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	<title>marco mancassola &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Mots-clés__Perdersi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Jan 2023 06:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Pavese]]></category>
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		<category><![CDATA[marco mancassola]]></category>
		<category><![CDATA[mots-clés]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Perdersi]]></category>
		<category><![CDATA[Radiohead]]></category>
		<category><![CDATA[Valeria Nicoletti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Valeria Nicoletti</strong> <br /> "Uno straordinario cielo bianco sull'intero paese. Aerei silenziosi a diecimila metri d'altezza. Treni stanchi lungo le pianure. Vivi e morti che coesistevano, avvinghiati gli uni agli altri, disputandosi lo spazio"]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Perdersi</strong><br />
di <strong>Valeria Nicoletti</strong></p>
<p style="text-align: right;">Radiohead, <em>How to Disappear Completely </em>-&gt; <a href="https://www.youtube.com/watch?v=nZq_jeYsbTs">play</a></p>
<p>__</p>
<figure id="attachment_99785" aria-describedby="caption-attachment-99785" style="width: 512px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class=" wp-image-99785" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/fior.jpg" alt="" width="512" height="807" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/fior.jpg 397w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/fior-191x300.jpg 191w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/fior-150x236.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/fior-300x472.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/fior-267x420.jpg 267w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /><figcaption id="caption-attachment-99785" class="wp-caption-text">Manuele Fior, copertina per &#8220;Il diavolo sulle colline&#8221;, Cesare Pavese, Einaudi, 2020</figcaption></figure>
<p>__</p>
<p>Marco Mancassola, <em>Non saremo confusi per sempre</em>, La nave di Teseo, 2018, p. 167</p>
<p>Uno straordinario cielo bianco sull&#8217;intero paese. Aerei silenziosi a diecimila metri d&#8217;altezza. Treni stanchi lungo le pianure. Vivi e morti che coesistevano, avvinghiati gli uni agli altri, disputandosi lo spazio. E dovunque, come sempre, diffusa come un pulviscolo, la solita disperata urgenza di fuggire da qualche parte, pur senza sapere dove dirigersi.<br />
Perciò, quel giorno, ad alcuni apparve chiaro che non ci fosse altra via d&#8217;uscita che questa, verso il dentro, verso il centro della propria difficile umanità, attraverso il pozzo che il dolore di ognuno scavava, silenzioso, fino a congiungersi con l&#8217;infinito.</p>
<p style="text-align: center;">___</p>
<p>[<em>Mots-clés </em>è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. Ogni prima domenica del mese, Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.<br />
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a: tajani@nazioneindiana.com. Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti.]</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>&#8220;Don’t look up&#8221;, o come abbiamo tergiversato di fronte al mutamento climatico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jan 2022 22:45:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
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		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br />In "Losing Earth", Nathaniel Rich ricostruisce la storia del decennio (1979-1989) che ha visto emergere l’allarmante verità sul riscaldamento climatico all’interno delle istituzioni scientifiche e politiche internazionali, e che si è concluso con un nulla di fatto...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><span style="background-color: #ffffff;">.</span></p>
<p>In <strong><em>Losing Earth</em></strong> (<em>Perdere la Terra. Una storia recente</em>) del 2019, lo scrittore e giornalista statunitense <strong>Nathaniel Rich</strong> ricostruisce la storia del decennio (1979-1989) che ha visto emergere l’allarmante verità sul riscaldamento climatico all’interno delle istituzioni scientifiche e politiche internazionali, e che si è concluso con un nulla di fatto, con una ottusa e sciagurata incapacità di agire, di prendere decisioni vincolanti per la riduzione delle emissioni di carbonio. Scrive Rich nel capitolo introduttivo del suo libro: “Nel corso dei dieci anni passati tra il 1979 e il 1989, questa opportunità [d’intervenire sul cambiamento climatico] si è veramente offerta a noi. A un certo momento, alle principali potenze mondiali non mancavano che poche firme per instaurare un quadro giuridico vincolante in grado di ridurre le emissioni”. Mai dopo di allora si è stati così vicini all’obbiettivo. Prima, insomma, che l’Antropocene diventasse un soggetto di dibattito “culturale” sui social e prima che si costituissero partiti più o meno spontanei di negazionisti, illustri scienziati avevano fornito ai dirigenti politici delle grandi potenze mondiali tutti i dati necessari, per stabilire tempestivamente una coordinata e condivisa correzione di rotta sul piano industriale ed economico. In questa vicenda, gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo primario, in particolar modo in occasione del <strong>Summit della Terra, tenutosi a Rio nel 1992</strong>, il più grande raduno di dirigenti politici che la storia abbia conosciuto. Oggi, in maniera quasi unanime, Rio 1992 è considerato l’imprescindibile punto di partenza nella battaglia contro il riscaldamento globale, il momento in cui si sono elencati i <em>principi</em> fondamentali in materia di ambiente, di sviluppo sostenibile e di effetti nocivi che il sistema produttivo umano causa sul clima dell’intero pianeta. E, come sappiamo, questi principi hanno trovato una loro prima applicazione concreta, ossia <em>vincolante </em>(con obbiettivi specifici da raggiungere) solo con <strong>l’entrata in vigore del protocollo di Kyoto nel 2005</strong> per gli Stati firmatari. In sostanza, tra l’enunciazione dei principi in difesa dell’ambiente e l’accettazione di sottoporre a vincoli concreti e quantificabili le proprie politiche di sviluppo sono passati tredici anni. Quello che il libro di Rich ci ricorda è che Rio, in realtà, arrivava tredici anni dopo la <strong>prima conferenza mondiale sul clima di Ginevra del 1979</strong>, nel corso della quale gli scienziati di più di cinquanta nazioni si erano già trovati unanimemente d’accordo sulla necessità di prevedere e prevenire i cambiamenti climatici che dipendessero dell’attività umana e i cui effetti fossero negativi per il benessere dell’umanità. Per quanto riguarda l’esito del Summit di Rio, Rich scrive: “In qualsiasi momento, Bush [senior] avrebbe potuto esigere la firma di un trattato giuridicamente vincolante, e avrebbe indubbiamente ottenuto successo: dopo lo smantellamento dell’Unione Sovietica non solo gli Stati Uniti dominavano economicamente e militarmente il mondo, ma erano responsabili di più di un terzo delle emissioni di carbonio dell’umanità”. Nulla di tutto ciò avvenne, ma in quegli stessi anni l’industria del petrolio e del gas statunitense passò da posizioni difensive e attendiste a un’offensiva massiccia per imporre, a suon di propaganda, l’idea che le cause umane del cambiamento climatico fossero soggette a controversia dal punto di vista scientifico.</p>
<p>È impossibile guardare <em>Dont’look up</em> di Adam McKay (Netflix 2021), senza coglierne l’aspetto non semplicemente satirico, ma anche allegorico. Sei mesi e qualche giorno separano la scoperta di una cometa diretta sulla terra dall’impatto catastrofico che essa avrà una volta giunta a destinazione. È una finestra temporale stretta, situata tra l’annuncio di un fatto “verificato scientificamente” di assoluta gravità e la sua altrettanto “prevedibile” realizzazione. In questo lasso di tempo, è dato all’umanità, attraverso i capi di Stato che dirigono le maggiori potenze mondiali, agire rapidamente e efficacemente, per evitare con tutti i mezzi possibili l’impatto letale del corpo celeste contro il nostro pianeta. L’intreccio tragicomico – difficile eludere l’ombra cupa che la meccanica ridicola proietta dietro di sé – è incentrato sul continuo incepparsi di ogni più razionale e condivisa risoluzione. Dapprima è lo sfavillante alone della futilità mediatica (televisiva e social) che vela ogni comprensione reale delle circostanze. Ad esso si aggiunge, quale ulteriore coltre offuscante, la dinamica dell’azione politica, dominata da una ottusa e feroce spinta di pura autoconservazione, incapace di stabilire minime gerarchie di valore e visuali temporali appena più ampie del calendario elettorale. Infine, è l’intervento dell’interesse privato, ossia dell’imprenditore visionario e monopolista, a minare definitivamente ogni operazione sensata, facendo prevalere un’avidità ormai sganciata da qualsiasi contesto reale.</p>
<p><strong>Ventisei anni sono passati</strong>, nella realtà, tra la prima World Climate Conference di Ginevra e l’attuazione del protocollo di Kyoto, dal momento, insomma, in cui si avvistarono i gravissimi problemi generati dall’uso dei combustibili fossili a quello in cui si è giunti alle prime risoluzioni concrete per limitarlo. Il riscaldamento climatico è parso un fatto altrettanto lontano, seppure scientificamente accertato, dell’esistenza, nel film di McKay, di un asteroide del diametro di alcuni chilometri che finirà per schiantarsi sul pianeta. A differenza di quanto alcuni amano pensare in tempi pandemici, i <em>fatti</em> continuano a esistere, e si prestano ancora ad accertamenti scientifici, ma è indubbio che, se qualcosa di simile a una verità circoscritta esiste, essa non è di per sé facilmente traducibile, comunicabile e dotata di una intrinseca forza di persuasione sulla mente umana. Da buon autore satirico, McKay possiede un’efficace sguardo sociologico e coglie perfettamente l’effetto di diffrazione che l’enunciato scientifico subisce una volta che è calato nei tre “campi” – per utilizzare a proposito la lezione di Bourdieu – che dominano la vicenda narrata: quello politico, quello dei media tradizionali e delle piattaforme elettroniche, e quello dell’economia. Ognuno dei tre campi funziona – lo sappiamo – secondo logiche in parte autonome, ma in questo caso le leggi del potere politico (incarnate dalla presidenza della Casa Bianca), della comunicazione giornalistica e digitale (incarnate dai conduttori televisivi e dal popolo dei social) e del profitto economico (incarnate dall&#8217;imprenditore Peter Isherwell) funzionano a pieno regime e in disconnessione completa con gli altri piani di realtà. Ciò a cui assistiamo non è il dissolversi dei fatti in un puro gioco d’interpretazioni, ma il tentativo di ognuno dei soggetti dominanti nei rispettivi campi d’imporre al resto della società il proprio punto di vista, la propria interpretazione del fatto d’interesse generale, ossia l’arrivo della cometa. La società contemporanea ha trasformato l’ego individuale in un organo proliferante e impazzito, che non è più in grado di essere bilanciato da alcun principio di realtà. Il diniego di tutto quanto intralcia la sacrosanta realizzazione di sé costituisce allora uno dei punti di convergenza tra governati e governanti, che si riconoscono ad un certo punto nello slogan &#8220;Don’t look up&#8221;. La verità che la cometa insopportabilmente ribadisce, però, è che qualunque sia la posizione di vantaggio relativo che occupiamo in una data società, tutti apparteniamo in definitiva a una sola e medesima Terra, e se questa è minacciata non ci sarà un <em>altrove</em> nel quale rifugiarsi. La permanenza delle ineguaglianze sociali e di classe ha legittimato per secoli l’idea che i privilegiati potessero accaparrarsi uno spazio di vita migliore, lasciando dietro di sé, alla maggioranza dei poveri, un mondo di miseria e violenza. L’asteroide che si abbatte nell’oceano pacifico – così come gli effetti del riscaldamento climatico – non risparmieranno i privilegiati neppure nei loro rifugi ipersecuritari, ipertecnologici, iperconfortevoli. Ma se c’è un momento in <em>Don’t look up</em> – che arriva ovviamente troppo tardi –, in cui anche le masse più obnubilate sono costrette ad accettare l’orribile realtà della fine, questo non accade per la cerchia più ristretta dei ricchi e potenti. Essi soffrono fino alla fine di quella che potremmo chiamare la sindrome di Elon Musk, ossia l’irresistibile desiderio di salvarsi, proiettando l’altrove sociale in un altrove planetario, e di essere pronti a lasciarsi dietro di sé non solo quasi otto miliardi di poveri cristi, ma anche l’unico pianeta dotato di vita che l’uomo abbia conosciuto.</p>
