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	<title>marco rovelli &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Al suono di Lolli e Rovelli</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/07/22/al-suono-di-lolli-e-rovelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Jul 2021 05:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[canzone]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Lolli]]></category>
		<category><![CDATA[gianni d'elia]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni D&#8217;Elia Pur essendo uno dei testimoni di questo libro Siamo noi a far ricca la terra, vorrei aggiungere come atto di stima che la lettura totale dell&#8217;opera colpisce per la struttura dinamica e la composizione di tutte le voci familiari ed amicali ed artistiche, che restituiscono la figura intera di Claudio Lolli come [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-91528" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/cover-lolli-221x300.jpg" alt="" width="221" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/cover-lolli-221x300.jpg 221w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/cover-lolli-150x204.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/cover-lolli-300x407.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/cover-lolli-696x944.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/cover-lolli-310x420.jpg 310w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/cover-lolli.jpg 709w" sizes="(max-width: 221px) 100vw, 221px" />di <strong>Gianni D&#8217;Elia</strong></p>
<p>Pur essendo uno dei testimoni di questo libro <em>Siamo noi a far ricca la terra</em>, vorrei aggiungere come atto di stima che la lettura totale dell&#8217;opera colpisce per la struttura dinamica e la composizione di tutte le voci familiari ed amicali ed artistiche, che restituiscono la figura intera di Claudio Lolli come la parte per il tutto di una generazione e di un tempo lungo, che attraverso due ventenni ci ha portato dalla contestazione del 1977 al riflusso politico e alla resistenza sentimentale, passando dalla manipolazione del terrorismo al bonapartismo berlusconiano fino alla restaurazione attuale&#8230;</p>
<p>Se il <em>partito della morte </em>ha imposto il nuovo potere, ora si vede da questa lunga cantica dantesca come la prosa di Marco Rovelli ci riempia di nuovo il cuore e le orecchie di quelle tante voci ancora vive di quell&#8217;altro <em>partito della gioia </em>che fu cancellato, con la sua angoscia e la sua malinconia, o per dirla con Pasolini e col suo disamore anche verso di noi, con la nostra &#8220;disperata vitalità&#8221;&#8230;</p>
<p>Questa cantica del nostro Purgatorio, con nomi e cognomi (da Benni a Piersanti, da Guccini a Capodacqua a Bertoni e molti altri), attraverso un montaggio serrato di didascalie da sceneggiatura cinematografica e di campi sonori e diretti, ricrea una intensa scarica di effetti e di emozioni storiche ed esistenziali, e questo proprio per mezzo dell&#8217;arte della viva scrittura, che si nutre di tutti i discorsi diretti e fa parlare lo stesso Lolli, per mimesi dell&#8217;autore che ne veste il doppio, e risolve in un lunghissimo discorso libero indiretto il grande ritmo parlato di questa formidabile <em>transbiografia </em>della voce plurale e rivoluzionaria, che questa Italia malata di covidismo e di divismo vorrebbe da sempre dimenticare&#8230;</p>
<p>Un libro che sarebbe piaciuto tanto a Roversi, che amava il dissenso ardente di Campanella e dei nuovi trovatori come Lolli e Rovelli&#8230;</p>
<p>A questa radio del tempo e di un&#8217;epoca, che continua a mandare la sua voce musicale sconfitta ma mai battuta del tutto, nel segno e nel sogno leopardiano dell&#8217;infinito “suon di lei”, e che si rivolge ai giovani verdi di rabbia del presente, non si possono che dedicare dei versi a caldo, per chiudere la nostra piccola apologia socratica con l&#8217;omaggio a una fraterna ed invincibile <em>Canzone</em>&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 40px;"> Nuova ed efficacissima Commedia</p>
<p style="padding-left: 40px;"> Di testimoni voci purgatoriali</p>
<p style="padding-left: 40px;"> In cui riprende vita il sound d&#8217;intesa</p>
<p style="padding-left: 40px;"> Del canto di rivolta agli anni bravi</p>
<p style="padding-left: 40px;"> Nel gran romanzo dei mondi lolliani</p>
<p style="padding-left: 40px;"> Che schiara il tempo in dolce fiamma tesa</p>
<p style="padding-left: 40px;"> Facendo del diretto un indiretto</p>
<p style="padding-left: 40px;"> Libero detto tra il detto e il non detto&#8230;</p>
<p>.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Overbooking: Federico Nobili</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/01/07/overbooking-federico-nobili/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Jan 2021 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[federico nobili]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
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					<description><![CDATA[Nota di Marco Rovelli &#160; Enigma del Metodo Erodoto è un libro de-genere, non è poesia, non è un romanzo, non è filosofia, non è un saggio, ma tutte queste cose insieme, al limite (ma al limite, appunto). È prosa, questo si può dire, e, forse, si può anche dire che sia anche autobiografia, ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nota</strong></p>
<p>di<strong> Marco Rovelli</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://industriaeletteratura.it/prodotto/enigma-del-metodo-erodoto/">Enigma del Metodo Er<img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-87344" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/616wvftA-9L-207x300.jpg" alt="" width="207" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/616wvftA-9L-207x300.jpg 207w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/616wvftA-9L-768x1115.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/616wvftA-9L-705x1024.jpg 705w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/616wvftA-9L-250x363.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/616wvftA-9L-200x290.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/616wvftA-9L-160x232.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/616wvftA-9L.jpg 1000w" sizes="(max-width: 207px) 100vw, 207px" />odoto</a> è un libro de-genere, non è poesia, non è un romanzo, non è filosofia, non è un saggio, ma tutte queste cose insieme, al limite (ma <em>al limite</em>, appunto). È prosa, questo si può dire, e, forse, si può anche dire che sia anche autobiografia, ma nei termini cartografici che diremo. Anche l&#8217;autore, dunque, è un autore de-genere: Federico Nobili depone il suo nome e si fa Fred Biondina.</p>
<p>Metodo Erodoto: un&#8217;indagine geografica, senza inizio né fine, una catabasi che precipita in un catapumfete (che è l&#8217;ultima parola del libro), ma l&#8217;ultima volta non arriva mai, la fine é ricorsiva e non fa che tornare, a un inizio che non c&#8217;è, é una fine che non finisce, fallisce semmai, precipita in un precipizio senza fine e resta a mezz&#8217;aria, come un will coyote che diventa munchausen, (ac)cade come sempre é (ac)caduto, resta lì, nel tempo che resta, che é quello dove non c&#8217;è tempo, ma spazio, lo spazio da indagare con una catabasi geografica.<span id="more-87341"></span></p>
<p>È un metodo che fa mappa, una mappa sempre revocabile, sempre rinnovabile, esauribile. Come l&#8217;energia. Che é atto: atto senza potenza (m/atto!) , azione senza gesto (st/azione, via <em>ex crucis</em>).</p>
<p>La mappa é una maschera, che non maschera nulla. Fuori dalla maschera c&#8217;è il nulla. Ed é per fuggirlo (per fuggire qualcosa che non c&#8217;è, e che spaventa, tremendo, per il suo non esserci) che si chiama qualcosa all&#8217;essere, che lo si convoca al gioco dell&#8217;essere, questo é il problema, che non fa problema ma enigma.</p>
<p>L&#8217;essere scivola, diceva il Georges Bataille, e anche lui viene convocato in questa indagine in scivolata, con tanti altri, in questo coro di folli scivolanti, sghembi, buffi di cuore.</p>
<p>Scivolare per tracciare un autoritratto: dipingere il passaggio, scriveva Montaigne nel suo autoritrarsi imperfetto: auto/ritrarsi, certo, forma eccellente di s/velamento. E qui infatti ti auto/ritrai, senza parlare di te, lasciandoti emergere come emergono le isole vulcaniche dal mare (il Gesuvio di Bataille! Emergono i ricordi&#8230;), la mappa/maschera è arcipelagica. Emergono memorie, nel farsi della mappa, il trauma del Reale che la s/colpisce: il cuore, la madre, la morte. Questo è il cuore della mappa, il cuore sparso, il cuore che giace rossastro sulla strada e un gatto se lo mangia tra gente indifferente – ma non sono io, sono gli altri. Il disfacimento di ogni cosa, del mondo, dell&#8217;essere; come in Dick: è il disfacimento della vitamorte, ed è lo stesso disfacimento delle parole che scivolano fuori di se stesso, che è il modo di dirsi, di auto/ritrarsi, lasciando s/parlare le parole, facendole giocare, giocandole al limite di se stesse. Le parole esplodono come la vita. E tracciano una forma che è la forma stessa della vitamorte, del suo essere tragedia, che è il rovescio del comico, ma soprattutto viceversa. La maschera di Joker, verso cui convergono molte pagine dell&#8217;Enigma, è la cifra assoluta di questa forma.</p>
