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	<title>manifestazione antirazzista &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>mio cattivo maestro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Mar 2011 08:30:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio [Il 12 marzo ci sarà la manifestazione nazionale sulla/ per la/ della scuola, io ci andrò. Qui di seguito l&#8217;intervento che ho scritto per l&#8217;Unità e che è stato pubblicato il 4 marzo scorso] Si impara prima della scuola, dopo la scuola, nonostante la scuola. Tuttavia purché questa esperienza comune non si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/drive-in-407x300.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-38349 alignnone" style="margin: 8px;" title="drive-in-407x300" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/drive-in-407x300.jpg" alt="" width="357" height="250" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><span style="color: #3366ff;">[Il 12 marzo ci sarà la manifestazione nazionale sulla/ per la/ della scuola, io ci andrò. Qui di seguito l&#8217;intervento che ho scritto per l&#8217;Unità e che è stato pubblicato il 4 marzo scorso]</span></p>
<p>Si impara prima della scuola, dopo la scuola, nonostante la scuola. Tuttavia purché questa esperienza comune non si trasformi in metafisica, la scuola deve esserci. L’articolo 33 della Costituzione stabilisce che <em>Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato</em> e che <em>La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali</em>. Le scuole pubbliche rappresentano dunque lo standard educativo del nostro paese e la legge, stabilendo i diritti delle scuole non statali, stabilisce pure gli obblighi – esami di stato regolari, docenti pagati secondo un contratto nazionale, corrispondenza tra cattedra d’insegnamento e disciplina insegnata, buste paga reali. La frase <em>La scuola pubblica non inculca</em>, poi smentita e ritoccata, lungi dall’essere un giudizio sulla situazione della scuola italiana, è, come spesso accade al primo Ministro e ai suoi epigoni, pubblicità. Se non lo fosse terrebbe conto di quella <em>parità per eccesso</em> tra scuola statale e scuola non statale che, nell’articolo 33, è rappresentata dai diritti e dagli obblighi. Se non fosse pubblicità, inoltre, l’asserzione si presterebbe alla patologia del dettato costituzionale all’equipollenza: se la scuola statale non educa allora non educa neppure la scuola non statale.<br />
<span id="more-38347"></span><br />
<em>Il pensiero di chi vuol leggere nelle parole del premier un attacco alla scuola pubblica è figlio dell’erronea contrapposizione tra scuola statale e scuola paritaria. Per noi, e secondo quanto afferma la Costituzione italiana, la scuola può essere sia statale sia paritaria. In entrambi i casi è un’istituzione pubblica, cioè al servizio dei cittadini… Silvio Berlusconi ha solo difeso la libertà di scelta educativa delle famiglie</em>. Il Ministro Gelmini, a parte la faccenda dell’equipollenza alla quale mi pare sommamente disinteressata, e a parte la contrapposizione incomprensibile, in questo contesto, per un Ministro della Repubblica tra <em>statale</em> e <em>pubblico</em>, non ha detto nulla di particolarmente falso poiché è una evidenza che per il Primo Ministro il sistema educativo in contrapposizione alla scuola (pubblica e privata), è la televisione, che rappresenta la vera <em>libertà di scelta educativa delle famiglie</em>. Cambi canale e oscuri <em>l’influenza deleteria che nella scuola pubblica hanno avuto e hanno ancora oggi culture politiche, ideologie e interpretazioni della storia che non rispettano la verità</em>.</p>
