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	<title>Marcel Schwob &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Vita immaginaria di Immanuel Kant</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Oct 2025 05:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[Diana Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[Immanuel Kant]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Diana Napoli </strong><br />
Quest’esistenza, così come emerge dalle penne di Borowski, Jachmann e Wasianki, raccontata così pazientemente, al ritmo delle fasi scandite e sempre uguali a sé stesse della giornata, è quasi "un’opera d’arte"]]></description>
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<figure class="wp-block-image alignfull size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="683" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/kant.png" alt="" class="wp-image-116019" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/kant.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/kant-300x200.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/kant-768x512.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/kant-150x100.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/kant-696x464.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/kant-630x420.png 630w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Un ritratto immaginario (AI) di Kant</figcaption></figure>



<p>di <strong>Diana Napoli</strong></p>



<p>Alla morte di <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/immanuel-kant/">Kant </a>nel 1804, l’editore Nicolovius promosse, con il titolo <em>Su Immanuel Kant</em>, una «raccolta di cenni biografici»<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> scritti da persone che avevano conosciuto il filosofo. L’intento era quello di celebrarne e attestarne le virtù, anche per contrastare alcune biografie tempestivamente date alle stampe (come quella anonima ma attribuita al collega, professore di medicina, Johann Daniel Metzger) che miravano, al contrario, a metterne in dubbio «la benevolenza, l’onestà e l’affabilità».<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> Vennero così pubblicate tre vite destinate a costituire quasi dei vangeli sinottici dell’esistenza di Kant: la prima, rivista in parte dallo stesso Kant, a opera di Ludwig Ernest Borowski,<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a> la seconda, in forma di lettere, firmata da Reinhold Bernhard Jachmann<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a> e la terza, scritta da Ehregott Andreas Christoph Wasianski.<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a></p>



<h3>Borowski e Jachmann: biografie preparate “in vita”</h3>



<p>I primi due avevano preparato, si direbbe oggi, un “coccodrillo”. Borowski, che si premura di esprimere il proprio desiderio di raccontare la vita del «filosofo più umano e più modesto» (86)<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>, aveva composto in gran parte il proprio testo mentre Kant era ancora in vita, a partire dal 1792. In quella che a suo avviso era in tutto e per tutto l’epoca kantiana (fidandoci del titolo di una conferenza da lui tenuta quello stesso anno che recitava <em>Sui progressi della cultura erudita in Prussia fino all’epoca kantiana</em>) aveva pensato di scrivere la biografia del grande pensatore con lo scopo di stamparla e darne pubblica lettura in occasione di una lezione presso la Regia Società Tedesca di Könisberg. Kant, pur grato per il gesto, aveva espresso il proprio imbarazzo e pregato l’amico di desistere, apportando tuttavia qualche correzione al manoscritto affinché Borowski lo potesse utilizzare dopo la sua morte.</p>



<p>Jachmann aveva iniziato a scrivere, come egli stesso ci riferisce, nel 1800 e proprio su suggerimento di Kant. Per cercare di essere il più fedele possibile agli avvenimenti, aveva persino inviato al suo vecchio professore un «abbozzo dei fatti più interessanti della sua vita, sotto forma di domande» (120), a cui tuttavia non erano seguite le risposte a causa della malattia che aveva colto il filosofo, costringendo tutti ad assistere al «fatto, così strano per l’umanità, che anche un Kant dovette sopravvivere alla sua mente pensante» (123).</p>



<h3>Wasianski: il filosofo “in vestaglia” e il racconto della morte</h3>



<p>Assai dettagliato si presenta poi lo scritto dell’amico Wasianski che, dando conto con abbondanza di particolari del progressivo avvicinarsi alla morte di Kant, la cui figura e la cui filosofia si potevano ormai osservare come un monumento, appare quasi una meditazione su nostra “sora morte corporale”. L’autore si giustifica per aver presentato, come egli stesso si esprime, Kant «in vestaglia» (220) con la necessità di fugare ogni dubbio su una eventuale non coincidenza tra la vita e l’opera, quasi a «garantire che il cervello e il cuore non siano in contrasto tra loro» (218), dato che «sovente, gli scrittori descrivono egregiamente il bene, eppure agiscono male».</p>



<h3>Tra elogio e quotidianità: il modello biografico del Settecento</h3>



<p>Queste vite di Kant per un verso non si discostano dal tradizionale modello dell’elogio, rimandandoci – così come altre opere pubblicate alla sua morte e sulla base delle tipiche motivazioni utili a giustificare la biografia degli uomini illustri – la rappresentazione confortante di un innocuo e virtuoso uomo di scienza; per un altro si inseriscono in un contesto di diffusione e tipizzazione, iniziato a delinearsi nella seconda metà del XVIII secolo, del genere biografico come racconto di vite non più orientato alle grandi azioni, ma rivolto alla rappresentazione dell’individualità, che per quanto esemplare, rimaneva irriducibile e irreplicabile perfino nella sua ordinarietà.<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a> In questo senso rispondono, quindi, anche a una sensibilità romantica, a un paradigma che indirizzava l’interesse all’uomo più che all’autore, poiché in effetti l’autentica opera dell’uomo di genio è la sua vita.<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a></p>



