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	<title>maigret &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Quel piccoloborghese di Maigret: brevissima fenomenologia di un successo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Mar 2023 06:00:15 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_102012" aria-describedby="caption-attachment-102012" style="width: 515px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-102012 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/Schermata-2023-02-24-alle-12.34.33.png" alt="" width="515" height="305" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/Schermata-2023-02-24-alle-12.34.33.png 515w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/Schermata-2023-02-24-alle-12.34.33-300x178.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/Schermata-2023-02-24-alle-12.34.33-150x89.png 150w" sizes="(max-width: 515px) 100vw, 515px" /><figcaption id="caption-attachment-102012" class="wp-caption-text">Illustrazione di Ferenc Pintér</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">di <strong>Sergio A. Dagradi</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">I romanzi e i racconti del commissario Maigret sono indubbiamente tra i più letti e diffusi nell’ambito della letteratura poliziesca, e non solo. Milioni le copie vendute, traduzioni in più quaranta paesi e cinquanta lingue: e poi le trasposizioni cinematografiche e televisive, che hanno ulteriormente contribuito al suo successo presso il grande pubblico, anche grazie agli attori che prestarono il volto al personaggio, da Jean Gabin a Gino Cervi o, più recentemente, da Rowan Atkinson a Gérard Depardieu. Un successo enorme, ma spiegabile, credo, con l’intonazione piccoloborghese – più che nazional-popolare – del personaggio. Sono i modi, i gesti, le abitudini, ma ancor prima gli ambienti e gli oggetti che ammantano il celebre commissario di quell’aura così piccoloborghese alla cui identificazione risulta difficile sfuggire.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong><em>Una brevissima fenomenologia del piccoloborghese</em></strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Definire brevemente la <em>petite bourgeoisie</em> risulta al contempo sociologicamente difficile ed economicamente più agevole. Piccoli proprietari, piccoli commercianti o contadini semi-autonomi, ideologicamente – come mostrato esemplarmente ad esempio da Sylos Labini – risultano più difficilmente identificabili, in quanto non portatori di una ideologia forte e coesa che li renda qualificabili come classe, piuttosto come ceto. In tal senso, la mentalità piccoloborghese emerge in negativo a difesa di quei valori o di quelle istituzioni che la rappresentano quando questi sarebbero o sembrerebbero loro sotto attacco. Attacchi che comporterebbero una messa in discussione dello status acquisito, un loro peggioramento: nel guado tra una condizione economica più affine alla <em>working class</em>, e l’aspirazione a uno stile di vita da <em>upper class</em>, ogni sgretolamento è percepito come insidia da rintuzzare immediatamente. Ecco allora la difesa della famiglia patriarcale, della casa, della chiesa; ma anche la repressione di ogni libertà e autodeterminazione sessuale, un avversione alle organizzazioni partitiche (soprattutto di ispirazione socialista, o peggio) e, più in generale, verso la politica e le sue istituzioni; e, ancora, la ricerca del capro espiatorio spesso individuato nello straniero o nell’altro in generale, anche quale formula auto-assolutoria rispetto ai propri fallimenti, percepiti sempre in un limitato orizzonte individuale, personale e mai inquadrati in una lettura di più ampio respiro. Essere piccoloborghese assurge all’identificazione di una mentalità gretta e infingarda: tendenzialmente conservatrice se non apertamente reazionaria o, addirittura, fascista. Parafrasando Paul Nizan, la piccola-borghesia rappresenterebbe il cane da guardia dell’ordine borghese.