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	<title>magnus &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Le storie de Lo Sconosciuto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 May 2013 10:48:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Di Mauro Baldrati Lo Sconosciuto racconta, prefazione di Luigi Bernardi – Rizzoli Lizard pp 158 a colori – euro 20 Lo Sconosciuto, Unknow “senza la n finale” come deve precisare spesso, è forse il personaggio più forte, e più longevo, di uno dei maestri del fumetto, non solo italiano: Roberto Raviola, in arte Magnus. Il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8817065269/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8817065269&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-45534" alt="sconosciutoraccontacover-crop-200x299" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/sconosciutoraccontacover-crop-200x299.jpg" width="200" height="299" /></a>Di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8817065269/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8817065269&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Lo Sconosciuto racconta</em></a>, prefazione di Luigi Bernardi – Rizzoli Lizard pp 158 a colori – euro 20</p>
<p><em>Lo Sconosciuto</em>, Unknow “senza la n finale” come deve precisare spesso, è forse il personaggio più forte, e più longevo, di uno dei maestri del fumetto, non solo italiano: Roberto Raviola, in arte Magnus. Il quale peraltro ha creato altri eroi-antieroi come Kriminal, Satanik, Alan Ford, Necron, I Briganti. Ma nessuno di questi ha ricevuto un’attenzione così meticolosa, così appassionata, come “il viandante” ex legionario, avventuriero, contractor, guardia del corpo, che negli anni ’70 e ’80 percorre le zone calde del pianeta passando da un’avventura all’altra, da un pericolo all’altro, da una sconfitta all’altra. E dire che si tratta di una miniserie: nato nel 1975 per la Edifumetto di Renzo Barbieri, <em>Lo Sconosciuto</em> si conclude nel 1976, con sei avventure. Poi Magnus lo riporta in vita nel 1982, sulle pagine di <em>Orient Express</em>, fino al 1984. In seguito è stato più volte revisionato, rimontato, ripubblicato, da Granata Press, Einaudi, Edizioni Grifo, e Rizzoli Lizard, con un albo risolutivo del 2012.</p>
<p>Unknow ha superato indenne il trascorrere del tempo, a differenza degli altri personaggi, i quali, benché amatissimi dai lettori di Magnus, restano prigionieri del loro periodo, coi suoi eccessi, le sue ingenuità, i suoi specialismi. Invece <em>Lo Sconosciuto</em> sembra sempre attuale, anche se non ci sono i computer (a parte l’apparizione di un “micro-Spectrum a 48 byte” in <em>L’uomo che uccise Che Guevara</em>), o i telefonini, e le auto sono tutte d’epoca. Perché? E’ un antieroe per eccellenza: poco o per nulla romantico, non è un seduttore, non incarna i desideri di vittoria dei lettori, ma è spesso un perdente: se riesce ad arraffare un buon malloppo, quasi sicuramente lo perde, oppure lo dona a chi ne ha bisogno: gli sfruttati, gli sconfitti, gli umiliati. Per parafrasare Benjamin, è “il combattente sentimentale nell’era del capitalismo avanzato”. Infatti se non è romantico, dietro la sua faccia dura, dietro la maschera cinica e spietata, covano sentimenti veri: la generosità, la compassione, la difesa dei deboli. <em>Lo Sconosciuto</em>, con la sua forza, col suo cinismo sentimentale, con le sue crisi, incarna l’archetipo dell’uomo moderno, sempre minacciato, sempre in gioco. Forse è questo il vero motivo della sua longevità.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/Sconosciuto-dendera.jpg"> <img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-45537" alt="Sconosciuto dendera-250x326" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/Sconosciuto-dendera-250x326.jpg" width="250" height="326" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/Sconosciuto-dendera-250x326.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/Sconosciuto-dendera-250x326-230x300.jpg 230w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /></a>Questo nuovo albo è un compendio di storie e di grafica. Contiene due episodi dove Unknow non è protagonista, ma narratore: <em>Una partita impegnativa</em>, apparso nel 1981 come inserto al <em>Resto del Carlino, </em>narra della “filiera” completa dell’eroina. Si va dalla coltivazione dell’oppio in Turchia al viaggio a dorso di cammello attraverso la Siria, fino allo smistamento a Marsiglia della morfina raffinata, e alla distribuzione sul grande mercato americano, con la longa mano della mafia. <em>Il volo del Lac Leman</em> è una “normale” vicenda di terrorismo, con un aereo dirottato e l’intervento delle forze speciali. La banalità del terrorismo, della follia e della violenza. Scritte e disegnate trent’anni fa, sono storie molto attuali. Magnus offre una delle sue migliori carrellate di personaggi grotteschi, feroci, realistici, con le predilette ambientazioni esotiche, i deserti, le città arabe che grondano cultura antica, benché sventrate dalla speculazione e dall’ingordigia degli uomini.</p>
<p>Poi ci sono vent’anni di copertine de <em>Lo Sconosciuto</em>, una intervista dove Magnus si spende con aneddoti e riflessioni su se stesso e sui personaggi, molti bozzetti inediti e la sceneggiatura originale, manoscritta, di un’avventura rimasta sulla carta, <em>Socco Chico. </em>E’ una vicenda ispirata a una storia realmente vissuta dall’autore bolognese nel mercato di Tangeri, “un luogo complesso e complicato, pieno di gente che viene e che va.” Proprio a due passi dalla casa di William Burroughs, un altro autore di culto contro il quale l’ossido del tempo e delle mode sembra del tutto inoffensivo.</p>
<p><em>[su <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8817057258/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8817057258&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Lo Sconosciuto</a> vedi anche <a title="Magnus: Unknow" href="https://www.carmillaonline.com/2013/01/08/magnus-unknow/" target="_blank">questo articolo</a> di Mauro Baldrati pubblicato su Carmilla &#8211; jr]</em></p>
