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	<title>manuel maria perrone &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Vite &#8211; Manuel Maria Perrone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Feb 2022 09:42:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Manuel Maria Perrone</strong> <br />
Quando avevo sette giorni sono rimasto per dodici ore sul petto di un condannato a morte alla vigilia dell’esecuzione.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align: center;"><strong>Vite</strong></h2>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-95380 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/manuel-figlia-225x300.jpeg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/manuel-figlia-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/manuel-figlia-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/manuel-figlia-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/manuel-figlia-150x200.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/manuel-figlia-300x400.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/manuel-figlia-696x928.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/manuel-figlia-1068x1424.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/manuel-figlia-315x420.jpeg 315w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/manuel-figlia.jpeg 1536w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></p>
<p style="text-align: center;">di Manuel Maria Perrone</p>
<p style="text-align: left;">Quando avevo sette giorni sono rimasto per dodici ore sul petto di un condannato a morte alla vigilia dell’esecuzione.</p>
<p style="text-align: left;">Oswald Denner, 47 anni, aveva espresso quel desiderio. Non specialmente di avere me, ma di poter appoggiare sul petto un neonato, sentirne il calore, la vita, prima di finire la sua.</p>
<p style="text-align: left;">Sua moglie era morta incinta in un tentativo di rapina in casa loro e lui aveva dato fuori, tirando bottiglie di metano sulle auto da un cavalcavia. Aveva fatto dozzine di morti, tra cui, si era notato con fredda ironia, una donna incinta all’ottavo mese che stava andando con il marito a farsi fare un controllo in ospedale.</p>
<p style="text-align: left;">Per legge si può negare l’ultimo desiderio a un condannato solo per tre condizioni: che sia irrealizzabile in tempi normali dalla direzione del penitenziario, che costi più di 5 mila dollari e che leda alla libertà e incolumità altrui. La prassi vuole che il giorno della condanna il detenuto scriva su un foglio sigillato il suo ultimo desiderio, qual ora per un motivo o un altro non potesse più esprimersi alla veglia dell’esecuzione. Il foglio viene aperto dalla direzione del penitenziario a venti giorni dal giorno fissato, non prima per evitare di assecondare desideri di persone in seguito assolte, non dopo, per lasciare un certo margine alle domande più stravaganti.</p>
<p style="text-align: left;">Un’aragosta si può trovare in meno di un giorno, ma magari un determinato piatto regionale richiede più tempo di ricerca e preparazione.</p>
<p style="text-align: left;">La domanda di Oswald aveva chiaramente creato un certo tafferuglio, per cui si era dovuto far appello a un giudice di un tribunale dei minori.</p>
<p style="text-align: left;">Il neonato non è in condizione di scegliere e quindi in un qualche modo si aliena il suo diritto alla libertà, ma, come aveva fatto notare il pubblico ministero, non sceglie neanche i propri genitori o il personale ostetrico dell’ospedale con cui ha nei primi giorni di vita lo stesso livello di intimità richiesto da Oswald. Anzi il detenuto sarebbe stato monitorato durante quel tempo da personale specializzato.</p>
<p style="text-align: left;">Li si sollevava il secondo dubbio. Se avesse deciso di fare danno al bebé gli sarebbe bastato molto meno tempo che per intervenire a salvarlo e inoltre tecnicamente non sarebbe stato possibile punirlo per quel gesto. Si decise quindi che avrebbe avuto le braccia legate. Non trovando nessuna controindicazione principale si era quindi accettato di passare alla ricerca del neonato.</p>
<p style="text-align: left;">La direzione avrebbe tranquillamente potuto far appello a quel punto all’impossibilità di trovarne uno in tempi brevi, ma Oswald era stato un detenuto amato da tutti: aveva smesso di parlare dal giorno del verdetto e con quel suo testone tondo e calvo e i modi un po’ goffi e qualche sorriso incerto, faceva pensare a un bebè. Tutti si erano dati da fare per trovare una soluzione a quel suo strano desiderio: il passaparola era andato quasi più in fretta dell’annuncio pubblico della direzione su giornali, radio e televisione. L’idea di mettere l’immagine di un neonato con la tipica scritta Wanted e la somma proposta ai genitori aveva fatto sorridere più di uno e aveva sicuramente avuto un forte impatto visivo.</p>