<p>(Ne approfitto per rinviare a <a href="https://www.repubblica.it/tecnologia/blog/lettere/2021/12/18/news/perche_elon_musk_non_e_l_uomo_dell_anno-330705300/">un bell’articolo</a>, dedicato da <strong>Marco Mancassola</strong>, alla figura di Musk, e per citare un passo dall’ultimo libro di <strong>Bruno Latour</strong> (<em>Où suis-je? Leçons de confinemnt à l’usage des terrestres</em>, La Découverte 2021), dove è ancora questione dell’imprenditore d’origine sudafricana : “C’è da chiedersi se l’espressione ‘coscienza planetaria’ piuttosto vuota fino ad ora, non abbia cominciato a caricarsi di senso. Come se si percepisse in lontananza questo slogan imprevisto, ma ogni giorno meglio scandito: ‘Confinati di tutti i paesi, unitevi! Avete tutti gli stessi nemici, ossia coloro che vogliono scappare su di un altro pianeta&#8217;.”)</p>
<p><em>Don’t look up</em> s’inscrive nella migliore tradizione del cinema satirico statunitense e, pur mancando della fastosità di Kubrick e del genio comico di Peter Sellers, è accostabile al <em>Dottor Stranamore </em>(1964) o al più recente <em>War the Dog</em> di Barry Levinson (1997), con la coppia De Niro e Hoffman. L’efficacia di un film satirico è data, mi sembra, dall’ampiezza dei meccanismi sociali “malati” che riesce a trattare, ed è evidente che gli Stati Uniti, per il ruolo egemonico e di superpotenza planetaria che ancora svolgono, offrono un osservatorio straordinario, in cui anche le realtà più periferiche finiscono per riconoscersi. È fin troppo facile, realizzare satira su realtà culturali e politiche periferiche, minori, provinciali. Ovviamente, i quattro anni delle presidenza Trump, ma anche il ruolo crescente delle piattaforme elettroniche nella vita della popolazione mondiale, hanno preparato il terreno per quel trionfo dell’idiozia, che il film di McKay inscena. La satira ben riuscita, poi, ha una funzione fondamentale: essa permette di <em>disidentificarsi </em>dai modelli sociali vincenti e di rinnegare il tono <em>serio e convinto </em>con il quale assumiamo, facciamo nostri – come fosse una conquista dell’intelligenza (della mente aggiornata e “progressista”) – i discorsi dominanti, i temi del giorno, le opinioni d’ultima fattura, che sarebbe imperdonabile lasciar macerare nei meandri del dubbio e dell’esame critico.</p>
<p>Tra le prime scene del film, ve n’è una che riguarda un evento minore, assolutamente trascurabile a fronte delle vicende cruciali che si svolgono in seguito e che hanno portata mondiale. I due scienziati responsabili dell’identificazione della cometa e della sua orbita, accompagnati da un terzo scienziato che lavora per la NASA, sono spediti a Washington per parlare direttamente con il presidente (donna) della loro scoperta sconvolgente. Alla Casa Bianca sono accolti da un generale pluridecorato del Pentagono. Questi, dopo aver passato con loro lunghe ore di attesa fuori dalla stanza ovale, compare ad un tratto con bottigliette d’acqua e qualche pacchetto di patatine. Li distribuisce agli scienziati esausti e affamati, lamentando però il loro costo eccessivo: “Qui qualsiasi cosa costa un braccio”. Viene, quindi, da tutti rimborsato prontamente. Il personaggio più giovane, la dottoranda in astrofisica Kate Dibiasky – è lei che ha dato il nome alla cometa –, scopre però qualche ora dopo che snacks e bibite sono gratuitamente a disposizione di tutto il personale e degli ospiti della Casa Bianca. Nel frattempo il generale li ha mollati, per partire per Okinawa, dove lo attende qualche faccenda apparentemente più importante della probabile fine del mondo, di cui si dovrebbe discutere a Washington. Durante tutto il seguito della storia, fino a pochi giorni da quella che è ormai l’inevitabile e certa distruzione del pianeta, Kate Dibiasky non smetterà di chiedersi incredula per quale motivo il generale del Pentagono ha voluto truffarli, sottraendo loro una somma che di certo non lo ha arricchito. Non solo nessuno può garantire – come già insegnava Hume – che domani il sole sorgerà, o che la Terra sia ancora integra e preservata da un incidente cosmico, ma nessuno è neppure in grado di spiegare perché un generale del Pentagono sessantenne, all’apice della sua carriera, faccia pagare a tre scienziati che non hanno mai messo piede nella Casa Bianca qualche pacchetto di patatine e bottiglietta d’acqua, che ha prelevato gratuitamente nel bar a disposizione di tutti. Se il destino del cosmo è imprevedibile per la limitatezza del sapere umano, l’idiozia dell’uomo è impenetrabile, anche quando si manifesta nei gesti apparentemente più irrilevanti e banali, come la piccola truffa che il generale, dall’aria per altro garbata e cortese, ha realizzato alle spalle della Dibiasky e dei suoi due colleghi.</p>
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		<title>Esercizio di memoria – Genova 2001</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jul 2021 06:05:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[G8 Genova]]></category>
		<category><![CDATA[Genova 2001]]></category>
		<category><![CDATA[marco mancassola]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marco Mancassola</strong><br />
Nella mia storia di persona cresciuta negli anni Ottanta e Novanta, l’utopia e la distopia non si erano mai affrontate in modo così diretto, sotto i miei occhi, come su quelle strade. Ma l’utopia si mostrò e la distopia la massacrò]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-91619" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/1024px-Genova-G8_2001-Scudi_disobbedienti.jpg" alt="" width="1024" height="714" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/1024px-Genova-G8_2001-Scudi_disobbedienti.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/1024px-Genova-G8_2001-Scudi_disobbedienti-300x209.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/1024px-Genova-G8_2001-Scudi_disobbedienti-768x536.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/1024px-Genova-G8_2001-Scudi_disobbedienti-150x105.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/1024px-Genova-G8_2001-Scudi_disobbedienti-696x485.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/1024px-Genova-G8_2001-Scudi_disobbedienti-602x420.jpg 602w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/1024px-Genova-G8_2001-Scudi_disobbedienti-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>di <strong>Marco Mancassola</strong></p>
<p>Non pensavo di avere tanti ricordi di quei giorni a Genova. Un pomeriggio mi sono seduto e ho iniziato a scriverli. Venti anni di distanza sembrerebbero sufficienti per sbiadire la memoria, ma i ricordi erano lì e uno a uno sono affiorati quasi docilmente.</p>
<p>All’inizio è riemerso il rumore delle bottiglie di plastica che i manifestanti grattavano contro le reti di metallo della zona rossa. Era un rumore simile a un enorme concerto di cicale, un modo per farsi sentire dall’altra parte e protestare contro le recinzioni che spaccavano in due la città. Poi nella memoria sono comparsi i violenti idranti con cui dall’altro lato la polizia iniziò a respingerci. E poi l’acqua (molto più benevola) che i genovesi ci lanciavano dalle finestre, per rinfrescarci e dissetarci, mentre noi sudavamo nelle strade assolate. Una signora dal balcone ci innaffiava con una canna da giardino e intanto teneva d’occhio le strade vicine, per avvertirci se arrivavano camionette della polizia.</p>
<p>Quindi nella memoria è comparsa la segatura, asciutta, polverosa, usata per coprire la macchia lasciata sull’asfalto dal sangue di Carlo Giuliani. La gente deponeva biglietti e lumini accesi. La calma desolata in quella piazza, il giorno dopo la sua morte, anche mentre intorno si scatenava l’inferno.</p>
<p>Ai corsi di scrittura propongo spesso questo esercizio: scegliete un luogo, un periodo, una situazione del vostro passato. Chiudete gli occhi, respirate a fondo, e <em>tornate là</em>. Iniziate a scrivere quel che ricordate. Le immagini, le voci, gli odori, i dettagli sensoriali, le percezioni del corpo, gli episodi importanti o minimi, tutto ciò che ha lasciato un graffio sulla tavola della memoria. Continuate a scrivere finché avete ricordi. È un esercizio in apparenza innocuo ma che a volte diventa un’indagine profonda, creando associazioni e catene impreviste di ricordi.</p>
<p>La rievocazione acquista allora un’intensità inattesa. Come qualcosa che pensavamo di guardare attraverso un vetro protettivo e che invece, a un tratto, ci colpisce duramente in faccia.</p>
<p>I ricordi di chi era a Genova nei giorni di quel G8 (da giovedì 19 luglio a domenica 22 luglio 2001 – un micromondo di quattro giorni, ognuno con le sue specifiche memorie) compongono di solito una scala di gradazioni del trauma. Da chi scampò alle violenze peggiori ma dovette nascondersi dai picchiatori in divisa nei vicoli e fra i cassonetti, ai ricordi di chi fu pestato, sequestrato e torturato.</p>
<p>In mezzo, in realtà, ci sono anche schegge di memorie luminose: il grande corteo dei migranti del giovedì, festoso, rumoroso, i suoi cori ingigantiti dall’eco dei sottopassaggi. La serata di musica con cui si concluse al campo del Social Forum. Al tendone-ristoro c’erano cesti di mele gratuite, e nella mia testa resta l’immagine di gente euforica che mangia mele, senza sospettare quel che avrebbe vissuto dal giorno dopo.</p>
<p>Oppure, la telefonata orecchiata il mattino dopo in un negozio di alimentari: il gestore aveva tenuto aperto nonostante gli allarmi dei media, e ora al telefono raccontava stupito che questi <em>no-global</em> non erano come dicevano i giornali, erano pacifici e amichevoli e gli stavano facendo fare buoni affari.</p>
