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	<title>marcello veneziani &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Non perdiamo la testa. Il doveroso e vano tentativo di difendervi da Allam e le firme de Il Giornale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Nov 2014 06:00:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich E&#8217; venerdì 24 ottobre, ho fatto una ricerchina su “Non perdiamo la testa” partendo dalla copertina, su cui si trova scritto &#8220;Controcorrente.it&#8221;. Trattasi di un editore che promuove in questi giorni &#8220;Eurasia, Vladimir Putin e la Grande Politica&#8221; di Alain de Benoist e Aleksandr Dugin. L&#8217;ultimo evento promosso da Controcorrente.it è il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Lorenzo Declich</b></p>
<p>E&#8217; venerdì 24 ottobre, ho fatto una ricerchina su “Non perdiamo la testa” partendo dalla copertina, su cui si trova scritto &#8220;Controcorrente.it&#8221;.</p>
<p>Trattasi di un editore che promuove in questi giorni &#8220;Eurasia, Vladimir Putin e la Grande Politica&#8221; di Alain de Benoist e Aleksandr Dugin.</p>
<p>L&#8217;ultimo evento promosso da Controcorrente.it è il “XXII Convegno Tradizionalista della Fedelissima Città di Gaeta”.</p>
<p>Com&#8217;è di moda presso una certa qual destra, questo editore millanta un&#8217;operazione culturale “contro” il pensiero dominante.</p>
<p>Invece, come vedremo nel libro curato da Marco Zucchetti, mira alla pancia dei lettori, un luogo del corpo che spesso comanda su cuore e cervello.</p>
<p>E fa sfracelli.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Il libro è uscito martedì 21 ottobre.</p>
<p>Il titolo gioca sull&#8217;idea che quelli di Daesh (IS, ISIS, ISIL, Stato Islamico) siano principalmente “tagliatori di teste”.</p>
<p>Vedremo poi come alcuni autori maneggeranno il tema.</p>
<p>La pubblicità del libro, il cui <em>claim</em> recita “2014 l&#8217;anno dei tagliagole”, ritrae James Foley in ginocchio vicino al boia britannico di Daesh.</p>
<p>Ieri, giovedì, Diane, la madre del giornalista giustiziato, ha querelato “Il Giornale”: <a href="http://www.huffingtonpost.it/2014/10/23/diane-foley-querela-giornale-immagine-figlio_n_6033016.html?ref=fbph">&#8220;La decapitazione di mio figlio usata come pubblicità di un libro&#8221;</a>.</p>
<p>Poteva bastarmi, in effetti. Potevo fermarmi qui, dicendomi: “gli sta bene”*.</p>
<p>E invece no, non mi è bastato.</p>
<p>Mi sono messo in testa di leggere il libro.</p>
<p>Ma pur essendomi piegato all&#8217;idea di acquistarlo e avendo poi effettivamente raggiunto l&#8217;edicola col denaro necessario (l&#8217;idea di doverlo comprare era già una sconfitta per me), ho trovato che era esaurito.</p>
<p>Parliamo di edicola di Testaccio, uno di quei leggendari “bastioni della sinistra” della città di Roma.</p>
<p>L&#8217;edicolante era distrutto, mi ha guardato con mestizia, io ho voluto specificare la mia posizione di lettore critico, mi ha detto che forse ristampano il volume e ciò ha prodotto in me una lacerazione interiore.</p>
<p>Ho pensato all&#8217;Italia.</p>
<p>Oggi, venerdì, ho cercato in un&#8217;altra edicola. Esaurito.</p>
<p>Poi in un&#8217;altra edicola ancora, e un&#8217;altra ancora.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Eccolo qua, &#8216;sto libro.</p>
<p>La copertina recita “Non perdiamo la testa, il dovere di difenderci dalla violenza dell&#8217;islam”, Magdi Crisiano Allam e le firme de il Giornale.</p>
<p>Giro il libro.</p>
<p>Firme, in ordine alfabetico: Francesco Alberoni, Magdi Crisiano Allam, Fausto Biloslavo, Luca Fazzo, Vittorio Feltri, Stefano Filippi, Alessandro Gnocchi, Giordano Bruno Guerri, Paolo Guzzanti, Ida Magli, Gian Micalessin, Fiamma Nirenstein, Alessandro Sallusti, Marcello Veneziani, Stefano Zecchi.</p>
<p>Avrò un bel da fare, temo.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p style="text-align: left;">Prima che iniziate a leggere questa mia esamina voglio che sappiate che non è la prima volta che mi avventuro in un&#8217;impresa del genere.</p>
<p style="text-align: left;">Anzi, guardo a questo libro con occhi stanchi.</p>
<p style="text-align: left;">Ho tenuto <a href="http://in30secondi.altervista.org" target="_blank">un blog</a> per diversi anni in cui mi occupavo anche di ciò che definivo &#8220;<a href="http://in30secondi.altervista.org/?s=islam+percepito" target="_blank">islam percepito</a>&#8220;.</p>
<p style="text-align: left;">Di Magdi Allam <a href="http://in30secondi.altervista.org/tag/magdi-cristiano-allam/" target="_blank">ho scritto, eccome</a>, cercando di non essere cattivo ma, a volte, non riusciendovi.</p>
<p style="text-align: left;">Di Fausto Biloslavo ho annotato <a href="http://in30secondi.altervista.org/?s=fausto+biloslavo" target="_blank">qualche attività</a>, fra cui quella di <a href="http://in30secondi.altervista.org/2011/03/19/gheddafi-vs-al-qaida-la-partita-e-stata-gia-giocata/" target="_blank">intervistare Gheddafi</a> durante i giorni della guerra in Libia.</p>
<p style="text-align: left;">Anche Vittorio Feltri <a href="http://in30secondi.altervista.org/?s=vittorio+feltri" target="_blank">compare nel mio vecchio blog</a> perché, oltre a <em>essere </em>Vittorio Feltri, è anche autore di un libro dal titolo &#8220;Il Corano letto da Vittorio Feltri&#8221;.</p>
<p style="text-align: left;">Ida Magli per me è <a href="http://in30secondi.altervista.org/?s=ida+magli" target="_blank">una vecchia conoscenza</a>, in effetti.</p>
<p style="text-align: left;">Gian Micalessin ha iniziato a comparire sul mio radar <a href="http://in30secondi.altervista.org/?s=micalessin" target="_blank">già nel 2011</a> ma mi si è manifestato in tutto il suo fulgido strabismo destrorso più avanti, quando ha iniziato ad andare in Siria da <em>embedded</em>, sposando <em>in toto</em> la versione della realtà fornita dalla propaganda di regime.</p>
<p style="text-align: left;">Conosco bene la prosa di Fiamma Nirenstein, per me fino a ieri era<a href="http://in30secondi.altervista.org/tag/fiamma-nirenstein/" target="_blank"> roba passata</a>.</p>
<p style="text-align: left;">Posso dire con certezza che le persone qui citate sono parte di una banda di <em>haters </em>abbastanza ampia, la cui sociologia è ancora tutta da scrivere ma che ha i propri santi e santini.</p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://in30secondi.altervista.org/tag/oriana-fallaci/" target="_blank">OrianaFallaci</a>, prima di tutto. Poi <a href="http://in30secondi.altervista.org/tag/bat-yeor/" target="_blank">Bat Ye&#8217;or</a>, <a href="http://in30secondi.altervista.org/tag/geert-wilders/" target="_blank">Geert Wilders</a>, <a href="http://in30secondi.altervista.org/?s=hirsi+ali" target="_blank">Ayaan Hirsi Ali</a> e tanti altri.</p>