<p style="text-align: left;">Anzi era proprio il rimborso proposto – i 5000 dollari erano stati considerati il costo dell’operazione- che aveva creato una competizione di neonati. Una donna aveva travestito pure suo figlio, un po’ magro ma di già otto mesi, ma era stata scoperta. Diversi bambini erano nati nel padiglione delle donne e quindi abitavano nei locali della prigione, ma tecnicamente questo li rendeva individui agli arresti e quindi non in misura di adempiere a un lavoro retribuito e alla fine l’aveva spuntata mia madre; cioè io.</p>
<p style="text-align: left;">Mia madre faceva le pulizie nel padiglione delle donne e aveva quindi subito saputo di quell’operazione. Io ero nato tre giorni prima dei venti stipulati dal codice e quindi ne avevo quindici quando si era deciso il verdetto: un’età perfetta per assolvere a quel compito.</p>
<p style="text-align: left;">In dodici ore un neonato deve mangiare almeno quattro volte, cagarne altrettante, fare gli equivalenti rutti ed essere cambiato. Per il resto dorme. Al posto dei secondini si era quindi deciso di attorniare Oswald di due ostetriche con esperienza. L’immagine, come mi avrebbe poi raccontato la più giovane delle due insieme a molti altri dettagli, era commovente: Oswald con quel testone calvo, a dorso nudo per sentire il contatto con la pelle, una copertina sulle gambe, rasato di fresco per l’operazione e cosparso di talco per confondere l’odore di morte che aleggiava nell’ambiente, attorniato da queste due donne in camicie, sembrava un enorme bebé a cui più che il collo sarebbe stato tagliato il cordone.</p>
<p style="text-align: left;">Una settimana prima della vigilia Oswald aveva scritto, come da prassi, una clausola sulle condizioni dell’adempimento del suo ultimo desiderio: voleva bere solo latte, da li alla fine. Anche su quello era stato assecondato e quindi il suo corpo emanava un piacevole odore dolciastro di latte. Per precisione il penitenziario aveva poi sottratto il costo del latte, l’intervento delle due ostetriche, più qualche altro elemento all’assegno promesso a mia madre, che era poi risultato di 3937 dollari, come aveva tenuto a precisare per il resto dei suoi giorni.</p>
<p style="text-align: left;">Mi hanno raccontato che mentre io ero portato nei corridoi della morte piangevo come un maiale che va al macello, forse in dubbio su quale fosse il mio reale destino. Avevano addirittura pensato di interrompere l’operazione perché diventavo cosi rosso che sembrava sarei scoppiato come un palloncino troppo pieno.</p>
<p style="text-align: left;">Anche quando mi avevano appoggiato sul suo petto continuavo a piangere, infilando quelle piccole unghie in quella pelle, cercando con i piedi un appoggio come volessi decollare. E li Oswald si era messo anche lui a piangere, sommessamente, per l’emozione. Il suo pianto, quasi impercettibile e completamente sovrastato dal mio: quel corpo grande che emetteva un esile gemito e il mio, minuscolo, con quel suono acuto e potente, che riempiva la stanza e i corridoi. Però poco a poco il suo pianto aveva calmato il mio, che mi ero addormentato senza più pretendere niente fino alla fine delle dodici ore, in cui lui aveva semplicemente continuato a piangere sommessamente. Le due ostetriche erano rimaste interdette che non avessi fame né altri bisogni durante quel lungo periodo, al punto che ogni tanto si avvicinavano per controllare se fossi ancora vivo, ma io ero li, attento, sveglio, con gli occhi spalancati, completamente concentrato su quel gemito sconsolato.</p>
<p style="text-align: left;">Siamo rimasti cosi, per tutto quel tempo.  Lui piangendo e io ascoltando quel pianto definitivo. Io nascendo e lui morendo.</p>
<p style="text-align: left;">Oswald Denner è morto sedici giorni dopo che io sono nato. Per iniezione letale. Eppure abbiamo avuto il tempo di conoscerci e spesso penso a lui, anche adesso a distanza di tutto questo tempo. Forse voleva vivere quell’esperienza che gli era stata negata dal fato o forse aveva voluto quella tranquillità dell’inizio per trovare un conforto alla fine, o forse, e cosi mi piace pensare, aveva trovato quel semplice modo per diventare immortale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Manuel Maria Perrone, </strong>regista, griot, giullare al servizio della neutra elvezia o di altri signori allergici ai suoi pungiglioni. Ha fondato <a href="http://www.lerreur.fr/">l’Agence de l’Erreur</a> a Marsiglia e le Syndrome de Jerusalem a Ginevra, per riconvertire con miracoli a buon mercato gli scettici e laici di Francia e dintorni. Lavora part-time per il vaticano come cardinale. Scrive se trova alfabeti.</p>
