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	<title>Marco Merlin &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Critico e poeta sono astrazioni</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/11/25/critico-e-poeta-sono-astrazioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[carla benedetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Nov 2004 16:13:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[carla benedetti]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Merlin]]></category>
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					<description><![CDATA[di Carla Benedetti (Rispondo al pezzo di Marco Merlin, &#8220;Critico e poeta&#8221;, pubblicato su Nazione indiana il 17 novembre. E&#8217; solo un commento, ma sta qui perché la finestra dei commenti è per il momento fuori uso) Non mi trovo per nulla d’accordo con la caratterizzazione di critico e poeta che fa Marco Merlin, ingabbiati [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Carla Benedetti</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/prigionieri2.JPG" alt="prigionieri2.JPG" align="left" border="0" height="199" hspace="4" vspace="2" width="135" /></p>
<p><em>(Rispondo  al pezzo di  <strong>Marco Merlin</strong>, &#8220;Critico e poeta&#8221;, pubblicato su Nazione indiana  il 17 novembre. E&#8217; solo un commento, ma sta qui perché la finestra dei commenti è per il momento fuori uso) </em></p>
<p>Non mi trovo per nulla d’accordo con la caratterizzazione di critico e poeta che fa Marco Merlin, ingabbiati in <strong>due ruoli complementari</strong>,  astratti  e repressivi.<br />
Chi l&#8217;ha detto che il critico è colui che &#8220;<strong>produce cadaveri</strong>, praticando vivisezioni&#8221;? Dove è stabilito che il  poeta è &#8220;<strong>posseduto dalla lingua</strong>&#8220;? Perché mai il critico dovrebbe essere colui che &#8220;gestisce il potere&#8221; mentre la poesia del poeta è un &#8220;<strong>gioco inutile</strong>&#8220;?<br />
Di questi luoghi comuni sarebbe meglio liberarsi.<br />
<span id="more-746"></span><br />
Alcuni di essi ci sono stati lasciati in eredità dal secolo scorso, e ormai ripetuti stancamente, senza più nemmeno la conflittualità che potevano avere nel momento in cui si espressereo per la prima volta.</p>
<p>Altri ci si presentano come ruoli &#8220;naturali&#8221; del critico e del poeta, invece sono il prodotto di un <strong>disciplinamento</strong> delle forme di espressione e di pensiero, oggi più che mai diventati soffocanti, nemici di ogni radicalità e di ogni invenzione.</p>
<p>E se è vero che il critico, come scrive Merlin, &#8220;viene assoldato&#8221;, e se è vero che talvolta il poeta è solo &#8220;un baco nella logica del capitale&#8221;, queste due cose non sono affatto stabilite per statuto dai loro &#8220;ruoli&#8221;. Sono eventi del depotenziamento della critica e della poesia, imposto dai poteri che ci dominano, e favorito da quei luoghi comuni.</p>
<p>Il pensiero, per fortuna, sia critico che poetico, non si lascia ingabbiare in questo modo e va a pulsare dove crede, e nelle forme che crede.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Critico e poeta</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/11/17/critico-e-poeta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Nov 2004 13:47:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Merlin]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Merlin Ricevo questa riflessione di Marco Merlin che ripropongo volentieri per ricordare che la rivista Atelier, trimestrale di poesia, critica e letteratura, ha avviato un blog nel sito atelierpoesia.it. T. S. Sempre sulla questione &#8220;critico e poeta&#8221;, en passant, qualche considerazione del tutto personale, prima di andare a nanna. Il critico è colui [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Merlin</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/atelier.gif" alt="atelier.gif" align="left" border="0" height="89" hspace="4" vspace="2" width="224" /><em><br />
