<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>Marco Aliprandini &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/marco-aliprandini/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 14 May 2008 09:33:35 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>I morti dimenticati [3]</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/09/22/i-morti-dimenticati-3/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2004/09/22/i-morti-dimenticati-3/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Sep 2004 16:51:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Aliprandini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=581</guid>

					<description><![CDATA[di Marco Aliprandini Una volta Franz li aveva anche visti in faccia i partigiani. Tre uomini e due donne che erano stati arrestati e condotti nella caserma di Feltre. Tre uomini e due donne che a lui erano sembrati normali. Gli erano sembrati uguali agli uomini e alle donne di Algund, del suo paese. Nei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Aliprandini</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/allarivoira0045.JPG" alt="allarivoira0045.JPG" border="0" height="100" width="600" /></p>
<p>Una volta Franz li aveva anche visti in faccia i partigiani. Tre uomini e due donne che erano stati arrestati e condotti nella caserma di Feltre. Tre uomini e due donne che a lui erano sembrati normali. Gli erano sembrati uguali agli uomini e alle donne di Algund, del suo paese. Nei pochi istanti in cui Franz gli era stato di fronte non aveva visto nei loro gesti, nei loro sguardi la crudeltà, la ferocia che si sarebbe aspettato. A dire il vero in quel momento qualcosa di molto simile al dubbio gli aveva attraversato i pensieri, ma lui a quel dubbio non aveva voluto dare peso. Forse i suoi occhi erano ancora troppo ingenui per la guerra, aveva pensato, o forse la vera ferocia di quei cinque era proprio quella di essere celata sotto un aria semplice, dignitosa, un’aria così simile a quella di molti contadini che Franz aveva visto fin da bambino.<br />
<span id="more-581"></span><br />
Il mese di ottobre era trascorso quasi tutto di un fiato. Nella caserma di Feltre c’erano stati momenti di tensione solo all’arrivo dei cinque partigiani e il giorno in cui era rientrata una pattuglia con tre camerati gravemente feriti in un imboscata. Uno di loro, Thomas Gerstgrasser, originario di Burgeis-Burgusio, era morto alcune ore dopo, sputando sangue da tutte le parti. Franz non aveva mai visto morire nessuno in quel modo. Un odore di carne bruciata gli aveva inondato le narici quando era entrato nell’infermeria e in quel momento non c’era stato spazio, dentro di lui, per nessun altro sentimento se non un misto di paura e di odio. Anche nei mesi successivi, quando iniziarono ad  arrivare molti altri feriti, Franz si accorse che il suo odio lentamente era diventato una pianta rampicante, un’edera enorme che alle volte lo lasciava quasi senza respiro. Si accorse  con sorpresa quanto odio lui riuscisse a contenere senza venirne sommerso.</p>
<p>Il 20 dicembre 1944 Lisl guardava la stradina, leggermente innevata, dalla grande finestra che dava sul cortile del maso. Sapeva che proprio su quella stradina presto avrebbe rivisto Franz, a cui era stata concessa una breve licenza per il Natale. Erano passati mesi dalla sua partenza e una volta che Franz fu di fronte alla madre, lei li vide tutti, i mesi trascorsi, sul viso più adulto del figlio. I suoi occhi, gli occhi di Franz, avevano assunto una luce incolore di determinazione e concretezza. Erano diventati distanti da ciò che guardavano. Forse più attenti di prima, più fissi quasi più rigidi. Lisl, registrando queste sensazioni, non aveva avuto il coraggio di abbracciare suo figlio e nel loro dialetto ruvido si erano scambiati solo alcune parole. Poi, improvvisamente, si era aperto uno squarcio ed era stato proprio Franz a stringere a sé la madre. Per una attimo tutto era tornato alla vita lineare di prima  e Lisl, per assaporare meglio quella sensazione, aveva chiuso gli occhi. Poi era arrivata Helga e anche lei, forse intimorita dalla divisa, aveva avuto un momento di esitazione nel saltare al collo del fratello.</p>
<p>Quel giorno Alois prima del pranzo aveva come al solito pregato con le mani giunte sul tavolo. Aveva sempre fatto così e negli ultimi tempi aveva pregato il suo Dio anche per i <em>Kriegsopfer</em>, per le vittime di quella guerra infinita. Franz, anche lui con le mani giunte, non aveva cambiato espressione, come se la preghiera di suo padre non lo riguardasse minimamente e non riguardasse nemmeno i suoi camerati. Non riguardasse Thomas Gerstgrasser, o Peter Windegger o Joseph Unterhlzner. Era un Dio più giovane, più forte quello che li aveva chiamati. Dopo pranzo Alois si era sdraiato sulla panca di legno della stube. Come sempre avrebbe riposato mezz’ora, ma quel giorno non riusciva a smettere di pensare a tutti i cambiamenti a cui si era dovuto adattare.</p>
<p>In Südtirol-Alto Adige si andava acutizzando una ferita profonda. I molti simpatizzanti del nazionalsocialismo guardavano con diffidenza chi in qualche modo cercava di tenersene fuori. Intere famiglie, nello stesso paese, erano quasi messe al bando. Alois, dal canto suo,  sapeva di poter stare tranquillo. Aveva optato per la Germania nel 1939 e ora, suo malgrado, aveva anche una giovane divisa della <em>Wehrmacht </em>in casa. La sensazione che però non gli dava pace era che ormai da diversi mesi non riusciva più a sentire la voce dei suoi alberi. Una voce senza parole che lo aveva accompagnato da sempre.</p>