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong><em>Quel piccoloborghese di Maigret</em></strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Il commissario Maigret sembrerebbe dunque incarnare, lungo gli oltre settanta romanzi e i quasi trenta racconti scritti da Simenon, l’idealtipo del piccoloborghese. A partire, ovviamente, dall’essere un poliziotto, dall’essere tutore di un certo ordine che sembra messo in discussione a trecentosessanta gradi, giorno dopo giorno, ma che al contempo sembra refrattario – nella narrazione del suo autore – a quei mutamenti sociali che effettivamente hanno attraversato il Novecento: dalle prime apparizioni agli inizi degli anni Trenta (anche se l’invenzione del commissario risale ad alcune novelle pubblicate nel ’29 sulla rivista <em>Détective</em>) alle ultime, quarant’anni dopo, il mondo di Maigret sembra immobile, immutabile e refrattario a ogni cambiamento, esattamente come ipostatizzato nell’immaginario e nelle speranze di ogni piccoloborghese.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong><em>Di abitazioni e ambienti</em></strong></p>
<p style="font-weight: 400;">La cifra prima di questo immobilismo è rappresentato da un lato dalla casa rifugio di boulevard Richard-Lenoir, dall’altro dal suo ufficio al 36 del Quai des Orfèvres. Sono due luoghi che immobilizzano la freccia del tempo, riconducendo a spazialità ogni narrazione e quindi anche a ripetizione degli stessi gesti e delle stesse interazioni.</p>
<p style="font-weight: 400;">A casa, pertanto, gli elementi che contribuiscono a creare stabilità sono gli odori che provengono da quella cucina che rappresenta il regno della signora Maigret, le pantofole e la giacca da camera dei giorni di riposo, da indossare con un volume di Dumas in mano, o il bicchierino da bere dopo le cene familiari coi parenti. In ufficio c’è la stufa famigerata, gigantesca nell’immaginario quasi come la corporatura del commissario, sempre accesa, sempre riattizzata dallo stesso; e poi i colleghi nell’ufficio attiguo, con i quali si alterna durante gli interrogatori, anche loro cadenzati secondo riti immobili (la cosiddetta ‘canzoncina’). E se a casa è la stabilità della coppia tradizionale a riempire di senso quegli spazi e le loro ritualità, al 36 di Quai des Orfèvres sono le gerarchie, le ripartizioni dei compiti, le figure sempre uguali che si muovono tra i corridoi, l’‘acquario’ e i vari uffici (del direttore, della scientifica, di colleghi) a dare senso al tutto.</p>
<p style="font-weight: 400;">La famiglia Maigret è una coppia rassicurante, senza mai alcun dubbio sulla fedeltà reciproca, finché morte non li separi. Mai che Maigret – a differenza del suo autore – provi non dico un’attrazione, ma financo una minima vibrazione per una delle tante donne, molte piene di fascino e di bellezza, con le quali ha occasione di relazionarsi nelle sue inchieste. Ancor più al di sopra di ogni sospetto la moglie, casalinga devota, interamente presa nell’accudire il loro appartamento – rigorosamente in affitto –, oltre che il commissario. Paziente, sempre presa a fare qualcosa di utile per la casa o per qualcuno, in una ottimizzazione del tempo degna appunto di ogni cultura piccoloborghese. Mancano i figli a completare il quadro idilliaco, ma quasi a rafforzarlo per ossimoro, ecco emergere ogni tanto il ricordo della figlioletta morta prematuramente, per ricordarci che la vita è dolore eppur bisogna andare avanti.</p>
<p style="font-weight: 400;">Anche la famiglia del Quai des Orfèvres è rassicurante: i nomi degli ispettori vengono scanditi da tutti con sicurezza, a partire da quelli di Janvier, di Torrance, di Lognon; i collaboratori della scientifica e della balistica hanno un rapporto quasi intimo col nostro ispettore. Il rispetto delle gerarchie è implicito nei loro comportamenti: anche laddove intervengono delle violazioni e delle piccole irregolarità, queste si inquadrano sempre nella conferma e rafforzamento di quei meccanismi e di quegli organigrammi di potere costitutivi della sicurezza del mondo piccoloborghese. Piccole e innocenti trasgressioni, per così dire, che non minano mai l’ordine istituito, semmai intendono rafforzarlo, in barba a quella burocrazia che sembra sempre un intralcio, più che un aiuto alla giustizia. Trasgressioni che appaiono sempre giustificate, pertanto, e giustificabili in nome di un interesse ritenuto evidentemente superiore al rispetto di qualsiasi principio di legalità: il mantenimento appunto dell’ordine istituito.