<p>Giocare, giocarsi. Il gioco in questo auto/ritrarsi è un rito apotropaico, un bimbo dagli occhi in fiamme si ripara dal suo spavento di fronte alla vitamorte, invocando girotondi, nenie, ninnananne, per tenersi sveglio mentre dorme. Chiede al suono di tener desto lo Stupor Mundi, sempre a un passo dal suo rovescio Stupro Mundi.</p>
<p>Gioca, il bimbo dagli occhi in fiamme, gioca se stesso per ripararsi anche dalla primordiale difesa umana dal caos e dalla morte, la difesa corticale della logica: e allora canta, un incessante ritornello, incessanti variazioni sul tema, un esorcismo per niente e per nessuno, una maschera che fiorisce nel cuore della tragedia. Immaginando di vedere la corona di spine del mondo dal punto di vista dello spazio vuoto, da quell&#8217;alto in cui non c&#8217;è più alto né basso da dove quella corona mostra la forma di una rosa canina, di un vino, di un incendio.</p>
<p>Così, poi, un messaggio nella bottiglia (infinitamente svuotata del suo vino che scorre senza fine) ci fa incontrare in un mancamento infinito, del resto l&#8217;origine consiste nel manque, e non finiamo mai di mancarci in questa consistenza, insistendo a mancarci nell&#8217;infinito inseguimento della tartaruga &#8211; l&#8217;unica che conti, nel propizio mancamento di quelle dei palestrati e dei neofasci, anche se appunto il suo contare sprofonda nell&#8217;infinita divisibilità &#8211; che in quanto tale non si converte mai in condivisibilità, per quanto, ancora, anche in questo, non cessiamo di provare, e fallire.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dalla disfavola al fuoco</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/09/15/dalla-disfavola-al-fuoco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2020 05:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Kaha Mohamed Aden]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Romano A. Fiocchi Kaha Mohamed Aden, Dalmar. La disfavola degli elefanti, 2019, edizioni unicopli. Marco Rovelli, La parte del fuoco, 2020, TerraRossa Edizioni. Ci sono libri che càpitano in mano casualmente e casualmente si legano tra loro. Fanno “clic”, come dice Rovelli, e si incastrano l’uno nell’altro. Due autori diversi per cultura, due case [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-86237" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/Aden-Dalmar.-La-disfavola-degli-elefanti.jpg" alt="" width="398" height="592" />di <b>Romano A. Fiocchi</b></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Kaha Mohamed Aden</b>, <i>Dalmar. La disfavola degli elefanti, </i>2019, edizioni unicopli.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Marco Rovelli</b>, <i>La parte del fuoco</i>, 2020, TerraRossa Edizioni.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">Ci sono libri che càpitano in mano casualmente e casualmente si legano tra loro. Fanno “clic”, come dice Rovelli, e si incastrano l’uno nell’altro. Due autori diversi per cultura, due case editrici entrambe piccole ma diverse per impostazione editoriale, due storie che usano poetiche e linguaggi differenti, eppure due libri che collimano e si completano uno con l’altro quasi portassero impresso lo stesso marchio: la diversità. Sono convinto che se Kaha Mohamed Aden leggesse Marco Rovelli e viceversa, entrambi riconoscerebbero questo punto in comune.</p>
<p align="JUSTIFY">Sono due libri che proiettano il lettore in un mondo di simboli. La Aden evoca gli orrori della guerra civile somala dei primi anni Novanta attraverso una favola dai toni duri, per adulti, con spiriti di animali morti in modo drammatico che chiedono giustizia, che non hanno pace finché la loro storia non viene alla luce. Lo fa partendo da una storia di migrazione: la fuga di un branco di elefanti dalla minaccia di una guerra e il loro approdo su un’isola abitata solo da orsi e api che si sono spartiti rigidamente il territorio. È una favola della memoria, una disfavola appunto, nell’accezione utopia-distopia favola-disfavola. Gli spiriti degli animali che popolano la foresta non hanno nulla di ecologista o di animalista, è tutta una metafora delle lotte per il potere, un po’ come nella orwelliana Fattoria degli animali. E anche gli spiriti “intrappolati in questo ginepraio di foresta” non sono concepiti come singoli fantasmi ma come l’insieme degli ultimi sentimenti espressi da tutti gli animali assassinati, una massa indistinta di pura rabbia rimasta in sospeso e che da tempo attende di essere liberata. L’allusione ai massacri somali tra i clan Hawiye e Darood è evidente. Altrettanto evidente è lo scopo del libro, che è poi lo stesso della foresta: “La foresta si limita a ospitare la rabbia che non aspetta altro di essere recepita nella storia dopo che si è riconosciuto, semmai c’è stato, il torto che l’ha creata”.</p>
<p align="JUSTIFY">La Storia diventa allora disfavola, le metafore si accavallano in continuo, si fanno, come ho detto, parodie del mondo umano. Ci sono i giri d’affari della guerra, le armi leggere, le armi letali, i Fabbricatori dell’ordine mentale, il tutto narrato – per quanto la Aden scriva e parli perfettamente l’italiano – attraverso un linguaggio permeato di invenzioni semantiche, di frasi idiomatiche e modi di dire attinti dal linguaggio familiare e utilizzati senza che siano aderenti alle caratteristiche morfologiche dell’animale-personaggio (ad esempio l’ape regina che schiocca le dita). Ne nasce una prosa con forme e costrutti che sembrano non appartenerci e che l’editore ha deciso di lasciare così come sono – salvo alcuni interventi per esigenze di maggior chiarezza – proprio per mantenere “il profumo dell’Africa”.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-86238" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/Rovelli-La-parte-del-fuoco.jpg" alt="" width="393" height="574" />Con Rovelli siamo invece in un’altra dimensione: mentre la Aden abbandona la cultura del Paese di adozione per lasciarsi guidare dal suo istinto africano – sicuramente più vicino alla natura – e si immedesima nello spirito di elefanti e orsi umanizzati, Rovelli si spoglia dei suoi pregiudizi di occidentale per vestire i panni di un immigrato africano e di una ragazza psichiatrica. Altro parallelo: come l’elefantino Dalmar della Aden stringe amicizia con l’orsetta Dritta, così l’immigrato clandestino di Rovelli, Karim, stringe amicizia con la giovane e benestante Elsa.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma anche Rovelli resta fedele al suo stile, mantiene il linguaggio del suo essere poeta e cantautore e alterna dialoghi di parlato che sembrano tratti da una sceneggiatura con passi di pura poesia: “Il tempo si mostra qui, nella sua assenza. E tu che guardi sei puro guardare”. Sino a includere brani musicali come testi di canzoni: “Scendete ancora, giù per il sentiero che dal castello arriva al mare, scendete quasi inerti, come minerali che scivolano perpendicolari al sole, che scivolano in basso per sfidarlo, a raccogliere la sfida dell’incandescenza, che i minerali trattengono presso di sé, racchiudendola senza sprigionarla, conservandola per l’eternità. Siete pietre nere, racchiuse nell’attesa, l’attesa dell’incandescenza, e l’incandescenza non attende niente. Poi vi sciogliete in fuoco, o forse metterete radici e vi distenderete in terra, o germinerete in vermi e butterete bellezza come un cadavere il grasso, ma non sarete acqua, questo no, non potrete mai essere acqua”.</p>
<p align="JUSTIFY">C’è molta introspezione psicologica, un’analisi attenta sia delle fobie di Elsa, nate proprio dal suo ambiente familiare trincerato dietro la solidità economica (“Vivere in una fortezza fa crescere nella paura. E la paura produce una percezione del mondo diversa”), sia della saggezza di Karim, intriso di una visione filosofica che non è data solo dalle drammatiche esperienze di vita ma anche dalla sua cultura: Karim legge libri, cita Nagib Mahfuz e San Paolo, è un diverso tra i diversi, un immigrato speciale, di quelli che Elsa vorrebbe al posto di tanta gente che non è immigrata. Karim ha fiducia negli altri e ispira fiducia, è di una gentilezza che più nessuno conosce. Per questo Karim e Elsa sono così vicini, due facce della stessa medaglia. Entrambi vogliono le stesse cose, ossia giustizia, libertà, uguaglianza, un mondo migliore, fatto di persone vere. Elsa ne ha la netta percezione quando raggiunge Karim in Puglia, sceso per la raccolta dei pomodori: “Tutta questa campagna intorno è libertà, (Elsa) vede persone e non maschere, e non le importa se è una sua illusione, l’ennesima visione”.</p>
<p align="JUSTIFY">
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Cirque, di Marco Rovelli</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/01/12/cirque-di-marco-rovelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Jan 2019 06:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
