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	<title>maghreb &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>l&#8217;uomo che forse faceva finta di dormire (1/2)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Jan 2016 06:00:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Marino Magliani &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; Il 29 dicembre scorso ho fatto una piccola vacanza nella regione della Gheldria, che si trova al centro dell&#8217;Olanda, ai confini con la Germania. L&#8217;albergo dove ho alloggiato si chiama Ehzerwold, è situato ai margini del villaggio di Almen, ed è immerso nei boschi e nei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/01/11/luomo-che-faceva-finta-di-dormire/marino_mannenafdeling-jaren-20-of-30/" rel="attachment wp-att-59120"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-59120" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Marino_Mannenafdeling-jaren-20-of-30-300x181.jpg" alt="Marino_Mannenafdeling, jaren '20 of '30" width="300" height="181" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Marino_Mannenafdeling-jaren-20-of-30-300x181.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Marino_Mannenafdeling-jaren-20-of-30-1024x617.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Marino_Mannenafdeling-jaren-20-of-30.jpg 1067w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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<p>Il 29 dicembre scorso ho fatto una piccola vacanza nella regione della Gheldria, che si trova al centro dell&#8217;Olanda, ai confini con la Germania. L&#8217;albergo dove ho alloggiato si chiama Ehzerwold, è situato ai margini del<span id="more-59078"></span> villaggio di Almen, ed è immerso nei boschi e nei campi. Alla signorina che mi ha accolto ho chiesto qualche informazione. Lei mi ha invitato a uscire e mi ha mostrato la vecchia scritta di ceramica sulla facciata di mattoni, sopra il portone centrale. <em>Ziekenhuis</em> <em>P.W. Janssen</em>. Ziekenhuis naturalmente significa ospedale. La signorina mi ha fatto notare alcuni foretti e chiodini. Ai tempi in cui era un sanatorio, sopra la scritta Ziekenhuis c&#8217;erano appesi vasi di fiori, piccoli rampicanti, per nascondere che si trattava di un ospedale. Il luogo doveva sembrare piuttosto una casa di convalescenza e riposo, e in effetti lo era, anche se contava su una sala raggi, l&#8217;infermeria specializzata, e i malati soffrivano tutti quanti di tubercolosi. Dentro il salone, su un paio di muri, ci sono parecchie foto che ricordano ciò che è stato il luogo. Una mostra il porticato dove mi trovo, ora ci sono file di tavoli fino all&#8217;ultima arcata, mentre una volta era una riga di lettini con i pazienti. Con me, davanti alla foto, si è fermata la signorina che mi sta accompagnando alle camere. Che ora sarà stata, chiedo. È l&#8217;ora dell&#8217;aria buona, dice la signorina, i pazienti se ne stavano qui distesi a respirare, come predisponeva la cura del dottor P.W. Janssen. Ho capito, signorina, ma che ora sarà, dopopranzo, mattina? La signorina non ne ha proprio idea.</p>
<p>Riprendiamo a camminare sotto le arcate, poi usciamo nel parco e imbocchiamo un sentiero che da solo mi sarei perso. Poso la borsa sulla sedia, tiro fuori le poche cose e i quattro libri che mi sono portato e ho già iniziato a leggere sul treno. Faccio le cose che si fanno quando si entra in camera in albergo. In ordine: provo il letto, guardo il bagno, la tv funziona, mi accerto che nell&#8217;armadio ci sia il cuscino extra, tiro la tendina e guardo fuori. Fa presto buio e io devo ancora camminare almeno un&#8217;ora nel bosco per non sprecare la giornata. Ho tutto, la torcia elettrica, la giacca col cappuccio, doppio berretto, guanti. Il sentiero costeggia un campo di patate, poi ne attraversa uno appena arato, poi un antico ponticello di ferro e legno passa sopra un canale, e in quel mentre il campetto appresso si popola di anatre che planano tra me e i residui del tramonto. Oltre la radura ci sono un paio di pagliai e si entra nel bosco. Ogni tanto incrocio qualche camminatore e ci restituiamo un saluto muto, la specie di mezzo inchino pattuito tra chi ha deciso che nel bosco non si debba parlare. Ma io, che provengo da mesi di silenzio, qualcosa, qualsiasi cosa, anche se in nederlandese, la scambierei volentieri. C&#8217;è un piccolo cimitero, mi fermo di qua del recinto, e mi segno. Le lapidi sono tutte del secolo scorso minimo, alcune fasciate dal muschio. Fa buio.</p>
<p><em>Cayo Antonio Flovo, alle Ninfe.</em></p>
<p>Non lo vedo scritto da nessuna parte, ma mi viene in mente perché da qualche parte ho letto che i Romani sono stati qui, e gli anni scorsi un archeologo ha trovato delle tombe. Cocci. Muri. Cosa c&#8217;entrano tuttavia i cimiteri del Nord con le acqueforti galiziane di Roberto Arlt? Forse i boschi associano rovine. E poi c&#8217;è quella fotografia, i lettini e la morte dei pazienti. Nell&#8217;ottobre del &#8217;35 Arlt visita i sepolcri pagani e cattolici di Compostela. Sulla tomba di un militare romano ha letto: Cayo Antonio Flovo, alle Ninfe<em>. </em>Il giorno stesso Arlt scrive l&#8217;acquaforte per El Mundo. Si chiede chi è Cayo? Un giovane ufficiale, un patrizio? Anche la foto coi pazienti è datata 1935.</p>
<p>Al rientro le papere si svegliano e mi insultano, fanno finta di alzarsi e appena passo tornano a planare sull&#8217;erba. Dal canale sale un freddo di vapori, acque separate da scie di argento, alle cui estremità lontane vanno un paio di gallinelle disturbate. Si alzano in un volo a mezz&#8217;aria verso il punto in cui poco fa moriva il sole.</p>
<p>La doccia è calda, e l&#8217;abitacolo non chiuso da una tenda o da una vetrata, se non per i tre lati, mi mette a disagio, perché ho sempre paura di bagnare il pavimento. Su un cartello accanto allo specchio c&#8217;è scritto che se il cliente non cambia gli asciugamani ogni giorno contribuisce alla cura dell&#8217;ambiente e riceve un caffè gratis. Occorre ritirare il gettone alla Receptie. Anche se non ci si fa rifare la camera ogni giorno c&#8217;è un doppio buono per il caffè. Il caffè olandese mi piace. Ho prenotato col <em>Vakantie Veilingen, </em>l&#8217;asta delle vacanze, immagino esista anche in Italia, vendono mini-pacchetti a prezzi stracciati, io per i due giorni ho pagato 36 euro, colazione compresa.</p>
<p>Mi infilo sotto il piumone. Occhiali, libri sul comodino. Taccuino per appuntare qualche parola e la biro sul letto.</p>
