazioni criminali menzionate, di cui Maddalon e Trumper forniscono una dettagliata terminologia. Bisogna inoltre sottolineare come «le associazioni criminali protagoniste di questo filone letterario derivano, come nel caso spagnolo, da vicende reali».</p>
<p>Sebbene sia qualcosa di diverso, anche il banditismo, specie quello sociale, fornisce materiale per trasposizioni letterarie: «banditi e briganti sono molto radicati nella cultura popolare e celebrati in un filone musicale, talvolta di buon livello, che vede anche trasposizioni contemporanee».</p>
<p><strong>Tra i rimandi letterari non si può tacere di quello relativo a Cervantes</strong>, chiamato in causa dagli autori (o dall’autore) dei <em>Misteri</em>, infatti «per dare spessore storico alla descrizione della Garduña, si ricorda che è precisamente in un delizioso racconto dell’autore del <em>Don Chischiotte</em> che si incontra Manipodio, il capo della società dei ladri di Siviglia».</p>
<p>Pertanto, i due autori del saggio si dicono convinti che «alla luce di questo rimando, la fonte di tale filone interpretativo per l’origine della camorra e per il Racconto dei Codici possa essere definitivamente identificata».</p>
<p><strong>Tra gli autori ottocenteschi</strong> che sostengono la filiazione della criminalità del Meridione italiano dalle forme spagnole, Maddalon e Trumper citano Marc Monnier, Emanuele Mirabella e Abele De Blasio a cui aggiungono l’anonimo autore di un testo intitolato <em>Natura e origine della misteriosa setta della camorra (nelle sue diverse sezioni e paranze, linguaggio convenzionale di essa usi e leggi)</em>. Uno dei capitoli è proprio incentrato sulla lingua e si intitola <em>Lingua furfantina dei camorristi</em>. È comunque interessante notare come tutti gli studi dell’epoca sull’argomento diano grande risalto agli aspetti linguistici. Degli altri autori citati il più noto risulta essere Monnier il quale è menzionato in molti testi sulle associazioni criminali meridionali, mentre, sempre basandoci sui testi, risulta completamente sconosciuto l’altro autore, Mirabella, il quale però «scrive l’opera più completa sul gergo criminale dei prigionieri e dei condannati al soggiorno obbligato». Mirabella inoltre ebbe modo di vivere per diversi anni a contatto dei prigionieri di Favignana in quanto medico della colonia penale.</p>
<p><strong>Altro testo di una certa importanza</strong> risulta essere <em>Usi e costumi dei camorristi</em> di De Blasio, contenente «esempi di codici e dell’assetto dell’organizzazione camorristica» sia dentro che fuori dalle carceri, assetti che sono tra l’altro «perfettamente rispondenti a quelli ‘ndranghetisti».</p>
<p><strong>Per quanto riguarda una filiazione diretta dalla Spagna</strong>, Monnier pur non trovando prove documentali sostiene che le «estorsioni» dei criminali meridionali erano già presenti fin dal tempo della dominazione spagnola. Sia pure in mancanza di «prove dirimenti» questi testi, come scrive Nappi nel suo saggio <em>Il mito delle origini spagnole della camorra tra letteratura e storia</em>, «accogliendo talvolta qualche variazione leggendaria sul tema delle origini ispaniche della camorra, chiameranno quasi sempre in causa la suddetta compagnia segreta variandone la dizione in Guarduña, Guarduna, Garduña o infine nel corretto Garduña».</p>
<p><strong>Non ci sono dubbi circa il fatto che Monnier conosca i </strong><em><strong>Misteri</strong></em>, libro che «fornisce lo spunto per i riferimenti, divenuti obbligatori, a Cervantes, e all’ormai inflazionata novella <em>Rinconete y Cortadillo</em> e a vari episodi del Don Chisciotte».</p>
<p>Anche De Blasio pur sostenendo di non occuparsi dell’etimologia della parola camorra fa notare come essa non sia che la Garduna «che fu introdotta in queste nostre provincie nell’epoca in cui il Regno di Napoli e Sicilia rimase soggetto […] allo scettro di Spagna e governato da Vicerè, che ridussero il popolo povero e servo».</p>
<p>Maddalon e Trumper ricordano come molti autori, antichi e moderni, citando <strong>Cervantes</strong> avvalorino la tesi secondo cui il noto scrittore spagnolo abbia, nel suo romanzo più famoso, descritto in modo quasi storico-antropologico una serie di comportamenti e di associazioni che dimostrerebbero l’esistenza di “sette” criminali, cosa appunto sostenuta nei <em>Misteri</em>. A proposito dell’episodio di Sancho governatore, ad esempio, si parla del “barato”, ossia l’usanza di pretendere il pizzo sul gioco. Sul termine “barato” si concentra il commento linguistico di Maddalon e Trumper presente nella seconda parte del saggio che stiamo esaminando. Prima di soffermarci su tale trattazione etnolinguistica è bene però ricordare, come fanno gli stessi autori, una altro passo di Cervantes utile ai fini dell’argomento affrontato. Si tratta di un episodio che si colloca nel XV capitolo ed è incentrato sull’incontro con il bandito Roque Guinart. Di costui parla in un suo commento Don Juan Antonio Pellicer, accademico della Reale Accademia di Storia, il quale coglie l’occasione «per parlare della presenza di bande di briganti che infestavano realmente la Sierra della Cabilla, in particolare una, denominata <em>Beatos de Cabilla</em>, i cui membri erano così chiamati in virtù del fatto che si limitavano a esigere solo una parte degli averi delle loro vittime, circoscrivendo quindi il danno e meritandosi per questo l’epiteto di “Beati”». È bene far notare che un certo Perot Rocaguinarda è esistito realmente, e aveva fama di bandito gentiluomo: su tale modello Cervantes avrebbe delineato il carattere del personaggio presente nel suo romanzo. Questa categoria di banditi che mescolavano crimini e azioni caritatevoli, religione ed empietà, era diffusa, a detta degli storici, in diversi paesi.</p>