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		<title>Manuel Maria Perrone: &#8220;To Ben Lerner&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/07/11/manuel-maria-perrone-to-ben-lerner-inedito/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Jul 2021 10:05:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[To Ben Lerner di Manuel Maria Perrone Vorrei che tutte le poesie difficili fossero profonde. Suonate il clacson se anche voi vorreste che tutte le poesie difficili fossero profonde. Ben Lerner &#160; Caro Ben, Da dove iniziare? Forse dovrei iniziare dal fatto che questa è una vera lettera anche se ha meno valore di una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align: center;"><strong>To Ben Lerner</strong></h2>
<p style="text-align: center;">di Manuel Maria Perrone</p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-91474 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/2-300x252.jpeg" alt="" width="300" height="252" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/2-300x252.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/2-1024x860.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/2-768x645.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/2-1536x1291.jpeg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/2-2048x1721.jpeg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/2-150x126.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/2-696x585.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/2-1068x897.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/2-1920x1613.jpeg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/2-500x420.jpeg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: right;"><em>Vorrei che tutte le poesie difficili fossero profonde. </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Suonate il clacson se anche voi vorreste che tutte le poesie difficili fossero profonde.</em></p>
<p style="text-align: right;">Ben Lerner</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Caro Ben,</p>
<p>Da dove iniziare?</p>
<p>Forse dovrei iniziare dal fatto che questa è una vera lettera anche se ha meno valore di una finta?</p>
<p>Forse dovrei iniziare dall’assurdità di scrivere a una delle promesse della letteratura americana senza neanche parlare inglese? (mi farò tradurre, forse dal fruttivendolo indiano, all’angolo).</p>
<p>Potrei iniziare scrivendoti in modo allegorico, citando un episodio in cui si mischiano in modo trovo perfetto realtà e finzione, episodio che forse conosci, tra <em>Cortazar</em> (che lo cita nel suo <em>Sentimiento de lo fantastico</em>) e <em>John Howell: Cortazar</em> scrive un racconto, anche molto bello, in cui un personaggio, l’immaginario <em>John Howell</em>, si scopre protagonista di uno spettacolo che era andato a vedere annoiato; anni dopo uno studente della Columbia, che si chiama anche lui <em>John Howell</em> e che è un fervido ammiratore di <em>Cortazar</em>, vola a Parigi, lo vuole contattare, poi desiste, scrive un racconto con <em>Cortazar</em> protagonista, in omaggio alla Parigi che ha scoperto, senza però sapere che anche l’autore l’ha già trasformato, tempo prima, in personaggio.</p>
<p>Forse anch’io, che sono rimasto sconvolto per la sincronicità tra i tuoi scritti ed episodi della mia biografia, dovrei solo vendicarmi creando un fittizio Ben Lerner, a cui far vivere cose mie che diventino sue, magari le più scabrose e imbarazzanti.</p>
<p>Forse l’inizio di questa lettera dovrebbe invece cercare radici biografiche, appunto, per dare il giusto Pathos alle mie parole. Mio padre è morto a 33 anni <em>– Eh si aveva barba e capelli lunghi–</em> 3 anni prima, quando gli hanno dato la sentenza di pochi mesi da vivere, ha avuto voglia di viaggiare con noi, ma avevamo pochi soldi. Ha scritto a molti autori che gli piacevano: <em>Ivan Illich, Eduardo Galeano, Jean Paul Sartre</em>. Alcuni hanno risposto. Non era sorpreso perché in cuor suo sapeva che gli autori, anche affermati, vivono e lavorano nella solitudine delle proprie parole. Abbiamo approfittato della risposta entusiasta di <em>Illich </em>per viaggiare in Messico tutta la famiglia e istallarci a <em>Cuernavaca</em>. Non ti sto chiedendo un posto sul tuo divano, non preoccuparti, ma anche adesso, che sono ormai più vecchio di mio padre, mi è rimasto il vizio di osare lettere improbabili. Ho scritto a <em>David Lynch e Jean Luc Godard </em>per proporgli un ruolo (non lo stesso, né per lo stesso film), mi sono presentato in un bar a far vedere un mio cortometraggio a <em>Jean Claude Carrière</em>, lo sceneggiatore tra gli altri di <em>Bunuel.</em></p>