<p style="text-align: left;">E&#8217; un mondo popolato di borghezi di vario genere, entrando nel quale prima o poi si arriva a parlare del boia di Utoya, <a href="http://in30secondi.altervista.org/tag/anders-behring-breivik/" target="_blank">Anders Behring Breivik</a> e di una destra parafascista che pullula di &#8220;<a href="http://in30secondi.altervista.org/tag/controjihad/" target="_blank">controjihadisti</a>&#8221; e lancia l&#8217;allarme &#8220;<a href="http://in30secondi.altervista.org/tag/eurabia/" target="_blank">Eurabia</a>&#8220;.</p>
<p style="text-align: left;">Al tempo avevo deciso di collocare le mie osservazioni nella categoria &#8220;<a href="http://in30secondi.altervista.org/category/le-destre-e-lislam/" target="_blank">destre e islam</a>&#8220;.</p>
<p style="text-align: left;">E&#8217; un tema ampissimo, spinoso e posso dire di non essere riuscito a tracciarne confini certi, anche perché &#8211; udite &#8211; la melma tracima a sinistra.</p>
<p style="text-align: left;">A un certo punto ho chiuso il blog per motivi di pulizia mentale.</p>
<p>Ho la certezza, però, che &#8220;Non perdiamo la testa&#8221; rappresenta una rassegna dei temi principali usati da questi <em>haters</em>, quindi mi sento quasi in dovere di fare ciò che sto per fare, cioè leggere questo libro e commentarlo, anche se farlo è per me una tortura: conosco i miei polli, le loro manipolazioni, so quanto riescano a offendere le intelligenze, quanto letali siano le tossine che rilasciano, quanto senso di malessere trasmettano.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p style="text-align: left;">Ancora un preliminare.</p>
<p style="text-align: left;">Grazie alla mia pregressa attenzione sul tema ho imparato a far buon uso di alcune parole.</p>
<p style="text-align: left;">Non userò &#8220;islamofobia&#8221; perché il concetto, se inteso in maniera generica, è scivoloso e offre molti appigli retorici non sempre controllabili.</p>
<p style="text-align: left;">Vedremo come ci gioca Magdi Allam, ma è bene sapere che diversi sono gli attori politici e culturali che lo usano.</p>
<p style="text-align: left;">Fra di essi ci sono anche musulmani retrogradi, reazionari, maschilisti che ponendosi come vittime dell&#8217;islamofobia cercano di dar leggittimità, in chive politica, alla loro specifica e sordida idea di islam.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Bene, indossato lo scafandro dell&#8217;espertone di <em>haters controislamici</em> entro dentro.</p>
<p>So quando entro, non so quando esco, soprattutto non so <em>se e</em> <em>come ne esco vivo</em>.</p>
<p>Secondo la presentazione:</p>
<blockquote><p>l&#8217;Occidente che si era illuso di poter convivere pacificamente con l&#8217;islam, ha riscoperto il terrore dell&#8217;estremismo, ma sembra aver rinunciato a combattere” (Occidente maiuscolo e islam minuscolo).</p></blockquote>
<p>Perché, effettivamente, questa chiarissima entità chiamata “Occidente” è dotata di sentimenti, dunque è capace di illudersi, riscoprire e rinunciare.</p>
<p>Un&#8217;entità che, seguendo il filo del copertinista, è una “civiltà” di nome Occidente.</p>
<p>Una “civiltà” che “soffre” di tanti “mali”, proprio come una persona soffre di epicondilite acuta, reumatismi, demenza senile.</p>
<p>Ci collochiamo alla fine dell&#8217;800, insomma, e la globalizzazione proprio ci rifiutiamo di prenderla in considerazione.</p>
<p>Pensiamo che esistano delle civilità, che queste civiltà abbiano una nascita, un&#8217;apogeo, un declino.</p>
<p>Nel caso della civiltà occidentale questo declino sembra interminabile, da più di un secolo viviamo nel crepuscolo “dei valori” e “delle identità”.</p>
<p>E tutto ciò avviene a causa di strani “mali” emersi come cancri nelle nostre coscienze: il politically correct, la paura di passare per razzisti, la sudditanza psicologica del relativismo culturale.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>La prefazione di Alessandro Sallusti ci annuncia che c&#8217;è una vittima, Magdi Cristiano Allam.</p>
<p>Quest&#8217;uomo ci aveva avvertito, ci aveva detto che dietro le &#8220;primavere arabe&#8221; si celava il mostro, e che il mostro ora ci vuole mangiare.</p>
<p>Non dovevamo farci ingannare dai sinistrorsi: il levantino che chiede libertà, giustizia sociale e democrazia è un truffatore, ha un secondo fine, anche se poi muore per mano di un altro levantino sotto un barile bomba o sparato da un militare o un poliziotto anch&#8217;essi levantini.</p>
<p>E a dircelo era proprio uno che lì ci è nato.</p>
<p>Ma noi non l&#8217;abbiamo voluto ascoltare.</p>
<p>Siamo stati buonisti.</p>
<p>Ora nel “mondo arabo” (non islamico, proprio arabo) l&#8217;odio verso l&#8217;Occidente è soverchiante dobbiamo difenderci perché in pericolo siamo noi e i nostri figli.</p>
<p>E questo libro, al quale contribuiscono un manipolo di eroi della nostra cultura, della nostra identità e della nostra democrazia, vuole rappresentare un piccolo ma significativo passo in difesa dei nostri paesi.</p>
<p>E, testuale, del mondo intero.</p>
<p>Un libro che insomma va Controcorrente (anche se è esaurito in 8 edicole su 9 a due giorni dalla sua uscita).</p>
<p>Nessuno, tranne questa <i>nostra </i>pattuglia di indomiti combattenti, ha detto niente, nessuno ha scritto niente.</p>
<p>Invece loro erano lì, asserragliati nel fortino, mentre orde di buonisti morbosi svendevano la loro identità, la loro cultura, la loro democrazia.</p>
<p>E processavano Magdi Cristiano Allam.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Ci siamo, qui impatto il capitolo 1, in cui Allam spiega di dover <em>addirittura</em> subire un processo per istigazione all&#8217;odio razziale da parte dell&#8217;Ordine dei giornalisti.</p>
<p>Secondo Allam, l&#8217;Ordine ha “recepito e fatta propria la strategia dei militanti islamici”.</p>
<p>Secondo Allam, che non è nuovo a un particolare genere di elucubrazione paranoica basata su una distorta percezione dei fatti, una sua condanna presso l&#8217;Ordine dei giornalisti porterebbe in tempi brevi all&#8217;introduzione di una legge che punisce il reato di islamofobia in Italia.</p>
<p>Una legge di cui &#8211; è bene saperlo &#8211; non c&#8217;è assolutamente bisogno e che nessuno ha mai neanche immaginato di introdurre, perché in Italia esiste il reato di istigazione all&#8217;odio razziale (la legge Mancino, 205/1993), che basta e avanza.</p>
<p>E perché abbiamo una Costituzione, i cui articoli 2 e 3 (non, per dire, gli articoli 890 e 1247) parlano chiarissimo.</p>
<p>Una legge che, fra l&#8217;altro, potrebbe anche essere criticata perché delega al potere giudiziario la gestione di un problema multiforme e fenomenologicamente variegato che, di regola, dovrebbe essere combattutto nella società, cosa che non avviene.</p>
<p>Una legge che, in ultimo, permette ad Allam di farsi vittima, qualora qualcuno lo denunci.</p>
<p>Per lui, però, il <em>fatto</em> è un altro, e cioè che l&#8217;Organizzazione della cooperazione islamica, la lobby costituita dai governanti di 57 paesi a maggioranza musulmana presso l&#8217;ONU che Allam lega erroneamente e in malafede all&#8217;organizzazione dei Fratelli Musulmani, userebbe questa ipotetica legge per riuscire nel suo malefico intento: introdurre nel mondo il reato di blasfemia “che comporta la pena di morte per chiunque oltraggi il Corano e offenda Maometto”.</p>