<h3>De Quincey e la reinvenzione letteraria degli ultimi giorni</h3>



<p>I testi di Borowski, Jachmann e Wasianski – quest’ultimo in particolare, così attento a descrivere l’ambiente domestico del filosofo, con pochissimi riferimenti al suo pensiero – hanno finito per costituire quasi un tutt’uno che si è trasformato nella nostra vita immaginaria di Kant, probabilmente grazie anche alla fortunata trasposizione letteraria di <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/de-quincey/">Thomas de Quincey</a> (1785-1859) che, nel 1827 diede alle stampe una prima versione del suo <em>Gli ultimi giorni di Immanuel Kant</em>.<a name="_ftnref9" href="#_ftn9">[9]</a> I tre autori si soffermano non solo sulle qualità esemplari di Kant, ma anche – e forse soprattutto – sulla sua quotidianità, sulle sue consuetudini alimentari, i suoi gusti culinari, le sue opinioni in merito alla moda e all’abbigliamento, le sue manie e ossessioni, come quella per il silenzio che, in una delle sue abitazioni, veniva disturbato dai canti provenienti dalle vicine carceri e per cui a nulla erano valse sue lamentele volte a far cessare quello che lui definiva – secondo il racconto di Borowski – uno «scandalo» (52). </p>



<p>Mescolando aneddoti e testimonianze di attestazioni di virtù, i tre antichi scolari di Kant sarebbero riusciti nell’impossibile compito di scrivere una vita in verità impossibile da scrivere essendo che, come aveva osservato Heinrich Heine, Kant – il grande demolitore nell’ambito del pensiero, colui che aveva superato in terrorismo, secondo il poeta tedesco, persino Robespierre – non aveva né vita né storia. E del resto le nostre tre vite, nel restituirci un Kant “buono e giusto”, ottimo insegnante, amico premuroso, filosofo geniale eppure senza alcun interesse per gli onori, preoccupato per l’immancabile Lampe che deve, anch’egli, avere un Dio, hanno avuto l’effetto paradossale, nel tempo, a forza di ripeterne, noi, gli aneddoti e le presunte stranezze, di cristallizzare nell’immaginario collettivo l’esistenza di Kant come un’esistenza quasi senza alcun interesse, segnata dalla meticolosità, l’abitudine e la ripetitività, come ben rappresentato dalla fatidica pomeridiana passeggiata sul cui orario gli abitanti dell’unica città in cui ha vissuto avrebbero – riferisce fedelmente la manualistica – regolato i propri orologi.</p>



<p>Forse è anche questo il motivo per cui Thomas de Quincey, più conosciuto per le sue <em>Confessioni di un mangiatore d’oppio</em>, scegliendo di narrare gli ultimi giorni di Kant, è riuscito ad utilizzare le “vite” di Kant narrate dai suoi discepoli per elaborare una meditazione e una riflessione sugli “ultimi giorni” e la fine (e questo malgrado la dichiarazione iniziale per cui appare «evidente che tutte le persone di una certa educazione ammetteranno di avere un qualche interesse per la storia <em>personale</em> di Immanuel Kant»).<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a> Come se Kant, in fondo, fosse troppo filosofo per vivere e la sua vita si prestasse invece ad essere quasi solo un pretesto, un epifenomeno, utile a concentrarci sulla (sua) morte, sul (suo) disfacimento. Oppure, detto altrimenti «tra le cose belle del libro di De Quincey c’è la sua capacità di tracciare un ritratto di Kant <em>in fin dei conti vivo</em> in quanto disturbato dalla prossimità della morte (morire, dice de Quincey, risulta “particolarmente sgradevole per gli uomini dalle abitudini regolari”). […] Come un’ulteriore rivoluzione inaudita nel suo approccio al mondo, Kant percepisce i cambiamenti di stagione non più come dei fenomeni strettamente prevedibili. Arriva perfino a identificare l’estate con il tempo dei viaggi. Lui, che non aveva mai lasciato Könisberg nemmeno per andare nella città più vicina, non smette di proporre lunghi viaggi. Il tempo non ha più una misura oggettiva; lo spazio ha la potenza attrattiva dell’ignoto; le immagini dei sogni finiscono per perseguitarlo durante il giorno».<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a></p>