<p>E proprio <em>Jean Claude Carrière,</em> intrigato, mi ha risposto di fargli vedere il lavoro finito e fargli leggere le mie sceneggiature. Cosa che ho fatto, arrivando, purtroppo, con una mail il giorno dopo un’operazione a cuore aperto che gli aveva tolto la definitiva voglia di scrivere e pensare cinema. Più o meno come se fossi riuscito ad avere un appuntamento privato con <em>Kennedy</em> per i primi di dicembre del ’63. E ammetto che a lungo ho rigirato quella mail tra le mani pensando di mettere per iscritto quello che aveva solo detto a parole, soprattutto da quando è morto ed entra nella biblioteca degli antenati, con cui invece non ho nessun problema a dialogare.</p>
<p>Potrei iniziare questa lettera dicendoti giusto che l’estate scorsa, in piena pandemia, dopo una dura rottura di cuore, mia madre ha trovato un rimedio offrendomi <em>Topeka school.</em></p>
<p>Potrei dirti che i libri sono il feticcio rituale della mia famiglia, a metà strada tra una cura e una malattia: sono cresciuto condividendo la stanza con mio fratello maggiore perché ce n’era un’altra in cui le pile di libri salivano fino al soffitto, mio fratello nelle sue prime emancipazioni onanistiche si è trasferito li in mezzo, sfidando la polvere, ricavandone un problema alle adenoidi che durano fino ad oggi; 4 anni fa ci siamo ritrovati all’aeroporto di Napoli, con mia mamma dalla svizzera, mio fratello dalla spagna e io dalla Francia , per riportare a casa mio padre sotto forma liofilizzata in un’urna, e il nostro primo gesto rituale è stato entrare insieme nella libreria dell’aeroporto (lo scambio bilanciato tra peso dell’urna all’andata e peso dei libri al ritorno mi è apparso più evidente quando ho visto poi mia madre richiudere la valigia, prima di ripartire ) .Potrei anche dirti che quest’estate mio fratello mi ha rubato il mio libro (cioè il tuo, non fraintendermi) e se l’è letto ridendomi in faccia, quando in diretta in quei giorni mi è venuta a trovare la donna che mi aveva fatto piangere a vent’anni e cambiare continente, <em>Nathalie,</em> e che non rivedevo da quindici anni.</p>
<p>Potrei dirti che ho capito molto di più sulla mia emicrania (che mi ha bloccato a lungo e mi ha fatto scampare l’esercito) con te più che con <em>Oliver Sacks.</em></p>
<p>Potrei dirti che forse non c’è nulla di strano e a questo servono i grandi autori, che riassumono meglio di altri tutto quello che viviamo.</p>
<p>Forse giusto un po’ di affetto in più, perché il tuo Kansas (con i suoi provincialismi di bulli e intellighenzia al riposo) sta alla mia Svizzera, come Buenos Aires alla tua New York.</p>
<p>Potrei parlarti del polipo, filo rosso in diversi miei lavori, raccontarti anch’io una storia divertente che mi è appena successa sul lavarmi le mani, chiederti se anche tu pensi che <em>Caroline</em> – anche se l’ho chiamata <em>Giselle</em> in un racconto &#8211; ha finto un tumore per farmi affezionare, oppure sottolineare punto per punto le nostre similitudini e attaccarti in tribunale.</p>
<p>Ma le tue storie non sono né tue né mie, sono forse solo la testimonianza acuta di una generazione che è confusa perché il manuale di istruzioni che gli avevano consegnato gli è subito scivolato via di mano e lo inseguono come un <em>Buster Keaton</em> impassibile lungo cascate e incroci ferroviari.</p>
<p>O forse potrei scriverti come si scrive a un Panda o a un Koala, stupito che esistano ancora i poeti, anche li, in mezzo ai grattacieli… .</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con affetto</p>
<p>Manuel Maria Perrone</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Bracciate # 5 &#8211; Manuel Maria Perrone</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/07/17/bracciate-5-manuel-almereyda-perrone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Jul 2016 12:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[manuel maria perrone]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[nipote]]></category>
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					<description><![CDATA[Il quinto racconto della rubrica  Bracciate è «Il polpo in insalata», testo vivo e fresco di Manuel Almereyda Perrone, svizzero di origine napoletana, di stanza a Marsiglia, dove ha fondato l’Agence de l’Erreur (www.lerreur.fr), con cui sviluppa i suoi progetti teatrali e cinematografici. &#160; Il polpo in insalata &#160; &#160; Mia nonna non la chiamo tutte le domeniche. E quando la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il quinto racconto della rubrica  <em><strong>Bracciate</strong></em> è «Il polpo in insalata», testo vivo e fresco di Manuel Almereyda Perrone, svizzero di origine napoletana, di stanza a Marsiglia, dove ha fondato l’<em>Agence de l’Erreur </em>(<a href="http://www.lerreur.fr/">www.lerreur.fr</a>), con cui sviluppa i suoi progetti teatrali e cinematografici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Il polpo in insalata</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-63601 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/images.jpeg" alt="images" width="465" height="308" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/images.jpeg 276w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/images-120x80.jpeg 120w" sizes="(max-width: 465px) 100vw, 465px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mia nonna non la chiamo tutte le domeniche.</p>