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong><em>L’essere fuori posto del piccoloborghese</em></strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Da questo ambiente e da questa mentalità piccoloborghese il commissario non riuscirà mai a distaccarsi. In missione preferisce le locande agli alberghi: quando questi incarichi sono destinati a durare mesi tenderà ad affittare piccoli appartamenti già ammobiliati dove soggiornare anche con la moglie; ritiratosi in pensione realizza il sogno di una casettina in riva al fiume, con un po’ di terra attorno. Del resto in missione all’estero – per esempio a New York – si sente fuori luogo, fuori contesto. Come in imbarazzo lo si avverte sempre, nei romanzi o nei racconti, quando deve frequentare hotel di lusso, cene di gala o l’alta società. Più a suo agio nei bistrot o nelle brasserie. È la zona di confort, oltre la quale, sul versante opposto rispetto all’ambiente della <em>high society,</em> troviamo certi locali ambigui, certi night club, spesso in aree malfamate della città. Lì il suo modo di relazionarsi è verticale: non è tanto l’esercizio del potere, che pur rappresenta, a imporre la sua forza, ma prima ancora la propria morale. Nell’apparente accondiscendenza con cui si relaziona ad alcuni sfortunati fuorilegge, o quando si mostra maggiormente comprensivo verso, per esempio una prostituta, è perché intuisce nel loro immaginario il desiderio irrealizzato e difficilmente raggiungibile di condurre una vita normale, ossia piccoloborghese: la sua. In tal senso la morale a prima vista venata di umanismo si trasforma in moralismo piccoloborghese di difesa di un mondo. Il proprio, ovviamente.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong><em>L’altro, lo straniero e l’ebreo</em></strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Il rapporto con l’altro – e in particolare con lo straniero, ma anche con l’ebreo (per lo meno nelle opere che precedono la seconda guerra mondiale) – diviene così un altro indice della mentalità piccoloborghese con cui agisce e opera il nostro commissario. L’altro è infatti percepito sempre tendenzialmente con sospetto, con diffidenza, sebbene mai (altro tratto piccoloborghese) fino ad esporsi pienamente in manifestazioni xenofobe o antisemite. Molto, in particolare, ci sarebbe da scrivere sui continui rimandi agli ebrei, sull’indulgere nella descrizione del loro carattere, della loro indole, in alcune pagine fin della loro fisiognomia, ma questo ci porterebbe ben oltre i limiti di questo articolo. Del resto se il commissario Maigret è oramai in pensione durante l’occupazione nazista di Parigi (anche se ricompare in servizio nel 1946, lasciando quindi qualche dubbio di ordine cronologico …), è invece assai dibattuto, come noto, l’atteggiamento che tenne lo stesso Simenon durante quel periodo. Sospettato di collaborazionismo, salvo essere poi assolto, il rapporto con gli occupanti tedeschi fu meno lineare di quanto dica la conclusione delle vicende giudiziarie. Quanto meno Simenon fece parte di quella palude di ignavi che, con atteggiamento tipicamente piccoloborghese, non scelsero apertamente da che parte stare, cercando di trarre profitto dai cambiamenti di vento.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong><em>Una chiesa, nessun partito</em></strong><strong> </strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Da questo punto di vista anche il rapporto con la politica è significativo nella narrazione del commissario Maigret. Così com’è tipico della mentalità piccoloborghese, Maigret non aderisce a nessun partito; non solo, non sembra neppur interessarsi alla politica o farvi riferimento esplicito nelle sue inchieste, se non – nei rari casi in cui traspare direttamente o indirettamente il suo giudizio – per parlarne ovviamente male, per criticarla, per nutrire dubbi sulla reputazione e la dirittura morale di deputati, senatori, consiglieri comunali e quant’altro. Nei romanzi e nei racconti di Maigret la politica è il luogo per antonomasia del malcostume e del malaffare, lontana dalle esigenze e dal sentire immediato della gente: e se i giudizi non escono direttamente dalla bocca del commissario, vi è un silenzio assenso nelle sue non repliche.</p>
