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	<title>malattia mentale &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>&#8220;Lo sbilico&#8221;: romanzo estremo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Oct 2025 06:21:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alcide Pierantozzi]]></category>
		<category><![CDATA[Lo sbilico]]></category>
		<category><![CDATA[malattia mentale]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Pasquale Giannino]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Pasquale Giannino</strong><br /> Si sta parlando molto della nuova prova narrativa di Alcide Pierantozzi. È un libro che non salva nessuno. Non salva l'autore: “È da tempo che non mi sento più uno scrittore […] Posso solo raccontare la melma dei giorni (...)." Non salva il lettore. Vale la pena domandarsi se, quantomeno, riesca a salvare se stesso.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Giannino</strong></p>
<p><em>            </em>Si sta parlando molto della nuova prova narrativa di Alcide Pierantozzi. È un libro che non salva nessuno. Non salva l&#8217;autore: “È da tempo che non mi sento più uno scrittore […] Posso solo raccontare la melma dei giorni: continui episodi di dissociazione, allucinazioni, autolesionismo, corse al pronto soccorso, minacce e tentativi di suicidio che hanno annichilito la mia famiglia”. Non salva il lettore. Vale la pena domandarsi se, quantomeno, riesca a salvare se stesso.</p>
<p><a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-italiana/narrativa-italiana-contemporanea/lo-sbilico-alcide-pierantozzi-9788806266448/"><em>Lo sbilico</em></a> (Einaudi, 2025) prende le distanze da talune pratiche liberatorie di stampo psicoanalitico, presenti nell&#8217;opera di scrittori cui Pierantozzi si richiama (fra gli altri, Umberto Saba e Giuseppe Berto). Il lavoro sullo stile risulta notevole, in netto contrasto con quello asettico dei referti, che l&#8217;autore riporta fedelmente. Quello sul lessico sfiora le vette di uno scrupolo maniacale: “Sono sempre in cerca di parole assolute, che mettano il guinzaglio ai pensieri, che facciano un po&#8217; d&#8217;ordine nella scompagine che ho in testa”. Un passaggio chiave del romanzo è quello in cui si arrende alla malattia: “Ormai da cinque anni la mia malattia mentale ha raggiunto la sua acme […] È come se mi mancasse quell&#8217;intelligenza di fondo che induce ogni persona sana non tanto a scacciare un brutto pensiero, o ad andare dal dottore, ma a comprenderne l&#8217;infondatezza, la portata fantastica”. La disfatta, nondimeno, si accompagna alla decisione coraggiosa di dare la parola a tali gravissime distorsioni del reale; di lasciare esprimere i tormenti più dolorosi e profondi, che la malattia innesca nel proprio animo. Ne discende una determinazione che non sembra suggerire una via di fuga, tantomeno di salvezza nella scrittura. Emerge semmai un&#8217;urgenza di tipo espressivo, la quale non si abbandona al talento narrativo, ma si corrobora costantemente con una ricerca attenta e scrupolosa – spinta fino ai limiti dell&#8217;ossessione – che non è solo di tipo formale. L&#8217;attenzione posta nel rendere lo stile gelido e asettico dei referti si riverbera nella “voglia di impugnare la matita e riscrivere questi fogli da cima a fondo, con altre parole, con un&#8217;altra tensione drammatica. Per raccontare le cose come sono andate davvero dovrei dare alle frasi un nuovo effetto di senso, un diverso nitore di traiettoria”. L&#8217;intento dichiarato è “raccontare le cose come sono andate davvero”. La ricerca stilistica e lessicale, dunque, non è fine a se stessa ma si pone al servizio di un&#8217;urgenza espressiva, che permetta all&#8217;autore non già di fuggire la malattia, ma di penetrarla a fondo, al fine di svelarne i recessi più oscuri e inquietanti. Ne risulta un&#8217;opera che assume i tratti di una drammatica testimonianza. Il racconto in prima persona della malattia, reso con una tale dedizione comunicativa, si rivolge anzitutto a quanti affrontano la medesima solitudine. Ma non parla soltanto ai malati. Parla a chiunque vi riconosca, ricordando <em>Ludwig Binswanger, </em>una forma di <em>esistenza mancata</em>: ovvero, se la malattia psichiatrica è tale, una specie di solitudine estrema. Parla a tutti, malati e presunti sani.</p>