<p>Silvio Berlusconi, proprietario di televisioni private, è il primo uomo che ha inserito, nei notiziari delle sue reti, gli indici di borsa, facendo sì che l’economia descrivesse un benessere più o meno percepito, e che trasformasse dunque i consumatori in telespettatori. Silvio Berlusconi, primo ministro di un paese democratico, attraverso gradi successivi di potere e delega, è l’uomo che può discriminare sulle programmazioni e i contenuti delle reti nazionali, e che ha potuto dunque trasformare i telespettatori in elettori. Questa ultima mutazione definisce un problema che per me si chiama monopolio di immaginario, ma che potrebbe pure chiamarsi, se amassi l’epica, golpe mediatico. Questo immaginario unico, dal quale siamo colonizzati, appartiene all’uomo che ha rivoluzionato la televisione italiana. E La rivoluzione, si sa, non si può fare con tanta eleganza e soprattutto è un atto di violenza. La principale violenza che subisco è dovermi ripetere, ogni volta che accendo la televisione Odio la televisione. Anche se non è vero, perché io sono anche la televisione di Silvio Berlusconi. E infatti capisco che la programmazione televisiva è come lo stato. Ma senza la costituzione. E capisco perché Silvio Berlusconi si accanisca e avanzi utopico <em>La vita può essere meravigliosa come la mia televisione</em>. Alle elezioni politiche, o amministrative, o ai referendum, votano gli stessi individui che guardano la televisione, me compresa. Siamo allenati a votare. E non certo dall’educazione civica nelle scuole o dalle discussioni politiche in strada, dai comizi dei partiti – dov’è la base? C’é solo quella della Lega Nord? Prima delle liste e dei programmi elettorali, di proporzionale sì maggioritario no o viceversa, le persone, che sono telespettatori, sanno già televotare.</p>
<p>Adesso, la mia indole democratica mi impedirebbe di giudicare il popolo sovrano. Tuttavia, quando la democrazia diventa una faccenda statistica, come lo share per esempio, la definizione del popolo sovrano si conficca come una spina sotto la pianta dei piedi. E, personalmente, mi fa zoppicare sulle mie convinzioni. Quando ascolto i proclami (sempre e comunque televisivi) del Premier capisco che la mia indole democratica non è il privilegio di qualsiasi cittadino nato in una repubblica, che ha studiato nella scuola pubblica e che ha usufruito del servizio sanitario nazionale. No. Questa indole risulta piuttosto l’ultimo snobistico avamposto del <em>culturame</em>, perché la democrazia, in un paese dove la dittatura dei canoni televisivi è l’unico valore politico sul quale dibattere, dove la televisione è il sistema educativo sostitutivo della scuola pubblica, è solo un corrotto e inutile <em>ancient regime</em>.</p>
<p>Non c’è libertà educativa senza possibilità di scelta. E non c’è scelta senza possibilità di comprensione. Non si va a scuola per essere <em>inculcati </em>si va a scuola per impedire che qualcuno o qualcosa ti <em>inculchi </em>e ti manipoli senza che tu ne te accorga.</p>
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		<title>Manifestazione antirazzista per pochi intimi, senza società civile e intellettuali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jun 2008 18:32:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[emergenza rom]]></category>
		<category><![CDATA[manifestazione antirazzista]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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		<category><![CDATA[società civile]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Manifestazione antirazzista a Roma dell’8 giugno, promossa dal popolo rom: tra le 8.000 e 10.000 persone. Manifestazione antirazzista a Milano del 14 giugno, promossa dal popolo rom e dal comitato antirazzista milanese: tra le 500 e 600 persone. La Lombardia, assieme a Campania e Lazio, fa parte delle regioni interessate dalla Dichiarazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/rom-1.jpg'><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/rom-1-300x225.jpg" alt="" title="rom-1" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-6146" /></a> di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Manifestazione antirazzista a Roma dell’8 giugno, promossa dal popolo rom: tra le 8.000 e 10.000 persone. Manifestazione antirazzista a Milano del 14 giugno, promossa dal popolo rom e dal comitato antirazzista milanese: tra le 500 e 600 persone. La Lombardia, assieme a Campania e Lazio, fa parte delle regioni interessate dalla <em><a href="http://sucardrom.blogspot.com/2008/06/rom-e-sinti-il-decreto-del-governo.html">Dichiarazione dello stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio</a></em>.  E in virtù di questo “stato d’emergenza” è stato avviato dal Commissario Straordinario e Prefetto di Milano un censimento di tutte le comunità rom e sinte presenti a Milano e nella Provincia.</p>
