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	<title>Marco Rossari &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Dieci motivi per cui vale la pena leggere &#8220;Le cento vite di Nemesio&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Sep 2016 05:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Rossari]]></category>
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		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>
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					<description><![CDATA[(Marco Rossari ha pubblicato un nuovo romanzo. A Sergio Garufi è piaciuto, qui sotto ci spiega perché. Io lo farò questa sera assieme a Maria Rosa Mancuso, alle 19,00 alla Libreria Verso, in corso di Porta Ticinese 40. Come si dice in questi casi: sarà presente l&#8217;autore) di Sergio Garufi Perché è un libro coraggioso, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-64470" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/nemesio-cop.jpg" alt="nemesio-cop" width="291" height="461" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/nemesio-cop.jpg 291w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/nemesio-cop-189x300.jpg 189w" sizes="(max-width: 291px) 100vw, 291px" />(<em>Marco Rossari ha pubblicato un <a href="http://www.edizionieo.it/book/9788866327608/le-cento-vite-di-nemesio">nuovo romanzo</a>. A Sergio Garufi è piaciuto, qui sotto ci spiega perché. Io lo farò questa sera assieme a Maria Rosa Mancuso, alle 19,00 alla Libreria Verso, in corso di Porta Ticinese 40. Come si dice in questi casi: sarà presente l&#8217;autore</em>)</p>
<p class="techinfo">di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Perché è un libro coraggioso, e lo si capisce dall’incipit lettoricida. “<i>Sono nato da uno sperma vecchio</i>”, come dice il protagonista, è tutto meno che l’adescamento canonico prescritto da molti manuali di scrittura creativa. L’attacco suona talmente antipatico e respingente che somiglia più al buttafuori di un locale che a una prostituta ammiccante. Però funziona lo stesso, fa sì che t’intestardisci a volerci entrare.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Poi è un romanzo con diversi livelli di lettura, e non è necessario riconoscere le tante parafrasi e allusioni colte disseminate nel testo per gustarlo appieno. L’incipit, per esempio, è una frase che trae la sua necessità dal fatto che la pronuncia un uomo generato da un padre settantenne, e tuttavia non si esaurisce lì, nel senso attribuitogli dall’intreccio. È anche l’angoscia dell’influenza di cui parlava Harold Bloom, quella che colpisce ogni artista di fronte al peso della tradizione, o quella che schiaccia le ambizioni del figlio di un pittore famoso e ingombrante come Nemesio, relegandolo a vivere in un monolocale e a fare il custode di un museo, quasi compiacendosi di essere ignorato dal mondo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Poi è molto divertente. Si ride perfino dopo, a libro chiuso, quando ripensi a certe scene come quella corale della seduta spiritica, in cui Rossari dirige le voci e le interazioni di parecchi personaggi che ruotano attorno a una medium napoletana in un caleidoscopico salotto dei primi del Novecento.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Poi per come usa gli ossimori e i paradossi. Spesso la profondità e il chiaroscuro di un personaggio o la contraddittorietà di una situazione vengono fatti emergere attraverso una presentazione che illustra equamente pregi e difetti, vantaggi e svantaggi, quasi fosse una bilancia, oppure col ribaltamento meccanico di un attributo corrente (tipo “il silenzio assordante”), mentre qui si scava dall’interno, le contraddizioni sono costitutive, e anche un luogo comune può rivelare un senso inaspettato a seconda di chi ne è il destinatario. “<i>La vita continua: continua a restare ferma</i>”, è il commento alla routine del giovane Nemesio. E altrove, dopo aver preso un cazzotto in faccia da una camicia nera, il padre protesta: “<i>Questa è un’aggressione di stampo fascista!</i>”, e la camicia nera risponde: “<i>Verissimo!</i>”. In sintesi la lezione di Manganelli, che per elogiare un libro lo definiva “<i>deliziosamente</i> <i>irritante</i>”, e che considerava la depressione per un letterato “<i>una condizione catastrofica e illuminante</i>”. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Poi è un romanzo molto originale. Sulla quarta di copertina si spendono i nomi di Stefano Benni, Kurt Vonnegu</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">t, </span></span></span><em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Jaroslav Hašek</span></span></span></em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> e i</span></span></span><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> Monty Python, ma io ci vedo un film: </span></span><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Big fish</i></span></span><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> di Tim Burton. Il rapporto conflittuale padre-figlio (seppur a ruoli invertiti), la verità del mito (e il mito è ciò che resta nella traduzione, e Rossari nasce come traduttore), la necessità della fantasia e del sogno (“</span></span><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><i>l’immaginazione è l’esperienza dello scrittore</i></span></span><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">”), sono tutti temi che appartengono a entrambe le opere.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Poi perché è un romanzo d’amore capace di rendere romantica una lista della spesa.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Poi perché quando lei si ammala ed è a letto incosciente Nemesio va in confusione, e facendo la spola fra l’ospedale e l’università finisce per trascorrere “<i>lunghi pomeriggi a spiegare il Vallo di Adriano alla sagoma immobile di Lotte e indimenticabili ore a lezione mormorando ex cathedra: </i><span style="color: #545454;"><i>«</i></span><i>Amore mio fatti forza: non tutto è perduto</i><span style="color: #545454;"><i>»</i></span><i>, nel silenzio imbarazzato degli studenti</i><span style="color: #545454;">”.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Poi per le similitudini poetiche che inventa, come quella del finale, quando nella notte romana il giovane Nemesio apre la finestra e lascia che si libri sui tetti una cosa a cui teneva molto, “<i>con l’attenzione che una ragazza madre dedica al figlio quando lo abbandona sui gradini di una chiesa</i>”. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Poi per l&#8217;escatologia rovesciata del piccolo Nemesio, nella quale si sta come le mummie di Ruysch, intenti sempre a propiziarsi il passato, non il futuro, perché il male è l&#8217;impossibilità di recuperare qualcosa che è già accaduto da qualche parte nel tempo: un momento decisivo nell&#8217;economia della propria esistenza, il punto in cui tutto è deragliato, forse la scelta di rinunciare a vivere.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Poi perché a differenza di Reger, il protagonista di <i>Antichi maestri</i> di Thomas Bernhard, che sosta quotidianamente di fronte a un ritratto del Tintoretto per cercarne i difetti, Nemesio ogni giorno sorveglia e investiga tre quadri dell’avanguardia dei Vuotisti solo per vedervi contraffatte le proprie ossessioni, oltre che la cifra del suo destino.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Poi perché ci restituisce l’immagine di un secolo, il Novecento, <span style="color: #222222;">cupamente picaresco, gravido di lemuri come un teatro di ombre cinesi; un grande luna-park in cui passano in rassegna poetesse dalle pause interminabili, scienziati pazzi, squadristi lapalissiani, ciarlatani di ogni risma e badanti sudamericane con mille cognomi; il tutto condito da una prosa febbricitante e lunatica, lussureggiante e visionaria.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #222222;"> <span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">E anche </span>per altri motivi, ma mi sa che ho già superato i dieci.</span></span></p>