<p style="font-weight: 400;">La religiosità di sottofondo è un altro dei tratti peculiari della mentalità del nostro commissario. Religioso, ma non troppo, verrebbe da chiosare. Come molti piccoloborghesi la fedeltà alla religione tradizionale – non importa se cattolica, islamica o induista, quindi – si esprime più a livello di un’adesione generica, che in atti concreti. Maigret lo si vede raramente, e per obblighi in un certo senso lavorativi, partecipare a qualche funzione; però spesso ricorda e con nostalgia la sua fanciullesca esperienza di chierichetto. Il che ci riconduce alle sue umili – ma non troppo – origini contadine: il padre era l’amministratore del castello di Saint-Fiacre e delle sue proprietà agricole. E nella nostalgia si mescola sicuramente il ricordo di una fanciullezza e del suo mondo rassicurante, ma anche una religiosità peraltro in netto contrasto con lo stile di vita dell’autore.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong><em>Contro il metodo</em></strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Ultimo aspetto sul quale vale la pena soffermarsi è il metodo del commissario, vera cartina al tornasole per le nostre argomentazioni. A differenza di altri celebri investigatori – come il logico Sherlock Holmes, col proprio metodo abduttivo, o il razionale Poirot, con le sue ‘celluline grigie’ – Maigret non ha propriamente un metodo. O meglio, il suo è il lasciarsi immergere nel caso, nelle atmosfere; l’identificarsi con le situazioni e i protagonisti delle stesse, soprattutto con la vittima. Una volta giunto alla totale identificazione con quest’ultima, la soluzione è come se emergesse per soprammercato. Il rifiuto della ragione, del rigore logico, dell’argomentazione rigorosa appaiono come la <em>pars destruens</em> di quell’atteggiamento che vede invece come caso estremo l’emozione, il comun sentire, la ‘pancia’ avere il sopravvento nel prendere una decisione. Nella migliore delle ipotesi il cosiddetto ‘buon senso’. Ma, se è il buon senso piccoloborghese che sembra presiedere alla possibilità di un felice svolgimento dell’intrico, occorre ricordare che è proprio il buon senso a erigere le ghigliottine.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>G come Giallo. Il sillabario di Sinigaglia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/02/26/sillabario/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Feb 2023 06:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Ezio Sinigaglia]]></category>
		<category><![CDATA[maigret]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[premio strega]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo giallo]]></category>
		<category><![CDATA[Sillabario all'incontrario]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Ezio Sinigaglia </strong> <br /> Passare dalla parte dell’assassino: è questa necessità a rendere giallo il giallo, se davvero il giallo è il colore della follia: si tratta di oltrepassare una linea, una di quelle linee gialle che delimitano le zone proibite o di pericolo: al di qua, si è nell’area rassicurante che la società ammette e approva: al di là, si è nel mondo dei fuorilegge, degli esclusi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="page" title="Page 65">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>[Per Terra Rossa è uscito <em>Sillabario all&#8217;incontrario </em>di Ezio Sinigaglia, presentato al premio Strega da Lorenza Foschini. Ne pubblico la G di Giallo. <em>ot</em>]</p>
<p>di <strong>Ezio Sinigaglia</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Per convincersi che la letteratura gialla è, o può diventare, una delle armi più sottili escogitate dall’uomo per carpire alla vita almeno un’ombra del suo segreto, non c’è poi bisogno di andar tanto lontano: basta Maigret, il più popolare di tutti gli esploratori dell’universo giallo della follia: un’indagine di Maigret ha sempre qualcosa in comune con la danza di Salomè: la progressiva rimozione dei veli non è finalizzata a quel che sembra: il denudamento di una bellezza, di una perfezione, il ritrovamento di un ordine naturale, lo spettacolo di una verità luminosa: se Erode ha sete della pelle di Salomè, del segreto del suo corpo senza veli, resterà deluso: la nudità del corpo non è che una fase