<p>Se solo considero alcuni blog letterari, che mantengono uno sguardo anche politico sulla realtà (Nazioneindiana, Carmilla, il primo amore, Loredana Lipperini, ecc.), vedo che, tra gli scrittori almeno – che una volta si tendeva a far rientrare nella categoria degli intellettuali –, la consapevolezza e l’inquietudine per un orientamento globalmente antidemocratico della nostra società appare manifesta già da parecchio tempo. Un segno evidente di questa consapevolezza è stata la meritoria iniziativa del “Triangolo nero”, un appello apparso trasversalmente su vari blog e firmato da molte persone, tra cui il sottoscritto.<br />
<span id="more-6145"></span><br />
La vicenda di questo appello è particolarmente interessante per due motivi: prima di tutto, perché esso nasce non da gruppi politici radicati sul territorio, ma da membri di una comunità letteraria sparsa tra la rete e il territorio; in secondo luogo, l’appello è proposto nella forma di un messaggio che circola in rete, nell’attesa che dalla rete l’iniziativa si sposti rafforzata sul territorio. Tutto ciò avveniva nel novembre 2007, sotto il governo Prodi. Da allora i segni di un razzismo che tende a farsi istituzionale, legittimato da procedure ordinarie, decreti, e leggi, si sono moltiplicati. E l’acceleratore sul piano delle politiche discriminatorie è stato il neoletto governo Berlusconi. Ma nel frattempo quell’inquietudine che sembrava ormai diffusa almeno in una larga fetta della società civile, che forme ha trovato per manifestarsi? Al di là, dico, degli appelli. Al di là delle denunce estremamente esplicite, e non più eufemistiche, che appaiono anche su quotidiani come <em>Repubblica</em>, assai poco sbilanciati in difesa delle minoranze più deboli?</p>
<p>Io non parlo ovviamente dei militanti, delle associazioni, dei gruppi che lavorano sul territorio, magari da anni, e che conoscono molto da vicino le situazioni di emarginazione e discriminazione in “tempi normali”. Non parlo neppure di coloro che sostengono che le nostre democrazie sono il peggiore dei mondi possibili, e che quindi difficilmente possono percepire segni di degenerazione, regressione, gradi di disfacimento morale e culturale. In quest’ottica, infatti, il corpo intero della società e del suo regime politico è da sempre corrotto, irrimediabilmente guasto, e qualsiasi intervento locale, parziale, è percepito come un inutile accanimento terapeutico. Parlo di quelli come me, cittadini qualsiasi, ma consapevoli di come la democrazia non sia un dato “naturale” né naturalmente garantito, e che cercano di tenere aperto, nella loro vita, un minimo spazio di azione e pensiero collettivi. Che cosa è successo, a Milano, di questi cittadini “democratici”, nel senso forte del termine? Scendere in piazza coi rom e il comitato antirazzista era un gesto di elementare difesa dei “diritti civili”, non di dissenso radicale per un mondo anticapitalista. Insomma, era un’azione che poteva essere largamente condivisa, al di là delle convinzioni politiche personali. </p>
<p>Le molotov napoletane sui campi, la brama di linciaggio, la rom di sedici anni presa a calci a Rimini, questi ed altri episodi disgustosi sono resi ben più gravi dall’intervento politico esplicito, che promuove sgomberi ingiustificati, picchetti intimidatori, e schedature su base etnica. Manifestare il nostro dissenso nei confronti di tutto ciò, significa soltanto cercare un legame coerente tra quel fiume di discorsi che commemora la Shoa e la resistenza, celebra le difesa dei diritti umani nel mondo e la democrazia come regime preferibile alle dittature militari, e delle azioni quotidiane semplici come sostenere il popolo rom, in questo momento, in Lombardia. Si può anche smettere del tutto di parlare di diritti umani e di dovere della memoria. Per altro, ho il sospetto che tra i seicento manifestanti presenti a Milano il pomeriggio di