Ricevo questa riflessione di <strong>Marco Merlin</strong> che ripropongo volentieri per ricordare che la rivista <strong>Atelier</strong>, trimestrale di poesia, critica e letteratura, ha avviato un blog nel sito <a href="http://www.atelierpoesia.it">atelierpoesia.it</a>. T. S.</em></p>
<p>Sempre sulla questione &#8220;critico e poeta&#8221;, en passant, qualche considerazione del tutto personale, prima di andare a nanna.<br />
<span id="more-726"></span><br />
Il critico è colui che gestisce il potere. Il critico produce cadaveri, praticando vivisezioni. Il critico è interessato, ha un nome e deve difenderlo. E&#8217; temuto, anche se ovviamente invidiato e combattuto. Il critico possiede il codice, ne conosce la scienza. Non dimentica mai le regole della grammatica. Il critico, progressivamente, prosciuga il suo stesso linguaggio, riduce il suo piacere in feticismo, scopre l&#8217;eccitazione del necrofilo. Il critico non ha una personalità, vampirizza quelle altrui. O è monomaniaco oppure ha personalità multiple e scisse. Il critico ha possibilità di carriera, può essere assoldato. Il critico è un mestierante delle lettere. Un servitore. Un martire. La sua missione è vivere la vita altrui, esserne veicolo. Il critico è Caronte.</p>
<p>Il poeta, dice Eliot, riprendendo una tradizione vasta, è impersonale, ma per esserlo deve, prima, averla, una personalità. Il poeta non possiede una lingua, semmai ne è posseduto. Anche come un bambino è posseduto dal suo gioco: il sacro sia banale, perché il sacro è, semplicemente, la vita &#8211; tutto il resto è ideologia. Il poeta non ha un nome, si riconosce in ogni nome. Anzi, pronuncia soltanto nomi. Per lui non esistono parole neutre. Il poeta non ha possibilità di carriera perché non ha un ruolo. La sua poesia è inutile, gratuita. E&#8217; un baco nella logica del capitale. Il poeta è moltitudine tenuta in armonia, è un&#8217;orchestrazione continua degli opposti.</p>
<p>Aggiungo solo un vecchio appunto, datato 30 giugno dell&#8217;anno scorso, che ho appena ritrovato:</p>
<p><em>Leggendo o rileggendo saggi di poeti, trovo la strana gioia del confronto con prose critiche firmati da scrittori, in quanto tali. Anzitutto, il tono più leggero e divagante, pronto a qualche boutade, dello stile anglosassone: scrivere come per una conferenza, per una conversazione.<br />
D&#8217;accordo con Eliot sul fatto che il poeta e il critico spesso coincidono (abbiamo oltre un secolo di grandi esempi per dimostrarlo), ma i problemi nascono nell&#8217;applicazione dei due versanti, anche dal punto di vista meramente linguistico. Il critico deve avere un metodo (quantomeno curare il confronto e l&#8217;analisi, anche per Eliot i suoi due strumenti privilegiati) e quindi un percorso di letture spesso obbligato, che non sempre coincide realmente con i suoi interessi. Il poeta invece asseconda i propri capricci, non perdere il filo dell&#8217;impulso conoscitivo e creativo. La soluzione è accettare di essere critici imperfetti: come Eliot dice di Swinburne: «Egli non fu tormentato dall&#8217;ansia e dal desiderio di penetrare fino al cuore e al midollo di un poeta, e neppure dal desiderio di pensare, sin nelle più leggere sfumature, differenze o analogie tra i vari poeti».<br />
Insomma, essere apprezzati per la propria intelligenza critica in quanto poeti. «L&#8217;intelligenza di Swinburne non è manchevole, è impura»: il dazio sarà una incompletezza apparente, un tenore diverso nel circoscrivere il nucleo che interessa, la più sciolta esibizione di affinità &#8220;elettive&#8221; o idiosincrasie (cose che già in sé stesse non sono necessariamente dei difetti), ma il vantaggio è cospicuo.<br />
Solo in questa forma potrà ancora interessarmi la critica, terminati i lavori in corso.</em></p>
<p>Marco Merlin</p>
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