<p><strong>Agli occhi dei primi meridionalisti, quali Villari e Tranfaglia</strong>, la camorra – come anche la ‘ndrangheta e la mafia – assumerebbe il ruolo, contemporaneamente, di protettore e oppressore di una plebe povera e abbandonata a se stessa dal governo borbonico. Oltre a svolgere un ruolo “protettivo”, la camorra si farebbe anche «rappresentante dei loro interessi e della loro cultura», il che darebbe adito alla figura del bandito “buono” che incarnerebbe una forma di «giustizia alternativa». Secondo John Dickie, invece, la ‘ndrangheta sarebbe da intendere come una sorta di «filiale» della camorra di cui riprenderebbe il Racconto e la mitopoiesi. La sua origine sarebbe in tal caso spostata in un periodo più tardo, quello post-unitario e se ne rintraccerebbero con difficoltà «i precedenti storici e linguistici».</p>
<p>Maddalon e Trumper citano tra gli altri un saggio di Nicola Sales, pubblicato sulla rivista <em>Limes</em> nel novembre del 2014, un saggio che ha avuto ampia risonanza in quanto ha visto la partecipazione di Roberto Saviano. Ecco come Sales sintetizza la questione: «Dunque, tutte e tre le organizzazioni criminali nascono nello stesso periodo storico, all’inizio dell’Ottocento, a ridosso della fine del feudalesimo (nel 1860 a Napoli e nelle province continentali, nel 1812 in Sicilia), a imitazione delle associazioni politiche segrete in cui gli oppositori al regime assolutistico borbonico si erano organizzati. […] Le associazioni criminali, che poi chiameremo mafie, si organizzano sul modello politico delle sette segrete dei ceti aristocratici e borghesi».</p>
<p>Maddalon e Trumper, pur annotando le perplessità circa l’uso della parola “feudalesimo” nell’accezione utilizzata da Sales e sull’analisi politica da questi compiuta, si soffermano principalmente sull’attribuzione «di un ruolo primario all’influenza di sette segrete dei ceti aristocratici e borghesi», sostenendo che «la discussione sulla segretezza, in cui la lingua gioca una parte preponderante, non disgiunta dalla definizione di “setta”, spesso usata a sproposito, ha il demerito di allontanare da una corretta definizione dei fenomeni coinvolti, non ultimo quella del gergo».</p>
<p><strong>Per quanto concerne i motivi per cui potrebbero trovarsi dei riscontri tra il Racconto dei codici ‘ndranghetisti</strong> (i cui primi esemplari risalgono, sia culturalmente che linguisticamente, alla permanenza nelle carceri oppure al soggiorno coatto) e gli antecedenti letterari, Maddalon e Trumper ricordano che sia i romanzi d’appendice, che quelli di cappa e spada, nonché gli strani testi di cui i due studiosi hanno dato conto nelle pagine iniziali del loro saggio, avevano una larga diffusione presso i ceti popolari e anche nelle carceri. Inoltre, i due linguisti fanno notare come sia prassi comune di molte società, non necessariamente vicine o collegate, trasfondere in ambito letterario, epico e/o musicale, le figure e le gesta dei banditi. Capita anzi, come nota Eric Hobsbawm nel suo <em>Bandits</em>, che le classi subalterne li eleggano a propri eroi. Il fatto poi che questi banditi riescano a coniugare la violenza con le spinte ribellistiche e l’atteggiamento solidale e soccorrevole nei confronti dei più deboli, concorrono a spiegare la creazione di una siffatta figura letteraria. Questi banditi inoltre facevano un largo uso di simboli religiosi ed erano molto superstiziosi. Tali comportamenti risultano diffusi su ampia scala, vale a dire si ritrovano in tutte le descrizioni della figura del bandito in qualsiasi Paese europeo, questo però non porta alla conclusione di un «rapporto diretto di derivazione nel caso della criminalità organizzata italiana» ma solo al fatto che esistono comportamenti pressoché universali di cui l’antropologia culturale fornisce ampio conto. Naturalmente il mito creatosi attorno ai briganti e ai banditi romantici serve a rafforzare l’aura di protettori della povera gente e difensori degli oppressi al punto da renderli protagonisti di racconti e di canti popolari. Questi fenomeni storicamente connotati si sono radicati nell’ambito della cultura popolare e poi sono passati nella letteratura “colta” già ai tempi di Cervantes. Quando si parla codici ‘ndranghetisti bisogna aver chiaro che essi sono una molteplicità di cose e vanno pertanto studiati con notevole rigore. Essi sono infatti, tra le altre cose, «una creazione letteraria, che attinge da fonti popolari ben radicate; sono l’invenzione di un Mito di fondazione, sono un modello per sancire un’appartenenza». Ma non sono solo questo. È bene ricordare che si tratta di «un’invenzione relativamente recente». Maddalon e Trumper riconoscono pertanto che «non è stato facile ricostruire la serie di incastri, di nomi e di nomi in codice (pseudonimi), degli scherzi e delle (mezze) verità; è stato come seguire le trame dei romanzi d’appendice, in cui ad ogni scoperta seguiva la sua negazione, ogni agnizione introduceva nuove scoperte, e così via puntata dopo puntata».</p>