<p>Alberto Moravia disse che l&#8217;artista è un essere profondamente anormale. Vincenzo Guerrazzi sosteneva che lo scrittore è un monco, un albero spezzato, uno che non si è realizzato nella vita. Sono due le forme di esistenza mancata, nel romanzo, che si corroborano e a tratti si confondono, con esiti apprezzabili dal punto di vista letterario. Non vi è traccia di momenti liberatori e tantomeno salvifici, in questo libro. Non è un&#8217;opera che indica vie di fuga dall&#8217;inferno esistenziale che rappresenta. Tuttavia, colpisce la lucidità narrativa con cui è pensata e costruita: nella struttura, nel contenuto, nelle scelte lessicali e stilistiche. Sembra che vi sia una contraddizione con la grave patologia dichiarata dall&#8217;autore, ma è solo apparente. Quelle due forme di <em>anormalità</em> non sono estranee fra loro, bensì due volti della stessa anima tormentata, reietta, dilaniata dalla malattia, che ha deciso di esprimersi e raccontare dal di dentro il proprio mondo, gremito di fantasmi e allucinazioni terrificanti. Così, quell&#8217;esistenza negata, colpevolmente stigmatizzata ed esclusa nel mondo dei cosiddetti sani, reclama il diritto di piena cittadinanza in quello non meno reale della letteratura.</p>
<p>Una volta superato l&#8217;impatto con la realtà distorta e spaventosa che Pierantozzi svela dal di dentro, il lettore non può fare a meno di entrare in empatia con l&#8217;autore, nelle pagine in cui il racconto si apre ai momenti della vita quotidiana, alla rabbia, all&#8217;indignazione, alla speranza: “L&#8217;unico sollievo è pensare che Milano c&#8217;è ancora, che via Plinio 33, dove abitavo, esiste ancora, che a un certo punto per me potrebbe tornare la vita di prima”. In quelle pagine, Alcide non parla solo del proprio mondo: parla di tutti noi, della nostra vita, delle piccole e grandi solitudini che ci riguardano tutti, per la colpa che abbiamo di essere vivi. Il riaffiorare del tempo trascorso con la nonna in campagna, durante l&#8217;infanzia, può spiazzare il lettore. Sembra un capitolo a sé, quello di un&#8217;altra esistenza possibile, idilliaca e felice intravista dall&#8217;autore da bambino: “Il dolore e la voglia di morire sparivano solo mentre correvo da nonna […] Le galline razzolavano libere in mezzo alla strada, i contadini dormivano sulle sedie di paglia davanti agli uscioli, avvoltolati nell&#8217;ombra”. Appare troppo marcato il contrasto con l&#8217;urgenza che promana dai brani più sofferti e laceranti. Sennonché, quella rappresentazione bucolica idealizzata è infranta dal rito macabro dell&#8217;uccisione delle bestie, nel quale si insinua potente il pensiero della morte: “Il cortile si riempiva di strilli […] Gli occhi del coniglio andavano all&#8217;indietro fino a mostrare le sclere bianche e nude. Faceva un ultimo strillo, povero amico mio, e si contraeva in una quiete flemmatica […] La morte è un coniglio con i centri motori andati in panne, pensavo. Si muore sbaragliati da una pressione che schiaccia a terra tutte le cose, la stessa che sentivo anch&#8217;io, come un accento sopra la «o» della testa&#8221;.</p>
<p>Dunque <em>Lo sbilico</em> non salva nessuno: né l&#8217;autore né il lettore. Pierantozzi lo ribadisce nelle ultime pagine: “La scrittura, per me, non è un progetto di salvezza […] Io vivo un passo alla volta, una riga alla volta, resisto un&#8217;ora alla volta, vado da A a B”. Riesce almeno a salvare se stesso? Per quanto mi riguarda, la risposta va cercata in quei momenti di vita ordinaria, comune che fanno da sfondo al romanzo, ma che a ben vedere costituiscono la struttura portante dell&#8217;opera; il <em>fil rouge</em> che permette di comporre in un mosaico unitario i tasselli di una vita frantumata dalla malattia, che Alcide racconta senza filtri psicologici, espressivi e morali. È quello sfondo di “normalità” che rende credibile questa prova di scrittura e la giustifica dal punto di vista narrativo, oltre la prospettiva esasperata dell&#8217;io narrante, che si impone con prepotenza sulle altre figure minori lasciandole nell&#8217;ombra: il trasferimento dall&#8217;Abruzzo a Milano per studiare Filosofia, l&#8217;attività di scrittore, le speranze e i disincanti, i rapporti con i familiari: il legame con la madre a tratti simbiotico, morboso; l&#8217;incomunicabilità con il padre (il Negazionista, colui che si ostina a negare sia la malattia che l&#8217;omosessualità del figlio); la presenza discreta ma preziosa del fratello vivente; la figura del fratellino morto che aleggia nel racconto. È un quadro che si compone lentamente, tassello dopo tassello. Si completa nelle ultime pagine. Appare nitido e profondo, nel finale poetico e struggente che l&#8217;autore ci consegna.</p>
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