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	<title>Marco Candida &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Come in cielo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/10/29/105338/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Oct 2023 06:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Come il cielo]]></category>
		<category><![CDATA[I libri di Mompracem]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Candida]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marco Candida </strong>  <br /> I solchi d'erosione nel calcare e nelle marne argillose sembrano delineare labirinti. Nives e Ascanio da un costone vi si perdono a rimirarli. Ricordano a entrambi i percorsi incerti delle loro vite.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Candida</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-105339" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/@COP@Candida_Come-in-cielo_138x210_tagl-192x300.jpg" alt="" width="300" height="468" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/@COP@Candida_Come-in-cielo_138x210_tagl-192x300.jpg 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/@COP@Candida_Come-in-cielo_138x210_tagl-150x234.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/@COP@Candida_Come-in-cielo_138x210_tagl-300x468.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/@COP@Candida_Come-in-cielo_138x210_tagl-269x420.jpg 269w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/@COP@Candida_Come-in-cielo_138x210_tagl.jpg 410w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />I solchi d&#8217;erosione nel calcare e nelle marne argillose sembrano delineare labirinti. Nives e Ascanio da un costone vi si perdono a rimirarli. Ricordano a entrambi i percorsi incerti delle loro vite. Perdipiù, l&#8217;intreccio finisce a picco in un rio. Il cielo è argenteo. Spira il grecale di una giornata maggiatica sui generis. La temperatura è novembrina. L&#8217;atmosfera ottobrina. La nebbia si distende a chiazze dense sotto un cielo nereggiante. L&#8217;aria è odorosa di vegetazione ancora umida d&#8217;acquerugiola. I piccioli e le stipole <a id="post-preview" class="preview button" href="https://www.nazioneindiana.com/?p=105338&amp;preview=true" target="wp-preview-105338" rel="noopener">Anteprima<span class="screen-reader-text"> (si apre in una nuova scheda)</span></a>delle foglie di castagni e robinie gocciolano. Un castagno va defogliandosi, sebbene fuori stagione, ma trovandosi in zona siccitosa. Le lenticelle traverse dei fusti sono fradice d&#8217;acqua piovana. I fiori crema d&#8217;acacia imperlati di condensa. Circondati da boschi di robinie e castagni, Nives e Ascanio sostano in un tratto di nervatura dorsale, ciascuno avendo ricordi affioranti dagli orridi. Ricordi di vita insieme. Quei calanchi simboleggiano molte cose. Gli Orridi del Monte Marcellino a picco sul Rio Fossone.<br />
Vi sono arrivati partendo da Torrazza Coste, traversando la strada per Castellano Boffalora e superando il ponticello sul Rio Brignolo. Arrivati a Codevilla hanno fatta sosta davanti all&#8217;Oratorio di Santa Maria del Pontasso. L&#8217;Oratorio del Pontasso, dipendente dalla Parrocchia di Torrazza Coste, era aperto. Nives e Ascanio ne hanno visti gli affreschi interni, commissionati dai feudatari Giorgi-Beccaria nel XIV secolo, rammentandosi per similitudine del tempo trascorso nell&#8217;Eremo di Sant&#8217;Alberto di Butrio. Hanno fatto soste nei paesi di Cadelazzi e Nebbiolo. Infine, intrapresa la salita, piena di tortuosità e asperità, degli Orridi di Sant&#8217;Antonino, superando un cartello mezzo storto, marroncino con scritte bianche. Da un costone hanno rimirate le forre; e dai burroni ecco i ricordi.<br />
Anzi, i bilanci.</p>
<p>La vetrina è piena di pane bruciato. In principio Ascanio ritiene sia pane nero preparato usando farina di segale. Lui ha una fissa per il pane nero dell&#8217;Alto Adige o quello di Valtellina, malgrado abiti in Piemonte. Aveva mangiato Vinschger Paarl nell&#8217;Abbazia di Monte Maria, sopra Burgusio, nel comune di Malles. Un amico, sapendo la sua passione, gli aveva fatto dono del Schüttelbrot di ritorno dalla val d&#8217;Isarco. E sempre lo stesso, di ritorno dalla val Pusteria, del Pusterer Breatl. Anche se la sua preferita resta la Brazzadéla. Per il pane di segale all&#8217;anice Ascanio persino capace di arrivare in macchina in Valtellina nella Valle di Poschiavo. Adesso, però, appressandosi meglio alla vetrina, non può non accorgersi: quello è pane bruciato. Quasi prova orrore. Su ogni ripiano c&#8217;è un esemplare di pane nero come carbone. Un miccone bruciato. Un cestino di biove bruciate. Non abbrustolite o bruciacchiate. Nere. Nere come la legna riarsa in un camino. A conferma, manco ci fosse bisogno, un odore intenso di bruciato. Ascanio rimane per un poco a rimirare lo spettacolo. Ancor più assurdo è trovarlo, il pane, disposto ordinato sulle mensole della vetrina. Si passa una mano sulla faccia e poi sulla nuca. Strizza pure gli occhi. Non riesce a credere alla sua vista. Ha fatto nottata di bagordi e ecceduto con l&#8217;alcol. Ha tirato anche di marijuana. Sono le tre di notte. Forse alcol e stanchezza gli danno allucinazioni. Magari, quello sugli scaffali in vetrina non è pane bruciato. Sono pagnotte di un grano particolare. Una ricetta nuova e sperimentale. Si giustifica così, Ascanio, mentre varca l&#8217;uscio del negozietto. Ha fame. Forse è fame chimica dovuta all&#8217;hascisc, anche se gli sembra improbabile. Vuole solo un pezzo di focaccia da sbocconcellare tornando a casa. In più, adesso, lo punge curiosità di sapere cosa stia succedendo lì dentro. D&#8217;accordo la ricetta sperimentale; ma la puzza di bruciato è inequivocabile.<br />
Entrando l&#8217;orrore aumenta.<br />
In apparenza sembra un vocabolo un po&#8217; forte: orrore. Ma questo prova, Ascanio, nel vedere le cassette del fornaio straboccanti di pane bruciato. In un lampo, si domanda cosa penserebbe sant&#8217;Autberto di Cambrai, il santo patrono dei panificatori. Quel pane bruciato è un sacrilegio. Desta orrore. Il puzzo è nauseabondo. Attraverso le vetrine d&#8217;esposizione del bancone ci sono biscotti su biscotti bruciati. Baci di dama neri, pressoché irriconoscibili. Sembra una collezione di pietre. I grissini sono anneriti da un&#8217;estremità all&#8217;altra. Senza una sola macchiolina chiara. Pure le lingue di suocera, e Ascanio quelle puntava ad acquistare, sono nere come la lingua del Diavolo. Le ciabatte scure come i grissini, all&#8217;estremità come in mezzo. Ascanio rivolge particolare attenzione al pane pugliese. La sua caratteristica forma tondeggiante è ora deforme. A bozzi e protuberanze: un crostone di nerume dall&#8217;aspetto imperforabile. La rosetta, invece, a differenza del pane pugliese, ha forma intatta: ma è nera e brillante, come ebano. Corvine invece sembrano le baguette. Ovunque pane bruciato. Un orrore. Del resto, il pane evoca l&#8217;ultima cena di Nostro Signore. Betlemme significa &#8220;casa del pane&#8221;. Il pane è alimento sacro. Quanto ha davanti agli occhi, Ascanio lo considera pertanto un sacrilegio. Un orrore.<br />
In mezzo all&#8217;orrore, tuttavia, ecco Nives. Questa è la prima volta. Ascanio non l&#8217;ha ancora vista. Mai incontrata per le vie della cittadina dove abita. Mai incrociata dalla corsia di un supermercato. Mai notata in un gruppo in un luogo di svago. Nives è bellissima. Ha i capelli biondissimi, quasi albini, spuntano a ciocche dal cappello da fornaio. La fronte è una mezza luna messa in orizzontale abbagliante. La pelle è così lattea da costringere Ascanio a chiedersi se non l&#8217;abbia spalmata di crema per il viso. Forse ha usato, Nives, un unguento. Le sopracciglia sono lunghe e rotonde, cespugliose, benché biondissime. Gli occhi sono azzurri come cianite. Sono occhi dove affogare. Rimanerci dentro come preda di un maelström. Ascanio non si capacita di riuscire a staccarsi da quegli occhi proseguendo a scrutare il viso di Nives. Il naso alla francese. Piccolo e all&#8217;insù. Morbido. Sembra un dolcetto da cogliere e assaporare. Le narici sono simmetriche e piccole. Vien quasi da chiedersi se vi passi ossigeno a sufficienza. Come riesca, Nives, a respirare. Ammesso quella figura così eterea abbia bisogno di compiere un gesto tanto grossolano come respirare! La bocca sembra una fioritura di rododendro. Una rosa delle Alpi. I peduncoli fiorali sono le labbra. Ne ha due, e non cinque, lo stesso mantiene forma campanulata e stretta. Ad Ascanio vien da descrivere così quella bocca aliena, socchiusa. Il biancore dei denti è abbacinante. Chiude il viso il mento, rotondo, senza sporgenze e senza segni. Un avorio levigato. Come avorio l&#8217;ovoide del viso. Non ci sono sporgenze di zigomi, asperità. Ogni lineamento è morbido e dolce: nondimeno, accattivante. La camicia da fornaio candida nasconde le forme, tradite dal collo lungo e affusolato sinonimo di eleganza. Quel collo da cigno promette seni enormi su un corpicino dai fianchi di donnola.<br />
Ascanio ora non sa se sia senza fiato per la bellezza di Nives o per l&#8217;orrore tutt&#8217;in giro.<br />
«Vorrei…»<br />
Ascanio ha un tentennamento. Vorrebbe dire &#8220;focaccia&#8221;, ma all&#8217;improvviso gli sembra una parola orribile da dirsi in presenza di un angelo. Il cuore gli prende a battere nel petto e sente vampe d&#8217;emozione sul viso. Crede, Ascanio, nel colpo di fulmine? Possibile Nives, pur nella sua tenuta da lavoro, sia così abbagliante? In ogni caso, ripiega su un vocabolo più musicale, scegliendo &#8220;pizza&#8221;. Se la farà bastare, malgrado Ascanio sia un amante della focaccia. Per lui di superiore esiste soltanto la farinata bianca di Savona.<br />
«Vorrei…»<br />
Ascanio sta per dire &#8220;trancio&#8221;, ma d&#8217;improvviso, difronte a Nives, anche &#8220;trancio&#8221; ha suono poco musicale. Troppo aggressivo. Trancio di pizza o trancia di pizza. Gli sembra di evocarle scene di violenza e non vuole turbarla. Del resto, &#8220;pezzo di pizza&#8221; è un impiccio di suoni. &#8220;Porzione&#8221; non è musicale. &#8220;Fetta&#8221; non gli pare si addica a una pizza, ma piuttosto a una torta. Non vuol dar l&#8217;impressione a Nives, se possibile, di essere un asino. Di faciloneria: questo o quello, che importa! All&#8217;improvviso le prime parole di Ascanio a Nives, sono fondamentali. Perfino &#8220;pizza&#8221; adesso gli sembra fuori luogo. Se non fuori luogo, trovandosi in un panificio, inadatto. Come svelare un gusto il quale lo incaselli. Pizza. Ad Ascanio piace… pizza. Così, la lingua gli si frena, quasi gli si arrota in bocca, nel cercare il vocabolo.<br />
«Vorrei…»<br />
Si risolve per un lemma vago e indefinito.<br />
«… cibo»<br />
Nives crolla in un pianto. Così, ex nihilo. Giustificato, tuttavia, dato il contesto. Ascanio non prova stupore. Ha piena comprensione. Le lacrime scendono dagli occhi di Nives luccicando come fili di vetro. L&#8217;azzurro delle iridi si fa ancor più inteso. Adesso, umide di pianto, par davvero di annegarci. Ascanio quasi deve dominarsi per non muovere le braccia come chi cerchi di non affogare. Magari, invece, dovrebbe farlo, per strapparle un sorriso. Ascanio non si sente importuno nel chiederle che succede. Gli viene naturale. Forse può essere d&#8217;aiuto. Magari, Nives ha bisogno di soccorso.<br />
«Che succede?»<br />
«Mio marito… è matto»<br />
Ascanio impallidisce. Il cuore aumenta i battiti. La lingua gli secca ancor più nel palato. Sentimenti di attrazione e scorno, amore e terrore, si rimescolano in lui. Sono le tre di notte. In che situazione si è infilato? La presenza eterea di Nives adesso più che a uno spirito celeste gli fa pensare a un lemure. Ascanio ammutolisce. Vorrebbe proferir parola, ma non occorre. I petali della rosa delle Alpi si dischiudono, molli, e note di flauto vi fluiscono fuori in una melodia affatturante, ancorché densa di significazioni arcane e orribili&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> NdR Questo testo è l&#8217;incipit del romanzo di Marco Candida &#8220;Come il cielo&#8221;, recentemente pubblicato (ottobre 2023) da <a href="https://www.betti.it/product/come-in-cielo/">I libri di Mompracem &#8211; Betti Editrice</a>.</em></p>
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		<title>Incendio nel bosco</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/12/31/incendio-nel-bosco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Dec 2019 06:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Incendio nel bosco]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Candida]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Tarka Edizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Candida Fermiamo il riavvolgimento del nastro. Guardiamoci intorno, nei pochi momenti in cui il fuoco è ancora creatura ammirevole, e dell’abete rosso e della farnia abbiamo detto, e a nord intrichi di larici, e vicino un leccio dall’aspetto così abbondante che mosso dal vento sembra masticare carnivoro i volatili che nidificano e si [&#8230;]]]></description>
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<p>di <strong>Marco Candida</strong></p>
<p>Fermiamo il riavvolgimento del nastro.<br />
Guardiamoci intorno, nei pochi momenti in cui il fuoco è ancora creatura ammirevole, e dell’abete rosso e della farnia abbiamo detto, e a nord intrichi di larici, e vicino un leccio dall’aspetto così abbondante che mosso dal vento sembra masticare carnivoro i volatili che nidificano e si posano sulle sue braccia, e lì accanto una fioritura di maggiociondoli con i suoi fiori a grappoli gialli vivo, e cespugli di lentischio, ed erbaluigia, e a est olmi, e nel mezzo un pianoro ricoperto di foglie verdi rischiarato dal sole, e qui incontriamo un elemento che in mezzo a quell’incastrarsi di fusti, rami, creste d’alberi, foglie fa il suo effetto disorientante, e acquista anche una bellezza nuova.<br />
Una borsa frigo.<br />
E’ del tipo morbido, di colore azzurro, con ghirigori a decorazione, e bande bianche, e pallini rossi e arancione, a rappresentar mare, cielo, linee d’orizzonte, ombrelloni, una borsa frigo vistosa, artificiale, gommosa, che richiama immagini di corsie da supermarket, con la cerniera aperta a lasciare intravvedere tramezzini, fette di mollica bianco latte comprimenti miscugli colorati di cibo come insalata capricciosa, fette rosa di prosciutto cotto, lamelle di sottilette, e una bottiglia da un litro e mezzo di aranciata, e ai piedi della borsa-frigo un plaid kaki arancione e nero e sopra involti con dentro tramezzini sbocconcellati, piattini di plastica con qualche briciola semi-invisibile, oggetti che il fuoco divampando si divertirà a sterminare in un attimo liberando peraltro micro-quantità di diossina nell’aria, e il mostro mille-teste mangiandosi queste cose si mette sulle tracce di chi, forse, lo ha evocato: ecco il compito del mostro, inviato dalla natura per dare la caccia a chi si è provato a oltrepassare la realtà apparente per guardare al di là oppure che non si è curato della bellezza del mondo, oasi in mezzo a rottami cosmici, e l’ha sfregiata, e adesso il fuoco gliela farà pagare, si metterà sulle sue tracce e lo afferrerà e lo distruggerà.<br />