<p>E quando la chiamo, so che prima devo fare stretching, rilassare la respirazione, sorridere allo specchio, dopodiché prendo la cornetta, compongo, dico “ciao-nonna-sono-io-Manuel” tutto d&#8217;un fiato e ascolto, per dieci buoni minuti, un flusso ininterrotto di lamentele.</p>
<p>Sono momenti in cui mi sento responsabile dei mali del pianeta, anche se i mali in questione sono solo quelli di mia nonna.</p>
<p>“Tu non chiami mai. ”</p>
<p>Sto chiamando- penso.</p>
<p>“Tu mi fai morire! ”</p>
<p>Strana forma di omicidio l&#8217;assenteismo- penso.</p>
<p>“Pensa alla buon&#8217;anima di tuo padre! ”</p>
<p>Ancora? Son venticinque anni che è morto, è vero non lo chiamo mai neanche lui, ma c&#8217;è un perché.</p>
<p>“E di tuo nonno !”</p>
<p>Ci sto pensando e mi viene il magone e un sentimento di colpa anche per cinque milioni d&#8217;ebrei, gli armeni, i curdi, i palestinesi, e tutti gli oppressi del pianeta.</p>
<p>“Mi sono fatta vecchia vecchia, na vecchiarella”</p>
<p>A occhio e croce conosco mia nonna da quando sono nato, tolti alcuni anni di coscienza informale da bebè, sono una trentina d&#8217;anni che la conosco e che sta inesorabilmente diventando vecchia vecchia: quanto può durare l&#8217;invecchiamento? Una vita intera?</p>
<p>“Ho fatto solo la quinta elementare, però l&#8217;educazione la so.”</p>
<p>Su questo non me la prendo: lo so che ha diritto a vendicarsi su di me per aver lasciato i quaderni per la zappa a dodici anni.</p>
<p>“Non sono intelligente ma la so.”</p>
<p>Mi dispiace che mia nonna confonda istruzione con intelligenza: vorrei presentarle tutta una serie di professori e luminari perché chiarisca questo qui pro quo.</p>
<p>A questo punto in genere si rilassa, mi racconta i cancri delle sorelle con un piacere morboso per i dettagli, la cecità di Velia, la sua preferita che vive in Inghilterra da sempre, e che la chiama due o tre volte al giorno</p>
<p>“Uh quanto chiama quella, ma non ha niente da fare? Mi fa morire! ”</p>
<p>Ma come: anche lei? Ma si sa: gli estremi si toccano.</p>
<p>Poi, in apnea, continua per altri dieci minuti sulla vita, morte e miracoli degli abitanti del paese – per fortuna che è uno di quei paesi quasi fantasma di vecchi e bambini in cui quasi tutti sono emigrati da tempo &#8211; e alla fine mi fa ridere con i suoi proverbi e le sue dicerie che mi fanno capire che in fondo tutto funziona uguale da sempre.</p>
<p>Ho trovato una tecnica, per schivare questa sua inclinazione a incriminarmi di tutte le nefandezze del pianeta, che funziona anche quando non la chiamo da mesi.</p>
<p>“Nonna – dico subito- sto cucinando. Mi chiedevo&#8230; i calamari meglio chiuderli con lo spago o con uno stuzzicadenti? Sì, non li riempio troppo, certo, se no esplodono.”</p>
<p>Come per magia in quei casi non esiste nient&#8217;altro, nessun conflitto ci separa e anzi una sottile linea si disegna e ci ricongiunge nel tempo e nella distanza: non siamo più rivali ma diventiamo complici, gomito a gomito, davanti ai fornelli.</p>
<p>Se una ricetta si interpone tra di noi tutto il resto scompare.</p>
<p>Mi è successo vivendo a Buenos Aires, a diecimila chilometri e cinque fusi orari di distanza. Mi succede anche in Francia. È successo così per il polpo in insalata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Purtroppo, o per fortuna non so, l&#8217;ho chiamata giusto quando Elvira, la sua vicina &#8211; amica e nemica del cuore &#8211; era passata a trovarla.</p>
<p>“Passa sempre quella”</p>
<p>“Meglio, no?”</p>
<p>“Meglio cosa? Viene qui per controllare.”</p>
<p>“Controllare cosa?”</p>
<p>“Quello che cucino, poi torna a casa e lo fa pure lei.”</p>
<p>Mia nonna da poco ha messo una telecamera di sorveglianza sopra il portone.</p>
<p>Anni di Raiuno riescono a convincere l&#8217;ultimo dei sottoproletari che condivide gli stessi problemi di un Rockefeller.</p>
<p>E la telecamera, a circuito chiuso, si affaccia su un monitor, che lei può riuscire a controllare anche mentre cucina. È così che ha scoperto chi da anni le fa lo scherzo del campanello; chi suona e poi scappa.</p>