<p><strong>Nella seconda parte del loro saggio</strong> Maddalon e Trumper si soffermano innanzitutto sul fatto che indicare una data di nascita precisa, il 1427, per la Garduña – dalla quale poi sarebbero derivate la camorra napoletana e la ‘ndrangheta e i suoi codici – è cosa che lascia assai perplessi. Solitamente quando si parla della nascita di un fenomeno sociale si indica il periodo storico e non una data precisa, indicare quest’ultima implicherebbe infatti «un atto fondativo formale e registrato». Già questo avrebbe dovuto mettere in guardia i commentatori e portarli a diffidare del carattere “storico” del racconto, da intendersi piuttosto in maniera simbolica. Lo stesso discorso vale per la “Bella Società Riformata” – dove “riformata” significherebbe “confederata” – la quale, in base ad alcune fonti, sarebbe nata ufficialmente nel 1820. Luogo di nascita di questa «setta» sarebbe stato la chiesa napoletana di Santa Caterina a Formiello, dove gli esponenti della camorra dei dodici quartieri di Napoli stabilirono nell’ambito di una solenne cerimonia lo statuto della nuova associazione, stabilendo anche che il «capintesta» dovesse essere nativo del quartiere di Porta Capuana, cosa questa fatta ad imitazione delle usanze aristocratiche che per secoli avevano riservato la dignità di Presidente degli Eletti del Popolo (carica soppressa nell’aprile del 1800) al cosiddetto «Sedil Capuano». La Bella Società Riformata sarebbe stata sciolta il 25 maggio 1915, all’indomani dello scoppio della prima guerra mondiale, per volontà del capo camorrista Gaetano Del Giudice. Fu così che durante tutto il periodo fascista non si sentì più parlare di camorra: si continuò a delinquere ma senza avere alle spalle un’organizzazione.</p>
<p>Secondo Maddalon e Trumper <strong>l’idea di una associazione criminale organizzata come una setta o una società vera e propria, munita pertanto di statuto e cariche, risulta assai poco verosimile. Anche in questo caso viene da pensare a un Racconto creato a posteriori</strong> e poi tramandato.</p>
<p>Nelle opere letterarie e nelle cronache si trova notizia anche di un’altra organizzazione criminale nota come <em>Germanìa</em>: secondo Caro Baroja sarebbe esistita sia una Germanìa carceraria, «che era non solo un gergo ma anche un sistema», sia una Germanìa esterna alle carceri i cui metodi sarebbero stati gli stessi di quelli utilizzati per fondare la Garduña. Si trova un riferimento alla Germanìa anche nel <em>Rinconete y Cortadillo </em>di Cervantes.</p>
<p>Per quanto concerne l’ambito italiano i due studiosi precisano che <strong>il mondo carcerario pur non costituendo l’unica origine delle organizzazioni criminali, fornisce comunque ad esse alcune regole e caratteristiche</strong>, nonché una certa organizzazione e una certa simbologia.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-59289" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Garduña-203x300.jpg" alt="Garduña" width="203" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Garduña-203x300.jpg 203w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Garduña-691x1024.jpg 691w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Garduña.jpg 810w" sizes="(max-width: 203px) 100vw, 203px" /></p>
<p>Da un punto di vista più strettamente linguistico “<strong>Garduña</strong>” è termine che ricorre anche in un toponimo: Sierra de Garduña. Nel senso attinente all’organizzazione criminale, la parola viene citata e glossata originariamente proprio dagli autori che ne parlano nei loro testi. Garduña è termine connesso con la parola “garda” e in ultima istanza, attraverso vari passaggi, il suo significato è riconducibile a termini quali “ladra” e “meretrice”. Il termine non sembra essere presente al di fuori dei già citati <em>Misteri</em> e nelle riprese degli autori italiani. Tuttavia esiste un’opera letteraria non tradotta in italiano e pertanto poco nota, che si intitola <em>La Garduña de Sevilla y anzuelo de las bolsas</em> ed è stata scritta da Alonso De Castillo Solórzano nel 1642. L’espressione “anzuelo de las bolsas” sarebbe da tradurre come “gancio delle borse” e sarebbe l’attrezzo usato da una borsaiola, infatti, come si è ricordato poc’anzi, “garduña” significherebbe “ladra”. Tuttavia la novella – ascrivibile al genere, assai praticato in ambito narrativo, della fanciulla che con abilità e astuzia riesce a volgere al meglio la propria sfortuna – non avrebbe nulla a che fare con la camorra.</p>
<p>Un altro termine sul quale si soffermano Trumper e Maddalon è “<strong>barattolo</strong>”. A questo proposito i due studiosi precisano che mentre «il lessico dei dialetti siciliani è permeato di ispanismi […] nel caso della Calabria, al contrario, i casi sono decisamente pochi, dai nostri studi più recenti non più di una cinquantina». Per quanto riguarda l’ambito napoletano sono annoverate 85-90 basi ispaniche assolutamente certe. Dunque « mentre il siciliano è ancora permeato di ispanismi» napoletano e calabrese lo sono assai meno. Il termine “barattolo” indicherebbe la cassa comune della malavita e corrisponderebbe al termine ‘ndranghetista “baciletta”. «Il barattolo è organizzato dal “contarulo”» il quale aveva il compito di tenere il registro e segnare l’ammontare del barattolo. Secondo i due studiosi piuttosto che concentrarsi sul concetto di “frode” e di “maltolto” sarebbe preferibile concentrarsi sul “barattolo” inteso come “contenitore”. Il termine ha la sua prima attestazione in siciliano nel 1750, in napoletano nel 1840, ma è presente nel toscano già dalla fine del ‘500. In Calabria comparirebbe nel 1895, sebbene la primissima attestazione, secondo il <em>Glossario Latino Italiano</em> di Pietro Sella risalirebbe al 1449 e in generale sarebbe «riconducibile al Centro-Sud Italia». Nell’Ottocento gli studiosi siciliani ritenevano il termine come un arabismo giunto a noi attraverso lo spagnolo rigettando l’origine nord-italiana proposta da Battisti e Devoto.</p>