E’ curioso, digredendo un momento, come i poeti si dedichino a mettere in versi un lauro e un barbagianni, e gli usignoli e le alche, e provino incanto per ciò che è oggetto di studio in botanica e zoologia, e si trova, in fondo, dal fruttivendolo e dal pescivendolo, o dal fioraio, o in erboristeria, in una serra o allo zoo, basterebbe scrivere in versi quel che si vede in questi luoghi quotidiani, e invece il poeta vuole trovarlo là da dove viene, e nel trovarlo prova incanto, lì, intatto, immobile, carezzato dal vento, sospeso tra cielo e terra, e l’elemento curioso in ciò è che in un mondo pieno di turpitudini al poeta basta una verza, aglio e cipolla, fin anche una cornacchia o una chiocciola per vedere l’immenso, l’infinito, provando sentimenti di fusione, come ignorando che l’abbracciamento universale comprenda anche la sozzura, come se la natura fosse cespugli di mirtilli e filari d’uva, luce, meraviglia, ed ecco la finzione, ecco che cosa provoca tutt’al più un sorriso amaro da parte di chi non capisce la poesia di un verso, non è in grado di percepirla, vedendo in essa una generalizzazione inaccettabile, ma forse il messaggio di fondo della poesia consiste nel far sapere che le cose belle nel mondo ci sono e che dovremmo guardarle e riprodurre qualcosa di simile a quello e non ad altro, come fabbriche, casamenti di cemento, ciclopi d’acciaio, utensili di plastica, anche se esistono tentativi di versificazione di questi paesaggi artificiali, e di esaltazione dell’opera dell’uomo, la poesia rimane cantare le bellezze naturali, e quando il poeta vuole esprimere sentimenti cupi e disperati sulla vita, sul suo senso, allora non descrive la disarmonia delle opere umane, sarebbe troppo facile, di quello già si occupa la prosa dei romanzetti e dei giornalisti della cronaca, ma alla natura si rivolge, guardandola sottecchi, un po’ di sbieco o alla rovescia, come Baudelaire nei “Fiori del Male” o come Montale negli “Ossi di seppia”, e pertanto non tradendo il magistero fondamentale di ogni poesia che sia poesia, ovvero che è la natura a dirci chi siamo e cosa dobbiamo fare in questo mondo, e se scrutata bene, ci dicono Montale e Baudelaire, la natura avverte sul destino delle cose, sull’esistenza dell’amico e dell’avversario, sul permanere in questa terra del bene e del male, e ci insegna, la natura, ci indirizza, con i suoi frutti, i suoi fiori, gli esseri viventi, già dice quel che bisogna sapere, e imitare, ed evitare, persino un gatto per Baudelaire è un avvertimento:</p>
<p><em>&#8220;Vieni, mio bel gatto, sul mio cuore innamorato;</em><br />
<em>trattieni le unghie della zampa,</em><br />
<em>e lasciami sprofondare nei tuoi begli occhi striati</em><br />
<em>di metallo e d&#8217;agata.</em><br />
<em>Quando le dita indugiano ad accarezzare</em><br />
<em>la tua testa e il dorso elastico</em><br />
<em>e la mano s&#8217;inebria del piacere di palpare</em><br />
<em>il tuo corpo elettrico,</em><br />
<em>vedo la mia donna in spirito. Il suo sguardo</em><br />
<em>come il tuo, amabile bestia,</em><br />
<em>profondo e freddo, taglia e fende come un dardo,</em><br />
<em>e, dai piedi fino alla testa,</em><br />
<em>un&#8217;aria sottile, un minaccioso profumo</em><br />
<em>circolano attorno al suo corpo bruno&#8221;.</em></p>
<p>Per Montale, invece, il ”mal di vivere” che cos’è?</p>
<p><em>Spesso il male di vivere ho incontrato:</em><br />
<em>era il rivo strozzato che gorgoglia,</em><br />
<em>era l&#8217;incartocciarsi della foglia</em><br />
<em>riarsa, era il cavallo stramazzato.</em><br />
<em>Bene non seppi, fuori del prodigio</em><br />
<em>che schiude la divina Indifferenza:</em><br />
<em>era la statua nella sonnolenza</em><br />
<em>del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.</em></p>
<p>Possibile che a Montale non siano venute in mente altre immagini oltre a una “foglia riarsa” o un “rivo strozzato”? Invece, la poesia ci dice di guardare la natura e di comprendere i suoi messaggi, utili per la nostra vita, la nostra esistenza di uomini e donne. “Foresta di simboli”, scrive ancora Baudelaire nella sua celeberrima “Corrispondenze”.</p>
<p><em>E&#8217; un tempio la Natura ove viventi</em><br />
<em>pilastri a volte confuse parole</em><br />
<em>mandano fuori; la attraversa l&#8217;uomo</em><br />
<em>tra foreste di simboli dagli occhi</em><br />
<em>familiari. I profumi e i colori</em><br />
<em>e i suoni si rispondono come echi</em><br />
<em>lunghi che di lontano si confondono</em><br />
<em>in unità profonda e tenebrosa,</em><br />
<em>vasta come la notte ed il chiarore.</em></p>
<p><em>Esistono profumi freschi come</em><br />
<em>carni di bimbo, dolci come gli òboi,</em><br />
<em>e verdi come praterie; e degli altri</em><br />
<em>corrotti, ricchi e trionfanti, che hanno</em><br />
<em>l&#8217;espansione propria alle infinite</em><br />
<em>cose, come l&#8217;incenso, l&#8217;ambra, il muschio,</em><br />
<em>il benzoino, e cantano dei sensi</em><br />
<em>e dell&#8217;anima i lunghi rapimenti.</em></p>
<p><em>H</em>a un suo senso questa fede nella natura da parte dei poeti, se si pensa che la natura è al mondo da molto prima dell’uomo, e non è da scartare l’ipotesi che possa esserci stata messa, in qualche modo, creata o fabbricata o predisposta, attraverso meccanismi evolutivi. Nel silenzio e nell’immobilità di sambuchi e carrubi può esserci una sapienza antichissima, preistorica e ancora intatta; e nelle spine di una rosa un comandamento adamantino: “Non toccare”, “Non manipolare”, “Abbi rispetto”; e se escludiamo i pidocchi verdi delle rose, o la virgola scarlatta di una mantide orchidea, e se escludiamo i baudelairiani gatti, che assaggiano fiori quali nasturzi e garofani d’India, e cosmee e monarde, e le rose, le rose!, le spine non sono forse messe lì per gli uomini e le donne?, i soli esseri che raccolgono rose, per odorarle e inghirlandarsi, ma forse per essere più esplicita la natura avrebbe dovuto innervare di spine i gambi di ogni fiore e i tronchi di ogni albero, chissà.<br />
Il fuoco è la vera spina di piante e fiori.<br />
La perdita d’equilibrio dell’ecosistema l’avvertimento naturale più evidente.<br />
Adesso le spine della natura si allungano nel bosco, alla ricerca di chi le ha cagionate, radendo al suolo il più possibile, come avvertimento riguardo cosa accade se il diavolo viene evocato: “Se anche uno solo di voi non mi avrà compreso, io punirò tutti!”, e ora il vendicatore della natura si mette subito sulle tracce di chi ha osato farle male, studiando il plaid e la borsa-frigo con quel che c’è dentro, annusando come un segugio prima di addentare e fare a brandelli, e sulla coperta del pic-nic le fiamme ritrovano anche una forcina per capelli, e un altro dettaglio, una cintura, e prima di chiudersi su queste cose per divorarle, le fiamme capiscono su chi devono mettersi sulle tracce, un uomo e una donna, e il fuoco li troverà, oh se li troverà, e li arrostirà, senza fare distinzione come non fa distinzione per i muschi verdeggianti alla base dell’abete rosso, e nemmeno per le russule o le mazze di tamburo, per le vesce e i pinaroli, per i porcini e i prataioli tra distese di foglie o su qualche sporgenza sassosa con i loro cappelli dalle cuticule variopinte e ora viscide ora areolate ora pruinose ora verrucose, puf!, via tutto, appallottolandosi, annerendosi, erodendosi, polverizzandosi, e lo stesso sarà per l’uomo e la donna.<br />
Ed eccoli, infatti, l’uomo e la donna, noi da quassù possiamo già vederli, stesi su un greto di latifoglie almate e lanceolate, lobate e rifogliate, piovute da pioppi e betulle e ontani, e ambedue paiono proprio avere un abbigliamento consono a un pic-nic con plaid e borsa-frigo, l’uomo indossando una maglietta di tela rossa, elegante, con il colletto e i bottoni, e un paio di calzoncini, con la cintura, e bottone e cerniera, la donna indossando un abbigliamento sportivo simile, una canottiera a righe bianche e rosa, non attillata, e una gonnella corta ma svolazzante, ed entrambi un paio di scarpe da ginnastica di tela blu quelle dell’uomo e rosse quelle della donna, e l’uomo e la donna si stanno amando, i corpi giovani intrecciati, e ignari, sospesi in una dimensione dove gli alberi hanno petali al posto delle foglie, e dalle sfumature infinite, e dai profumi più eterogenei, i tronchi blu, arancione, verde, creste fatte di margherite, di ciclamini, arance con la buccia celeste, castagne bianche, uva con acini neri e bianchi nello stesso grappolo, datteri rosa, limoni lillà, nidi di rondine opalescenti, ecco dove sono mentre si amano, in quale dimensione, in quale bosco.<br />
Un bosco nel bosco.<br />
Lui si chiama Fiore.<br />
Lei Rosa.<br />
La voglia di stringersi è un fuoco che arde entrambi.<br />
Il bosco è parso luogo ideale per consumare la fiamma che da giorni e giorni, mesi, anni li brucia.<br />
Per di più, questo bosco non è un bosco come qualsiasi altro bosco.<br />
E’ un bosco speciale.<br />
Il bosco di Silvano.<br />
Silvano è il marito di Rosa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div dir="ltr">
<div><em>NdR: il testo che precede è tratto da &#8220;Incendio nel bosco&#8221;, di Marco Candida (Tarka Edizioni, Collana Appenninica, 2019)</em></div>
</div>
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		<title>Il postino di Mozzi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/05/08/il-postino-di-mozzi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 May 2019 05:00:36 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>brani di <strong>Guglielmo Fernando Castanar </strong>(in corsivo) e <strong>Arianna Destito<br />
</strong></p>
<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-79188" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png" alt="" width="200" height="243" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi-160x194.png 160w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a></em></p>
<p><em>Cominciai questo lavoro di raccolta dopo il terzo o il quarto mese da impiegato delle Poste. Il materiale arrivava alle Centrali di Padova, prelevavo direttamente dagli scaffali di mia competenza, e i primi tempi facevo un setaccio veloce e mi mettevo sotto la giacca uno o due plichi destinati a lei e li andavo a nascondere nell’armadietto personale dove tengo l’impermeabile della divisa e lo zaino con la colazione. Poi temetti di dare nell’occhio o che, anche se dicevano di no, che ci fossero videocamere, il fatto è che si sentiva sempre di indagini tra i dipendenti, di crimini postali, e avevo paura. Così decisi di lavorare diversamente, individuavo e sistemavo i plichi da sottrarle nelle borse della bici, ma li mettevo in disparte in modo, in seguito, da trovarli subito, poi uscivo per la giornata di consegna. Non andavo subito nella mia zona di competenza, ma prendevo via Cavallotti, oppure una delle vie dell’area in espansione, verso Padova est, e là cercavo un cantiere, mi fermavo un istante, controllavo che non ci fossero testimoni, ometti col cagnolino o tossici (a un postino non si fa caso), e infilavo i due o tre plichi tra i pancali, sperando non piovesse. Poi mi dedicavo alla regolare consegna e magari, non di rado, giunto a casa sua, le mettevo nella buca una lettera dell’Accademia, una rivista, o le consegnavo la raccomandata di un istituto che le mandava il programma del nuovo corso di scrittura narrativa. Portandole una raccomandata provavo a sfruttare l’occasione, lei mi salutava, ma non parlavamo mai, solo un giorno che dopo averle strappato un giudizio sul tempo le chiesi come vanno i libri e lei (non mi permise mai di darle del tu) mi rispose: «mah, le dirò che mi dà più soddisfazione, almeno in questo momento, fare i libri degli altri che i miei».                                                                 </em><br />
<em>Non so se in quel periodo curasse già la collana di narrativa per Sironi, ma leggevo che molti editori si fidavano del suo giudizio, e gli autori, gli aspiranti, e pure gente affermata (anche se solitamente questi usavano altri canali) le mandavano cose da leggere, inedite o già pubblicate. </em><br />
<em>Poi, alla fine del giro ripassavo nell’area di espansione a prelevare il corpo. Bisogna dire che l’intenzione era sempre quella di sottrargliene addirittura tre o quattro per non essere costretto ogni giorno alla trafila del passaggio in cantiere. Purtroppo, a volte, accadevano degli imprevisti e, terminato il lavoro, tiravo dritto verso casa perché nel frattempo si era messo a piovere e allora il corpo si sarebbe rammollito, pagine incollate una all’altra, illeggibili ormai, oppure che ne so, passavo al cantiere, che a mio dire doveva essere deserto, e invece ci trovavo una coppietta e per non disturbare me ne andavo a casa senza corpi. Il vero guaio era quando riandando sul luogo a prelevare, sui corpi ci trovavo montagne di sabbia e cemento, betoniere e una squadra di manovali al lavoro.<br />
</em><em>Quanto a lei, lo sa, ho sempre fatto in modo che non si accorgesse mai di nulla. Ma a volte basta l’eccesso di zelo? Si parlava di una crescente sfiducia nelle poste, sebbene con me lei non si sia mai lamentato, quando sentiva i lamenti degli autori, strasicuri di aver mandato e rimandato. Ma permetta che glielo chieda: perché, Mozzi, lei che è scrittore e dotato di fantasia, del postino non sospettò mai?</em><br />
<em>Se di molti autori provvedevo a sottrarre anche le lettere accompagnatorie – soprattutto le seconde, quelle che seguivano l’invio, lettere di protesta, in primis, dapprima calme, poi, non di rado, piene di insulti, e alcune le strappavo dopo averle lette, e ad altre rispondevo con una lettera prestampata come quella usata dagli editori, oppure una lettera che andava dritta al merito: il romanzo in questione. «Gentile signore o signora, il suo romanzo è parecchio brutto. g», o la firma per intero, la sua, che tante volte le avevo visto fare sul bollettino delle raccomandate. Giulio Mozzi –, in somma, se le sottraevo tre o quattro corpi in una settimana, ma mai di più, con altrettante lettere, poi stavo un mese senza sottrarle altro. Certi periodi invernali non operavo proprio, specie da quando i corpi in casa cominciavano ad ingombrare la stanza, e leggerli tutti diventava impossibile. (Da un paio d’anni ho affittato il magazzino qui sotto casa: le cose della pesca, lo strano odore di alghe, due bici, due casse di vino che mi regalate voi clienti, e la quantità orrenda di corpi che stringe già anche le pareti del magazzino). Bene, ora che sono in pensione smaltirò i corpi accampati e man mano me ne libererò. </em><br />
<em>Tanta è letteratura scadente. Ma lo sa. All’inizio, agli autori poco bravi rispondevo che erano storie bellissime e li pregavo di mandare ad altra gente, amici suoi, scrittori, editori, e addetti ai lavori, suggerendo di farlo senz’altro a suo nome. </em></p>
<p>&#8230;</p>
<p><em>Ora voglio inserire un altro brandello di corpo. Sa, una voce femminile, dopo tante maschili, non guasta. Si ricorda di Arianna Destito? Forse sì, forse no… dipende da cosa è giunta tra le sue mani. Insomma, anzi, in somma, non ricordo perfettamente cosa ho sottratto o meno. Ma questo che segue, sicuramente, non l’ha mai letto.</em></p>
<p>Corpo 10</p>
<p>Arianna Destito</p>
<p>Il Maresciallo in pensione Adalgiso Maffeo trascorreva le giornate nel suo vecchio quartiere di Nervi a Genova. Un quartiere per modo di dire, nessuno lo chiamava così. Nervi era un paese, anzi, Nervi era semplicemente Nervi. Un posto che brillava di luce propria. Dove le palme svettavano, il sole era prepotente e l’aria frizzante del mare solleticava le narici come un bicchiere di champagne. Fu proprio lì che per molto tempo il Maresciallo Adalgiso Maffeo aveva vissuto e lavorato. Ora non gli restava che prendere il gelato da Giumin e passare di tanto in tanto dal vecchio commissariato a salutare i nuovi agenti. L’irreprensibile maresciallo era ben voluto da tutti. Per molto tempo si era distinto per il suo fiuto investigativo e qualche volta era anche finito sui quotidiani locali. Aveva partecipato alla cattura del famoso ladro della Costa Azzurra. Quello che ispirò il film Caccia al ladro con Cary Grant, per intenderci. Si diceva persino che in tempo di guerra avesse nascosto una famiglia ebrea nel suo ufficio sotto il naso degli ufficiali nazisti. A molti dava fastidio il suo modo di condurre gli interrogatori, con il piglio e la gentilezza delle buone maniere, in pratica faceva cantare i delinquenti, offrendogli il caffè e un sostanzioso pasto. Il risultato era quasi sempre garantito. Al Maresciallo Maffeo non la si faceva.<br />