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					<description><![CDATA[(dalla nota di Franco Buffoni) Ciò che appare evidente a prima vista in questo libro è la commistione tra prosa e poesia, intesi come generi letterari riconoscibili tipograficamente. Ma se dalla prima vista si passa alla prima lettura, ci si rende subito conto di come il racconto &#8211; inteso in senso prosastico, alias la narrazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(dalla nota di <strong>Franco Buffoni</strong>)</p>
<p>Ciò che appare evidente a prima vista in questo libro è la commistione tra prosa e poesia, intesi come generi letterari riconoscibili tipograficamente. Ma se dalla prima vista si passa alla prima lettura, ci si rende subito conto di come il racconto &#8211; inteso in senso prosastico, alias la narrazione &#8211; sia maggiormente presente nei brani formalmente poetici (“Basta, dico a voce alta. Spengo la radio, metto mano alla leva dell’acqua / aziono il tergicristallo, che con fatica raschia via il fango”), mentre la “poesia” &#8211; o ciò che comunemente si intende per “poetico” &#8211; emerge più facilmente dai brani in prosa: “Io, viaggio con l’addio in corpo. Per cieli troppo vasti…”.<br />
Contraddizioni della scrittura? O aderenza felice a una tradizione di Petits poèmes en prose che con Baudelaire raggiunse le sue vette più straordinarie?<br />
Che <em>Cirque</em> sia il libro di poesia di un narratore che non dimentica &#8211; non può dimenticare &#8211; di essere tale, appare chiaramente dal filo rosso di una trama, che potremmo definire “d’ansia esistenziale”, percorrente l’intera opera. Con lo sdegno &#8211; attraverso il detto e il non detto &#8211; che passa costantemente dai contesti privati e personali a quelli pubblici e politici. Magari per brevi accenni, scudisciate che però lasciano il segno: “Poi, di nuovo. La replica della storia. Ma quando una storia è passata diventa mito. E il mito si celebra, ogni volta come un sacrificio”.<br />
Cirque Ishtar è un libro di poesia denso e perplesso, complesso e da meditare, tanto stratificato e lento nel suo tempo di scrittura, quanto allarmante nell’immediatezza della sua rappresentazione drammatica. E’ un libro di poesia necessario. Indispensabile per i lettori disperati di oggi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.</p>
<p>Era giovane, il fuoco<br />
gli anni non avevano donato.</p>
<p>Era bella, di bellezza eccedente.<br />
Prendeva ad ogni passo possesso della terra.<br />
La voce<br />
era risonanza, affilata presenza.<br />
Al fondo della voce c’era un vuoto<br />
che pareva forgiare le parole.<br />
Si credevano pensate dopo<br />
esser state pronunciate: prima<br />
c’era solo quella melodia<br />
la voce adorata di Sofia.</p>
<p>(Poi, alla fine di tutto, una sera):<br />
Irene seduta davanti a Sofia,<br />
parole sospese a mezz’aria.<br />
Rimasero incolte. Sofia<br />
aggirò il silenzio con un flusso di parole<br />
deraglianti: da una ferita.<br />
La voce quella sera era diversa.<br />
Sincopata<br />
scandita da gorghi sospesi<br />
silenzi innaturali.</p>
<p>(Ricordo):<br />
la sera dei suoi diciott’anni:<br />
(una casa sulla prima collina, intorno file di tralci):<br />
pareva una creatura del silenzio.<br />
Pianse.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>III.</p>
<p>Tutto, qui, appare necessario.</p>
<p>La guardai svestirsi, gesto naturale del suo esporsi al mondo.<br />
Tutto in lei era pensato in precedenza, e insieme<br />
della grazia più lieve. Per ciò tutto di lei era spavento.<br />
Lasciò cadere il reggiseno, mostrandomi i suoi seni<br />
pieni, che si offrivano al mio più intimo e feroce desiderio.<br />
E poi rimase nuda,<br />
e non potevo guardarla:<br />
quando pareva che tutto dovesse esser chiaro<br />
a farsi visibile era il resto nascosto. (Il suo segreto).<br />
Lei si accorse del mio smarrimento: entrò nel letto,<br />
mi abbracciò con stretta forte, e pure indifferente,<br />
com’è indifferente ogni sole di questo universo.<br />
La sua mano sulla nuca: fu il marchio nella carne.</p>
<p>(Non la vedo da quando ha lasciato la città. Ci sentiamo per telefono, di rado).<br />
Una lettera. Sofia mi scrive: che<br />
le manco. Il mio desiderio feroce. Proprio il desiderio di quella notte, scrive.<br />
Sento quelle parole sfregare, pietre ad accendere un fuoco.<br />
Se guardo le parole disposte in fila sulla carta<br />
(la grafia regolare e appuntita, protesa in avanti,<br />
come a far fretta al tempo),<br />
riconosco la forma esatta di quella notte.<br />
(Un Angelo sterminatore a rovescio: rompere l&#8217;incantesimo<br />
non per uscire da una stanza, ma rientrare<br />
ritrovando la disposizione della nostra antica notte).<br />
L&#8217;incantesimo può avere inizio.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>V.</p>
<p>Nella strada di fronte alla casa non passano auto.<br />
(Una strada secondaria, dove gli alberi fanno spazio alla roccia bianca).<br />
Attorno alla casa il respiro della terra,<br />
il suo spasimo. Poi ci sono io: attendo<br />
il ritorno di Sofia, sto di vedetta.<br />
Stare,<br />
è il compito assegnato. Farmi respirare dalla terra,<br />
fisso dove i reticoli di luce che avvolgono il pianeta<br />
formano una croce incandescente.<br />
Mi abbevero di quella luce, di quella trasparenza: e nulla chiedo.<br />
Seduto su una roccia. Gli alberi e le rocce ti saranno maestri,<br />
diceva il mistico di Chiaravalle che predicava il massacro delle crociate.<br />
(La sapienza eterna delle rocce galleggia su un sangue primordiale<br />
ancor più eterno). Appoggio la mano su un coccio di bottiglia<br />
che ho finito nell’attesa. (Prendo la forma dei riflessi del sole su quei vetri).<br />
Sanguino. Getto lo sguardo alla casa. (Da là, Sofia non può vedermi.<br />
Ma io posso vederla, e vedere se Eugenio è con lei):<br />
Non abbandono nulla fino a quando non è consumato.<br />
Attendo. Spio. Mi torturo.<br />
Devo consumarla, la relazione. (Adesso che sono stato richiamato<br />
in questa forma, devo ripercorrerla tutta).<br />
Esaurirla. Non lasciar nulla di intentato. Colmare ogni spazio<br />
vuoto, ogni possibilità. (Arrivare a raschiare il fondo del barile).<br />
Bere il calice, fino in fondo. (Vedere se in quel fiele non vi sia la possibilità della salvezza).<br />
Devo consumarla, la visione della casa da cui sono escluso.<br />
A costo di mangiarla, distruggerla.<br />
Che tutto si consumi, a costo di essere consumato.<br />
(Continuo ad assediare la casa, che ha la forma di un castello.<br />
I merli della torretta mi sembrano voler raschiare il cielo a sangue).</p>
<p>Disteso sulla roccia, e di quella roccia il mio corpo sta assumendo la forma.<br />
(Sofia arriva. E&#8217; con Eugenio).<br />
Teso al punto di fuga dove tutto precipita,<br />
chiamato a precipitarmi in quel precipitare.</p>
<p>Prendimi, lei ha detto scivolando nel letto. Lui l’ha presa,<br />
con il tremore che quell’imperativo teneva in grembo.<br />
Adesso fuori dalla casa tutto trema.</p>
<p>Ma trema anche dentro. Sofia non si trova,<br />
accanto al corpo nudo di Eugenio, col suo seme addosso.<br />
Sente venir meno la presa su se stessa: sul mondo.<br />
Scardinata dalle sue solide ragioni – le sole su cui possa contare.<br />
Con quell&#8217;uomo non può combinarsi: ha avuto un&#8217;altra vita &#8211;<br />
tutt&#8217;altra. E la fa sentire in soggezione: Sofia<br />
non ammette soggezione.<br />
Per questo, dall&#8217;inizio, era deciso: di darsi a lui.<br />
Ma la prima volta doveva essere anche fine.<br />
Vede il sesso flaccido di Eugenio, e ha un moto di ripulsa.<br />
Le pieghe della sua pelle, segnata dal tempo, dalla storia.<br />
Sprofonda in quel dettaglio, e sente compiersi<br />
la distanza che cercava.</p>
<p>Fuori, io non so nulla della consumazione. Non so che per loro<br />
tutto si consuma, e sta per tornare un inizio per noi due.<br />
Un inizio nuovo da consumare, bruciare.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>VIII.</p>
<p>Il bagliore è della neve, non lascia nulla di scoperto.<br />
Ma in questo accecamento non c’è nulla da scoprire.</p>
<p>Camminiamo per un viottolo di neve, tengo Sofia per mano<br />
fino a una baita, in alto, sul limitare di un bosco di faggi.<br />
Di tanto in tanto lei si stacca da me, si fa avanti, soprappensiero:<br />
come fosse, alla lettera, seduta su un pensiero, e quel pensiero,<br />
come un cavallo selvaggio, la trascinasse via – finché si ferma,<br />
arresta il pensiero, mi aspetta, riprende la mano.<br />
Poi mi dice parole d’amore.</p>
<p>(Intorno, un oceano di segni). L&#8217;albero al quale la costringo<br />
e le faccio l&#8217;amore è una resurrezione. Così per me.<br />
Lei, però, non vede segni intorno a sé: cammina in una selva di abbagli,<br />
trascinata da un desiderio analfabeta.</p>
<p>(Sul balcone della baita, i piedi sul legno,<br />
i volti al sole, silenzio &#8211;<br />
voci dal fondo della valle). “Ascolta”, dice:<br />
mi prende la mano<br />
ancora, e se la tiene in grembo. Il vento<br />
ci spolvera di neve. Distante, una vetta<br />
ha un’aureola di tempesta.</p>
<p>(Più tardi, in paese): una locanda: fuoco, grappa.<br />
Una cameriera a fine turno, si siede accanto a noi. Ha una luce<br />
strana, intorno: non dagli occhi, ma dal sorriso. (Irene, si chiama): Poi Sofia<br />
mette una mano sulla mia, tiene lo sguardo su di lei,<br />