<p>Persino la città rimodellata da reti e sbarramenti di container Evergreen, pur avendo un ovvio aspetto distopico, offriva delle apparenti oasi. In certi angoli, che sembravano quasi offrire un riparo, comparivano i membri del Living Theatre e improvvisavano performance.</p>
<p>La sera del giovedì si concluse con un temporale. Mentre camminavo fradicio verso la casa dove sarei stato ospite mi persi. Era notte e le strade adesso erano deserte, spazzate dal diluvio; qualunque via prendessi mi conduceva contro le inferriate della zona rossa, dove guardie imbacuccate e armate di mitra mi guardavano con gli occhi socchiusi, chiedendomi mutamente che ci facevo lì.</p>
<p>Che ci facevo lì? Una cosa notata negli anni è che chi racconta di essere stato a Genova sembra sentire anzitutto l’urgenza di spiegare perché ci andò, come servisse una giustificazione. Ero lì da simpatizzante dei movimenti e da osservatore; avevo un vago progetto di scrivere un pezzo e di riprendere i cortei con una videocamera avuta in prestito (le mie videoriprese le avrei poi lasciate a Radio Sherwood, che nei giorni successivi fece un appello per raccogliere materiali video sui fatti di Genova, ma non credo servirono a molto: mostravano soprattutto nuvole di lacrimogeni, immagini mosse prese scappando dalle cariche, registrazioni di grida concitate).</p>
<p>A Genova confluirono persone diverse, gruppi diversi, gradi di politicizzazione diversi, la famosa <em>moltitudine</em> di cui si parlava allora: ecologisti, sindacalisti, centri sociali, cattolici, pacifisti… Membri di associazioni e cani sciolti come me. A tenerci insieme era lo slogan che tutti urlavamo, <em>un altro mondo è possibile</em>. E in realtà, non serviva altra giustificazione per la nostra presenza oltre al bisogno di gridare insieme quella frase. Soltanto negli anni, credo, mi sarei reso conto di quanto quello slogan fosse impellente, utopico, necessario, e sovversivo alle orecchie dei poteri economici e politici di quell’inizio di millennio.</p>
<p>Del venerdì, ricordo che il cielo era tornato di un sereno accecante. Ricordo il gruppo di Socialist Workers inglesi cui mi unii la mattina, <em>re-sist</em>, <em>re-volt</em>, <em>fuck-Ber-lusconi</em>. Il momento in cui procedendo sulla strada intrecciammo le braccia e la pelle degli altri scottava di sole; poi quello in cui tutti si tirarono la bandana sul naso, intuendo l’arrivo dei lacrimogeni.</p>
<p>La prima carica di manganellatori (avevo visto altre cariche della polizia nella mia vita, ma non sembravano così furiose e avevo sempre pensato, ingenuamente, che bastasse tenersi lontani dagli scontri per essere al sicuro), il rumore di passo militare, i tonfi sui corpi colpiti come sacchi, i versi senza controllo provenienti da picchiati e picchiatori.</p>
<p>L’istinto puro e animale di fuggire, i poliziotti bardati come androidi neri che ci inseguivano gridando comunisti di merda, vi facciamo il culo vi facciamo il culo. E la parte ottimista di me che ancora cercava di razionalizzare, pensando che ci avevano caricati e inseguiti per sbaglio, ci avevano scambiati per manifestanti violenti.</p>
<p>Poi il ragazzo e la ragazza insanguinati (lui sembrava avere il naso spaccato) in cui incappai più tardi, le voci rotte con cui raccontavano di essere stati fatti salire a forza su una camionetta della polizia mentre camminavano tranquilli per strada, malmenati e minacciati di morte e poi sbattuti fuori dalla camionetta che era sgommata via. Io e gli altri che si erano fermati ad ascoltare ci guardavamo, dapprima increduli. In quel momento, fra la tarda mattinata e il primo pomeriggio del venerdì, credo che in punti diversi della città molti stessero realizzando che era in corso qualcosa di anormale, di enorme, di mostruoso; che le strade di Genova erano diventate un terreno di caccia con licenza libera, un parco a tema del tipo “pesta la zecca”.</p>
<p>Un altro esercizio classico di scrittura e memoria è quello di descrivere una personale <em>madeleine</em> proustiana. Come nell’episodio della <em>madeleine</em> di Proust: un’esperienza o sensazione che ci trasporta indietro nel tempo, a quando nel passato incontrammo quella stessa sensazione o una di simile. La <em>madeleine</em> apre una specie di tunnel temporale, attraverso il quale andiamo a visitare il ricordo e il ricordo, implacabile, visita noi.</p>
<p>Rispetto ai giorni di Genova, la mia <em>madeleine</em> più implacabile rimane il rumore di elicottero. Da vent’anni, il suono casuale di qualsiasi elicottero mi fa tornare ai giorni di quel G8, un’associazione così immediata che sembra diventata parte del mio sistema nervoso.</p>
<p>Gli elicotteri a bassa quota che incombevano sulla testa, senza sosta, giorno e notte, il rumore ossessivo che batteva nello stomaco; gli agenti che da là sopra a volte ci riprendevano con videocamere, altre volte ci facevano il dito (un’immagine che sarebbe quasi ridicola se non si affiancasse, nella mente, a quello che i loro colleghi stavano facendo in quel momento nelle strade e alla caserma di Bolzaneto); l’elicottero che si piazzò sopra di noi, il venerdì sera, mentre nello spiazzo del Social Forum si teneva un’assemblea d’emergenza, con l’ovvio intento di impedirci di parlare.</p>
<p>C’è anche una “<em>anti-madeleine</em>”, in verità: una sensazione che non capita di ritrovare nella vita quotidiana, non può essere ricordata da sensazioni somiglianti, ma la cui traccia riaffiora talvolta dal nulla. È il sapore alieno del CS, l’arma chimica dagli effetti mutageni (provoca cambiamenti genetici) di cui furono sparate oltre seimila cartucce addosso alla gente. (Assieme al CS fu usato il CN, dagli effetti co-cancerogeni.)</p>
<p>Il sapore-odore di quel gas ha qualcosa di indefinibile, non può essere ricordato a comando, ma a volte il cervello lo risputa dagli archivi olfattivi della memoria e allora sembra impregnare ancora, per un attimo, le mucose del naso e della gola.</p>
<p>Ora le immagini si fanno più sporadiche, confuse, e riguardano soprattutto la giornata del sabato, che nella mente resta un’allucinazione tossica e bianca: la prima volta che un candelotto mi atterrò fra le gambe e lo guardai quasi affascinato, come fosse un piccolo UFO ferito. Il rantolo metallico con cui i candelotti colpivano l’asfalto, la pioggia incessante in cui arrivavano, i bozzoli di alluminio che brillavano al sole. Quello che afferrai per allontanarlo, lanciandolo verso il lungomare, ustionandomi stupidamente la mano. La patina bianca che il gas lasciava a terra. La testa che pulsava, le schiene che tossivano, la gente che si reggeva ai muri in preda a nausea e vertigini. E le allergie e le dermatiti misteriose degli anni successivi, la “sindrome di Genova” segnalata anche da tanti altri. (Edoardo Magnone, chimico dell’Università di Genova, scrisse della “più grande operazione di guerra chimica in tempo di pace che si sia mai verificata in Europa”.)</p>
<p>Mentre scrivo, certi ricordi tornano netti, sempre più a fuoco. Altri hanno i contorni e la logica di un sogno strano, assurdo, disordinato:</p>
<p>i tamburi, che parevano usciti da un negozio di giocattoli, con cui i presunti anarchici vestiti di nero facevano le loro marcette, mentre i manifestanti si tenevano a distanza. Non ricordo molto altro di quei tipi vestiti di nero, soltanto i loro ridicoli tamburi. E le carcasse fumanti delle auto incendiate.</p>
<p>I pacifisti che avanzavano con le mani cosparse di gesso bianco; quelli che si scrivevano addosso con i pennarelli la parola “FRAGILE”, sulle magliette, sulle braccia nude, sulle gambe; i manifestanti accerchiati con le braccia alzate che ripetevano “pace, pace”, i poliziotti che sputavano loro addosso. L’uomo di mezza età (avrà avuto l’età che ho io adesso) che camminava in stato confusionale, la faccia lavata di sangue, implorando “basta”.</p>
<p>E i telefoni che non prendevano a causa del grande assembramento (altri tempi, le reti mobili andavano in tilt), i messaggi che arrivavano con ore di ritardo, rendendo impossibile ritrovare gli amici persi nel caos; la paranoia di pensare che fossero feriti, che fossero morti; il continuo ritrovarsi e perdersi, il riunirsi e disperdersi della folla sotto la pioggia di lacrimogeni, l’alternarsi di un potente senso di comunità e di uno di solitudine gelida, terrorizzante.</p>
<p>A cosa serve un esercizio di memoria?</p>
<p>Negli anni subito dopo i fatti di Genova, la memorialistica di chi era stato là diventò quasi un genere: alcuni ricordi tornavano nei resoconti di molti, altri sembravano più personali. Tutti i racconti si ponevano come testimonianza, un contributo all’inchiesta collettiva su ciò che era successo. E il lato di inchiesta era la priorità. Si ponevano ovviamente anche come polizza anti-oblio; in un messaggio a un gruppo teatrale Haidi Giuliani citò Milan Kundera: “La lotta dell’uomo contro il potere è la lotta della memoria contro l’oblio”.</p>
<p>In anni più recenti si è aperto infine uno spazio ulteriore, quello per fare dei conti più interiori, psichici, generazionali, per incastonare i ricordi non solo nel necessario sforzo di ricostruzione e conservazione dei fatti, ma nella storia di ciò che siamo diventati.</p>
<p>L’esercizio di memoria serve anche, per alcuni, banalmente ad aprire il cancello della memoria, darsi il permesso di ricordare. Sembra strano, ma nonostante i fatti di Genova siano stati per anni un tema così discusso, molti di coloro che erano là – anche questa una cosa osservata nel tempo – sono rimasti reticenti a parlarne. Non ne ho quasi più parlato con le persone che conosco e che erano là. Forse una reticenza dovuta al trauma, o forse al contrario alla mancanza di trauma estremo (in fondo fummo abbastanza fortunati da non subire le atrocità di Bolzaneto, da non finire in coma o con le ossa fratturate come chi si trovava alla Diaz).</p>
<p>Forse era dovuta a un misto di amarezza, di rabbia, di timore di scadere in facili retoriche, o all’impressione che altri avessero già raccontato le cose più importanti.</p>
<p>Io provavo anche una forma di imbarazzo, credo, nel ripensare al me stesso che si aggirava stranito per quelle strade, in quei giorni, e al fatto che solo nelle ore successive, nei giorni, negli anni, avrei realizzato in pieno cosa mi era successo intorno. Ero tornato a casa, come molti, sentendomi segnato, come invecchiato di anni nel giro di pochi giorni, e questo si portava dietro un peso tutto suo. Inoltre, c’era un imbarazzo ulteriore, che definirei un <em>imbarazzo storico</em>, nel chiedermi cosa ne avevo fatto infine di un’esperienza del genere, e cosa ne aveva fatto la mia generazione.</p>
<p>L’anno dopo ci ritrovammo al Social Forum Europeo di Firenze. Quello dopo ancora, alle marce contro la guerra in Iraq. Qualcosa però si era perso. La narrazione tipica di quegli anni ci dice che il doppio colpo della repressione poliziesca a Genova e dello shock globale delle Torri Gemelle spezzò lo slancio dei cosiddetti movimenti <em>no-global</em>. Dopo l’11 settembre, a un tratto sembrò più difficile affermare che un altro mondo era possibile; l’opinione pubblica che aveva ascoltato con interesse i movimenti si ritirò in una nuova fase di paura.</p>