<p>Il modo in cui lo scrittore inglese usa le tre biografie è in linea, peraltro, con la sua particolare e creativa interpretazione della filosofia kantiana: una filosofia che aveva fallito nello stile e che, pur avendo elaborato gli strumenti per farlo, non aveva saputo restituire il mondo trascendentale (inteso qui come il mondo pensabile <em>al limite</em>, grazie alle categorie) come ciò che avrebbe dovuto essere: una finzione del mondo reale che restava increato, ed era il mondo non realizzato della letteratura.<a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a> Si tratta certamente di una lettura di Kant – e in particolar modo della <em>Critica della ragion pura </em>– parziale quanto sorprendente (e che non è questa la sede per approfondire), ma alla cui elaborazione il più famoso mangiatore d’oppio si era dedicato con una certa costanza, all’interno di una riflessione ampia e articolata sulla teoria romantica, come testimoniano i numerosi riferimenti a Kant nella sua opera.<a href="#_ftn13" name="_ftnref13">[13]</a></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/kant.jpg" alt="" class="wp-image-116015" width="375" height="629" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/kant.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/kant-179x300.jpg 179w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/kant-150x252.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/kant-300x503.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/kant-250x420.jpg 250w" sizes="(max-width: 375px) 100vw, 375px" /><figcaption>Da <a href="https://wellcomecollection.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Wellcome Collection</a>, un sito web gestito da Wellcome Trust</figcaption></figure></div>



<h3>Una &#8220;vita minuscola&#8221;</h3>



<p>Non è un caso, quindi, che de Quincey abbia deciso di glossare questi testi. Queste pagine degli amici e discepoli di Kant, al di là del “genere” più o meno diffuso all’epoca, del progetto editoriale sotteso alla loro contemporanea pubblicazione, della riproposizione, che ritorna su se stessa e si auto-conferma, della vulgata su Kant noioso e metodico, riescono, mescolando abilmente il grottesco del quotidiano con il calco iperuranico del filosofo illuminista, il tenore di vita casalingo e il saldo attaccamento alla verità, a fingere il mondo reale. E d’altro canto, proprio come certe pagine sospese di de Quincey, le tre vite di Kant, malgrado l’intimità (come recita il titolo di una traduzione francese delle tre opere: <em>Kant intimo</em>), malgrado la vicinanza fisica che consente quasi di sentire i rumori del corpo, un corpo descritto minuziosamente – il corpo che muore, che si rinsecchisce, in cui tacciono a poco a poco i battiti vitali –, offrono al lettore uno sguardo “distante”, provocano un effetto straniante: più che priva di interesse, frammentata tra mille particolari, la vita di Kant, immersa nel silenzio, per la scientificità con cui viene esposta, potrebbe apparirci quasi aliena.</p>



<p>Una vita, per certi versi, anche “minuscola”, per come si svolge nello spazio geografico di una città, di una casa, di un paio di stanze, o dello sguardo costante, negli ultimi anni, dell’amico Wasianski, eppure capace di far convergere – da questo punto di vista sono molto interessanti i brevi documenti che Borowski allega in appendice al suo scritto – tutta un’epoca in una piccola cittadina prussiana che, per la sola presenza del filosofo, doveva sembrare il faro dell’illuminismo, il luogo in cui era stata rifondata la filosofia moderna, per usare le parole di Foucault, come risposta alla domanda «Che cos’è l’Illuminismo?», come «lavoro sui nostri limiti, ovvero fatica paziente che dà forma all’impazienza della libertà».<a href="#_ftn14" name="_ftnref14">[14]</a></p>



<h3>La lettera di Maria von Herbert e la risposta morale di Kant</h3>



<p>Borowski riporta una lettera a Kant da parte di una donna di cui omette il nome, ma che era, com’è noto dalla sua corrispondenza, la baronessa Maria Regina von Herbert (1769-1803<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Maria_von_Herbert#cite_note-1">)</a>. Maria von Herbert conosceva bene la filosofia di Kant ed è proprio a lui che si rivolge, all’autore della <em>Metafisica dei costumi, </em>a colui che aveva elaborato la nozione di imperativo categorico, nell’agosto del 1791, da Klagenfurt, in Carinzia, per sciogliere un dilemma morale e per «ottenere aiuto, conforto o commenti alla morte». Aveva mentito a un uomo che amava e, una volta rivelatagli la menzogna, lo aveva perso. Così si esprime l’autrice della missiva «Se non avessi letto tante cose Sue, avrei già posto una fine violenta ai miei giorni: mi trattiene invece la conclusione che ho dovuto trarre dalla Sua teoria secondo la quale non devo morire a causa della mia vita tormentata, ma dovrei vivere a causa della mia esistenza. Si metta perciò nei miei panni e mi dia conforto o condanna». </p>