sabato 14 giugno, una buona parte ritenga che il discorso sui diritti umani sia ormai una retorica del tutto vuota se non uno strumento di propaganda mondiale per le forme di oppressione tipicamente occidentali. Ciò nonostante loro c’erano. Mancavano tutti coloro che a questi discorsi sono ancora sensibili, la maggioranza che – almeno all’interno della fantomatica sinistra – dovrebbe condividerli. Ma questa apologia della memoria non doveva servire ad essere vigili nel presente? Così si continuava a dire… Forse questa inquietudine nei confronti del destino dei rom in Italia è il solito “al lupo! al lupo!” delle frange apocalittiche della sinistra… E però anche la ponderata <em>Repubblica</em> – lo ripeto – si spreca in editoriali su questo tema (vedi oggi quello di Adriano Prosperi, “I nostri indiani si chiamano zingari”). E sul razzismo <em>Repubblica</em> è stata per anni pochissimo apocalittica e molto complice della peggiore stampa xenofoba.</p>
<p>La manifestazione del 14 giugno a Milano, preceduta da una giornata di incontro il 13 presso il campo rom di via Barzaghi, è stata pochissimo pubblicizzata. Radiopopolare, per quante ne so, non ne ha parlato o ne ha parlato pochissimo. <em>Il manifesto</em> di domenica 15 non ne dà neppure notizia. E tra i manifestanti presenti, oltre a una delegazione di rom, ai collettivi anarchici, alla gente di alcuni centri sociali come il Torchiera, c’era una varia costellazione di gruppuscoli di ascendenza comunista: socialismo rivoluzionario, partito marxista-leninista, sinistra critica, il partito dei CARC (Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo), i lavoratori per il comunismo, ecc. Appena giunto sul piazzale del Cimitero Maggiore dove era fissato l’appuntamento, ho avuto una bizzarra sensazione: sulle panchine alcuni signori anziani con bandiere zeppe di falci e martello, sul prato di fronte un gruppo di giovani, con cani, tatuaggi e piercing. Ho guardato l’amico che era con me e mi sono detto: che ci fanno due dissenzienti cani sciolti di quarant’anni tra i geronto-comunisti e la juventus libertaria? Meno male, comunque, che in assenza di società civile e intellettuali, ci sono presenti almeno i geronto-comunisti e la juventus libertaria. Nessuna traccia di Rifondazione (ma non dovevano ricominciare dal basso?). Inutile dirlo, nessun sentore di PD. Zero cattolici. Pochissimo rappresentata, almeno in proporzione, la fascia tra i trenta e i cinquanta anni. Tutta gente che probabilmente aveva cose più serie da fare. (Io stesso ho spedito una decina di mail ad amici vari, segnalando la manifestazione. Ho ricevuto due risposte appena.)</p>
<p>È probabile che una partecipazione così limitata sia dipesa anche dai modi e dai toni con cui è stata promossa l’iniziativa. In un primo tempo la mobilitazione era stata pensata come forma di difesa  nei confronti dei rom di via Barzaghi, in quanto si era avuta notizia di un possibile raduno fascista nella zona. Ma una tale motivazione dovrebbe semmai incitare la gente a partecipare, in quanto solo un gran numero di persone, in tali circostanze, garantisce uno svolgimento pacifico della manifestazione. </p>
<p>In ogni caso il corteo antirazzista c’è stato. I fascisti non c’erano. C’era, come ovvio, parecchia polizia. Pochissima possibilità, a mio parere, di sensibilizzare il quartiere. Ma si è mostrato, almeno, alle cosiddette autorità, che oltre alle solite associazioni c&#8217;è qualcuno che si cura di quello che sta accadendo ai rom. E non solo nella forma cartacea o digitale degli appelli. </p>
<p>In conclusione, cito almeno un episodio, per fare capire meglio il clima che si respira oggi. Finito il corteo, era prevista una festa-incontro tra manifestanti e rom, nel campo di quest’ultimi. Ormai i non-rom si erano ridotti a poco più di duecento. Ebbene ci è stato proibito dalla polizia di entrare nel campo rom. I signori rom, a casa loro, in un campo “regolare”, non hanno potuto invitare i loro amici a casa. Sempre per via dell’emergenza, immagino. Ma di quale concreta, tangibile emergenza mi è invece difficile immaginare.</p>
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