<p><em>Neve, cane, piede.</em> L&#8217;autore è Claudio Morandini. L&#8217;editore Exorma. In effetti è un libro di orme lasciate da un vecchio sulla neve. Sono belli i libri di personaggi anziani che abitano luoghi sperduti e selvaggi: montagne, gole, boschi. Questi uomini col tempo diventano saggi, ti raccontano le cose senza forzare, senza spiegarti la vita, ti parlano di albe ancora buie fuori del loro rifugio, di tempi morti in attesa della luce, e della vita che passa e delle domande e anche delle consolazioni. Anche di quelle. Nella vita è successo loro di tutto, come al vecchio Tönle di Rigoni Stern, o ai vecchi mineralizzati e soli di Biamonti. Anche al vecchio Adelmo Farandola di Morandini è successo di tutto, i cavi elettrici da scorrere da bambini perché è il gioco del coraggio e poi le scariche dei cavi elettrici che devastano popolazioni, e poi la solitudine. Ma Adelmo Farandola non assomiglia ai vecchi saggi montanari, coraggiosi e malinconici, della nostra letteratura. E questo non è perché Adelmo Farandola si possa dire speciale, ma solo per un fatto: Adelmo Farandola è impazzito.</p>
<p>Adelmo è un vecchio puzzolente che non sa neanche più che la settimana scorsa è sceso in paese per provviste e quando ci torna, in negozio, tengono le porte aperte. Adelmo Farandola picchia le bestie e le uccide, parla con un cane e gli dà la parola perché non ha neanche un cane cui parlare. Ogni tanto gli tira un calcio nel costato. Adelmo potrebbe essere diventato un assassino. Vive monitorato da un guardiaboschi. Morandini non ci racconta la luce delle montagne, non ci mostra la montagna di Cezanne, ma quella che esplode dall&#8217;interno, quella che si vedrebbe da dentro, e allora da dentro scopriamo cose inedite, o impensabili, la sorpresa è lo stupendo giallo del muretto della veduta di Delft di Vermeer, davanti al quale Bergotte di Proust è riuscito a morire. Adelmo ci racconta l&#8217;interno della sua baracca, la lingua muta della montagna, il catalogo degli scricchiolii, il mondo di fuori guardato dal dentro, davanti al quale Adelmo non è riuscito a morire, ma è impazzito per sempre.</p>
<p>L&#8217;altro libro è <em>Humus</em>, ma dovrei alzarmi, andare a chiedere a che ora si cena. Sottotitolo <em>Diario di terra</em>. L&#8217;autrice si chiama Bianca Bonavita. Non so altro di lei. L&#8217;editore è Pentagora, una piccola casa ligure che progetta libri sulla terra, sostanzialmente di terra. Ha pubblicato i racconti splendidi di Zena Roncada sui margini e gli argini del Po, le montagne e i lupi di Giacomo Revelli, e narratori di vernici e motocarri come Alessandro Marenco e Renato Bergonzi. E ora <em>Humus</em>. Storia di una terra divisa in sei blocchi. Terra, autunno, inverno, primavera, estate e di nuovo terra. La protagonista racconta la vita nei campi, le pianure e le colline emiliane, le semine, le raccolte. &lt;&lt;Un diario di terra è ciò scrivo. Null&#8217;altro&#8230;&gt;&gt; .</p>
<p>Ho telefonato per chiedere gli orari del ristorante. C&#8217;è un servizio buffet aperto fino alle dieci e trenta. Costa 27 euro. Non me lo posso permettere. O sì? Forse riesco ancora a rimediare un panino o una zuppa. Ma non mi alzo. Dopo Morandini, <em>Humus</em> ti consola, è come passeggiare con Walser ma essere minuscoli, non superare l&#8217;altezza delle piante di patate e vivere là sotto con l&#8217;io narrante e farsi raccontare che si può sparire sulla terra, prima di sparirci. Ma la consolazione dura poco, fin quando non entra in scena il Grande Pescatore, anche <em>Humus </em><em>a quel punto </em>finisce per raccontare la follia umana, la desolazione.</p>
<p><em>Confini senza frontiere</em>, è di Giacomo Revelli, l&#8217;editore si chiama Ultima spiaggia, pubblica cose che riguardano l&#8217;isoletta di Ventotene. Lo sto leggendo perché seguo Revelli da tempo. Quando sento parlare di confine e frontiera mi viene in mente il povero Giorgio Bertone (la parola povero tradisce la data di trascrizione di queste righe: primi giorni di gennaio del 2016): il dentro o fuori o la zona pulsante e vasta che prende una terra di qua e di là. Anche Revelli ci racconta un mondo, in questo caso la Ventotene isola-carcere ai tempi del Ventennio, vista da dentro. A un giornalista, Amedeo Dalmasso, viene chiesto di scrivere un reportage. Viene traghettato in mezzo ai confinati, senza sapere che anch&#8217;egli è uno di loro, e quando terminato il suo lavoro si appresta a riprendere il traghetto gli viene impedito di allontanarsi dall&#8217;isola. Diventa così, a tutti gli effetti, un confinato, e da quel dentro guarda il dentro e il fuori. Il mare e il cibo, le passeggiate proibite e i soprusi, le categorie, anarchici, comunisti, i manciuriani, che sono quelli privi di fede politica ma che possono essere lì per una singola frase contro il fascio. E lui? Lui è K. e passerà tutto il periodo della guerra a cercare la sua colpa. In realtà qualcosa ha commesso, ma non ha mai subìto un processo, e la beffa alla fine sarà di scoprire che neppure quello è il vero motivo per cui egli è rimasto là dentro tutto quel tempo. Mi fermo. Mi alzo, guardo in direzione del bosco. Il cimitero. Ma non si vede. Non si vede niente. Neanche il buio, ciò che ho davanti assomiglia a un muro d&#8217;edera. Non ritorno a letto.</p>
<p>Fuori non fa freddo. Ci sono le luci delle fattorie al fondo dei campi, non dalla parte del bosco.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Dieci cose da ricordare quando si scende in piazza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Feb 2011 10:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160;&#160;&#160;&#160;di Giovanna Cosenza &#160; &#160;&#160;&#160;&#160;Da alcuni mesi le immagini delle piazze nordafricane rimbalzano sui media: tumulti, incendi, devastazione, morti e feriti; ma anche, nel caso egiziano: sorrisi, feste, soldati e poliziotti che abbracciano i manifestanti, quasi a promettere un lieto fine. Sono immagini forti e la loro ripetizione, il loro accostamento e persino i [&#8230;]]]></description>
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<p>&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;di <a href="http://giovannacosenza.wordpress.com/" target="_blank"><strong>Giovanna Cosenza</strong></a><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Da alcuni mesi le immagini delle piazze nordafricane rimbalzano sui media: tumulti, incendi, devastazione, morti e feriti; ma anche, nel caso egiziano: sorrisi, feste, soldati e poliziotti che abbracciano i manifestanti, quasi a promettere un lieto fine. Sono immagini forti e la loro ripetizione, il loro accostamento e persino i contrasti, hanno indotto molti – specie a sinistra – a trovare più somiglianze che differenze: come se il vento nordafricano potesse soffiare anche da noi. D’altra parte – si è detto – l’anno scorso anche Atene, Londra, Roma sono andate in fiamme, dunque non siamo così diversi.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Ma la piazza italiana ha una specificità tutta sua</strong>, che la distingue anche da quelle europee, non solo dal nord Africa. In un momento di pausa dopo le ultime manifestazioni contro Berlusconi, è opportuno fare alcune riflessioni. Ecco allora dieci cose da ricordare sulla specificità dello scendere in piazza nel nostro paese.<span id="more-38237"></span><br />