Una mattina aveva deciso di portare ai Parchi di Nervi la nipotina Irene, di sette anni. Una bambina strana, pensava. Non ride mai. E guarda con certi occhi glaciali. Quando lo fissava lui si sentiva a disagio. Il Maresciallo osservava Irene giocare, sembrava che la bambina vivesse in un mondo tutto suo. Spesso evitava gli altri bambini, sembrava annoiarsi con loro. In compenso giocava con la terra, le foglie, i rametti, in un angolo che sembrava una casetta ricavata tra alberi e ponticelli di legno. Era davvero strana. Sia chiaro, il Maresciallo adorava Irene, ma qualcosa gli sfuggiva. L’istinto del poliziotto non lo abbandonava neppure in pensione. Soprattutto vedeva pericoli ovunque. E cercava di mettere in guardia la piccola nipote.<br />
“Irene, li vedi quei ragazzi lì? Sono dei drogati”, le sussurrò un giorno all’orecchio, indicando un gruppo di giovani euforici ai bordi del prato.<br />
“Ballano, nonno”.<br />
“E certo, sono sotto l’effetto della droga”. Non aggiunse altro. Fino a che, tra un pensiero e l’altro, quel giorno successe l’imprevedibile. Lui uscì dal vespasiano accanto al cancello dei Parchi e sua nipote non c’era più. In un attimo gli successe quello che non avrebbe mai immaginato. &#8230;</p>
<p>&#8230;</p>
<p><em>Giulio, sa che quando ho aperto il bustone e  ho letto la storia di Rocco mi sono pentito d’averglielo sottratto, non perché mi fosse sembrato così bello (è bello, ma lo è quanto altri scritti per cui non mi sono sentito in colpa) ma perché è necessario, lo è sì, far conoscere un partigiano del Sud che ha fatto la Russia, che ha fatto l’amore per togliersi il freddo, e sottrarre le parole al suo destino… Ma ci pensa, uno come me che non scambia una parola durante il giorno e la sera legge di un umano che ha fatto l’amore per togliersi il freddo per salvarsi… Come potrò io sciogliere il ghiaccio di questa esistenza?</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: questi brani sono tratti dall&#8217;anomalissimo &#8220;Il postino di Mozzi&#8221;, uscito da poco con Arkadia Editore (Cagliari). Guglielmo Fernando Castanar, l&#8217;autore della lettera a Giulio Mozzi riportata nel libro, è un postino in pensione, che intramezza alla sua lunga missiva un festival di frammenti, un mostruario sottratto in venticinque anni di lavoro: tutte lettere allo stesso Mozzi che lui non ha mai consegnato, e che si è tenuto. Le parti in corsivo sono tratte dal suo testo, mentre i frammenti delle missive non consegnate sono di Arianna Destito (quello riportato), Adrian N. Bravi, Alessandro Gianetti, Alessandro Zaccuri, Beppe Sebaste, Carlo Grande, Claudio Morandini, Amilia Marasco, Fernando Guglielmo Castanar, Francesco Forlani, Franco Arminio, Franz Krauspenhaar, Giacomo Sartori, Giorgio Vasta, Giovanni Agnoloni, Marco Candida, Marco Drago, Mario Bianchi, Marino Maglian, Matteo Galiazzo, Mauro Baldrati, Nunzio Festa, Paolo Morelli, Riccardo De Gennaro, Riccardo Ferrazzi, Sergio Garufi, Stefano Zangrando, Valentina Di Cesare e Walter Binaghi.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Bamboccione voodoo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Aug 2012 06:30:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(Marco ci regala un estratto del suo nuovo libro, in questo scampolo di fine estate. G.B.) di Marco Candida Mathias è l’eredità che Caterina ha ricevuto da sua zia Nivea («come la crema della pelle», rimarcava ogni volta che poteva il padre di Nero) una volta che questa circa sei mesi prima era passata a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/9788896656525.jpg" alt="" title="9788896656525" width="294" height="450" class="alignleft size-full wp-image-42979" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/9788896656525.jpg 294w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/9788896656525-196x300.jpg 196w" sizes="(max-width: 294px) 100vw, 294px" /> (<em>Marco ci regala un estratto del suo nuovo libro, in questo scampolo di fine estate. </em>G.B.)</p>
<p>di <strong>Marco Candida</strong></p>
<p>Mathias è l’eredità che Caterina ha ricevuto da sua zia Nivea («come la crema della pelle», rimarcava ogni volta che poteva il padre di Nero) una volta che questa circa sei mesi prima era passata a miglior vita, anche se per Caterina e Nero, da trentaquattro anni in quel di Tortona in provincia di Alessandria, era difficile immaginare una vita migliore da quella trascorsa in una casa di mille metri quadrati a Florianópolis, nello Stato di Santa Catarina nel sud del Brasile. «Da Santa Caterina a Caterina», rimarcava ogni volta il padre di Nero col suo insopportabile autocompiacimento, alludendo probabilmente al fatto che Caterina non fosse proprio una santa e che da Santa Caterina a Caterina ci passasse una differenza, come dire, dalle stelle alle stalle. L’ironia del padre di Nero non si era arrestata neppure davanti alla notizia dell’arrivo di Mathias in qualità di “eredità di Caterina”. «Adesso ne avrai due da coccolare», le aveva detto lasciando intendere che Mathias fosse un bamboccio esattamente come bamboccio era sempre stato, soprattutto da quando aveva cominciato la sua fallimentare carriera universitaria proseguita poi con la sua fallimentare carriera di lavoratore, “Nero”. L’ironia dell’uomo si era però dovuta smorzare quando era saltato fuori che Mathias era un bamboccio del valore economico di trecentomila euro. Sì, la faccenda era andata così.<br />
Un giorno Caterina aveva ricevuto una e-mail da Lauro, il figlio di zia Nivea. Lauro viveva a Rio das Antas nello Stato di Rio Grande Do Sul, faceva l’ingegnere ma non appena sua madre aveva cominciato ad avere i primi problemi e a trovarsi in fin di vita si era trasferito a Florianópolis assieme alla sua famiglia, e la stessa cosa aveva fatto suo fratello Sanchez che abitava invece a Domingos Martins, nello Stato di Espirito Santo, e di mestiere faceva l’avvocato, e tutto questo, come Caterina aveva commentato con Nero, deponeva a vantaggio dell’idea che zia Nivea dovesse essere davvero molto ricca se Lauro e Sanchez avevano potuto piantare i loro studi privati per almeno un paio di settimane, pur per il nobile scopo di soccorrere la madre morente.<br />
Nel messaggio inviato a Caterina, facilmente rintracciata da lui attraverso la rete, Lauro l’avvertiva che la madre era passata a miglior vita e che aveva disposto un lascito proprio nei suoi confronti. Caterina del resto con i suoi trentaquattro anni era la sola sopravvissuta in famiglia, essendo la madre morta di una malattia incurabile quando lei aveva ventisette anni e il padre giusto l’anno prima stroncato da un infarto, lasciandole quella topaia d’appartamento in Via Rinarolo, che peraltro aveva finalmente permesso a lei e a Nero di avviare una “parvenza di vita” insieme. Naturalmente il portafoglio del padre di Nero avrebbe avuto molto da raccontare a questo proposito giacché lo spostamento dalla casa dei genitori alla casa della fidanzata, e ora convivente, aveva visto quel portafoglio protagonista in diverse occasioni ma, dopo trentaquattro anni di vita vissuta assieme ai suoi genitori e gli ultimi sei spesso e volentieri in compagnia anche di Caterina come ospite fissa e ulteriore bocca da sfamare, almeno questa “parvenza di vita” (come la chiamava Nero, con Caterina dietro a far cenno di sì con la testa e a stringersi nelle spalle) era già qualcosa.<br />
Quando Lauro aveva comunicato a Caterina in cosa consisteva il lascito di zia Nivea, manco a farlo apposta il padre di Nero si trovava con loro proprio nella stanza dell’appartamento dove stava il computer (era passato giusto per portare a Caterina un favoloso timballo preparato dalla madre di Nero) e non si era lasciato sfuggire l’occasione per commentare che dove c’è deserto la pioggia non cade mai – una specie di ripensamento al contrario del ben noto detto “piove sempre sul bagnato”. Dopo aver letto l’e-mail Caterina si era afflosciata sulla sedia davanti al computer. Aveva sperato per giorni assieme a Nero che zia Nivea, di cui i genitori le avevano sempre parlato come di una donna assai e assai facoltosa, ora che Lauro e l’altro figlio Sanchez l’avevano contattata per avvisarla del lascito, le avesse regalato una quantità di denaro cospicua, oppure un terreno o una casa in riva al mare. Per giorni Caterina aveva prospettato a Nero la possibilità di recarsi a Florianópolis di persona, come anche secondo Lauro e Sanchez sarebbe stato possibile; anzi da sempre Caterina aveva parlato con i suoi genitori della possibilità di visitare gli zii e i cugini brasiliani, nonostante la cosa sia sempre sembrata solo un sogno perché il biglietto dell’aereo costava troppo, e poi perché il viaggio aereo era troppo lungo, e poi perché sembrava tutto decisamente troppo lontano, complicato, ma a quanto pareva adesso c’era davvero questa possibilità concreta essendo stata contattata da Lauro e Sanchez (sempre questi due nomi, Lauro e Sanchez: Caterina non faceva che ripeterli a Nero). E così si era di nuovo informata sul costo del biglietto aereo e le distanze, e di nuovo aveva dovuto concludere che costava troppo, il viaggio era troppo lungo e tutto sembrava decisamente troppo complicato, lontano e che però questa volta, forse forse, questa volta…<br />
Invece Lauro le aveva dato la notizia che il lascito consisteva in un bambolotto e le speranze di Caterina si erano afflosciate con lei sulla seggiola davanti al testo dell’e-mail proiettato dallo schermo del computer nella stanza. Del resto cosa avrebbe dovuto aspettarsi di meglio? Davvero aveva pensato anche solo per un istante di ricevere dalla sua ricca zia brasiliana una casa in riva al mare, un terreno o una cospicua quantità di denaro? Di sicuro a questo punto non avrebbe avuto senso spendere i soldi del biglietto e sobbarcarsi quel lungo viaggio oltreoceano di circa quindici ore al solo scopo di presentarsi come la beneficiaria di un lascito consistente in un bambolotto. Tanto meglio far passare qualche mese, se non qualche anno, e ripresentarsi ai cugini brasiliani in veste di semplice turista. Ad ogni modo Lauro aveva lasciato intendere a Caterina, forse solo per consolarla, che doveva ritenersi fortunata a ricevere un’eredità come quella perché il bambolotto era molto, molto pregiato, e poi le avrebbe portato tanta fortuna.<br />
Caterina aveva ringraziato Lauro e lo aveva fatto anche Nero che passava gran parte del suo tempo ormai a letto a dormire non avendo nemmeno più la voglia di affrontare la luce del giorno per quanto depresso era a causa del fatto che non trovava lavoro. Dopo aver lasciato l’università a ventiquattro anni e aver lavorato per due anni come addetto alla qualità in un’industria che produceva conglomerato bituminoso, infatti, Nero non aveva più trovato un lavoro vero: campava di questo e di quello. Una volta aveva aiutato un suo zio (né brasiliano né ricco, ma di Bettole, una frazione di Tortona) a fare l’imbianchino, ma Nero, che aveva frequentato il liceo classico e aveva studiato Lettere antiche fino a quando non aveva lasciato, consumandosi la vista non facendo altro che leggere per qualche tempo, era anche diventato nel frattempo piuttosto imbranato. Aveva combinato solo disastri e dopo pochi mesi, d’accordo con il padre, suo zio aveva dovuto chiedergli di starsene a casa. Così Nero s’era convinto di essere veramente un buono a nulla. Usciva poco, stava in casa con Caterina, anche lei un tipicino chiuso, asociale che Nero aveva conosciuto in un centro per anziani dove aiutava e si era ridotta a fare le pulizie, guardava i bambini degli altri, faceva queste cose, e anche lei aveva vissuto a casa dei suoi genitori, come aveva fatto Nero, e poi a casa dei genitori di Nero una volta che aveva conosciuto Nero facendosi sfamare dalla famiglia di Nero, come l’avrebbe in realtà raccontata il padre di Nero. Entrambi se non altro avevano come qualità quella di non spendere troppi soldi e così riuscivano a mettersi qualcosa da parte, con tutto che dopo la morte di sua madre e poi quella di suo padre Caterina aveva preso eredità ben più dignitose di un bambolotto portafortuna di nome Mathias proveniente da Florianópolis, Brasile.<br />
È un po’ strano raccontare la storia di Nero e Caterina perché dopotutto è veramente tutta qui: come passavano le giornate è così, Nero per lo più ormai dormendo, Caterina per lo più raccattando denaro con qualche lavoretto, entrambi restando in casa senza uscire guardando la televisione o stando davanti al computer, senza pensare assolutamente al futuro. Viene quasi da dire, osservando le cose messe giù sulla carta in questo modo, che una storia dove non ci sia tensione verso il futuro, dove non si tenga conto del futuro non solo non è una storia, ma non è nemmeno un frammento credibile di storia. Certo, il portafoglio del padre di Nero racconterebbe forse la storia diversamente limitandosi ad affermare che questa faccenda era stata possibile perché irrorata dal denaro che proprio da lui saltava fuori. Senza quel portafoglio lì probabilmente Nero non avrebbe potuto permettersi di dormire dodici a volte quindici ore al giorno (il padre di Nero aveva saputo da Caterina che suo figlio aveva persino cominciato a tenere un diario dove appuntava i sogni che bello e pacifico si faceva) e neppure Caterina avrebbe potuto concedersi di bere (contro la volontà di Nero) quelle bottiglie che poi allineava in cucina sotto il lavandino, a formare quel che lei chiamava “il cimitero delle bottiglie”. Senza quel portafoglio lì Nero e Caterina avrebbero avuto storie tutte diverse – ad esempio senza computer e connessione internet, tanto per dire, ad esempio senza riscaldamento d’inverno, tanto per dire.<br />
Il padre di Nero si chiamava Vincenzo ed era stato amministratore delegato di un’azienda facente capo a un supergruppo nel settore del conglomerato bituminoso (altrimenti Nero come avrebbe fatto a trovare un impiego proprio in quel settore?) che poi a causa della crisi, poco dopo che Vincenzo andasse in pensione (cosa che lo aveva salvato da ogni disonore), era fallita e aveva chiuso. Vincenzo percepiva una pensione alta, aveva da parte dei risparmi e aveva incamerato anche grazie a sua moglie lasciti veri. Giacché, se dove c’è deserto non piove mai, invece piove sempre sul bagnato e ringraziando Dio e anche la tempra di Vincenzo, che lo aveva portato così in alto col suo solo diploma di geometra, a casa sua c’era sempre stato bagnato a sufficienza, ossia una discreta base di soldi che chiamavano altri soldi: altro che bambolotti.<br />
