<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>Marco Peano &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/marco-peano/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Fri, 22 Jan 2016 11:41:01 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.16</generator>
	<item>
		<title>Di scrittura, letture e perché. Intervista a Marco Peano</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/02/18/di-scrittura-letture-e-perche-intervista-a-marco-peano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Feb 2016 06:38:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Licia Ambu]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Peano]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=59373</guid>

					<description><![CDATA[di Licia Ambu Voce del verbo scrivere. L’invenzione della madre mi sembra un romanzo sul cambiamento e sulle modalità di accettazione. C’è questa storia di una madre che si ammala e di un figlio che non ne vuole sapere della vita in questi termini. Mi ha colpito moltissimo il momento dei palloncini, quando Mattia ha [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Licia Ambu</strong></p>
<p><strong>Voce del verbo scrivere. <em>L’invenzione della madre</em> mi sembra un romanzo sul cambiamento e sulle modalità di accettazione. C’è questa storia di una madre che si ammala e di un figlio che non ne vuole sapere della vita in questi termini. Mi ha colpito moltissimo il momento dei palloncini, quando Mattia ha l’idea di gonfiarne alcuni con il fiato di lei per tenerla con sé. La creatività per combattere il terrore. Atti assurdi ma molto poetici che spostano i confini personali in territori fino a un momento prima inediti. Di fronte alla vita, scrivere è scappare o restare? È un atto di coraggio o un tentativo di controllo?</strong></p>
<p>Scrivere è cercare di imbrigliare ciò che per definizione non è imbrigliabile: il caos che regola le nostre vite. È un atto di arroganza estremo, e nel caso di Mattia la scrittura che registra ogni dettaglio della madre agonizzante è lo sguardo di un Demiurgo che prova ad annullare l’ineluttabile. Ecco perché si abbandona a gesti sconsiderati e folli, al limite del tollerabile: non solo l’episodio dei palloncini, ma anche lo spogliarsi nudo per infilarsi nel letto della madre morente diventa un moto di protesta molto simile a un <em>flashmob</em> privatissimo ed universale, inutile eppure necessario.</p>
<p><strong>Il linguaggio permea la realtà e allo stesso tempo la interpreta come un filtro. Il modo codificato di dire <em>la cosa</em>, la crea nel mondo e nella testa. Siccome la trovo una questione affascinante e piuttosto magica, sono andata a cercare l’etimologia di nominare e ho trovato che deriva dal latino <em>nomen</em> (greco <em>ònoma</em>, sanscrito <em>naman</em>). La radice è <em>–no</em>, la stessa del verbo sapere, conoscere Quindi, il nome crea la cosa e in questo modo la rende conoscibile, pensabile, la mette in vetrina in qualche modo. Scrivere è dare un nome? È un’azione che (tras)forma la realtà?</strong></p>
<p>Mattia è un novello Adamo in un Paradiso (Inferno?) terrestre. Vede le cose per la prima volta, le nomina, le classifica e poi passa oltre. Quando una persona a noi cara si ammala scatta un meccanismo di risemantizzazione del mondo; la realtà precedente viene come resettata a fronte di un universo di riferimento in cui la medicina, il nome dei farmaci, le terapie diventano l’unico alfabeto. Da qui a trasformare la realtà il passaggio non è immediato, diciamo che senza la rielaborazione (non solo del lutto) ogni cosa rimane immobile. La malattia è congelamento, tocca ai famigliari portare calore.</p>