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(1) La differenza fondamentale fra noi e il nord Africa è che noi siamo ricchi, loro no.</strong> E lo siamo ancora, nonostante la crisi economica e tutti i problemi che abbiamo. Basta infatti ricordare che i redditi medi dei paesi del Maghreb vanno dai circa 3000 euro l’anno del Marocco ai circa 10.000 della Libia, mentre il reddito medio che nel 2008 gli italiani dichiararono al fisco era attorno a 18.000 euro lordi (e poiché sappiamo che l’Italia è un paese di evasori, possiamo supporre che sia superiore). Anche se le statistiche fanno sempre torto ai più deboli, ciò significa che le nostre mobilitazioni sono ancora molto lontane – per nostra fortuna – dalla disperazione di massa che sta attraversando il nord Africa.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(2) In Italia, come in tutti i paesi ricchi, la piazza non esiste se non è mediatizzata:</strong> senza opportune riprese televisive e copertura stampa, senza opportuna insistenza mediatica sull’evento, la piazza nasce e muore in poche ore.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(3) In Italia più che in altri paesi la piazza è ormai inflazionata, usurata. </strong>A destra come a sinistra, al governo come all’opposizione, tutti prima o poi sono scesi in piazza: dalle grandi organizzazioni di partito e sindacato ai gruppi e gruppuscoli indipendenti, da Berlusconi coi suoi sostenitori alle associazioni animaliste. Perciò da noi la piazza non fa più notizia: chi si limita a manifestare si  guadagna al massimo un frammento di telegiornale.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(4) Per guadagnare l’attenzione dei media, bisogna portare in piazza molte, moltissime persone.</strong> Ma bisogna farlo davvero, non solo dichiararlo: il giochetto degli organizzatori che gonfiano le cifre e la questura che le sgonfia c’è sempre stato, a destra come a sinistra, me si è accentuato negli ultimi anni. Lo fece Cofferati, con la manifestazione al Circo Massimo del 2002: dichiarò tre milioni di manifestanti, ma secondo le planimetrie quella piazza e le zone limitrofe tengono al massimo 600 o 700 mila persone. Lo rifece Berlusconi nel 2006, quando dichiarò di aver portato due milioni di persone in piazza San Giovanni, e nel 2010, quando dichiarò di averne portate un milione, mentre la planimetria mostra che ce ne stanno 150 mila. Più di recente, anche attorno al popolo Viola sono nate le cifre più varie: per il primo No-B Day del 5 dicembre 2009, ad esempio, gli organizzatori parlarono di un milione di persone, ma altre fonti, pur simpatizzanti col movimento, dissero 200 o 300 mila e la questura ridusse addirittura a 90 mila. Fra l’altro, evidenziare i contrasti fra le cifre è ormai diventato un genere giornalistico ricorrente. Ed è pure oggetto di gag comiche.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(5) Per mobilitare centinaia di migliaia di persone,</strong> ci vogliono tempo, strategia, pianificazione capillare, soldi. Ecco perché le piazze «civiche», quelle che nascono dalla mobilitazione spontanea di gruppi e associazioni di cittadini che si dichiarano  orgogliosamente liberi da bandiere, fanno molta più fatica a raggiungere i numeri delle manifestazioni organizzate col sostegno di partiti e sindacati.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(6) Per portare in piazza milioni di persone, internet non basta. </strong>Secondo gli ultimi dati di <a href="http://www.internetworldstats.com/" target="_blank"><strong>Internetworldstats.com</strong></a>, in Italia solo il 51,7% della popolazione ha accesso a internet, il che vuol dire che siamo sotto la media europea, che è del 58,4%, e vergognosamente sotto paesi come la Francia (68,9%), l’Inghilterra (82,5%), la Svezia (92,5%). Inoltre, se passiamo dai dati di accesso a quelli di uso effettivo, le cifre scendono ancora: per l’Audiweb gli italiani che nel dicembre 2010 si sono collegati a internet almeno una volta sono solo 25 milioni. Ecco perché internet non è una panacea: una mobilitazione che per organizzarsi usi soprattutto la rete (mail, facebook, social network), taglia fuori a priori una fetta consistente della popolazione, che occorre recuperare con attività capillari sul territorio, nei quartieri, nelle case. Come si faceva quando internet non c’era.<br />
&nbsp;</p>
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<p>&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(7) In assenza di grandi numeri, per catturare l’attenzione dei media si possono fare cose strane, originali. </strong>Ma poiché di cose strane in piazza, dal ’68 a oggi, ne abbiamo viste tante (nudo, maschere, carri variopinti), giocare al rialzo comporta rischi di illegalità e idiozia di massa. E fare qualcosa che sia davvero nuovo, creativo, è sempre più difficile: bisogna usare il cervello, lavorare in staff, saper gestire in modo oculato i tempi, i modi e i delicati equilibri della sorpresa. Non a caso, le stranezze di piazza riescono bene ai professionisti della comunicazione, come Grillo e Greenpeace, per fare esempi molto diversi. Non a caso, negli ultimi anni i <em>flash mob</em> e le stravaganze di piazza sono passati dal sociale al commerciale, andando a finire nel <em>guerrilla marketing</em>.<br />
Questo non vuol dire che l’originalità riesca solo ai professionisti della comunicazione. Un esempio eccellente è venuto l’anno scorso dai movimenti contro la riforma Gelmini: le immagini dei ricercatori sui tetti e degli studenti sulla torre di Pisa e nel Colosseo avevano una potenza simbolica tale che hanno fatto il giro del mondo.<br />
&nbsp;</p>
