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	<title>malcolm holcombe &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Malcolm Holcombe, i movimenti della solitudine</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Feb 2009 07:28:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[  di Marco Rovelli I movimenti della solitudine. Un canto di stanza. Il dondolio al buio. Malcolm Holcombe, sul piccolo palco del Pegaso di Arcola, si muove avanti e indietro sulla sedia con la sua chitarra, il tronco che dondola, e il tronco trascina la sedia, le punte in bilico, un equilibrio di bilico, sta [&#8230;]]]></description>
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<p style="text-align: left;">di<strong> Marco Rovelli</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I movimenti della solitudine. Un canto di stanza. Il dondolio al buio. Malcolm Holcombe, sul piccolo palco del Pegaso di Arcola, si muove avanti e indietro sulla sedia con la sua chitarra, il tronco che dondola, e il tronco trascina la sedia, le punte in bilico, un equilibrio di bilico, sta per cadere e non cade, perché è il ritmo che lo porta, il racconto del suo canto, il suo tale-telling senza fine, che coincide con l&#8217;ampiezza stessa del suo corpo che traccia forme nella penombra del piccolo palco. Digrigna i denti – e quando incrocia occhi sprofondati e acquisiti alla sua corporeità ride come giubilo di guerriero.</p>
<p style="text-align: justify;">Scuote la testa, come se la musica fosse acqua che schizza dalla pelle del suo cranio.<span id="more-13932"></span></p>
<p>Durante le sue canzoni, verso la fine, si alza dalla sedia, si aggira per il palco – e sempre con il dono della solitudine. Sempre, l&#8217;ostensione di una verità che digrigna i denti. Mostra il suo lucido, preciso, consapevole sogno. Quanto smette di cantare, è come si svegliasse da un sonno, e restasse impigliato nella soglia, e pare sonnambulo. Racconta. Della moglie che lo ha lasciato, di quant&#8217;è bella – lui ne porta il segno d&#8217;anello al dito. Racconta storie fatte di parole strascicate, come tra sé e sé – e poi ricomincia a suonare, con la perfezione geometrica di un tocco di chitarra, e la voce che riporta di mondi e la testa che scuote.</p>
<p>La voce di Holcombe è un&#8217;estensione del suo corpo? No, è il suo corpo un&#8217;estensione della sua voce. O forse, più probabilmente, Holcombe è l&#8217;ostensione della verità della teoria del parallelismo spinoziano. &#8220;There are no tears, no sadness found, Only love can make a sound.&#8221; La voce di questo grande folksinger raccoglie ogni suono – oltre che le memorie materiche di Bob Dylan, Tom Waits, Johnny Cash&#8230; La voce raschia la gola, a scavare un&#8217;intimità esposta – c&#8217;è una vera oscenità che ha del sublime in quest&#8217;uomo, in questa voce che ha lo stesso movimento del corpo in scena. Un corpo con i capelli lunghi e radi raccolti in coda, la calvizie sul cranio, un ciuffo di riporto sulla fronte, il giubbotto di pelle troppo grande. Lui c&#8217;è tutto, qui – senza resti.</p>
<p>Poi, fa irruzione il bancone del bar della North Carolina, e racconta una barzelletta stupida, ma forse no – Un bimbo che si fa il bagno e si guarda i testicoli, Mama these are my brains? Not yet, son. E ripete come un&#8217;elargizione: Not yet. E riprende a cantare con un brano che batte la scarpa sul piccolo palco, e sogghigna cantando come il Jack Nicholson dell&#8217;Overlook Hotel, solo che qui non c&#8217;è finzione, questa è verità, fulmina il pubblico con gli occhi della sua verità – e d&#8217;improvviso, una tenerezza feroce, alla ricerca di altri occhi – e dice, mentre canta, in un italiano scivolante, Grazie. E riprende a cantare, la voce che riporta di mondi e la testa che scuote.</p>
<p><span style="font-size: x-small; font-family: Arial;"></span></p>
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