che rimbalza su di me. Mi scosto leggermente, senza che Sofia<br />
perda la presa: prendo la mano di Irene. La avvicino, ancora<br />
sono tramite. Lei resiste leggermente &#8211; quella resistenza necessaria<br />
ad ogni compimento.</p>
<p>Irene ci accoglie, Sofia ci lega.<br />
Tutto scivola.</p>
<p>(Io sono un desiderio esploso).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Poi, di nuovo. La replica della storia. Ma quando una storia è passata diventa mito. E il mito si celebra, ogni volta come un sacrificio. Dove non si sa più riconoscere ciò che è davvero è accaduto e ciò che si sarebbe voluto accadesse. Ma è certo che ormai, da qui in avanti, tutto è incenerito. Tutto dato alle fiamme. Ed è, finalmente, tutto in ordine.<br />
Signori, si replica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I. Prima dell’inizio.</p>
<p>Trattieni il respiro. Resta nel respiro trattenuto come un’anima che non può liberarsi. E a polmoni chiusi continua a danzare, danza sul mio corpo come la dea nera, calpesta il mio gelo di morto con furore, danza come dovessi salvarti la vita. Quando raccoglierai il fiore incolore di una nuova nascita dal mio ventre illividito, solo allora potrai esalare il respiro, e l’anima, e tornare a respirare…</p>
<p>Giro intorno alla tua casa. Il giardino è bianco di petali. Intravedo la tua figura da uno squarcio di finestra.<br />
Tu sei curva al tavolo. Forse scrivi una lettera per me che sto fuori. Ma non puoi dirlo. Non sono altro che segni senza scopo né senso quelli che sgoccioli sul foglio – così dici. Ma è solo la tua menzogna.<br />
Io, fuori, ti sto raccontando un’altra menzogna. Sono a due passi, appena fuori del vento che fa sbattere le imposte. Ma non mi farò vedere fino a che non venga l’ora stabilita. L’ora che entrambi abbiamo stabilito, e che nessuno di noi due sa quando accadrà.<br />
Allora resto fuori, sulla soglia del giardino. Nel silenzio che passa c’è una morte dolce e scivolosa. E lì sto, in un’attesa che si compie a ogni istante. In un compimento che si ripete senza scarti, dove ogni istante è nuovo, eterno, intemporale.</p>
<p>Un istante di vuoto, un’attesa.<br />
Sono tornato fuori del vento. Un giorno fa ero dentro la casa. Tu mi avevi consentito di entrare. Ti guardavo scrivere. Seduta come ad un cembalo, come a uno strumento di tortura. Io dovevo stare nell’attesa, e lasciarmi travolgere dalla tua forma.<br />
Ero rimasto a guardarti fino all’alba.<br />
Adesso sono di nuovo fuori del vento. Tu non sei seduta allo strumento. La tua casa è buia. Io sto come un gemito sottile.<br />
L’istante di vuoto è trascorso.</p>
<p>Come sono arrivato lì non ricordo. Come ti ho conosciuta nemmeno. Forse ti ho sempre conosciuta. Fino alla chiamata vera e propria, una lettera, tu che volevi la mia ferocia.<br />
Per quella chiamata ti ho seguita, e adesso ho preso dimora sulla soglia della casa, in attesa della prossima chiamata.</p>
<p>(Lui, fuori dal vento, la chiama).<br />
…la tua presa senza volere…<br />
(Lei, dentro la casa, non risponde).</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Amore.</p>
<p>Amore è lasciar essere. Lascia essere un ente per ciò che è. Lascia che egli divenga ciò che è &#8211; che possa ciò che può &#8211; che si esponga per ciò che è &#8211; ovvero, nel senso (del suo divenire) che gli è proprio. Riconsegna dunque l’ente al suo senso.<br />
(L’amore è pura disposizione: potenza che si trattiene presso se stessa &#8211; che non forza lo sguardo).</p>
<p>La differenza specifica dell&#8217;amore sta nel suo essere a fondo perduto. Oltre la necessità di corrispondenza. L’amore in questo senso è sovrano. Trabocca. Come il sole.</p>
<p>Quando si dice amore, spesso si è mossi dalla nostalgia dell’Assoluto. Allora occorre specificare che amore non può designare altro da un gesto singolare &#8211; ossia diretto a una singolarità: il gesto di un’integrale accettazione gioiosa di una qual-cosa.<br />
Il desiderio di salvezza e redenzione s&#8217;impadronisce di questo gesto, così come del gesto convulsivo dell&#8217;amore-passione. Ma ambedue sono movimenti integralmente dans le milieu de la finitude.<br />
(Tenere gli occhi spalancati nella catastrofe è la salvezza: proprio il fatto dell’impossibilità della salvezza – l’irredimibilità del tutto &#8211; è la salvezza. Non che sia tramite per la salvezza: è quella constatazione – quella con/siderazione &#8211; che è la salvezza stessa).</p>
<p>Amore è nome per un conatus. Per un desiderio. Per un gesto che si confonde col desiderio che lo muove. Io amo te: ti amo per il tuo essere, non per qualche tuo predicato (altrimenti siamo nel campo del feticismo &#8211; e non è una distinzione assiologica). Ti accolgo &#8211; ti dico Sì &#8211; in quanto il tuo essere provoca in me gioia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Marco Rovelli, <em>Cirque</em>, Arcipelago Itaca 2018</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Storia di Abdelali migrante</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/06/30/storia-di-abdelali-migrante-2/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Jun 2018 05:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli (Nazione Indiana ha compiuto quindici anni a marzo, da allora molte persone e molte cose sono cambiate; testimonianza molto importante, e talvolta emozionante, di questa lunga storia è il suo archivio, del quale abbiamo deciso di ripubblicare alcuni post, che riteniamo significativi. Oggi proseguiamo con un brano di Marco Rovelli, in passato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Marco Rovelli</strong></p>
<p>(<em>Nazione Indiana ha compiuto quindici anni a marzo, da allora molte persone e molte cose sono cambiate; testimonianza molto importante, e talvolta emozionante, di questa lunga storia è il suo archivio, del quale abbiamo deciso di ripubblicare alcuni post, che riteniamo significativi. Oggi proseguiamo con un brano di Marco Rovelli, in passato redattore di nazione indiana. La redazione)</em> Questo articolo è statp pubblicato su Nazione Indiana da Sergio Baratto l&#8217;8 settembre 2004.</p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/cellavulpitta.jpg" alt="cellavulpitta.jpg" width="272" height="208" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" />Uno sguardo azzurro, sorpreso da una foto tessera. Gli anni – diciannove – che non compaiono sul volto. Ma stanno tutti dentro, e sono molti di più.<br />
In Marocco quegli anni non c’erano ancora. Abdelali se li è venuti a prendere in Italia. Ha raggiunto il padre, che si è messo in regola. Anche lui può stare qui, adesso.<br />
Abdelali fa amicizia, s’impara presto a stare nelle strade di una città nuova che ti nutre. Abdelali impara a stare nei carruggi di Genova. E’ un ragazzo come gli altri, agli altri è legato dall’età, il confine di stato si fa presto a dimenticarlo. Basta un gesto per abbatterlo, e Abdelali ne fa tanti di gesti che lo accomunano agli altri. Come quello di arrotolarsi una sigaretta di hashish, come quello di comprare un po’ di più di fumo per rivenderlo e potersi permettere qualche piccolo piacere. Tanto più che il corpo di Abdelali comincia a prendersi anni troppo velocemente: lo stomaco a volte si piega dal dolore, e vomita sangue. In ospedale lo trattengono, e per un po’ quella è la sua dimora. Lo operano in fretta, gli aprono la pancia, poi lo sottopongono a sedute interminabili.<br />
<span id="more-563"></span><br />
Chemioterapia. Dolore. Fatica. Abdelali esce dall’ospedale senza sapere bene cos’abbia, non si può credere di morire a diciott’anni. Intanto dimentica il dolore con i suoi piaceri.<br />
Ma la legge non conosce piacere né dolore. E non le piace essere ignorata. Si presenta in divisa, e gli rovescia le tasche.<br />
E rovesciano anche lui, con lo stesso gesto, anche se ancora Abdelali non lo sa. Glielo dicono dopo pochi mesi, ed è una catena di parole in rapidissima sequenza che gli sbattono in faccia, e gli chiudono la bocca: permesso di soggiorno revocato, ed espulsione. Tutto in un solo gesto rovesciato, tutto in fretta, più in fretta dell’operazione che lo ha aperto all’ospedale.<br />
Si ritrova in una stanza fredda della Questura di Genova, quarantott’ore a pane e acqua, senza sapere cosa gli accadrà. Sa solo che ci sono delle persone delle quali adesso è in pieno potere, che possono disporre di lui come vogliono. Aspetta, e intanto vomita sangue.<br />
Ma il suo sangue è uno spiacevole incidente per la legge, se la legge avesse vene non ci passerebbe sangue, ma la legge non ha vene, solo corde e funi. Così qualcuno pulisce il sangue di Abdelali, e in fondo gli va bene che non sia lui a dover pulire là dove ha sporcato, come sarebbe giusto.<br />
Alla fine vengono a prenderlo, lo caricano su una camionetta dai vetri oscurati, nessuno sa se ad Abdelali siano venuti in mente i vagoni piombati che portavano nei campi gli indesiderabili, forse no, Abdelali è ancora troppo giovane, pensa solo al suo dolore, e al piacere che adesso non potrà più avere per far fronte a quel dolore.</p>