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		<title>Il Primus Pilus della guerra eterna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jul 2012 21:21:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alan D. Altieri]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/07/16/il-primus-pilus-della-guerra-eterna/2776_9_t/" rel="attachment wp-att-43013"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/2776_9_t.jpg" alt="" title="2776_9_t" width="360" height="270" class="alignleft size-full wp-image-43013" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/2776_9_t.jpg 360w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/2776_9_t-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 360px) 100vw, 360px" /></a><br />
Nell’esercito dell’antica Roma il Primus Pilus – o Primipili – era il centurione Prior, il comandante della prima linea e capo di tutti i centurioni. Era un ufficiale molto rispettato, aveva accesso alle riunioni strategiche coi legati, i tribuni, e la sua parola era tenuta in alta considerazione. Salvo qualche eccezione la sua nomina non era calata dall’alto, o dovuta all’appartenenza alla classe equestre, come regolarmente avveniva nella corrotta Roma, ma conquistata sul campo di battaglia. Il Primus Pilus combatteva coi suoi uomini, e se sopravviveva diventava una sorta di super guerriero che nessuno osava contraddire.<span id="more-43011"></span> </p>
<p>In Italia abbiamo un Primus Pilus della letteratura definita di genere, un autore di prima linea che porta avanti il suo libro da anni: Alan D. Altieri. Lo fa coi romanzi, coi racconti, e proprio come gli antichi guerrieri il suo mondo è la guerra. Non c’è altro mondo possibile, e non per scelta sua, ma perché la guerra accompagna la specie umana [nei suoi testi sempre fatta precedere da “in”, (in)umana)], fin dalla nascita. “Kogan non riusciva a ricordare nient’altro. Solo la guerra. Forse non c’era mai stato nient’altro. Da nessun’altra parte, in nessun altro tempo, in nessun altro spazio. Impossibile rallentarla. Impossibile fermarla. La guerra è eterna”. Così scrive nel racconto che apre la sua ultima raccolta, <em>Warriors</em> (TEA 2012). </p>
<p>La guerra eterna.<br />
Su questo argomento – la guerra dei trent&#8217;anni, un conflitto globale che tra massacri, carestie dovute ai massacri e alle continue razzie, pestilenze dovute alle carestie, ha quasi estinto l’intera popolazione europea – Altieri ci ha scritto una monumentale trilogia, <em>Magdeburg</em>. E la lunga serie dello “sniper”, il cecchino Russel Kane, si sviluppa negli interminabili, interscambiabili scenari di guerre planetarie, piccole, grandi guerre clandestine, condotte da eserciti regolari o da agenzie specializzate nei lavori sporchi. Perché la guerra eterna non è solo causata da carri armati o da batterie di artiglieria: è anche (soprattutto?) la speculazione selvaggia, il malaffare che desertifica intere città, riducendole a lugubri zigurrat della devastazione e del fallimento. </p>
<p>Questo è il centro focale dell’ultimo racconto che conclude la raccolta, <em>Los(t) Angel(e)s</em>, in realtà un romanzo breve ambientato in una Los Angeles post apocalittica, quasi fantascientifica, città oscura dove palpita ogni violenza, ogni speculazione. Trafficanti di droga, killer professionisti, saccheggiatori edilizi pianificano la distruzione, acquistano titoli tossici emessi nel “paese dei papponi”, che manderanno in rovina migliaia di famiglie ma frutteranno una montagna di soldi facili (il caso Parmalat?). Intanto due donne “toste”, due guerriere fredde e determinate compongono il mostruoso mosaico del male assoluto, in corsa verso un finale che lascia senza parole. </p>
<p>Proprio le donne guerriere sono le protagoniste di tutti i racconti di <em>Warriors</em>.  Donne forti, nate e cresciute nella guerra, in ogni epoca e latitudine. Donne spietate, perché vivono in un mondo terminale dove pietà l’è morta. Kogan è una sniper nel primo racconto, <em>Contatto con il nemico</em>: un testo breve, essenziale: una guerra senza tempo, in un futuro lontano, oppure in un presente terribilmente attuale, forse su un altro pianeta. C’è un ponte, relitti ovunque, e l’onnipresente vento nero che soffia in tutti i testi di Altieri. Al di là del ponte c’è la “zona neutra”, un territorio mitico dove forse la guerra si placa, si interrompe. L’uomo vuole raggiungerlo a tutti i costi. La donna “sa” che è un suicidio. Sa che la zona neutra non esiste. “Uomo. Contro la donna./La prima e l’ultima di tutte le guerre./Donna. Contro l’uomo.” <em>Contatto con il nemico</em> è un racconto che per la sua essenzialità, il suo ritmo, la sua lingua purificata e nera, può essere considerato il manifesto letterario del suo autore. </p>
<p>La guerra senza tempo, la guerra eterna ingloba ogni epoca, ogni conflitto. <em>L’unico fascista buono</em> è ambientato durante la Resistenza, un fuoco freddo antifascista che combatte tutti i revisionismi, tutte le ipocrisie. La partigiana Lidia, eroina mimetizzata nella tana delle jene fasciste e naziste, combatte la sua battaglia rischiando la propria vita, armata di una micidiale Luger Artiglieria .9 Parabellum, con la quale fa esplodere le teste degli stragisti nazi/fascisti.</p>
<p>Nel terzo racconto, <em>T/Mek</em>, la guerra eterna è combattuta sul ponte sullo Stretto di Messina, puro sterminio tra mafie: i siciliani contro i calabresi per spartirsi i miliardi del paese dei papponi. Su quel tunnel sospeso sul mare, mai terminato, un mostro meccanico, un’arma segreta del Glorioso Esercito Amerikano, scatena un inferno tra vacanzieri armati di macchine fotografiche. Il demone è guidato da un ufficiale pazzo e drogato, che la sergente Ash tenta disperatamente di fermare. Ricorda certi racconti horror di Lovecraft (autore culto di Altieri), creature dell’incubo che strisciano in mondi spettrali.</p>
<p>Le donne di guerra di<em> Warriors</em>  sono nate nella morte e seminano morte. Uccidono i nemici, danno il colpo di grazia con l’ultima pallottola nella nuca, o in un occhio: “Gli sparai alla testa, punto d’impatto lobo frontale destro. Il bossolo del 223 tintinnò chissà dove nella cenere”, racconta in Bloodstar Tanner, agente SWAT che cerca di scortare uno scienziato verso un radiotelescopio per svelare il segreto di una cometa che minaccia la terra, mentre ciò che resta di un’umanità impazzita, guidata da un predicatore mostro, li insegue per bruciarli sul rogo. </p>