<p align="center"><object width= "450" height="368"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/9feQADxKHdk&#038;ap=%2526fmt%3D18&#038;autoplay=0&#038;rel=0&#038;fs=0&#038;color1=0xffffff&#038;color2=0xffffff&#038;border=0&#038;loop=0&#038;showinfo=0"/></object></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(8) Un buon modo per fare grandi numeri è coinvolgere molte piazze nello stesso momento.</strong> Un po’ come fecero i No Global e i movimenti pacifisti nei primi anni duemila: si pensi ai milioni di manifestanti contro la guerra in Iraq, che il 15 febbraio 2003 scesero in piazza in oltre 600 città in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Australia, dall’Europa all’estremo oriente. Qualcosa di simile è accaduto il 13 febbraio scorso, quando in oltre 200 città italiane e una trentina nel mondo sono scese in piazze circa un milione di persone in contemporanea. E il numero è credibile, stavolta.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(9) Per le piazze femminili vale tutto ciò che ho detto fin qui, con ulteriori precisazioni.</strong> Dopo gli anni settanta, i media italiani si sono sempre più disinteressati delle piazze femminili. Il che è rimasto vero anche negli ultimi anni, nonostante gli appelli su internet, il fermento dei social network e le mobilitazioni di piazza abbiano fatto parlare addirittura di neofemminismo. Gli scandali del premier hanno poi dato ai problemi delle donne nel nostro paese una chance di attenzione in più, specie col caso Ruby. Dopo la manifestazione del 13 febbraio, allora, le cose sembrano in parte cambiate, un po’ perché la mobilitazione è stata imponente, un po’ perché è stata in effetti caratterizzata dalla più importante novità che si potesse immaginare per una manifestazione femminile: ha coinvolto in modo rilevante e visibile anche gli uomini.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il rischio, però, è che i problemi delle donne italiane restino schiacciati dall’antiberlusconismo, impedendo quell’attenzione generale e trasversale che invece è imprescindibile, visto che la disparità di genere è un fattore di arretratezza economica cruciale per l’Italia, e come tale riguarda tutti: a destra come a sinistra, a nord come a sud, giovani e anziani, donne, uomini e tutti i generi sessuali. Lo dice il <a href="http://www.weforum.org/" target="_blank"><strong>World Economic Forum</strong></a>, che colloca l’Italia al 74° posto per la parità di genere nella classifica mondiale stilata nel 2010 per opportunità economica, accesso all’educazione, salute, accesso al potere politico delle donne. Lo dice <a href="http://giovannacosenza.wordpress.com/2008/07/23/la-banca-ditalia-e-le-donne/" target="_blank"><strong>uno studio della Banca d’Italia del 2008</strong></a>, secondo il quale, se il tasso di occupazione femminile salisse al livello di quello maschile, il Pil crescerebbe, a produttività invariata, addirittura del 17,5%.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(10) Soluzioni per una piazza efficace? Mai una sola, sempre molte. </strong>Per protestare e rivendicare i propri diritti, ma soprattutto per riuscire a passare dal chiacchiericcio politico-mediatico ai risultati operativi, occorre usare tutti i mezzi di comunicazione, dalla stampa alla tv, da internet all’azione capillare sul territorio, non solo in piazza ma nei quartieri e nelle case. Senza sottovalutare la rete come modo per conoscersi, creare affinità, mantenere contatti. Ma senza neanche sopravvalutarla: la rete è importante per fare cose off line, non per generare autoreferenzialità.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Quanto ai numeri</strong>, se non si riescono a mobilitare milioni di persone in una volta sola – il che in Italia è sempre difficile – un’alternativa è scendere in piazza a ripetizione, senza mollare dopo qualche mese. In questo, il popolo Viola ha mostrato una certa tenacia e forse anche le organizzazioni femminili potrebbero riservarci qualche sorpresa. Il rischio, però, è che i media si assuefacciano e non diano più rilievo alla cosa. E che pure gli italiani non ci facciano più caso, specie se i numeri restano limitati. Non resta che inventarsi simboli nuovi, iniziative originali che attirino i media, li spiazzino: non per stupire a tutti i costi, ma per dare conto di una ricchezza e varietà di sguardi, storie e voci che nel paese in effetti ci sono, ma non sempre le piazze riescono a esprimere. In questo, la proverbiale creatività italiana potrebbe essere d’aiuto.</p>
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		<title>ZAMEL III</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Apr 2009 04:00:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni Casa di Aldo, terza notte: sentenza Questa è l’ultima notte nella casa di Aldo. Non mi esce dalla mente il tono di voce del giudice mentre legge la sentenza. Vent’anni gli ha dato per l’efferatezza del crimine &#8211; malgrado l’attenuante della giovane età &#8211; “rubricato” come omicidio per rapina. Anche se Nabil [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/zamel.jpg" alt="zamel" title="zamel" width="154" height="240" class="alignleft size-full wp-image-16821" /><br />
 di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p><em>Casa di Aldo, terza notte: sentenza</em><br />
Questa è l’ultima notte nella casa di Aldo. Non mi esce dalla mente il tono di voce del giudice mentre legge la sentenza. Vent’anni gli ha dato per l’efferatezza del crimine &#8211; malgrado l’attenuante della giovane età &#8211; “rubricato” come omicidio per rapina. Anche se Nabil la verità l’ha detta, l’ha dovuta dire: ha ucciso per una parola, per <em>quella</em> parola “infamante”, zamel. Ma l’accusa lo ha messo nella condizione di non poter dichiarare di essere stato insidiato. C’era il referto della visita medica “intima” e la corte non ha concesso quest’altra attenuante. Mi fa quasi più pena lui. Cresciuto &#8211; come ha tentato di dire la difesa &#8211; in una cultura che concepisce l’ira “giusta” come strumento di difesa del proprio onore. Ho l’aereo prenotato per domani alle undici, alle nove devo essere in aereoporto. Taxi alle otto. Sveglia alle sette. Gli ha tagliato la gola con un frammento della porta a vetri del bagno, dove Aldo si era rifugiato. Aldo è stato trovato nudo, dissanguato nella vasca da bagno. Con numerose altre ferite da taglio in tutto il corpo e “ulteriori lesioni nella regione prefrontale ventromediale”. Anche Nabil si era ferito con quel vetro. Le sue impronte insanguinate sono state trovate dappertutto nella casa. Andandosene si era portato via il cellulare di Aldo. Grazie a quello dopo due giorni lo hanno preso. Questo giustifica la condanna di omicidio per rapina e il tono di voce del giudice mentre legge l’ipocrita sentenza. Orifizio anale imbutiforme, come gli arrusi di un secolo fa. Non tornerò più in questa casa. Ho creduto di fare il coraggioso e il razionale, ma non la reggo. Anche il rumore che ho appena sentito&#8230; Veniva dall’esterno: un gatto forse contro la finestrella di questo bagno maledetto. Non tornerò più in questa casa e nemmeno in Tunisia. L’omosessualità in Tunisia è ufficialmente perseguita in base all’articolo 330 del codice penale, che riguarda i “rapporti contro natura”, in arabo <em>lavat</em>: sodomia. Non era proprio il caso di infangare la memoria di Aldo con questo reato, mi ha spiegato l’avvocato italiano, istruito dal suo potente fratello. <span id="more-16814"></span><br />