<p>Il viaggio è lungo, e non si può nemmeno guardar fuori. Ci sono solo le voci forti e scandite degli uomini in divisa, la voce di marmo della legge che riporta le cose al proprio posto, come nel cosmo dei greci ogni cosa ha il suo luogo proprio, e quello di Abdelali è fuori di qui, anche per il suo sangue non c’è posto, è stato già pulito, e anche quello vomitato nella camionetta verrà pulito al più presto.<br />
Il luogo di passaggio tra il dentro e il fuori è il nulla di un campo. C.P.T., si chiama, centro di permanenza temporanea, ma Abdelali non conosce ancora così bene l’italiano da far notare l’incongruenza dell’espressione alla legge che lo custodisce. Che importa, adesso è a Brindisi, e tra poco sarà rimesso al suo posto, appena passato il mare. Il mare nostrum, non lo si scordi.<br />
Per venti giorni Abdelali non merita l’ospedale. Vomita sangue, e gli danno Valium e Tavor. Tanto lo stomaco è già andato, che stia tranquillo per questo tempo che gli resta. Lo va a trovare un avvocato genovese, una ragazza dal sorriso amoroso. Prova a spiegare che il suo corpo cede, che lì non può stare, lo porta davanti al giudice, alzati la maglia, gli dice, il giudice vede lo squarcio nella pancia, e non solo la magrezza del corpo. Sono un giudice, non un dottore. Sono un giudice, così ha detto il giudice. E’ la legge.</p>
<p>Poi, quando il suo dolore grida troppo, lo portano all’ospedale. Abdelali ormai sa che lì lo cureranno quanto basta per alleviargli il dolore, e poi lo rimanderanno al campo, e di lì in Marocco. Abdelali scappa. Riesce a uscire senza farsi notare, e arriva alla stazione. Telefona all’avvocato dal sorriso amoroso. Vieni da me, gli dice lei. Lui arriva a casa sua, e l’avvocato dal sorriso amoroso quando gli apre la porta si spaventa, sotto l’azzurro degli occhi non c’è più quasi nulla. Andiamo in ospedale, gli dice. Aspetta, risponde Abdelali. Ho dei debiti, prima li voglio pagare. Dopo qualche ora Abdelali ritorna. Andiamo, dice. L’avvocato lo porta in ospedale, poi avverte il padre.<br />
Voglio vedere la mamma, chiede Abdelali, non la vedo da quattro anni. Voglio vedere anche la mia sorellina che ho visto appena nata. Ma l’ambasciata italiana in Marocco non lo vede, quello sguardo, quell’azzurro che diventa sempre più azzurro su quel corpo che sta finendo di sostenerlo. I visti per la madre e le sorelle non arrivano, e Abdelali continua a vomitare sangue, a perdere peso e parola. Bisogna insistere. Bisogna gridare. L’avvocato lancia un appello su internet e sui giornali – pochi, solo quelli che riescono a dar voce al dolore senza farne trofeo. Mandate fax all’ambasciata, fate i visti alle donne di Abdelali. Nell’attesa, è l’avvocato la madre di Abdelali. E’ lei che passa i giorni all’ospedale con Abdelali, è lei che chiameranno in caso di morte. Abdelali si sta spegnendo, non si alza più dal letto, è un corpo chiuso, rinserrato. E’ solo dopo due settimane – alla fine del mese di febbraio – che Abdelali ha le sue donne. E le sue donne si fanno canali di un miracolo: Abdelali si fa trovare in piedi, e pare sano. Abdelali resta sano per una settimana, nell’incredulità dei medici.</p>
<p>Il padre ha rimesso il figlio alla Volontà di Dio. La morte – il suo quando, il suo come – è stabilita da Dio in un momento preciso quando il bambino è ancora nella pancia. Non si può che accogliere la Volontà, che arriverà quando Dio l’avrà deciso. Il medico non è d’accordo, Abdelali dovrebbe sapere che ha ancora non più di dieci giorni di vita, e regolare i suoi conti, se ne ha da regolare. Non si preoccupi, risponde il padre. Tu sei nelle mani di Dio, dice al figlio, che si accorge di un’altra verità. Mi stai mentendo, dice al padre, mi nascondi qualcosa. Ma le due verità non stanno insieme, quella del dottore e quella del padre, il padre non gli stava mentendo, gli diceva la sua verità, Abdelali capisce e accoglie la verità del padre. E accoglie il suo dolore, e il suo amore, e il dolore e l’amore della madre. E accoglie la sua morte.<br />
E pure, ha ancora una richiesta. Voglio morire in regola, dice. Voglio il permesso di soggiorno. L’avvocato supplica la legge, Abdelali sta morendo, non soggiornerà a lungo ormai. Riesce a ottenere il permesso. Glielo portano in ospedale il 12 marzo, e Abdelali riesce ancora a immaginarsi un avvenire.<br />
Il 17 marzo, di notte, Abdelali muore.</p>
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		<title>Waybackmachine#06 Rovelli il totalitarismo dell&#8217;era presente</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/05/14/waybackmachine06-rovelli-totalitarismo-dellera-presente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 May 2017 05:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[Governo Monti]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[totalitarismo]]></category>
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					<description><![CDATA[11 novembre 2011 MARCO ROVELLI Il totalitarismo dell&#8217;era presente Siamo arrivati al capolinea. Adesso inizia un’altra corsa. A guidare l’aereo più pazzo del mondo c’è Mario Monti. Già international advisor di Goldman Sachs (il cui ruolo nello scatenamento della crisi globale è noto), e membro di Trilateral e Bilderberg, insomma il gotha del capitalismo mondiale. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>11 novembre 2011</strong></p>
<p><strong>MARCO ROVELLI Il totalitarismo dell&#8217;era presente</strong></p>
<p>Siamo arrivati al capolinea. Adesso inizia un’altra corsa. A guidare l’aereo più pazzo del mondo c’è Mario Monti. Già international advisor di Goldman Sachs (il cui ruolo nello scatenamento della crisi globale è noto), e membro di Trilateral e Bilderberg, insomma il gotha del capitalismo mondiale. Non sarà che con lui la finanza ha preso il controllo diretto del paese, dopo che il messo Silvio Berlusconi ha fallito per eccesso di <em>amor proprio</em>? Del resto proprio Monti ha affermato: “Berlusconi va ringraziato, nel ’94 ci salvò dalla sinistra di Occhetto e avviò la rivoluzione liberale in Italia”. Ma appunto poi questa rivoluzione liberale non è stata fatta, e allora ci si prendono le chiavi di casa. Consegnate direttamente dai derubati, peraltro, implorando mercé.</p>
<p>Nessuno, sui grandi media, dice una verità essenziale:<span id="more-40676"></span> che il 90% dei derivati – lo strumento principale della speculazione finanziaria internazionale – è controllato da cinque grandi società (Deutsche Bank, Goldman Sachs, Morgan Stanley, UBS, HSBC). Nessuno dice che 10 banche e Sim (società di intermediazione mobiliare) controllano circa il 70% dei flussi finanziari mondiali: un controllo indiretto, nel senso che non ne hanno evidentemente la proprietà, ma li gestiscono e ne determinano il senso. Questo controllo oligopolistico globale determina conseguenze molto concrete sulle vite delle persone. Per questo si parla di biopotere.<br />
Così, adesso, si è deciso di attaccare l’Italia. Come ha ben spiegato Andrea Fumagalli, uno degli economisti più lucidi in circolazione, non c’erano motivi particolarmente drammatici per arrivare al collasso in cui siamo precipitati. Il rapporto debito-pil viaggia al 120%, più o meno come vent’anni fa. Più preoccupante, se mai, la situazione degli Usa, dove il rapporto è del 100%, dove però cinque anni fa era al 60%. I motivi, allora, sono inerenti alla stessa logica interna al finanzcapitalismo.<br />
Dopo che la Goldman Sachs ha fatto a pezzi la Grecia (vedi <a href="http://it.peacereporter.net/articolo/31466/Grecia%2C+un+collasso+targato+Goldman+Sachs">qui</a>), la Deutsche Bank ha fatto a pezzi l’Italia.<br />
Seguo ancora Fumagalli: da aprile 2011 la Deutsche Bank ha iniziato a vendere 8 miliardi di Btp: non molto, ma nel meccanismo emulativo proprio dei mercati finanziari (dove la determinazione del valore dipende da comportamenti mimetici, basati sull’autorevolezza dell’attore) ciò ha generato aspettative che si sono espanse a macchia d’olio. Di qui, la quotazione dei titoli alla borsa di Londra, che a maggio era ancora 102, a giugno scende a 90. Questa è schock economy. Oppure possiamo anche chiamarlo terrorismo finanziario.<br />
Perché la Deutsche Bank ha fatto questo? Perché se attivi aspettative al ribasso, il valore degli altri titoli che assicurano contro il fallimento – i Cds, credit default swaps – schizzano alle stelle. Il valore di questi Cds infatti è salito di cinque volte. E chi detiene gran parte di questi titoli assicurativi? Cinque società, e più degli altri la Deutsche Bank stessa. La Deutsche Bank ha fatto un doppio guadagno: prima ha venduto i Btp a un prezzo buono (poi appunto si sono deprezzati), dopodiché ha generato enormi plusvalenze grazie al rialzo dei Cds.<br />
A questo occorre aggiungere poi il ruolo che la Germania ha successivamente svolto nello scaricare la crisi sui Btp salvaguardando le sue banche piene di quei titoli tossici che hanno dato origine alla crisi mondiale (vedi <a href="http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2011/mese/11/articolo/5696/">qui</a>).<br />
Insomma, tutto sembra dirigersi verso una direzione chiara: sacrificare un intero paese alle logiche delle plusvalenze. Chi è in grado, adesso, di impedire la macelleria sociale che verrà? <em>C’est la lutte finale</em>, verrebbe da cantare.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Topolino nel West</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/10/06/topolino-nel-west/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2015 05:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[Memoria della Resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[partigiani]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