<p>Cioè, in altre parole, un processo presso l&#8217;Ordine dei giornalisti italiano porterebbe all&#8217;introduzione della pena di morte per blasfemia nel mondo.</p>
<p>Secondo Allam questo processo è di rilievo “storico” e per lui è “un onore esserne protagonista”, perché in gioco <em>c&#8217;è l&#8217;Italia di</em>:</p>
<blockquote><p>S. Benedetto, S. Francesco, Marco Polo, Dante Alighieri, Cristoforo Colombo, Leonardo da Vinci, Niccolò Machiavelli, Michelangelo Buonarroti, Galileo Galilei, Antonio Vivaldi, Alessandro Volta, Giuseppe Verdi.</p></blockquote>
<p>Tutti combattenti per la libertà e la democrazia e l&#8217;identità, vien da dire.</p>
<p>Tutti personaggi processati dall&#8217;Ordine dei giornalisti.</p>
<p>Specialmente Marco Polo ma anche, e un bel po&#8217;, Cristoforo Colombo.</p>
<p>Nel delirio che segue, Allam spiega di essere stato il primo “a spiegare all&#8217;Italia” il rischio che correva, il primo a chiarire che “i musulmani possono essere moderati come persone se rispettano i valori fondanti della nostra comune umanità e le regole laiche della civile convivenza, ma che l&#8217;islam non è moderato come religione, è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale”.</p>
<p>Aggiunge poi che questa è “una realtà” che conosce molto bene, essendo nato in un paese a maggioranza musulmana, da una famiglia musulmana, essendo stato musulmano per 56 anni, essendosi specializzato nello studio dell&#8217;islam. E, senza citare la sua conversione, conclude: “ecco perché è assolutamente infondato anche semplicemente ipotizzare che io possa essere islamofobo”.</p>
<p>Nel suo caso, dice, si può parlare di un “individuo anti-islam” non di un “islamofobo”.</p>
<p>Dice che il processo non è legittimo perché questo è un paese in cui tutti dicono quello che vogliono e anche lui può farlo, istigando all&#8217;odio razziale.</p>
<p>Dice che l&#8217;inquisizione islamica non lo fermerà e che è pronto ad affrontare il martirio (“inteso laicamente come il sacrificio della propria vita”) nel processo.</p>
<p>Dimostrando di non essere islamofobo, immagino.</p>
<p>E qui passiamo al secondo capitolo che Allam intitola – non sto scherzando &#8211; : “perché non possiamo non dirci islamofobi”.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>La cosa fa ridere, oggettivamente.</p>
<p>Non so come si chiama una cosa del genere in drammaturgia ma un nome per questo ribaltamento ci deve essere.</p>
<p>Comunque: trattasi di roba d&#8217;accatto, un collage stile Anders Behring Breivik, autore di un memorabile copiancolla di 1518 pagine dal titolo: &#8220;2083 – Una dichiarazione europea d&#8217;indipendenza&#8221;.</p>
<p>Esordisce con un:</p>
<blockquote><p>ricordiamo che la condanna dell&#8217;islam e di Maometto è parte essenziale della fede</p></blockquote>
<p>Ma a me, che del cristianesimo conosco perlomeno i fondamentali, questa cosa proprio non risulta.</p>
<p>Scorrendo ad esempio il Credo, cioè la professione di fede (oltre che la preghiera cattolica più in voga da diverse centinaia di anni dopo il Padre nostro), non trovo citati islam e Maometto.</p>
<p>Chissà perché.</p>
<p>Seguono nel capitolo un elenco di citazioni di personaggi che hanno parlato male dell&#8217;islam, da San Giovanni Damasceno (650 d.C.) a Oriana Fallaci (2006 d.C), la più famosa cristiana della storia.</p>
<p>E&#8217; da (Sant&#8217;)Oriana che riattacca Vittorio Feltri, nel capitolo 3.</p>
<p>Bel collegamento, complimenti.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Oriana Fallaci come dice il titolo, è lanciatrice di una “profezia”.</p>
<p>Feltri ricorda</p>
<blockquote><p>il giorno in cui la Fallaci mostrò all&#8217;Occidente il volto feroce dell&#8217;islam</p></blockquote>
<p>Era il 29 settembre 2001, pare.</p>
<p>Era stata zitta per un po&#8217;, Oriana, ma decise quel giorno di farsi di nuovo avanti.</p>
<p>Fu per lei “una nuova vita”.</p>
<p>Una donna che fino al 2001 si definiva “atea” e dopo il 2001 “atea-cristiana” (una definizione &#8211; questo lo dico io &#8211; in cui possiamo ritrovare, già da qualche anno, personalità del calibro di Giuliano Ferrara, &#8220;l&#8217;ateo devoto&#8221;).</p>
<p>Trovò in Ratzinger, così come fu per Allam che da questi fu battezzato, “il leader della riscossa” (anche in questo Oriana e Giuliano si somigliano).</p>
<p>Morì guardando la cupola di Santa Maria in Fiore.</p>
<p>Cosa ciò significhi non lo so. Sarà un&#8217;allegoria.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>La lettura di Feltri ha lasciato molti danni in me.</p>
<p>Mi rivolgo dunque verso il capitolo 4 con fatica, imbattendomi in un&#8217;altra delle grandi donne italiane del XX secolo, Ida Magli.</p>
<p>Una <em>studiosa </em>secondo cui l&#8217;islam è “la religione della sopraffazione”, una religione in cui alberga un “significato sacrificale dell&#8217;uccisione degli infedeli”.</p>
<p>Magli si concentra sul taglio della testa in quanto cosa orribile e inumana e in quanto “cosa religiosa”.</p>
<p>Si concentra dunque su un&#8217;invenzione perché nell&#8217;islam non v&#8217;è significato sacrificale nell&#8217;uccisione degli infedeli.</p>
<p>Sempre che non si voglia cercare fra microscopiche sette che forse individueremmo.</p>
<p>Sono sincero: questo dire una scemenza proprio in principio di trattazione rende la lettura abbastanza indigeribile.</p>
<p>Ma allo stesso tempo mi autorizza a una certa superficialità, facendomi convergere sul tema &#8220;Magli <em>in quanto antropologa</em>&#8220;.</p>
<p>Un&#8217;antropologa “selezionista”, si direbbe, visto che per dimostrare le sue ipotesi seleziona dal Corano solo i “versetti della guerra” scartando tutti i “versetti della pace”.</p>
<p>Un&#8217;operazione torbida o forse soltanto stupida, portata avanti con un tono pseudo-accademico, che a un certo punto va terminando con questo enigmatico <em>versetto profetico</em>:</p>
<blockquote><p>I nostri maschi stanno morendo. O quelli musulmani moriranno insieme ai nostri, oppure si uniranno ai combattenti che già premono su di noi e vinceranno.</p></blockquote>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Cado per inerzia sul capitolo 5.</p>
<p>Qui il legame associativo col capitolo precedente si perde, non c&#8217;è gancio, il libro perde ritmo. Il moto inerziale è destinato a terminare e la lettura si fa affannosa a prescindere.</p>
<p>Ci si mette poi di mezzo Fausto Biloslavo, che ricopre il lettore di masticatissimi luoghi comuni destrorsi-complottardi: gli americani hanno sempre sbagliato tutto, le “primavere arabe” erano una farsa, Gheddafi era buono, anche Asad è buono.</p>
<p>Contro Daesh ci sono due possibilità, “calare le braghe” stipulando un patto di non belligeranza “previsto dall&#8217;islam”, o raderli al suolo.</p>