Caro Aldo, né tuo fratello né tua sorella hanno voluto assistere al processo, certamente più spaventati dallo scandalo che addolorati per la tua scomparsa. È stata divulgata la versione dell’omicidio durante un tentativo di rapina. L’importante è che non si facciano domande, che non si chiedano chiarimenti. Don’t ask, don’t tell. C’è un buon nome da preservare. Meno se ne parla meglio è. Tu hai solo finto per qualche giorno di non essere frocio, di essere diventato gay. E mentre morivi dissanguato, la preziosa registrazione diffondeva il canto di Callas alla Scala nella Traviata. Un canto da bestia ferita. Anfibio, avrebbero scritto di te negli anni cinquanta. Come di Visconti. E non hai gridato, nessuno ha udito nulla: era troppo alto il canto in quel momento? Non sei corso fuori nudo, sarebbe stato disdicevole per i vicini. Nella vasca da bagno ti sei infilato per non sporcare il pavimento? O ti ci ha spinto l’angelo sterminatore? Il referto dice che nessuna ferita in sé sarebbe stata mortale, nemmeno il taglio alla gola.<br />
La madre di Nabil c’era solo il primo giorno quando lui è entrato, ma se ne è andata subito, prima che riuscissi a parlarle. Avvolta nell’haïk. Era con una ragazza giovane, tenevano entrambe gli occhi bassi.<br />
Mi viene in mente quanto mi raccontasti di tua madre che si ritrovò sola coi tre bambini e ti mise in collegio dai preti. Tu a San Pietro allievo interno nella scuola dei chierichetti del papa. E la mamma che qualche volta riusciva a venirti a vedere mentre servivi messa. E poi la tua adolescenza segnata dai dialoghi con il topolino: a tredici anni lavoravi dal tipografo e nella pausa pranzo restavi da solo, mangiavi il panino, lui appariva e tu lo nutrivi. Aldo, a modo tuo, forse hai voluto provare a darmi ragione, ma lo hai fatto in modo perverso, alla ricerca di un carnefice che ti desse quella lezione che la zona più buia di te pensava di meritare. Tu che conoscevi solo due modi di rapportarti agli altri: o servo-schiavo o psicologicamente dominatore. Mai alla pari. È questo che ti ha fregato. Se tu l’avessi preso in un altro modo, Nabil ti sarebbe stato fedele per sempre. Nelle società in cui vige il codice dell’onore, vige anche il codice dell’amicizia. L’amico non si tradisce. Ma tu all’affettività tra due uomini hai preferito l’antica sessualità di stupro. E adesso, ci pensi a Nabil? A come vivrà nei prossimi anni? All’inizio se lo scoperanno in tanti, in galera. Insultato, deriso e abusato dalle stesse guardie. Me lo vedo, seduto sullo sgabello con le mani grandi appoggiate sulle cosce, le dita distese all’interno. In attesa. Altri – completamente depilati – restano virili. Lui no. Nella foto che mi avevi mandato, il viso era di tre quarti, una spalla leggermente sollevata. Era molto bruno e molto bello. Adesso ciondola il suo bananone, lo zob che ti ha ingannato. Lo nasconde. Accavalla le gambe. È fatta. Genet sputato. Degno delle tue sottolineature. Anche i peli publici gli hanno tagliato, tranne una sottile striscia verticale. Si distende, spinge ancora più innanzi il bacino, riaccavalla le gambe mostrandosi oscenamente a tre guardie che si avvicinano.<br />
Ma gli si guasteranno presto i denti, diventerà precocemente vecchio, convinto che amare gli uomini sia una brutta cosa, una specie di malattia che capita a qualcuno. Lui col suo culo imbutiforme e a verbale “la mancanza delle pieghe anali perché limate dal frequente attrito col pene”. Osservazioni “scientifiche” forse ereditate dalle celebri <em>Quaestiones medico-legales</em> di Paolo Zacchia. Roba del milleseicento. Suo fratello continuerà a vendere sigarette di contrabbando e suo zio a negare &#8211; come ha fatto con me fuori dal tribunale &#8211; di averlo mai avuto come nipote.<br />
Entrambi giunti alle soglie della acquisizione di una nuova dignità, da tale soglia vi siete ritratti, ripiombando nei più triti cliché delle vostre tradizioni culturali e dannandovi a vicenda: tu Aldo, continuando a sentirti “donna” e come tale incapace di amare un uomo che non desideri le donne; e tu Nabil, con la tua ira “giusta” in difesa del tuo onore, a ricacciare indietro la tua omosessualità trasformando lui nella “bestia ferita”. Siete stati un perfetto esempio di <em>culture-clash</em>. Roba da manuale.<br />
Come sempre le parole vanno dette ad alta voce, più volte, e riferite a se stessi, come è stato per <em>frocio</em> in Italia, o <em>queer</em> negli Stati Uniti o <em>camp</em> in Inghilterra, finché divengono ragione di orgoglio. Ecco che cosa avverrà di questa parola &#8211; <em>zamel</em> &#8211; tra qualche decennio in Maghreb. Ne sono più che certo. Gli abramitici saranno sconfitti. Anche qui. Ma tanti dovranno soffrire.<br />
Raccolgo ancora un libro. La data mi rivela che è stato tra gli ultimi comprati da Aldo in Italia. Si intitola <em>Omocidi</em>, autore Andrea Pini, edito da Stampa Alternativa nel 2002. Il sottotitolo lapidariamente recita: <em>Gli omosessuali uccisi in Italia</em>. Leggo dalla IV: “In Italia i delitti contro i gay sono molto più numerosi di quanto si creda. Questo libro fornisce la prima ricostruzione completa del fenomeno, dai casi celebri alle innumerevoli vittime sconosciute spesso dimenticate nell’indifferenza. Un’indifferenza che ostacola le indagini impedendo spesso l’identificazione dei colpevoli”. Agghiacciante l’elenco dei 111 casi di omicidio-omocidio attentamente analizzati e riportati in sintesi al termine del volume, con professione, età della vittima, stato di ritrovamento del cadavere. Comune a tutti questi omocidi il cosiddetto <em>overkilling</em>: l’assassino infierisce ben più di quanto sia necessario a uccidere, poi ruba qualcosa e fugge. Alcuni vennero da Aldo segnati a lato con un asterisco a forma di cippo:<br />
Sergio Iori, 53 anni, impiegato di banca, sposato, una figlia, accoltellato e lasciato seminudo il 3 novembre 1991 a Marino (Roma). L’assassino fugge con l’auto dello Iori e non viene mai scoperto.<br />
Emilio Mastino del Rio, 64 anni, costruttore edile in pensione, separato con una figlia, strangolato e legato mani e piedi con filo elettrico in casa propria a Roma il 3 ottobre 1992.<br />
Mario Giaccone, 63 anni, ricco finanziere-imprenditore, accoltellato nel suo studio a Torino il 20 febbraio 1993, nudo.<br />
Don Francesco Valgimigli, 60 anni, cappellano d’ospedale, ucciso con un corpo contundente a Vecchiazzano (Forlì) il 28 aprile 1994 probabilmente da un giovane prostituto che da tempo lo frequentava.<br />