<p>Le warriors sono dure, estreme, sopravvissute loro malgrado in un mondo tracollato nella catastrofe generata dalla follia e dall’avidità. Eppure non sono morte dentro. Altieri come lettore e come editor ama i testi politicamente scorretti, dove il male è davvero il male e i cattivi fanno il loro mestiere fino in fondo, senza l’obbligo del lieto fine. Ma come scrittore non rinuncia all’etica. I suoi eroi di guerra – le eroine di Warriors – conservano un residuo puro e indistruttibile di umanità e di generosità. Il loro sguardo è sempre rivolto verso ciò che resta della vita e, forse, dell’amore. Generano storie avventurose, epiche, dove sembrano rivivere gli antichi eroi, i Primus Pilus caduti in prima linea per difendere il loro concetto di giustizia e di libertà, calpestati da tetri personaggi scoppiati, col rolex al polso e il cervello bruciato dalla metamfetamina. Storie che l’appassionato di fumetti sogna di vedere rappresentate in un bianco e nero ad alta definizione e a contrasto pieno, proprio come la scrittura di Altieri. E mentre legge questi racconti il fumettaro invasato immagina di aprire una delle cosiddette <em>graphic novel</em>, copertina rigida in hard cover, foriera di promesse di avventure e meraviglie, per scoprire, strabuzzando gli occhi: “Soggetto e sceneggiatura di Alan Altieri, disegni di Magnus”.</p>
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		<title>Storie di ordinari bullismi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Sep 2008 05:18:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[testo di Mauro Baldrati, illustrazione di Magnus Di fronte al cancello della scuola media Da Vinci, al di là del viale, vi è una fermata dell’autobus; di fianco alla pensilina una strada secondaria costituisce un esempio perfetto di “sofferenza urbanistica”: i ragazzi all’uscita da scuola sciamano verso la fermata, si fermano, fanno la lotta, ostacolano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-8277 alignnone" title="magnus_che-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/magnus_che-450.jpg" alt="disegno di Magnus da L'uomo che uccise Ernesto Che Guevara" width="450" height="450" /></p>
<p>testo di <strong>Mauro Baldrati</strong>, illustrazione di Magnus</p>
<p>Di fronte al cancello della scuola media Da Vinci, al di là del viale, vi è una fermata dell’autobus; di fianco alla pensilina una strada secondaria costituisce un esempio perfetto di “sofferenza urbanistica”: i ragazzi all’uscita da scuola sciamano verso la fermata, si fermano, fanno la lotta, ostacolano il traffico.<br />
Alle 13.10 arriva un Suv Cayenne nero che deve svoltare, si ferma perché un drappello di ragazzi si spintona in mezzo alla strada. Un colpetto di clacson, i ragazzi non si spostano. Si abbassa il finestrino, un uomo sporge la testa, una testa grossa, da uomo grande, con una massa di capelli neri. L’uomo dice “allora, vi spostate? VI SPOSTATE?” <span id="more-8232"></span><br />
I ragazzi non si muovono. Un altro colpo di clacson, prolungato, altre esclamazioni dell’uomo. I ragazzi si fanno da parte, ma ne restano tre. Uno è avanzato, gli altri due arretrati. Quello avanzato è Marco, rom abruzzese, residente nel vicino campo nomadi stanziali.<br />
L’uomo del Suv scende, si avvicina ai ragazzi. I due arretrati si spostano, raggiungono gli altri sotto la pensilina. Resta Marco, piantato in mezzo alla carreggiata con le mani in tasca, il grosso zaino Invicta sulle spalle. “Cosa credi di fare ragazzino?” esclama l’uomo del Suv, agitando il dito indice. “Ti vuoi spostare o no?”<br />
Marco non si muove, anche se ondeggia, si inclina; “che cazzo vuoi?” fa.<br />
L’uomo del Suv avvampa, la pressione gli va  a mille. “Che? Ma sei scemo? Quand’è che imparerete un po’ di educazione? Ragazzino deficiente! Spostati o ti mollo due sberle!”<br />
Marco cerca di tenere duro, ma l’uomo del Suv lo sovrasta con la sua mole. Solleva un braccio, mima una sberla, che non arriva ma preme nell’aria con la sua forza compressa.<br />
Marco si sposta di lato. L’uomo torna verso il Suv. Marco fa, alle spalle dell’uomo: “ma vaffanculo”.<br />
L’uomo del Suv si blocca, torna indietro, si piazza di nuovo di fronte al ragazzino. “Testa di cazzo! Ti insegno io a stare al mondo tra la gente!” Di nuovo mima una sberla, una forza che si comprime in un grumo di violenza contenuta, si scarica in un tocco leggero su una spalla. Si gira e torna indietro. Apre la portiera, sale a bordo. Mentre il Suv parte Marco fa: “se chiamo mio padre lo vedrai se caghi”.<br />
L’uomo inchioda, guarda Marco attraverso il finestrino. “Ah sì? Bene, chiamalo che vediamo!”. Ferma il Suv, lo parcheggia con due ruote sul marciapiede. Scende, si appoggia al cofano, a braccia conserte.<br />
Marco prende un telefono cellulare, digita un numero, parla brevemente. Dopo otto minuti arriva una Golf verde scuro, impolverata, con una visibile ammaccatura sul parafango destro. Scende Lorian, il padre di Marco: cammina molleggiato sulle Nike Shox, pantaloni over size, maglietta Angel Devil, orecchino pendulo al lobo sinistro, anello a quello destro, cinturone Dolce &amp; Gabbana. L’uomo del Suv si stacca dal cofano, Lorian gli va di fronte, affiancato da Marco. E’ massiccio Lorian, ha potenti bicipiti tatuati, ma è alto 1.68 e per guardare l’uomo dall’alto in basso, come deve essere, spinge indietro la testa, fino a flettere la schiena. “Che succede qua” afferma, non chiede. Marco gli parla in dialetto abruzzese stretto. Lorian porta lo sguardo, girando impercettibilmente la testa ma ruotando a fondo i bulbi oculari, da Marco all’uomo, che dice “cerchi di insegnare l’educazione a suo figlio, che è meglio!”. Quando Marco ha terminato la sua concitata esposizione fa: “vatténe in macchina”. Marco obbedisce rapido.<br />
Quando Lorian è sicuro che il figlio sia salito a bordo, con un gesto repentino afferra l’uomo per la camicia e lo strattona. Un bottone salta. “Tu non devi rompere i coglioni, capito?” ringhia.<br />