<p>Notare l&#8217;astuzia: nel discorso il Nostro include “qualcosa di islamico”, ovvero un fantomatico “patto di non belligeranza previsto dall&#8217;islam”, per accreditare quelli di Daesh come interpreti certificati dell&#8217;islam stesso.</p>
<p>Ma il fatto è che nessuno ha intenzione di trattare islamicamente Daesh.</p>
<p>Questo trattare islamicamente Daesh è un qualcosa su cui sono d&#8217;accordo soltanto lui, i suoi amici-che-non-perdono-la-testa, e gli stessi militanti di Daesh.</p>
<p>Il resto del genere umano, invece, pensa che non si debba dare alcuna patente, islamica o meno, a Daesh.</p>
<p>Anche i grillini hanno ritrattato.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Arriviamo finalmente a Francesco Alberoni, nel sesto capitolo.</p>
<p>Ah, non aspettavo altro.</p>
<p>Qui leggiamo Il Sociologo &#8211; corbezzoli &#8211; scoprendo che:</p>
<blockquote><p>il proselitismo islamico fa colpo in Occidente come il marxismo negli anni di piombo</p></blockquote>
<p>Alberoni ci suggerisce, di conseguenza, che nel periodo storico che intercorre fra l&#8217;opera di Marx e gli anni &#8217;70 del XX secolo il marxismo non aveva fatto colpo?</p>
<p>Non proprio: spiegherà più avanti che si trattava di un “revival marxista”.</p>
<p>Il capitolo esordice con un perentorio:</p>
<blockquote><p>tutti i movimenti islamici nascono come risposta al declino dell&#8217;Impero ottomano, con l&#8217;occupazione dei suoi territori ad opera degli europei</p></blockquote>
<p>Forse Alberoni, affermando questo, ci comunica che il wahhabismo, nato in tutt&#8217;altra maniera, non è un “movimento islamico”?</p>
<p>Scopriamo più avanti che per lui il wahhabismo nasce in Iraq, non nel Najd, e quindi facciamo due più due: Alberoni sta platealmente improvvisando, di movimenti islamici non ha alcuna seppur vaga conoscenza.</p>
<p>Purtroppo però il testo prosegue con una “storia dei movimenti islamici” la cui analisi &#8211; viste le premesse &#8211; risparmio a me e a voi.</p>
<p>La teoria, che se devo essere sincero ho fatto molta fatica a estrarre, è che il “jihadismo è una rivoluzione dei giovani musulmani” che ricorda il nazismo ma anche e soprattutto “la corsa dei giovani verso il comunismo dopo la rivoluzione sovietica”.</p>
<p>E&#8217; per questo che attrae tanti giovani in Occidente.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Leggere Alberoni è stato brutto.</p>
<p>Sono ancora vivo, ma disossato.</p>
<p>Al capitolo 7 cozzo contro lo scoglio di un titolo che scimmiotta simpaticamente il titolo di un famoso romanzo: “il senso del califfo per barba e coltello”.</p>
<p>Il titolo del famoso romanzo è quanto di più scimmiottato vi sia al mondo e la cosa mi lascia addosso una sensazione di appiccicaticcio, aumentando di molto il fattore &#8220;stanchezza percepita&#8221;.</p>
<p>Il titolo introduce a meraviglia il pezzo di Stefano Zecchi, che si esercita nell&#8217;arte del ricamo sugli elementi della propaganda di Daesh per dirci con quello che ritengo egli pensi essere &#8220;stile&#8221;, quanto i barbari di Daesh riescano ad essere cattivi, inumani ed efferati.</p>
<p>Letteratura di appendice: il contenuto informativo non supera lo zero.</p>
<p>Non è una lettura facile, inizio a saltar pagine.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Di paura in paura incappo in Gian Micalessin, un giornalista che ha in comune con Biloslavo la passione per Gheddafi e Asad.</p>
<p>Lo spauracchio sventolato, stavolta, è il terrorista nascosto fra i migranti.</p>
<p>Altro vecchio tema, si dirà, ma stavolta trattato con materiali nuovi.</p>
<p>La Libia con Moammar era un posto civile dove si viveva bene. Oggi c&#8217;è il califfato.</p>
<p>Ci ritroveremo con bombaroli dappertutto.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Segue Fiamma Nirenstein, che si occupa, guarda un po&#8217; che novità, di difendere Israele.</p>
<p>Anche qui sono messo alla prova: il tema è vecchio così come il personaggio e la prosa.</p>
<p>Avrò letto almeno una trentina di questi suoi concentrati di odio.</p>
<p>Sì, i materiali sono parzialmente nuovi: Nirenstein, al contrario di Micalessin e Biloslavo, cita i 240.000 morti fatti da Asad in Siria che, al contrario dei morti di Gaza, nessuno nota.</p>
<p>Una citazione strumentale, a lei di quei morti non interessa granché: il suo obiettivo è unicamente scagliarsi contro tutti i nemici di Israele, veri o presunti.</p>
<p>Ma stavolta c&#8217;è il problema che i nemici di Israele si sparano l&#8217;uno contro l&#8217;altro. E che Micalessin e Biloslavo, compagni di viaggio in questo libro contro-islamico, parteggiano per alcuni di questi presunti nemici di Israele.</p>
<p>Risultato: la difesa acritica di Israele di Nirenstein e la difesa acritica di Asad di Micalessin e Biloslavo fanno a pugni fra loro.</p>
<p>Come la ricomponiamo, questa cosa?</p>
<p>Niente paura, quando il nemico in costruzione (o in ri-costruzione) è così vago, e il desiderio di aderire alle teorie esposte è così alto, non si fa caso alle divergenze: si finisce sempre per puntare sulla comunione di interessi che ricompatta l&#8217;impasto, nonostante le contraddizioni.</p>
<p>Temo però che il lettore medio del libro che ho in mano non afferrerà il problema.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Avanti il prossimo.</p>
<p>Giordano Bruno Guerri che fa una descrizione orante di Ida Magli e recensisce un libro di Ida Magli.</p>
<p>Del 1996.</p>
<p>Interessante, davvero.</p>
<p>Fa il paio con la denuncia di Luca Fazzo sul presunto trattamento di favore riservato dalla magistratura ai terroristi islamici.</p>
<p>Mentre Marcello Veneziani ci parla di identità, che non è razzismo (tipica <em>excusatio non petita</em>).</p>
<p>Meglio: ci fa un&#8217;ode all&#8217;identità come panacea di tutti i mali.</p>
<p>Meglio ancora: ci fa un pippone illeggibile su questa @0éép di identità che, evidentemente, lo ossessiona.</p>
<p>Ok, basta, non ce la faccio più, è evidente.</p>
<p>Il libro ha vinto su di me, a pagina 97.</p>
<p>Ma avevo iniziato a cedere già prima, lo ammetto.</p>
<p>Non vado avanti.</p>
<p>Filippi che invoca una scuola islamicamente scorretta, Guzzanti che rutta su una sinistra ambigua, Gnocchi che ci insegna come connettere una vignetta anti-Maometto con l&#8217;incipiente istaurazione della legge coranica in Europa  e il gran finale con “cronologia della mezzaluna insanguinata 2014” e &#8220;glossario&#8221; non sono alla mia portata.</p>
<p>Sono al di sopra della mia capacità di non lanciare insulti continuati e definitivi, procurandomi forse querele.</p>
<p>Sono già quattro ore che sguazzo in questa merda velenosa, lo scafandro dell&#8217;espertone fa acqua.</p>
<p>Il sistema immunitario della mia rete neuronale lancia segnali rossi.</p>
<p>Non posso chiedere di più a me stesso.</p>
<p>Devo uscire, guardare facce, respirare.</p>
<p>Decontaminarmi.</p>
<p>Lasciando gli <em>haters </em>e la loro paranoia nel pozzo a marcire.</p>