Renato Lena, 48 anni, infermiere, ucciso in casa, nudo, con una coltellata al cuore, a Cassino il 29 settembre 1995.<br />
Luciano Petrini, 37 anni, ingegnere, ucciso in casa a Roma il 9 maggio 1996 con corpo contundente, cranio sfondato. Frequentava giovani prostituti.<br />
Alvise di Robilant, conte 72enne, esperto d’arte, divorziato, tre figli. Ucciso in casa a Firenze il 17 gennaio 1997, cranio fracassato con corpo contundente, nessun furto.<br />
Piero Nottiani, 50 anni, separato con un figlio di 8 anni, restauratore della Soprintendenza ai beni culturali, ucciso in casa a Perugia il 1 aprile 1998, il capo chiuso in una busta di plastica, il corpo avvolto in un tappeto.<br />
Vittorio Crociani, 52 anni, commesso, trovato morto in casa nella vasca da bagno, a La Spezia il 27 giugno 1999.<br />
Fabio Portalupi, 38 anni, medico di base a Novara, viveva con i genitori. Accoltellato e abbandonato nella campagna. L’assassino fugge con la Nissan Micra del medico e viene casualmente fermato dai carabinieri la stessa notte del 1 marzo 2000.<br />
Roberto Baronti, 45 anni, medico nefrologo a Pisa, ucciso in casa, cadavere nudo, con la gola squarciata, segni di legature ai polsi, il 13 marzo 2001.</p>
<p>Commento di Aldo in biro rossa alla fine di p. 229: e qualcuno ancora si chiede perché io abbia deciso di trasferirmi in questo paradiso.</p>
<p>*</p>
<p><small><em>(fine)</em></small></p>
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		<title>ZAMEL II</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2009 05:25:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni Casa di Aldo, seconda notte: processo Devo cercare di togliermi dalla mente gli occhi di Nabil. Mentre ripete quella parola ZAMEL. ZAMEL ZAMEL la parola che ha condannato Aldo. Quando riesce finalmente a pronunciarla, però li tiene chiusi. E riesce a pronunciarla solo dopo che l’accusa esplicitamente dichiara che alla visita medica [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://farm4.static.flickr.com/3605/3430571399_5395e3dc58_m.jpg" alt="null" /></p>
<p><strong>di </strong><strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p><em>Casa di Aldo, seconda notte: processo</em></p>
<p>Devo cercare di togliermi dalla mente gli occhi di Nabil. Mentre ripete quella parola ZAMEL. ZAMEL ZAMEL la parola che ha condannato Aldo. Quando riesce finalmente a pronunciarla, però li tiene chiusi. E riesce a pronunciarla solo dopo che l’accusa esplicitamente dichiara che alla visita medica il suo ano è risultato “infundibolare, tipico dell’omosessuale passivo”, e che non vi sono dubbi sul fatto che “l’imputato abbia lungamente esercitato l’omosessualità passiva”. A me sono subito venuti in mente i processi agli “arrusi” della Città e l’isola di Giartosio e Goretti. Dove vengono trascritti dai verbali di polizia i resoconti delle visite mediche intime subite dai condannati al confino. Anche in quel libro, ambientato a Catania nel 1938, si parla di un assassinio. <span id="more-16667"></span><br />
Perché qui, in questa casa, è avvenuto un assassinio &#8211; e poche settimane fa, in una quieta sera, mentre Aldo e Nabil conversavano dopo aver fatto all’amore, e Aldo era ancora nudo, pur se in febbraio, grazie al riscaldamento “europeo” che si era fatto installare. Ha voluto farglielo ammettere, Aldo, nella sua sciocca presunzione. E ammettere che cosa, poi? Di essere un uomo giovane che amava e sapeva amare gli uomini? Eppure oggi in tribunale sembrava che proprio quella fosse la colpa. La colpa. Piuttosto, mi terrorizzava il suo sguardo mentre l’accusa parlava. Fisso, penetrante, senza incertezze. Mostruoso e disumano. Come quello dei serpenti, senza battito di ciglia né scansioni temporali. Fuori della storia e della pietas. Il suo sguardo è sempre stato così? Era così anche quando aveva i capelli? Dalla foto che Aldo mi mandò al computer non pareva, mi avevano colpito la bianchezza dei denti, la robustezza degli incisivi, il lobo dell’orecchio destro legato alla guancia. Così a cranio nudo, da prigioniero, oggi mi è sembrato proprio uscito da Genet. Soprattutto alla fine dell’udienza, quando ha reclinato la testa rasata sul braccio destro.<br />
Basta, meglio tornare agli scaffali dei libri. Ne voglio sfogliare qualche altro, per distrarmi mentre mangio qualcosa, visto che stasera nemmeno il telegiornale del primo si riesce a prendere.<br />
Tra i romanzi italiani &#8211; non molti in verità &#8211; trovo La ragazza di nome Giulio di Milena Milani nella ristampa Longanesi del 1968, in edizione rilegata, come nuovo; Fabrizio Lupo di Carlo Coccioli nella traduzione francese del 1960 con le pagine ancora da tagliare; Altri libertini e Pao Pao di Pier Vittorio Tondelli in prima edizione Feltrinelli, letti e segnati con vari punti esclamativi: ne rileggo qualche frase e rabbrividisco pensando allo scempio filologico che i ciellini stanno compiendo della sua memoria. Gli altri narratori che trovo qui sono decisamente più commerciali, ma registrarono il costume: negli anni sessanta, Umberto Simonetta a Milano, ossessionato dal concetto di “marchetta” (Lo sbarbato, Non tanto regolari, Il giovane normale); nel decennio successivo Antonio Amurri (Dimmi di zi, Più bello di così si muore) e Giuseppe Patroni Griffi (Scende giù per Toledo)  a Roma e a Napoli, quando l’ossessione era ormai diventata quella del travestito. Niente Pasolini? Niente Pasolini. Lasciato tutto in Italia, col suo cristianesimo e col suo marxismo, ma sicuramente letto. Niente Arbasino, che Aldo tuttavia citava nelle serali conversazioni, disamato da Super-Eliogabalo in poi, apprezzato per Fratelli d’Italia, Piccole vacanze e soprattutto per L’anonimo lombardo. Curiosamente, Super-Eliogabalo nel 1969 fu il testo letterario che introdusse in Italia il termine “gay”.<br />
Poi vedo solo saggistica. La serie completa dedicata all’Arcano uscita in edizione economica da Longanesi tra il 1974 e il 1975. I diversi volumi hanno titoli quali: L’insolito il bizzarro il decadente, L’erotica antica fino al 1799, L’erotica moderna dal 1799, L’immorale il perverso il proibito ecc. I libri non portano sottolineature né paiono essere stati molto consultati.<br />
Tra i libri di saggistica mi colpisce l’assenza di testi usciti dopo il 1984. Il più recente è Omosessualità edito da Feltrinelli proprio in quell’anno e consistente nella traduzione di un numero unico della rivista americana Salmagundi. Ben sottolineato &#8211; nella prefazione di Guido Almansi &#8211; il passaggio: “Essere esclusivamente eterosessuale sta diventando sospetto e fra breve diventerà riprovevole. Sedurre gli eterosessuali sta diventando un atto politico&#8230;”. Mi accascio sul divano -sede di tante “seduzioni” di “eterosessuali” &#8211; con due pensieri fissi nella mente. L’Aids proprio da quell’anno cominciò ad essere avvertita minacciosamente anche in Italia. La frase di Almansi mette in rilievo una situazione-limite. Poi iniziò il disastro che bloccò per almeno un decennio l’evoluzione del movimento. Con un colpo di bacchetta magica, fosse possibile tornare a quel momento&#8230; Aldo era rimasto lì, fermo nel tempo. L’Aids non esisteva, l’aveva lasciata in Europa con i quadri e i tappeti.<br />