<p>Possiamo leggere la minuta della risposta di Kant, scritta durante la primavera del 1792<a name="_ftnref15" href="#_ftn15">[15]</a> e che, direttamente da Könisberg, a più di 1200 chilometri di distanza, conteneva, usando le sue stesse parole, «un insegnamento, una punizione e una consolazione».  Kant si pronunciava a favore della scelta dell’amico della donna, giustificandone in qualche modo l’allontanamento, essendo l’assenza di sincerità un male assoluto. In aggiunta, domandava alla destinataria quale fosse il motivo del suo rimorso. Se quest’ultimo traeva origine dalle conseguenze dell’atto, non presentava alcun carattere morale. Se invece era il frutto di un sincero giudizio morale sul proprio comportamento per aver mentito, da un lato era necessario serbare il ricordo della cattiva azione, come un giudice che non distrugge il contenuto del fascicolo di un imputato e, in caso di recidiva, si mostra pronto a emettere una legittima sentenza di condanna. Dall’altro non era opportuno crogiolarsi nel rimorso e castigarsi da sé: sarebbe stato un comportamento, tipico di certe religioni, che nell’autopunizione crede di attirarsi la grazia delle potenze superiori senza bisogno di sforzarsi per diventare migliori.</p>



<h3>Un’esistenza come opera d’arte: la vita di Kant tra immaginario e memoria</h3>



<p>Quest’esistenza di Kant così come emerge dalle penne di Borowski, Jachmann e Wasianki, raccontata così pazientemente, al ritmo delle fasi scandite e sempre uguali a sé stesse della giornata è quasi «un’opera d’arte, come una stampa giapponese dove si vede eternamente l’immagine di un piccolo bruco visto una volta in una certa ora del giorno»; assomiglia, infatti, a una di quelle <em>Vite immaginarie </em>di Marcel Schwob all’insegna del fatto che «le idee dei grandi uomini sono il patrimonio comune dell’umanità; ognuno di loro non possedette realmente che le proprie bizzarrie».<a href="#_ftn16" name="_ftnref16">[16]</a></p>



<h3>Note</h3>



<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> M. Kuehn, <em>Kant. Una biografia, </em>Il Mulino, Bologna 2011, p. 23.</p>



<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> <em>Ivi, </em>p. 19. Nel <em>Prologo</em> l’autore ricostruisce dettagliatamente le vicende che portarono alla pubblicazione dell’opera citata <em>Su Immanuel Kant</em>, l’attendibilità delle ricostruzioni biografiche proposte e la loro fortuna editoriale.</p>



<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Borowski era nato a Konisberg nel 1740 e vi era morto nel 1831; teologo e alto funzionario della chiesa prussiana, era stato tra i primi discepoli di Kant.</p>



<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Anche Jachmann (1767-1843) era stato uno scolaro di Kant e ne divenne in seguito amico, svolgendo per il filosofo anche le funzioni di amanuense. Pastore, si era occupato di pedagogia e di educazione.</p>



<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Come Borowski e Kant, Wasianski (1755-1831) nacque e morì a Könisberg. Anch’egli studente di Kant, ne fu un amico molto stretto, assistendolo negli ultimi anni di vita.</p>



<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Le citazioni senza altra indicazione che il numero di pagina sono tratte da L.E. Borowski, R.B. Jachmann e A. Ch. Wasianski, <em>La vita di Immanuel Kant</em>, con una prefazione di Eugenio Garin, Laterza, 1969.</p>



<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Cfr. un classico studio come quello di D. Madelénat, <em>La biographie, </em>Puf, Paris 1984, p. 52 e ss.</p>



<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> Cfr. J.-L. Diaz, <em>L’homme et l’œuvre</em>, Puf, Paris 2011, in particolare il capitolo 5.</p>



<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Il testo, con alcune successive modifiche, venne poi inserito in altre raccolte di scritti dell’autore pubblicate nel 1853 e nel 1854 (T. de Quincey, <em>Gli ultimi giorni di Immanuel Kant, </em>Adelphi, Milano 1983).</p>



<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> <em>Ivi</em>, p. 11.</p>



<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> C. Thomas, <em>L’Opiomane et le philosophe</em>, «Critique» 486 (1987), p. 987</p>



<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> Cfr. É. Dayre, <em>Thomas de Quincey: sur le style transcendantal de Kant</em>, in «Littérature» 93 (1994), pp. 99-112.</p>



<p><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> A questa tematica ha dedicato molti studi Éric Dayre&nbsp;; cfr. in particolare il suo <em>Les Proses du Temps, Thomas de Quincey et la philosophie kantienne</em>, Honoré Champion, Paris 2000.</p>



<p><a href="#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a> M. Foucault, <em>Qu’est-ce que les Lumières?</em>, in Id., <em>Dits et écrits</em>, coll. «Quarto», Gallimard, Paris 2001, vol. II, p. 1507.</p>



<p><a href="#_ftnref15" name="_ftn15">[15]</a> I. Kant, <em>Epistolario filosofico (1761-1800)</em>, Il Melangolo, Genova 1990, pp. 282-287.</p>