<p>Il Natale del 1944 fu un Natale diverso, un Natale ancora più silenzioso del solito. Lisl con l’aiuto di Helga si era sforzata a dare alla casa un’aria di festa. I loro sforzi però erano passati inosservati sia a Franz che a Alois. Per molti ad Algund quel Natale scivolò via senza lasciare la minima traccia. Il parroco durante la celebrazione della messa natalizia era sembrato impacciato. Aveva farfugliato qualcosa sulla nascita e la rinascita, sulla salvezza e la fede, <em>der Glaube</em>, ma era difficile anche per lui riconoscere la tessitura, il disegno delle continue, ripetute miserie che in molti erano costretti a subire.</p>
<p>Franz il 26 dicembre era tornato nella caserma di Feltre. Come l’altra volta aveva trovato la madre in cucina e l’aveva poi abbracciata proprio sulla porta del maso. Come l’altra volta lei gli aveva messo nello zaino un bel pezzo di Speck e dello <em>Schüttelbrot</em>, pane lasciato seccare che non teme il tempo e la muffa. Anche il padre e la sorella erano lì sulla porta e Franz, guardandoli, aveva avuto la sensazione sgradevole di non appartenere più a quella casa, a quelle persone. Lui ormai era diventato diverso. Quei mesi di guerra lo avevano allontanato da tutto ciò che era prima. E quella mattina Franz aveva avuto quasi la certezza di essersi spinto troppo in là per riuscire un giorno a tornare.</p>
<p>Il 26 dicembre 1944 fu l’ultima volta che Lisl vide suo figlio. Lei non lo poteva sapere, o forse lo aveva sentito già molto tempo prima nella gracilità infantile di quel bambino che ora era diventato un soldato. Di certo però era stato più che un presagio il sogno che Helga aveva fatto alcuni giorni prima della partenza del fratello. Helga aveva sognato di vedere Franz nel cortile del maso sotto una pioggia battente. Nel sogno il fratello aveva il viso immobile come quello di una statua e, nonostante le gocce di pioggia, non sbatteva le palpebre tenendo lo sguardo fisso sulla porta di casa. Lei aveva cercato di chiamarlo, ma non era riuscita a emettere suono. Le sue labbra erano rimaste incollate da un angoscia crescente che alla fine l’aveva fatta svegliare di soprassalto.</p>
<p>Due mesi dopo a Franz, insieme a un gruppo di suoi camerati, era stato dato l’ordine di recarsi a Vicenza. Non era stato un ordine diverso dagli altri. Spesso, infatti, il <em>Polizeiregiment </em>Schlanders era stato utilizzato in diverse missioni lungo le principali arterie stradali del Veneto. Quel 28 febbraio era quindi iniziato come tutti gli altri giorni. Franz seduto a fianco dell’autista del camion aveva anche scherzato. Insieme avevano riso di Georg Tappeiner che nei momenti di tensione sembrava confondere dialetto sudtirolese e <em>Hochsprache</em>, lingua standard tedesca, e in questo pasticcio linguistico dimenticava intere parti di ciò che voleva dire. I suoi discorsi diventavano quindi come dei rebus da interpretare, fatti di nomi, date, bestemmie e imprecazioni anche in italiano.</p>
<p>Verso le 14 e 30 il camion di Franz, il terzo dell’intero convoglio, era svoltato in una strada secondaria a una trentina di chilometri da Vicenza e d’improvviso era stato raggiunto da alcune raffiche di mitragliatrice provenienti dal lato destro della carreggiata. Tutti i soldati erano scesi a terra e dopo un breve conflitto a fuoco era tornata la calma. Non c’erano vittime sull’asfalto e nonostante la zona fosse stata perlustrata, subito dopo la sparatoria, non era stato avvistato nessun partigiano. Sembrava fosse stata un imboscata del tutto fallita. E in parte lo era stata veramente. Ma quando l’autista del terzo camion era rimontato in cabina aveva trovato Franz accasciato sul sedile, aggrappato a un rantolo di respiro. Un proiettile aveva trapassato la portiera e con un traiettoria assurda gli aveva perforato un polmone.</p>
<p>Solo alcuni giorni dopo, cioè agli inizi del marzo 1945, la famiglia di Franz era stata messa al corrente di quanto era accaduto. Alois, in principio, non ci aveva creduto. Tanto più che era stato un ragazzo in divisa del paese a raccontargli cosa era successo. Poi quella strana traiettoria del proiettile. Dal basso verso l’alto, o qualcosa di simile, come se il proiettile stesso fosse stato deviato per conficcarsi proprio nel torace di Franz. Così gli aveva riferito il ragazzo aggiungendo però che anche a lui era stato raccontato. Comunque, qualsiasi cosa fosse realmente successa,  suo figlio era morto. Con il passare dei giorni questo dato di fatto, dapprima negato, si era cristallizzato in una consapevolezza scura e dolorosa. Alois che era riuscito ad accettare la grandine anche nel periodo del raccolto, che aveva, in qualche modo, imparato, lavorando la terra, ad aggirare e non ad affrontare di petto certe situazioni, adesso, pensando a quel proiettile, sentiva crescere dentro di sé solo rabbia.<br />
Rabbia anche contro i suoi alberi che ora gli parevano del tutto indifferenti al suo dolore. Rabbia contro le pallottole, le loro traiettorie, contro chi aveva imbracciato quel fucile o quel mitragliatore o comunque contro chi aveva premuto il grilletto. Rabbia contro Dio, il Dio che lui aveva pregato ogni giorno, come aveva fatto suo padre e il padre di suo padre. Ad Alois  non interessavano terre da liberare, imperi da difendere  e nemmeno del suo Südtirol, della sua storia, gli importava più niente. Anzi pensando a queste cose avvertiva come un brivido vuoto percorrergli tutto il corpo. Un brivido che poi gli si conficcava negli occhi facendogli vedere tutto come una mostruosa inutilità. Suo figlio, infatti, nei suoi diciotto anni, aveva sempre camminato su un terreno traballante. Era nato  in una terra occupata e incredibilmente  era andato a morire in un esercito di occupazione.</p>