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		<title>L’unico scrittore buono è quello morto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 May 2012 06:30:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[autofiction]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Rossari]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Marco Rossari, L’unico scrittore buono è quello morto, E/O, 214 pagine La letteratura che parla di se stessa &#8211; che parla di libri, di scrittura e di autori &#8211; è un genere a sé stante, genere nobile e di antica tradizione. In fondo ogni scrittore passa buona parte della sua giornata a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/Rossari.jpg" alt="" title="Rossari" width="215" height="336" class="alignnone size-full wp-image-42390" />di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Marco Rossari</strong>, <em>L’unico scrittore buono è quello morto</em>, E/O, 214 pagine</p>
<p>La letteratura che parla di se stessa  &#8211; che parla di libri, di scrittura e di autori &#8211; è un genere a sé stante,  genere nobile e di antica tradizione. In fondo ogni scrittore passa buona parte della sua giornata a scrivere, a leggere o a ragionare di scrittura, diventa inevitabile che sia anche il centro di molta narrazione. Detto così può preoccupare l’idea di imbattersi in un libro che sembra parli esotericamente al suo ego, ma per fortuna, proprio perché l’argomento è la ragione stessa di vita dell’autore questo genere letterario &#8211; la letteratura che parla di letteratura, una sorta di letteratura al quadrato – sa anche essere affascinante, proprio come nel caso del libro di Marco Rossari, divertente già dal titolo: <em>L’unico scrittore buono è quello morto</em>.</p>
<p>Questo di Rossari non è un romanzo o una racconta di racconti e meno che mai una collezione di saggi critici. Sembra piuttosto uno zibaldone, una congerie di aforismi affilatissimi e lunghi meta-racconti paradossali, dove si possono incontrare un Tolstoj invitato a parlare delle sue opere alla radio, o uno Shakespeare accusato di plagio. Molti di questi racconti di racconti sono in prima persona. Fiction di autofiction (la ridondanza e il gioco di specchi caratterizza l’intero libro) dove i molteplici Rossari &#8211; emblemi dei molteplici scrittori, poeti, traduttori, critici che affastellano il mondo dell’editoria – si ritrovano di fronte a situazioni frustranti, assurde, umilianti.</p>
<p>Ma non c’è né autoindulgenza né rabbia. L’autore sa che chi scrive convive con una malattia totalizzante che si accanisce sull’esistenza dandole al contempo senso. Rossari poi, dalla sua, ha la fortuna di snocciolare nelle sue pagine una cultura, non solo nozionistica o anedottica, davvero notevole senza dotti compiacimenti di sorta. Scrive bene, cambiando spesso di tenore e registro, con autentica sapienza, regalando al lettore un libro che fa intravedere, da dentro, la macchina magica e infernale delle nostre ossessioni.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Cooperazione, <em>n. 8 del 21 febbraio 2012</em>]</p>
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		<title>Ingratitudine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jun 2011 06:30:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Lucio Trevisan]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Rossari]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lucio Trevisan [Eccovi alcune pagine di un libro inquieto, Ingratitudine, di Lucio Trevisan, pubblicato da NoReply. Il Romanzo verrà presentato a Milano il 14 giugno presso la libreria Centofiori (Piazzale Dateo 5) alle ore 18,15. Ne parleremo con l&#8217;autore io e Marco Rossari. Segue aperitivo. G.B.] Il diluvio Dopo di noi diluvierà Non spioverà, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/copaIngratitudineBassajpg1.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-39265" title="copaIngratitudineBassajpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/copaIngratitudineBassajpg1.jpg" alt="" width="202" height="294" /></a> di <strong>Lucio Trevisan</strong></p>
<p>[Eccovi alcune pagine di un libro inquieto, <em>Ingratitudine</em>, di Lucio Trevisan, pubblicato da <a href="http://www.noreply.it/">NoReply</a>. Il Romanzo verrà presentato a Milano il 14 giugno presso la<a href="http://www.facebook.com/pages/Libreria-Centofiori/175081055659"> libreria Centofiori </a>(Piazzale Dateo 5) alle ore 18,15. Ne parleremo con l&#8217;autore io e Marco Rossari. Segue aperitivo. <em>G.B</em>.]</p>
<p><em>Il diluvio</em></p>
<p>Dopo di noi diluvierà<br />
Non spioverà, va bene<br />
Noi la fortuna<br />
Degli ombrellai<br />
Chili di liquidi</p>
<p>Dopo di noi</p>
<p>Va bene, come vuoi<br />