<p>Eppure, quello che fu gridato a Genova era un messaggio di forza eclatante. Al di là della moltitudine delle esperienze, delle analisi e delle controversie che sarebbero seguite a quei giorni, a Genova si riunì una generazione che osava mettere in discussione il principio supremo del neoliberismo: l’idea che non esistevano altre opzioni, nessun altro mondo possibile, una dogmatica mancanza di alternative che Mark Fisher, anni dopo, avrebbe chiamato <em>realismo capitalista</em>.</p>
<p>Era un movimento che non credeva al feticcio della crescita infinita né alla presunta “fine della storia”. <em>Un altro mondo è possibile</em>. Non fu certo l’ultimo movimento di protesta, ma fu l’ultimo con un messaggio compiutamente utopico, almeno secondo le categorie novecentesche con cui eravamo cresciuti; prima che il concetto stesso di futuro entrasse collettivamente in crisi, e quello di catastrofe diventasse una realtà concreta a cui adattarsi.</p>
<p>La cultura poliziesca più sadica e fascista che trovò espressione a Genova di sicuro non agiva sulla scorta di queste considerazioni, ma il crudo simbolismo di quello che accadde fu chiaro.</p>
<p>Nella mia storia di persona cresciuta negli anni Ottanta e Novanta, l’utopia e la distopia non si erano mai affrontate in modo così diretto, sotto i miei occhi, come su quelle strade. Ma l’utopia si mostrò e la distopia la massacrò. La distopia aveva i manganelli tonfa, le cartucce di gas sparate ad altezza uomo, il potere di sospendere i diritti democratici e umani; aveva licenza di fare quel che voleva, poteva spezzare le costole e i denti alla gente, arrestarla e farla sparire nel nulla per giorni, costringere le persone trattenute nelle caserme a inneggiare a Pinochet.</p>
<p>Negli anni successivi il mondo diventò quello che i movimenti di allora avevano temuto: tragicamente, fu dimostrato quanto avessero avuto ragione. Le disuguaglianze spinte a livelli grotteschi, le crisi planetarie sfruttate a proprio vantaggio da un capitalismo rapace, le nuove tecnologie usate per concentrare sempre di più il valore e riorganizzare in modi disumani il lavoro. L’irreversibile catastrofe climatica e ambientale che esplodeva sotto i nostri occhi.</p>
<p>È attraverso questi eventi degli ultimi vent’anni che ci volgiamo indietro e, come attraverso un vetro annebbiato e crepato, rivediamo quella generazione, quei giorni di un luglio assolato, quelle ore di protesta e massacro.</p>
<p>Per questo continuo a setacciare in quel grumo di ricordi. C’è un giovane uomo con gli occhi arrossati dal gas, una videocamera in mano che non sapevo nemmeno usare, la maglietta che odorava di sudore e CS. La cosa più difficile da ricordare, ora, attraverso il vetro crepato, è la sensazione che provavo nel credere in quel messaggio. La possibilità di un altro mondo. Poi il vetro si fa nitido fino a scomparire: è il potere degli anniversari, e di certi esercizi di memoria. Farci dire qualcosa da quello che siamo stati. E allora ricordare, <em>sentire</em> che credevo davvero in quel messaggio. E ricordare che venti anni dopo l’unica possibilità di salvezza, nonostante gli strati di cinismo accumulati, nonostante sembri troppo tardi, nonostante sembri impossibile, è crederci ancora.</p>
<p style="text-align: left;"><em>Immagine di copertina: Genova, 20 luglio 2001. Di Ares Ferrari, da:</em> <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Genova-G8_2001-Scudi_disobbedienti.jpg" target="_blank" rel="noopener">https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Genova-G8_2001-Scudi_disobbedienti.jpg</a></p>
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		<title>London revisited</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Aug 2011 09:20:55 +0000</pubDate>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/6a0105351f2394970c015390a19e17970b1.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/6a0105351f2394970c015390a19e17970b1-300x190.jpg" alt="" title="6a0105351f2394970c015390a19e17970b" width="300" height="190" class="alignnone size-medium wp-image-39848" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/6a0105351f2394970c015390a19e17970b1-300x190.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/6a0105351f2394970c015390a19e17970b1.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Ho saputo che i disordini erano scoppiati anche a Brixton quando sulla metropolitana hanno annunciato che il treno non avrebbe fermato in quella stazione: era chiusa per “vandalismo”. Nel frattempo i disordini si erano sparsi in varie parti della città e a Tottenham, a pochi passi da dove vivo, si sentiva ancora l&#8217;odore di bruciato nell&#8217;aria. Le macchine incendiate erano state rimosse in fretta, ma avevano lasciato lunghe sagome annerite sull&#8217;asfalto.</p>
<p>“Negli altri paesi le rivolte scoppiano per domandare democrazia o far cadere un governo, qui scoppiano per assaltare i negozi”, afferma un amico anglosassone quando infine lo raggiungo a Brixton. Joe mi accompagna a vedere il negozio di attrezzature elettriche Currys a un centinaio di metri da casa sua. Lo hanno saccheggiato poche ore prima. Non c&#8217;è molto da vedere oltre alle solite vetrine infrante, serrande abbassate ormai inutilmente, un mucchio di merce calpestata sulla soglia.<span id="more-39845"></span></p>
<p>Quella sera le sirene urlanti, elemento già fin troppo tipico nel paesaggio sonoro della capitale, riempiono le strade. Le volpi del boschetto in fondo alla strada, che di solito col buio si avventurano fuori, schizzano via al passaggio di ogni convoglio di polizia. In tivù un notiziario sta facendo il punto sugli avvenimenti globali con un montaggio di immagini in diretta: a un tratto, una piccola epifania. Sullo schermo diviso in due si vede da una parte un edificio in fiamme a Croydon, Londra sud, dall&#8217;altra la campanella di chiusura della borsa di New York alla fine dell&#8217;ennesima giornata nera. Il caos per le strade e il tonfo finanziario. L&#8217;accostamento ha qualcosa di così emblematico da lasciare muta, per qualche secondo, persino la voce del loquace commentatore.</p>
<p>Il rapporto diretto fra speculazioni finanziarie e impoverimento delle fasce deboli, fra politiche economiche e disperazione giovanile, è un argomento lampante e viene usato da più parti, in questi giorni, per abbozzare letture politiche degli avvenimenti inglesi. Mentre i tabloid invocano la tolleranza zero, gridano allo scandalo dei baby-rivoltosi (“Un saccheggiatore di 7 anni!” era il titolo di una recente copertina) e applaudono la polizia quando usa maniere forti, l&#8217;opinione pubblica liberal si interroga sul fallimentare contesto economico-educativo in cui crescono i ragazzi dei quartieri difficili.</p>
<p>Gli amici politicizzati mandano link di analisi rivoluzionarie. In tutta Europa, come in occasione di altre sommosse di strada, varie voci salutano l&#8217;avanguardia della sollevazione prossima ventura. Letture a cui sfugge, forse, il carattere scivoloso dei fatti inglesi. La velocità con cui la protesta per l&#8217;uccisione da parte della polizia del giovane Mark Duggan si è trasformata in una cronaca di saccheggi, incendi e atti vandalici estranei a ogni ordine simbolico – i negozi colpiti erano a volte di grandi catene, molte altre negozietti a conduzione familiare – parla di un tipo di sommossa che si beffa delle analisi, delle letture, delle sovrastrutture politiche e degli stessi ordini simbolici.</p>
<p>Su Youtube, i video di Grime Report celebrano questa obliquità tra politico e non politico, tra ciò che è possibile militanza e ciò che è la semplice appartenenza a una gang. Grime è il nome del genere musicale, una forma di hip-hop, sviluppato da anni nei ghetti londinesi. I video in questione mostrano montaggi di immagini delle rivolte e dei luoghi devastati con il sottofondo di brani incalzanti. Un nuovo genere a metà tra il videogiornalismo e il videoclip. Sempre su Youtube, ha fatto scalpore il video di un ragazzo ferito durante le sommosse. Sputa sangue sull&#8217;asfalto. Alcuni dei saccheggiatori si avvicinano, sembrano volerlo aiutare, mentre altri in realtà si avvicinano da dietro, gli aprono lo zaino e lo derubano con noncuranza. Il video, nella sua banalità, ha qualcosa di disturbante: seppure riferito a un episodio isolato, sembra delineare un orizzonte di singoli all&#8217;attacco, senza molta solidarietà reciproca.</p>
<p>Chi vive a Londra conosce la cronaca quotidiana di omicidi, aggressioni, coltellate che hanno per protagonisti gli adolescenti della città. Gli adolescenti girano per i quartieri, sfaccendanti, con le loro scarpe da ginnastica bianchissime, assorbendo le contraddizioni di un&#8217;intera metropoli, di un&#8217;intera società. Quando l&#8217;inquietudine trova la scintilla per diventare disordine, ecco che l&#8217;evento prende forma quasi di estremo flash-mob, happening del qui e ora, sfogo febbrile a metà tra la disperazione di chi non ha nulla da perdere e il rito anarchico-liberatorio. Spaccare tutto è appagante. Questi ragazzini “senza coscienza” non fanno ciò che il nostro inconscio di adulti occidentali, di fronte agli scricchiolii macabri del sistema, sempre più spesso sogna di fare?</p>
<p>Croydon brucia, le borse crollano. Condannabili o meno, dotate di rivendicazioni ideali oppure occasioni di saccheggio vigliacco, le sommosse urbane – plurali, con pulsioni diverse, intrecciate tra loro e a volte indistinguibili – sembrano avere un&#8217;aria drammaticamente inevitabile. Ken Livingstone, ex sindaco di Londra, dice in tivù che questi ragazzi “non pensano di fare parte di questa società”. In fondo non siamo a casa di Margaret Thatcher? La profetessa del neoliberismo, colei che affermava: “La società non esiste.”</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/6a0105351f2394970c0153909a66fa970b-800wi.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/6a0105351f2394970c0153909a66fa970b-800wi-300x225.jpg" alt="" title="6a0105351f2394970c0153909a66fa970b-800wi" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-39849" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/6a0105351f2394970c0153909a66fa970b-800wi-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/6a0105351f2394970c0153909a66fa970b-800wi.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Molta gente, nelle giornate clou degli scontri e dei saccheggi, è andata a mangiare nei ristorantini di Dalston: sapeva che erano aperti. E il motivo per cui erano aperti era che i ristoratori e i negozianti turchi della zona avevano chiamato amici e parenti, con mazze da baseball, a fare la guardia delle proprie vetrine. Ha funzionato. Le gang dei ragazzini sono passate per la zona ma, tranne l&#8217;assalto a un negozio della catena JD Sports, non hanno osato altro.</p>
<p>Basterebbe questo episodio per suggerire che negli scontri di Londra si sono intrecciati vari fattori, comprese le tensioni tra comunità diverse – comunità razziali, come del resto accade da decenni in questo paese; comunità anagrafiche, con gli adolescenti con felpa e cappuccio a formare una comunità a sé. I tre uomini di origine asiatica morti a Birmingham sono stati uccisi in questo modo, investiti da un&#8217;auto mentre facevano la guardia a una pompa di benzina.</p>