<p>I pensieri di Lisl non erano diversi da quelli di suo marito. Anche lei provava una rabbia quasi più intensa dello stesso dolore. Rabbia che non era diminuita nemmeno nei mesi seguenti. La guerra era finita,  a Franz sarebbe bastato resistere solo ancora per poco. Avrebbe potuto sposarsi, avere dei figli, toccare gli alberi di mele che per più di cinquant’anni suo padre aveva toccato. E per questo sarebbero bastati solo un paio di mesi. Mesi in cui di nuovo tutto era cambiato per l’Alto Adige-Südtirol. Finito il Fascismo, finito il Nazismo si apriva  per i sudtirolesi una nuova stagione che culminava il 5 settembre 1945 con l’Accordo De Gasperi-Gruber, per poi procedere con la grande manifestazione di Castel Firmiano-<em>Sigmundskron</em>, il 17 novembre 1957,  con la sempre maggiore influenza della <em>Südtiroler Volkspartei</em> e con il Nuovo Statuto di Autonomia, entrato in vigore il 20 gennaio 1972.</p>
<p>La Storia andava comunque avanti, ma Alois, seppellito il figlio e alcuni anni dopo anche la moglie, di tanto in tanto usciva claudicando tra gli alberi intorno al suo maso, ora affidato al marito di Helga. Lì in mezzo alla terra che avrebbe dovuto lavorare suo figlio, sentiva dentro di sé le radici profonde dei ricordi, sentiva le ferite causate dal movimento improvviso dei loro rami.</p>
<p>Della morte di molti ragazzi sudtirolesi arruolati nell’esercito nazista non si parlava. Era il passato. Un passato arido da cui non era germogliato nessun presente. Erano morti inutili, scomodi che bisognava dimenticare. Ma Alois, che solo molto tempo dopo si era riconciliato con i suoi alberi, non poteva dimenticare nessuno di quei morti. Anzi in dei giorni si sforzava di ricordarne i nomi. I nomi dei giovani del paese che lui aveva conosciuto. Il nome di suo figlio Franz. E ripetendo tutti quei nomi gli sembrava di richiamarli al presente, uno a uno, di rispondere alle loro domande, di liberarli. Alois sapeva che sarebbe stato giusto parlarne. Sarebbe stato giusto risolvere, chiarire in modo che anche quelle morti, la morte di suo figlio, venissero in parte giustificate da un barlume di senso.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>3 fine</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2004/09/22/i-morti-dimenticati-3/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>9</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>I morti dimenticati [2]</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/i-morti-dimenticati-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Sep 2004 21:10:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Aliprandini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=580</guid>

					<description><![CDATA[di Marco Aliprandini Dopo il 25 luglio 1943 molte cose erano cambiate. Deposto Mussolini, il governo italiano è affidato al maresciallo Badoglio che da subito cerca di rassicurare gli alleati nazisti, annunciando a gran voce che niente, in politica estera, sarebbe cambiato. A Berlino però queste parole vengono lette come una grossolana manovra diversiva e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Aliprandini</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/algund.jpg" alt="algund.jpg" align="left" border="0" height="265" hspace="4" vspace="2" width="340" />Dopo il 25 luglio 1943 molte cose erano cambiate. Deposto Mussolini, il governo italiano è affidato al maresciallo Badoglio che da subito cerca di rassicurare gli alleati nazisti, annunciando a gran voce che niente, in politica estera, sarebbe cambiato. A Berlino però queste parole vengono lette come una grossolana manovra diversiva e alla guida del generale Valentin Feuerstein, le truppe tedesche attraversano il confine. Il 9 settembre alle due di mattina occupano la città di Bolzano. Il <em>Gauleiter</em>, commissario supremo del Tirolo, Franz Hofer, a Innsbruck, ha intanto già chiesto l’unificazione del Tirolo e l’italianizzazione forzata di oltre vent’anni sembra essere definitivamente sconfitta. Dopo l’armistizio dell’8 settembre Hitler, infatti, crea la Zona Operativa Prealpi, <em>Alpenvorland</em>, formata da tre province, Bolzano, Trento e Belluno. Nel municipio di Bozen-Bolzano viene nuovamente insediato  un <em>Bürgermeister</em>, sindaco tedesco, la  stessa cosa avviene in tutti gli altri comuni. Riappare  dovunque la vecchia toponomastica. Riaprono le scuole di un tempo e così anche i giornali  e le trasmissioni radio tornano a essere in lingua tedesca. Solo alcuni anni prima la velocità di questo improvviso cambiamento sarebbe stata impensabile. Nessuno avrebbe creduto nel 1939, quando i sudtirolesi erano stati costretti a optare per il <em>Reich</em>, che la loro scelta sarebbe stata azzerata da una accelerazione della Storia. A Lagundo, tornato a essere Algund, il podestà era fuggito e al suo posto si era reinsediato il vecchio <em>Bürgermeister</em>.<br />
<span id="more-580"></span><br />