di passaggio, effimera, destinata all’oblio: la verità di Salomè è custodita al di là dell’ultimo velo, e di fronte all’orrore di questa verità sottopelle lo splendore della pelle non conta più nulla: è l’ottavo velo che cade accanto agli altri sette, dei quali non si ricorda più nemmeno il colore: così il lettore di Simenon, che aspettava il premio della verità (lo svelamento del mistero), trova il castigo di una verità più profonda, di una nudità ulteriore: una sorta di squallore abissale e universale che informa di sé ogni ambiente, che si può respirare nell’aria di ogni <em>interno</em> come un odor di cavolo: il lettore resta su questa verità ultima, snudata dalla rimozione dell’ottavo velo: la disperazione della condizione umana non ha in sé nessuna grandezza, e quindi nessuna possibilità di riscatto: è un dolore meschino, turpe, viscido quello che si cela <em>all’interno</em> del delitto: un dolore sordido e ripugnante dal quale vorremmo distogliere gli occhi e dissociarci, quanto meno fisicamente, come dallo spettacolo dell’agonia di un verme: ma non possiamo: come Maigret, che ci ha portati a spasso per tutta la sua indagine losca e saporita, arrostendoci pian piano nel fornello della sua pipa, come Maigret, che ci ha assimilati al suo organismo fino a farci fiutare col suo naso e respirare coi suoi polmoni, come Maigret, per <em>comprendere</em> il delitto, dobbiamo <em>identificarci</em> con l’assassino: comprendere vuol dire far proprio, capire vuol dire contenere dentro di sé: qui non è questione di armonie, come nel caso dei delitti di Agatha Christie e delle indagini di Poirot: l’organo di senso chiamato in causa non è l’orecchio, ma il naso: di conseguenza prendere le distanze è impossibile: bisogna calarsi <em>all’interno</em> dell’ambiente in cui il delitto è maturato, e respirare l’odor di cavolo: Poirot non si pone affatto il problema di capire, bensì quello di dedurre: la sua somiglianza con l’assassino si arresta alla superficiale condivisione dei medesimi principi logici: e tanto basta per rendere l’intero plot piuttosto inverosimile: nelle inchieste di Maigret la verosimiglianza risiede nel capovolgimento della somiglianza: non punto di partenza, ma punto di arrivo: il libro è, a ben guardare, la storia di come Maigret e il lettore, progressivamente e quasi senza avvedersene, si trasformano da investigatori in complici del delitto. In una pagina che per me è rimasta memorabile, Maigret, eccezionalmente espatriato per l’occasione in Olanda, segue una notte un sospetto, a piedi, lungo la riva di un canale: lo segue <em>sull’altra sponda</em>: l’idea ha innanzitutto una sua efficacia narrativa: un pedinamento così anomalo, che si svolge su un terreno separato e non può quindi mai trasformarsi in congiungimento, offre l’opportunità di un’osservazione, paradossalmente, più ravvicinata: se Maigret seguisse la sua preda sulla stessa sponda del canale, dovrebbe mantenersi a una distanza di sicurezza, o di rispetto: avrebbe certo il vantaggio di non perderla mai di vista, di riuscire forse a scoprire dov’è diretta: ma nessun altro: l’interposizione del canale, rendendolo poco credibile come pedinatore, gli consente una maggiore audacia, una più acuta attenzione ai dettagli: in compenso il sospetto potrebbe svanire nella notte, in qualsiasi momento, infilare un viottolo, dileguarsi nei campi: per Maigret sarebbe impossibile corrergli dietro: questo modo di procedere è tipico di Maigret nella parte iniziale di un’inchiesta: la scena del canale offre, direi, una rappresentazione simbolica del suo metodo: fra lui e l’ambiente del delitto c’è ancora un fossato, un confine nettissimo, che non deve essere scavalcato troppo presto: per il momento si tratta di osservare, di orientarsi, ora arretrando per considerare da lontano tutto l’insieme, ora accostandosi per esaminare da vicino un singolo particolare: ma la scena del canale rende immediatamente chiaro al lettore che, per comprendere il delitto e identificare l’assassino, bisognerà ben presto passare <em>dalla sua parte</em>. Passare dalla parte dell’assassino: è questa necessità a rendere giallo il giallo, se davvero il giallo è il colore della follia: si tratta di oltrepassare una linea, una di quelle linee