Disgraziatamente Vincenzo aveva messo al mondo un figlio coglione (ed è difficile a credersi conoscendo lui e sua moglie) che come unico pregio aveva sempre avuto quello di essere piuttosto belloccio e di non essersi mai messo davvero nei guai. Tutto sommato a trentaquattro anni (ma già a venticinque, già a ventotto) avrebbe potuto farlo, eppure non toccava praticamente una goccia d’alcol e ancora meno faceva uso di sostanze stupefacenti: è che Nero era semplicemente coglione. Non aveva voglia di lavorare. Non aveva voglia di lottare. Non gli piacevano le persone che doveva frequentare. Si faceva presto odiare da tutti. Come facesse, accidenti, lo sapeva solo lui! Comunque proprio perché dopotutto non aveva mai fatto nulla di male se non essere totalmente inadeguato a stare al mondo e a vivere nella società civile, dove occorre essere forti e non delle mezze cartucce, Vincenzo lo aveva sempre aiutato economicamente anche perché se non lo avesse fatto avrebbe dovuto vedersela con sua moglie. E poi, suvvia, anche se non lo avrebbe mai confessato espressamente, in un angolo del suo orgoglio Vincenzo si sentiva contento di essere ancora, a sessantanove anni, il faro della famiglia, il pilastro incrollabile sul quale poggiavano i destini di tutti quanti, di essere ancor’oggi il migliore della casa. Per molto tempo s’era sentito schiacciare dalla presenza del padre che aveva fatto la guerra, un generale di ferro che lo aveva sempre trattato come una specie di essere inferiore. Solo che lui, a differenza del figlio che poi avrebbe generato, un coglione non lo era mai stato e nel tempo si era preso tutte le sue rivincite provando il proprio valore al padre, passato a miglior vita a ottantasette anni (e per chi abita a Tortona in provincia di Alessandria in un appartamento sia pure di duecento metri quadrati in zona centralissima questa espressione ha più senso di chi abita a Florianópolis nello Stato di Santa Catarina in Brasile e pure in una casa di mille metri quadrati). Gli aveva lasciato la casa e dei soldi messi da parte che fortunatamente sua madre non aveva sperperato in donne delle pulizie e badanti prima di morire a sua volta all’età di ottantanove anni, sei anni dopo il marito.<br />
In tutti gli anni che Caterina e Nero erano stati insieme non avevano mai parlato di sposarsi né tantomeno di avere dei bambini per il semplice fatto che si sentivano entrambi troppo inadeguati. Certo, Caterina a volte si lasciava sfuggire di volere un bambino e aveva detto a Nero che con un bambino entrambi si sarebbero forse responsabilizzati di più, ma poi subito pensava di non essere adatta ai bambini, che anche se li guardava agli altri lei era troppo distratta e anche Nero lo era, e poi in fondo concordava con Nero che mettere al mondo una creatura, in questi tempi e con la quasi consapevolezza che dopo la morte non ci sia nulla, fosse quasi un atto di cui sentirsi colpevole. Ora che però aveva scoperto che Mathias valeva trecentomila euro Caterina si domandava se la loro vita se non da un bambino sarebbe stata invece messa a posto da un bambolotto.<br />
Lauro e Sanchez le avevano spedito Mathias per posta aerea dentro un cartone solido e ben imballato. A pensarci col senno di poi era stato ben rischioso quello che quei due avevano fatto, considerato il valore altissimo della merce, ma d’altra parte alternative non ce n’erano, a meno di tenere Mathias a Florianópolis o trasportarlo a Rio das Antas o a Domingos Martins o come diavolo si chiamava – e poi nessuno di loro sapeva ancora quale fosse il valore reale di Mathias. Il bambolotto era arrivato dopo qualche giorno. Dopo due giorni che era stata messa nella buca delle lettere la cartolina che l’avvisava di dover andare a ritirare un pacco alle Poste, Caterina anche un po’ controvoglia era andata a prenderlo. Il bambolotto se non altro era molto bello, assomigliava a Nero. Aveva capelli castani, con la riga da una parte, occhi marroni molto grandi, era paffuto come un bambolotto e indossava una camicia, un maglione, un paio di pantaloni e le scarpine di cuoio, proprio tutto come Nero&#8230; </p>
<p><em>continua</em></p>
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		<title>Il fondo del bicchiere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Nov 2011 05:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[banche]]></category>
		<category><![CDATA[finanza creativa]]></category>
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		<category><![CDATA[Marco Candida]]></category>
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		<category><![CDATA[Voghera]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Candida Quella notte tornammo a casa dal Cowboy Landscape di Voghera con almeno sei o sette litri di birra in due – e questo significa che almeno tre quarti di quei litri riempivano la mia, di pancia. Laurina è quella della coppia che ci dà un occhio a queste cose, ci sta attenta, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/boccale.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/boccale.jpg" alt="" title="boccale" width="162" height="208" class="alignleft size-full wp-image-40836" /></a> di <strong>Marco Candida</strong></p>
<p>Quella notte tornammo a casa dal Cowboy Landscape di Voghera con almeno sei o sette litri di birra in due – e questo significa che almeno tre quarti di quei litri riempivano la mia, di pancia. Laurina è quella della coppia che ci dà un occhio a queste cose, ci sta attenta, e difatti la sua pancia è piatta come la tavola da stiro che sempre più saltuariamente usa per le mie camicie e i pantaloni mollando a me il malloppo (“Toh, adesso ho dell’altro”). Tuttavia anche lei negli ultimi periodi – col divaricarsi dello spread, e col cambio di governo, e quei listini che si vedono alla televisione un giorno sì e l’altro anche due volte sì, che ti rimbecilliscono col loro saliscendi masturbatorio, alle nove del mattino segnando meno, poi riprendendosi, poi arrivando al pomeriggio a un’impennata e l’Italia sembra forte, pensi ai marmi delle statue, ai mattoni delle chiese, alle pietre che pavimentano le strade, e tutto sembra duro, forte, inaffondabile, fino a quando si arriva alla chiusura e tutto quanto si smorza e si attenua, “brusca virata”, la solita grigia esistenza –<span id="more-40835"></span> sì, anche Laurina ultimamente ha bisogno di qualche camelia sinensis in più per trovare sonno e mi dice che presto se va avanti così avrà bisogno di qualcosa di anche più forte di quello, e quando usciamo al venerdì e al sabato sera ordina sempre più spesso birre, spritz, bevande alcoliche, anche se come ho detto ci dà ancora un occhio, non vuole diventare la nave che sto diventando io più o meno all’altezza della cintola dei pantaloni, ci sta attenta.<br />
Però è innegabile che quella sera (28 novembre 2011) entrambi tornammo a casa da Voghera molto più che alticci. La serata era sui cinque o sei gradi sopra lo zero. Fredda. Senza stelle. Macchiata di nebbia biancastra e giallastra qua e là. Ma non delle peggiori. Non era ventosa. Nonostante la nebbia non percepivamo troppo umidità. Naturale che a guidare furono i nostri amici dato che saremo anche col batticuore per lo spread e la situazione finanziaria (Laurina aveva sentito in tivù Enrico Letta affermare che il mutuo delle case sarebbe diventato quattro volte tanto dopo le manovre del nuovo governo – democraticamente non eletto, come mi divertivo a ironizzare  almeno all’inizio della vicenda, perché adesso c’è solo alcol e pancia gonfia e sempre meno pensieri e sempre più testa vuota), ma ancora non siamo così fatti da guidare in stato di ubriachezza. No. Non ancora.<br />
Danny e la Sabrina avevano guidato senza problemi anche perché si sentivano in colpa per averci portato al Cowboy Landscape, una specie di saloon all’americana con cowboys e cowgirls di Castellazzo Bormida, Pozzolo Formigaro,  Fresonara e Polverola. Si balla musica country e blue grass. C’è una struttura per fare rodei e qualche stalla con cavalli dal muso triste, e dall’aspetto piuttosto malnutrito, balle di fieno nei campi e una volta ogni tanto vengono organizzate corse coi cani. Non che sia un locale malvagio. E’ persin bello, com’è agghindato e tutto. Sembra proprio di essere nel West. Però non è esattamente il nostro genere. Metterci gli stivaletti. Calcarci in testa un cappello da cowboy. Laurina e io ci sentiamo ridicoli dopo mezz’ora. Anche quando andiamo da MacDonald’s o Burger King circondati da plastica  e metallo ci succede e credo che in una decina d’anni da quando ci conosciamo non saremo mai andati a un Bowling assieme. Tra l’altro il Canadian Burger che ha ordinato Laurina le è rimasto sullo stomaco, e ha cominciato a lamentarsi.<br />
La cosa fondamentale da tenere a mente nella nostra storia è in ogni caso che siamo ubriachi, ma anche che non siamo stupidi. Per dire, non abbastanza stupidi da guidare in stato d’ubriachezza e dunque (dato che l’una cosa contiene probabilmente l’altra) abbastanza intelligenti da accorgerci all’istante che la porta del nostro appartamento è aperta e che sia io che Laurina eravamo sicuri d’averla chiusa. Dunque che cosa ci faceva aperta?<br />
“Oddio, non dirmi  che ci sono i ladri!” mi dice Laurina.<br />
Io dondolo stile  cretidiota sentendomi un acquario pieno di birra. Anzi devo persino stringere le chiappe perché ho paura che qualche pesce rosso mi possa scendere dal buco del sedere. “Be’, mi pare l’avessimo chiusa”<br />
“E ti pare sì, perché l’ho chiusa…”<br />
Io spingo l’uscio e la porta si spalanca.<br />
Un buio denso, impressionante sta lì davanti a noi.<br />
“Aspetta aspetta aspetta!”<br />
“Che c’è?”<br />
“Ma non l’hai visto il furgone parcheggiato qui fuori davanti al palazzo?”<br />
Abitiamo in zona Oasi in un complesso residenziale con palazzi di una decina di piani. E’ stato un affare, abbiamo acquistato l’appartamento novantamila euro, e sono cento metri quadrati di casa. Con i nostri stipendi d’impiegati, ce lo possiamo permettere. Il nostro appartamento è situato al quinto piano Scala B.<br />
“No, non ci ho fatto caso…”<br />
“Be’, io l’ho visto e…”<br />
Laurina e io sentimmo un fischio sul pavimento e poi uno schianto. Proprio come qualcuno che muovendosi nell’oscurità sta facendo strisciare il nostro mobile in sala e il mobile cade.<br />
“Non dirmi che sta succedendo anche a noi…”<br />
“Che.. co…”<br />
“Una rapina, creti. I ladri! E’ un mese che svaligiano, qui a Tortona.”<br />
Laurina ha ragione. Ora ricordo anch’io. Ho letto tutto quanto su Panorama di Tortona. Negli ultimi due mesi ci sono stati qualcosa come quindici appartamenti svaligiati. Un paio anche a un isolato da Zona Oasi. Nelle vicinanze. Poi a San Bernardino. Poi in Zona Paghisano. Dal cimitero.<br />
“Che… ca… eff… ass…”<br />
E prima che potessimo fare dietro-front e filarcela da dove eravamo venuti ossia ritornare nell’ascensore e schiacciare il tasto T, sentiamo una voce nell’oscurità.<br />
“State un po’ fermi, veh, che sennò vi sparo.”<br />
“Chi… che… ca…” dico io.<br />
Una luce si accende. Un uomo all’interno.<br />
Una calzamaglia. Un passamontagna.<br />
Una pistola in mano.<br />
“Merda…” sibilo io.<br />
“Fermi lì! Anzi, entrate un po’, veh, entrate e non fate furbate!”<br />
Laurina e io entriamo.<br />
Sbuca subito fuori qualcun altro e incredibilmente questo qualcun altro non indossa passamontagna.<br />
“Ma sei scemo?! Giri per la casa a faccia scoperta?” fa l’altro.<br />
Laurina e io non possiamo crederci.<br />
Conosciamo quell’uomo.<br />
E’ l’impiegato giù in centro città allo sportello della nostra banca del vino e del formaggio, come ormai la chiamo io dopo che da banca con le palle si è trasformata dall’oggi al domani in una banchina col tutù rosa che fa piroette in punta di piedi e soprattutto salti mortali – e quelli li fa fare anche a noialtri clienti.<br />
“Frangini!” gridiamo Laurina e io.<br />
“Oh cazzo, no! Che fig…”.<br />
L’impiegato Frangini diventa rosso.<br />
Fa per coprirsi la faccia.<br />
Io lo riconosco subito, e bene, perché vado spesso in banca, specialmente negli ultimi periodi di crisi. Ci siamo fatti un bel po’ di chiacchierate Frangini e io, con lui sempre a rassicurarmi, a raccontarmi un mucchio di frottole.<br />
“Oh no…” dice ancora.<br />
“S’è ca fuma? S’è ca fuma ades?” dice l’altro.<br />
“Sparal! Sparal tuti e du! Se ca ta vo fa?” dice Frangini in dialetto.<br />
“Ma sei scemo? Ci danno l’ergastolo! La sedia elettrica!”<br />
“Sparal a t’ho dit!”<br />
“Ta tel fat un’atra vota! Ta vé in gir senza maschera! Non è la prima volta! E’ la seconda! La seconda, zio cane! Non ti ricordi cosa è successo a quell’altro da cui ti sei fatto vedere? Non te lo ricordi?”<br />
“Sparal!<br />
“Ta ghe propri ‘na testa quadra…” fa l’altro.<br />
“Frangini, non spari. Non diremo niente a nessuno!” dice Laurina.<br />
“Frangini, ma che succede? Perché lo fa?”<br />
Frangini ci guarda. Ha i capelli color della stoppia, ma nella mia allucinazione alcolica mi sembra un piatto di spaghetti al burro. La pelle abbronzata. Non è un brutto uomo. Sicuramente migliore di me, con i miei cinque o sei litri di birra nella pancia. “E’ la banca che ci ha detto di rapinarvi” dice.<br />
“Che cosa?!”<br />
“Eh, storia lunga. Lasciamo stare”<br />
“La banca? Ma cosa s’inventa, cosa?”<br />
“Ma se va dig paregia va dig paregia! Sono le banche! Perché fussa par mi mica lo farei! Sono le banche, è tutto un complotto. Ci costringono a svaligiare i clienti. Poi vendiamo tutto quello che possiamo vendere e col ricavato apriamo conti correnti fittizi e facciamo operazioni di borsa. Abbiamo una trentina di clienti virtuali noi alla Credito&#038;Credito&#038;MaiDebito. C’è il nome, il conto corrente, c’è il certificato di nascita, la residenza… Ma è tutto un giro enorme, una truffa troppo lunga da raccontare, che coinvolge mazzi di persone, un letamaio.”<br />
“Ma ne racconti un’altra, ne racconti! Si aspetta che le crediamo?”<br />
“In effetti, mi m’in sbat ar bal! Credeteci o no, io non avrei bisogno di svaligiare un bel nessuno col furgone della ditta Restauro Mobili.”<br />
Certo, l’avevo vista posteggiata sul ciglio della strada da basso. Restauro Mobili Ferlinghetti. Un furgone blu con le scritte gialle sui portelloni. Un Ducati orrendo. Quei mascalzoni lo usavano per non essere scoperti mentre portavano via il mobilio…<br />
“Roba da matti.”<br />
“Dai, andiamo!”<br />
“Sparal! Sparal!”<br />
“Ma no, dai. Anche se sanno chi se ne importa? – dice l’altro da dietro il passamontagna nero, con due buchi raccapriccianti per occhi – Non appena parlano li fanno fuori.”<br />
Frangini guarda il suo compare.<br />
Poi guarda noi.<br />
“Questo è vero. Sì, questo è verissimo. Altrimenti mica lo farei.”<br />
“Cosa vuoi dire, Frangini?”<br />
“Semplice, cosa voglio dire. Noi siamo copertissimi, Se succede qualcosa, se parlate, se dite che sono stato qui, che siamo stati qui, siete morti. Provate a chiamare i carabinieri, provate a farlo. Vedete cosa succede. Eh eh, mica tanto da scherzare. Il giro è grosso, ve lo ripeto. Molto grosso. Se salta fuori che un impiegato di banca ha fatto una cosa simile, qualcuno potrebbe insospettirsi. E siete fritti. Fossi in  voi non andrei a raccontare in giro questa storia a nessuno. Nemmeno per scherzo! Nemmeno facendo finta che sia finta… Perché l’è propri vera, l’è.”<br />
“Non ci posso credere – dico io – Non ci posso credere! Cioè adesso sono le banche che fanno le rapine a mano armata…”<br />
“Questi sono i tempi. Dunque, acqua in bocca. Non una parola. Altrimenti…” e Frangetti fa un rumore con la bocca e si passa orizzontalmente il pollice sulla gola.<br />
Poi mollano lì il nostro mobile e se ne vanno. Li sentiamo entrare nell’ascensore. Sentiamo l’ascensore scendere cigolando e sferragliando come al solito. Poi le porte aprirsi e chiudersi. Quelle dell’ascensore. Il portone del palazzo. Possiamo sentire tutto. Come se avessimo, Laurina e io, un superudito che ci è spuntato per l’occasione. E’ la strizza ad averci alzato le capacità sensoriali.<br />
Cinque minuti in tutto.<br />
Un’allucinazione.<br />
La prima cosa che mi viene da dire quando siamo soli è: “Vado a vedere se ci hanno lasciato il computer e internet e cerco di fare il primo biglietto per il posto più lontano da qui. I soldi in banca li abbiamo ancora, dopotutto, no? Quelli, quei bastardi, non hanno potuto toccarli.”<br />
Laurina scoppia in lacrime, segue una discussione. Laurina mi dice che è da pazzi credere a quello che ci hanno raccontato. Lacrime blu le rigano il visino. E’alta un metro e cinquantasette. Ha gli occhi piccolini. I capelli tutti sistemati all’indietro, le scoprono una fronte bianchissima, liscia. La bocca carnosa è tutta piegata all’ingiù, sembra che stia masticando le parole che pronuncia. Le dico che non lo hanno fatto adesso, ma lo faranno più tardi. Ci ammazzeranno. Questo è sicuro.<br />