Lisl non aveva avuto nemmeno il tempo di salutare Valeria. Tutta la famiglia del podestà aveva lasciato il paese senza farne parola a nessuno e a  Lisl questo fatto era dispiaciuto. Certo lei conosceva sulla sua stessa pelle che cosa erano stati quegli anni. Anche i suoi figli avevano frequentato segretamente le <em>Katakombenschulen</em>, molti in paese erano stati costretti con la forza a tacere e a lei stessa erano mancate le vecchie tradizioni. La <em>Musikkapelle</em>, la banda paesana, le feste tipiche sudtirolesi come quella dell’<em>Herz Jesu</em>, la terza domenica di giugno, quando sulle montagne vengono accesi degli enormi falò a forma di cuore. Lisl era consapevole della sensazione di inadeguatezza provata da molti sudtirolesi costretti a sbrigare ogni pratica, dalla più semplice come spedire un pacchetto, alla più complessa, come seguire un aggrovigliato percorso legale, in una lingua diversa dalla propria. Tutto questo però non le faceva dimenticare la vicinanza che in quegli anni aveva avvertito con Valeria. Una delle poche donne con cui si era sentita a suo agio, semplicemente nel salutarla o nello scambiare due chiacchiere veloci su quei due figli, persi chissà dove a giocare. Lisl non aveva potuto nemmeno salutarla. Non aveva potuto dirle che loro erano sempre state diverse, ma che, in qualche modo, erano anche riuscite a capirsi, a condividere le acrobazie che un comune destino le aveva costrette a subire.</p>
<p>Alois percepiva la tristezza di Lisl ma non ne faceva parola. Sarebbe stato troppo complesso spiegare le contraddizioni di quei sentimenti. In apparenza il Male era finito. Dopo vent’anni il vento gelido dell’inverno pareva aver lasciato spazio a un’aria primaverile carica di rinascita. Il Male era stato tutto l’odio che quei vent’anni erano riusciti a generare. Il Male, per Alois, era stata la sensazione di non avere più fiducia nella voce sottile dei suoi alberi. Di pensare che il  loro continuo ritornare a fiorire non avesse nessun vero significato. Spiegare tutte queste cose sarebbe stato molto difficile, per questo a casa regnava in quel periodo un silenzio ancora più denso del solito. A pranzo, seduti a tavola, non si parlava nemmeno delle voci, sempre più insistenti, sulla imminente chiamata alle armi dei giovani del paese. Nell’intera zona dell’<em>Alpenvorland </em>erano stati infatti costituiti quattro <em>Polizeiregimenter</em>, reggimenti di polizia militare, inviati in Italia con il compito di controllare l’ordine e soprattutto di fronteggiare le attività partigiane. Alois sapeva che alle volte il Male lascia spazio a un Male ancora peggiore, come quei parassiti che per essere debellati costringono i contadini a sradicare intere file di alberi.</p>
<p>Con l’intensificarsi della guerra intanto si irrigidisce sempre di più la politica nazista in Südtirol. Molti giovani uomini, tra i primi i figli dei non optanti,  vengono costretti al servizio militare. Il <em>Gauleiter </em>Franz Hofer ordina il cosiddetto <em>Sippenhaft </em>che prevedeva gravi ritorsioni sulle famiglie dei disertori. Vengono arrestati centinaia di sudtirolesi, uccisi o deportati nei campi di concentramento. Il canonico Gamper, dichiarato nemico numero uno, è costretto a fuggire a Firenze. I <em>Dableiber</em>, quelli che non avevano optato per la Germania nel 1939, subiscono ritorsioni di ogni genere. Cadono le prime bombe alleate su Bozen-Bolzano e successivamente anche su altre località sudtirolesi.</p>
<p>Di nuovo uno scossone e nel giro di pochi mesi la vita ad Algund cambia completamente. Alcune giovani donne vengono mandate negli  alberghi della vicina Meran-Merano, trasformati in lazzaretti. A ragazzi sempre più giovani viene consegnata una divisa e un fucile. Il <em>Polizeiregiment </em>Bozen è di stanza  a Roma e il 23 marzo 1944 cade in una imboscata partigiana in via Rasella. Più di trenta uomini, per lo più provenienti dalla zona dell’<em>Überetsch</em>, intorno Bozen-Bolzano, rimangono uccisi. Il tenente colonnello Kappler ordina una rappresaglia agghiacciante. Il Male sembra aver ingoiato tutto ciò che gli si muove intorno. Il suo peso specifico lo rende una massa densa capace di ingoiare ogni pensiero, ogni azione. <em>Schrecklich</em>, terribile, era la parola che più di ogni altra ritornava sulle labbra di Alois. Nemmeno il ritmo sempre uguale della sua vita pareva riuscire a strappargli quella parola di dosso. Gli si era incollata tra i denti come una malattia. Prima il Fascismo, poi la guerra, il Nazismo, a cui pareva ancora più difficile resistere. <em>Schrecklich </em>aveva pensato la mattina del 12 luglio 1944, dopo aver sistemato lo zaino sulle spalle di Franz. Suo figlio, poco più che un ragazzo, ora arruolato nel <em>Polizeiregiment </em>Schlanders, la Compagnia di Polizia tedesca del Battaglione Silandro.</p>