<p style="text-align: center;"> ***</p>
<p>Sabato 25 ottobre Luca Bauccio, l&#8217;avvocato italiano di Diane Foley ha diramato questo comunicato:</p>
<blockquote><p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption"><span class="hasCaption">In qualità di difensore della Sig.ra Diane Foley, madre di James Foley, il reporter barbaramente ucciso dall&#8217;ISIS, ho inviato una diffida alla Società Editrice de il Giornale intimando di sospendere immediatamente la diffusione della pubblicità del libro a firma di Magdi Allam, Non perdiamo la testa.<br />
Ho anche inoltrato nell&#8217;interesse della Sig.ra Foley un<span class="text_exposed_show">a richiesta al Comitato di Controllo per la pubblicità perché ordini a il Giornale il ritiro di questa pubblicità.<br />
La famiglia sta valutando ogni altra azione da intraprendere contro il Giornale.<br />
L&#8217;aver messo in mostra la fotografia di James Foley pochi attimi prima della sua esecuzione per pubblicizzare la vendita di un libro, peraltro giocando macabramente con l&#8217;accostamento tra il titolo e l&#8217;immagine, oltre ad essere un indebito sfruttamento per fini commerciali e di propaganda dell&#8217; immagine di James Foley è anche una mancanza di rispetto per la memoria e la dignità di uomo defunto e per la tragedia che la sua famiglia e la comunità delle persone che lo amavano stanno vivendo.<br />
La famiglia Foley vuole sottolineare che non nutre odio e non ha propositi di vendetta ma chiede solo rispetto, chiede solo di poter vivere il proprio dolore senza subire altre umiliazioni, altre offese, altri turbamenti. James Foley è stato un bravo e appassionato reporter, amava raccontare, documentare, informare. James Foley amava la vita e credeva nella dignità degli esseri umani, e per questo ha voluto rivelare al mondo il dramma del popolo siriano. Per questo ha vissuto e per questo è morto.<br />
James Foley non è la comparsa pubblicitaria di un libro del Sig. Magdi Allam. Il Giornale ritiri immediatamente la pubblicità del suo libro, per il rispetto e la dignità di un defunto e per la considerazione umana che merita il dolore della sua famiglia. Avv. Luca Bauccio (difensore della Sig.ra Diane Foley).</span></span></span></p></blockquote>
<p>Il martedì seguente, 28 ottobre, apprendo che <a href="http://www.nextquotidiano.it/giornale-cambia-pubblicita-libro-allam-scompare-foley/">la pubblicità è stata ritirata</a>.</p>
<p>Questo rende giustizia a Diane Foley ma non può bastare.</p>
<p>Il libro è stato ristampato.</p>
<p>Temo che diventerà un best seller.</p>
<p>Forse non farà il botto della Fallaci ma ne segue la scia in tutti i sensi.</p>
<p>Sì, sono nani pavidi che riposano sulle spalle di giganti di pezza.</p>
<p>Ma il danno è tangibile e vale la pena chiedersi dove siano e se vi siano nani o giganti in grado di opporvisi.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.37</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Nov 2010 09:30:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Fabrizio Tonello Al soccorso della ridotta berlusconiana, ormai simile al sogno nazifascista di un’estrema resistenza sulle Alpi dopo l’aprile 1945, arriva l’intellettuale di riferimento della destra, Marcello Veneziani, che nell’editoriale del Giornale (15 novembre) spiega a Galli della Loggia: “La guerra è appena cominciata”. Sallusti, Veneziani e la Santanchè apparentemente aspettano le “armi segrete” [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/repubblica_italiana2.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/repubblica_italiana2.jpg" alt="" title="repubblica_italiana2" width="336" height="355" class="alignnone size-full wp-image-37290" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/repubblica_italiana2.jpg 336w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/repubblica_italiana2-283x300.jpg 283w" sizes="(max-width: 336px) 100vw, 336px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Al soccorso della ridotta berlusconiana, ormai simile al sogno nazifascista di un’estrema resistenza sulle Alpi dopo l’aprile 1945, arriva l’intellettuale di riferimento della destra, Marcello Veneziani, che nell’editoriale del <em>Giornale</em> (15 novembre) spiega a Galli della Loggia: “La guerra è appena cominciata”. Sallusti, Veneziani e la Santanchè apparentemente aspettano le “armi segrete” di Berlusconi che dovrebbero rovesciare il corso della guerra e far trionfare il Reich per mille anni. Li ritroveremo in Valtellina, armati fino ai denti, in compagnia delle ceneri di Dante, come proponeva il gerarca Pavolini nell’aprile 1945?</p>
<p><span id="more-37278"></span></p>
<p>Gran parte dell’articolo, intitolato “Da quando i comici fanno i politici, gli storici hanno deciso di fare i comici” ha però come bersaglio Paul Ginsborg, lo storico di origine inglese, che ha recentemente pubblicato da Einaudi <em>Salviamo l’Italia</em>, definito da Veneziani un “libretto che dovrebbe far vergognare la categoria degli storici”.</p>
<p>Non è del tutto chiaro quali siano le qualificazioni del nostro Heidegger di Bisceglie per impartire lezioni a Ginsborg, visto che non risulta abbia mai insegnato storia in una università, nemmeno la Vita-San Raffaele di don Verzè, e la sua vasta bibliografia manca di ricerche storiche vere e proprie, pur spaziando da <em>La sposa invisibile</em> fino a<em> Sul destino</em>, passando per <em>La cultura della destra</em>. Il prolifico Veneziani ha trovato il tempo di occuparsi di ’68, di Lega Nord, di filosofi “comunitari”, di fare l’elogio della “tradizione” e di scagliarsi <em>Contro i barbari</em> ma non risulta abbia mai prodotto neppure un Bignami di storia per gli istituti tecnici.</p>
<p>Senza farsi intimidire da quello che definisce lo “storico violaceo che viene dall’Inghilterra”, Veneziani  produce una lunga lista di contestazioni: “Apprendo poi che la Repubblica italiana è nata nel ’48, e dunque il referendum del 2 giugno del ’46 è una bufala e il primo presidente della Repubblica, De Nicola, tra il ’46 e il ’48 era dunque solo un clandestino, un abusivo napoletano”. L’ironia è giustificata da quello che appare un lapsus calami: “la Repubblica italiana, fondata nel 1948…” scrive Ginsborg a p. 14 del suo libro. In realtà, bastava andare a p. 66 per scoprire che l’autore è perfettamente al corrente del referendum del 1946 ma si riferisce ai due anni successivi come ad un “processo di fondazione” che si chiude solo con l’entrata in vigore della Costituzione, il 1° gennaio 1948 e quindi, al massimo, gli si può rimproverare di essere stato sbrigativo e un po’ criptico nello scrivere “fondata nel 1948”. </p>