<p><a href="#_ftnref16" name="_ftn16">[16]</a> Marcel Schwob, <em>Vite immaginarie, </em>Milano, Adelphi, 2012, p.14. Non caso Schwob era stato anche il traduttore francese del libro di De Quincey, <em>Gli ultimi giorni di Immanuel Kant</em>, nel 1899.</p>
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		<title>Deus ex Makina: Maniak</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Mar 2024 06:00:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Francesco Forlani</strong> <br />Da un po'sto collaborando con Limina Rivista, con delle autotraduzioni dal francese di piccoli assaggi ( essais) letterari pubblicati in oltre vent’anni sulla rivista parigina l’Atelier du Roman diretta da Lakis Proguidis. Dopo Philip K Dick, Franz Kafka, Anna Maria Ortese, Charles Dickens è stata la volta di Boris Vian. Qui una nota a un libro indispensabile.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-107167" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/i__id13400_mw1000__1x.jpg" alt="" width="443" height="696" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/i__id13400_mw1000__1x.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/i__id13400_mw1000__1x-191x300.jpg 191w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/i__id13400_mw1000__1x-652x1024.jpg 652w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/i__id13400_mw1000__1x-768x1207.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/i__id13400_mw1000__1x-978x1536.jpg 978w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/i__id13400_mw1000__1x-150x236.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/i__id13400_mw1000__1x-300x471.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/i__id13400_mw1000__1x-696x1093.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/i__id13400_mw1000__1x-267x420.jpg 267w" sizes="(max-width: 443px) 100vw, 443px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>La nuova crociata dei bambini</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>di</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Sarà pur vero che oggi più che mai viviamo in un&#8217;epoca in cui solo la tecnica potrà finalmente offrirci la consapevolezza della fragilità nostra e del nostro pianeta, ma sarà ancora una volta la letteratura a renderne disponibile il racconto. Sentiamo da due anni almeno, come voci di Cassandra, gli uni e gli altri, raccontarci la&#8221;svolta&#8221; delle nostre vite con l&#8217;avvento dell&#8217;<strong>Intelligenza artificiale</strong>, in ogni campo dello scibile umano, in ogni parte dell&#8217;umano senza alcuna distinzione tra anima e corpo ma questo di Labatut è il primo libro, almeno per me, a tentare una genealogia appassionante di tale rivoluzione tanto cruenta quanta necessaria, per capire da dove si era partiti.</p>
<p>Dalle prime pagine di <a href="https://www.adelphi.it/libro/97888459383">questo romanzo </a>vivamente consigliatomi dall&#8217;amico Miguel Gallego, sentiamo una profonda tensione tra vita e tecnica, una guerra senza esclusione di colpi, combattuta da eroi, generalmente scienziati, alle prese con le scoperte che hanno cambiato la storia dell&#8217;umanità, con tanto di nome e cognome e fatti che potremmo definire storici.  <a href="https://www.scienzaefilosofia.com/2024/01/06/henri-bergson-e-lintelligenza-nelle-cose/#_ftn2" name="_ftnref2"></a></p>
<p><em>&#8220;Tutto ebbe inizio con un telaio meccanico, e devo dire che si trattava di un apparecchio mostruoso. Sembrava proprio la macchina sognata da Franz Kafka nel suo racconto Nella colonia penale, quella che incide sul corpo del condannato il comandamento che ha trasgredito: un gigantesco insetto metallico con diecimila zampe, che ingurgitava istruzioni e secerneva fili di seta come un vecchio ragno deforme. Papà l&#8217;aveva portato a casa per farcelo vedere.&#8221;</em></p>
<p>A pagina settanta di questo &#8220;curioso&#8221; libro di Benjamin Labatut si racconta della scoperta, fondamentale per il celebre matematico Von Neumann, di un telaio a schede perforate. Sono andato a riprendere l&#8217;incipit del racconto in questione e un dubbio non affatto inessenziale è sorto su come fosse stato tradotto in due versioni differenti. Poiché si trattava di un&#8217;opera in tedesco ho chiesto lumi alla mia amica Silvia Bortoli, germanista:</p>
<p><em>Silvia cara assai, mi servirebbe una piccola tua consulenza traduttoria. Nella colonia penale di Kafka, l&#8217;incipit in francese dice &#8220;c&#8217;est un appareil singulier&#8221;, in quella italiana, credo perché ho consultato una versione on line pirata: &#8220;&#8221;È una macchina veramente curiosa&#8221;, tu come l&#8217;avresti tradotto?</em></p>
<p><em>Io avrei tradotto &#8220;è un apparecchio singolare&#8221;. È una versione fedele. Cosi lo traduce anche Andreina Lavagetto (Feltrinelli), ma Anita Rho, grande traduttrice della generazione precedente, che traduceva con maggior libertà e maggiore attenzione all&#8217;efficacia narrativa, ha tradotto con &#8220;È veramente una macchina curiosa&#8221;, e ritmicamente è migliore di quella che hai trovato tu, che pure le assomiglia.</em></p>