“E’ la birra. E’ colpa di tutta quella birra! Stiamo sragionando!” frigna lei.<br />
“Li abbiamo visti. Li abbiamo visti in faccia, Laurina. Non possiamo stare un minuto di più.”<br />
Nel frattempo, senza nemmeno troppo voglia di farlo, controlliamo la casa. Hanno portato via tutti i vestiti. Spariti i soprammobili. Il tavolo della cucina. Tre o quattro mobiletti. Tutto stoccato nel furgone, sempre che non ne usino anche altri. Il nostro appartamento è quasi vuoto, come se non avessimo pagato conti da un pezzo, come se ci avessero fatto un pignoramento. Un danno di quindicimila, ventimila euro, probabilmente.<br />
Laurina e io alla fine troviamo un accordo.<br />
Il computer è ancora a suo posto. Io mi ci siedo e…<br />
E ce la filiamo.<br />
E’ così che ci siamo trasferiti qui a Puerto Rico. Dall’oggi al domani. Abbiamo fatto le valigie con quei quattro stracci rimasti, preso i nostri passaporti (li abbiamo fatti per il viaggio di nozze; siamo andati a Bali e in Marocco), siamo partiti e ora siamo qui. A Puerto Rico. Restando sempre zitti. Tanto chi ci crederebbe? Probabilmente ci prenderebbero soltanto per due suonati che una sera che hanno alzato troppo il gomito hanno avuto una specie di allucinazione dovuta allo shock di non essersi trovati quasi più nulla in casa. Sì. E’ così che andrebbero le cose. Ci rinchiuderebbero in qualche ospedale psichiatrico in quattro e quattr’otto e poi ci farebbero sparire per sempre. A causa del complotto. Il maledetto complotto che ci ha raccontato Frangini. Invece staremo qui fino a quando la polizia non scoprirà che non abbiamo il visto e fintanto che i soldi non mancheranno. Dopo non lo so.<br />
Brutta situazione, vero?</p>
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		<title>da &#8220;Il diario dei sogni&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Dec 2010 07:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Candida]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[The literary Review e Best European Fiction 2011]]></category>
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					<description><![CDATA[[Marco Candida è stato tradotto da Elizabeth Harris ed è apparso, unico italiano, su The literary Review e Best European Fiction 2011 a cura di Aleksandar Hemon per Dalkey Archive Press. Qui l’estratto originale tratto da Il diario dei sogni, Las Vegas Edizioni.] di Marco Candida Ora, però, vorrei riprendere quel che stavo per fare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/cop_medium.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/cop_medium.jpg" alt="" title="cop_medium" width="198" height="300" class="alignleft size-full wp-image-37438" /></a>[<em>Marco Candida è stato tradotto da Elizabeth Harris ed è apparso, unico italiano, su </em>The literary Review e Best European Fiction 2011<em> a cura di Aleksandar Hemon per Dalkey Archive Press. Qui l’estratto originale tratto da </em>Il diario dei sogni<em>, Las Vegas Edizioni.</em>]</p>
<p>di <strong>Marco Candida</strong><br />
Ora, però, vorrei riprendere quel che stavo per fare prima di interrompermi con questi sogni e queste considerazioni, ovvero chiarire come sia possibile che mi sogni la notte cose come quelle che ho riportato, dove e come dorma per sognarle, in quali posizioni, e che cosa mangi prima di addormentarmi.<br />
Per prima cosa descriverò la mia stanza, e anzi la descriverò attraverso un sogno che ho fatto il 6 aprile 2006 – o per meglio dire che è annotato il 6 aprile 2006, ma che potrebbe essere stato fatto prima dello scoccare della mezzanotte, ossia – ovviamente – il 5 aprile 2006. Dico potrebbe perché il 6 aprile 2006 sono stati annotati due sogni che con ogni probabilità ho fatto in momenti distinti della notte. Non credo di aver sentito ancora parlare della possibilità di far due sogni distinti durante lo stesso sonno. Così la cosa più verosimile può essere che mi sia svegliato e non abbia annotato il sogno e una volta riaddormentato abbia cominciato con un altro sogno e una volta sveglio nuovamente abbia annotato i due sogni uno di seguito all’altro come se facessero parte dello stesso periodo di sonno. Deve essere andata senz’altro così e tra l’altro questo è l’unico caso tra tutte quante le annotazioni contenute nel diario. <span id="more-37437"></span><br />
Nel primo sogno annotato nelle pagine datate 6 aprile 2006 la mia stanza appare come una comunissima stanza sette metri per quattro con un cassettone di legno sul lato destro di una portafinestra che dà sul terrazzo del retro. Sul ripiano del cassettone c’è un televisore da cinquanta pollici, e un porta-cd con quindici compact disk infilati dentro – nella mia stanza si trova soprattutto musica degli Anni 70. Il cassettone ha sei cassetti e negli ultimi tre ci sono soltanto cartelle con dentro fogli A4 battuti a computer in carattere Times New Roman o Book Antiqua, mentre nei primi tre ci sono mutande, calze, canottiere e magliette che uso soltanto per ciabattare per casa. C’è una tastiera Bianca e ci sono ritagli di pagine di libri e di articoli di giornale attaccati con qualche ricciolo di scotch trasparente al retro della porta d’ingresso – una poesia di Dante, l’aforisma della Gaia Scienza di Nietzsche, un articolo di giornale che parla di Pablo Picasso, un paio di trafiletti di citazioni tratte da opere di Martin Heidegger.<br />
Credo che molto frequentemente i sogni che facciamo siano fatti di pezzetti di immagini provenienti da contesti i più lontani tra loro e che per questa ragione anche quelli che ci appaiono i più sensati, reali, diano sempre l’impressione di qualcosa di sbagliato. Così se consideriamo un panorama che ci appaia durante un sogno si può ipotizzare che quel ponte che unisce le sponde del fiume che attraversa la distesa di campi e colline potrebbe essere il ponte che abbiamo visto nella tal pellicola nel tal canale della television quattro giorni prima, e che quel fiume che attraversa la distesa di campi e colline e che presenta le sponde unite dal ponte potrebbe non essere un fiume ma un torrente, e precisamente il torrente Ossona che a Tortona affluisce nel fiume Scrivia, e quelle potrebbero non essere le sponde del torrente Ossona che a Tortona affluisce nel fiume Scrivia, ma potrebbero essere le scarpate di quella buca che è stata scavata cinque anni prima per mettere i plinti di fondazione nel cantiere che stavi controllando per la ditta, faccio per dire, dove lavoravi, e la distesa di campi e colline che è attraversata da un fiume che ha le sponde unite da un ponte, potrebbero essere distese di campi e colline come si possono vedere in un quadro impressionista che ti è capitato di vedere settimane prima in una mostra al Palazzo Ducale di Genova, e le stelle che si riflettono sul fiume e che stanno nel cielo potrebbero essere quelle gocce di latte condensato che ti sono finite sul maglione del pigiama blu mentre stavi preso da un attacco di iper-fagia alle due di notte davanti al televisore, e&#8230; E tuttavia il sogno datato 6 aprile 2006 sembra restituire in ogni minimo dettaglio tutte le cose che sono nella mia stanza e la mia stanza stessa senza che ci sia nessuna sensazione di qualcosa di sbagliato.<br />
A parte il fatto che nella stanza del sogno le cose respirano.<br />
Sì, non credo ci sia una parola più adatta: le cose nella stanza del sogno sembrano inspirare ed espirare: respirare. Nella stanza gli oggetti si gonfiano e si restringono, si gonfiano e si restringono, e lo fanno in modo regolare – gonfiamento e restringimento avvengono in una manciata di secondi e… succede anche qualcosa d’altro: gli oggetti trasudano del liquido incolore ma parecchio, come dire?, oleoso. Sprizza in schizzetti che si sventagliano per tutta la stanza, e se si tratta di schizzetti per un oggetto come un libro o come un portafogli, si tratta di gocce, invece, per i muri, il letto o il pavimento. Tra l’altro sul pavimento respirante e oleoso non si riesce a stare in piedi senza tenersi aggrappati a una qualche cosa, che però è altrettanto respirante e oleosa. Anzi, è a causa di una pioggia di gocce oleose provenienti dalla lampada del soffitto che dopo qualche momento perdo l’equilibrio e finisco faccia in giù sul pavimento. Prima di finire sul pavimento, con la destra cerco di arpionare il tavolo della scrivania, ma riesco soltanto a portare con me un libro – Il Nuovo Zingarelli Minore dell’87. Quando sono a terra il Nuovo Zingarelli Minore si sfascia e lì in quel preciso momento io vedo.<br />
Per prima cosa vedo che lo Zingarelli non è sfasciato. Sembra piuttosto una specie di budino scavato al centro – in corrispondenza della copertina – e da dentro il budino si getta all’esterno una luce argentea. Nella luce argentea io vedo delle cose. Proprio lì, scorgendola dai contorni molli dello Zingarelli, vedo una penna biro a sfera – la stessa che di solito uso per sottolineare i libri che leggo. Ancora non capisco che cosa ci faccia dentro lo Zingarelli, ma è lì, e dopo un poco che la osservo come galleggiare nella luce argentea, allungo la mano e la prendo. Dopo averla presa scorgo subito qualcos’altro: un blocco degli appunti con la copertina gialla, che qualche volta uso per buttare giù idee o qualche abbozzo di racconto, e lì accanto al blocco, un mappamondo di legno, di quando ero bambino, e che era finito nella pattumiera quando mio fratello me l’aveva tirato in testa facendomi un bernoccolo grosso quasi quanto il mappamondo stesso. Che cosa ci faccia dentro allo Zingarelli non riesco a immaginarlo. Allungo la mano un’altra volta e cerco di tirare fuori e il blocco e il mappamondo. Mentre ci provo, mi rendo conto che il mappamondo è molto più grosso dell’apertura che si è prodotta sulla copertina dello Zingarelli, e inoltre che il mappamondo sta un poco più in fondo rispetto alla penna a sfera e al blocco per gli appunti, e per prenderlo devo infilare tutta la mano fin quasi al gomito dentro al dizionario. Mentre tasto con le dita alla ricerca della presa migliore per afferrare il mappamondo e trascinarlo fuori, mi accorgo che il libro cambia forma come un sacco di lattice gommoso – anche l’interno del libro sembra l’interno di una borsa termica –, e più affondo il braccio, più il libro si allunga, e si allarga. Quando riesco a cavar fuori il mappamondo, per un momento, mentre l’apertura del dizionario si allarga e poi torna come prima, si produce il rumore come di una torta di panna che si spiaccica contro un muro. Subito tolto il mappamondo scorgo un altro oggetto: una felpa gialla con una stella bianca cucita dietro. Non posso non riconoscerla: è la felpa che ho usato dai dodici ai sedici anni per tutte le volte che mi sono messo a scrivere o a leggere qualcosa. Ogni volta indossavo quella felpa, forse perché pensavo che la stella cucita dietro mi potesse in qualche modo assistere. Anzi, devo averla da qualche parte in fondo a un cassettone o imbustata in qualche scatolone dentro a un armadio – e una volta o l’altra la cercherò. Una volta cavata la felpa, ecco affiorare la sagoma di un altro oggetto che mi appartiene o che mi è appartenuto. Dopo un poco comincio a credere che se non mi fermo non smetterò più di estrarre cose dal dizionario, e mi viene alla mente di provare a fare qualcosa d’altro. Poso lo Zingarelli e prendo il cane di stoffa appeso al muro. Tra le mie mani il cane si gonfia e si restringe trasudando liquido oleoso. Non riesco a capire da dove prenda aria: forse sulla superficie fradicia del cane di stoffa ci sono migliaia di pori da dove l’aria entra e esce; comunque l’impressione è di tenere tra le mani una cosa viva, un oggetto vivente. Premo le dita di una mano sul cane di stoffa e le dita affondano come nel mastice o nella plastilina. Scavo un solco e poi creo un’apertura e di nuovo si proietta all’infuori la luce argentea. Dentro scorgo un pallone plastificato rosso, di quelli che mio fratello e io acquistavamo dal negozio di giocattoli sotto casa da molto piccoli e poi ci giocavamo nel terrazzo della mia nonna.<br />
Dietro il pallone vedo una mano umana.<br />
È una mano con la pelle piena di macchie color caffelatte, e di rughe, e con le unghie delle dita lunghe, e smaltate di rosso: la mano di una signora di una certa età. L’afferro e comincio a tirarla<br />
fuori dalla stoffa del cane, ma la mano si porta con se stessa un braccio e una spalla e un collo e una testa, che io nemmeno riesco ancora a vedere, ma che posso sentire al tatto. C’è tutto un essere umano lì dentro al cane di stoffa e cercare di tirarlo fuori da una apertura di una decina di centimetri richiede tutta la forza possibile. Mentre cerco di tirar fuori la persona dentro al cane di stoffa, sento le parole che quella persona da lì dentro sta pronunciando. «Smettetela di giocare, monellacci! Rovinate tutte le piante della nonna! E rovinate i miei gerani! Discoli!» Conosco il suono di quella voce. È la voce della signora del piano di sopra a quello di mia nonna, che non appena da piccoli mio fratello e io incominciavamo a giocare nel terrazzo con il pallone plastificato, usciva di fuori dal suo terrazzo (che era un terrazzino rispetto al terrazzone dove stavamo mio fratello e io) e cominciava con il suo: «Smettetela di giocare, monellacci! Rovinate tutte le piante della nonna! E rovinate i miei gerani! Discoli!» Chissà, mi dico che magari se estraessi dal cane di stoffa la signora del piano di sopra – la signora Iolanda – scoprirei che nella mano sinistra tiene ancora il battipanni di bambù che usava per togliere la polvere dai tappeti, e con quello comincerebbe a rincorrermi per battermelo sulla schiena o sul sedere. Comunque, allargando l’apertura e ficcando nella stoffa del cane tutte e due le braccia, con uno sforzo molto grande la faccio uscire fuori. Prima il braccio destro. Poi la testa tutta intera – e non appena fuori con gl’occhi sporgenti dalle orbite e i bigodini verde menta avvolti nei capelli color ferro la testa mi sputacchia: «Smettetela di giocare, monellacci! Rovinate tutte le piante della nonna! E rovinate i miei gerani! Discoli!» Poi estraggo il busto con le tettone coperte da un caffettano a fiori, e poi il resto. Una volta fuori dal cane di stoffa – che nel frattempo, nel giro di qualche secondo, facendo il suo rumore di torta alla panna che finisce contro il muro, torna alle sue dimensioni precedenti –, la signora Iolanda si mette a passeggiare per la stanza con gli oggetti respiranti e oleosi precisamente come passeggiava sul suo terrazzo anni prima ogni volta che ci sentiva giocare mio fratello e me con il pallone plastificato sul terrazzo di mia nonna, e esattamente come diceva allora, anche adesso ogni volta che finisce i suoi sei o sette passi dice: «Smettetela di giocare, monellacci! Rovinate tutte le piante della nonna! E rovinate i miei gerani! Discoli!» Dopo aver cavato dal cane di stoffa la signora Iolanda capisco che cosa sto facendo tutte le volte che estraggo una cosa o una persona dagli oggetti della stanza: letteralmente estraggo le persone e le cose che costituiscono i ricordi che ciascun oggetto nella mia stanza, e a volte per una qualche ragione piuttosto imponderabile, genera in me.<br />
Il sogno termina con me che, allora, vado alla ricerca di oggetti nella mia stanza dove dentro sia imprigionato il ricordo di mio nonno. Mio nonno è morto da qualche anno. Mi manca moltissimo. Forse, mi dico nel sogno, potrebbe trovarsi dentro la chitarra oppure dentro il televisore oppure nell’hi fi oppure nello specchio o nell’anta dell’armadio. O forse il ricordo di mio nonno – che è nato proprio il 6 di aprile – potrebbe trovarsi in qualche oggetto che mi ha donato: il binocolo o la sciabola oppure la sua collezione di monete. Nel sogno – così come qui e adesso – vorrei tenermelo, e abbracciarlo, e anche solo così com’è venuta fuori la signora Iolanda, ossia costretto nel ricordo che ho di lui – che però, va detto, sarebbe molto molto più ampio di quello che conservo della signora Iolanda.<br />