<p>Veneziani, un cultore del verbo “apprendere” (usato 4 volte nelle 4 mezze colonnine di p. 2), continua così: “Apprendo persino che Dante è sepolto a Firenze e non, come sanno pure i bambini sin dalle elementari, a Ravenna”. Ginsborg ha scritto davvero così, “Dante è sepolto a Firenze”? Non proprio. Questo è il testo originale: “Nella Basilica di Santa Croce a Firenze, trasformatasi col tempo nel Pantheon della grandezza italiana, fra la tomba di Machiavelli e quella di Dante, si trova il sepolcro del drammaturgo e poeta Vittorio Alfieri, oggi certo molto meno noto dei suoi due illustri compatrioti…”. Tutta la pagina riguarda il monumento di Canova, dominato da una figura femminile che rappresenta l’Italia: la tomba di Dante è citata solo en passant. Forse i bambini delle elementari lo ignorano ma gli adulti che hanno a disposizione Wikipedia dovrebbero sapere che il sepolcro in Santa Croce, apprestato per ospitare le ossa di Dante nel 1829, fu una delle tappe della guerra tra Firenze e Ravenna per impadronirsi delle spoglie del poeta, guerra iniziata addirittura nel 1519 e proseguita per secoli (gli ultimi spostamenti dei resti di Dante risalgono alla seconda guerra mondiale) finora a vantaggio di Ravenna. Quindi, se è vero che la “tomba” del poeta fiorentino si trova in Romagna, non è meno vero che Ginsborg mai ha sostenuto che Dante fosse “sepolto” a Firenze. </p>
<p>Veneziani, però, ha ben altre frecce al suo arco: Ginsborg scriverebbe varie sciocchezze, tra cui “che il clientelismo nasce per colpa della Chiesa (ma i clientes, caro storico, esistevano già nell’antica Roma precristiana)”. Infatti, il testo che Veneziani evidentemente non ha letto, a p. 96 spiega: “Nel caso dell’Italia il clientelismo risale ai tempi dell’antica Roma, quando fra patrono e cliente veniva stabilito un patto formale in cui il secondo giurava fedeltà al primo ricevendone in cambio una serie di garanzie giuridiche riguardanti il comnportamento del patrono”. Nel subcapitolo dedicato a questo argomento, lungo sei pagine, esiste un solo paragrafo che parla della Chiesa, per dire che “Esiste un forte legame tra il clientelismo e le prassi sociali a lungo termine della Chiesa, che ha sempre incoraggiato una cultura di sottomissione e docilità nei confronti delle gerarchie sociali, accompagnata da complesse strutture di mediazione, sia spirituali sia mondane, individuali e collettive” (p. 98). Un po’ più complicato di come la fa il nostro censore di Bisceglie, a quanto pare.</p>
<p>Il collaboratore del <em>Giornale</em> non demorde: “Poi apprendo che Gioberti era razzista, confondendo il primato morale e civile degli italiani con il primato biologico e zoologico della razza”. A dire la verità “zoologico”, secondo il mio dizionario Devoto Oli, si riferisce al mondo animale e quindi non si vede cosa c’entri con i ragionamenti di Ginsborg su Gioberti, che era un uomo del suo tempo e non esitava a scrivere: “L’imitazione ci è tanto più interdetta, che il legnaggio pelasgico [la razza italiana] è la stirpe regia della gran famiglia giaipetica del ramo indogermanico; onde la nostra linea [razziale] sovrastando per l’antichità dell’incivilimento e per gli altri privilegi ricevuti dal cielo alle altre schiatte d’Europa, non può essere moralmente ligia a nessuna”. Questa prosa barocca e ampollosa viene definita da Ginsborg “uno di quei deliri di supremazia razziale tanto cari ai nazionalisti di ogni paese”: francamente sembra il minimo che si possa dire, tanto più che l’autore si affretta addirittura ad aggiungere che “l’opera di Gioberti, nonostante gli eccessi, sostiene una tesi che godeva di vasti consensi” nell’Italia di allora.</p>
<p><em>In cauda venenum</em>, l’editoriale cita il passo del libro in cui si dice che Berlusconi usa “poco manganello e niente olio di ricino” e commenta: “mi sono perso le squadracce berlusconiane che manganellano, ma poco, i loro avversari”. Veneziani forse ha rimosso i fatti di Genova nel 2001, quando squadracce di polizia berlusconiana caricarono i manifestanti che protestavano pacificamente, ne ammazzarono uno (Carlo Giuliani) e ne massacrarono alcune centinaia nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, fatti per i quali la sentenza del processo d’appello del marzo 2010 ha chiarito le responsabilità degli agenti. Secondo i pm Vittorio Ranieri Miniati e Patrizia Petruzziello, “ragazzi e ragazze arrestati durante le manifestazioni furono picchiati, tenuti ore e ore in piedi con le mani alzate, accompagnati in bagno e lasciati con le porte aperte, insultati, spogliati, derisi e minacciati di guai peggiori, tra cui la sodomizzazione”. Strano che Veneziani “si sia perso” gli avvenimenti di Genova: quella settimana conduceva “Prima pagina”, la rassegna stampa di Radio Tre e difendeva a spada tratta i poliziotti nelle risposte agli ascoltatori.</p>
<p>[l&#8217;immagine in apice viene da <a href="http://www.arealocale.com/images/cantastoria/repubblica_italiana2.jpg">qui</a>]</p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.24</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 09:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Fabrizio Tonello Fa caldo, caldissimo. Non lo dice il termometro (strumento illuministico-razionalista e quindi giacobino, tendenzialmente totalitario, come direbbero gli intellettuali della fondazione Magna Carta) ma quello che succede nelle redazioni del Foglio, del Giornale e di Libero, palesemente colpite dai black-out elettrici della settimana scorsa. Per esempio, il Giornale di domenica 18 luglio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/charles_aznavour_jarg_and_danny1.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/charles_aznavour_jarg_and_danny1-300x225.jpg" alt="" title="charles_aznavour_jarg_and_danny" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-36126" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/charles_aznavour_jarg_and_danny1-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/charles_aznavour_jarg_and_danny1.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Fa caldo, caldissimo. Non lo dice il termometro (strumento illuministico-razionalista e quindi giacobino, tendenzialmente totalitario, come direbbero gli intellettuali della fondazione Magna Carta) ma quello che succede nelle redazioni del <em>Foglio</em>, del <em>Giornale</em> e di <em>Libero</em>, palesemente colpite dai black-out elettrici della settimana scorsa. Per esempio, il <em>Giornale</em> di domenica 18 luglio dedicava un enorme titolo in prima pagina, seguito dalle intere pagine 2 e 3, a un’intervista con Fedele Confalonieri, l’alter ego di Silvio fin da quando andavano dai salesiani. Titolo: “Vi racconto il vero Berlusconi”.<br />
<span id="more-36118"></span><br />
E cosa racconta il fedele Fedele? Che Berlusconi amava più “ballare con le ragazze” che suonare e cantare nella band di cui entrambi facevano parte; che comunque “è un uomo di spettacolo nato”; che “è sempre stato molto sorprendente”; che “alla fine alla base di tutto c’è la fortuna”. Che originalità! Che creatività! Che rivelazioni! Uno scoop che segue quello della prima pagina di venerdì 16, sotto il titolo “E Berlusconi se la canta”, illustrato da un fotomontaggio in cui compaiono insieme il Nostro e Charles Aznavour. che deve esibirsi lunedì 19 a Milano.</p>