<p>Si: Elvira&#8230; Ma non le darà mai il gusto di dirle che lo sa.</p>
<p>Penso che sia amore il loro. Amore vero.</p>
<p>Comunque ai tempi di questa telefonata ancora non aveva la telecamera e Elvira era lì.</p>
<p>E quando ha sentito mia nonna dire “polpo” le ha strappato la cornetta di mano e ha preso i comandi della conversazione.</p>
<p>“Per ogni chilo di polpo tu ne metti il doppio di patate. Dopo aver bollito le patate, le metti sul fondo e le copri col polpo e il suo succo, che vedi che prendono il sapore e poi tutti ti dicono che buono e mangiano le patate credendo che è polpo! ”</p>
<p>Ha riso: era contenta. Fiera di quell&#8217;intelligenza meridionale che trasforma un problema in una soluzione. Quella stessa intelligenza che fa si che per una stessa zucchina o melanzana esistano centinaia di pietanze diverse.</p>
<p>Ho ringraziato, mi ha ripassato mia nonna, che ha borbottato qualcosa, stranamente taciturna, e ho appeso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un paio d&#8217;ore dopo mia nonna mi ha richiamato in panico.</p>
<p>“Lo fa per umiliarmi.”</p>
<p>“Ma cosa?”</p>
<p>“Le patate.”</p>
<p>“Che patate?”</p>
<p>“Come che patate? Quelle del polpo. Ti ha detto così per trattarti da straccione, per umiliare me.</p>
<p>Tu non devi mettere così tante patate che se no sembra che sei un morto di fame.</p>
<p>Non avrebbe mai detto una cosa così ai suoi di nipoti ! Mai ! Ma me, mi voleva umiliare.”</p>
<p>“Ma nonna&#8230;.”</p>
<p>“Niente ma. Le patate non devono mai essere più del polpo. Se no che figura ci fai?”</p>
<p>L&#8217;ho rassicurata che avrei immediatamente cambiato la ricetta, adattandola alla verità che mi aveva appena rivelato: non potevo deluderla e l&#8217;ho sentita contenta.</p>
<p>Però io le patate le avevo già messe e già le avevo ricoperte di polpo, non potevo più tornare indietro.</p>
<p>Non so se era vero: se Elvira l&#8217;aveva detto per umiliarla o se era solo un complesso di mia nonna. Però devo dire che era buono, e alla gente è piaciuto.</p>
<p>Da allora l&#8217;insalata di polpo continuo a farla così.</p>
<p>Le polpette, la parmigiana, le lasagne, le zucchine alla scapece, i calamari ripieni, i peperoni al forno, i cannelloni, la pasta fresca: tutto, tutto glielo devo a mia nonna e alle nostre conversazioni telefoniche.</p>
<p>Il polpo in insalata no, quello è di Elvira.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Braccia rubate (al cinema) &#8211; atto II</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/09/24/braccia-rubate-al-cinema-atto-ii/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Sep 2015 12:06:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[buenos aires]]></category>
		<category><![CDATA[Bunuel]]></category>
		<category><![CDATA[manuel maria perrone]]></category>
		<category><![CDATA[Marsiglia]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[Topor]]></category>
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					<description><![CDATA[Illustrazione di Roland Topor &#160; Ecco il secondo atto della rubrica « Braccia rubate (al cinema) », corredato da una breve bio-filmografia dell’autore e da un link a un film che evoca il testo (o viceversa). Le seconde braccia rubate sono quelle di Manuel Maria Almereyda Perrone con le sue tre storie di lupi, Lavizzari e bulbi oculari. &#160; ANTI-FAVOLA   Francia, massiccio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/roland-topor-10.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-56604" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/roland-topor-10-212x300.jpg" alt="roland-topor-10" width="316" height="447" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/roland-topor-10-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/roland-topor-10.jpg 342w" sizes="(max-width: 316px) 100vw, 316px" /></a></p>
<p><em>Illustrazione di Roland Topor</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;">Ecco il secondo atto della rubrica « Braccia rubate (al cinema) », corredato da una breve bio-filmografia dell’autore e da un link a un film che evoca il testo (o viceversa). Le seconde <em>braccia rubate</em> sono quelle di <strong>Manuel Maria Almereyda Perrone</strong> con le sue tre storie di lupi, Lavizzari e bulbi oculari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>ANTI-FAVOLA</strong></p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="h1Mptgi23YE"><iframe loading="lazy" title="The Phantom of Liberty - Luis Buñuel - Dinner Scene" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/h1Mptgi23YE?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p>Francia, massiccio centrale, febbraio 2017</p>
<p>Trovati morti ancora dodici lupi.</p>