<p>Le autorità, d&#8217;altro canto, incoraggiano l&#8217;autodifesa: secondo il quotidiano Guardian, la polizia avrebbe distribuito istruzioni ai commercianti londinesi sull&#8217;“uso ragionevole della forza” per difendere le proprietà. Le vendite online di strumenti di autodifesa sono lievitate: Amazon.co.uk ha visto crescere a livelli esorbitanti, nelle ultime ore, le vendite di mazze “sportive”. Un clima da far west in cui i poveri, ancora una volta, sembrano pronti a massacrarsi a vicenda.</p>
<p>Un fondo speciale di venti milioni di sterline è stato intanto annunciato dalle autorità londinesi per i danni subiti dalle attività commerciali. Si attendono dettagli su come sarà distribuito. Ne potranno beneficiare solo i negozi indipendenti, magari privi di assicurazione, o anche quelli di grandi catene? Catene di abbigliamento sportivo come Foot Locker o JD Sports, tra le più colpite, dovrebbero forse iniziare a considerare i danni da sommosse urbane come fisiologici: sono i negozi dove gli stessi ragazzi delle periferie lavorano o provano a lavorare, comprano oppure rubano. I negozi che definiscono il loro stile, che loro adorano e che poi, a quanto pare, alla fine incendiano. Il ciclo è completo. Il cortocircuito totale.</p>
<p>A un paio di giorni dalla fine delle violenze, i cappucci delle felpe sono su, come sempre. Gli adolescenti camminano sotto il cielo livido di un&#8217;estate che quest&#8217;anno non è mai arrivata. Il sei per cento dei giovani londinesi sotto i 19 anni, dice una statistica del Centre for Social Justice, appartiene a una gang. Le gang di strada “censite” sono 257. In un altro articolo, assai profetico, comparso sul Guardian a fine luglio, si parlava della chiusura dei youth club nei quartieri del nord di Londra, dovuta ai tagli sociali che hanno ridotto del 75% il budget dei servizi giovanili. In molte aree, i youth club erano l&#8217;unica alternativa alla socialità delle gang. La loro chiusura, combinata con i tagli all&#8217;istruzione, avrebbe portato a grossi problemi nelle strade, annunciava un operatore sociale.</p>
<p>Eppure nelle strade di Londra, si sa, tutto scorre con cinica velocità. La città si scrolla di dosso la cenere dei roghi. I turisti belgi e francesi che vengono in giornata a fare shopping a Oxford Street, approfittando del cambio favorevole, sembrano non aver neppure sentito parlare delle rivolte. Business as usual, come si dice qui. Fino magari alle prossime fiammate. Fino ai prossimi roghi altrettanto veloci. Sotto il cielo livido sembra difficile, al momento, trovare il modo di immaginare qualcos&#8217;altro: roghi estemporanei, atroci e intermittenti.</p>
<p>articoli pubblicati su  Il Manifesto, <em> con i titoli, &#8220;Nelle borse, nelle strade&#8221; e &#8220;Business as usual&#8221;, 11 e 12 agosto 2011. </em></p>
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		<title>L&#8217;AGGETTIVAZIONE TEMATICA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Mar 2011 01:24:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di FRANCO BUFFONI Parlare  oggi di “letteratura omosessuale” mi fa una strana impressione. Da un lato sono convinto che in Italia ce ne sia ancora bisogno: in Italia l’omosessualità non è ancora “normale”. L’omosessualità diventa normale quando è normata. In Italia è ben lungi dall’esserlo. Il mondo post-gay – come ci dice Marco Mancassola – [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di FRANCO BUFFONI</p>
<p>Parlare  oggi di “letteratura omosessuale” mi fa una strana impressione. Da un lato sono convinto che in Italia ce ne sia ancora bisogno: in Italia l’omosessualità non è ancora “normale”. L’omosessualità diventa normale quando è normata. In Italia è ben lungi dall’esserlo. Il mondo post-gay – come ci dice Marco Mancassola – è un mondo dove le inclinazioni non implicano per forza il riconoscersi in un gruppo, in una presunta cultura o in uno stile di vita. Da noi invece c’è ancora molto bisogno di una rivendicazione militante della differenza. Prima di poterci concedere – anche noi – il superamento dei ruoli e delle categorie.<br />
Dall’altro lato, tuttavia, parlare di letteratura omosessuale mi riporta – per analogia – al disagio che provai qualche anno fa a Siena, quando in occasione di un convegno sulla traduzione, dopo avere impostato la mia riflessione sulla differenza costituita dalla traduzione letteraria (per analizzare la quale risultano inadeguati gli strumenti della sola linguistica teorica: occorre integrarli con un’altra strumentazione preveniente dalla “dottrina del gusto” di kantiana memoria, alias dalla filosofia estetica) uno Jago precocemente canuto mi contestò affermando che non si sarebbe mai sognato di parlare di traduzione chimica, dopo aver tradotto un manuale, per l’appunto, di chimica.<br />
Che cosa delimita i confini di una presunta letteratura omosessuale, ci possiamo chiedere. La vita erotica, presunta o dichiarata, di chi scrive? I temi trattati? Cercherò di rispondere ricostruendo la mia genealogia. Ma certamente continuerò a parlare di traduzione letteraria – almeno fino a quando percepirò che tale formula custodisce un’inalienabile specificità – e continuerò a parlare di letteratura omosessuale, almeno fino a quando da essa mi giungerà una rivendicazione di fondo.<span id="more-38485"></span></p>
<p>Ero in Inghilterra nel 1970, quindi (con l’amico Mario Mieli) assistetti alla nascita del movimento: ricordo le riunioni nella sede di New Caledonian Road.<br />
Poi ne tentammo l’importazione a Milano, con varie fasi, fino alla spaccatura: Mario duro e puro nell’ala oltranzista (queer ante litteram); io tra coloro che decisero di fiancheggiare il partito radicale.<br />
Risale a quegli anni la scrittura del mio romanzo breve Reperto 74 (il riferimento è appunto all’anno di composizione), che ho pubblicato solo nel 2007. Feltrinelli, che aveva letto positivamente il libro &#8211; dicendosi interessata alla mia “incandescente nuova scrittura testimoniale” &#8211; era disponibile a pubblicarmi purché togliessi il primo lungo capitolo e aggiungessi un capitolo conclusivo. Non ero d’accordo: nel primo capitolo avevo stipato tutte le mie conoscenze di cultura omosessuale; inoltre mi dilungavo in una disquisizione di intonazione psicologistica, che allora mi pareva essenziale: la chiave per comprendere. Non ero disposto a toglierla, avrei snaturato il senso del mio lavoro. Allora si cercavano le cause. E in letteratura si riteneva che il racconto del desiderio omosessuale fosse interessante di per sé. Io poi ero proprio quello che Moravia, allora, definiva un omosessuale “organico”, alla Pasolini: caratterizzato da odio profondo per il padre e da un inscindibile, viscerale legame con la madre&#8230;<br />
Quanto a un ultimo capitolo, forse avrei potuto… Ma nell’autunno del 1974 si profilò anche il mio primo concorso universitario e volli impegnarmi a fondo nella ricerca e nella scrittura saggistica; emersi dall’apnea qualche anno dopo, sentendomi all’unisono coi poeti romantici inglesi: cominciai a pubblicare le prime poesie, le prime traduzioni. Non pensai più a quelle pagine “giovanili”.</p>
<p>Come anticipato nel post “Omosessualità e letteratura” del 20 marzo scorso, nei giorni 17 e 18 si è tenuto a Firenze il convegno “L’arte del desiderio. Omosessualità, letteratura, differenza”, organizzato dall’Istituto di Scienze Umane e dalla Provincia di Firenze, e presieduto da Nadia Fusini, Valeria Gennero e Gian Pietro Leonardi. In quella occasione presentai una relazione dal titolo “I diritti civili come scelta di vita e di scrittura” articolata in cinque parti: 1 L’aggettivazione tematica, 2 Genealogie, 3 Scelte di libertà, 4 Differenze allo specchio, 5 Eredità culturali.<br />
Presento oggi la prima parte. A seguire, nelle prossime quattro domeniche, le altre parti.</p>
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		<title>Nessuna pietà per i corpi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 05:00:25 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[adriano sofri]]></category>
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		<category><![CDATA[rappresentazione del dolore]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Cucchi]]></category>
		<category><![CDATA[violenza poliziesca]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Fontana Fra il 16 e il 22 ottobre scorsi, il corpo di Stefano Cucchi scompare. La sua identità è sempre intatta — 31 anni, arrestato la notte del 15 ottobre per possesso di stupefacenti — ma la vista del suo corpo è negata alla famiglia e a chiunque altro. Il padre, la madre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.giorgiofontana.com/index.php?option=com_content&#038;task=view&#038;id=223&#038;Itemid=1">Giorgio Fontana</a></strong></p>
<p>Fra il 16 e il 22 ottobre scorsi, il corpo di Stefano Cucchi scompare. La sua identità è sempre intatta — 31 anni, arrestato la notte del 15 ottobre per possesso di stupefacenti — ma la vista del suo corpo è negata alla famiglia e a chiunque altro. Il padre, la madre e la sorella lo vedono per l&#8217;ultima volta in Tribunale, il 16 ottobre, alle nove di mattina. Notano già le ecchimosi sul volto. Di lì in poi, scompare. Il 22 ottobre viene recapitata ai parenti la notizia da parte dell&#8217;ospedale Regina Coeli: Stefano Cucchi è morto.<br />
Lui diceva di essere &#8220;caduto dalle scale&#8221;. La procura di Roma indaga per omicidio preterintenzionale da parte di chi l&#8217;ha avuto in custodia e, verosimilmente, l&#8217;ha ammazzato di botte.<br />
Le <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/10/31/quanto-costano-le-fotografie-di-stefano-cucchi/">foto</a> — e ha ragione Adriano Sofri quando dice che nessuno può permettersi di parlare di Cucchi senza averle viste — sono <a href="http://www.cnrmedia.com/notizia/newsid/6267/il-caso-di-stefano-cucchi-morto-per-una-caduta-in-carcere-ecco-le-foto-mostrate-dalla-famiglia.aspx">qui</a>. E sono agghiaccianti.</p>
<p>Quanto alla verità sull&#8217;accaduto, non resta che attendere l&#8217;esito delle indagini. Ma sull&#8217;implausibilità di tesi insabbiatrici, basta già leggere <a href="http://roma.repubblica.it/dettaglio/manconi:-lesioni-e-traumi-sul-corpo-di-cucchi/1762917">questo articolo</a>.<br />
Tutto getta una luce orribile sulla presunta sicurezza in cui siamo avvolti, sul presunto grado di garanzia di una fetta delle forze dell&#8217;ordine, sulla cultura che ha informato tale fetta — e vi invito a leggere il bel <a href="http://www.marcomancassola.com/marco_mancassola_a_nord/2009/10/come-un-rene-sensibile-forze-dellordine-e-crisi-democratica.html">pezzo di Marco Mancassola</a> al riguardo.</p>
<p>Ma c&#8217;è dell&#8217;altro. <span id="more-25709"></span>In un commento apparso su &#8220;la Repubblica&#8221; di ieri 30 ottobre, Adriano Prosperi accenna a una nuova geografia del corpo nella presunta democrazia italiana di oggi. Prosperi parte da un assunto banale, uno di quei tanti luoghi comuni che sono diventati tristemente interessanti: &#8220;ciò che non passa in televisione non esiste&#8221;, e dunque &#8220;ciò che non si vede non esiste&#8221;. Il corpo di Stefano Cucchi è stato negato, non è stato visto e dunque per il sistema non è esistito. Chi gli ha fatto quello che gli ha fatto è stato libero di farlo — ignorando persino l&#8217;antichissimo diritto dell&#8217;<em>habeas corpus</em>. Ignorando ogni forma di rispetto basilare per la fisicità, per il dolore stesso.<br />