La faccia dell’uomo diventa viola, gli occhi strabuzzano. “Metti giù quelle manacce!” grida, cercando di divincolarsi. Ma Lorian fa saltare un altro bottone, dice “non devi rompere i coglioni, stronzo”. L’uomo lo spinge con violenza, una manata brutale sul torace. Lorian si sbilancia, rischia di cadere all’indietro ma non molla la presa sulla camicia, mantiene la posizione eretta. I due si fronteggiano, Lorian coi pugni chiusi, l’uomo con la camicia aperta sulla canottiera, la faccia marrone.<br />
“Vaffanculo!” grida l’uomo, pieno di furia trattenuta.<br />
“Vaffanculo!” fa Lorian, massaggiandosi il petto.<br />
L’uomo si gira, raggiunge il Suv Cayenne, si catapulta a bordo, parte con un’accelerata. Il fondo del mezzo spancia sul bordo del marciapiede, scatta in avanti con una sgommata.<br />
Lorian cammina molleggiato fino alla Golf, si siede al posto di guida, mette in moto e, dopo un rapido scambio di battute col figlio, se ne va dalla parte opposta.</p>
<p>L&#8217;illustrazione è di <a title="la voce su Wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Magnus">Magnus</a> tratta dall&#8217;album <a title="il libro su Internet Bookshop" href="http://www.ibs.it/code/9788873900832/magnus/uomo-che-uccise.html">L&#8217; uomo che uccise Ernesto Che Guevara</a> (1983-84)<a title="il libro su Internet Bookshop" href="http://www.ibs.it/code/9788873900832/magnus/uomo-che-uccise.html"><br />
</a></p>
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		<title>60 anni di Tex: intervista a Lucio Filippucci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Jun 2008 05:30:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Tex compie sessant’anni. Esce lo Speciale n.22, intervista all’autore di Mauro Baldrati Sessant’anni di avventure, di sparatorie, di scazzottate. Tex nasce nel 1948, inventato da Gian Luigi Bonelli e Aurelio Galleppini come personaggio di sostegno al fumetto di cappa e spada Occhio Cupo, ma presto prende una strada sua e diventa il più famoso e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/tex_seminoles.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-6150" title="tex_seminoles-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/tex_seminoles-450.jpg" alt="Indiani Seminoles - tavola di Lucio Filippucci" width="450" height="482" /></a><br />
<em>Tex compie sessant’anni. Esce lo Speciale n.22, intervista all’autore</em></p>
<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong><br />
<span id="more-6149"></span><br />
Sessant’anni di avventure, di sparatorie, di scazzottate. <a title="Tex su wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tex_(fumetto)">Tex</a> nasce nel 1948, inventato da Gian Luigi Bonelli e Aurelio Galleppini come personaggio di sostegno al fumetto di cappa e spada <em>Occhio Cupo</em>, ma presto prende una strada sua e diventa il più famoso e il più venduto in Italia. Fin dai primi numeri si caratterizza come il fumetto western che considera gli indiani americani non più come selvaggi assetati di sangue ma come un popolo degno di rispetto. Col nome di <em>Aquila della notte</em> è addirittura il capo dei Navajos. E’ un implacabile cacciatore di fuorilegge, strenuo difensore della Legge e della Giustizia, intese come norme superiori, sovraordinate rispetto alle consuetudini, che non esita a infrangere per raggiungere l’obiettivo. Crede, e difende, il rispetto reciproco tra i due popoli, anche se l’ordine costituito – il potere centrale dell’uomo bianco – non viene mai messo in discussione, e combatte con ogni mezzo chi sgarra, siano bianchi, giacche azzurre deviate, politici corrotti, banditi spacciatori di “acqua di fuoco” o indiani ribelli che passano alla lotta armata.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/tex_aggressione.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-6152" title="tex_aggressione-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/tex_aggressione-450.jpg" alt="tavola di Lucio Filippucci" width="450" height="205" /></a></p>
<p><em>(fai clic sull&#8217;immagine per vedere la tavola a dimensione originale)</em></p>
<p>Tex è un puro materialista, un pragmatico, un uomo d’azione. Questo suo razionalismo estremo è talvolta sfidato dal mistero e dalla magia nera, in battaglie campali con gli stregoni neri Mephisto e Yama, dove contrasta i trucchi, gli ipnotismi, i raggi della morte dei “tizzoni d’inferno” e dei “satanassi” con le pallottole della sua colt 45 e con l’impatto devastante dei suoi pugni. E’ infatti imbattibile nei combattimenti corpo a corpo, anche se i suoi avversari sono pugili o lottatori professionisti, o giganti.<br />
Ha sempre lo stesso look, immutato da sempre: il cappello Stetson, una camicia che sappiamo gialla dalle copertine – uniche concessioni al colore perché è rigorosamente in bianco e nero – pantaloni aderenti azzurri, foulard nero, cinturone con due colt. Qualche eccezione viene concessa quando è Aquila della Notte, con giacche a frange e una fascia di capo indiano intorno alla fronte, o un giaccone pesante in certi episodi ambientati nei climi freddi.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/tex_peste_pe.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-6157" title="tex_peste_pe-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/tex_peste_pe-450.jpg" alt="tavola di Lucio Filippucci" width="450" height="421" /></a></p>
<p>Agisce quasi sempre con alcuni fedeli <em>pards</em>, l’anziano ma scattante Kit Carson (Capelli d’argento), il “vecchio brontolone”, un caratterista ispirato all’eroe della frontiera realmente esistito, il silenzioso indiano Tiger Jack, suo fratello di sangue, il figlio Kit (Piccolo Falco), svelto e abile. Altri amici entrano saltuariamente in qualche episodio, il mago buono El Morisco, Gros-Jean, il massiccio trapper franco-canadese, grande alleato di gigantesche risse, il colonnello Brandon.</p>