<p>L’aria era già calda quella mattina. Il cielo era di un azzurro acquoso. Intorno al maso <em>Oberhebsacher </em>regnava una calma insolita, o forse era l’immobilità del dolore a rendere i sensi di Lisl quasi ovattati. Le pareva di non sentire rumori né nel cortile, né nei campi. Vedeva e sentiva un vuoto azzurro rotto dal verde intenso delle foglie. Un verde più intenso del solito. Lisl si era alzata alle prime luci dell’alba. Aveva aperto la finestra della stube e inspirando l’aria ancora fresca del mattino si era sentita come mancare le forze. Si era dovuta sedere a tavola e Alois, alzatosi mezzora dopo, l’aveva trovata ancora lì, quel 12 luglio 1944, con la testa appoggiata sui palmi delle mani. Lui sapeva cosa la opprimeva, ma sapeva anche che sarebbe stata ancora una volta inutile ogni parola. Così aveva iniziato ad apparecchiare la tavola per la colazione. Lisl allora aveva cominciato ad aiutare il marito, quasi che nel loro sfiorarsi, tra il tavolo e la credenza di legno chiaro, avvenisse un travaso di informazioni, di parole cucite a domande a cui entrambi non avrebbero di certo trovato risposta. Poi si era svegliata Helga, la figlia minore, e con lei anche Franz. Insieme avevano iniziato ad affondare i cucchiai nel <em>Mus</em>, latte farina e semolino, rimasto dalla sera precedente. Franz nella sua ingenuità era tranquillo e quasi lo infastidiva quell’aria strana che si respirava intorno al tavolo. Lui si era subito accorto del pallore della madre e soprattutto si era accorto del suo rimanere seduta mentre di solito, durante la colazione, si spostava da una parte all’altra della stube.</p>
<p>Verso le 7 e 30 era arrivato Anton, il figlio diciottenne dei Mairhofer, anche lui assegnato al Battaglione Silandro. Anton non aveva voluto salire e Franz, sulla porta di casa, aveva abbracciato frettolosamente la madre e la sorella. Aveva preso lo zaino con le sue cose e si era stupito nel sentire la mano del padre appoggiarsi per un istante sulla sua spalla. La leggera pressione di quella mano era stata come una scossa. Nonostante ormai da tempo lavorassero assieme, infatti, tra lui e suo padre non c’erano masi stati contatti se non casuali. A Franz, incamminandosi sulla strada verso Meran-Merano, parve di non ricordare nemmeno da bambino una carezza del padre. Certo quella leggera pressione non era stata una carezza. Forse era stato lui a viverla come tale. Forse la mano di suo padre era semplicemente scivolata dalla bretellina di cuoio dello zaino sulla sua spalla solo per caso. Senza nessuna intenzione. Arrivato all’incrocio con la strada principale per Meran-Merano, Franz, con altri suoi coetanei, era salito su un camion militare che subito dopo era partito in direzione Vinschgau, Val Venosta.</p>
<p>Alois quella mattina era andato nei campi. Aveva molto lavoro da fare. Presto avrebbe dovuto <em>auszwicken</em>, che significava salire su ogni albero e con occhio esperto buttare a terra le mele di troppo. L’albero altrimenti non sarebbe riuscito a nutrire a sufficienza tutti i suoi frutti. Doveva essere alleggerito e anche Alois, se avesse potuto, avrebbe alleggerito la tristezza di Lisl, la propria stanchezza e soprattutto lo sguardo ormai adulto di Helga che da poco aveva compiuto quindici anni.</p>
<p>Dopo l’8 settembre piccole frange della popolazione sudtirolese cercarono di contrastare il potere nazista e principalmente tale opposizione si coagulò intorno all’organizzazione chiamata <em>Andreas Hofer Bund</em>, che si era formata già nel 1939 ad opera, tra gli altri, del commerciante bolzanino Erich Amonn. Figura a parte ma emblematica di questa opposizione fu Joseph Mayr-Nusser. Il trentacinquenne bolzanino, padre di un bambino di un anno, il 4 ottobre 1944, rifiutò di giurare fedeltà al Führer, come ogni recluta dell’esercito nazista era costretta a fare. Mayr-Nusser, semplice impiegato in una ditta commerciale, dirigente dei Giovani dell’Azione Cattolica in lingua tedesca, chiamato a forza alle armi, non aveva voluto ripetere le frasi scandite da un sottoufficiale. “<em>Giuro a te, Adolf Hitler, Führer e cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a te e ai superiori designati da te, l’obbedienza fino alla morte. Che Dio mi assista</em>.” Al diniego del giovane lo stesso maresciallo maggiore si era talmente stupito da prendere inizialmente un tono quasi paterno. Non ci fu però niente da fare. Così Mayr-Nusser venne portato al carcere preventivo di Danzica, condannato a morte e destinato al campo di concentramento di Dachau. Solo una decina di persone, in tutto il <em>Reich</em>, avevano avuto una simile determinazione che il 24 febbraio 1945 portò Mayr-Nusser alla morte di stenti durante il trasporto, in un vagone bestiame, verso Dachau.</p>
<p>Anche Franz aveva dovuto prestare giuramento al Führer e anche lui, sugli attenti, insieme a una lunga fila di suoi coetanei, aveva pronunciato le parole di rito. ”<em>Giuro a te Adolf Hitler </em>“ lo aveva quasi urlato con un unico respiro. Poi, come srotolando una serie di espirazioni e inspirazioni, era arrivato all’ultima frase “<em>Che Dio mi assista</em>.” Nel cortile della caserma era rimasta un’impercettibile eco di quel Dio che li avrebbe assistiti. Un Dio diverso da quello che erano stati abituati a pregare nelle chiese dei loro paesi.<br />
Un ufficiale aveva dato poi l’ordine di rompere le righe. Tutto si era svolto in una decina di minuti e, nonostante fosse stata solo una serie di respiri, una serie di emissione di suoni, a cui molti non avevano nemmeno prestato tanta attenzione, in quel cortile, si era creata un’identità vuota ma condivisa, un unione sotterranea che si era ulteriormente cementata durante il breve periodo dell’addestramento.</p>