Prosperi contrappone a questo delitto l&#8217;idea della Pietà: la più straziante delle immagini cristiane, quella dove Gesù era innanzitutto la propria materia — era carne e sangue colma di sofferenza, che veniva offerta al credente come una sorta di memento mori. La forza di questa immagine e del suo equivalente laico, a giudizio di Prosperi, è stata erosa.<br />
Sono d&#8217;accordo, e da qui parto per la mia riflessione.</p>
<p>L&#8217;Italia berlusconiana (edificata con pazienza dall&#8217;inizio degli anni &#8217;80) è l&#8217;Italia della mercificazione del corpo. Se dovessimo rappresentarla, apparirebbe come una sfera lucida, brillante, intatta: la superficie di un sistema che non deve necessariamente funzionare, ma che deve sempre apparire come funzionante. La tragedia corporale di Cucchi è una delle tante ferite aperte su questa superficie.<br />
L&#8217;Italia berlusconiana è anche l&#8217;Italia del cortocircuito informativo. Il sovraccarico di parole e opinioni ha portato a un caos dove la verità non è solo più difficile da tracciare, ma è anche un valore secondario: tutti dicono tutto, ma il gancio che lega gli enunciati alla realtà non ha più molta importanza.</p>
<p>Ora, io credo che ci sia un legame profondo fra questi due aspetti. Credo che essi collimino in una sorta di singolarità: il punto terminale dove sia il corpo che la parola perdono senso — meglio: perdono dignità. L&#8217;eccesso di parainformazione fa da contraltare al silenzio e all&#8217;omertà: la moneta con cui il primo viene pagato. Si nega di continuo: non si risponde mai: non si sa. Qualsiasi fatto può essere accomodato da una teoria opportunamente modificata. Questa epoca fa suo il male che Popper diagnosticò al convenzionalismo: se vedo un corvo bianco dopo aver registrato mille corvi neri, allora basta dire che quello non è un corvo. E la superficie del sistema resta intatta.</p>
<p>Il silenzio sul corpo di Stefano Cucchi è l&#8217;ultimo, e per molti versi il più atroce, degli esempi di questo &#8220;silenzio nel chiasso&#8221;.</p>
<p>Abbiamo grande compassione per le anime e per le immagini. Siamo abituati a muoverci nell&#8217;infosfera, nell&#8217;uragano delle metafore, nelle lacrime e nelle testimonianze televisive di chi soffre. Ma la compassione — la pietà, appunto — per i corpi si sta allontanando dal nostro orizzonte, perché ad essi siamo meno abituati: la fisicità è innanzitutto stilizzazione, volgarizzazione. Non serve neanche fare appello alla retorica del &#8220;tutti belli, tutti felici&#8221; o dei volti da Grande Fratello. Basta scendere per strada e guardare. Proprio perché pochi guardano o sanno guardare.<br />
La stessa morte è dilazionata o messa in un ostensorio (penso al corpo di Eluana Englaro). La stessa violenza è lentamente ridotta a una parola — una parola qualunque, una parola che come ogni altra non serve a molto se non a creare fumo — oppure è occultata gelosamente nel silenzio, quando occorre. Quando non deve ledere la superficie del sistema.</p>
<p>Ma il corpo di Stefano Cucchi è uno squarcio che continua a porre domande, e non si placa. Rimane. Persiste. E noi gli dobbiamo una risposta.<br />
Perché il corpo di Stefano Cucchi è il corpo dell&#8217;uomo assassinato a Napoli e scansato dai passanti. È il corpo dei braccianti in nero morti di fame e stanchezza in Puglia o nell&#8217;hinterland milanese. È il corpo degli immigrati dalla Libia respinti al largo delle nostre coste. È il corpo del fratello del mio ex cantante Fabio, morto di overdose su un marciapiede di Milano, anni fa. È il corpo dei ragazzi gay picchiati a Roma. È il corpo degli uomini eritrei, profughi di guerra, che dormono ogni notte in piazza Oberdan da maggio. È il corpo dei ragazzi della Diaz. È il corpo degli stupri nelle strade attorno alla Centrale di Milano.<br />
Mentre tutto intorno esplode il caos di una massa che non percepisce più fisicità alcuna se non a malapena la propria, che gode solo se spinta a farlo, che sta perdendo una visione etica ed estetica della materia.</p>
<p>Nessuna pietà, oggi, per questi corpi.</p>
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		<title>Gli anni di piombo, Berlusconi, la lingua</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Mar 2006 09:09:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[anni di piombo]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[marco mancassola]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori [è una riflessione condotta a partire da questo pezzo di Marco Mancassola. a.r.] L’esempio degli anni di piombo Proviamo ad andare un po’ indietro. Pure gli anni di piombo sono stati molto grevi. Certo più grevi del periodo attuale. Anche proprio dal punto di vista della lingua. Per rendersene conto basta sfogliare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>[è una riflessione condotta a partire da <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/03/23/la-lingua-italiana-dopo-silvio-berlusconi/">questo pezzo di Marco Mancassola</a>. a.r.]</p>
<p><em>L’esempio degli anni di piombo<br />
</em><br />
Proviamo ad andare un po’ indietro. Pure gli anni di piombo sono stati molto grevi. Certo più grevi del periodo attuale. Anche proprio dal punto di vista della lingua. Per rendersene conto basta sfogliare i quotidiani di allora, a cominciare dal <em>Corriere della Sera</em>: un clima e un linguaggio di guerra. Una violenza ripetuta e diffusa, incalzante, ma soprattutto una capacità analitica ridotta ai minimi termini, un’arresa ottusità di fronte agli avvenimenti, un fosco aggrapparsi alle frasi fatte, trasudanti ancora più foschi echi storici e proiezioni ideologiche, un’incapacità appunto della lingua di prendere le distanze dalla violenza stessa. Magagne tipiche dei periodi di guerra.<span id="more-1949"></span> [non sto qui teorizzando che in Italia c’è stata in quel periodo una guerra civile, intendiamoci: sto solo dicendo che i quotidiani di allora &#8211; per scrivere un mio romanzo recentemente li ho ripresi in mano &#8211; riflettono un grevissimo e scioccante clima di guerra.]</p>
<p>Nessuno scrittore ha saputo, a caldo, parlare in modo efficace di quegli anni. Nessuno scrittore è stato in grado di trasformare quella materia intrinsecamente romanzesca  &#8211; il primissimo esempio che mi viene in mente, ma le fonti di ispirazione potrebbero essere centinaia e centinaia: la vicenda di Mara Cagol &#8211; in buon romanzo. Perché? Probabilmente perché nessuno aveva la distanza necessaria. Detto altrimenti: le rappresentazioni che dominavano non lasciavano spazio a nessuna visione visceralmente “nuova”, “altra”, “epifanica”, a nessuna di quelle diverse e non univoche visioni che inevitabilmente soggiacciono a un qualsiasi riuscito romanzo, si voglia esso più o meno mimetico nei confronti della realtà. Rovesciando la cosa: nessun narratore è riuscito a forare la convenzionalità delle interpretazioni – di tipo non narrativo &#8211; che andavano per la maggiore, dei silenzi e delle omertà che le avvolgevano e le completavano. I narratori del periodo immediatamente successivo &#8211; gli anni 80 &#8211; hanno parlato d’altro: di intimità, di trasgressione giovanile, di viaggi. Il loro orizzonte era la narrativa anglosassone. Come non vedere una rimozione?</p>
<p>Ma perché non abbiamo – non ancora, in ogni caso, sebbene negli ultimissimi anni un certo numero di testi (ho in mente un saggio di D. Paolin) si siano cimentati &#8211; un grande e riuscito romanzo sugli anni di piombo, un romanzo che aggiunga qualcosa di radicalmente nuovo a quello che già sappiamo, che sfati i nostri pregiudizi? [per intenderci: la visione radicalmente nuova &#8211; di un fenomeno di cui già si conosceva l’esistenza &#8211; che ci è venuta da Chalamov]. Perché quello che è pressoché unanimemente considerato l’unico esempio di romanzo riuscito (<em>Gli invisibili</em>, di Nanni Balestrini) adotta un registro grottesco-comico, con le inerenti scappatoie e scivolose omissioni che tale registro permette? Perché ancora adesso – a distanza di un quarto di secolo &#8211; è estremamente difficile, visto che nella società non c’è stato un vero e profondo dibattito in materia, e che i nodi non sono stati sciolti, uscire dagli stereotipi, anche meramente linguistici, che tuttora imperano. E’ impossibile scrivere di quell’epoca senza prima sbarazzarsi delle interpretazioni convenzionali che la nostra società ha su di essa, senza ricucire in modo originale i fili della storia e delle reazioni psicologiche, senza crearsi degli strumenti linguistici idonei per farlo. E forse la spiegazione è ancora più vertiginosamente pedissequa: i protagonisti stessi, quegli stessi che hanno ammazzato e sono stati ammazzati, che hanno sofferto, da un certo punto di vista non sono esistiti al di fuori dagli stereotipi della cultura italiana dell’epoca, dall’impressionante impoverimento della lingua di quel periodo. Questa è la sensazione che si ricava leggendo per esempio le interviste di Manconi (il Mulino, 1995) a una decina di protagonisti della prima ondata di violenza. Un romanzo sugli anni di piombo dovrebbe allora essere un romanzo – bucando la superficie opaca degli stessi luoghi comuni &#8211; sugli stereotipi culturali dell’epoca, sull’involuzione della lingua. Sui sogni insurrezionali della sinistra, sulle tentazioni autoritarie e neofasciste della destra, sulle loro rappresentazioni simboliche e linguistiche, sulla loro complessa dinamica. Questo romanzo è ancora da scrivere. Forse non verrà scritto mai.</p>
<p><em>Una realtà difficilmente romanzabile</em></p>
<p>Gli anni di piombo sono solo un esempio &#8211; forse uno dei più rivelatori, ma non certo l’unico – di un tema specificatamente italiano che a rigore di logica si presterebbe a essere romanzato, e che invece dal punto di vista letterario non ha prodotto quasi nulla. La realtà italiana – ma si farebbe meglio a dire le rappresentazioni imperversanti delle diverse sfaccettature della realtà italiana &#8211; sembrano opporre una resiliente resistenza ad ogni tentativo di non scontata trasposizione letteraria. Eppure la società italiana attuale è in fondo per molti aspetti molto romanzesca. Nello spazio di due o tre fulminee generazioni da contadini poveri siamo romanzescamente diventati piccoli e medi, e in certi casi grandi, borghesi. Ma nello stesso tempo sacche di povertà e di arretratezza persistono incontrastate. Gli immigrati muoiono sulle nostre coste, si battono per sopravvivere e per farsi uno spazio, inoculano lingue e culture. Rozze masse xenofobe abitano le nostre città e campagne, sono rappresentate in parlamento, farneticano alla luce del sole. Nella nostra società del sud dettano legge la mafia e la camorra, spesso in combutta con la politica. A Roma impera il romanzesco, per non dire stendhaliano, Vaticano. La nipote di Mussolini si lamenta in televisione dei torti subiti dalla propria famiglia. Romanzeschi scandali finanziari con risvolti sentimentali e famigliari agitano le nostre cronache. La più grande industria nazionale è tuttora in mano a una romanzesca famiglia. Per cinque anni abbiamo avuto uno dei più romanzeschi – questo bisogna concederglielo &#8211; capi del governo che si possano immaginare, accompagnato da una delle più romanzesche compagini. Abbiamo partecipato, seppure da gregari, alla guerra nell’ex Yugoslavia e in Irak. In pochi decenni abbiamo devastato il nostro paesaggio con un espressionista accanimento che non ha pari nell’Europa occidentale. I nostri calciatori sono belli e estroversi e si accoppiano con romanzesche vallette. Altri calciatori fanno il saluto nazista prima di cominciare la partita. In una regione del nostro stato vige un sistema di quote etniche, la minoranza di lingua italiana è sempre più sulle difensive, e succedono cose molte strane. E si potrebbe andare avanti. Tutto questo materiale storico e sociologico e umano, questa commistione di postmodernità e di atavici arcaismi, è intrinsecamente romanzesco. Eppure molto raramente riesce a diventare romanzo, buon romanzo. Diventa romanzo di genere, più spesso. Diventa reiterazione – o quasi &#8211; delle banali stilizzazioni televisive, delle consensuali percezioni che fanno la parte del leone.</p>