<p>Tex è alto circa 1.80 per 80-85 kg, e ha un’età di 40-45 anni. Considerando i sessant’anni di attività, avrebbe oltre 100 anni. Ma è in gran forma, energetico più che mai, duro e in tiro nell’ultimo <a title="gli albi speciali di Tex su wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Albi_speciali_di_Tex">Speciale</a>, o <em>Texone</em>, l’albo gigante n. 22 in uscita il 20 giugno. E’ una storia ambientata nelle paludi della Florida, con campi lunghi sulle mangrovie, scene acquatiche, villaggi su palafitte, azione, avventure e storie nere. Questi albi, a cadenza annuale, dal 1986 vengono affidati a disegnatori diversi, spesso dei maestri come Buzzelli, De La Fuente, Ortiz, Kubert. Leggendario quello di Magnus, costato cinque anni di lavoro accanito, un classico del fumetto.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/tex_panoramica.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-6154" title="tex_panoramica-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/tex_panoramica-450.jpg" alt="tavola di Lucio Filippucci" width="450" height="363" /></a></p>
<p><em>(fai clic sull&#8217;immagine per vedere la tavola &#8211; <strong>splendida</strong> &#8211; a dimensione originale)</em></p>
<p>Per l’occasione Texone è tornato sull’Appennino. Dopo il n. 9 di <a title="Magnus - Roberto Raviola su wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Magnus">Magnus</a>, realizzato in parte a Castel Del Rio, il nuovo numero è stato affidato a <strong>Lucio Filippucci</strong>, bolognese (qui una sua <a title="profilo di lucio filippucci da Bonelli editore" href="http://www.bonellieditore.it/auto/componi_scheda_collaboratori?collaboratore=Lucio+Filippucci">scheda</a> e una sua <a title="Lucio Filippucci disegna Tex Willer" href="http://www.flickr.com/photos/justercolor/2446712883/">foto</a>), uno dei disegnatori di punta di <a title="Martin Mystere su wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Martin_Myst%C3%A8re">Martin Mystère</a>, che lavora in un piccolo fienile di sasso ristrutturato con vista sui boschi dell’Appennino bolognese, nei pressi di Loiano. L’abbiamo incontrato nel centro della cittadina, dove si è tenuta una mostra con le tavole originali del nuovo albo.</p>
<p><strong>Filippucci, com’è nata l’avventura dello Speciale?</strong></p>
<p>L’editore Bonelli continuava a chiedermelo, ma io tentennavo perché non sono mai stato un texiano. Non ero un lettore abituale, ero legato ad altri stili western, più moderni, come Ken Parker, o il Blueberry di Moebius. Anche nel cinema amavo il western anni Settanta, Soldato Blu, Un uomo chiamato cavallo. Tex è anni Cinquanta, John Ford.</p>
<p><strong>Alla fine perché hai accettato?</strong></p>
<p>Perché era una bella sfida. Tex è un personaggio impegnativo, con una lunga storia alle spalle, delle regole solide.</p>
<p><strong>Quali?</strong></p>
<p>E’ un uomo d’acciaio, ha un abbigliamento preciso, armi, un modo di cavalcare, di guardare. Anche i luoghi, gli arredi, gli oggetti, devono essere verosimili, esatti. E’ un western realistico, sporco, polveroso. Io, che vengo dalla fantascienza, dove c’è molta libertà di improvvisare, ho dovuto lavorare con disciplina; sono passato dal ritmo veloce a quello lento, dove ogni vignetta va lavorata a fondo. Credo di essermi adattato molto bene alla sua serialità, perché io in fondo sono un particolarista, amo i dettagli, la precisione, la nitidezza. Mi ci sono adattato talmente bene che ora disegnerò anche un albo “normale” di Tex.</p>
<p><strong>Ha influito il tuo stile di disegnatore di fantascienza? Come si è coniugato col western?</strong></p>
<p>Credo di avere lavorato sul ritmo, il dinamismo, l’azione, gli effetti speciali. Queste infatti sono le prerogative del disegnatore, che gestisce la regia.</p>
<p><strong>Puoi riassumere la storia?</strong></p>
<p>Potrà sembrare bizzarro, ma dopo tre anni di lavoro duro sulle singole vignette non la ricordo molto bene. E’ una sceneggiatura di Gino D’Antonio, uno dei più grandi sceneggiatori italiani, purtroppo scomparso di recente senza potere vedere l’opera finita. Tex e Carson hanno l’incarico di scortare un capo seminole ribelle, Ochala, a un processo per vari omicidi. Ma riesce a fuggire, aiutato dai suoi. Ochala è inseguito da un malvagio caijun, che, apprendiamo nei flashback, anni prima ha sterminato la sua famiglia. Scopriamo che Ochala è innocente, che ha sempre ucciso per difendersi, e Tex si mette sulle tracce di entrambi. E’ una storia avventurosa, con la complicazione di un burocrate malvagio e corrotto, uno dei nemici classici di Tex, che lotta contro la corruzione, la speculazione.</p>
<p><strong>Quindi abbiamo la coppia Tex/Carson, senza Tiger Jack?</strong></p>
<p>Sì, ma oltre la metà dell’albo vede Tex da solo, con un pard meno “pesante” di Carson. E’ stata una scelta della sceneggiatura, per l’economia della storia, i personaggi, l’intreccio, risultava troppo complesso far recitare entrambi i personaggi, con le loro caratterizzazioni, le personalità complesse, le solite idiosincrasie di Carson. Così a un certo punto Capelli d’argento si è infortunato ed è uscito di scena.</p>
<p><strong>Hai detto recitare, dunque sono personaggi/attori?</strong></p>
<p>Certo. Il fumetto ha una scansione cinematografica.</p>
<p><strong>Quindi, come in ogni film che si rispetti, hai fatto delle ricerche sugli scenari, gli oggetti, i costumi?</strong></p>
<p>E come. Le armi, i paesaggi delle paludi, e i cavalli, che costituiscono uno dei problemi più ardui da risolvere, per l’anatomia e soprattutto il dinamismo, difficile da restituire. Ho dovuto inventare molto sui costumi dei seminoles, perché c’è pochissimi materiale disponibile. Va detto che non tutti i disegnatori dei texoni hanno fatto la stessa cosa, alcuni hanno tirato via, ma io no. In questo ho seguito fino in fondo gli insegnamenti dei miei due maestri, Magnus e Romanini (Giovanni Romanini, bolognese, ha collaborato con Magnus alla Compagnia della forca e ha disegnato i cavalli del texone dello stesso Magnus ndr), grandi maestri della precisione.</p>
<p><strong>Aurelio Galleppini ha usato anche se stesso – il proprio autoritratto – per il personaggio. Tu pensi di avere inserito qualche componente di te stesso nel tuo protagonista?</strong></p>