Sia pure alla rovescia il sogno del 6 aprile 2006 rispecchia un fantasma che mi attraversa da quando ho perso il lavoro, e che mi fa pensare che noi tutti, noi esseri umani, noi esseri mortali, e quindi includendo anche gli esseri non umani, siamo degli oggetti<br />
viventi. Forse questo fantasma ha cominciato a girarmi per la testa da quando ho preso a passare le giornate steso a letto o sul divano in attesa di addormentarmi e di sognare e per questo venendomi a trovare in una posizione molto simile a quella di un oggetto, di un corpo inerte, più che di un corpo animato. Ho cominciato a pensare che quel che ci differenzia da un oggetto in fondo non è che il respiro. Qualcuno potrebbe obiettare che questa è solo l’idiozia di una mente depressa e che a parte tutto il resto, ossia, per dire, il movimento, la capacità di arrossire o impallidire, di riprodurci, di perdere sangue, di produrre feci, ingrossarci e assottigliarci, noi ci differenziamo dagli oggetti per il pensiero. D’altra parte, come il fantasma che si appiatta in ogni piega del mio cervello mi fa pensare, esistono degli oggetti che si muovono autonomamente (i robot), oggetti che hanno capacità di arrossire o di impallidire (le bambole), il sangue non è per noi che una cosa molto diversa dalla benzina o sostanze simili, e quanto al pensiero: noi siamo proprio sicuri di pensare? Non siamo piuttosto come quei sassi che cadono a una velocità di 9,1 metri al secondo e pensano e desiderano cadere a una velocità di 9,1 metri al secondo oppure come quegl’alberi che pensano e pronunciano solo la parola “albero” e quelle foglie che pensano e pronunciano solo la parola “foglia”? E a parte questo, noi non siamo forse, tutt’al più, degli oggetti viventi che respirano, si muovono, si emozionano, ma che rimangono degli oggetti e che presto o tardi sono destinati a tornare a essere oggetti esattamente come una foglia, un sasso, la benzina, una bambola, un robot? Anzi, oggetti che sono sottomessi anche a una obsolescenza molto più rapida di alcuni tra gli oggetti che ho elencato?<br />
Forse è per questo – perché siamo sottomessi a una obsolescenza<br />
molto più rapida degl’altri oggetti – che adoriamo il dio in un simbolo che altro non è che un oggetto. Noi ci poniamo con venerazione nei confronti di quel che è immobile, ci poniamo con amore nei confronti di quel che è resistente al lavorio dell’obsolescenza – che non si corruga, che non si rompe, che non si altera, se non lentissimamente, molto più lentamente di quei particolari oggetti che noi siamo –: osserviamo gli oggetti, li desideriamo, li studiamo, li compriamo, impariamo a usarli, e tutto questo forse per il fatto che vorremmo essere come loro: vorremmo essere la chitarra appesa al gancio nella nostra stanza, una delle penne nel portapenne, le pagine con le parole dei filosofi, vorremmo essere un libro, probabilmente. Noi siamo oggetti che guardano agl’altri oggetti con venerazione, con amore, con invidia, perché noi siamo oggetti viventi e respiranti e quando saremo diventati oggetti al pari di qualsiasi altro oggetto ci sgraneremo in milioni di particelle e non avremo più nemmeno la dignità di una sedia, di un tavolo, di un&#8230; libro. Gli oggetti ci sopravvivono, e questa parola questa volta qui va intesa letteralmente.<br />
D’altronde, mentre pensavo queste cose, steso sul letto, con il fantasma che si spostava da una parte all’altra della mia mente, pensavo anche che //tempo// sia la parola più superstiziosa, e che andrebbe cancellata da ogni bocca e da ogni vocabolario – e da ogni formula fisica. Il tempo, pensavo sul letto, non esiste. Quel che esiste è soltanto il movimento della materia o meglio la materia in movimento, perché //movimento// non esiste al pari di //tempo// e al pari di //spazio//, è soltanto una parola che usiamo per descrivere la materia che si muove. Il tempo non è una cosa. Alla domanda che cosa è il tempo, noi non possiamo indicare una cosa precisa, così come quando rispondiamo alla domanda che cosa è una sedia, che cosa è un pilastro, che cosa è una bifora, che cosa è l’emoglobina. Il tempo non esiste concretamente così come non esiste lo spazio, e scambiare queste categorie artificiali, e certamente utilissime, per qualcosa di concreto, qualcosa che si può curare, qualcosa che si deve ammazzare, qualcosa che si deve combattere, è forse una delle più grosse tra le superstizioni che ci sono rimaste.<br />
Il tempo è inesistente ancora più dello spazio, e questo lo dimostra il fatto che tutte le volte per parlare del tempo usiamo parole che si riferiscono allo spazio: //il tempo si dilata//, //si espande//, //si allunga//, e così via e così via. O addirittura usiamo parole che lo personificano, diventiamo persino animisti nei suoi confronti, quando diciamo //il tempo passa//, //il tempo corre//, //il tempo trasforma//, //il tempo lavora//, e così via e così via. Oppure scambiamo il tempo per le cose che lo rappresentano soltanto: la lancetta dell’orologio, l’ombra del bastone sulla sabbia. Se esiste l’orologio, ci diciamo, allora il tempo esiste. Se esiste l’ombra che si sposta e il sole che sorge e che tramonta, ci diciamo, allora il tempo esiste. Invece, il tempo non esiste. Sarebbe come dire che poiché sentiamo dei rumori in soffitta, poiché sentiamo delle catene sbattere, poiché sentiamo il suono del violino tutti i giorni a mezzanotte, allora la nostra casa è invasa da un fantasma.<br />
Forse è utile avere dei riferimenti spaziali e temporali, anche se così non pensavo, mentre mi giravo e rigiravo nel letto, e il cosiddetto tempo scorreva, così come è utile avere un dio da pregare, un babbo natale da aspettare, uno spirito guida da consultare, una verità da credere: tutto questo è utile, forse, sì, ma non esiste. Così il continuum spazio-tempo che addirittura sarebbe curvo e sarebbe perforabile non è che la conseguenza del credere che il tempo sia una cosa: il che non è, il tempo non è che una parola, che assorbe tutta quanta la molteplicità dei movimenti delle materie che compongono l’universo. Soprattutto è utile per la costruzione degli universi della fisica che assieme alla matematica, molto più della filosofia e della letteratura, è lo strumento migliore di rappresentazione del mondo, e soprattutto il più utile all’uomo, ma che anch’esso conosce dei limiti, non è uno strumento onnipotente e onnicomprensivo dell’esistente.<br />
Così, che //tutto è relativo// è certamente un’affermazione geniale, ma non meno falsa, probabilmente, dell’affermazione //non voglio esempi di coraggio, ma la definizione di coraggio//. Queste affermazioni, se ci pensiamo, sono idiozie totali che hanno influito sulle nostre rappresentazioni per secoli, perché non si può trovare la definizione di un concetto astratto, ossia di una parola, che è solo una parola, e non una cosa, e non possiamo sapere se proprio tutto sia relativo, questa frase è un gioco di parole straordinario, ma è anche una combinazione straordinaria di errori della ragione, perché si tratta della generalizzazione di una particolarizzazione e della particolarizzazione di una generalizzazione, si sussume il particolare all’universale e l’universale al particolare, si induce e si deduce contemporaneamente, //tutto è relativo//, //relativo è tutto//, la più grande e dimostrabile generalizzazione indebita e riduzione a uno che uomo abbia pensato. Ma anche così pensando, steso sul letto, osservando gli oggetti nella mia stanza, non potevo evitare di sentirmi io stesso, sì, proprio io, in quel luogo e in quel momento, tutto e relativo. </p>
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		<title>Io volevo andare a New York</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Oct 2008 18:00:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Marco Candida Il 10 ottobre – adesso che scrivo è giovedì 23 ottobre – mi sono presentato allo Stanford Centre di Grand Forks in North Dakota per iscrivermi a un corso di inglese per immigrati. Per raccontare come è avvenuta l’iscrizione, però, devo subito fermarmi e fare un paio di salti indietro. Sono arrivato [&#8230;]]]></description>
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<p>di <strong>Marco Candida</strong></p>
<p>Il 10 ottobre – adesso che scrivo è giovedì 23 ottobre – mi sono presentato allo Stanford Centre di Grand Forks in North Dakota per iscrivermi a un corso di inglese per immigrati.<br />
Per raccontare come è avvenuta l’iscrizione, però, devo subito fermarmi e fare un paio di salti indietro.<br />
Sono arrivato negli Stati Uniti Venerdì 4 ottobre. Aeroporto O’Hare. Chicago. Prima di atterrare, sull’aereo <em>stewart e hostess </em>hanno distribuito ai passeggeri moduli bianchi e moduli verdi. Io ho compilato un modulo bianco. Proprio per aver compilato questo modulo, però, una volta arrivato all’aeroporto sono stato trattenuto alla dogana. Un agente messicano che mi parlava in portoghese mi ha spiegato che per dimostrare di essere un lavoratore e non soltanto un turista avrei dovuto mostrare alla dogana un documento che lo provasse. <span id="more-10070"></span><br />
Adesso che ricordo, quando mi sono seduto nell’ufficio dell’agente, le prime parole che ho ascoltato da lui sono state: “Mi dispiace, <em>senior</em> Candida, ma a queste condizioni lei è costretto a ripartire entro domani”. Mi ero appena fatto nove ore e mezzo di volo senza <em>stopover</em>, avevo attraversato sette fusorari diversi, avevo cercato di dormire senza successo e avevo provato a guardare alcuni dei film che proiettavano a bordo senza riuscirci: George Clooney non mi piace e anche se Sarah Jessica Parker mi piace, non mi piace il film di <em>Sex&#038;The City</em>. Poi, visto che non sono abituato a viaggi come questo e per natura sono alquanto fifone ho avuto una gran paura che l’areo precipitasse da un secondo all’altro per quasi l’intera durata del volo, specialmente durante la manovra di atterraggio mentre il pilota aveva preso la decisione di far entrare l’aeroplano dentro a nuvole gigantesche e nerissime e un paio di volte l’aereo ha traballato che sembrava di essere su una giostra al luna park. Con tutto questo “Mi dispiace, <em>senior</em> Candida, ma a queste condizioni deve ripartire entro domani” non mi è sembrata immediatamente una battuta di spirito.<br />
E, invece, la era.<br />
L’agente messicano dopo averla detta e aver osservato le mie reazioni è scoppiato a ridere e ha fatto scoppiare a ridere anche il  collega seduto alla scrivania di fronte alla sua  dicendo qualcosa in inglese che però non sono riuscito a capire. L’agente che se non ricordo male aveva appuntato il nome Dorfles sulla divisa mi ha spiegato la mia situazione. Mi ha detto che avevo tempo fino al 2 novembre per inviare a Washington la documentazione necessaria per provare che non avevo dichiarato il falso alla dogana degli Stati Uniti d’America. Io avevo lasciato il mio <em>Certificate of Eligibility</em> nel terzo cassetto nella stanza dove vivo da circa trent’anni in Italia. Pensavo che il passaporto e la Visa di sei mesi e soprattutto i soldi che avevo speso per farli e l’incredibile trafila burocratica per ottenerli presso il consolato americano a Milano bastassero.<br />
Comunque, avevo fiducia che l’Università di Grand Forks avrebbe risolto tutto senza problemi. Invece, quattro giorni più tardi, l’8 ottobre, mi sono presentato all’International Office dell’Università per chiedere che si inviassero a Washington il <em>Document of Eligibility </em>(il nome tecnico e’ SEVIS DS-2019) e il <em>Form</em> I-94 oltre al <em>Form </em>I-515 A e il Dr. William Young, un uomo corpulento come può essere corpulento un uomo americano ossia <em>decisamente molto </em>più corpulento di un uomo corpulento italiano, mi ha risposto di avere soltanto le copie e non gli originali – visto che come ho appena finito di scrivere gli originali li avevo io nel terzo cassetto della mia stanza in Italia. Dopo aver osservato per un po’ le mie reazioni il Dr. Young mi ha assicurato che comunque si sarebbe preso cura lui dell’intera faccenda e che non avevo nulla da preoccuparmi.<br />
 Adesso sono abbastanza tranquillo. Allo stato attuale non posso sostenere l’esame – scritto e pratico – per procurarmi la patente internazionale e guidare negli Stati Uniti – così almeno funziona nello stato del North Dakota – e inoltre non posso oltrepassare i confini del Canada, che sono molto vicini a Grand Forks o del Messico che sono molto lontani o di qualunque altro Stato al di fuori degli Stati Uniti d’America. Però sono lo stesso abbastanza tranquillo. Ad esempio una cosa la posso ancora fare: posso ritornare a casa. Con questo voglio dire che se non altro non mi trovo esattamente nella posizione del Victor Navorsky interpretato da Tom Hanks nel film <em>The terminal</em>, se si ha presente questo film curioso, paradossale e tremendamente ben fatto.<br />
Non sono imprigionato qui.<br />
Un altro effetto di questa situazione è che da quindici giorni giro con le tasche del giaccone piene di fotocopie di documenti e per tornare al punto da dove ero partito, quando mi sono presentato il 10 ottobre allo Stanford Centre di Grand Forks in North Dakota per iscrivermi al corso di inglese per immigrati, ho potuto mostrare soltanto una serie di fotocopie dei miei documenti e per questo mi sono sentito indirizzare dalla cancelleria qualche espressione che in italiano credo si potrebbe ben tradurre con un borbottante “E vabbe’… Fallo passare lo stesso…”.<br />
Grazie a fotocopie di documenti in viaggio verso Washington ho potuto risparmiare trecento dollari per iscrivermi a questa scuola. Per adesso sono molto contento di essermi iscritto. I miei <em>classmates</em> provengono dalle piu’ diverse zone del mondo. Sono simpatici. C’è Neena Thapa proveniente dal Nepal. C’è Lucky Wang proveniente da Pechino. C’è la dolcissima e ricchissima Maysun proveniente da Shangai. Dico che Maysun è ricchissima perchè suo marito l’ha portata in vacanza alle Hawai e mi è stato spiegato che in un posto come quello se si alloggia bene si spende molto. C’è Rabab dall’Iraq. C’è Liena che proviene dalla Russia – ma non so dire precisamente da dove. E poi ho molti <em>classmates</em> di pelle nera.<br />
A parte il clima da scuola elementare (l’altro giorno con la supplente Norma Erickson abbiamo fatto un dettato) la cosa che trovo interessante in una scuola come questa è la didattica. Ad esempio a ogni lezione Norma ci ha insegnato qualche espressione idiomatica. Nel mio quaderno ho appuntato espressioni come “Pinching pennies”, “Chase rainbows” oppure “Scratch my back”. Proprio ieri ho fatto il test per controllare il mio livello di inglese. Tra gli esercizi proposti c’era anche compilare un assegno, scrivere una lettera al proprietario di casa spiegandogli le ragioni del ritardo col pagamento dell’affitto e altri esercizi che mi sembravano studiati apposta per persone appartenenti al gradino più basso di una società occidentale. D’altra parte le stesse espressioni idiomatiche mi pare confermino queste impressioni. “Riparmiare soldi”, “Non mettersi in testa di poter acchiappare l’arcobaleno”, “Restituirsi un favore a vicenda”. Queste e altre mi sembrano espressioni da usarsi da parte di chi tiene pochi quattrini in tasca, ha pochi mezzi e poche possibilità. Insomma, l’impressione è che Norma allo Stanford Centre ci tratti come disperati e che la sua didattica si rivolga più che altro a emergenze sociali.<br />
Però, è divertente, istruttivo, e qualcosa imparo, anche se il grosso lo faccio con Elisabeth e studiando per conto mio.<br />