dopo di noi<br />
diluvierà, non spioverà<br />
Dopo di noi: il diluvio.</p>
<p>Battisti/Panella, <em>Il diluvio</em></p>
<p>17 febbraio 1977. Scendo a Roma in treno in una cuccetta pulciosa. Si è sparsa la notizia che il piccì cerca la prova di forza. Per non sporcarsi le mani, vigliaccamente, manda avanti la cigielle e il suo leader più prestigioso. A Roma l’università è occupata. Sei giorni prima la polizia ha ucciso Francesco Lorusso a Bologna. <span id="more-39263"></span>Ora la cigielle ha convocato un comizio dentro l’università. L’“Unità” lo annuncia in una pagina interna: Lama parlerà agli studenti. Ma Lama non viene per confrontarsi, si scomoda per spaccare il Movimento, ristabilire l’egemonia del riformismo in università, magari far sgombrare la Sapienza, se ci riesce. Non è che lo dichiara, non è mica scemo, ma neanche noi lo siamo. Il gioco è scoperto. Viene lì e quello che fa è dire: io vengo qui, prendo un megafono e faccio il mio discorso che deve coprire tutti gli altri discorsi, non me ne frega un cazzo di dialogare con voi che siete dei fascisti mascherati da compagni. È da un po’ che sentiamo ripetere che siamo dei fascisti rossi, che facciamo il gioco dei padroni, che rompiamo le uova nel paniere della pace sociale e del compromesso storico, e ci siamo rotti i coglioni di sentire quella solfa. (&#8230;). E lui viene lì a farci la lezione dal suo pulpito delle lotte operaie e sindacali che hanno difeso la democrazia.<br />
<em>Vaffanculo</em>!<br />
Alla Tiburtina prendo la metropolitana. Arrivo alla Sapienza a piedi verso le otto. E noto subito, entrando nel piazzale della Minerva, mi pare si chiami così, che quelli del servizio d’ordine del piccì e del sindacato con i cartellini rossi appuntati sul bavero della giacca stanno cancellando le scritte sui muri esterni della facoltà di lettere. Ce n’è una enorme accanto ai cancelli. I LAMA STANNO IN TIBET. E loro stanno provando a farla sparire. Tiro dritto, ma non è una bella prova di dialogo e di autocritica, penso. I compagni veri sono asserragliati nella facoltà. Mi fanno entrare, un compagno di lì che faceva il pendolare con Milano mi riconosce, dopo un attimo d’incertezza. Dentro non vedo armi né proprie né improprie. La parola d’ordine è: Lama non deve parlare, non ha diritto di cittadinanza lì dentro, cosa cazzo è venuto a fare? A provocare, rispondono i compagni in coro.<br />
Esco sui gradini. Su una scala di quelle da biblioteca gli “indiani” hanno piazzato un fantoccio di Lama a grandezza naturale in polistirolo. Porta appesi tanti grandi cuori. Sopra c’è scritto: “L’AMA O NON L’AMA”. “NON LAMA NESSUNO”. Giochi di parole innocui. Sorrido. Gli “indiani” metropolitani sono l’alta creativa del Movimento del ’77. (&#8230;)<br />
Ora sono circa le nove.<br />
Il piazzale si sta riempiendo. Con il servizio d’ordine della cigielle è entrato un camion che sta diffondendo da un altoparlante canzoni del movimento operaio, marcette. I compagni escono dalla facoltà e vanno a occupare un lato della piazza. Dagli indiani partono dei cori irridenti, raccolti da tutti gli altri. “Più lavoro, meno salario.” “Sa-cri-fi-ci-sa-cri-fi-ci.” “È ora, è ora, miseria a chi lavora.” “Ti prego, Lama, non andare via, vogliamo ancora tanta polizia.” Mi unisco ai cori. C’è dentro, in una sintesi fulminante, la critica alla filosofia berlingueriana dell’austerità e dei sacrifici, al moderatismo. Lama, circondato da una decina di tute blu, che lo sovrastano e lo rendono quasi invisibile, attraversa il piazzale e sale sul camion. Dagli altoparlanti le note delle canzoni non riuscivano a soffocare gli slogan ironici. Alle dieci Lama prende la parola. Mi ricordo l’esordio: “Il ‘Corriere della Sera’ ha scritto che saremmo venuti qui con i carri armati, si è sbagliato, noi siamo qui…” Urla, e fischi. E poco più avanti: “Gli operai nel ’43 hanno salvato le fabbriche dai tedeschi, e voi adesso dovete salvare le università perché sono le vostre fabbriche…” Se non sono le parole esatte, ci assomigliano molto. Dal lato degli indiani sono volati dei palloncini pieni di acqua colorata e vernice. Nel servizio d’ordine della cigielle, edili, operai, sindacalisti, c’è stato un attimo di sbandamento, erano tutti macchiati di vernice, bagnati fradici, sbertucciati, e si sono incazzati. È partita una carica selvaggia per distruggere il carroccio degli indiani.<br />