<p>Direi che siamo molto diversi, a partire dall’aspetto fisico. Però ammiro certi lati del suo carattere, quella sua fede incrollabile nella Giustizia, e il non esitare a prendere a cazzottoni i malvagi che la infrangono.</p>
<p><strong>Il tuo Tex ha una faccia dura, spigolosa, spesso illuminata dal basso, con occhi stretti come fessure orizzontali. E’ una scelta solo tua? </strong></p>
<p>Assolutamente sì. La sceneggiatura non fornisce indicazioni di questo tipo. Gli occhi fessura derivano da Martin Mystère, che non li apre mai. Per tornare alla domanda precedente, forse ci ho messo la mia tensione iniziale, quando pensavo alla impresa che stavo affrontando.</p>
<p><strong>Secondo te oggi Tex voterebbe Obama o McCain?</strong></p>
<p>(Pausa) Obama. Ha un’anima solida di democratico.</p>
<p><strong>Un’ultima domanda. Perché tanti disegnatori se ne vanno in Francia? Penso a Liberatore, Mattotti, Igort.</strong></p>
<p>In Francia il fumetto ha lo spazio e l’attenzione che merita. E’ considerato un linguaggio al pari della letteratura, il cinema. In Italia invece, anche se vi sono ottimi autori, è un sottogenere, una sottocultura buona per l’evasione. In fondo restiamo legati alla concezione del fumetto come illustrazione delle favole per bambini.</p>
<p><em>Le tavole di questo articolo sono pubblicate per gentile concessione dell&#8217;autore Lucio  Filippucci. Tex è una pubblicazione di <a title="il sito dell'editore sergio bonelli" href="http://www.sergiobonellieditore.it/auto/cpers_index?pers=tex">Sergio Bonelli Editore</a><br />
</em></p>
<p><em>fine</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/tex_copertina.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-6156" title="tex_copertina-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/tex_copertina-450.jpg" alt="disegni di Sergio Filippucci" width="450" height="583" /></a></p>
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		<title>Schiuma hard-core</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/07/14/schiuma-hard-core/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Jul 2006 04:32:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[fumetto]]></category>
		<category><![CDATA[magnus]]></category>
		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>
		<category><![CDATA[necron]]></category>
		<category><![CDATA[roberto raviola]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mauro Baldrati C’era un tipo – lo chiamavano Faustone – che conoscevo al paese, prima di emigrare a Roma per lavorare al giornale. Era un uomo di circa trent’anni, altissimo, sarà stato due metri e dieci, con una grande testa di capelli neri voluminosi e due mani enormi, due mazze che avrebbero atterrato un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/necron450.png"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/necron225.png" alt="una tavola del Necron di Magnus " hspace="2" vspace="2" align="right" /></a><strong>di Mauro Baldrati<br />
</strong><br />
C’era un tipo – lo chiamavano Faustone – che conoscevo al paese, prima di emigrare a Roma per lavorare al giornale. Era un uomo di circa trent’anni, altissimo, sarà stato due metri e dieci, con una grande testa di capelli neri voluminosi e due mani enormi, due mazze che avrebbero atterrato un bue.<br />
Era un personaggio mitico, era stato sposato con una ragazza bellissima, molto alta anche lei (circa un metro e novanta), magra, nervosa, atletica. In un paese dove l’altezza media delle persone era di un metro e sessantacinque, loro due formavano una coppia che suscitava sconcerto, e, forse, ammirazione e invidia. Il matrimonio comunque durò meno di sei mesi, perché lei, un giorno, fu ricoverata in ospedale per le percosse ricevute. Almeno così si diceva, e la cosa mi stupì, perché ho sempre considerato Faustone un tipo generoso, un buono, sempre disponibile verso gli altri.<br />
<span id="more-2303"></span><br />
Con Faustone talvolta andavo in una vecchia casa abbandonata sperduta nella campagna a sparare con una 44 Magnum, la gigantesca pistola dell’ispettore Callaghan. Non so dove avesse trovato quel cannone, né quale uso intendesse farne, a parte il tiro a segno con bottiglie, sagome di legno, angurie (che colpite dalle grosse pallottole camiciate in rame esplodevano come bombe tra schizzi di semi e polpa rossa); chi non ha mai provato a impugnare e a premere il grilletto di un’arma simile non può neanche immaginare la potenza dello sparo, e il rinculo che rischia di scaraventarti la pistola sul petto, se non viene stretta a due mani, con forza e concentrazione.<br />
Poi mi trasferii a Roma e ne persi le tracce. Quando tornavo al paese però, circa una volta ogni due mesi, mi capitava di vederlo in giro per il viale alberato. O meglio, non in giro, ma sulle panchine, seduto con qualche altro perdigiorno come lui (era un operaio in cassa integrazione perenne), oppure sdraiato su una panchina, troppo corta per lui, coi piedi fuori, addormentato, indicato a dito dai cittadini che dicevano che era diventato un drogato e uno spacciatore.<br />
Un giorno che passeggiavo per il viale sentii il suo inconfondibile vocione che mi apostrofava. Mi girai e lo vidi, seduto a gambe larghe sul marciapiede che correva lungo il palazzo della ferramenta. Mi chiamava agitando un braccio. Mi avvicinai, gli tesi la mano e mi sedetti accanto a lui.<br />
“Oi sei te” disse, “è da un po’ che non ti si vede”.<br />
“Già” dissi, e intanto scrutavo il suo volto: gli occhi erano infossati in due profonde occhiaie scure e la pelle era come incartapecorita. I capelli erano scarmigliati, in disordine sulla fronte lucida, e gli abiti sporchi e stazzonati. Sì, erano segni inequivocabili della deriva nell’eroina.<br />
“Be’, dimmi una cosa, è vero che lavori là in quel giornale di scoppiati?”<br />
Nella parola scoppiati c’era un che di ironico, dubito che avesse mai letto la rivista. Probabilmente ne sentiva parlare in giro. “Sì” confermai.<br />
Seguì un silenzio. Ci guardavamo intorno con aria distratta, osservavamo i cittadini, sempre gli stessi da una vita intera, che transitavano sul viale, a piedi, in moto, in bicicletta, in auto.<br />
“E tu?” domandai. “Spari ancora con quel pistolone?”.<br />
Faustone sospirò. “Uh. L’ho venduta”.<br />