<p>Altro termine su cui si soffermano Maddalon e Trumper è “<strong>barratteria</strong>”. In molti passi della sua opera Monnier ipotizzava che la barratteria napoletana fosse di origine spagnola. Mortillaro e De Ritis mettono in relazione il termine con il racconto dell’Isola di Baratteria DI Sancho Pança in Cervantes, passo che anche Monnier cita e che è commentato da Nappi. Quella che viene ipotizzata è una deriva semantica che da “traffico commerciale” e ”cambio” conduce a “frode”. In Calabria il verbo “barattare” risulta attestato dal 1466 ma non il derivato sostantivo “barattaria”. In italiano il DEI attesta “baratteria” nel Trecento nell’uso dantesco di “frode da barattiere”, mentre la <em>Tabula Amalfitana</em> lo attesta nei secoli ‘300-‘400 nel significato di «frode a danno dei proprietari di nave o degli armatori, e nel Settecento la si ritrova nel senso di ‘rivendita’ o ‘rivenderia’ di cose scambiate con o senza frode a più basso prezzo». In Francia la voce “baraterie” risulta attestata già nel primo Trecento ma sembra che la primogenitura del termine spetti alla Provenza. L’accezione negativa di questa parole potrebbe, nel Meridione d’Italia e segnatamente in Calabria e Sicilia, dipendere da «un’influenza formale e semantica del bizantino». A proposito di questo termine Maddalon e Trumper giungono quindi alla seguente conclusione: «Più che un’origine spagnola, pensiamo, dunque, a un antico provenzalismo con sviluppi semantici particolari avvenuti nell’Italia meridionale».</p>
<p>L’ultimo termine su cui si sofferma l’indagine dei due studiosi è “<strong>frieno</strong>” da loro definito come «uno dei misteri ancora non completamente svelati nel lessico criminale». «La forma, ancor più del significato e dell’origine, resta problematica; il dittongo – ie – non corrisponde a nessun esito usuale o previsto. La voce non ricorre in Monnier ma è attestata almeno otto volte nell’opera di De Blasio, con il significato di ‘regola’ (singola) o ‘regolamento’; ‘statuto’ (insieme di regole) della società criminale organizzata, denominata poi Camorra». I dizionari siciliani e calabresi dell’Ottocento danno al termine “camorra” il significato di “cavezza”, “briglia” in riferimento agli equini oppure quello di “morso” e “freno del carro”, mentre i dizionari dialettali napoletani sia del Settecento che dell’Ottocento sembrano non avere questo lemma e registrano solo un generico “frino” per “freno”. Secondo Trumper e Maddalon la “camarra” attestata nell’estremo meridione d’Italia sarebbe da confrontare con il termine castigliano “gamarra” che significa “sottopancia di equino”, “cavezza”. Il “freno” inteso come singola regola o come regolamento e statuto sarebbe attestato solo in fonti circoscritte all’Ottocento e riguardanti Napoli e la camorra, «mentre nel Medio Evo vi sono fonti provenzali e catalane che danno estensioni semantiche di simile natura: ‘freno naturale’, ‘il regolamentarsi’ […] Supporre una qualunque origine tanto remota e varia è piuttosto inutile, per cui, il mistero permane».</p>
<p>Per quanto concerne la “<strong>Germanìa</strong>”, essa è probabilmente l’unica organizzazione spagnola, sia carceraria che esterna, ad aver avuto un’esistenza reale e non solo letteraria. Essa è da intendersi come «un fenomeno autenticamente spagnolo, che ha origine tra Quattro e Cinquecento». Dal punto di vista terminologico potrebbe trattarsi di un catalanismo con il significato di “confraternita” risalente al tardo Quattrocento e indicante gruppi rivoluzionari di Nobili Catalani di Valenzia, tuttavia, concludono i due autori del saggio «Questo nome non ha mai avuto diffusione fuori della penisola iberica e dei paesi di lingua spagnola».</p>
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		<title>Le radici del coraggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Dec 2015 07:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[carlo ruggiero]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[placido rizzotto]]></category>
		<category><![CDATA[Portella della Ginestra]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
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					<description><![CDATA[Visitai Corleone, qualche anno fa. C’era un sindacalista minacciato dalla mafia, Dino Paternostro, segretario della Camera del Lavoro. Gli avevano bruciato l’auto. Raccontò la sua storia, e l’epopea di Placido Rizzotto, assassinato e scomparso. Pochi anni fa hanno trovato i resti di Placido Rizzotto. Sembra che la storia della Sicilia sia tutto un sotterrare uomini [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class=" size-full wp-image-58631 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/guaschino.jpg" alt="guaschino" width="593" height="442" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/guaschino.jpg 593w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/guaschino-300x224.jpg 300w" sizes="(max-width: 593px) 100vw, 593px" /></p>
<p>Visitai Corleone, qualche anno fa. C’era un sindacalista minacciato dalla mafia, Dino Paternostro, segretario della Camera del Lavoro. Gli avevano bruciato l’auto. Raccontò la sua storia, e l’epopea di Placido Rizzotto, assassinato e scomparso. Pochi anni fa hanno trovato i resti di Placido Rizzotto. Sembra che la storia della Sicilia sia tutto un sotterrare uomini e riesumare fossili nel corso del tempo.</p>
<pre>A Portella della Ginestra la valle era fredda, incombeva una nebbia da Galles, tirava una brezza oceanica sul memoriale, le rocce, i cespugli, la malerba secca, il sasso di Barbato.</pre>
<p>A Palermo lo storico Francesco Renda, che quel maggio del quarantasette doveva essere a Portella ma gli si ruppe la moto e solo per questo scampò alla strage, adesso la spiegava.</p>
<pre>Pioveva in Sicilia. Faceva freddo in Sicilia.</pre>
<p>Non ero solo. Il collega che mi accompagnava, Carlo Ruggiero, filmava tutto e poi realizzò un documentario. All&#8217;Aamod trovammo materiali d&#8217;archivio impressionanti. Un estratto è nel video qui sotto. Una storia di stragi e coraggio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe loading="lazy" title="Portella della Ginestra: la prima strage di stato" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/vrep_mJoc3s?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>(Il quadro: <a href="http://www.cgil.it/arte/Artista.aspx?COD=EMILIO_GUASCHINO" target="_blank">Emilio Guaschino, <em>Portella della Ginestra</em></a>, 1975)</strong></p>