Da lì in avanti è stato il caos. Cariche e controcariche. Pugni, schiaffi, calci. Mi spavento, e arretro di qualche fila per non farmi travolgere. La rabbia è esplosa, e non sono allenato allo scontro fisico, ai pestaggi scientifici. (&#8230;) Mi salvo dalle sprangate o da un agguato sotto casa, capitalizzando il carcere e il <em>cursus honorum</em>. Però non sono neppure un pacifista gandhiano. Non lo sono mai stato. Senza violenza non si cambia nulla. Non si è mai visto una classe dominante nella storia cedere il potere e ritirarsi a vita privata. Il problema, semmai, è capire quando e come usarla, la violenza, il dosaggio rispetto all’obiettivo. All’osso, è semplicemente un rapporto fra mezzi e fini. (&#8230;) C’è la violenza degli oppressi: Spartaco contro le legioni romane, le jacqueries, la distruzione delle macchine, il sabotaggio, i picchetti davanti alle fabbriche. C’è la violenza individuale gappista, giusta e rivoluzionaria, e la violenza di massa, spontanea e organizzata. Via Rasella e la guerra partigiana in montagna e in città. Ci sono le barricate. C’è l’assalto al palazzo d’inverno. C’è la violenza squadrista. C’è la polizia che ti spara addosso se occupi le terre o scendi in piazza.<br />
È violenza o no?<br />
Lo Stato deve essere il monopolista della violenza? Foucault, e le istituzioni totali. Qualcuno sostiene che la violenza è legittima solo quando c’è una dittatura, e pensa così di sciacquarsi la bocca. In democrazia sarebbe vietata. Verboten! E chi l’ha detto che una democrazia non è una forma di dittatura, la dittatura della maggioranza? E la minoranza deve stare a guardare, impassibile? E se la minoranza decide che la democrazia è una dittatura? E le rivoluzioni anticolonialiste e antimperialiste? Il capitalismo, il dominio di una classe sulle altre, non è violento? La vita è violenta.<br />
Dal servizio d’ordine del sindacato ci sparano addosso a raffica la schiuma con gli estintori. In risposta partono pezzi di legno, sanpietrini. Ci caricano. Sono inquadrati, e decisi a fare male. Vedo compagni dei collettivi che vengono portati via per le gambe e le braccia, con le teste rotte, le facce insanguinate. Il servizio d’ordine è venuto avanti come una falange greca, bastonando con ferocia, quasi con sadismo. Per loro siamo carne da macello, cani rognosi, i figli di papà che hanno massacrato i poveri poliziotti a valle Giulia. Lama sta continuando a parlare nel casino più totale. Arretro fin sui gradini della facoltà di lettere, fuori dalla mischia, e vedo Lama che salta giù in fretta dal camion. Deve avere capito che mette male, la festa è finita. Al suo posto sale sul palco uno della camera del lavoro di Roma e tuona, più o meno: “Compagni, la manifestazione è sciolta. Non accettiamo provocazioni.” L’ultima parola scatena una carica brutale dei compagni che spazza via il servizio d’ordine del piccì e del sindacato. Lama si salva per il rotto della cuffia, pallido come uno strofinaccio. Questione di secondi, e sarebbe stato inghiottito dalla mischia. Viene inseguito fino ai cancelli. Ha rischiato di essere linciato, non l’aveva messo in conto e un po’ se lo meritava. Il camion viene capovolto, fatto a pezzi, cannibalizzato. I pezzi di lamiera diventano armi improprie. Rientro nella facoltà occupata. La scalinata ha una scia di sangue. Dentro urlano, bestemmiamo, cercano di medicare i feriti. Non so cosa fare. Alla fine lascio il campo di battaglia da un’uscita laterale. A terra c’è di tutto. Vedo anche un martello abbandonato da chissà chi. Un’ora dopo sono sull’Intercity per Milano, sconvolto, mi tremano le mani. Mi palpo qua e là. Non ho ossa rotte, per fortuna. Nel pomeriggio la polizia sgombra l’università dai collettivi che l’occupavano. Come volevasi dimostrare, penso, leggendo il mattino dopo la notizia sui giornali. <em>Complimenti, Lama</em>!</p>