Aveva venduto la Magnum. Sull’uso del denaro ricavato non avevo dubbi.<br />
“Bah” disse con tono spavaldo, “comunque adesso uso un altro pistolone, ah-ah”, e si portò la mano al cavallo dei pantaloni. Lo guardai con aria interrogativa. “Sì, questo pistolone qui” disse, toccandosi l’inguine.<br />
“Buon per te” dissi.<br />
“L’hai detto. Lo ficco tra le gambe delle azdore sposate”.<br />
“Ah” dissi, sorpreso. Non avevo mai sentito Faustone parlare di sesso. “Così hai delle amanti sposate?”<br />
Scoppiò a ridere e si perse per qualche secondo in un accesso furioso di tosse. “Amanti?” disse, quando la tosse si fu calmata. “Diciamo pure amanti. Io me le sbatto mentre il marito è lì che guarda”:<br />
“Ma no” dissi, sempre più sbalordito.<br />
“Oi! Tu non immagini. C’è tutto un giro, a Lugo, a Ravenna, a Faenza, di coppie depravate che cercano degli stalloni. Dicono proprio così gli annunci: cercasi stallone, massimo quarantenne di bell’aspetto. E io non sono di bell’aspetto? Argh-argh! Poi ci sono alcuni mariti che lo vorrebbero prendere nel sedere mentre lo fanno con la moglie. Insistono, mi pregano ma io quella cosa lì non la faccio”.<br />
La mia mente aveva già iniziato a lavorare alacremente. Ero sempre alla ricerca di spunti per qualche servizio, e già qualcosa si stava configurando. C’era una rubrica, inventata dal direttore, che si chiamava Schiuma. Era un contenitore onnivoro dove inserire qualunque storia strana, storie pesanti, storie perverse, ritratti di personaggi. Io avevo fotografato nuda Jo Squillo e il servizio – corredato da una intervista – aveva avuto un successo clamoroso: un mese dopo la rock-spaghetti in topless era finita in copertina a Stern. La vicenda di Faustone sembrava perfetta. Mi chiesi, ma una sola volta, senza angosciarmi, se era tutto vero. In realtà il problema non si poneva. In Schiuma i personaggi parlavano in prima persona, il giornalista non faceva che trascrivere il testo (era uno stile che in seguito venne copiato da alcuni grandi giornali per le interviste). Era dunque un racconto, e la responsabilità era tutta di chi raccontava. Non da un punto di vista giuridico, ovviamente, ma a noi non importava un fico secco dell’aspetto giuridico.<br />
Gli chiesi di raccontarmi tutto, con dovizia di particolari. Faustone, che sembrava non aspettare altro, si lanciò in una lunga storia che aveva come asse portante un sistema di annunci – espliciti sulle riviste specializzate e in codice sui quotidiani – coi quali le coppie comunicavano con gli “stalloni”. Si vedevano nelle case, parlavano, bevevano, alcuni avevano anche della coca; poi la moglie si spogliava, e così via.<br />
“Ma ti pagano?” chiesi.<br />
Faustone rovesciò indietro la testona, ma il gesto fu troppo brusco e sbatté violentemente contro il muro. Bestemmiò a lungo, massaggiandosi la nuca.<br />
“Delle volte. Dipende. Se la moglie è buona lo faccio anche gratis, però voglio un po’ di roba”.<br />
Non indagai sulla “roba”, se intendeva coca o ero. Comunque la storia era già scritta nella mia testa. Non ho mai registrato le interviste, perché non ero bravo in questa attività, mi confondevo; però mi imprimevo a fondo nella mente il parlato del soggetto ed ero in grado di restituire con precisione le frasi. E poi in Schiuma c’era grande libertà di stile, se necessario si modificava, si riscriveva.<br />
Stavo per proporgli l’idea dell’intervista, ma prima volevo parlarne col direttore, perché c’era un aspetto importante da chiarire.<br />
“Faustone, ti va una birra?” chiesi. “Vado al bar e ne prendo un paio.”<br />
“Volentieri” disse.<br />
“Allora aspettami qui. Non ti muovere, d’accordo?”<br />
“E chi si muove?”<br />
Attraversai il viale ed entrai nell’enorme bar della sezione del P.C.I., che a quell’ora del pomeriggio era semivuoto. C’erano solo un paio di tavolini occupati da pensionati che giocavano a carte. Andai verso la cabina del telefono e chiamai il direttore. Per fortuna lo trovai in redazione. Quella storia andava definita subito, chissà che fine avrebbe fatto Faustone l’indomani. Il direttore mi ascoltò attentamente, poi, a racconto ultimato, restò qualche secondo in silenzio a meditare. “Uhm, si può fare” disse.<br />
“Però c’è un problema” dissi.<br />
“Che problema?”<br />
“La foto. Non credo che accetterà di farsi fotografare.”<br />
Altro silenzio meditativo. “Be’, questo è vero. Allora perché non gli fotografi&#8230; vediamo&#8230; il bacino?”<br />
Geniale! Non ci avevo pensato. Non mi sarebbe mai venuta un’idea simile. Era forte, mentre un ritratto del viso in fondo sarebbe stato banale. Dissi che ci avrei provato. Stabilimmo la lunghezza massima del testo, lo salutai e riattaccai. Poi comprai due lattine di birra e raggiunsi Faustone, che intanto si era addormentato con la testa appoggiata al muro.<br />
Stappammo le lattine e bevemmo una lunga sorsata. Quando la birra terminò Faustone era un po’ rinvigorito. La birra è sempre stata la bevanda preferita dei tossici, perché “tira su” l’ero quando inizia il terribile calo che fa cadere le palpebre e ciondolare la testa. Allora gli proposi l’idea: un’intervista sulla sua storia, e una foto. “Ma non una foto non del viso, perché&#8230; non ti andrebbe, giusto?”<br />
“Oh” disse, guardandomi con tanto d’occhi. “Guarda, non me ne fregherebbe proprio un cazzo. Che me ne frega di questi qua?” e indicò con una mano il viale. “Che me ne frega di questo branco di contadini sfigati pieni di soldi? Però c’è mia madre che&#8230; insomma diventerebbe matta.”<br />
“Appunto” dissi. “Allora ho quest’idea: ti fotografo il pistolone”.<br />
Glielo dissi con assoluta nonchalance, come se fosse la cosa più normale di questo mondo. D’altro canto per noi tutto era normale, non esisteva nulla di troppo hard, nulla di sconveniente. Avevamo addirittura pubblicato un Manuale del killer professionista che insegnava come uccidere un uomo, un’iniziativa ironica e provocatoria che aveva provocato furiose polemiche e anche una denuncia con relativo sequestro delle copie.<br />
Faustone scoppiò a ridere. “Cosa? Vuoi dire che mi fotografi&#8230; l’uccello?”<br />
“Proprio così”.<br />