<p><strong>Apparecchio</strong>, che come ci ricorda la Treccani è &#8220;nell’uso tecn. e scient., complesso di elementi di varia natura, meccanici, elettrici, ecc., coordinati in modo da costituire un dispositivo atto a un determinato scopo&#8221;.</p>
<p>Apparecchio dunque ma anche congegno narrativo, dispositivo, telaio, trama, ordito, filo, per rimanere alla &#8220;macchina&#8221; che strega una delle menti più brillanti del secolo breve,  come ci viene raccontato da Eugene Wigner, Premio Nobel per la fisica nel 1963.</p>
<p><em>Ho conosciuto Planck, von Laue e Heisenberg. Paul Dirac era mio cognato, Leo Szilard e Edward Teller sono stati fra i miei più cari amici, e anche Albert Einstein era un buon amico. Ma nessuno di loro aveva una mente rapida e acuta come quella di János von Neumann. L’ho affermato diverse volte in loro presenza, e nessuno mi ha mai dato torto.</em><br />
<em>Solo lui era del tutto vigile.</em></p>
<p>Leggendo capitolo dopo capitolo questa incredibile prova di Labatut non si può non pensare al grande Marcel Schwob, e in particolare a due opere. Sicuramente, <em>Vite immaginarie, </em>e a seguire <em>La crociata dei bambini. </em>Il primo per la dimensione programmatica della bio-fiction, vero e proprio manifesto su come &#8220;romanzare&#8221; la vita degli altri, famosi o meno che siano; il secondo per aver saputo come pochi illustrare quello strano episodio del 1212, all&#8217;insegna del frammento di Eraclito tra i più oscuri e sorprendenti: <em>Il tempo è un bambino che gioca, che muove le pedine; di un bambino è il regno</em>.</p>
<p>Scrive Schwob:</p>
<p><em>Ed è proprio su questo che si fonda l&#8217;arte del biografo: sulla scelta. Non deve essere vero; deve creare una congerie di tratti umani. Leibnitz dice che per creare il mondo, Dio ha scelto il migliore tra i mondi possibili. Come una divinità inferiore, il biografo è in grado di scegliere, fra i possibili umani, ciò che è unico. Non deve ingannarsi sull&#8217;arte, non più di quanto Dio si sia ingannato sulla bontà. È necessario che l&#8217;istinto di entrambi sia infallibile. Pazienti demiurghi hanno raccolto per il biografo certe idee, certi movimenti fisiognomici, certi fatti. La loro opera è sparsa nelle cronache, nelle memorie, negli epistolari e negli scolii. In mezzo a questo arruffio il biografo sceglie ciò che gli serve per dare vita a una forma che non somiglia a nessun&#8217;altra. Non serve che essa sia simile a quella che fu creata un tempo da un dio superiore, basta che sia unica, come qualsiasi altra creazione.</em></p>
<p>La sensazione che si ha leggendo Maniac, è che Benjamin Labatut abbia seguito alla lettera le indicazioni di Schwob, ovvero programmando la sua <em>makina</em> anagramma di <em>maniak</em> ben al di là della bibliografia proposta nelle ultime pagine, esplorando ognuno degli interstizi offerti in quell&#8217;immensa documentazione a disposizione.</p>
<p>In altri termini non commette l&#8217;errore di molti biografi di credersi storici privandoci, per quella strana ambizione alla scientificità del dato oggettivo, di quanto v&#8217;è di più essenziale nella vita e soprattutto nell&#8217;arte del romanzo:</p>
<p><em>E così ci hanno privato di mirabili ritratti. Hanno creduto che solo la vita dei grandi uomini potesse interessarci. L&#8217;arte è estranea ad analisi di questo tipo. Agli occhi del pittore il ritratto d&#8217;un perfetto sconosciuto, fatto da Cranach, ha lo stesso valore di quello di Erasmo. Non è grazie al nome di Erasmo se quel quadro è inimitabile. L&#8217;arte del biografo dovrebbe consistere, piuttosto, nel dare lo stesso risalto sia alla vita d&#8217;un povero attore che a quella di Shakespeare. È un bieco istinto che ci fa constatare con piacere la contrazione del muscolo sternomastoideo nel busto di Alessandro, o il ciuffo in testa nel ritratto di Napoleone. Il sorriso di Monna Lisa &#8211; per quanto ne sappiamo potrebbe anche essere un uomo &#8211; ha un che di ben più misterioso.</em></p>
<p><strong><em>Enfant prodige</em></strong></p>
<p>In ognuna delle tre parti che compongono il polittico immaginato da Labatut troviamo la parola Wunderkind.</p>
<p><em>&#8220;Quindi c’era un alieno in mezzo a noi, un vero Wunderkind, e a scuola tutti parlavano di lui. Dicevano che aveva imparato a leggere a due anni&#8221;.</em></p>
<p>Per il piccolo Von Neumann, che ebbe un ruolo fondamentale nella costruzione della Bomba Atomica prima e nella rivoluzione informatica poi, risuona nel lettore il frammento eracliteo, del bambino preso dal suo stesso gioco, come quando, da adulto bambino è alle prese con il MANIAC, ovvero la loro macchina Mathematical Analyzer Numerical Integrator And Computer.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-107194" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-03-à-22.15.36.png" alt="" width="731" height="190" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-03-à-22.15.36.png 731w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-03-à-22.15.36-300x78.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-03-à-22.15.36-150x39.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-03-à-22.15.36-696x181.png 696w" sizes="(max-width: 731px) 100vw, 731px" /></p>