<p>A fine settembre il <em>Polizeiregiment </em>Schlanders era stato poi inviato a Feltre. Franz adesso si sentiva un soldato nella sua divisa tanto diversa dai suoi abituali abiti da lavoro. In qualche modo si sentiva più uomo in quegli stivali di pelle scura che lucidava ogni sera. Più uomo nel senso che gli pareva di avere una missione da svolgere. Questa sensazione di utilità era qualcosa di indistinto dentro di lui. Non si era infatti mai chiesto cosa volesse dire essere un soldato della <em>Wehrmacht </em>e nemmeno cosa significasse il braccio destro teso in avanti con cui salutava i superiori. Prima Franz seguiva le indicazioni del padre nei campi. Posizionava scale, saliva e scendeva dagli alberi, li spruzzava di antiparassitari con scadenze regolari. Ora invece eseguiva gli ordini del capitano. Ordini precisi e perentori. Appostamenti in piccoli paesi, trasporti di materiale da una città all’altra, perlustrazioni delle montagne vicine. Nel primo mese non aveva mai sentito il sibilo di una pallottola nemica e solo una parola, gridata di continuo dal capitano, lo aveva quasi impaurito: <em>Die Partisanen</em>. I partigiani. Erano questi i suoi nemici invisibili. Lui a forza di sentire quella parola, aveva iniziato a odiarli i <em>Partisanen</em>. Loro erano il nemico che tutti sembravano temere di più. Non erano i ripetuti attacchi aerei degli alleati. Le loro bombe o le loro raffiche di mitragliatrice che dall’alto sembravano seguire gli spostamenti di interi convogli, a spaventare lui e i suoi camerati. Erano uomini e donne che all’improvviso spuntavano armati sulle strade, nei boschi, tra le case dei paesi. I partigiani erano come fantasmi che potevano colpire ovunque, in qualsiasi momento. E questo loro essere una presenza indecifrabile li rendeva simili a feroci animali sempre in agguato.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p>2 continua</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>I morti dimenticati [1]</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/09/20/i-morti-dimenticati-1/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Sep 2004 23:11:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Aliprandini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=576</guid>

					<description><![CDATA[di Marco Aliprandini a J.P. che con pazienza mi ha raccontato la storia di un suo zio mai conosciuto Alois, riguardando la sua vita con gli occhi lenti della vecchiaia, spesso pensava che tutto ciò che gli era successo, tutti gli avvenimenti piccoli o grandi che lo avevano attraversato, potevano essere visti come alberi, come [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Aliprandini</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/magritte.jpg" alt="magritte.jpg" align="left" border="0" height="180" hspace="4" vspace="2" width="240" /></p>
<p><em>a  J.P.  che con pazienza mi ha raccontato la storia di un suo zio mai conosciuto</em></p>
<p>Alois, riguardando la sua vita con gli occhi lenti della vecchiaia, spesso pensava che tutto ciò che gli era successo, tutti gli avvenimenti piccoli o grandi che lo avevano attraversato, potevano essere visti come alberi, come gli alberi di mele a cui aveva lavorato fin da bambino. Ogni storia ha radici, diceva, tante radici, un tronco e rami sparpagliati qua e là come le radici. Radici aggrappate alla terra e rami allungati nell’aria alla ricerca di un appiglio. Anche i ricordi erano per lui come alberi e anche loro, i ricordi, avevano radici immobili e tanti rami che, nei giorni di vento, potevano perfino ferire.<br />
<span id="more-576"></span><br />
Alois, fin da giovane, era stato un uomo di poche parole e nemmeno l’occupazione fascista, uno di quei rami che per lungo tempo lo avevano ferito, sembrava dapprima essere riuscita a scalfire il ritmo sempre uguale della sua vita. Un ritmo legato al maso della famiglia, l`<em>Oberhebsacker-Hof</em>, un po’ fuori da Algund, a pochi chilometri da Meran. Un ritmo legato ai meli che in inverno bisognava potare e che in primavera bisognava proteggere dalle ghiacciate improvvise. Alois sapeva che comunque d’estate avrebbe raccolto il suo lavoro. Come sempre. Come ogni anno, prima le <em>Grafensteiner </em>con la loro polpa gustosa, poi le <em>Kanada </em>e infine le <em>Morgenduft </em>mele dalla buccia forte e dal sapore dolciastro.</p>
<p>A 32 anni aveva sposato Lisl, una giovane di Antholz che però aveva passato gran parte della sua vita in città a Bozen, dove aveva lavorato presso una famiglia come domestica. Lisl aveva uno sguardo melanconico appesantito dalle privazioni patite da bambina. Uno sguardo che pareva perdersi nei piccoli dettagli: i dadini di pane di Speck appena tagliati per i <em>Knödel</em>, lo sciogliersi del burro fuso sul piatto fumante degli  <em>Schlutzkrapfen </em>o il susseguirsi di bianchi e di rossi sulle piccole tende della stube. Lisl amava questo suo perdersi negli oggetti. Inconsciamente amava il loro linguaggio silenzioso e forse per questo, appena poteva, si sedeva sul legno della panca a leggere qualsiasi cosa gli capitasse tra le mani.</p>
<p>Negli anni `30 ad Algund quasi tutti erano occupati nell’agricoltura. Le donne curavano le faccende domestiche, preparavano, durante il periodo del raccolto, un mangiare sostanzioso per i mariti e i loro aiutanti e di solito si incontravano la domenica mattina prima della messa. Lì, nella <em>Hauptplatz</em>, la piazza centrale del paese, si veniva a sapere quasi tutto delle persone ed era proprio lì che si consolidavano amicizie e inimicizie, indifferenze ed esclusioni.</p>
<p>Lisl non era nata contadina, non era di Algund e, anche se aveva dato due figli ad Alois, non era mai stata del tutto accettata dalle altre donne. Le maternità comunque avevano riempito di nuova energia le giornate di Lisl, e soprattutto il primo figlio Franz, nato nel giugno del 1926, era riuscito in parte a liberarla dalla solitudine in cui sembrava dovesse consumarsi la sua vita.</p>