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		<title>Le botte in piazza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/09/26/le-botte-in-piazza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Sep 2015 05:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Cavalli]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Mondragone]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giulio Cavalli (Giulio Cavalli, dopo anni di teatro, inchieste e impegno civile che lo obbligano ancora oggi a vivere sotto scorta, pubblica, scritto con la stessa rabbia e lucidità, il suo primo romanzo: Mio padre in una scatola da scarpe. Il libro è da qualche giorno in libreria e l&#8217;autore ci regala qui un estratto dal secondo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/CAVALLI.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-56628" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/CAVALLI.jpg" alt="CAVALLI" width="295" height="437" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/CAVALLI.jpg 295w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/CAVALLI-203x300.jpg 203w" sizes="(max-width: 295px) 100vw, 295px" /></a>di <strong>Giulio Cavalli</strong></p>
<p>(Giulio Cavalli, dopo anni di teatro, inchieste e impegno civile che lo obbligano ancora oggi a vivere sotto scorta, pubblica, scritto con la stessa rabbia e lucidità, il suo primo romanzo: <em>Mio padre in una scatola da scarpe</em>. Il libro è da qualche giorno in libreria e l&#8217;autore ci regala qui un estratto dal secondo capitolo. Noi per questo lo ringraziamo. <em>G.B.</em>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;">La mattina presto. Per Michele può esserci il caldo più unto, il freddo più buio o la pioggia più fitta, ma il mattino va rispettato: l’alba è l’inizio. Cose semplici. Sono due anni che la scuola è finita e tutto il giorno ha già la forma del callo sulle mani, che ti sfregano ruvide la faccia quando ti lavi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Lavorare rende liberi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Michele era stato studente diligente e poco curioso, ma questa cosa del lavoro e della libertà non gli era mai andata giù. I vecchi dicono: “Tocca per farsi una famiglia ed essere una persona per bene”, ma la libertà proprio non c’entra. Ci sono città del mondo in cui il lavoro è un canale che bisogna navigare per stare a galla e sopravvivere, mentre qui a Mondragone si lavora per non dovere niente a nessuno e perché nessuno ti debba niente, per questo Michele ama la fatica: la fatica infatti ha una faccia sola, è meccanica senza viti, acido lattico senza sentimento. La fatica non ha bisogno di merletti. Sono le sei e Michele si alza come si alza il mattino: sale in fretta per scaldarsi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Si fatica principalmente per non sentire tutto il resto» dice sempre quello scemo di Massimiliano.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Caffè amaro. Le scarpe che si scollano. Una camicia spessa come pelo di topo, a quadrettoni, con i gomiti quasi trasparenti. Guardandosi allo specchio si osserva. Non è un bel vedere, no, ma tutta questa stoffa è l’armatura per la fatica al magazzino. La porticina del cortile di casa cigola come il portone di un castello abbandonato. Fuori, Mondragone è odore di caglio e case che si sbriciolano.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Buongiorno e ben alzato, Michè!» La signora di fronte sta già bollendo la salsa. È cieca e sorda come la salsa ma saluta da orologio svizzero tutte le mattine alla stessa ora.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Lui risponde, anzi ci prova. Meglio, alza la mano e scatta con la testa, gli viene male: cade come da un lato, inciampa, sorride, rialza la mano, ride, no forse non se ne è nemmeno accorta e allora stinge il sorriso e niente, come se non fosse successo niente. «’Ngiorno.» Che fatica.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Mentre la strada scende vuota verso lo stop Michele prova a ripensare alla serata appena passata e a quelle voci che lo rivolevano in piedi: non è facile portare addosso le botte a mezza faccia facendo finta di essere elegante, tu che elegante poi non lo sei stato nemmeno al battesimo o alla comunione.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Erano in tre e Michele li aveva notati già da giorni per quelle smorfie da guappi che qui vengono ammaestrati in serie, seduti arrampicati sul muretto in piazza. Ieri sera erano nella solita posa, di quelli che vorrebbero essere falchi ma sono solo una nidiata di avvoltoi. Ieri aveva anche deciso di bersi una bottiglia in compagnia e festeggiare l’assunzione che era diventata ufficiale per tutti, al magazzino. Adulti a tempo indeterminato con il libretto di lavoro in tasca. Ci avevano promesso anche un po’ di malattia e ferie, non proprio tutte quelle che c’erano scritte nel contratto – che per sicurezza avevano fatto leggere a Giulio, che si era trasferito su a Milano e aveva imparato l’italiano meglio di come si impara un po’ sgarruppato nella scuola di Mondragone, e anche Giulio aveva esultato per un contratto che in fondo anche a parole era simile a quello che c’era scritto. Per questo avevano deciso di prendersi il vino, mica quello più buono, ma la qualità subito sotto, ben distante dal vino schifoso e lunghissimo che si bevevano di solito a pranzo. La locanda li conosceva per nome e cognome e si era fidata anche a dargli quattro bicchieri di vetro da portare fino in mezzo alla piazza con la bottiglia impolverata, perché c’è da fidarsi di Michele e quegli altri colleghi suoi, che non creano mai problemi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Stavano appena stappando il tappo a vite come quello della spuma e ridevano pensando che poi magari un giorno qualcuno sarebbe diventato capoturno, poi magari un giorno, ridevano, avrebbe comprato un vino con il tappo quello vero.