<p>Il problema, e non penso necessariamente a dei testi realistici, è la difficoltà a trovare, tema per tema, caso per caso, delle trasposizioni che scardinino il conformismo delle rappresentazioni “dilaganti”, pervasive, consensuali, totalizzanti, le quali congelano e banalizzano e univocizzano questa realtà di per sé tutt’altro che monolitica e priva di sfumature. Il problema è trovare delle lingue adatte a veicolare queste trasgressive percezioni, passando tra le maglie della conformata indigenza della cultura italiana. Il problema è, come dice giustamente Mancassola parlando del presente (<a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/03/23/la-lingua-italiana-dopo-silvio-berlusconi/">qui</a>), linguistico. Recentemente <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/01/28/lo-scrittore-il-mercato-piperno-ovvero-del-conformismo/">qui su Nazione Indiana</a> ho provato a sostenerlo, e mi sono ritrovato mio malgrado (il che secondo me è molto rivelatore) nel ruolo di chi perora la causa della ricerca e della sperimentazione linguistica, perpetuando così uno storico vizio della letteratura italiana. No, parlavo della difficoltà che hanno gli scrittori italiani contemporanei a costruirsi una lingua che permetta una trasposizione non stereotipata – e liberata dalla zavorra dei vari conformismi &#8211; del ricco materiale di cui sopra. Di farlo possibilmente all’infuori dei generi, della loro intrinseca scontatezza. Sostenevo qualcosa di molto simile, mi sembra, a quello che dice adesso Mancassola nel suo bellissimo intervento.</p>
<p><em>L’Era della Dentiera Parlante</em></p>
<p>Mancassola ha perfettamente ragione: (anche) quello presente è un periodo per l’Italia estremamente greve. Per chi come me viene solo saltuariamente in Italia, la cosa è ancora più evidente. Quasi scioccante, direi. Anche la lingua, la lingua per così dire “dominante”, ne risente. La lingua stereotipata e vuota di senso che infuria dalle televisioni, dai manifesti elettorali, su molta stampa. Ma anche tantissima gente, la più diversa, negli ambienti più disparati, è ripiegata su se stessa, rassegnata. E’ senza parole. O al meglio, come dice Mancassola, si esprime con una “lingua di desideri, di frustrazioni, di rimpianti”.</p>
<p>Senz’altro la Dentiera Parlante è responsabile anche di questo. E’ responsabile per il proprio gretto e interessato dominio sui mezzi di comunicazione, che ha impedito ogni forma di confronto, di crescita, di rispetto per le differenze, di polivalenza culturale. Responsabile per l’impoverimento autoreferenziale del linguaggio televisivo e per le sue ricadute sulla vita dei cittadini. Responsabile per l’astioso e umiliato trinceramento di difesa nel quale ha relegato la stampa meno compromessa, gli intellettuali più aperti, tutte le persone con un minimo di spirito civico. E su un piano più generale è responsabile delle conseguenze del suo miope e venale sistema di potere sulla scuola, sulla ricerca, sul cinema, sulla cultura in toto. Sul costume. Un degrado prima di tutto linguistico.</p>
<p>Mancassola sembra però in un primo tempo identificare, se capisco bene, l’italiano con il linguaggio dei media, con la lingua dei politici e delle vedettes mediatiche strombazzata e scimmiottata dai media stessi in un autoreferenziale circolo vizioso. Lingua che effettivamente ha, e questa è una peculiarità tutta italiana, una ubiquitaria eco, e dilaga e spadroneggia nella società. Lingua che tende effettivamente – per conformistico adeguamento, anch’esso con solide radici &#8211; a diventare totalizzante. Ma come riconosce lui stesso nella parte finale del suo ragionamento, questa lingua “non è indistruttibile. Può essere infranta come una vetrata. La potenza, la durezza, la violenza più o meno esplicita del sasso che la infrangerà, o che aprirà un buco in essa, dipende da chi parla e scrive.”  Perché in realtà non ci sono solo i media e i politici, non ci sono le loro parole patinate e prive di ombre. Se dio vuole ci sono anche le persone che hanno la loro testa (e la loro lingua), i gruppi di persone, compresi i nuovi arrivati, le regioni con le loro inclinazioni e idiosincrasie, le persone che vivono tra paesi e lingue diverse. [sarebbe interessante recensire, a questo proposito, quanti degli scrittori apparsi negli ultimi anni, cominciando proprio da Mancassola sono in qualche modo in stretto contatto con lingue o culture diverse.] Le società moderne hanno molte lingue, parlate dai vari gruppi etnici, dai vari microcosmi. Anche in Italia, mi sembra, sta prendendo piede questa ricchezza. Che si sovrappone alla compartimentazione regionale, ancora molto presente, e che in campo letterario da ancora adesso dei risultati molto interessati. Che è più avanti rispetto alla rappresentazione che hanno gli italiani di loro stessi, rispetto alle percezioni dominanti.</p>
<p>La lingua italiana – le lingue italiane – evolvono, come tutte le lingue. Ognuno di noi ha qualche amico, se rimaniamo all’oralità, che è un capolavoro linguistico, un inimitabile vulcano di sperimentazione e di commistionamento di novità e tradizione. Io non sottovaluterei le potenzialità presenti nella galassia italofona. E’ l’arsenale nel quale gli scrittori possono pescare. Anche in momenti bui come questo, anche per parlare di altri momenti bui, come gli anni di piombo.</p>
<p>Mancassola, che è giovane, e che non ha forse conosciuto “di persona” i governanti precedenti, quelli per esempio che dettavano legge (e lingua) durante gli anni di piombo, e che hanno condannato a morte il loro collega Moro, sembra vedere l’attuale oggettivo e palpabilissimo degrado della “lingua dominante”, della sua totale inadeguatezza a descrivere le istanze stesse di cui è espressione, una peculiarità del presente. Io invece penso che questa non sia, purtroppo, una novità. Certo il periodo attuale è estremamente difficile, certo Berlusconi ha molte responsabilità. Ma anche senza Berlusconi gli scrittori italiani degli ultimi centocinquanta anni si sono sempre trovati davanti un identico dilemma. Come descrivere una realtà (comprendendo naturalmente nel termine anche le percezioni che “la realtà” ha di se stessa) avvertita per certi versi come arretrata? Che lingua usare per descrivere questa realtà, in assenza di una lingua moderna, compartita, dinamica, viva? Come evitare l’artificialità della lingua “imposta dall’alto”? Come trarre da una realtà con degli spiccati caratteri conformistici e provinciali qualcosa di non conformistico e di non provinciale? O anche, quando si trattava di scritture non mimetiche, come spesso era il caso (non a caso!), che rapporto avere con questa realtà intrinsecamente “impresentabile”? Che lingua usare per non farsene contaminare, per sfuggirla?</p>
<p>Quello che consola è che, e anche qui Mancassola mi sembra avere perfettamente ragione, accanto a una narrativa che “riflette il sorriso della Dentiera Parlante con un sorriso ancora più irrisorio e grottesco”, azzeccatissima definizione, ci sono adesso, seppure mi sembra con una visibilità ancora molto marginale, molti esempi di testi con “Una lingua che ora si inabissa, ora si mostra, ora si allarga ora restringe (tra i generi, tra gli stili, tra i mille detriti dell’intimo, del realistico, del pop, del politico, del mistico), come una creatura marina che evita le radiazioni del sole. Una lingua-medusa. Una lingua <em>inquieta</em>.” Una lingua, delle lingue, che sembrano arrivare il più delle volte dai margini (esistenziali, geografici, o geografico-linguistici), e che riescono a avere la meglio sull’incredibile vitalità delle rappresentazioni consensuali.</p>
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		<title>La lingua italiana dopo Silvio Berlusconi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Mar 2006 09:13:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[lingua]]></category>
		<category><![CDATA[marco mancassola]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
		<category><![CDATA[silvio berlusconi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Mancassola L’attuale Presidente del Consiglio italiano è l’editor migliore del mondo. Grazie a lui ho imparato un sacco di cose, senza bisogno di andare alla scuola Holden. Grazie a lui negli ultimi anni ho imparato ad avere orrore delle frasi fatte, a espellere la bassa retorica dalla mia lingua, a soppesare scrupolosamente la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img height="92" alt="dentiera.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/dentiera.jpg" /></p>
<p>di <a href="http://www.marcomancassola.com">Marco Mancassola</a></p>
<p>L’attuale Presidente del Consiglio italiano è <strong>l’editor migliore del mondo</strong>. Grazie a lui ho imparato un sacco di cose, senza bisogno di andare alla scuola Holden. Grazie a lui negli ultimi anni ho imparato ad avere orrore delle frasi fatte, a espellere la bassa retorica dalla mia lingua, a soppesare scrupolosamente la verità di ogni sillaba. Grazie a lui ho sviluppato un’ossessione per i rapporti di causa-effetto, per la tenuta logica di ogni paragrafo che scrivo. Grazie a lui ho espulso il narcisismo che abitava nei miei primi testi, l’ho messo fuori dalla porta come un gatto puzzolente.<br />
Che lui lo sapesse o meno, e che il suo esempio agisse in realtà per contrasto, non conta poi tanto. Il Presidente mi ha insegnato tutto quel che serviva, e lo ha fatto gratis! Bastava osservarlo e fare tutto il contrario.</p>
<p><span id="more-1927"></span></p>
<p>…ma in realtà, disse una sera un amico esasperato durante una cena a base di cibo vegano e nichilismo politico, siete davvero convinti che, qualunque cosa sia successa negli ultimi anni, sia stata tutta colpa <em>sua</em>?<br />
Decisamente no. Io scossi la testa. <strong>Ho sempre pensato a Berlusconi come a un problema linguistico</strong>, e il problema linguistico oggi è di tutti. Anche dell’Europa che ride tanto di noi.<br />
Il problema linguistico occidentale è quello di una vita sempre più flessibile, multipla, frammentata, una vita-collage di identità provvisorie cui corrispondono, per mancanza di tempo e risorse, esperienze sempre più standard. Lungi dal portare a una comprensione dell’esistenza più estesa e profonda, la moltiplicazione delle identità (dai mille lavori che uno fa per sopravvivere, agli ambienti sociali più vari e disgregati che ci si trova a frequentare) porta a esperienze sempre più brevi, standardizzate, fatte di contatti superficiali e frasi fatte. Una vita composta di frammenti precotti. Di parole innocue, di frasi da montare e smontare senza dolore come un mobile dell’Ikea.</p>