<p>Il cugino di campagna del <em>Giornale</em>, il mitico <em>Libero</em>, decide che la crisi economica, le quotidiane novità sugli allegri compari Carboni, Verdini e Cosentino, la manovra di Tremonti, il chiacchiericcio sui governi di unità nazionale, gli attacchi in Afghanistan e la marea nera in Louisiana sono quisquilie, pinzillacchere, notizie vecchie e sbadigliose. Quindi dedica l’intera prima pagina a: “<em>Libero</em> 10 e gode”, ovvero un’autocelebrazione dei propri dieci anni di vita. Per l’occasione, a <em>Libero</em> rispolverano gli ex direttori come (L)ittorio Feltri, i collaboratori di lungo corso come Mario Giordano e perfino l’immancabile Betulla, al secolo Renato Farina, unico scribacchino italiano che sia riuscito a combinarla talmente grossa da farsi espellere dall’Ordine dei giornalisti (faceva lo spione di magistrati, il che nel PDL è risultato opera talmente meritoria da mandarlo in parlamento). Seguono sei pagine dedicate ai memorabili fasti giornalistici del quotidiano “popolar-scapigliato”, come lo stesso si autodefinisce a p. 3.</p>
<p>Sabato, <em>il Foglio</em> (“tendenza Veronica”) affida invece a Umberto Silva un’interessante riflessione sull’attualità politico-giudiziaria: “Quanti sono gli italiani che pensano che il paese sia governato da una Banda Bassotti capeggiata dal premier? Tutti. Lo pensa l’opposizione, lo pensa il terzo polo, lo pensano i finiani.”</p>
<p>Roba forte, come si vede. Ma questo Silva da dove sbuca? Sarà mica un fratellastro della Boccassini, un cugino di Travaglio, un nipote di Padellaro, uno pseudonimo di Valentino Parlato?<br />
Non bastasse, l’articolo continua così: “Lo pensa la puritana Lega, che gli è alleata solo per ottenere quel federalismo con cui lo scalzerà, e lo pensano anche i suoi seguaci, che anche per questo lo ammirano. Naturalmente lo penso anch’io e sono sicuro che lo pensa anche lui, il Cavaliere, quando la mattina legge i giornali”. Ullallà, una confessione in piena regola, che poi l’autore rafforza sostenendo che comunque gli italiani amano Silvio “perché il bandito piace, lui che si permette di tutto senza piegarsi a malinconici compromessi con le buone maniere della civiltà”. Dal che si deduce che Berlusconi starebbe “fuori” non solo dalle buone maniere ma perfino dalla “civiltà” stessa, tesi che neppure Maurizio Viroli nel suo recente saggio <em>La libertà dei servi</em> (Laterza), aveva osato avanzare.</p>
<p>Naturalmente, è possibile che Silva abbia rispolverato il suo manuale del liceo e scoperto l’esistenza dell’antifrasi, una figura retorica che consiste nell’affermare qualcosa intendendo l’esatto opposto. Il manuale riporta vari esempi, come l’esclamare “Che bella macchina!” di fronte a un orrendo catorcio. Il problema, però, nasce se qualcuno dice “Che catorcio!” di fronte a un autentico catorcio: il manuale non prevede, in questo caso, che il vero senso della frase sia “Che bella macchina!”</p>
<p>Lo sa bene l’Heidegger di Bisceglie, ovvero Marcello Veneziani, che il giorno dopo risponde fulmineamente sul <em>Giornale</em>: “Quella tesi ridicola sul Cav malavitoso”. L’onnipresente giornalista-filosofo tempesta: “Mi offende leggere la riduzione di questa fase della nostra vita politica al disegno criminale. Offende l’intelligenza, la dignità, il nostro senso morale. Ma offende soprattutto la percezione della realtà, dei fatti e delle circostanze” (p. 4). Certo, l’invettiva sarebbe stata più convincente se avesse scritto “la realtà” invece che “la percezione della realtà”, concetto leggermente diverso, ma passons…</p>
<p>Insomma, nei giornali di famiglia si litiga? O siamo noi intellettuali da strapazzo che cerchiamo conferma ai nostri preconcetti giacobini? Per dirimere la questione siamo andati a vedere se, nelle questioni non politiche, nelle notizie di cronaca che non toccano Berlusconi, gli house organ del centrodestra sono politicamente compatti e ideologicamente puri. Prendiamo la notizia di due genitori di Reggio Emilia, la cui bambina, due anni fa, era stata affidata a un istituto dal Tribunale dei minori che aveva deciso di togliere loro la patria potestà. Per <em>Libero </em>non ci sono dubbi: “Coppia di ex tossici rapisce la figlia dal centro di accoglienza” e il giornalista rincara la dose: “E’ la seconda volta che ci provano” (18 luglio, p. 21). In cella, e buttate via la chiave, non ci sono dubbi.</p>
<p>La stessa notizia ha l’onore della prima pagina sul <em>Giornale</em>, ma Annamaria Bernardini de Pace la pensa diversamente: “Riprendersi i figli è un diritto se il giudice è lento a decidere”. Mica scherzi. La commentatrice tuona: “L’attesa della parola definitiva di un Tribunale è in Italia, sempre ingiustamente e insopportabilmente, oltre il segno dell’umana pazienza. Soprattutto quando si tratta della vita di un bambino” (p. 13). E, per chi non avesse proprio capito, il redattore delle Cronache sovrappone all’articolo della Bernardini un titolo a tutta pagina: “Quando rapire un figlio è un diritto”. In galera, in galera! I giudici, naturalmente.</p>
<p><span style="color: #3366ff;">[L&#8217;immagine in apice è tratta da <a href="http://www.sleeveface.com/">Sleeveface</a>]</span></p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.22</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 08:30:45 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[camalli]]></category>
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		<category><![CDATA[fabrizio tonello]]></category>
		<category><![CDATA[il giornale]]></category>
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					<description><![CDATA[di Fabrizio Tonello Confesso: la vita dei giornalisti delle pagine culturali mi affascina, forse perché in Italia “pagine culturali” è un ossimoro, come “ghiaccio bollente”, “Berlusconi incensurato” o “Scajola cosciente di ciò che accade intorno a lui”. Nelle sezioni Cultura (di solito accuratamente nascoste tra i listini di Borsa e il gossip televisivo) gli infelici [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/foto-pertini.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-36032" title="foto pertini" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/foto-pertini.jpg" alt="" width="336" height="486" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/foto-pertini.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/foto-pertini-207x300.jpg 207w" sizes="(max-width: 336px) 100vw, 336px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Confesso: la vita dei giornalisti delle pagine culturali mi affascina, forse perché in Italia “pagine culturali” è un ossimoro, come “ghiaccio bollente”, “Berlusconi incensurato” o “Scajola cosciente di ciò che accade intorno a lui”. Nelle sezioni Cultura (di solito accuratamente nascoste tra i listini di Borsa e il gossip televisivo) gli infelici redattori che abbiamo descritto su <em>Nazione Indiana</em> la settimana scorsa convivono faticosamente con “le Firme”.<br />