<p><strong>Negare il materno significa non crescere, hai detto. Mattia di crescere non ne ha tantissima voglia e cerca in continuazione espedienti per fermare la situazione. La malattia della madre sembra una preparazione (ci sarebbe dell’etimo anche qui in effetti) all’epilogo della narrazione. Da fuori, da lettori, è molto più trasparente, quelli che vedono da fuori hanno la prospettiva diversa. La scelta della terza persona è servita a cambiare prospettiva? Cos’è successo esattamente in quel momento tra te e il tuo personaggio?</strong></p>
<p>Il vero problema è che ho iniziato a scrivere <em>L’invenzione della madre</em> quando ero anagraficamente molto vicino a Mattia. Io avevo molto a che fare con lui, e lui con me. Però la mia esigenza era quella di congelare – appunto – il protagonista in un’età ben precisa, mentre nel frattempo per me il tempo scorreva. Lui aveva sempre ventisei anni, io scavallavo i trenta e mi ritrovavo ancora invischiato nelle sue ficcanti ossessioni, dal mio punto di vista via via più sbiadite. La scelta della terza persona è stata una benedizione, potevo mettere in campo un personaggio senza caricarmi di troppa responsabilità, lasciarlo agire con una (apparente) spensieratezza. Alla fine credo lui abbia avuto la meglio su di me, ma è giusto così: l’umano deve passare in secondo piano, di fronte alla potenza delle narrazioni.</p>
<p><strong>Gli altri sono in qualche modo una misura, la morte degli altri ci fa presente la nostra. Hai parlato di Philippe Forest e <em>Tutti i bambini tranne uno</em>. In questo libro, l’autore racconta la perdita di una figlia e dice questa cosa potentissima: “Il lungo anno in cui morì nostra figlia fu il più bello della mia vita”. Possiamo aggiungere <em>Vite che non sono la mia</em>, come tanti altri libri che hai citato spesso. Questo modo di maneggiare la morte, il tentativo di sistemarsi la cravatta e non impazzire, mi sembra importante. In che senso e modo queste letture sono state un’ispirazione?</strong></p>
<p>Più che un’ispirazione, queste letture sono state una bussola. Mi piacerebbe ricordare alcuni dei libri che mi hanno dettato la strada durante il mio percorso di scrittura, durato sette anni: <em>La vita dopo</em>, di Donald Antrim (che cito in epigrafe); <em>Diario di un dolore</em>, di C. S. Lewis; <em>Dove lei non è</em>, di Roland Barthes; <em>Breve come un sospiro</em>, di Anne Philippe; <em>L’anno del pensiero magico</em>, di Joan Didion; <em>Post mortem</em>, di Albert Caraco; <em>Il libro di mia madre</em>, di Albert Cohen; ma soprattutto <em>Bambino bruciato</em>, di Stig Dagerman – lui e la sua opera, più di altri, mi hanno dato la “postura” per scrivere <em>L’invenzione della madre</em>. Ogni pagina di questi autori, e di molti che non cito per motivi di spazio, mi ha permesso di non impazzire.</p>
<p><strong>La letteratura esiste per darsi un’ipotesi di sopravvivenza, ha detto Marcello Fois proprio durante una presentazione del tuo libro. Secondo te, questo potrebbe essere un principio che regola la lettura? E c’è, tra tutti quelli che hai, un motivo sempre presente quando battezzi una lettura?</strong></p>
<p>La necessità.</p>
<p><strong>Siccome non mi capita tutti i giorni di intervistare uno scrittore/editor/lettore tutto insieme nella stessa persona, ne approfitto per chiederti di illuminarmi su una questione. Ho un problema con il concetto di sincerità della scrittura, ovvero: di preciso, che cos’è secondo te?</strong></p>
<p>Il grado di consapevolezza che intercorre fra ciò che pensiamo di scrivere e ciò che scriviamo davvero. Un po’ come il concetto insito nell’espressione «lost in translation»: il passaggio fra la formulazione di un’idea e la sua incarnazione in parole dovrebbe restituire l’emozione primaria che ha formulato quel pensiero. Più ci rendiamo conto dello scarto, io credo, più siamo sinceri.</p>
<p><strong>Il libro che hai letto, e ti è pure piaciuto, di cui ti vergogni?</strong></p>
<p>Ho amato alla follia la tetralogia di Elena Ferrante, <em>L’amica geniale</em>. In realtà non me ne vergognavo affatto, ma quando ho scoperto che la maggior parte degli addetti ai lavori sollevava delle riserve nei confronti di questa saga straordinaria, be’, mi sono fatto delle domande. Però non demordo: leggete ogni cosa scritta da quest’autrice, subito.</p>