Lo scaffale, conoscendo Aldo, non mi riserva sorprese. Mi viene incontro Diario di un omosessuale dello psichiatra Giacomo Dacquino, edito da Feltrinelli nel 1970: allora forse un libro coraggioso e d’avanguardia (la collana è I franchi narratori, figurarsi), oggi paradossalmente residuale; ma allora&#8230; come aveva ragione Mario Mieli, con le sue lungimiranti battaglie contro gli psiconazisti! Già la IV di copertina recita: “Il diario registra le fasi decisive della terapia analitica di un omosessuale, la sua presa di coscienza di un’educazione sbagliata, i fattori ambientali che hanno rallentato e bloccato la sua evoluzione affettivo-sessuale&#8230;”. Smetto di leggere in preda all’incubo, subitaneo ma profondissimo, che qualcuno &#8211; oggi al governo in Italia &#8211; vorrebbe farci tornare a quegli anni. Eppure sembrava un grande passo avanti, dal prete col peccato al giudice col reato, si era arrivati al medico. Che comprendeva e “curava”. Parevano cose moderne, d’avanguardia. Le cause, si volevano conoscere le cause della nostra “malattia”. E molti omosessuali docilmente si fecero analizzare. Convinti che gli psiconazisti &#8211; con i loro test di Rorschach &#8211; avessero ragione. Convinti che &#8211; nella propria crescita o nella propria composizione bio-genetica &#8211; qualcosa fosse andato storto. Eccolo lì, Aldo, troppo orgoglioso per mettersi in analisi, e determinato a lottare per trasformare a suo vantaggio ciò che non era andato per il verso giusto. Quanta fatica, quante discussioni (ma non ho sbagliato tutto anch’io, visto il risultato conclusivo?) in quella settimana del settembre scorso, per instillargli il seme del dubbio: se lui era così e suo fratello no, non necessariamente qualcosa per lui doveva essere andata storta. Che invece è la convinzione inestirpabile di tutto questo scaffale, rigidamente fermo a quegli anni.<br />
Dove però trovo anche ottimi lavori, come L’eroe negato di Francesco Gnerre sui personaggi omosessuali nella narrativa italiana novecentesca, edito da Gammalibri nel 1981, e Lo schermo velato di Vito Russo, sull’omosessualità nel cinema, con Stanlio e Ollio a letto assieme in copertina, uscito lo stesso anno da Costa § Nolan. E inchieste utili e ben fatte, come Cercando il paradiso perduto di Cossolo e Teobaldelli (Gammalibri 1981) sui momenti di vita comunitaria gay, i grandi campeggi di quegli anni: Aldo aveva già preso altre strade: lui campeggiava sì con qualche compagno gay, ma in Turchia, a caccia insieme di baffuti anatolici; o Una questione diversa di Reim e Veneziani uscito per Lerici nel 1978, consistente in una raccolta di interviste sulla prostituzione maschile in Italia; o Il sesso nelle carceri italiane di Bolino e De Deo, uscito da Feltrinelli nel 1970. Lo sfoglio e trovo sottolineata questa testimonianza: “Dopo circa un mese venni trasferito a&#8230; Venni a conoscere che io potevo avere un compagno di cella a mio piacere, purché andare d’accordo. Era un rito come uno si sposa e si porta via la donna. Su 400 detenuti, esclusi i vecchi, 50 vecchi, il 90% degli altri voleva il compagno di cella passivo. Omosessuali come me non arrivavano a 10; tutti gli altri si prostituivano per convenienza ai detenuti più forti e potenti. Noi omosessuali eravamo i più richiesti”. Aldo evidentemente era stato attratto da questa accezione di omosessuale come passivo. Così commenta con la sua biro rossa: “Che reato si deve commettere e soprattutto dove, per finire lì?!”.<br />
Accanto, un minaccioso Perversioni sessuali, edito da Feltrinelli nel 1965, a cura di Lorand e Balint, con prefazione di Cesare Musatti, che già nel sottotitolo &#8211; Psicodinamica e terapia &#8211; indica la sua propensione a curare. Che cosa? Naturalmente l’omosessualità, e naturalmente dopo averne indagate le “cause”. Aldo non si sarebbe mai fatto “curare”: con la sua “malattia” conviveva bene, anzi la preferiva, ma era radicalmente convinto &#8211; come Musatti &#8211; che “è alla psichiatria che compete, per la sua grande attrezzatura, giudizio e cura della omosessualità”. Frase che trovo sottolineata nelle serie dei Quaderni della Salute apparsa nel 1968. Serie completa, evidentemente ben introiettata: L’omosessualità nella storia e nella letteratura, I travestiti, Le interpretazioni della moderna psicologia. Allibisco infine, prima di decidermi a spegnere la luce, sfogliando Terzo Sesso di Walter Curelle, edito nel 1967 da Società Editoriale Attualità. Recita il sottotitolo: Aspetti storici e psicologici del “vizio contro natura”. In copertina una riproduzione da Bosch. Il libro è molto sgualcito e sottolineato: “L’omosessuale non va trattato a priori come un delinquente. E’ un anormale e, tale essendo, va posto semmai più sotto la giurisdizione del medico, che sotto quella del giudice o del poliziotto”. E’ solo superata la fase del prete, ma per il resto ci siamo: tutta la letteratura che Aldo ebbe a disposizione negli anni della sua formazione, lo indusse a credere di essere un malato. E lui &#8211; artatamente &#8211; si sentì sempre più astuto nei decenni successivi, in cui smise di leggere saggistica e praticamente di leggere tout court. Quindi non potè cogliere gli sviluppi del dibattito scientifico. Astuto perché, invece di farsi curare, accondiscese, coccolò la sua “malattia”: se la godette.</p>
<p>(continua)</p>
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		<title>ZAMEL</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Apr 2009 16:32:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[    di Franco Buffoni Casa di Aldo, prima notte: arrivo So già che questa notte non riuscirò a dormire, meglio che cerchi subito qualcosa da leggere. Tra i libri illustrati qui spiccano: Sport e giochi nell’età classica di Giovanni Manetti, edito da Mondadori nel 1988, e un delizioso librino uscito da Interlinea nel 1995 [&#8230;]]]></description>
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<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p><em>Casa di Aldo, prima notte: arrivo</em></p>