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Era stato un attimo e gli altri tre guappi erano già in mezzo. Dammi. No. Forza, dài qua. Ma che vuoi. Festeggiamo anche noi. Facciamo da soli grazie. Lo decidiamo noi chi festeggia qui in piazza. Non ci penso nemmeno…</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ed è stata subito una paranza di botte che facevano più rumore dei bicchieri che rotolavano sui sassi. Tonfi secchi sulle parti molli e il fruscio dei rami secchi quando si pestano con le scarpe, solo che questi erano in faccia, sulla mandibola e sotto gli occhi. Roba forte. Gli scappa anche da ridere, gli scapperebbe se non fosse per quell’angolo della bocca che brucia. Bicchieri come bombe a mano e pugni dappertutto: una sagra. Michele aveva cominciato a picchiare con tutta la voglia che aveva accumulato negli anni, come si immaginava si potesse picchiare solo prima di morire. E non menava solo quei tre cuccioli d’avvoltoio, no, picchiava i ricchi sempre gonfi alla domenica mattina; picchiava quelli che gridavano scemo a Massimiliano che piangeva come i magri anche se è grasso come un tacchino, e picchiava anche per lo scemo di troppo che gli dava quando anche lui esagerava con lo scherzo; picchiava per i vecchi così vecchi che fuori dalla chiesa sembra che ci manchi solo che se li porti via il vento o li sciolga questo sole unto. Picchiava l’odore dell’incenso che cuoceva la bara di sua madre; picchiava suo padre e il vino che gli aveva trasformato il cervello in una crosta incapace d’intendere cosa fosse quel fumo e cosa fosse quella bara; picchiava Giulio che tornava sempre così felice e tuttoaposto </span><span style="font-size: medium;">che sembrava avere anche perso l’odore di quelli che erano nati lì e aveva il colore delle persone sempreaposto che vivono a Milano; picchiava nonna che non era mai scivolata nemmeno per sbaglio in un abbraccio o un “ti voglio bene” e intanto picchiava anche quel “ti voglio bene” di nonno che è un cappio ogni domenica a fare la zuppa loro due come due vedovi. Picchiava gli indecisi come lui che vivono la vita come si mangiano le unghie; picchiava i prepotenti che tutti li condannano ma alla fine vincono sempre; picchiava la sua scuola così lercia che non gli aveva insegnato il vocabolario per le volte che avrebbe voluto dare un nome alle cose; picchiava la tranquillità che sono vent’anni che la insegue e che dio non chiedo mica tanto e che gli sembra irraggiungibile, nemmeno avesse voluto fare il pilota cacciabombardiere. Picchiava quel prete che ora se n’è andato dalla parrocchia e che si portava le donne nel retro dopo l’ultima messa; picchiava il nonno dei Torre che si faceva restituire i prestiti tra le cosce delle mogli degli altri – e si picchiava anche, per tutte le volte che non aveva avuto abbastanza coraggio; poi picchiava gli infami, i soloni, i tristi a comando, gli urlatori, i maleducati perché prepotenti, i prepotenti maleducati e gli educati a essere bravi prepotenti; picchiava quella sera che sua madre aveva detto di non dirlo a papà e quel mattino che papà gli aveva detto torno e non era tornato.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Solo dopo aveva picchiato Tore, Pino e Ciro. Solo dopo. Soprattutto Tore: l’avevano portato via all’ospedale di Caserta che piangeva e urlava ormai come un pulcino.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Ritardo! Sei e quarantacinque, cos’hai? Pisciato nel letto?»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">È già arrivato al magazzino, ha superato la discesa e il capannone è in fondo alla prima strada a destra. Il capoturno è già acceso sulla modalità scassaminchia.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Non sono stato bene.» Sembra di essere ancora a scuola. Giustificarsi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Lo so.»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Mentre il capoturno parla sbucano alle sue spalle Ciccio e Berto. Hanno gli occhi bassi e tremano. Berto ha un ematoma sulla faccia, sembra un’ombra controsole. Volano le notizie, qui al magazzino, e con queste facce lavate male dal sangue raffermo di ieri sera non è facile fingere.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ciccio balbetta un avvertimento verso Michele, ma l’aria è così spessa che sbatte prima di arrivare.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Capo, alla fine siamo tutti qui.» Dio, che difesa debole, vedi che serve studiare.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Noi non ne vogliamo teste matte, noi vogliamo gente che sistema la merce!»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Forse Berto ora sta cercando di dire che siamo pronti, che mancano i guanti e si entra subito di corsa nel capannone in mezzo alla sabbia ma viene zittito: è bastato un occhio di sguincio. Il capoturno ha la barbetta incolta che vibra come quella di una capra. «Andate a casa.»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Finalmente Ciccio emette suoni e abbozza una difesa: stiamo bene, non c’è problema, sono solo tre pugni, li abbiamo presi e li abbiamo dati tutti da ragazzi, domani si saranno già dimenticati. È sempre il più diplomatico, Ciccio, giù al capannone.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Andate a casa. Lavatevi. Noi non abbiamo bisogno di ragazzi!»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il portone si chiude con un glong. Ogni portone suonerebbe la fine esattamente così.