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					<description><![CDATA[“Mi piacevano le belle ragazze”, dice Luigi. “Mica volevo andare a combattere”. Il ragazzo che è seduto accanto a me, con una maglietta rossa e un foulard al collo, ascolta e sorride. Per lui Luigi Fiori è un eroe, non ci piove. La sua volontà di combattere è fuori discussione. Ha comandato centinaia di uomini, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/copertina1.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-56828" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/copertina1.jpg" alt="COPERTINA BAUMAN DEFINITIVO" width="358" height="536" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/copertina1.jpg 358w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/copertina1-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 358px) 100vw, 358px" /></a>“<i><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Mi piacevano le belle ragazze”, dice Luigi. “Mica volevo andare a combattere”. Il ragazzo che è seduto accanto a me, con una maglietta rossa e un foulard al collo, ascolta e sorride. Per lui Luigi Fiori è un eroe, non ci piove. La sua volontà di combattere è fuori discussione. Ha comandato centinaia di uomini, ha visto la morte in faccia, ha sofferto. Dire che non voleva combattere, è un </span></span></i></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">understatement</span></span></span><i><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> che lo rende ancora più grande. </span></span></span></i><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>E sia. Uomini come Luigi sono grandi. Ma sono uomini.</i></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">(Così si apre l&#8217;introduzione di <i>Eravamo come voi</i> di Marco Rovelli. Un libro “fuori tempo massimo” in una società che ha dimenticato tutto. Che ha dimenticato persino perché può permettersi di dimenticare. Ma lavori di scavo vivo e presente come quelli di Marco sanno restituirci quella dimensione etica della società che appare perduta. Solo così riusciamo a comprendere perché dobbiamo dire grazie alle ragazze e ai ragazzi che hanno combattuto per noi. E che erano come noi, allora. Marco ci regala un capitolo del suo libro e noi per questo lo ringraziamo di cuore. <em>G.B.</em>)</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Poi c&#8217;era Topolino. Che è stato uno dei partigiani più giovani tra tutti i partigiani. E che infatti dopo la guerra gli hanno dato pure la medaglia d&#8217;argento al valor militare. L&#8217;ho conosciuto a casa di Franco, perché dopo la guerra anche Topolino è stato un gran contrabbandiere. Che se ne andava per le montagne tutto da solo, e portava indietro tabacco e sigarette.</p>
<p>Luigi Fovanna ha solo 86 anni, quando ci vediamo da Franco davanti a un caffè corretto alla grappa. E ne dimostra molti di meno. Imponente, due gran baffi, lo definirei un montanaro distinto, tenuto in ottima forma e tempra dall&#8217;aria di montagna. Che chissà com&#8217;era quando aveva quattordici anni, pensi.</p>
<p>Ecco, mentre ci parlavo mi immaginavo di avere davanti il Pin, quello dei nidi di ragno.</p>
<p>A quattordici anni Luigi scappa di casa per andare con i partigiani. Era come un western, dice. Anche se allora gli western non li vedeva mica. Li vede adesso, e allora resta sveglio anche fino a mezzanotte. Altrimenti alle nove e mezzo è già a letto, fa così da sempre, in montagna ci si alza all&#8217;alba.</p>
<p>Guarda gli western, adesso, perché è la sua vita che era un western, si combatteva sulla frontiera della fame.</p>
<p>Se gli chiedi se andava a scuola, ti guarda come venissi da un altro mondo (e in effetti, è da un altro mondo che vieni). “Ho fatto la prima, dice, a sette anni era già finita. Andavo a <i>fa&#8217; l pastur</i>, sopra Trasquera. Adesso mandi i figlioli a Rimini, di qua, di là, una volta ti mandavano a far da servitore a un contadino che poi ti dava niente, solo da mangiare e basta, ed era già manna!</p>
<p>Ti facevano la minestra, la polenta, ma col latte scremato, perché col resto ci facevano il burro. Pasta e riso tutto assieme, un miscuglio così. Si mangiava <i>ul</i> <i>strutt</i>! Era così in montagna, il contadino mangiava sempre gli scarti, la roba fresca doveva venderla!”.</p>
<p>Che poi siccome alla frontiera della fame ci si stava in tanti, e un ricordo tira l&#8217;altro, Franco ricorda: “Quando eri all&#8217;alpe con le mucche, il latte lo mettevi in una padella e lo lasciavi un giorno o due per togliere la crema per fare il burro, magari ci finiva dentro qualche topo? prima di tirarlo via lo leccavamo, il topo, che aveva la crema!”</p>
<p>“Eh, la gente oggi non è temprata per la vita”, chiosa Luigi. Per quella vita, no di certo.</p>
<p>Luigi era piccolino che venne via da Montecrestese. Prima a Varzo, dove ha fatto l&#8217;unico anno di scuola, poi verso i dodici anni a Vogogna, con quattro fratelli. Luigi è uno che vuole farlo capire che il suo era proprio un altro mondo, e che lui in quel mondo ci sapeva stare, e lo reggeva bene. Reggeva bene anche il vino. “Mia mamma mi raccontava che un giorno mi aveva lasciato a casa da solo, e quando è tornata mi ha trovato che ghignavo, ghignavo, ridevo&#8230; Mi metteva sullo sgabello da una parte e cadevo dall&#8217;altra&#8230; <i>Poi ag vegn in ment da vardà ul fiasc da vin sul taul</i>, ne mancava un bel po&#8217;! Hai capito<i>, ero ciuc, a dui agn</i>!”.</p>
<p>Temprato dalla vita, con il padre che non trovava un lavoro (ma Luigi capirà solo dopo il perchè), da ragazzino faceva i mille lavori della montagna. Portava su e giù la legna dal monte, e alla sera dormiva nel bosco da solo. Andava ad aiutare chi doveva far <i>starnu</i>, il letto di foglie delle mucche. Andava ad aiutare a fare il cemento. Quel che c&#8217;era da fare, lo si faceva. “E mi cercavano, perché rendevo <i>cume &#8216;n om</i>!”.</p>
<p>E quando a dieci anni sei in grado di dormire nel bosco da solo, affrontando gli spiriti della notte, e le streghe di quel folto, ché in Ossola è pieno di streghe, allora sei in grado di fare qualunque cosa. Come scappare di casa per andare coi partigiani, anche se non sai mica bene chi sono.</p>
<p>“<i>Gh&#8217;era</i> il Beldì, il Corani che era mio coscritto&#8230; sì, il fratello piccolo di Malombra&#8230;<i>Gh&#8217;era</i> l&#8217;Aldo Marta&#8230; era un po&#8217; più grande di me, ma a quei tempi mica pensavi hai <i>un an pussée che mi, un an meno da mi</i>, eravamo tutti ragazzi che si giocava assieme&#8230; A un certo punto il Marta è sparito, <i>duv&#8217;è andà</i>&#8230; E ti dicono, con i partigiani, con Superti. E poi ci va il Corani. <i>C&#8217;è andà lu, ci vo anca mi</i>.<i> Alura mi sun scapà di cà e son andà coi partigiani. </i>Sono andato a Rumianca, sapevo che lì c&#8217;erano dei partigiani. Appena sotto la centrale, nella casa di uno che si chiamava Terzi, li ho trovati lì, c&#8217;era un tenente che si chiamava Franz, e subito m&#8217;han preso. Eran <i>forestè</i>, però han visto che ero un <i>bocia</i> deciso e mi han tenuto là. Che dopo venivano giù delle belle ragazze che mi baciavan sulla bocca, eh, <i>mi ero un bocia</i>&#8230; Però mia mamma e mio papà han saputo e son venuti a vedere per <i>portà a cà el fiol</i>. Portatelo pure a casa, ma guardate che se questo vuol star qui ci torna! E infatti mia mamma, conoscendomi, <i>Lassumal lì</i>, almeno sappiamo dov&#8217;è&#8230;”.</p>
<p>E&#8217; il febbraio del &#8217;44, Luigi è con la Di Dio, divisione Valtoce. E diventa Topolino. “Sì, il cartone animato c&#8217;era già, ma Topolino perché ero un ragazzino”.</p>
<p>Alla sera Topolino dorme in una cascina sopra Rumianca, e alla mattina scende allo stabilimento, va al deposito biciclette, ne prende una e gira per la valle. Guarda cosa succede in giro nei paesi, e riferisce. Relaziona sui movimenti dei fascisti, come quando vede che hanno catturato un partigiano e lo fanno camminare in testa a un plotone per andare a recuperare una mitragliatrice nascosta sotto il ponte del Migiandone.</p>
<p>Una volta porta una busta al battaglione di georgiani arruolati coi tedeschi, erano accampati a Mergozzo, c&#8217;erano stati dei contatti per farli disertare e passare coi partigiani, lui ne vede uno alla stazione, un po&#8217; a caso, che se non era il georgiano giusto poi, ma non ci pensa due volte, il georgiano lo porta fuori dalla stazione, scende in un campo di mais, legge la busta, e gli risponde Noi andiamo a Borgomanero, facciamo fuori il comandante e poi veniamo da voi. Poi il <i>bocia ciapa la bici</i> e torna a Rumianca.</p>
<p>A volte c&#8217;è da recuperare cibo per dei partigiani nascosti, e allora lui, con i “biglietti” dei partigiani, che è come cartamoneta sulla fiducia, si fa dare farina, riso, formaggio, latte. Il negozio del Beldì a Vogogna, per esempio, lui gliene dà sempre, o il Ripamonti al mulino. E se non glielo danno, come al dopolavoro di Pieve Vergonte, entra nello scantinato di nascosto e fa provviste da solo.</p>