<p>So già che questa notte non riuscirò a dormire, meglio che cerchi subito qualcosa da leggere. Tra i libri illustrati qui spiccano: Sport e giochi nell’età classica di Giovanni Manetti, edito da Mondadori nel 1988, e un delizioso librino uscito da Interlinea nel 1995 &#8211; Il manuale dell’allenatore &#8211; compilato nel III secolo d.C. da Filostrato di Lemno: in copertina &#8211; sconvolgenti nella loro sensualità &#8211; i fanciulli pugilatori da un affresco di Thera del XVI secolo a.C., capaci con le loro treccine a punta di surclassare tutti i giovani Törless e persino la riproduzione lì accanto della tetra Scuola di pugilato di Max Slevogt, coi due giovani ignudi rimasti appesi in mostra in un castello di Ludwig. Ancora, tra i fuori formato, Querelle, edito da Ubulibri nel 1982, con i dialoghi del film e numerose foto a colori, intrecciato al relativo Oscar del 1981: Genet, Querelle de Brest, nella traduzione di Giorgio Caproni. Sfoglio e trovo sottolineato, con punto esclamativo accanto, un paragrafo: “L’uniforme da marinaio trasformava Gil. Si posò il berretto sui capelli, poi lo inclinò indietro con spavalda civetteria. L’anima affascinante e nervosa dell’arma era entrata in lui. Era diventato un membro di quella Marina da guerra destinata più a ornare la costa francese che a difenderla. Essa frastaglia e ricama un grazioso festone in riva al mare, da Dunkerque a Villefranche con, qua e là, alcuni nodi più fitti e più stretti che sono i porti militari. La Marina è un’organizzazione stupendamente congeniata, composta di giovanotti che attraverso tutto un tirocinio imparano come farsi desiderare”. Commento di Aldo in matita: “Oggi è così a Biserta”.<span id="more-16211"></span><br />
Tra i romanzi noto subito la serie completa di Roger Peyrefitte &#8211; Ambasciate, La fine delle ambasciate, Eccentrici amori, Cavalieri di Malta, Le chiavi di San Pietro &#8211; usciti nelle edizioni economiche Longanesi tra il 1966 e il 1968: tutti molto sgualciti, molto “letti”. Ugualmente Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro in un’edizione rilegata del 1957 nella collana della Medusa; Demian e Il lupo della steppa negli Oscar del 1972, e persino un Peter Camenzind uscito nel 1951 da Aldo Martello Editore. E ancora la prima edizione rilegata del Paradiso di José Lezama Lima uscita dal Saggiatore nel 1971, squinternata nei pressi del famoso capitolo VIII (già anticipato, per altro, da Pasolini su Nuovi Argomenti), quello in cui l’adolescente Farraluque, dotatissimo e confinato per punizione in collegio da solo la domenica, si scopa in sequenza la procace signora, la giovane cuoca meticcia del direttore e, nel magazzino, un misterioso signore dal volto coperto da una maschera, un poco obeso&#8230; Ecco, Farraluque era il ragazzo ideale di Aldo, una vera machine à baise.<br />
Mentre il mio amico doveva essere rimasto deluso da Vanja di Michail Kuzmin, edito nel 1981 dalle edizioni e/o con uno splendido disegno in copertina, e forse solo per questo acquistato. Perché il libro, che porta come sottotitolo L’educazione omosessuale di un giovane a Pietroburgo agli inizi del secolo, appare intatto. Nell’81 Aldo era già nella sua fase “semplificata”: non più Bildung, solo realizzazioni. Dello stesso anno il concreto Mio padre e io di Ackerley appare invece ben letto. Nello spazio bianco, sotto la fotografia dell’autore a dodici anni (didascalia: Io a scuola, “Bimba”), c’è un commento in biro rossa: così io a S. Pietro, chierichetta. E la a è sottolineata.<br />
Molte sottolineature &#8211; risalenti ai due anni “americani” di Aldo &#8211; anche in due famosi romanzi degli anni sessanta di James Baldwin, Another Country e Giovanni’s Room: “Pierre, on t’offre&#8230;”, dice la barista di Montmartre al minet flessuoso e solido come un pugile piuma sul ring. L’americano attende. Proprio, un americano a Parigi, negli anni post-bellici&#8230; e Baldwin, che era nero e anche bruttino, riuscì a crearsi il proprio mondo di favola descrivendo giovani bianchi vogliosi e bellissimi &#8211; americani e francesi &#8211; che splendidamente facevano all’amore.<br />
Ma perché il pensiero mi va via così&#8230; Sono in Tunisia, nella casa di Aldo, con la porta a vetri del bagno mancante e il processo contro il suo assassino dal nome bellissimo, Nabil, da seguire domani mattina. Rimetto tutto a posto, mi cadono due libri, La vita segreta di Telenio, attribuita a Oscar Wilde, in un’edizione piratesca del 1971, senza l’indicazione del nome del traduttore né dell’autore del disegno di copertina (uno stupendo Dargelos di Cocteau). Wilde ancora a connotare scandalo, Cocteau morto da poco. E Il Cardinal Pirelli di Ronald Firbank, edito da Feltrinelli nel 1964 con in appendice Fuoco nero tradotto da Vittorio Sereni. Erano gli anni in cui scriveva Gli strumenti umani&#8230;<br />
Ecco, il corto circuito di Nabil. Qualcuno tra loro che &#8211; anche &#8211; lo pigli (a parte i professionnels versatiles), ci deve pur essere. Ma non per questo può tollerare di essere teorizzato, di essere esplicitamente definito “zamel” da uno straniero. Uno che deve limitarsi a prenderlo in culo e a pagare non può, letteralmente non può, definire zamel un magrebino. Ciò che Aldo ha fatto con la sua stupidissima capacità di irritare, portando alle estreme conseguenze il suo bisogno di autopunirsi. Vedi anche le avvisaglie. La mail in cui mi raccontava dell’ultimo dell’anno: i quattro ragazzi ubriachi dai quali si fece pisciare in bocca. O gli operai che dormivano nel cantiere: e lui che arrivava con whisky e sigarette e poi si “concedeva” a tutti.<br />
Rimetto di nuovo a posto e quasi mi scivola in mano Eric Jourdan, Gli angeli malvagi, la drammatica storia d’amore di Pierre e Gérard ambientata nella campagna francese. Colpito da censura appena uscito in Francia nel 1956 e pubblicato in Italia da Guanda nel 1990. Trovo sottilineate queste righe: “Gérard si sdraiava sul fondo e quando, stanco di remare, lo rimproveravo per la sua indolenza, si alzava col costume umido incollato alle natiche, e si metteva a vogare in piedi. Il paesaggio sembrava liquido tra le sue gambe&#8230; Un giorno gli misi la fronte contro le ginocchia. Gérard lasciò il remo, mi afferrò la nuca e fece risalire la mia testa lungo le sue cosce. Il suo inguine odorava di giovane daino”. Accanto a Jourdan trovo Tony Duvert, Diario di un innocente, nella traduzione uscita da SE nel 1999. La pagina è interamente sottolineata: “Un culo sfondato attira tutti i teppisti del paese come un vaso di miele richiama le mosche. Ci si passa il nome del colpevole, se ne parla, si va da lui quando si ha bisogno di scaricarsi, e talvolta lo si costringe: sarebbe rivoltante se rifiutasse, visto che ce l’ha già aperto”. Accanto in biro rossa l’annotazione: evviva i niek, gli scopatori.</p>
<p>(continua)</p>
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