<p><strong>Il classico super citato che in verità non hai mai letto.</strong></p>
<p>Dico spesso, e sono sincero, di adorare David Foster Wallace. Ebbene, il suo <em>Infinite Jest</em> – a tutti gli effetti un classico contemporaneo – per me è sempre stato insuperabile (nel senso che non ho mai superato pagina duecento). Ma sono un lettore lento, sento che prima o poi ce la farò. Poi.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La creazione del lutto</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/02/04/la-creazione-del-lutto/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2015/02/04/la-creazione-del-lutto/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Feb 2015 13:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Garigliano]]></category>
		<category><![CDATA[L'invenzione della madre]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Peano]]></category>
		<category><![CDATA[minimumfax]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=50831</guid>

					<description><![CDATA[di: Alessandro Garigliano Non so se durante la lettura de L’invenzione della madre di Marco Peano (minimum fax 2015) mi abbia commosso più la storia o lo stile. Non starò qui a rimuginare se ciò che si racconta sia biografia o invenzione, e in che percentuali. Si narra in terza persona con una voce vicina, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_50832" aria-describedby="caption-attachment-50832" style="width: 205px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-50832" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/51KcrlyEsAL._SY344_BO1204203200_-205x300.jpg" alt="Marco Peano, L'invenzione della madre, Minimumfax" width="205" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/51KcrlyEsAL._SY344_BO1204203200_-205x300.jpg 205w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/51KcrlyEsAL._SY344_BO1204203200_.jpg 236w" sizes="(max-width: 205px) 100vw, 205px" /><figcaption id="caption-attachment-50832" class="wp-caption-text">Marco Peano, L&#8217;invenzione della madre, Minimumfax</figcaption></figure>
<p>di: <strong>Alessandro Garigliano</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non so se durante la lettura de <i>L’invenzione della madre</i> di Marco Peano (minimum fax 2015) mi abbia commosso più la storia o lo stile. Non starò qui a rimuginare se ciò che si racconta sia biografia o invenzione, e in che percentuali. Si narra in terza persona con una voce vicina, quasi complice, al protagonista ventiseienne che ha nome Mattia (l&#8217;unico in tutta la storia a essere nominato, mentre <i>gli altri</i> sembra godano di una sorta di sacralità grazie alla quale i loro nomi resteranno impronunciati). Dirò subito che ciò che più mi ha coinvolto e stravolto non è né l’esattezza delle parole né l’essenzialità dei periodi necessari a narrare il decorso terminale di una donna malata di diverse forme di cancro; ciò che mi ha coinvolto e stravolto è la capacità di sottrarre <i>pathos</i> senza sottrarsi, senza disinnescare il dolore spaventoso scaricando la tensione con l’ironia o usando artifici inadeguati. <span id="more-50831"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Con quali parole racconterai la morte?</p>
<p style="text-align: justify;">Sono innumerevoli gli scritti che hanno provato a raccontare il lutto con risultati più o meno riusciti – e forse lo stesso titolo del libro di Peano dialoga con un altro libro sulla morte: <i>L&#8217;invenzione della solitudine</i> di Paul Auster. Ma perché la morte costringe a dire con precisione il dolore? Ma perché la combinazione ridicola di caratteri deve librarsi priva di sbavature per razionalizzare anche le agonie più spaventose? Eppure in questo libro il nitore del linguaggio – qui considerato <i>alleato</i> &#8211; appare imprescindibile: non perché liberi dal male o lo esorcizzi ma perché rappresentandolo in questa forma lo fa riconoscere: lo rivela.</p>