<p>Franz era nato con fatica. Due giorni di doglie e dolori che la levatrice aveva imputato al bacino stretto di Lisl. Un bacino che aveva poco a che vedere con quello largo e robusto di una contadina. Anche l’allattamento  era stato difficile. I seni acerbi di una donna nata in città parevano non riuscire a nutrire a sufficienza il neonato che, anche da ragazzo era rimasto più gracile rispetto ai suoi coetanei. Forse era stata questa fragilità, che Lisl dapprima aveva vissuto come una colpa, a legarla ancora di più al primo figlio. Alle volte lo guardava di nascosto. Guardava Franz giocare nell’<em>Hof</em>, il cortile, e si scopriva a leggere un futuro di dolore in quel corpo secco che pareva allungarsi senza la forza di radici profonde.</p>
<p>Nell’ottobre del 1923 era intanto entrata in vigore la riforma Gentile, che con il suo articolo 17 intendeva cancellare progressivamente le scuole in lingua tedesca in tutto il territorio sudtirolese. La politica fascista aveva già iniziato a italianizzare i nomi di paesi e città, e il nome Südtirol era stato trasformato in Alto Adige. Nello stesso modo Meran era diventato Merano, Antholz  Anterselva e Algund Lagundo e proprio a Lagundo, nel <em>Plantascher-Hof</em>, il maso poco distante da quello di Alois e di Lisl, si era stabilito il nuovo podestà. Un uomo di Reggio Emilia che per far carriera aveva accettato di trasferirsi con l’intera famiglia in quella “terra di barbari da italianizzare”.</p>
<p>Alois incontrava il podestà quasi ogni mattina mentre tornava dal campo al di là della strada. All’inizio ne aveva avuto paura. Tutti avevano avuto paura dei <em>Walschen</em>, gli italiani. Dei loro modi diversi, della loro lingua musicale, quasi cantata. Ma lui, Alois, guardando di sfuggita i baffetti fini di quel suo nuovo vicino, sapeva che per vivere a lungo tra i masi, in mezzo ai campi ci voleva un&#8217; andatura diversa, meno saltellante e frettolosa.</p>
<p>La moglie del podestà si chiamava Valeria, una donna gentile che fin da principio era riuscita a superare la diffidenza di Lisl, una delle poche in paese ad averle risposto al saluto. Valeria aveva due figli maschi che certamente non sarebbero diventati contadini. Franz, che aveva circa la stessa età di Saverio, il figlio minore del podestà, invece avrebbe lavorato nei campi come suo padre e i suoi nonni. Avrebbe cercato anche lui di capire il tempo giusto della potatura, dell’irrorazione e del raccolto. Questa certezza però non gli impediva di correre a testa bassa tra gli alberi e le case con il suo giovane amico. Tra loro non c’erano parole, Franz, infatti, non conosceva l’italiano se non quel poco che era stato costretto a imparare a scuola, dove ormai da alcuni anni il tedesco era stato completamente bandito. I due ragazzi, nonostante l’odio che una occupazione porta con sé, correvano dietro agli animali, correvano e si nascondevano tra le cataste di legno per l’inverno, nella stalla e nei cortili dei masi vicini. Le prime parole italiane che Franz aveva veramente sentite come sue erano state “tutti matti”. Una specie di grido di battaglia che con Saverio avevano urlato per un intera estate arrivando ansimanti al piccolo stagno. “Tutti matti” era un’esclamazione, una serie di suoni che non avevano niente a che fare con l’italiano o il tedesco, con la scuola o con il Fascismo. “Tutti matti” era un grimaldello che apriva un mondo di giochi e di amicizia. Certe sere d’estate, quando l´aria rimaneva chiara più a lungo, Lisl e Valeria si ritrovavano insieme a cercare i loro bambini per le strade di Lagundo-Algund. E questo ritrovarsi nella stessa leggera preoccupazione le aveva in qualche modo unite. I primi saluti un po’ stentati si erano così lentamente aperti in timidi sorrisi, in alcune veloci parole, nonostante l’italiano traballante di Lisl.</p>
<p>In quegli anni nei vari paesi del Alto Adige-Südtirol si era organizzata una vera e propria resistenza alla politica fascista. Erano nate le <em>Katakombenschulen</em>, una fitta rete di scuole in lingua tedesca che, richiamando nel nome le persecuzioni dei primi cristiani, cercavano di opporsi almeno alla perdita dell’identità linguistica. C’erano state anche molte tensioni tra le squadre fasciste e alcuni sudtirolesi. Tensioni che avevano portato all’ omicidio del maestro Joseph Innerhofer di Marlengo-Marling, avvenuto a Bolzano-Bozen. L’idea alla base dell’ideologia fascista era quella di snaturalizzare un intero territorio con le intimidazioni, il confino, la prigionia e con una massiccia immigrazione italiana che si radicò soprattutto nei centri più grossi: Bolzano, Merano, Bressanone e nei valichi di frontiera.</p>