<p>Anche se non porta armi è un partigiano, e gli fanno una divisa. E&#8217; in telatenda, come si diceva, non l&#8217;ideale per un guerriero, ma Topolino ne va orgoglioso. Un giorno si va fino a Nonio a ritirare un lancio degli americani. A Topolino tocca uno zaino bucato. Ma il carico è lo strutto, e la strada è lunga e faticosa. Lo strutto comincia a colare giù per la schiena. Quando si arriva a Rumianca, la divisa è da buttare. E questa fu una delle grande delusioni della guerra per il <i>bocia</i> partigiano.</p>
<p>Che poi i partigiani, la prima volta, li aveva visti a Villadossola, l&#8217;8 novembre, il giorno dell&#8217;insurrezione, che il giorno dopo arrivarono perfino gli aerei a bombardare, e il Redimisto Fabbri lo torturarono e fucilarono a Pallanzeno con altri cinque. Luigi, che ancora non era Topolino, aveva sentito che c&#8217;erano dei tumulti ed era andato a vedere, perché lui era mica uno che c&#8217;aveva paura di qualcosa, lui, e aveva visto un tedesco moribondo su un carrettino per portare le verdure, tremava smodatamente come un epilettico, e anche se Luigi non sapeva cos&#8217;era un epilettico aveva gli occhi per vedere quella cosa schifosa che è la morte.</p>
<p>Il giorno dopo aveva seguito l&#8217;onda, quando tutti erano dovuti scappare da Villadossola, ed era andato verso la centrale di Pallanzeno che c&#8217;erano già i tedeschi che giravano, e un tizio che scappava con lui gli aveva dato una Beretta calibro nove, “tienila poi me la ridai quando ci vediamo”, l&#8217;aveva presa disarmando i carabinieri ma adesso era più prudente non averla dietro, quello era un <i>bocia</i> e non correva rischi, che poi insomma anche per il <i>bocia</i> non era il caso di averla, ma col suo <i>curai dela madona</i> se la lega in mezzo alle gambe e torna verso casa, che al ponte di Pallanzeno incontra una di quelle macchine scoperte che chiamano scim-sciam, insomma una Fiat con la capotta, sono tedeschi, lo vedono a distanza e gli fanno segno di avvicinarsi, che lui avvicinandosi correndo si accorge di avere le pallottole nel taschino e pensa Adesso mi cadono, e invece non gli cadono e i tedeschi quando vedono che è un <i>bocia</i> lo lasciano andare, e allora lui via verso casa, e nasconde la pistola nel casale diroccato vicino casa, proprio vicino al ponte di Dresio, e adesso ce l&#8217;ha lì una pistola, e sai come ci si sente forti con quella, che già non hai paura di niente, e con quella sei fortissimo, di cosa puoi aver paura con quella, va nel casale di tanto in tanto a tirarla fuori dal nascondiglio e se la guarda, se la strofina, è sua, non sa cosa può farci e contro chi e perché ma è sua come sue sono le braccia e le gambe, e forse ci ha perfino guardato dentro il buco della canna come Pin nella pistola del tedesco, fatto sta che il papà si accorge che va troppo spesso in quel casale come a un santuario, e scopre la Beretta, caccia degli urli che non ti dico, se la prende, la dà a degli amici, che la diano ai partigiani.</p>
<p>“Per me andare coi partigiani era un&#8217;avventura. Come un western, <i>capìo</i>?”.</p>
<p>(La colonna sonora di quel western era anche per Topolino <i>Marciar marciare</i> – e chissà come gli risuonava alle orecchie quel verso, <i>Mamma non piangere</i><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">).</span></span></span></p>
<p>“Se mi avessero detto chi sono i fascisti? Gente come noi che <i>mangian pussée ben, gh&#8217;en </i>ben vestiti e stanno meglio di noi”.</p>
<p>“Non ho fatto il partigiano come il patriota convinto&#8230; Sbarcavo il lunario, poi mi son trovato che stavo peggio che prima. E poi una volta che sei lì non puoi venire via quando vuoi&#8230;”</p>
<p>“Ho cominciato a capire quando mi dicevano <i>vai qui vai là passa a vedere</i>&#8230; Una volta capito a Anzola, c&#8217;erano tedeschi e fascisti, e sottolineo fascisti. A un certo punto sento sparare raffiche, davanti alla cooperativa, c&#8217;erano 22 o 23 mitragliatori messi giù, e in una roggia c&#8217;erano quattro o cinque ragazzi, distesi per terra, uno aveva una tuta da ginnastica blu, con la barba. Me lo ricorderò sempre”.</p>
<p>Ecco, questo ti dice Topolino, se gli chiedi quando ha cominciato a capire.</p>
<p>I grandi lo proteggevano dalla morte, però. Il comandante Ugo, in particolare, aveva dato disposizione che lui non vedesse mai qualcuno che muore. Come quella volta che è in una stalla a dormire tra i cavalli, sente degli spari, allora esce per vedere che succede. Arriva e vede un uomo per terra, che grida “Vigliacchi, avete ucciso vostro fratello”&#8230; Saprà il giorno dopo che era una spia che aveva fatto prendere due partigiani a Pallanzeno, era stato preso e, pensando che lo avrebbero ucciso, era scappato: per quello gli avevano sparato. Ma non assiste all&#8217;agonia dell&#8217;uomo: un partigiano gli grida: Vai a dormire!</p>
<p>Quando arriva la Repubblica, Topolino fa il <i>bocia</i>, molla la Di Dio e se ne va a Domodossola. “Ero il <i>bocia partigiano</i>, chi mi baciava, chi mi prendeva in spalla, chi mi dava da mangiare, insomma tutti mi volevano vicino, specialmente magari quelli che avevano timore perché magari avevano fatto qualcosa contro i partigiani e allora si ingraziavano un ragazzino, perché gli altri erano <i>pussée</i> dritti e mica si lasciavano infinocchiare come un <i>bocia</i>!”. Prende dimora a Villa Tibaldi, dove prima erano i tedeschi, e dove anche Arialdo aveva fatto la guardia: “stavo bene lì, mangiavo e bevevo! Poi passa qualche giorno, entrano i miei della Di Dio, Hai abbandonato la squadra, <i>ti fusilan sicur</i>! Scherzavano, ma m&#8217;ero preso una paura&#8230; Insomma sono tornato a Ornavasso con loro, facevamo il servizio di guardia al passaggio a livello. E le pallottole che fischiavano quando sono arrivati i tedeschi!”.</p>
<p>A Ornavasso Topolino incontra il padre. Anche lui era con la Valtoce, ma mica si erano mai incrociati, Topolino non sapeva che fosse pure lui un partigiano. Si vedono allo spaccio dove davano le sigarette. A quattordici anni mica si fumava. Suo padre lo vede con un pacchetto di tabacco. Glielo prende, gli dà le sigarette in cambio: “Piglia queste che ti fanno meno male”. E poi se ne va con la sua squadra.</p>
<p>Il padre di Luigi era elettricista, lo avevano cacciato da due stabilimenti perché non aveva la tessera del fascio. Tanto che i primi anni di guerra aveva dovuto andare nel bergamasco, a lavorare la terra.</p>
<p>E adesso che lo vede partigiano, Luigi capisce. Non era solo per la povertà che lui non aveva la divisa dei balilla, e piangeva perché non ce l&#8217;aveva, e il massimo che avevano potuto fare i suoi era comprargli i calzettoni verdi con la riga nera che solo con quelli Luigi si sentiva chissà chi; capisce che anche se qualcuno gliel&#8217;avesse comprata, la divisa, non gli avrebbero permesso di metterla.</p>
<p>Eh sì, i fascisti erano quelli che mangiavano e erano vestiti bene. “Che da Fontana dovevo andare a piedi fino a Bertogno, che adesso è un passo, ma a quei tempi era una distanza enorme, con la neve, gli zoccoli ai piedi, un freddo bestia e senza mangiare, arrivavi a casa e non trovavi niente da mangiare. Quelli invece eran tutti bei rotondi e mangiavano, mi avevo una <i>fam dela madona</i>&#8230;”</p>
<p>Poi arrivano i fascisti, che al ponte dov&#8217;erano di guardia il Ghiringhelli viene sbalzato via da una cannonata ma neanche un graffio, ed era bianco come se l&#8217;avessero messo in un sacco di farina, e più in su una cannonata porta via un angolo della casa dove adesso c&#8217;è il museo della resistenza, e Topolino prende una scheggia nella gamba che non ci fa caso ma la scheggia c&#8217;è e poi comincia a gonfiare e far male, e quando arriva a Crodo dopo tanti di quei chilometri di andirivieni che non sa come ha fatto si butta su un mucchio di segatura per riposarsi, e lì è la seconda e ultima volta che vede suo padre durante la guerra, che lui guidava un camion per portare in salvo chissà cosa e poi alla cascata del Toce i tedeschi lo catturano, il papà, e decidono di fucilarlo, ma un istante prima della fucilazione altri partigiani tirano una bomba a mano ai fucilieri e il papà di Topolino se ne fugge in salvo con gli stivali dei tedeschi, e intanto anche Topolino riesce ad arrivare in val Formazza per scappare, e ci arriva in moto perché non poteva più camminare, e poi giù in teleferica verso la Svizzera, e siamo salvi.</p>
<p>Topolino è di quelli che tornano in Italia. Arriva alla casa di Vogogna, ma gli dicono che i fascisti lo cercano, e allora torna in montagna: ma la Valtoce non c&#8217;è più, e così trova la Redi, brigata Garibaldi, e va con loro. Si becca anche un rallestramento il 25 marzo che devono scappare e mentre scappano su un sentiero cade una gavetta, il rumore segnala la posizione dei fuggiaschi, i tedeschi sparano, centrano Topolino al piede.</p>