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Licenziato poche ore dopo essere diventato indeterminato, Michele non l’avrebbe nemmeno mai potuto immaginare, con quella fantasia piatta che si fermava alla discesa fuori casa.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Dite che siamo licenziati?»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Avevo sentito alla radio, mi pare, alla radio hanno detto che ci vuole il preavviso. Che ti avvisano prima.»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Mica abbiamo rubato. Mica abbiamo ammazzato.»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Altrimenti che posto fisso è, fisso di che cosa…?»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Ci ha avvisato? Sì. Ci ha detto di andare a casa? E noi andiamo a casa. O c’è qualcuno che stamattina vuole fare l’eroe? Con la faccia mezza spaccata, pure.»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nessuno risponde. Prega, Michele. Prega che davvero sia tutto un falso questa storia dell’ultima occasione, perché non è mica normale avere l’ultima occasione che non hai nemmeno diciotto anni e che si è tuffata dentro una bottiglia di vino rosso di mezza qualità. Non aveva pregato mai, nemmeno ai funerali aveva pregato, e questa tanto non è nemmeno una preghiera ma sperare di convincersi a sperare di avere frainteso. Berto ha il sole che batte sull’ematoma e sembra che si faccia ombra da solo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ciccio continua a chiedere se davvero sono licenziati ma intanto, senza pensarci, ha cominciato a contare gli spicci nei pantaloni consumati sulle ginocchia.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Non si dicono nemmeno un “ciao” e si dividono innaturali, come se non fossero i tre che si sono difesi dalle stesse botte la sera prima.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La carriera più veloce della storia, pensa Michele. E gli verrebbe da ridere, se non fosse per il solito angolo della bocca. Davanti al portone coglie la differenza tra galleggiare e camminare. Ma dura un attimo: la signora salsa sta già chiedendo come mai è tornato a casa così presto.</span></p>
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		<title>Maresco e Belluscone: colpi di grazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Sep 2014 05:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Ciprì]]></category>
		<category><![CDATA[documentario]]></category>
		<category><![CDATA[ficarra e picone]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Maresco]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe schillaci]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[marcello dell'utri]]></category>
		<category><![CDATA[neo-melodici]]></category>
		<category><![CDATA[palermo]]></category>
		<category><![CDATA[Tatti Sanguineti]]></category>
		<category><![CDATA[tony scott]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Schillaci Berlusconi è solo un pretesto, una boutade, una trovata promozionale. Il suo nome, storpiato in siciliano, evoca qualcosa di vago e di terribile: il colpo di grazia a un’Italia agonizzante, o più in generale a una certa idea d’umanità, o piuttosto al senso di fare cinema oggi o, ancora, al percorso radicale di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Schillaci</strong></p>
<p><iframe loading="lazy" title="TRAILER 1 - BELLUSCONE, una storia siciliana di Franco Maresco" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/3syOtKCqBvY?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Berlusconi è solo un pretesto, una <em>boutade,</em> una trovata promozionale.</p>
<p>Il suo nome, storpiato in siciliano, evoca qualcosa di vago e di terribile: il colpo di grazia a un’Italia agonizzante, o più in generale a una certa idea d’umanità, o piuttosto al senso di fare cinema oggi o, ancora, al percorso radicale di Franco Maresco. <span id="more-48947"></span>Con il film <em><i>Belluscone, una storia siciliana</i></em>, l’autore tocca il fondo delle sue ossessioni, e infatti Tatti Sanguineti suggeriva d’intitolarlo, appunto, « il colpo di grazia ».</p>
<p>L’opera ha poi mantenuto il titolo originario, ma la proposta di Sanguineti, protagonista nel film di una sorta d’inchiesta sulla scomparsa misteriosa di Maresco, rende conto della caratteristica più interessante di <em>Belluscone</em>: la sua forza liberatoria e disperata, senza ammissione di replica. Una forza che è stata riconosciuta al Festival di Venezia, dove il film ha ottenuto il premio della giuria, sezione Orizzonti, e nelle sale cinematografiche, con la buona affluenza di pubblico delle prime settimane, nonostante le evidenti difficoltà distributive.</p>
<p><em><i>Belluscone</i></em> è la storia di un fallimento, un film fallito su un Paese fallimentare, come fallito sembra essere Maresco, l’artista che urla l’abominio del tempo presente (o della realtà <em><i>tout court)</i></em>. Con l’Italia, Paese in cui il mutamento antropologico è ormai metastasi, Maresco vuole farci i conti, nonostante sia evidente una certa nostalgia nei confronti di un mondo scomparso, più umano. L’autore prova a nominare il male o, più che altro, il suo feticcio: belluscone! E lo fa nella sua Palermo, nel ventre di una cultura popolare “telestupefatta” e “selfie-dipendente”. Il risultato è un non film, una non fiction, un non documentario. Qualcosa d’incompiuto e sfuggente, a tratti ridondante, una materia magmatica in cui si riflette il suo autore: uno dei pochi registi italiani a perseguire, prima in coppia con Ciprì, e adesso nella sua cupa solitudine, un’idea personale di cinema.</p>