<p style="text-align: justify;">Con quali parole ti difenderai dalla morte?</p>
<p style="text-align: justify;">Nel testo di Peano le parole sono incistate nella sofferenza. Il registro ondeggia calibrato dall&#8217;ironico al tragico, dal melodrammatico al beffardo. Tramite la lingua e lo stile si prova a contenere il dolore e a rilasciarlo senza pietà. Sono tantissimi gli episodi in cui Mattia, il protagonista, sfodera sadismo scagliandosi, con un compiacimento da vittima, contro gli interlocutori improvvidi, sempre in ritardo sul decorso della malattia. Allo stesso tempo, però, gli interlocutori mostrano tutta la loro superficialità, scandiscono rituali di cortesia squadernando tutta la miseria e la ferocia delle relazioni umane. Ma, soprattutto, Mattia vuole fortissimamente sottrarsi a qualsiasi tipo di relazione sociale. (Non so se quello che sto per dire mi farà condannare per spoiler): Mattia non continuerà gli studi, metterà fine alla sua intensa storia d&#8217;amore, e anche il legame più forte, ovvero quello con il padre, a lungo andare, secondo me, sarà logorato: tutto è, e deve rimanere, madre.</p>
<p style="text-align: justify;">Con quali parole gestirai la morte?</p>
<p style="text-align: justify;">Paradossalmente contro la burocrazia e le parole glaciali della medicina, nel romanzo si reagisce con parole che nella loro esattezza tecnica si susseguono recitando rosari. Non c&#8217;è cura e agonia che venga taciuta per pudore. Ma è proprio la manutenzione della morte a salvare dispensando alla fine un senso quasi, anzi no del tutto, esistenziale. E a un certo punto sembra che il narratore riesca a convincerci del fatto che ognuno di noi – abbia o meno fatto esperienza di dolori tragici – <i>porti da sempre in grembo una madre morta</i> (parafrasando un proverbio citato nel libro).</p>
<p style="text-align: justify;">Con quali parole sopravvivrai alla morte?</p>
<p style="text-align: justify;">Il passato non ha pietà del presente, lo trasfigura fino a immobilizzarlo; il futuro è annientato. Il figlio – al sicuro fuori età nel bozzolo dell&#8217;adolescenza – custodisce e ricostruisce con caparbietà il ritratto della madre affinché non rimanga nella memoria di chi le sopravvive un personaggio ma una persona. L&#8217;intero racconto – dove finalmente una trama non si sovrappone al narrato imponendo movimenti prestabiliti e pretestuosi, ma si stende e si annoda rappresentando alla perfezione una coscienza e il suo plot esistenziale –, il racconto, dicevo, prova a fare del presente un fantoccio, un pupazzo che mentre simula di correre in avanti, in realtà rimane ancorato al tempo in cui la madre viveva. Il Tempo non solo si curva ma si contorce fino a mettere in scena la metamorfosi, tristissima e dolce, di una madre che diventa figlia e di un figlio costretto ad assumere le sembianze di un genitore; le responsabilità si trasferiscono da un corpo all&#8217;altro: la morte fa regredire la madre – fino a farla sperare incosciente – invece al figlio concede, nella certezza del lutto, una forma matura d&#8217;amore maestoso sì ma disperato.</p>
<p style="text-align: justify;">E però alla fine mi rendo conto che il Tempo, in questo libro, è stato annullato: il compito più alto della letteratura è stato magistralmente osservato. Fin dall&#8217;inizio il corpo della madre è un fantasma, viene <i>inventato</i> tramite i ricordi, le parole quotidiane e le epifanie: non si avrà mai nel testo la percezione di un&#8217;assenza possibile o effettiva.</p>
<p style="text-align: justify;">È la mancanza che invece aleggia in ogni parola come fosse una colpa originaria.</p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2015/02/04/la-creazione-del-lutto/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-08-09 00:37:57 by W3 Total Cache
-->