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		<title>Ancora &#8220;no reply no party&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Jun 2008 22:09:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mercoledì 11 giugno, Ore 19.00 &#8211; 23.30, al Goganga, Via Cadolini 39 Milano No Reply insieme a Marco Travaglio, Aldo Nove, Marco Rossari e (forse) Gianni Biondillo (dipende se mi libero in tempo da un impegno preso precedentemente), e alla musica di Cinemavolta e KnK presentano NO REPLY NO PARTY Dagli organizzatori di La Biblioteca [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Mercoledì 11 giugno, Ore 19.00 &#8211; 23.30, al <a href="http://www.goganga.it/">Goganga</a>, Via Cadolini 39 Milano</p>
<p><a href="http://www.noreply.it/"><strong>No Reply</strong></a> insieme a <strong>Marco Travaglio</strong>, <strong>Aldo Nove</strong>, <strong>Marco Rossari </strong>e (<em>forse</em>) <strong>Gianni Biondillo</strong> (<em>dipende se mi libero in tempo da un impegno preso precedentemente</em>), e alla musica di <strong>Cinemavolta </strong>e <strong>KnK </strong>presentano</p>
<p><em><strong>NO REPLY NO PARTY</strong></em></p>
<p>Dagli organizzatori di <em>La Biblioteca in Giardino</em> una grande festa di interazione tra set acustici, dibattiti e reading per una serata tra parole e musica, impegno e divertimento.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Un piccolo premio in Brianza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Feb 2007 07:49:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Rossari]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Rossari Mi aveva incastrato una vecchia amica scrittrice. “C’è un premio in Brianza. È intitolato al figlio di una mia amica. Lui è morto un paio di anni fa, giovanissimo. E voleva scrivere. Insomma hanno organizzato questo concorso per ragazzi sotto i vent’anni. Io sono in giuria. Non c’è pubblicazione, danno ai primi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rossari</strong></p>
<p><img alt="libro.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/02/libro.thumbnail.jpg" /></p>
<p>Mi aveva incastrato una vecchia amica scrittrice.<br />
“C’è un premio in Brianza. È intitolato al figlio di una mia amica. Lui è morto un paio di anni fa, giovanissimo. E voleva scrivere. Insomma hanno organizzato questo concorso per ragazzi sotto i vent’anni. Io sono in giuria. Non c’è pubblicazione, danno ai primi tre un po’ di soldi. È un modo per stare insieme. Cercano qualcuno che legga ad alta voce i testi di Daniele. Solo che non si possono permettere un attore. A me sei venuto in mente tu. Hai quel bel vocione.”<br />
“Non so&#8230;”<br />
“Allora li avviso subito. Ti faccio chiamare da loro. Intanto ti mando il libro… Daniele, quel ragazzo, aveva scritto qualche racconto. Hanno riunito i frammenti in un libricino a loro spese. Tra mezz’ora è a casa tua.”<br />
<span id="more-3270"></span></p>
<p>Subito dopo mi aveva chiamato la madre del ragazzo. Si era detta commossa. Io mi ero schermito.<br />
Volevo un rimborso spese?<br />
“Non è il caso.”<br />
“Grazie, grazie. Ce la fa a leggere i testi per stasera?”<br />
“Li ho già ricevuti.”<br />
“Grazie ancora.”</p>
<p>Il libro di Daniele era uno smilzo volumetto verde. Meno di cento pagine stampate a caratteri cubitali. In copertina c’era una farfalla elaborata al computer. Il nome del ragazzo. Il titolo: <em>Thisiswhatiwrite</em>. Sottotitolo: Pensieri sull’arte e sul mondo. Dietro raccontavano il suo calvario. Un linfoma maligno. Quattro anni di cure. Chemioterapia. Un autotrapianto di midollo. Poi due anni di tregua. Due anni che erano stati la fine del liceo, qualche viaggio, l’iscrizione all’università. Aveva scelto Lettere, naturalmente. Due anni che erano il momento più spensierato della vita. Ma in fondo ai suoi due anni c’era stata la recidiva. Non si era riusciti a trovare un donatore compatibile per un altro trapianto. Avevano fatto un tentativo disperato con un donatore non completamente compatibile. Un disastro. Era morto a ventun anni. Questa quarta di copertina era scritta in modo asciutto. Non avevano girato intorno alle cose. Morto, c’era scritto. Non mancato. Non scomparso. Niente eufemismi. Morto. È così che si dice, no?<br />