Ci sono molte cose che potrei scrivere, ma le opinioni che ho per adesso degli Stati Uniti cambiano di giorno in giorno. All’inizio desideravo tenere questo diario pubblicato da Francesca Matteoni su Nazione Indiana – che ringrazio e che spero per questo non venga radiata subito da Gianni Biondillo – in <a href="http://lamaniaperlalfabeto.splinder.com/post/18827729/About+United+States">lingua inglese</a>. Adesso, però, dopo essermi accorto di essere costantemente  tentato di fare generalizzazioni spaventose e di arrivare di continuo a conclusioni affrettate su costumi, filosofie, modi di fare, di dire, di essere, di tutto da quando sono arrivato qui negli States ho abbassato un po’ le mie ambizioni e ho deciso di scrivere nella mia lingua, anche perchè non mi sembra il caso di usare l’intero contenitore di Nazione Indiana – che dopotutto è un blog letterario importante – per registrare i miei progressi con l’american-english, cosa che in un primo momento, lo confesso, sono stato tentato di fare.<br />
Grazie per l’ospitalità.<br />
La prossima volta cercherò di parlare soprattutto del desiderio di comprarmi una bicicletta e di rivivere la mia adolescenza in una small town americana.<br />
Allora, good bye.</p>
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		<title>Le voci, la città. La scrittura per ripensare spazi e accessi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Mar 2008 19:30:06 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a title="particolare_copertina_le_voci.jpg" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/particolare_copertina_le_voci.jpg"><img alt="particolare_copertina_le_voci.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/particolare_copertina_le_voci.thumbnail.jpg" /></a></p>
<p><em>E’ appena uscito</em></p>
<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8879233750/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8879233750&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><strong>Le voci, la città. La scrittura per ripensare spazi e accessi</strong>,</a><br />
<strong>a cura di Gianmaria Nerli e Luigi Nacci, Firenze, Edizioni Cadmo, con CD audio.</strong></p>
<p>Il volume, diviso in due sezioni, una dedicata ai racconti e l’altra alla poesia, raccoglie i risultati dei lavori di un meeting dedicato alla scrittura e ai giovani autori svoltosi a Fiesole dal 7 al 10 giugno 2007. A impreziosire la pubblicazione un CD contenente la registrazione live del poetry slam – sotto la conduzione del poeta e scrittore <strong>Lello Voce </strong>– che ha chiuso il laboratorio poetico, e l’intervento tenuto dal critico <strong>Andrea Cortellessa </strong>nella tavola rotonda.<br />
<span id="more-5606"></span><br />
***</p>
<p>PROSSIME PRESENTAZIONI:</p>
<p><strong>Firenze </strong><br />
Mercoledì 2 aprile<br />
ore 21<br />
Libreria Edison<br />
Piazza della Repubblica 27/r, tel: 055/213110</p>
<p>Presenta <strong>Rosaria Lo Russo </strong>(poetessa, saggista, traduttrice e poetrice)</p>
<p>Saranno presenti i curatori e i seguenti autori inseriti nel volume: David Bargiacchi, Fosco D’Amelio, Beatrice Furini, Paolo Grassi, Adriano Padua, Mikica Pindzo, Marco Simonelli, Catalina Villa.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Macerata</strong><br />
Giovedì 3 aprile<br />
ore 17.00<br />
Accademia di Belle Arti, Istituto di Storia e Fenomenologia delle arti<br />
Spazio Mirionima<br />
Piazza della Libertà 2</p>
<p>Presenta <strong>Enrico Pulsoni </strong>(artista e docente di scenografia all’Accademia di Belle arti di Macerata)</p>
<p>Saranno presenti i curatori, Lello Voce e i seguenti autori inseriti nel volume: Lara Lucaccioni, Adriano Padua.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Roma</strong><br />
Sabato 5 aprile<br />
Ore 18<br />
Tuma’s Book Bar<br />
Via dei Sabelli, 17, tel. 06-44704059 / 334-5752012</p>
<p>Presenta <strong>Brunella Antomarini </strong>(docente di estetica e filosofia contemporanea alla John Cabot University di Roma)</p>
<p>Saranno presenti i curatori e i seguenti autori inseriti nel volume: Paolo Grassi, Lucio Pacifico, Furio Pillan, Catalina Villa.</p>
<p>***</p>
<p><strong>Introduzione</strong><br />
di <strong>Gianmaria Nerli</strong> e <strong>Luigi Nacci</strong></p>
<p>Le voci la città è il titolo che abbiamo scelto di dare al primo Meeting delle scritture e dei giovani scrittori che ha avuto luogo a Fiesole dal 7 al 10 giugno 2007. Titolo che è nato dal desiderio di costruire un appuntamento dove la scrittura si misurasse non solo con il territorio convenzionale della letteratura, i suoi protocolli e i suoi fantasmi, ma che fosse soprattutto esercizio di intelligenza privato e pubblico per ripensare e reimmaginare spazi di vita, di azione e interazione quotidiana: che fosse cioè un’occasione per riflettere sul mondo, sui modi di abitarlo e di accederci a partire dagli immaginari e dalle aspettative che crea e modella la scrittura. Per questo abbiamo puntato la nostra attenzione sulle voci e sulla città, esperienza insieme di molteplicità e unicità le prime, luogo della progettazione e dell’incontro la seconda.</p>
<p>Il meeting (nato all’interno della campagna nazionale Giovani Libri e promosso da Comune di Fiesole) si è articolato in momenti didattici, con laboratori di scrittura in versi e in prosa; in spettacoli pubblici, con un poetry slam e un reading di racconti; e in una tavola rotonda. Le voci la città è infatti lo stimolo tematico intorno al quale abbiamo invitato a esercitarsi sette giovani narratori e sette giovani poeti, a cui si sono aggiunti i migliori allievi dei laboratori, altri tre poeti e tre narratori. I dieci poeti (<strong>Vincenzo Bagnoli, Dome Bulfaro, Luigi Nacci, Adriano Padua, Furio Pillan, Marco Simonelli, Sara Ventroni,</strong> più i migliori allievi <strong>Lara Lucaccioni, Lucio Pacifico, Mikica Pindzo</strong>) si sono poi sfidati, sotto la guida di <strong>Lello Voce</strong>, nel poetry slam che viene riprodotto integralmente nel cd allegato a questo volume: si tratta del primo poetry slam integrale edito in Italia. I dieci narratori (<strong>David Bargiacchi, Marco Candida, Gianmaria Nerli, Luciano Pagano, Laura Pugno, Alessandro Scotti, Catalina Villa,</strong> più i migliori allievi <strong>Fosco d’Amelio, Beatrice Furini, Paolo Grassi</strong>) il giorno dopo si sono esibiti in una lettura di racconti brevi, che ha dato seguito a una tavola rotonda a cui hanno partecipato studiosi di diverse discipline – tenendo fede appunto all’intenzione di collocare la scrittura nel mondo e non solo in ambito letterario: il critico letterario <strong>Andrea Cortellessa</strong>, l’architetto e artista <strong>Gianni Pettena</strong>, l’antropologo <strong>Marcello Archetti</strong>, l’architetto (fondatore del <strong>gruppo Stalker</strong>) <strong>Lorenzo Romito</strong>.</p>
<p>La scommessa di una scrittura capace di incrociare e di riconoscere quei grovigli di problemi che ci gravitano attorno, e che spesso stentano a trovare una forma o un nome, ci è parsa in qualche modo vinta. Per questo abbiamo deciso insieme a Cadmo di pubblicare in questo volume antologico i racconti e le poesie nati a Fiesole, in aggiunta all’intervento che Andrea Cortellessa ha pronunciato alla tavola rotonda. Ma quello che più ci conforta al di là di ogni pretesto è che questa antologia di racconti e poesie si rivela in definitiva un’occasione per scoprire quali modelli di città, spazio, accesso fecondano gli immaginari della nuova generazione di scrittori, e soprattutto per ascoltare i ritmi e le modulazioni di queste voci che ci parlano da vicino del nostro presente e del nostro futuro.</p>
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		<title>Un libro per la giornata della memoria</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/01/27/un-libro-per-la-giornata-della-memoria/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jan 2005 23:31:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[eraldo affinati]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Candida]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Candida Il 29 Gennaio Eraldo Affinati sarà a Tortona presso La Sala Giovani in Via Mirabello 3 dalle ore 17.00 per parlare della Giornata della Memoria. ____________________ Campo del sangue di Eraldo Affinati (pubblicato da Mondadori nel 1997 e ristampato in tascabile nel 1998, 166 pagine), è il diario del viaggio tenuto dall’autore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Candida</strong></p>
<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804585862/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8804585862&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><img loading="lazy" style="margin: 2px 4px; border: 0px none;" alt="Affinati.gif" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/Affinati.gif" width="170" height="265" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" /></a><em>Il 29 Gennaio <strong>Eraldo Affinati</strong> sarà a <strong>Tortona</strong> presso La Sala Giovani in Via Mirabello 3 dalle ore 17.00 per parlare della <strong>Giornata della Memoria</strong></em>.<br />
____________________</p>
<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804585862/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8804585862&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><strong>Campo del sangue</strong></a> di <strong>Eraldo Affinati</strong> (pubblicato da Mondadori nel 1997 e ristampato in tascabile nel 1998, 166 pagine), è il diario del viaggio tenuto dall’autore insieme all’amico e poeta <strong>Plinio Perilli</strong> da <strong>Venezia</strong> a <strong>Auschwitz</strong>.<br />
Il libro parla dello sterminio nazista attraverso le descrizioni dei luoghi del massacro, le riflessioni dell’autore – nato nel 1956 &#8211; e numerosi stralci di testi concentrazionari.<br />
<span id="more-887"></span><br />
Il viaggio di Affinati è un viaggio fisico (Affinati e Perilli compiono il viaggio quasi interamente a piedi), un viaggio nella memoria individuale dell’autore (il nonno partigiano, la madre sfuggita alla deportazione), ma soprattutto è un viaggio tra le letture che l’autore ha fatto negli anni sull’argomento (<strong>Levi</strong>, <strong>Antelme</strong>, <strong>Borowski</strong>, <strong>Semprun</strong>, <strong>Todorov</strong>, <strong>Herling</strong>, <strong>Sereny</strong>, <strong>Solzenicyn</strong>, <strong>Barman</strong>, <strong>Bettelheim</strong>, <strong>Marrus</strong>, <strong>Sinjavskij</strong>, <strong>Salamov</strong>, <strong>Améry</strong>, <strong>Wiesel</strong>&#8230;</p>
<p><strong>Campo del sangue</strong> contiene molti episodi e particolari che costringono alla riflessione. A pagina 20 ad esempio si dice che i vagoni usati dai nazisti per trasportare gli ebrei ai campi di sterminio erano carri bestiame.</p>
<p>“I vagoni si sono ormai svuotati. Un SS magro e butterato getta dentro un’occhiata tranquilla, scuote il capo con disgusto, ci abbraccia con uno sguardo e indica l’interno. – Rein! Pulire! – Si salta dentro. Gettati alla rinfusa negli angoli fra escrementi umani e orologi perduti giacciono neonati asfissiati e calpestati, mostriciattoli nudi dalle teste enormi e dai ventri gonfi. Li si porta fuori come polli, tenendone in una mano un paio per volta” (<strong>Tadeusz Borowski</strong>).</p>
<p>A pagina 26 si dice che a <strong>Steinhoring</strong>, vicino a <strong>Monaco</strong>, si trovava il <strong>Berghof</strong>, un asilo nido appositamente ideato per il miglioramento della razza ariana. Nel Berghof nacquero 1292 bambini frutto di unioni tra ufficiali delle SS e giovani volontarie, selezionate secondo principi razziali.</p>
<p>A pagina 29 si dice che nei campi di sterminio venivano prescelte alcune donne alle quali veniva tatuato sul petto la scritta: <strong>Feld-Hure</strong>. Le donne venivano alloggiate in una baracca con cinquanta letti. Se non restavano soddisfatti del servizio i soldati tedeschi potevano presentare le loro lamentele al capo sorvegliante e dopo tre richiami si finiva al gas.</p>
<p>A pagina 36 si cercano di chiarire le cause della nascita del fenomeno nazista. Prima si cita <strong>Dostoevskij</strong> che per primo intuì il concetto di responsabilità assoluta: “Siamo sempre responsabili di tutto e di tutti, davanti a tutti e io più di tutti gli altri”. Poi si dice che lo sterminio venne realizzato grazie allo smantellamento del concetto di responsabilità assoluta, cosa che è stata resa possibile da una parte dallo sviluppo tecnologico contemporaneo, dall’altra dalla particolare sensibilità artistica del Novecento. Da una parte il burocrate, che si neutralizza nel gesto esecutivo, dall’altra l’artista, quando pretende di sganciarsi dai doveri dell’uomo comune, hanno contribuito allo smantellamento del concetto di responsabilità. (Tra l’altro, la parola <strong>Verantwortung</strong>, “responsabilità”, compare nei dizionari tedeschi solo negli Anni Venti.)</p>
<p>A pagina 47 si tenta un elenco delle principali teorie elaborate per spiegare il massacro nazista e si arriva a <strong>Franz Kafka</strong> che per primo intuì la mostruosità del piccolo burocrate.</p>
<p>A pagina 59 si dice che la scuola di tiro della <strong>Hitlerjugend</strong> adoperava anche i bambini russi come bersagli viventi – una notizia provata da commissioni di inchiesta.</p>
<p>A pagina 63 parlando delle <strong>SS</strong> (la massima espressione dello spirito di casta nazista) si dice che il 16 Novembre 1944, tre mesi prima del bombardamento di <strong>Dresda</strong>, a <strong>Monaco</strong> alcuni magistrati trovarono il tempo di riunirsi sotto la presidenza del Ministeraildirektor <strong>Engert</strong> per discutere l’eliminazione di individui particolarmente brutti, i quali avrebbero dovuto essere fotografati e incasellati nella <strong>galleria di prigionieri asociali d’aspetto</strong> (<strong>Museum ausserlich asozialer Gefangener</strong>).</p>
<p>A pagina 73 riportando la testimonianza di <strong>Bruno Borgowiec</strong> di servizio al <strong>Blocco Undici</strong> di <strong>Auschwitz</strong>, si dice che i detenuti,senza acqua e senza cibo, leccassero le pareti delle celle, bevessero la propriaurina, si afflosciassero a poco poco.</p>
<p>A pagina 86 si racconta la storia di <strong>Sophie Scholl</strong> che insieme al fratello e ad altri compagni, faceva parte della <strong>Rosa Bianca</strong>, un gruppo di studenti che si oppose al nazismo distribuendo volantini che incitavano la popolazione alla resistenza passiva. <strong>Sophie Scholl</strong> ei suoi compagni furono ghigliottinati nel luglio del 1944.</p>
<p>A pagina 105 si riporta lo stralcio di un rapporto dell Oberleutenent <strong>Walther</strong>, Nona Compagnia, 433° battaglione degli Einsatzgruppen: “E’ più facile fucilare gli Ebrei che non gli Zingari. Si deve riconoscere che gli Ebrei vanno incontro alla morte con maggiore calma, rimangono tranquilli, mentre gli Zingari urlano, sbraitano enon la smettono di agitarsi, anche quando sono già nel luogo dell’esecuzione.Certi saltano nella fossa prima che il plotone faccia fuoco e fingono di essereMorti” (<strong>Raul Hilberg</strong>, 1995).</p>
<p>A pagina 154 si riporta un passo del <strong>Canto dei forni</strong> di <strong>Peter Weiss</strong>:</p>
<p>“Dalle 1000 alle 2000 persone stipate lungo circa 40<br />