<p>I protagonisti vengono descritti, raccontati, messi sovente a nudo, da quanti ne costituiscono il vero mondo di relazioni sociali e vitali: qui è la moglie che lo racconta, la prima o la seconda, un collega di laboratorio, un concorrente, l&#8217;amico anche se è il più delle volte dai nemici che arriva al lettore il tassello decisivo. Come nella Crociata dei Bambini di Schwob, il nudo fatto si veste delle narrazioni di ognuno dei protagonisti o semplici testimoni dei fatti: il goliarda, il lebbroso, i bambini, il Papa, il mendicante o la piccola Allys.</p>
<p>Sappiamo da Klára Dán Von Neumann, dopo un esilarante scambio di vedute del suo John con Albert Einstein e di cui lasceremo al lettore la scoperta, come per lui la vita fosse soltanto un gioco, un terribile gioco da prendere sul serio. Ed è grazie ad uno dei suoi eccessi che scopriamo la più insostenibile delle verità con cui uno scienziato deve misurare la propria coscienza. Non è allora questione di agire nel mondo con una doppia morale, come nella recente opera cinematografica dedicata a Oppenheimer da Christopher Nolan, ma di ammettere una volta e per tutte che quando si fa una scoperta non è possibile tornare indietro.</p>
<p><em> « Quello che stiamo creando» disse «è un mostro la cui influenza cambierà il corso della storia, sempre che una storia continui a esserci! Ma sarebbe impossibile non andare fino in fondo. Non solo per ragioni militari, ma anche perché non sarebbe etico, da un punto di vista scientifico, non fare quel che sappiamo di poter fare, per quanto le conseguenze possano essere terribili. E questo è solo l&#8217;inizio! ».</em></p>
<p>È un passaggio chiave a mio avviso perché permette di capire cose altrimenti insostenibili dal punto di vista etico. Ricordo perfettamente quando in una piacevole conversazione con un mio compagno di liceo diventato medico, in cui gli raccontavo dei miei studi sulla &#8220;questione della colpa nella Germania Nazista, mi parlò del suo manuale, credo di fisiologia, se non ricordo male- ma non ne ho trovato conferma in rete- del Favilli, che riportava a proposito delle conoscenze della medicina sull&#8217;ipotermia come queste fossero state acquisite sulla pelle dei deportati nei campi di concentramento.</p>
<p>Ricordo allora la stessa domanda &#8211; ma non le risposte- sulla legittimità di tali scoperte, su come si potesse &#8220;approfittare&#8221; di tale abominio. Non è affatto un mistero che il peggiore istinto dell&#8217;uomo, nell&#8217;esercizio dell&#8217;arte della guerra, abbia nella storia prodotto invenzioni micidiali, armi terribili, con il solo scopo di dominare la vita degli altri, ma un mistero rimane su come le stesse abbiano provocato come effetti collaterali beni preziosi per l&#8217;umanità. Le prime riprese cinematografiche dei Fréres Lumière, come ci ricorda la studiosa <a href="https://journals.openedition.org/rha/2983#ftn2">Violaine Challéat</a>  facevano riferimento a scene militari, così l&#8217;energia atomica o la stessa Rete Internet, inventata in piena guerra fredda. Von Neumann ci dice che sarebbe perfino non etico rinunciare alla verità di una scoperta, a prescindere dalle idee e azioni che l&#8217;hanno resa possibile. MANIAC è figlio delle menti di Los Alamos, l&#8217;IA la piena realizzazione dell&#8217;avventura.</p>
<p><em>«Con la creazione della bomba atomica i fisici hanno conosciuto il peccato, ed è una conoscenza che non possono più perdere». Questo aveva detto Oppenheimer.</em><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-107196" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-04-à-00.01.08.png" alt="" width="683" height="521" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-04-à-00.01.08.png 683w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-04-à-00.01.08-300x229.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-04-à-00.01.08-150x114.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-04-à-00.01.08-551x420.png 551w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-04-à-00.01.08-80x60.png 80w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></p>
<p><strong>Un gioco da ragazzi</strong></p>
<p><em>&#8220;AlphaGo era il parto della mente di Demis Hassabis, un Wunderkind della zona nord di Londra che aveva quattro anni quando vide il padre – un cantautore nonché proprietario di un negozio di giocattoli greco-cipriota – giocare a scacchi con lo zio. Chiese loro se gli potevano insegnare a muovere i pezzi sulla scacchiera, e un paio di settimane dopo nessuno dei due era più in grado di sconfiggerlo.&#8221;</em></p>