Nella premessa ai testi, dentro, si spiegava che Thisiswhatiwrite era il nome del file sotto il quale erano stati rintracciati i brani. Non “racconti” o “testi” o “poesie” o cose simili. <em>This is what i write</em>, ecco cosa scrivo. Un giro di parole. La tipica reticenza degli scrittori in erba. Chissà quante ragazze, quanti ragazzi questo Daniele aveva incontrato nei primi mesi dell’università che gli avevano raccontato baggianate tipo: Voglio scrivere, puoi farlo di notte, sei svincolato dal lavoro. Il luogo comune della Creatività, della Musa, del Demone. Invece lui no. Si trincerava dietro un’ambigua scritta inglese. Nel libro c’era anche la foto. Un ragazzo con la frangia lunga e gli occhi curiosi, seduto davanti a un bicchiere di vino. Non sorride, ma non perché sia scorbutico. Sembra non dare importanza alla foto che gli stanno scattando, come se avessero interrotto una bella chiacchierata.<br />
All’inizio questa storia del libro mi aveva spaventato. Li avevo presente quei manufatti. Cinquanta pagine incollate alla cazzo con una copertina orrenda e due righe di introduzione a una serie di poesie impresentabili. L’impaginazione sballata. L’orgia di refusi. Le sgrammaticature. E la morte prematura purtroppo non rendeva qualcosa di scritto migliore. E quei libri equivalevano il più delle volte ai fiori disperati appoggiati al guardrail dove si è schiantata una macchina.<br />
Ma non era questo il caso.<br />
La carta era buona, la confezione dignitosa e l’immagine di Daniele non era stata schiaffata in copertina, come se quella fosse la sua lapide. Il libro conteneva una succinta introduzione, una prima sezione di brevi testi, un abbozzo di romanzo, una poesia, qualche articolo scritto per il giornalino della scuola e una coda di testimonianze altrui sulla sua generosità e la sua voglia di vivere.<br />
Poi, avevo letto. </p>
<p>La sera ero uscito. In mezz’ora ero arrivato nei pressi del paese. La premiazione si svolgeva vicino al municipio, in una vecchia villa.<br />
Al primo piano era stato allestito un buffet. Ero in ritardo e qui non c’era nessuno. Di sopra, una sala imponente ospitava un centinaio di persone. Mi ero avvicinato al tavolo centrale con i microfoni. La madre di Daniele, una grossa signora dall’aria premurosa e accorata, doveva avere intuito che quello sciamannato che risaliva il corridoio ero io: l’ &#8220;attore”, come mi avrebbero chiamato da quel momento in poi.<br />
“È arrivato l’attore,” aveva annunciato agli altri dopo avermi stretto la mano e ringraziato per l’ennesima volta.<br />
Eravamo pronti. Io ero la voce, il microfono, il veicolo, il tramite, lo strumento. Dovevo solo leggere qualche brano di Daniele in apertura e poi avrebbero premiato i tre vincitori. </p>
<p>Mi avevano regalato una bottiglia di vino. La madre mi aveva stretto la mano commossa. Poi erano passati al buffet. Io mi ero dileguato. In macchina, avevo ripensato agli scritti di Daniele. La cosa più dura della serata era stato leggere il brano iniziale. E quella sensazione non mi voleva lasciare in pace. Me l’ero portata dietro per la buia campagna brianzola, per quel paesino nebbioso da lupi mannari, in mezzo a quella folla di devoti del dolore, sulle spalle di un ruolo non mio, l’attore venuto apposta per l’occasione, l’appassionato lettore, il garbato interprete delle parole di Daniele stesso, così gentile da non chiedere nemmeno un rimborso spese, e in mezzo a tutta quella folla luttuosa che vociava con una pizzetta in bocca accrocchiandosi intorno a un banco con sopra i libretti di Daniele, in mezzo a questo purgatorio pseudoletterario quella sensazione aveva resistito a tutto.<br />
Attraversavo di nuovo la nebbia. E pensavo a quel libro. Non c’era niente, dentro. La morte era deflagrata nei conati letterari di Daniele lasciando solo frammenti. Piccoli spicchi di dolore. Spunti vaghi, impennate liriche, approssimazioni: tutto il campionario di chi non sa da che parte cominciare, ma deve farlo.<br />
Il romanzo era un tentativo abortito. Prima c’era scritto: “Nell’ultimo anno Daniele aveva spesso parlato con gli amici di un romanzo che aveva in testa di scrivere”. Riguardava gli angeli. Tre facciate. Quello non era l’abbozzo di un romanzo, come avevano scritto loro. Era un abbozzo e basta. La frustrazione terribile di chi parte per le nebbie di un romanzo che non ha in mente e si ferma subito. Lo sconforto. Poche idee ma confuse. Non sapere cosa scrivere e nemmeno come farlo. Una frase senza vita che ne segue un’altra ancora più spenta. L’ultima frase era stata addirittura lasciata a metà, senza nemmeno un punto. Il cedimento. Esiste qualcosa di più doloroso di questo?<br />