metri, alto poco più di 2 metri: uomini, donne, vecchi, giovani, bambini. 10 minuti impiegava questa gente per spogliarsi. Quelli del Sonderkommando gridavano svelti svelti. L’altro locale era ancora più piccolo, lungo poco più di 30 metri. Venivano calcati dentro, la porta avvitata. Restavano fra le quattro pareti di cemento, in mezzo ai pilastri. Il gas usciva dall’alto. Provocava vertigini e forte nausea, paralizzava le funzioni respiratorie. Dopo Mezz’ora si aprivano le porte. I cadaveri giacevano uno addosso all’altro. Sotto lattanti, bimbi malati, sopra le donne, sopra ancora gli uomini più forti. Unghie confitte, pelle dilaniata, visi gonfi, maculati. Vomito, feci, urina, sangue mestruale. Il Kommando-sgombero con gli idranti divideva i corpi, li trascinava sul montacarichi. Prima della cremazione specialisti di prim’ordine provvedevano con leve e tenaglie a strappare denti d’oro e ponti insieme a pezzi di mascella. Ai forni lavoravano 100 uomini in due turni. Ogni cremazione durava un’ora. In 24 ore si bruciavano più di 3000 uomini. Nell’estate del 1944 si annientarono più di 20000 uomini al giorno. Le ceneri venivano gettate nel fiume”.</p>
<p><strong>Campo del sangue</strong> è anche un elenco impressionante di scrittori e poeti che si sono suicidati a causa dell’esperienza dei campi di concentramento e delle guerre. <strong>Pavese</strong>, <strong>Hemingway</strong>, <strong>Majakovskij</strong>, <strong>Levi</strong>, <strong>Bettelheim</strong>, <strong>Guido Morselli</strong>, <strong>Lucio Mastronardi</strong>, <strong>Amelia Rosselli</strong>, <strong>Osamu Dazai</strong>, <strong>Klaus Mann</strong>, <strong>Sylvia Plath</strong>, <strong>John Gould Fletcher</strong>, <strong>Tadeusz Borowski</strong>, <strong>Yasunari Kawabata</strong>, <strong>Paul Celan</strong>, <strong>Yukio Mishima</strong> e, purtroppo, tanti altri.</p>
<p>Di questo libro che per me è stato una coltellata c’è forse una annotazione che più mi ha colpito di tutte le altre e che voglio riportare alla fine di questo breve resoconto. A pagina 52 si dice che <strong>Robert Antelme</strong>, il marito di <strong>Marguerite Duras</strong>, tornando dal Lager, non incolpò nessuno, né idee, né razze, né popoli. Robert Antelme incolpò l’uomo.</p>
<p>[Il 29 Gennaio <strong>Eraldo Affinati</strong> verrà a <strong>Tortona</strong> presso La Sala Giovani in Via Mirabello 3 dalle ore 17.00 per parlare della <strong>Giornata della Memoria</strong>.</p>
<p>Per informazioni sull&#8217;incontro con <strong>Eraldo Affinati</strong> a <strong>Tortona</strong>:<br />
<strong>marco.candida@libero.it</strong></p>
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		<title>La lista di Natale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/07/15/la-lista-di-natale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giuliomozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jul 2004 06:24:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Candida]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Candida Seguo da svariati anni ciò che fa, dice, scrive il giovane Marco Candida. Ieri ha pubblicato nel suo estroso blog un pezzo assai interessante; che ha l&#8217;aspetto di un racconto ma non è un racconto (è però letteratura); che è in sostanza l&#8217;ennesima formulazione di una domanda semplice, semplice: una di quelle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Candida</strong></p>
<p>Seguo da svariati anni ciò che fa, dice, scrive il giovane Marco Candida. Ieri ha pubblicato nel suo <a href="http://marco2.clarence.com">estroso blog</a> un pezzo assai interessante; che ha l&#8217;aspetto di un racconto ma non è un racconto (è però letteratura); che è in sostanza l&#8217;ennesima formulazione di una domanda semplice, semplice: una di quelle domande che un narratore dovrebbe scriversi sul muro, e contemplare tutti i giorni; e pur essendo l&#8217;<em>ennesima formulazione</em>, mi è sembrata così elegante e utile (fare bene le domande, è un&#8217;attività utile) da meritare di essere letta da più persone. Così mi permetto, con il suo consenso, di riprendere il pezzo qui in Nazione Indiana. [<a href="http://www.giuliomozzi.com">giulio mozzi</a>]<br />
<span id="more-536"></span><br />
<strong>La lista di Natale, di Marco Candida</strong></p>
<p>Original Message<br />
From: francescod@stradesicure.com<br />
To: isa.bell.a@libero.it<br />
Sent: Dicember 21, 2003 10:15 PM<br />
Subject: La lista di Natale</p>
<p>Ciao Isa,<br />
ti sto cercando il regalo di Natale, così giro con la lista delle cose che nel corso dell’anno hai detto che ti piacciono e che vorresti avere. ti ricordi quando tre mesi fa siamo stati a Venezia e davanti alla vetrina di quel gioielliere hai detto che ti piaceva quella fila di perline rosso corallo particolarissima – e, hai aggiunto, nemmeno troppo costosa? bene, senza farmi vedere, in un foglietto, io la ho annotata. ti ricordi quando due mesi fa all’ipermercato di Voghera hai visto quella macchina fotografica e hai detto che ti piacerebbe averne una? bene, si tratta di una macchina fotografica digitale Magnex DC-3320 Digital Camera e sai perché lo so? perché, senza farmi vedere, in un foglietto, la ho annotata. e la scorsa settimana? ti ricordi quando la scorsa settimana siamo stati a Milano all’Ikea e tu hai visto quel letto matrimoniale tutto da montare? bene, io lo ho annotato – e, te lo devo dire, lo ho anche già depennato. cosa te ne fai di un letto matrimoniale dell’Ikea?</p>
<p>(Ho annotato anche altre cose, Isa, non ti preoccupare :-D)</p>
<p>Lo sai che non faccio altro che annotare cose, è naturale, Isa, che abbia annotato anche le cose che ti piacciono e che ti potrei regalare ed è naturale anche che tu non te ne sia accorta, visto che non faccio altro che scrivere e scrivere e scrivere – come troppo spesso tu stessa mi rimproveri. ho inserito nella lista un buon numero di cose che ti piacciono e che ti potrei regalare. non ti dico il numero – non voglio farti preoccupare –, però voglio dirti che sono un buon numero.  non so ancora quale ti comprerò di queste cose, ma ho già delle idee e, comunque, sto girando per cambiarne alcune e farmene venire delle altre. vado per ipermercati, supermercati, grandi magazzini, negozi.</p>
<p>E’ curioso, non ci avevo mai fatto caso prima, ma, girando, mi sono reso conto che ci sono moltissimi negozi e grandi magazzini che nel nome della loro insegna portano la parola “mondo”. che so? <em>Mondo Sposi</em>; <em>Mondo Arredi</em>; <em>Mondo Bagni</em>; <em>Mondo Flora</em>; e via così. è curioso per me, lo sai, perché scrivo e sono necessariamente interessato alla “costruzione di mondi”. anche tra di noi ne abbiamo parlato – o meglio discusso – qualche volta. ti ricordi quattro mesi fa quando siamo stati a casa di tua cugina a Courmayeur? mi hai accusato dicendo che io vivo in un altro mondo – hai precisamente detto, me lo ricordo, “<em>tu vivi in un altro mondo</em>” – e io ti ho risposto che no, non è così, che è questo il mondo nel quale vivo e mi sposto e incontro resistenze ai miei sensi. ma tu, imperterrita, hai continuato a dire che io non parlo mai di questo mondo, di un mondo che ci assomiglia, questo, magari, sì, ma non di questo mondo, di sicuro non di questo mondo qui. mi hai detto, me lo ricordo, perché avevamo ordinato caffé con la grappa in un bar fatto tutto di legno, ricordi?, compresi i portacenere, mi hai detto, dicevo, che io, poi, nemmeno parlo di <em>un</em> mondo, ma di tanti mondi, anzi, me lo ricordo, hai usato l’espressione di “<em>tanti pezzetti di mondi</em>”. e poi hai aggiunto, mentre sorseggiavi il caffé con la grappa, hai aggiunto che tutti questi <em>pezzetti di mondi</em>, tutti insieme, però non fanno <em>un solo mondo, un mondo intero</em>. lo hai detto e io me lo ricordo – come mi ricordo il mal di stomaco che mi ha procurato quel caffé con la grappa a Courmayeur.</p>
<p>C’è una frase di Umberto Eco, adesso che scrivo, che mi torna in mente. lo so che non ti piace quando faccio citazioni, ma questa è una frase che ci sta proprio a pennello, Isa. la frase dice:”Leggendo Ruggero Bacone, ci stupiamo come egli avesse decisamente asserito la possibilità di macchine volanti e lo consideriamo altrettanto brillante di Leonardo; ma Leonardo le aveva rozzamente descritte, Bacone le aveva solo genialmente postulate limitandosi a nominarle”. ecco, Isa, io, al momento, credo di fare la stessa cosa che faceva Ruggero Bacone molti secoli fa e che ricorda Umberto Eco: io non costruisco mondi, li nomino soltanto. dico che ci sono alcune cose di questo mondo e alcune cose di quest’altro mondo, ma queste cose non le metto mai in alcuna relazione tra loro: cioè non costruisco un mondo, un congegno coordinato che funzioni secondo leggi proprie.</p>
<p>Ora, per tornare alla lista di cose che ti piacciono e che ti potrei regalare, negli ultimi periodi, girando per ipermercati e grandi magazzini e negozi, spesso sono entrato in questi ipermercati-mondo o grandi magazzini-mondo o negozi-mondo. superavo la porta d’ingresso di uno di questi posti ed era come oltrepassare una nuova dimensione e venire a contatto con un mondo parallelo: un mondo tutto fatto di bagni o tutto fatto arredamenti o tutto fatto di piante e fiori o di articoli per la caccia e per la pesca. girando per gli scaffali di questi mondi e osservandone la merce con la lista in mano, in cerca dell’oggetto per te, Isa, ho pensato che un mondo è innanzitutto un campo di oggetti e che per definire un mondo è necessario innanzitutto definirne gli oggetti. esistono mondi di due pagine e mondi di duecento pagine, esistono mondi di quattordici versi e mondi di quattrocentoquattordici versi, ma il principio non cambia: definire un mondo è definirne gli oggetti. prima di affrettare conclusioni, però, ho pensato ad alcune riviste come <em>MondoMotori</em> o <em>MondoLegno</em> o <em>MondoCasa</em>. in queste riviste non ci sono solo oggetti come succede negli ipermercati, nei grandi magazzini e nei negozi, ma ci sono anche soggetti: i motociclisti nel caso di <em>MondoMotori</em> o, per dire, i designer e gli architetti, nel caso di <em>MondoCasa</em>. orbene, Isa, non vorrei apparirti troppo cinico, ma tendo a mettere i soggetti descritti all’interno di queste riviste sullo stesso piano degli oggetti. anche un soggetto, almeno quando bisogna costruire un mondo in una narrazione, non è altro che un campo di oggetti alla stessa stregua, insomma, di un mondo vero e proprio: non è forse vero che un soggetto è qualificato dagli oggetti che possiede e che utilizza più frequentemente? è plausibile ipotizzare che un motociclista, per essere tale, sia attorniato da oggetti che fanno parte del mondo dei motori e che, quando parla, si riferisca, almeno prevalentemente, ad oggetti appartenenti al mondo dei motori: questo, almeno dal punto di vista della costruzione di un mondo in una narrazione, lo mette in una posizione di sostanziale parità con gli oggetti del mondo di cui fa parte. descrivere un soggetto – una persona, ma anche un animale o un essere semovente – significa descrivere gli oggetti che gli stanno intorno e che gli riempiono la testa e che, di conseguenza, almeno nei casi più frequenti ed elementari, diventano parole e discorsi e determinano le sua azioni e i suoi comportamenti.</p>
<p>Ciò a cui tento di arrivare, Isa, è che tutte le volte che sono entrato in un mondo-ipermercato o mondo-grande magazzino o mondo-negozio e poi ne sono uscito, con uno scontrino nel portafoglio e in mano un sacchetto di plastica con dentro qualche oggetto incartato, avevo con me, dentro a quel sacchetto, un pezzetto di quel mondo. è come se ogni volta avessi prelevato un <em>pezzetto di mondo</em> da un negozio, poi da un altro negozio, poi da un altro negozio ancora, o da un grande magazzino o da un ipermercato, come se avessi portato a casa <em>tanti pezzetti di mondi</em>: e ciascun <em>pezzetto di mondo</em>, ognuno di questi pezzetti, finiranno prima o poi nel tuo mondo – e di riflesso, quindi, anche nel mio. insomma, Isa, ho pensato che il mio mondo e il tuo mondo e tutti i mondi di tutte le persone non assomigliano per niente al mondo degli ipermercati o dei grandi magazzini o dei negozi, ho pensato che questi mondi sono finzioni, sono, come ho detto, mondi plausibili, ma altamente improbabili: perché non esiste davvero un mondo tutto fatto di bagni e di accessori per il bagno o di cucine e di accessori per la cucina. non esiste davvero un mondo totalmente uniforme, congruo e omogeneo, ma, anzi, esiste soltanto un mondo totalmente multiforme, incongruo e disomogeneo, tutto fatto di <em>pezzetti di mondi</em> gli uni diversi dagli altri, che stanno uno accanto all’altro, il pezzetto di un mondo e il pezzetto di un altro mondo: un mondo di mondi, se vuoi. quello che voglio dire, Isa, è che <em>nessuno di noi</em> sa costruirsi e sa vivere davvero dentro <em>un solo mondo, un mondo intero</em> – come tu lo hai chiamato quella volta a Courmayeur. nessuno. è vero, ci proviamo continuamente. cerchiamo quel principio unificatore alla luce del quale tutte le persone e tutte le cose e tutti gli eventi appaiano finalmente omogenei, seguano tutti finalmente lo stesso senso: principi come la fede, i figli, la destra e la sinistra, l’amore, il danaro, essere juventini e essere contro gli juventini, avere tutti i capelli biondi e gli occhi azzurri e via così. gli artisti e soprattutto i filosofi altro non fanno che andare a caccia di questi principi attorno ai quali organizzare la realtà, la vita, questo mondo che è fatto di tanti pezzetti di mondi gli uni diversi dagli altri; però lo sappiamo, è banale dirlo, ma lo sappiamo che nessuno riesce davvero a trovarlo, magari lo trova per un po’, o pensa per un po’ di averlo trovato, ma non è vero, perché il principio non c’è, non c’è mai.</p>
<p>La mia incapacità a costruire <em>un solo mondo</em> nelle narrazioni, a descriverlo nei dettagli e a renderlo sensato e credibile, rispecchia la mia incapacità a costruire <em>un solo mondo</em> nella vita reale, un mondo dove “tutto va come deve andare” in forza di una qualche logica, di un qualche principio che lo ispiri e che lo guidi. io non ho la <em>minima idea</em> di quale sia il mio mondo nella vita reale, Isa, e non so proprio quale posto occupare in questo presunto mondo della vita reale. non sono ancora in grado di trovare un principio attorno al quale coagulare tutti gli oggetti e tutte le idee che riempiono i miei spazi e la mia testa, un solo principio alla luce del quale organizzarmi la vita. semplicemente, Isa, io ancora non ce la faccio. per me, per adesso, riuscire a fare questo – a costruire il mio mondo – è riuscire a credere in una illusione, e, considerami un immaturo, se vuoi, io ancora non riesco a farlo, né credo che riuscirò a farlo mai.</p>
<p>La vita, per me, Isa è solo un gran casino e non credo proprio che sia di aiuto, che risolva il casino, o che sia di una qualche consolazione – dove sta la consolazione se il casino non si risolve? – immaginare un mondo dove nei paesaggi non si incontrano mai edifici incongrui, o un mondo dove esistono solo bagni e ogni altro oggetto che non sia un bagno ha però a che fare con i bagni – e non oso nemmeno immaginare quali potrebbero essere gli abitanti di un mondo così fatto – o dove tutte le persone sono eroi valorosi pronti a morire per un ideale, o dove il pessimismo ispira la lettura di qualunque evento, o dove la morte non esiste ed esiste solo la felicità – solo la felicità, senza nessun altro sentimento, Isa, è possibile immaginarlo?&#8230; e consola? – o chissà cos’altro ancora.</p>
<p>Anche la lista delle cose che ti piacciono e che ti potrei regalare è un gran casino: ci sono cose le più disparate tra di loro; e rileggendola adesso, mi domando quale potrebbe essere quella che ti farebbe più piacere ricevere. magari, penso, quella più congrua alle tue aspettative e al tuo mondo…<br />
Ma è proprio così?</p>
<p>Magari la cosa che ti farebbe più piacere ricevere, Isa, è proprio quella che non c’entra niente con te e con il tuo mondo.</p>
<p>Proprio non lo so, Isa.<br />
Ci sto ancora pensando.</p>
<p>un bacio<br />
francesco</p>
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