<p>Grazie a Labatut scopriamo che a Los Alamos, coloro che avrebbero fabbricato il più grave assalto al cielo da che storia era storia, giocavano spesso a scacchi prima di lasciarsi sedurre da un altro gioco più antico e importato dall&#8217;oriente, il GO. E scoprirà il lettore l&#8217;incredibile storia della famosa partita dell&#8217;Atomica, quella giocata dall&#8217;allora campione in carica di GO, Utaro Hashimoto, contro lo sfidante Kaoru Iwamoto, il 6 Agosto del 1945 a Hiroshima.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-107313" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-25-à-10.14.57.png" alt="" width="434" height="62" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-25-à-10.14.57.png 434w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-25-à-10.14.57-300x43.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-25-à-10.14.57-150x21.png 150w" sizes="(max-width: 434px) 100vw, 434px" /></p>
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<p><figure id="attachment_107199" aria-describedby="caption-attachment-107199" style="width: 945px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-107199 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-25-à-13.02.38.png" alt="" width="945" height="564" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-25-à-13.02.38.png 945w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-25-à-13.02.38-300x179.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-25-à-13.02.38-768x458.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-25-à-13.02.38-150x90.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-25-à-13.02.38-696x415.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-25-à-13.02.38-704x420.png 704w" sizes="(max-width: 945px) 100vw, 945px" /><figcaption id="caption-attachment-107199" class="wp-caption-text">Scena de &#8220;Il processo&#8221; di Orson Welles</figcaption></figure></p>
<p><figure id="attachment_107198" aria-describedby="caption-attachment-107198" style="width: 621px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-107198 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/google-ai-outsmarts-human-champion-go-board-game-5-0-score.jpg" alt="" width="621" height="403" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/google-ai-outsmarts-human-champion-go-board-game-5-0-score.jpg 1200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/google-ai-outsmarts-human-champion-go-board-game-5-0-score-300x195.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/google-ai-outsmarts-human-champion-go-board-game-5-0-score-1024x665.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/google-ai-outsmarts-human-champion-go-board-game-5-0-score-768x499.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/google-ai-outsmarts-human-champion-go-board-game-5-0-score-150x97.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/google-ai-outsmarts-human-champion-go-board-game-5-0-score-696x452.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/google-ai-outsmarts-human-champion-go-board-game-5-0-score-1068x693.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/google-ai-outsmarts-human-champion-go-board-game-5-0-score-647x420.jpg 647w" sizes="(max-width: 621px) 100vw, 621px" /><figcaption id="caption-attachment-107198" class="wp-caption-text">Children play the popular East Asian board game Go, also known as Baduk in Korean, at the 11 World Youth Baduk Championship in Seoul, 2011( PHOTO REUTERS)</figcaption></figure></p>
<p>Nelle ripetute sfide tra giocatori in carne e ossa e macchine pensanti raccontate con estrema grazia da Labatut – splendidamente tradotto da Norman Gobetti- si rimane davvero incantati come quando si assiste ad un gioco che non si conosce affatto ma che ci coinvolge attraverso l’estrema precisione con cui i giocatori lo vivono. L’illusione- stare nel gioco, in ludum- sembra moltiplicarsi da sé, il gioco vivere di vita propria, come nel racconto poco noto di Walter Benjamin Rastelli racconta.</p>
<p>Rastelli è un mago che ha un solo numero, semplicissimo e meraviglioso che consiste nel far eseguire a una palla movimenti e volteggi con le sole note di un flauto dotato di poteri sovrumani. Quando viene presentato alla corte di un sultano che nulla perdona e molto offre a chi fosse stato in grado di divertirlo accade il fatto. Nessuno sapeva il trucco del mago che consisteva nel dirigere la palla grazie a un nano che in una simbiosi perfetta con la sfera e le note del suo padrone, invisibilmente creava quel gioco. La sera del tanto temuto spettacolo Rastelli, pur avendo percezione di qualcosa di terribile, esegue alla perfezione il suo numero riuscendo così ad avere salva la vita e ottenere un lauto premio dal committente.</p>
<p>Quando all’uscita del palazzo attende il complice nano per felicitarsi accade che al posto di questi si presentasse trafelato un messaggero che quasi lo assale in mezzo alle guardie <em>:</em></p>
<p><em>«Vi ho cercato dappertutto, signore, – gli disse. – Ma Voi avevate lasciato le vostre stanze anzitempo, e non mi è stato concesso di accedere al Palazzo». Ciò dicendo mostrò una lettera autografa del nano. «Caro maestro, non siate in collera con me, – c’era scritto. – Oggi non potete esibirvi dinanzi al Sultano. Io sono malato e non posso lasciare il letto».</em></p>
<p>Appassionante l’ultima sfida all&#8217;ultima pietra, tra il Wunderkind Lee Sedol e AlphaGo. Quando la macchina ha sfidato il bambino e ha vinto, quando abbiamo scoperto che Dio stava per tornare sulla terra.</p>
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