<span id="more-36030"></span><br />
Le Firme sono il fiore all’occhiello del giornale, gli intellettuali che il direttore vuole assolutamente far scrivere e (un tempo) arruolava con contratti milionari. Ora sono piuttosto loro, le Firme, che andrebbero ogni settimana a farsi cavare un litro di sangue pur di apparire a <em>Domenica In</em> o di firmare 50 righe nelle auguste pagine del <em>Corriere</em> o dell’inserto domenicale del <em>Sole </em>(<em>il foglio</em> e <em>il manifesto</em> riscuotono un successo di stima ma sono considerate solo come tappe per essere promossi in serie A). Solo che una volta le Firme erano Montale, Buzzati, Volponi, Pasolini; adesso sono Gianluca Nicoletti, Mina e Simona Ventura.</p>
<p>Anche <em>il Giornale</em> ha le sue Firme, in particolare Marcello Veneziani, la cui produzione editoriale è sterminata: ha collaborato praticamente a tutti i giornali d’Italia, compreso il fascistissimo <em>Borghese</em>, ha scritto libri con tutti gli editori, per esempio Ciarrapico, quello accusato di aver arraffato contributi pubblici per 20 milioni di euro con giornali di forte impronta culturale come <em>Ciociaria Oggi</em>. Sul suo sito web, Veneziani, afferma di essere posseduto dalla “inquietudine del viandante” : infatti è passato dalle edizioni Settimo Sigillo alla più redditizia Mondadori, dalla scomparsa SugarCo alla frizzante Fazi.</p>
<p>Al <em>Giornale</em>, Veneziani si occupa di un po’ di tutto ma mercoledì 30 giugno (p. 34) si cimentava con un pezzo di storia intitolato, niente meno, “Così i camalli affondarono la democrazia dell’alternanza”. Congratulazioni al caporedattore che ha messo la parola “camalli” nel titolo, difficilmente comprensibile per i suoi lettori in quanto desueta: oggi i portuali genovesi vengono probabilmente chiamati “operatori alle banchine” o qualcosa di simile. Ma vediamo quali sono le tesi del giornalista-scrittore-filosofo sugli avvenimenti del luglio 1960.</p>
<p>Ce lo dice il sottotitolo: “Il 30 giugno di cinquant’anni fa i portuali misero Genova a ferro e fuoco”. Belìn, “a ferro e a fuoco”. La foto su tre colonne che illustra l’articolo mostra gruppetti di persone in mezzo ai tavolini rovesciati di un bar, non precisamente un’immagine tipo Baghdad. E’ vero che ci furono scontri per varie ore tra la Celere e i giovani che manifestavano contro il congresso dell’Msi ma non ci fu nemmeno un morto, né tra i poliziotti né tra i dimostranti, e l’episodio più grave fu il caso di un dirigente degli odiati celerini gettato dai “feroci camalli”, come li definisce l’autore, nella fontana di piazza De Ferrari. Suvvia Veneziani, “a ferro e a fuoco”: guarda che gli archivi dei giornali dell’epoca adesso sono disponibili anche on line, non si possono sparare balle troppo grosse.</p>
<p>La tesi dell’articolo è che il governo Tambroni , “il primo governo di centro-destra che godeva dell’appoggio esterno dell’Msi” era “legittimamente uscito dalle urne” e fu rovesciato “da un vero e proprio golpe di piazza” organizzato  dai portuali comunisti e dal “violento” Sandro Pertini.</p>
<p>Il filosofo di Bisceglie dichiara <a href="http://www.marcelloveneziani.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=47&amp;Itemid=29">sul proprio sito</a> che “non pretende di scoprire verità che nessuno finora aveva mai pensato o conosciuto” e quindi è necessario dargli un piccolo aiuto sulla faccenda del governo Tambroni “legittimamente uscito dalle urne”. Nella primavera 1960 non c’erano affatto state elezioni: il 24 febbraio si era dimesso il governo Segni per contrasti interni alla DC, come spesso accadeva a quei tempi, e ci furono vari tentativi di comporre un nuovo esecutivo, tra cui un incarico a Fanfani, che rinunciò il 22 aprile. Solo allora il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi diede l’incarico a Ferdinando Tambroni, che il 29 aprile ottenne la fiducia con i voti missini. Non c’era stata alcuna campagna elettorale di un “centrodestra” contro un “centrosinistra” e la “democrazia dell’alternanza” era di là da venire: furono le varie correnti democristiane a dilaniarsi tra loro e la reazione di Genova fu contro il congresso dell’Msi, allora guidato da un gerarca della repubblica di Salò, un fascista fatto e finito come Giorgio Almirante.</p>
<p>Sempre il filosofo di Bisceglie, che non troppo tempo fa era alla ricerca della sposa invisibile “che si nasconde dietro mille volti: il primo amore, la madre perduta, l’autrice celata, la prostituta, la dea…” , continua nella sua opera storiografica sull’anno 1960: “Anche la guerra fredda, con l’avvento di Krusciov e Kennedy si era intiepidita”. Vediamo, vediamo, il 30 giugno 1960: Krusciov e Kennedy cosa facevano? Il primo si preparava alla famosa seduta del 12 ottobre alle Nazioni Unite quando, infuriato dall’intervento del delegato filippino, si tolse una scarpa per sbatterla più volte sul banco dietro cui stava: un momento in cui, ai diplomatici occidentali, non apparve affatto tiepido. Quanto al compianto Kennedy, doveva ancora diventare presidente perché in giugno 1960 alle elezioni mancavano parecchi mesi e Richard Nixon era un avversario formidabile: JFK sarebbe stato eletto (con un forte sospetto di brogli) solo in novembre e sarebbe entrato in carica solo nel gennaio 1961. Tra l’altro, in politica estera, il candidato democratico, aveva una posizione estremamente bellicosa, accusando l’amministrazione Eisenhower di aver lasciato i russi prendere un vantaggio nella produzione di missili (l’inesistente missile gap di cui molto si discusse in quei mesi). Altro che “intiepidimento”.</p>
<p>Veneziani conclude che “quando si parla del rumore di sciabole dei militari e carabinieri italiani, e della strisciante tentazione golpista che attraversò l’italia tra il ’64 e il ’70 (…) si deve considerare quel precedente genovese che rendeva impossibile la nascita per vie democratiche di un centro-destra in Italia”. Magari le idee di un golpe (di Freda, Ventura, Rauti, Valerio Borghese e qualche altra decina di missini o ex missini) furono un po’ più di una “tentazione”: il piano di colpo di Stato del generale De Lorenzo arrivò allesoglie della realizzazione, le bombe a Milano del 1969 facevano parte di una strategia della tensione che doveva provocare la nascita di un governo autoritario, così come gli attentati sui treni per cui fu condannato Mario Tuti negli anni ’70 e la bomba di Bologna nel 1980. Per fortuna che il nostro filosofo, ammorbidito dall’età nonostante l’aspetto giovanile, scrive, con magnanimità, che a Genova “forse fece bene la polizia a non rispondere col fuoco”. Almeno nel 1960: cosa fece nel 2001 (con l’entusiastica approvazione di Veneziani) lo sappiamo bene.</p>
<p><span style="color: #00ccff;">[ndr. avrete tutti riconosciuto nell&#8217;immagine in apice un fotoritocco, su pacifico fondo azzurro, del &#8220;violento Sandro Pertini&#8221;]</span></p>
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