gialle che delimitano le zone proibite o di pericolo: al di qua, si è nell’area rassicurante che la società ammette e approva: al di là, si è nel mondo dei fuorilegge, degli esclusi. Ciò che mi affascina della letteratura gialla è proprio il modo caratteristico in cui mette in agitazione i contorni di questa linea di confine: il margine si allarga e si restringe di continuo: a tratti è così ampio da costituire per il lettore un comodo rifugio, dove sistemarsi beatamente come nel limbo degli ignavi: a tratti si assottiglia a un punto tale che sembra di poter marciare in perfetto equilibrio, con un piede su una sponda del canale e l’altro sulla sponda opposta: poi, all’improvviso, ci si accorge di aver valicato la frontiera, come se la linea si fosse ritratta sotto i nostri passi, lasciandoci di là: allora il mondo straniero diventa automaticamente l’altro, quello dell’approvazione sociale. Il romanzo giallo scava nella psiche umana fino a raggiungere e a mettere allo scoperto il nucleo di autenticità primitiva che vi si annida: un nervo mai addomesticato, pre-sociale, che si ribella all’odiosa necessità di essere perbene.</p>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il mio Faletti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Dec 2007 06:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[  di Franz Krauspenhaar Faletti, il noir italiano. Faletti all’Isola d’Elba mangia una trota spedita in busta refrigerata chiusa dal Lago Maggiore. Faletti si masturba pensando ad Antonio D’Orrico. Faletti che fischietta Minchia signor tenente mentre si fa la doccia. Faletti a Montecarlo, venti anni fa, incubando Io uccido, mangiando crostacei, Crystal Rosé in ghiaccio, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/sughi-racconto-nero-4.bmp" title="sughi-racconto-nero-4.bmp"><img loading="lazy" width="631" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/sughi-racconto-nero-4.bmp" alt="sughi-racconto-nero-4.bmp" height="535" style="width: 280px; height: 227px" /></a> </p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p><strong>Faletti</strong>, il noir italiano. <strong>Faletti</strong> all’Isola d’Elba mangia una trota spedita in busta refrigerata chiusa dal Lago Maggiore. <strong>Faletti</strong> si masturba pensando ad Antonio D’Orrico. <strong>Faletti</strong> che fischietta <em>Minchia signor tenente </em>mentre si fa la doccia. <strong>Faletti</strong> a Montecarlo, venti anni fa, incubando <em>Io uccido</em>, mangiando crostacei, Crystal Rosé in ghiaccio, la <em>moule</em> n.1 sul piatto, la <em>moule</em> n.2 in camera da letto, mitile noto, ginecologicamente prossimo all’apertura.<span id="more-5072"></span> <strong>Faletti</strong> che ha le stesse iniziali del Grande Fratello. <strong>Faletti</strong> paroliere per Branduardi al posto della moglie di Branduardi. <strong>Faletti</strong> a <em>Drive In</em>, nei miserandi anni 80, che legge thriller aeroportuali in sala trucco. <strong>Faletti </strong>che è simpatico a mia madre, la stessa mia madre che mi dice perché non vendi anche tu 1 milione di copie? Siete con lo stesso editore! Non do spiegazioni, esco per mangiare un kebab rinunciando agli involtini preparati dalla genitrice con molta cura. <strong>Faletti</strong> che pensa all’invidia degli scrittori con una punta d’invidia per quei pochi che non lo invidiano. <strong>Faletti</strong> che si puo’ prendere anche in tram, come il digestivo Antonetto di <em>Carosello</em>. <strong>Faletti</strong> il fatturato speciale. <strong>Faletti</strong> che cammina in Piazza Bande Nere, a Milano, in un mattino d’inverno del 1992, io che lo vedo. E mi sembra a prima vista un uomo colpito da una tristezza insanabile. Ma grazie a Dio esiste la Provvidenza. <strong>Faletti</strong> dagli occhi furbi e velatamente tristi. <strong>Faletti</strong> al <em>Noir in Festival </em>di Courmayeur che se ne frega di tutto, che vuole solo trovare una fonduta come si deve. <strong>Faletti </strong>che sta quasi morendo il giorno della presentazione di <em>Io uccido</em>. <strong>Faletti</strong> che legge Camus e si commuove. <strong>Faletti </strong>che, pur essendo di Asti, al miglior spumante italiano preferisce lo champagne. <strong>Faletti</strong> che parla