Continuò a ridere, ed io ero un po’ preoccupato, perché quell’eccessivo uso di energia della risata poteva accelerare un calo micidiale della droga e farlo crollare.<br />
“Oi, ma allora è vero, siete proprio una manica di scoppiati!”<br />
“Scoppiatissimi” dissi.<br />
Forse questa battuta gli piacque, oppure lo intrigava l’idea provocatoria, un sasso nello stagno culturale del paese. “Tanto lo sapranno tutti che sono io, ah-ah!” Accettò.<br />
“Bene, allora andiamo. La facciamo a casa mia”.<br />
“Ma come, adesso?”<br />
“Certo. Perché rimandare? E poi domani devo tornare a Roma”. Era vero, ma il motivo era un altro: uno come Faustone si sarebbe perso dopo poche ore, oberato dai problemi della roba, dall’astinenza eccetera. Impossibile stabilire un appuntamento per il giorno dopo. O subito o mai più.<br />
Ci alzammo e andammo verso la mia vecchia Reanult 4.<br />
“Hai ancora quella cinquecento?” chiesi. Lui, un gigante, affermava di trovarsi bene solo con la macchina più piccola del mondo.<br />
“L’ho venduta” disse.<br />
“Ah. E il vespino?” Era buffo Faustone in sella a quel piccolo scooter, sembrava un enorme cavaliere mongolo in groppa a un pony.<br />
“Ho venduto anche quello. Che me ne faccio? Abito a cento metri da qui, e non c’è nessun altro posto dove andare”.<br />
Arrivammo alla mia casa semidiroccata, dove al piano terra, in una stanzona, viveva la mia vecchissima nonna. Salimmo al primo piano, nell’appartamento quasi privo di mobili dove avevo vissuto quando abitavo al paese, e lo feci piazzare di fianco alla finestra del piccolo soggiorno. Presi la Polaroid SX 70, una macchina di gran moda a quei tempi (tutti gli artisti di tendenza si esaltavano e scattavano centinaia di foto con la SX 70) e mi piazzai a circa due metri da lui, in ginocchio. “Ok” dissi. “Allora giù i pantaloni e le mutande”.<br />
Forse ebbe un breve attimo di incertezza, ma se ciò avvenne lo dissimulò perfettamente. Invece lanciò un’occhiata preoccupata alla finestra e disse: “tira ben giù la tapparella, che se ci vedono i vicini ci prendono per due culattoni”.<br />
Ecco un pensiero che non avrebbe mai attraversato la mia mente. Ero unicamente concentrato sulla foto. Finché la polaroid non usciva dal carrello della macchina il servizio sarebbe stato inutile.<br />
“Dai, sono pronto” dissi quando ebbi abbassato la tapparella e inserito i piccoli flash a torcia sulla SX 70. Allora Faustone, con gesto deciso, si calò i pantaloni e le mutande e rimase col batacchio che dondolava tra le cosce pelose. E qui, mentre inquadravo il suo organo genitale, fui assalito da una tremenda, irresistibile crisi di riso. Vidi me stesso chino con una macchina fotografica di fronte a un gigante tossico coi pantaloni calati e mi venne in mente la sua frase: “siete proprio una manica di scoppiati”. Chi era più scoppiato, io o lui? Nascondendomi dietro la macchina riuscii a non esplodere in una risata che sarebbe stata molto imbarazzante, perché l’avrebbe fatto sentire ridicolo, preso in giro; in realtà non volevo affatto prenderlo in giro, mi stava semplicemente offrendo una storia strana, un storia forte, estrema, che era ciò che cercavo. Però vedevo la scena da fuori, come se fossi un insetto che volava nella stanza: io inginocchiato, lui col batacchio a penzoloni, era impossibile resistere. Scattai cinque foto tutte uguali, con l’unico scopo di ripararmi dietro la macchina e reprimere la risata che mi toglieva il respiro.<br />
Alla fine riuscii a calmarmi e guardammo le foto. Erano abbastanza inquietanti. Perfette.<br />
“Certo che se era un po’ duro era meglio” disse Faustone prendendosi in  mano l’arnese e squadrandolo con aria critica. “Solo che qui&#8230; non ce la faccio mica a indurirlo. Non ce l’hai un giornale porno?”<br />
Dissi che non l’avevo. “Vanno bene così” dissi.<br />
“Se lo dici te” disse.<br />
Ci sedemmo al vecchio tavolo rotondo, che proveniva dalla sede della radio libera che avevamo fondato cinque anni prima, e rollai una canna di ganja romagnola coltivata in un luogo segreto sull’argine del fiume Reno. Faustone fece un paio di tiri, ma senza entusiasmo. I tossici sono indifferenti al fumo. Erba ed eroina appartengono a razze diverse, non hanno nessuna interazione. Un tossico neanche la sente l’erba. L’eroina richiede l’alcool, il parente stretto che la rinvigorisce quando perde potenza.<br />
“Devo andare” disse Faustone alzandosi. Ebbi la netta sensazione che stesse diventando nervoso. Probabilmente aveva bisogno della dose serale. “Devono passare a prendermi per andare a Ravenna per un  certo businness”.<br />
Riposi le polaroid in una busta e scendemmo le scale. Non staccai il contatore della luce. Quando tornavo al paese non dormivo nella mia casa, perché c’era polvere e abbandono, ma dai miei genitori. E poi la mia vecchia nonna la notte svalvolava da matti, gridava, imprecava, sferrava bastonate sui mobili e non mi faceva dormire. Quella sera, però, volevo scrivere il testo dell’intervista, perché infuriava nella mia mente, e premeva per uscire.<br />
Lo accompagnai sul viale, di fronte alla sua panchina preferita. Il tramonto si annunciava con la sua luce rossastra.<br />
“Hai una sigaretta?” chiese, guardandosi intorno con insistenza.<br />
“Aspetta qui” dissi. Andai alla tabaccheria, comprai una stecca di sigarette e gliele porsi.<br />
“Vuoi che&#8230; stia con te?” chiesi, spinto da un improvviso senso di malinconia all’idea di mollarlo da solo su quel viale desolato.<br />
“Che?” esclamò, guardandomi sorpreso. Gli occhi si erano arrossati, ed erano più stretti. La crisi iniziava a farsi sentire. “Ma no, tra un po’ arriva quel soggetto che mi porta a Ravenna. Be’, ti saluto” disse, e uscì di getto dalla macchina.<br />
Lo guardai allontanarsi con passo frettoloso, la testa ciondolante sul grosso collo e la stecca di sigarette sotto il braccio. Dopo due secondi era sparito dalla mia vista. Chissà dov’era finito, in quel viale deserto privo di nascondigli.</p>
<p>Nell&#8217;immagine, una tavola del <em><strong>Necron</strong></em> di <strong>Magnus</strong> per gentile concessione degli eredi Raviola</p>
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