Ma il libro di Daniele non era tutto qua. C’era anche la lotta di qualcuno che cerca di descrivere il Male con le parole inadeguate della sua età. “Sentirsi impotente, seduto su un letto aspetto di essere divorato da dentro dal male che io stesso ho creato o dalla cura che il mondo sta cercando.” Quante imprecisioni. Uno sta morendo e cerca di imbellettare la scrittura perché è così che gli hanno insegnato. Può anche provare a leggere Hemingway, ma essere asciutti è una pena troppo grande per un ragazzo. Ci vogliono gli orpelli, la pompa, la retorica, gli archi in sottofondo, le parole dei poeti, il pianto. “E sembri una foglia di autunno sempre più marcio e più secco: quasi fuggito dal brutto ricordo di un olocausto, stavolta non c’è nessuno da condannare.” Vent’anni e un male incurabile. Come poteva un ragazzo trovare le parole adeguate?<br />
Mi era tornata in mente una scena a cui avevo assistito qualche anno prima. Su un autobus, in città. Faceva caldo. Di fianco a me, in piedi, c’erano una madre e una figlia. Vestite leggere, con occhi brillanti e dignitosi, stavano in silenzio. La madre teneva le mani sulle spalle della ragazzina, mentre la figlia guardava fuori curiosa.<br />
“Mamma, è successo di nuovo,” aveva detto a un tratto, portandosi una mano al petto.<br />
Un’ombra sul viso materno. “Ancora?”<br />
“Sì, ancora.”<br />
“Com’era? Prova a descriverlo.”<br />
“Un colpo caldo, poi uno freddo. Poi di nuovo uno caldo.”<br />
“Tre volte?”<br />
“Sì, così. Prima caldo, poi freddo, poi caldo.”<br />
“Domani andiamo dalla dottoressa e ne parliamo con lei. A casa lo scriviamo. Tu stai bene amore, vero?”<br />
“Certo, mamma.”<br />
Una bambina cardiopatica. Le aveva lisciato i capelli, perché l’aria che entrava dal finestrino glieli aveva scompigliati.<br />
Bambini di fronte al Male. Come Dawid Rubinowicz, il ragazzino polacco di cui dopo la guerra era stato ritrovato un diario, senza nemmeno il talento di Anna Frank. E che pure il 28 febbraio del 1942 aveva scritto: “Ormai ci siamo messi nelle mani di Dio, siamo preparati a tutto a braccia aperte”. Da che parte bisognava prendere il Male quando arrivava? A braccia aperte?<br />
E poi si sentiva che Daniele di giorno in giorno migliorava. Un piccolo poeta spaurito sull’orlo dell’abisso che si siede al suo tavolino del cazzo e ci riprova per l’ennesima volta, dai forza le parole verranno, un romanzo, magari un racconto, al massimo una poesia, qualche frase, una sola parola che spieghi la mia morte. Invece niente, non succede niente. E chissà forse Daniele non avrebbe nemmeno voluto che quella roba venisse letta. Invece quelle parole restano incistate lì, come un groppo in gola. E continuano a stamparle, le distribuiscono a tutti, perfino all’attore improvvisato che è stato così gentile da raggiungerci con quella nebbia. Ma tutto questo aveva senso? Eppure in questa raccolta già postuma una cosa funzionava.<br />
C’era una poesiola. In extremis, con tutto quel dolore, una goccia d’acqua pura era scesa. </p>
<p>Una farfalla che cade<br />
si porta dietro<br />
la sua anima<br />
e il suo male.</p>
<p>Dopo la chemio e i trapianti e lo strazio della carne, questo ragazzo aveva trovato la forza di rappresentare la morte come una farfallina? Niente di che. Ma la morte come una piccola, scura farfalla leggera nera che si posa sulla spalla del mondo era un tentativo. Una specie di colombre fragile. E lui la vede subito, a vent’anni. Ti dicono di non guardare, ma invece sei un ragazzo coraggioso e allora guardi quella creaturina posarsi sulla tua pelle. Le sorridi? Nonostante tutte quelle radiazioni? Ripensavo a Pripjat’, quella che chiamavano la città del passato. Il borgo che sorgeva vicino al reattore di Cernobyl’. All’inaugurazione, a metà degli anni Settanta, era stata annunciata come la città più giovane del mondo. E invece era stata quella con la vita più breve. Muor giovane colui che al cielo è caro.<br />
E soprattutto, mentre tornavo a casa, aveva pensato all’estrema supplica in una delle sue paginette. “Parole, non voglio soltanto lasciar parole.” La vita che, finalmente, ha il sopravvento sulla letteratura.<br />
E così sia.</p>
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