<p>Negli ultimi mesi la carneficina di lupi è aumentata in modo allarmante: sono ormai migliaia gli esemplari trovati morti in questa regione montagnosa.</p>
<p>Compito ingrato quello della polizia locale che cerca di mettere un freno a questi atti criminali, difficili da perseguire perché le vittime sono animali, e contro un’opinione pubblica che disprezza i lupi e chiude volentieri un occhio su questo massacro.</p>
<p>Tutto porta a pensare che non si tratti di casi isolati ma che siano tutti opera della stessa persona che agisce con freddezza e premeditazione.</p>
<p>I lupi sono attirati nel bosco, con cestini pieni di leccornie.</p>
<p>Storditi dal cibo sono legati e travestiti con abiti da pensionata.</p>
<p>In seguito, in questo atto barbarico, gli viene inserito un bambolotto di plastica nel ventre lacerato.</p>
<p>Tutto questo mentre sono ancora in vita. Moribondi sono infine violentati e sgozzati nel momento del piacere.</p>
<p>Il giornale locale è stato vittima di un attentato dopo una serie di articoli che esigevano una presa di posizione della popolazione accusandola di nascondere e assecondare il probabile mandatario di questi atroci delitti.</p>
<p>Nell’ultimo articolo appaiono alcune foto, scattate da un cacciatore che aveva assistito alla scena e sfuggito per puro miracolo, che lasciano poco spazio ai commenti e stordiscono per la loro crudezza: una bambina di sette anni, bionda, vestita di un impermeabile rosso e ricoperta dal sangue del povero animale che sta torturando con un sorriso innocente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>LA GUERRA DEL PESO</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si è detto a lungo che il quadro di Lavizzari sia uno dei più suggestivi della sua epoca.</p>
<p>A cavallo tra l&#8217;alto e il basso medioevo il quadro rappresenta il ponte tra questi due mondi, le credenze e l&#8217;immaginario di popolazioni così diverse tra loro.</p>
<p>La guerra del peso, dipinto dal maestro nella primavera dell&#8217;anno mille, raffigura due popoli che scendono da due valli contrastanti per affrontarsi in un corpo a corpo sanguinario.</p>
<p>Due donne in primo piano, avvinghiate tra di loro, traspirano tutto il rancore della guerra, il sudore e la polvere sono magistralmente raffigurati dal maestro con un utilizzo di colori tenui in una scala cromatica per il resto dai toni forti e generosi, tecnica ancora sconosciuta all’epoca e poi ripresa dalle scuole della Bassa Sassonia e dai maestri rinascimentali.</p>
<p>Le due donne raffigurano la sintesi dei gusti a cavallo tra le due epoche, una opulenta e imponente con un seno prosperoso, l&#8217;altra dal corpo asciutto, scaltra agile e muscolosa, un seno piccolo e appuntito.</p>
<p>Ogni donna è seguita da un popolo di persone, da una parte magri e agili dall&#8217;altra grassi e imponenti.</p>
<p>La battaglia è un abbraccio di questi due popoli, avvinghiati in questo corpo a corpo silenzioso.</p>
<p>Per questo motivo da sempre questo quadro è stato considerato un grande capolavoro d&#8217;avanguardia rispetto ai suoi tempi.</p>
<p>Una rappresentazione tangibile dell&#8217;immaginario collettivo, un esempio della sua trasformazione tra due epoche, da un periodo di prosperità economica rappresentato da donne formose coi seni prominenti a un periodo di miseria in cui l&#8217;ideale è rappresentato dalla scaltrezza e la forza di sopravvivenza.</p>
<p>Nel Medioevo il processo di cristianizzazione porta in effetti ad un radicale cambiamento nel modo in cui viene percepita la figura femminile.</p>
<p>L’austera morale medioevale definisce i nuovi canoni estetici del corpo della donna: esile e acerbo per dimostrarne la castità e la purezza, con i fianchi stretti, il seno appena abbozzato, ma il ventre prominente, indice di fecondità in quanto madre.</p>
<p>In epoche successive questo conflitto e questa trasformazione si sarebbero ripetute a vari intervalli.</p>
<p>Forse la guerra intestina più importante nella storia dell&#8217;umanità: la guerra tra grassi e magri.</p>
<p>Quello che si conosce meno è la storia intima del maestro e le origini del quadro.</p>
<p>Uno studioso svedese, Jolaf Sberdensen, ha scritto un ottimo testo proponendo un parallelo con il mistero delle valli gemelle, mistero che data della stessa epoca del Lavizzari e anzi, secondo lo studioso il mistero non sarebbe altro che la storia riprodotta nel quadro.</p>
<p>Visione piuttosto imbarazzante perché relegherebbe il capolavoro del maestro a una semplice cronaca di fatti e non uno sguardo sensibile sull&#8217;umanità e i suoi complessi.</p>