<p>Questo non toglie, ovvio, che noi a quella cena parlavamo italiano. Né che io scrivo italiano. La lingua del paese dove il Problema Linguistico non solo esiste, ma è diventato governo autoritario (sebbene nel modo obliquo e sfuggente che hanno le cose di manifestarsi, quando non hanno parole stabili, né possono farsi discorso integrale). E lo è già stato per mezzo decennio.</p>
<p>Il <strong>disagio delle parole</strong> mi ha preso a volte, in questi anni, quando sembrava che nulla di vero potesse essere detto. Non in questa lingua, non con queste parole. Dev’essere anche per questo, credo, che ho cercato di vivere il più possibile all’estero. E mi ha fatto bene. Magari è uguale a quanto accade nel sesso. Quando tradisci una persona, e ti perdi nell’abbraccio di qualcun altro, e ti accade di sentir vibrare, ancora, il desiderio della persona tradita. (Questo non significa che tornerai da lei, ma significa che ridefinisci la sua immagine, il suo corpo, le sue <em>parole</em>).</p>
<p><strong>Il degrado linguistico di una nazione inizia quando le parole non appartengono più a nessuno</strong>. Quando entra in crisi l’idea che questa lingua è davvero la mia lingua, vive con me, respira in me, dipende da me, affonda nella mia carne e nei segreti del mio corpo. Quando ognuno parla come se quella lingua non lo riguardasse, non lo toccasse davvero, non lo sfiorasse neppure, esprimendosi per slogan anonimi e prefabbricati. Non personali, mai davvero importanti. È il vecchio incubo heideggeriano della chiacchiera o, più banalmente, il rovesciamento dell’utopia telelinguistica. Decenni dopo averci regalato un’appartenenza linguistica, la televisione italiana ha abolito tale senso di appartenenza.<br />
E chi la ama una lingua così,<strong> questa lingua-puttana che tutti scopano, ma nessuno sposa? </strong>Se questa lingua non è più di nessuno, si parla da sola come una bocca senza corpo? Cosa resta oltre lo splendore del <em>suo </em>sorriso, oltre l’immagine di una luminosa-schifosa, demenziale, avvilente, grottesca <em>dentiera che parla da sola</em>?</p>
<p>Sogno una lingua <em>sentita </em>in ogni virgola. Una lingua capace di non lasciarti mai solo.</p>
<p>Non ho niente contro i vecchi. Non credo neanche esistano, come categoria compatta, come non credo all’esistenza dei ‘giovani’.<br />
Quel che odio è la senilità della lingua italiana. Gli sputi di saliva della <strong>Dentiera Parlante</strong>. Odio l’arteriosclerosi delle frasi fatte, la rigidità mediatica che riporta ogni cosa a uno schema fisso di luoghi comuni, l’amnesia costante che permette a tutti di dire tutto, senza apparenti contraddizioni. Odio la condizione di equivoco continuo, come in un dialogo fra sordi, in cui la profondità linguistica non ha modo di esistere, l’allusione non può essere compresa, la stratificazione di una pagina si perde nella cataratta, in uno strato di indifferente cerume. Odio che tale senilità venga fatta passare per giovinezza, come esigenza delle nuove generazioni cresciute a sms.</p>
<p>(Come se negli sms non ci fossero codici, figure metaforiche, nuove e strabilianti declinazioni della lingua. A me non fanno paura le volgarizzazioni, i neologismi, gli anglicismi, i congiuntivi sballati, tutti sintomi di cambiamento e contaminazione e vitalità. Mi fa paura l’assenza di realtà, di <em>mondo </em>dalle parole. I pericoli per una lingua non vengono mai dai ragazzi, ma da parte di un certo tipo di vecchi.)</p>
<p>Odio il luogo comune che rimbalza come un pallone sgonfio in tanti salotti di sinistra, secondo cui i ragazzi italiani vogliono fare tutti i calciatori o le veline. Ci sarà magari qualcuno che ha davvero questi sogni. Personalmente, tra i miei conoscenti più giovani incontro soprattutto gente che vorrebbe fare l’avvocato, l’architetto, il medico, il giornalista, l’artista, il manager, il ricercatore, l’artigiano, o anche solo il genitore. Gente che vorrebbe avere accesso alle professioni, e potersi permettere una casa, e vivere col proprio partner, ed essere indipendente. Dico ‘vorrebbe’ e il punto è questo. L’italiano degli ultimi anni è diventato una lingua di desideri, di frustrazioni, di rimpianti molto più che di fatti. <strong>Una lingua ipotetica</strong>, una lingua impotente. Non è difficile vedere come tutto torna, come in questo paese ogni cosa si lega: senilità della lingua, assenza di ricambio generazionale.</p>
<p>Se l’italiano diventa una lingua impotente, decadono in essa mille tensioni. Diventa una lingua senza sex-appeal.</p>
<p>Il sogno di un mondo perfetto, politicamente equo, è sempre il sogno di un mondo dove la parole evocano in uguale misura fatti e sogni, praticità e fantasia, intimità e mondo, materia e poesia. Un mondo in <em>equilibrio linguistico</em>. E l’equilibrio si fonda sull’agilità, sulla concentrazione, sul misto di giovinezza e consapevolezza, sulla profondità del sentire.<br />
Non sarà mai facile. L’equilibrio, per definizione, è sul bordo dell’abisso.</p>
<p>E la letteratura?<br />
Di fronte al bianco chirurgico della Dentiera Parlante, nell’ultimo decennio mi è sembrato di vedere, da parte di chi scrive, due principali strategie. Da un lato l’idea di riflettere il sorriso della Dentiera Parlante con un sorriso ancora più irrisorio e grottesco: la via di una certa letteratura più o meno sarcastica, più o meno istrionica, più o meno <em>pulp </em>(e derivati).<br />
Dall’altro il tentativo di sviluppare una lingua liquida, sinuosa, a tratti violentemente sincera a tratti oscura, una lingua senza nome né scuole che scansa i riflessi (e i morsi) della Dentiera Parlante. Una lingua che ora si inabissa, ora si mostra, ora si allarga ora restringe (tra i generi, tra gli stili, tra i mille detriti dell’intimo, del realistico, del pop, del politico, del mistico), come una creatura marina che evita le radiazioni del sole. Una lingua-medusa. Una lingua <em>inquieta</em>. Questa lingua non si lascia mai del tutto assorbire, e neppure realmente descrivere. Credo sia presto per darle un contorno. Eppure sento che cresce.</p>
<p>(Domande che non dovrei farmi ma che non posso fare a meno di farmi: che differenza c’è tra la Dentiera Parlante e il famoso critico letterario di sinistra che segnala i libri senza leggerli, copiando frasi dai comunicati stampa? Che differenza c’è tra la Dentiera Parlante e certi intellettuali impassibili, per i quali nulla fa la differenza, né mai più la farà, o i loro opposti-complementari che proclamano un capolavoro al giorno? Di certo una differenza c’è. Ma chissà esattamente <em>quanta</em>.)</p>
<p>La Dentiera Parlante, questa cosa comica e così drammatica, <strong>non è indistruttibile</strong>. Può essere infranta come una vetrata. La potenza, la durezza, la violenza più o meno esplicita del sasso che la infrangerà, o che aprirà un buco in essa, dipende da chi parla e scrive. Più da loro, credo, che dall’esito di un’elezione.</p>
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		<title>RITI DI PASSAGGIO a Padova</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Jan 2005 08:46:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[giulio mozzi]]></category>
		<category><![CDATA[marco bellotto]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Franzoso]]></category>
		<category><![CDATA[marco mancassola]]></category>
		<category><![CDATA[Massimiliano Nuzzolo]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Ferrucci]]></category>
		<category><![CDATA[Romolo Bugaro]]></category>
		<category><![CDATA[Umberto Casadei]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;anno scorso un gruppo di narratori diede vita a una iniziativa di pubbliche letture intitolata: Letteratura come verità. Quest&#8217;anno tornano alla carica con un&#8217;iniziativa intitolata: RITI DI PASSAGGIO Si parlerà e si leggerà di Sesso, Gioventù chimica, Esibizioni, Povertà, Viaggio senza ritorno. Qui di seguito trovate la presentazione e il calendario degli incontri. Si diventa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;anno scorso un gruppo di narratori diede vita a una iniziativa di pubbliche letture intitolata: <strong>Letteratura come verità</strong>.<br />
Quest&#8217;anno tornano alla carica con un&#8217;iniziativa intitolata:<br />
<strong>RITI DI PASSAGGIO</strong><br />
Si parlerà e si leggerà di <strong>Sesso</strong>, <strong>Gioventù chimica</strong>, <strong>Esibizioni</strong>, <strong>Povertà</strong>, <strong>Viaggio senza ritorno</strong>.<br />
Qui di seguito trovate la presentazione e il calendario degli incontri.<br />
<span id="more-861"></span><br />
Si diventa adulti, da sempre, attraversando alcuni passaggi obbligati,<br />
rituali. Che però nel tempio cambiano. Non dobbiamo più attraversare la<br />
foresta, sopportare il dolore di una mutilazione, tener testa a un<br />
avversario più anziano. Dobbiamo invece prendere possesso del nostro corpo,<br />
imparare a sopravvivere nella società dell&#8217;esibizione, non farci<br />
terrorizzare dalla prospettiva della povertà, confrontarci con la chimica<br />
della felicità, addestrarci a vivere la vita come un viaggio che non ammette<br />
ritorno. Sette narratori, in cinque serate, cercano di mostrare che la<br />
letteratura, quella del nostro tempo e quella dei tempi trascorsi, parla<br />
anche di questo: dei passaggi rituali che ci conducono all&#8217;adultità, a noi<br />
stessi.</p>
<p>* <strong>Padova, </strong>Cinema Excelsior (vicolo Santa Margherita, tra via San Francesco  e via Cesare Battisti), da lunedì 24 gennaio a lunedì 21 febbraio 2005.<br />
Inizio alle ore 21. Ingresso gratuito.</p>
<p>* <strong>Lunedì 24 gennaio</strong><br />
Tema: <strong>Sesso</strong><br />
Marco Mancassola, Massimiliano Nuzzolo, Giulio Mozzi<br />
leggono testi di<br />
Tondelli, Salomone, Ballard, Kafka, Ellis, Dagerman e altri</p>
<p>* <strong>Lunedì 31 gennaio</strong><br />
Tema: <strong>Gioventù chimica</strong><br />
Marco Mancassola, Roberto Ferrucci, Massimiliano Nuzzolo<br />
leggono testi di<br />
Ferrucci, Welsh, Burroughs e altri</p>
<p>* <strong>Lunedì 7 febbraio</strong><br />
Tema: <strong>Esibizioni</strong><br />
Marco Bellotto, Giulio Mozzi, Romolo Bugaro<br />
leggono testi di<br />
Carducci, Amis, Franzen, Pontiggia, Debord, Lagioia, Flaubert, Pornosnob,<br />
Gattostanco e altri</p>
<p>* <strong>Lunedì 14 febbraio</strong><br />
Tema: <strong>Povertà</strong><br />
Marco Franzoso, Roberto Ferrucci, Umberto Casadei<br />
leggono testi di<br />
Baudrillard, gente comune e altri</p>
<p>* <strong>Lunedì 21 febbraio</strong><br />
Tema: <strong>Viaggio senza ritorno</strong><br />
Romolo Bugaro, Marco Bellotto, Marco Franzoso<br />
leggono testi di<br />
Dickens, Fitzgerald, Suskind, Bowles, Brodkey, Bugaro, Zolla e altri</p>
<p>Per maggiori informazioni e per seguire l&#8217;iniziativa:<br />
<a href="http://www.realvisceralisti.net"><span style="text-decoration: underline;">www.realvisceralisti.net</span></a></p>
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