di spigole con un vigile, all’Elba, davanti a delle <em>crudité</em>. <strong>Faletti</strong> il giorno della sua Prima Comunione. <strong>Faletti</strong> la notte della sua prima scopata. <strong>Faletti</strong> provinato da Canale 5. <strong>Faletti</strong> seduto sul water, che pensa alla “merda d’artista” di Piero Manzoni. <strong>Faletti</strong> e l’amore. <strong>Faletti </strong>e il tempo che passa. <strong>Faletti</strong> e il suo commmercialista. <strong>Faletti</strong> che, non riuscendo a dormire, tenta di calcolare a mente quanto riesce a ricavare ogni volta che pigia un tasto del suo computer. <strong>Faletti</strong> e l’immortalità dell’anima. <strong>Faletti </strong>e il manifesto del partito comunista. <strong>Faletti</strong> e il <em>Billet Doux della Smeraldina.</em> <strong>Faletti</strong> e il mondo remoto e<em> remote control</em> di Susie Wong. <strong>Faletti</strong> a Boissano, nel savonese, accasciato sopra un piatto di lasagne al pesto, desiderando trofie con Funari e i politici. <strong>Faletti</strong> immenso e crudele, ritornante ricco e spietato. <strong>Faletti </strong>sempiterno, sempreverde, colore semprevivo Philips. <strong>Faletti</strong> che s&#8217;incendia i polsi pensando avidamente all&#8217;igiene del mondo. <strong>Faletti</strong> una lacrima sul viso, ho capito tante cose, dopo tanti tanti mesi. <strong>Faletti</strong>  non c&#8217;è più niente da fare. <strong>Faletti</strong> che per un attimo di follia crede di assomigliare a Martin Bormann il giorno della disfatta del Reich. <strong>Faletti</strong> e <em>Die deutsche Sozialdemokratie und der nationale Staat</em>, di Martin Heidegger. <strong>Faletti</strong> e il cappone refrigerante. <strong>Faletti</strong> e Dona Flor, per tacere dei suoi due mariti. <strong>Faletti</strong> e il Norvasc 10 mg amlodipina. <strong>Faletti</strong> e le ragioni imprescindibili del cuore spiegate con tanta pazienza e tanto amore da Maria Venturi. <strong>Faletti</strong> e il karma dei Krisma. <strong>Faletti</strong> e il Mondo Cane 2,4,9, 27,7. <strong>Faletti</strong> e <em>Mi voleva Strehler</em>. <strong>Faletti</strong> e Lara Cardella Wanted. <strong>Faletti</strong> e Monsieur Jean du Chas. <strong>Faletti </strong>e il grido di battaglia delle Brigate Rossonere. <strong>Faletti</strong> e le casalinghe autoscattiste bionde. <strong>Faletti</strong> e la Giuseppe Genna Ultrapsychic Masterpieces Inc. <strong>Faletti</strong> e Frida <em>t&#8217;aggio voluto bene</em>. <strong>Faletti</strong> sempre più in alto Grappa Bocchino Sigillo Nero. <strong>Faletti</strong> e la critica letteraria più avvertita tramite telefonata anonima. <strong>Faletti</strong> a cena all&#8217;Isla Bonita con Aldo Nove, Aldo Giovanni e Giacomo, il pittore Faccincani. <strong>Faletti </strong><em>masturbatio serotina semper sana e piscinina</em>. <strong>Faletti</strong> incrudelito dall&#8217;invidia di 5678 scrittori di noir da 89 copie a libro procapite. <strong>Faletti</strong> e il cinema mondiale da Bollywood alla Sachertorte. <strong>Faletti</strong> e la Quinzaine, Lars von Trier ubriaco di Genever e Muccino uomo invisibile. <strong>Faletti</strong> e il Nuovo Cinema Paradiso Maurizia Miracolo Italiano. <strong>Faletti</strong> beve al bar Quadronno un Fernet e per immediata associazione d&#8217;idee pensa a Maigret e al suo &#8220;formidabile&#8221;, regia di Sandro Bolchi. <strong>Faletti</strong> e Memo Remigi a Milano, a Milano. <strong>Faletti </strong>com&#8217;è strano vivere alla grande, eh già. <strong>Faletti</strong> ascolta in cuffia i Bluevertigo e sente arrivare da un certo numero di dischi un leggero ma persistente conato di vomito. <strong>Faletti</strong> che frammischia fischi con <em>fiaschi de vin dal can de Trieste</em>. <strong>Faletti</strong> e la Santa Inquisizione. <strong>Faletti</strong> da bambino, che mette i primi calzoni lunghi e pensa di essere diventato grande.</p>
<p><em>(Ispirato da <a href="https://www.nazioneindiana.com/?s=beckett+liliane+giraudon&amp;searchsubmit=Find">Il mio Beckett</a>, di Liliane Giraudon, tradotto da Andrea Raos. Immagine: Alberto Sughi &#8211; Racconto nero n.4)</em></p>
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