<p>Sberdensen si perde un po&#8217; in questa polemica sterile, dato che qualunque sia la fonte di ispirazione il quadro è un capolavoro anche per l&#8217;equilibrio delle parti, la sovrapposizione di tecniche, la sensibilità e la ricchezza di dettagli, in cui non è da meno la precisione anatomica, anch&#8217;essa piuttosto insolita per l&#8217;epoca.</p>
<p>Ma non c&#8217;è bisogno di perdersi a difendere un artista che non ha altro argomento di aver sopravvissuto nel tempo e aver continuato a dialogare coi suoi posteri, mille anni dopo, con assoluta pertinenza.</p>
<p>Molti poeti hanno citato il maestro, nei secoli, in modo più o meno esplicito.</p>
<p>Basti ricordarsi i famosi versi di Leopardi – ai tu che al cuor fece bilancia – nei suoi teneri sonetti di gioventù.</p>
<p>La scuola freudiana ha fatto suo lo sguardo del maestro sintetizzando i disturbi alla base di anoressia e bulimia come il complesso di Lavizzari.</p>
<p>Perfino in medicina il nodone di Lavizzari fa riferimento all&#8217;infiammazione dei neurostrasmettitori che si occupano dello smaltimento del grasso.</p>
<p>L&#8217;imponente opera di Botero non si potrebbe capire senza considerare una certa vena di provocazione al maestro.</p>
<p>Famosa è anche la storia del quadro.</p>
<p>Rifiutato dalla società dei duchi, che avevano commissionato l&#8217;opera a Lavizzari, probabilmente a causa del loro rinomato complesso estetico, il quadro è finito per secoli nel dimenticatoio, prima di diventare una delle opere di riferimento per tutta una generazione di pittori barocchi, che ne vedevano una chiara rappresentazione del potere delle forme e della vittoria dell&#8217;opulenza.</p>
<p>Durante i primi anni del Ventesimo secolo, invece se ne ricordano le riproduzioni su manifesti di propaganda politica, esortando un popolo magro e coraggioso a difendersi a ribellarsi a un nemico grasso e inattaccabile.</p>
<p>Il quadro per anni ha occupato una delle sale più importanti del Musée du Louvre, a Parigi.</p>
<p>Recentemente ha ancora fatto parlare di sé dopo essere stato oggetto di vandalismo dalla famigerata società dei custodi del grammo.</p>
<p>La polemica che ne è scaturita ha portato il governo francese a proibirlo per oscenità e provocazione della morale di uguaglianza e fratellanza dei popoli.</p>
<p>Da quel momento si trova nelle cantine del museo, malgrado le insistenti domande da parte di musei di tutto il mondo, in attesa della fine di un processo che probabilmente durerà ancora molto tempo.</p>
<p>Quello che stupisce in tutta questa storia è che, malgrado il quadro abbia suscitato forti reazioni, sia stato soggetto di vari saggi e sia un pilastro della storia dell&#8217;arte, un elemento non viene mai citato al proposito, anche se è senza dubbio essenziale per capire l&#8217;opera del maestro e la sensibilità del suo capolavoro.</p>
<p>Lavizzari era cieco.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>UN OCCHIO</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un giorno sono andato a pescare nei mari del Sud.</p>
<p>Seduto su una sedia in metallo pieghevole, un secchio a terra pieno a metà d&#8217;acqua e la sigaretta tra i denti per salvarla dal vento, ho pescato un occhio.</p>
<p>Un occhio grosso, scivoloso come un pesce, caldo e morbido.</p>
<p>Aveva dei tentacoli come lunghe ciglia e non si capiva se sopra e sotto gli spuntassero pure due piccole pinne.</p>
<p>La sera raccontando l&#8217;accaduto, in una taverna di poca cosa, attorno a un tavolo grezzo e ricoperto di bottiglie, i vecchi avventori, che di notte sono pescatori, mi hanno spiegato.</p>
<p>Nei mari del sud capita spesso di pescare un occhio, un naso o una bocca.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>FINE</strong></p>
<p><strong>Manuel Maria Almereyda Perrone,</strong>(03/12/1981), svizzero di origine napoletana e tedesca, si forma in teatro, scopre il linguaggio cinematografico per caso, lavorando con un gruppo di donne anziane (da 80 a 90 anni) a Buenos Aires su un progetto teatrale, per adattarsi ai problemi di energia e memoria del gruppo.</p>
<p>Ha fondato a Marsiglia, dove vive e lavora, l’<em>Agence de l&#8217;Erreur </em>(<a href="http://www.lerreur.fr/">www.lerreur.fr</a>) con cui ha prodotto <em>Rêves d&#8217;occasion</em>, 2012, di cui l&#8217;episodio <em>Santex </em>è stato distribuito da Canal Plus, <em>Adios Muchacha</em>, che ha avuto il premio Paca al Festival di Nizza. Lavora in questo momento come assistente di Cid Hamet Ben Engeli su un adattamento cinematografico di <em>Don Quichotte de la Mancha</em>. Ha avuto il premio Unesco della città di Trieste per la sua poesia <em>Ho camminato nel giardino dei vecchi</em> ed è stato finalista del premio di drammaturgia Oltreparola per la pièce <em>Agonia di un angelo.</em></p>
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