<p>Il Fascismo era per Alois  il vento cattivo, era la grandine e le gelate improvvise. Era il Male, <em>das Böse</em>, che però, in qualche modo avrebbe lasciato di nuovo spazio al raccolto, alle giornate tiepide di fine agosto dove si inizia a vedere il colore vivo delle mele sugli alberi. Al Fascismo bisognava resistere come a una malattia. Bisognava riuscire ad assecondarlo nello stesso modo in cui gli alberi perdono in inverno le foglie per poi farle rispuntare più vive di prima in primavera. Alois aveva imparato a osservare i cambiamenti, anche quelli più dolorosi, attraverso uno sguardo stagionale e sapeva che nel mezzo di una grandinata era inutile correre nei campi in preda alla disperazione. Sapeva che l’unica risposta possibile era quella di riprendere la mattina seguente il lavoro e proprio questo lui cercava di fare. A tavola nella preghiera prima del pranzo, quando tutta la famiglia era riunita, lui, ogni giorno, affidava la sua <em>Heimat</em>, la sua patria, al cuore di Gesù, <em>Herz Jesu</em>, nello stesso modo in cui i sudtirolesi lo avevano affidato contro l’esercito invasore di Napoleone. Nella stube, vicino alla stufa di maiolica,  aveva lasciato appeso il ritratto di Andreas Hofer, con tutto ciò che per ogni sudtirolese quel ritratto significava. Ma allo stesso tempo quando incontrava il podestà lo vedeva come un semplice uomo, neanche tanto diverso, se non per quell’andatura arrogante e boriosa. Non gli era nemmeno mai venuto in mente di proibire al suo Franz di frequentare Saverio, anche se un po’ lo disturbavano quelle improvvise esclamazioni in italiano che, di tanto in tanto, sentiva nella bocca del figlio.</p>
<p>Con lo scoppio della guerra nel 1939 a Lagundo-Algund  le tensioni erano diventate più forti. Il terzo <em>Reich</em>, a cui molti sudtirolesi avevano guardato con speranza, si era stretto in un patto d’acciaio con Mussolini e l’idea della riunificazione delle terre tedesche, quindi anche del Tirolo, si era dissolta come neve primaverile. Ai sudtirolesi anzi veniva proposta l’eventualità di espatriare, di optare per il <em>Reich</em>, abbandonando la propria terra o, nel caso in cui fossero rimasti, di accettare l’inaccettabile. Di sottostare a una lenta e progressiva scarnificazione della propria identità. Più dell’80% dei sudtirolesi optarono per l’espatrio, ma pochi espatriarono realmente. Anche Alois, come quasi tutti i contadini, optò per il <em>Reich</em>, pur avendo poche intenzioni di abbandonare il suo maso e i suoi campi. Il canonico Michael Gamper, figura centrale dell’opposizione sudtirolese, aveva più volte esortato la popolazione locale  a non abbandonare le proprie terre, a resistere all’occupazione fascista o nazista che fosse. Dall’altra parte però la propaganda nazionalsocialista era riuscita a far breccia in vari strati della popolazione e quindi in molti avevano cominciato a considerare i <em>Dableiber</em>, i non optanti per il <em>Reich</em>, come dei traditori. In un clima di delazioni e minacce l’inverno, il vento freddo dell’inverno sembrava questa volta aver vinto le altre stagioni. Il podestà ora girava per i paesi limitrofi con una macchina e l’autista. Alcuni paesani erano stati chiamati alle armi nella <em>Wehrmacht </em>e la guerra, che doveva essere una <em>Blitzkrieg</em>, si era allargata come una macchia d’olio in tutta l`Europa.</p>
<p>In questo aggrovigliato succedersi di avvenimenti Alois, quando a mezzogiorno davanti a un piatto di <em>Gulasch </em>o alla <em>Gerstsuppe</em>, zuppa d`orzo, congiungeva le mani in preghiera, aveva cominciato a vacillare. Aveva pensato che la guerra è orribile, che l’uomo fa cose orribili e che forse nemmeno i suoi alberi questa volta sarebbero riusciti a far ritornare la stagione del raccolto. Anche gli alberi sarebbero rimasti sterili e muti dopo la guerra,  che già aveva segnato le prime croci in paese. Hans Kerschbaumer, Andreas Winterholer e due dei fratelli Höllrigl del <em>Pflanzer-Hof </em>erano caduti o erano stati fatti prigionieri e improvvisamente ogni semplice certezza di prima pareva franare, lasciandosi alle spalle solo un enorme  sentimento di paura e di vuoto.</p>
<p>Lisl, nonostante le difficoltà di esprimersi in una lingua non sua, scambiava quasi giornalmente alcune parole con Valeria. Le due donne alle volte parlavano dei loro figli, Franz e Saverio, che erano diventati ragazzi. Ormai non li si poteva più incontrare a correre nelle strade del paese, o non li si sentiva più urlare “tutti matti” nei campi. Franz, che si era irrobustito, aiutava gran parte del giorno suo padre. Saverio, invece, rincorreva già il sogno di una brillante carriera militare come ufficiale. <em>Der Krieg ist schrecklich</em>. La guerra è orribile, borbottava di tanto in tanto  Alois, pensando a quanti padri ormai rimpiangevano la partenza dei figli. La guerra è orribile, ripeteva, guardando gli alberi non più curati come prima di alcuni contadini del paese.</p>
<p>Alois non era partito soldato per la sua gamba destra, più corta di alcuni centimetri di quella sinistra. Un difetto che si era portato dietro dalla nascita e che lo costringeva, per riuscire a mantenere l’equilibrio, a una camminata ondulatoria, a un leggero continuo sobbalzo che aveva rallentato il suo incedere senza, tuttavia, togliergli forza. Alois saliva e scendeva dalle scale a pioli, spostava grandi ceppi e cassette, e con le sue mani forti riusciva a tranciare di netto anche i rami più resistenti. Ogni tanto al tramonto si guardava le mani la cui pelle invecchiando assomigliava sempre di più a una corteccia rugosa. Con quelle mani lui aveva affrontato e lavorato la sua vita. Con quelle mani aveva accarezzato al buio il corpo di Lisl. Con quelle mani aveva toccato i sui alberi quasi giornalmente, ne aveva colto i segreti. E con quelle stesse mani aveva aiutato Franz una mattina del luglio 1944 ad issarsi sulle spalle un piccolo zaino con indumenti e alcune provviste per il viaggio. In giugno Franz aveva compiuto 18 anni  e solo un mese dopo aveva ricevuto l’avviso di presentarsi alla caserma della <em>Wehrmacht </em>di Schlanders-Silandro.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>1 continua</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-06-19 13:14:59 by W3 Total Cache
-->