<p>Le sue opere, dagli anni Novanta fino a oggi, da <em><i>Cinico Tv</i></em> a <em><i>Totò che visse due volte</i></em>, hanno rappresentato una boccata d’aria in un panorama asfissiato dall’appiattimento della commedia italiana, dai film dell’autore-narciso e dell’impegnuccio sociale, e ci hanno messo davanti alla radicalità di un linguaggio cinematografico dirompente, a una visione del mondo meravigliosa e devastata, seppur marginale.</p>
<p>Nel suo nuovo film, e nel tormentato processo che ha portato alla sua realizzazione, ci sono dunque tutte le ombre e le epifanie delle opere firmate insieme a Daniele Ciprì, e alla sua magistrale fotografia: c’è la musica napoletana neo-melodica e la Mafia, il sottoproletariato di Palermo e le icone del potere, l’analisi storico-antropologica e il ragionamento meta-cinematografico su realtà e finzione, c’è soprattutto il cinismo del tempo presente, ingurgitato e vomitato affinché ci si liberi, con una risata beffarda, di ogni ipocrita speranza.</p>
<p>E c’è il grottesco che, riprendendo la grande tradizione della commedia all’italiana, s’impone come chiave di comprensione della realtà, esorcismo contro i demoni dell’inconscio collettivo, e, infine, unica via di scampo alla tragedia.</p>
<p><iframe loading="lazy" title="ENZO, DOMANI A PALERMO (SURREALE)" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/c6V_28rMVCI?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>In <em><i>Belluscone, </i></em>torna un sottobosco umano che Maresco, in coppia con Ciprì, aveva già raccontato nel magnifico documentario del 1999: ”Enzo, domani a Palermo”, ovvero quello delle feste rionali e dei cantanti neo-melodici napoletani. Ecco dunque Ciccio Mira, vecchio democristiano e berlusconiano doc, che come l’Enzo Castagna del precedente documentario, è organizzatore di concerti e personaggio “antico”, di dubbia moralità e frequentazioni mafiose. Ma in <em><i>Belluscone</i></em>, irrompono anche i “nuovi”, la generazione bellusconiana, ovvero Vittorio Ricciardi e Salvatore De Castro, in arte Erik, i giovani cantanti rappresentati dall’agenzia di Ciccio Mira, i neo-melodici che in un loro brano idolatrano Berlusconi e che non cantano neanche più in napoletano, ma in un italiano da reality show. Il corpo tatuato di Ricciardi, con le <em><i>mèches</i></em> bionde e le mosse da balletto pop, invade il mondo “antico” delle feste rionali di Mira, facendolo assomigliare a uno studio televisivo disastrato, a una passerella fluorescente in cui ormai la voce e la musica non contano più, ma sono le movenze erotiche a infiammare la folla.</p>
<p>Quando poi scopriamo, dal notiziario di una televisione locale, che Ciccio Mira è stato arrestato per complicità mafiose, la realtà sembra superare ogni finzione, confermando il sospetto che le feste rionali “neo-melodiche” siano, in effetti, un rituale popolare della subcultura mafiosa.</p>
<p>A questo punto, l’inchiesta di Sanguineti sembra arenarsi, proprio come il film, e la storia si perde in mille digressioni “mareschiane”, per finire inevitabilmente in farsa, quando Maresco chiama Ficarra e Picone a dirimere la lite tra i due cantanti neo-melodici sull’utilizzo del brano « Vorrei conoscere Berlusconi ». Il ritratto del ventennio berlusconiano si dissolve nell’acido banale di una canzonetta, mentre la devozione per il miliardario milanese si rivela emblema di una nazione infantile e feroce, cinica e instupidita, vittima e carnefice.</p>
<p>Ma c’è ancora tempo per la cosa più bella del film, per il momento più importante, la confessione del personaggio che incarna la relazione profonda e oscura tra Sicilia e Berlusconi: il Senatore palermitano Marcello Dell’Utri. È lui a fissarci, seduto su un trono barocco, illuminato da un occhio di bue che lo rende ancora più inarrivabile. Il Senatore, braccio destro di Berlusconi, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, si presta con perfida intelligenza all’intervista di Maresco. Ma sul più bello, l’audio del Senatore, proprio mentre sta rivelando verità indicibili sul rapporto tra Berlusconi e Cosa Nostra, svanisce. Il microfono gracchia per un banale errore del fonico, il microfono gracchia come un rutto in faccia alla coscienza civile di questo Paese, di un’Italia irredimibile. Incombe così l’ossessione principale della più recente produzione di Franco Maresco: l’impotenza dell’artista, già presente nel meraviglioso <em><i>Il ritorno di Cagliostro</i></em> (2003), ancora in coppia con Ciprì, e soprattutto nell’ultimo documentario, <em><i>Io Sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz </i></em>(2010), in solitaria.</p>
<p>Il suo ultimo film raccontava infatti la parabola decadente dell’artista in una sorta d’identificazione speculare e catartica tra Maresco e il grande siculo-americano Tony Scott, figura mitica del jazz del Dopoguerra che finisce la sua carriera nella miseria e nel ridicolo, in Italia. Nel documentario <em><i>Io sono Tony Scott</i></em>, montato da Edoardo Morabito e purtroppo non distribuito in sala, tante erano poi le digressioni sulla deriva antropologica dell’Italia e sulla fine di un’epoca, che ritroviamo, forse con minore efficacia, in <em><i>Belluscone</i></em>.</p>
<p>Ma le ripetizioni e le ossessioni sono essenziali alla visione di Maresco, sono il suo profondo nutrimento, la sua fatica di Sisifo. E così il ritorno di Franco Maresco al grande schermo, grazie all’uscita di <em><i>Belluscone, una storia siciliana,</i></em> rappresenta un evento importante per il cinema italiano, un’opportunità per conoscere un autore prezioso che difficilmente trova spazio nel panorama contemporaneo.</p>
<p>Con questo film, Franco Maresco continua a scagliarsi contro il suo tempo e a farsi divorare dalla sua amata Palermo, in un corpo a corpo senza rassegnazione e senza speranza. Il suo cinema sopravvive così: mettendo in scena, come in una feroce farsa, ulteriori colpi di grazia.</p>
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