<p>Lo caricano in spalla, lo mettono in una coperta e lo portano giù al paese di Ponte, a una specie di infermeria. Ma qualcuno fa la spia: “sento un casino, non capivo, tra il freddo la fame e il sangue perso mi sembravano i ragazzi che escono di scuola quando corrono. E invece era la gente che gli bruciavano il paese. I fascisti cercavano il ferito. Hanno ammazzato una donna incinta, col mitra, e poi uno che veniva dall&#8217;ospedale di Omegna che aveva in tasca una preghiera dei partigiani che gli aveva dato una suora. Lo hanno legnato negli stinchi finché si sono spezzate le gambe, poi lo hanno ammazzato”. Doveva essere la preghiera del garibaldino che aveva voluto il comandante della Garibaldi della Valsesia, Cino Moscatelli, corredata con tanto di icona di San Michele Arcangelo che trafiggeva il demonio. E questo indemoniava i fascisti ancora di più.</p>
<p>Entrano anche nella casa dov&#8217;è Topolino, i fascisti, lui sta rinserrato in un buco dove si entra per un passaggio segreto dietro la credenza, ma gli va bene, ché quando i fascisti se ne sono andati riescono a spegnere l&#8217;incendio e lo mettono in salvo. Passerà il resto del tempo prima della Liberazione prima in un buco di una grotta e poi su una cengia, sotto un larice, dove lo calavano giù la mattina e lo tornavano a prendere la sera, che almeno la notte era meglio dormisse in una baita.</p>
<p>Finita la guerra, Luigi si mette a lavorare. E il suo lavoro sarà il contrabbandiere. Poi, ereditando il sapere paterno, diventerà un bravo elettricista, e per molti anni girerà il mondo per i cantieri dove costruiscono centrali elettriche. Ma sempre con la nostalgia per il contrabbando, per la solitudine della montagna, quell&#8217;intimità con la smisuratezza delle cime. Per quel passare le frontiere in silenzio, di nascosto da tutto e da tutti.</p>
<p>&#8220;Il mondo è nato senza frontiere, le frontiere le ha fatte l&#8217;uomo. La legge dell&#8217;uomo ti condanna, la legge di Cristo non ti condanna mica. Però la questione è che se ti mettono in galera, non viene mica, Gesù Cristo!&#8221;.</p>
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		<title>Parole sotto la torre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jul 2015 05:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Arpaia]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Sanzone]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Remmert]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio fontana]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio De Giovanni]]></category>
		<category><![CDATA[Portoscuso]]></category>
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		<category><![CDATA[saverio gaeta]]></category>
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					<description><![CDATA[Parole sotto la torre, Portoscuso &#8211; IX edizione. 23-26 luglio 2015. Le verità dell&#8217;inganno Cosa rende affascinante e misteriosa l&#8217;idea che abbiamo dell&#8217;arte? Il rapporto ambiguo col concetto di verità. La filosofia classica non aveva dubbi in merito. Gli antichi greci parlavano di aletheia (αλήϑεια): “disvelamento”. Tolto il velo del pregiudizio la verità di dimostrava nella [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Parole sotto la torre, Portoscuso &#8211; IX edizione. 23-26 luglio 2015. <em>Le verità dell&#8217;inganno</em></strong></p>
<p align="JUSTIFY">Cosa rende affascinante e misteriosa l&#8217;idea che abbiamo dell&#8217;arte? Il rapporto ambiguo col concetto di verità. La filosofia classica non aveva dubbi in merito. Gli antichi greci parlavano di <i>aletheia (</i><span style="color: #252525;"><span style="font-family: sans-serif, Arial;"><span style="font-size: small;">αλήϑεια</span></span></span>): “disvelamento”. Tolto il velo del pregiudizio la verità di dimostrava nella sua interezza. Il filosofo cercava la coerenza fra il dato di fatto, la realtà oggettiva e la sua rappresentazione. È il principio di non contraddizione, su cui si basa la logica classica.</p>
<p align="JUSTIFY">Eppure, quasi a contraltare, da sempre l&#8217;arte è il luogo dell&#8217;inganno. La vita che viene rappresentata, che sia con una scultura, un dipinto, un poema, proprio perché rappresentata e non vissuta è intrinsecamente falsa. Contraddittoria.</p>
<p align="JUSTIFY">Lo schermo che il filosofo ha tolto per il disvelamento, l&#8217;artista lo ripristina. Su quello schermo, su quell&#8217;inganno, costruisce la <i>sua</i> verità. Un mondo coerente solo dentro l&#8217;opera: che sia un romanzo, un film, una <i>piece</i> teatrale.</p>
<p align="JUSTIFY">Perché solo attraverso l&#8217;inganno, solo attraverso la verosimiglianza, l&#8217;artista può dire la verità. Una verità che va oltre al dato oggettivo e diventa universale. Non possiamo credere a nulla di quello che ci viene raccontato e proprio per questo possiamo fidarci senza remore. Mettiamo fra parentesi l&#8217;incredulità e aderiamo al mondo dipinto sullo schermo. Che così si fa lente d&#8217;ingrandimento, per quanto deformante, del mondo.<br />
Rappresentandocelo ce lo racconta più vero del vero. Le verità dell&#8217;inganno, le uniche ammesse dalla letteratura.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/veritahome1-940x345.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone  wp-image-55494" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/veritahome1-940x345.jpg" alt="veritahome1-940x345" width="829" height="304" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/veritahome1-940x345.jpg 940w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/veritahome1-940x345-300x110.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/veritahome1-940x345-900x330.jpg 900w" sizes="(max-width: 829px) 100vw, 829px" /></a></p>
<article id="post-2" class="clearfix post-2 page type-page status-publish hentry">
<div class="page-body clearfix">
<p><strong>Giovedì 23 luglio</strong></p>
<p>21.30 <em>Il traduttore malinconico</em></p>
<p><strong>Bruno Arpaia </strong>Conduce <strong>Vito Biolchini</strong></p>
<p>23 <em>Il canto dell’inganno. Dodici corti sulla meraviglia, lo stupore e la verità</em></p>
<p>A cura di <strong>Skepto International Film Festival </strong>Con <strong>Despina Economopoulou</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Venerdì 24 luglio</strong></p>
<p>19.30: <em>La memoria presente </em></p>
<p><strong>Giulia Clarkson</strong> e <strong>Giulio Angioni </strong>Conduce <strong>Anna Rita Briganti</strong></p>
<p>22 <em>Notizie dal profondo Nord</em></p>
<p><strong>Giorgio Fontana e Enrico Remmert </strong>Conduce <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>23.30: <em>Il canto dell’inganno. Dodici corti sulla meraviglia, lo stupore e la verità</em></p>
<p>A cura di <strong>Skepto International Film Festival </strong>Con <strong>Nicola Piovesan</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sabato 25 luglio</strong></p>
<p>19.30: <em>Resistere a vent’anni</em></p>
<p><strong>Marco Rovelli </strong>Conduce <strong>Camilla Barone</strong></p>
<p>22 <em>Nero metropolitano</em></p>
<p><strong>Gianni Biondillo</strong> e <strong>Maurizio De Giovanni</strong></p>
<p>Conduce <strong>Anna Rita Briganti</strong></p>
<p>23.30: <em>Il canto dell’inganno. Dodici corti sulla meraviglia, lo stupore e la verità</em></p>
<p>A cura di <strong>Skepto International Film Festival </strong>Con <strong>Matt – Willis Jones</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Domenica 26 luglio</strong></p>
<p>21.00: <em>Cantarle fuori dai denti</em></p>
<p><strong>Daniele Sanzone</strong> e <strong>Luciana Parisi </strong>Conduce <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>22.30: <em>Verità rubate e bellezze dal profumo di passione e riscatto</em></p>
<p>Concerto dei: <strong>Lello Analfino &amp; Tinturia in acustico</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il canto dell’inganno. Dodici corti sulla meraviglia, lo stupore e la verità<br />
A cura di Skepto International Film Festival<br />
</em></p>
<p><em> </em><strong> </strong></p>
<p><strong>Giovedì 23 luglio</strong></p>
<p><strong><em>Inganni a tempo determinato</em></strong></p>
<p>I frutti sperati – 15′ – Italia</p>
<p>Debtfools – 9′ – Grecia/Spagna<br />
L’homme qui en connaissait un rayon – 20′- Francia<br />
Tuesday – 6′ – Svizzera</p>
<p><strong>Venerdì 24 luglio</strong></p>
<p><em>La verità nell’inganno: tra il surreale e l’imprevedibile (parte 1)</em></p>
<p>Deus in machina – 20′ – Italia<br />
8 ay – 20′ – Turchia<br />
Ehi muso giallo – 15′ – Italia</p>
<p><strong>Sabato 25 luglio</strong></p>
<p><em>La verità nell’inganno: tra il surreale e l’imprevedibile (parte 2)</em></p>
<p>Dos caras – 14′ – Argentina<br />
A Short Film on Conformity – 10′ – Norvegia<br />
Not funny – 15′ – Spagna<br />
Hotel – 11′ – Spagna<br />
A cura di Skepto International Film Festival</p>
</div>
</article>
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		<title>La meravigliosa vita di Jovica Jovic</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Aug 2014 06:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[jovica jovic]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[Moni Ovadia]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[ di Gianni Biondillo Moni Ovadia, Marco Rovelli, La meravigliosa vita di Jovica Jovic, Feltrinelli, 187 pag. &#160; Cos’è esattamente La meravigliosa vita di Jovica Jovic? Un romanzo? Un memoire? Un saggio? Una chiacchierata fra amici? Chi è per davvero l’autore del libro? Moni Ovadia, l’attore? Marco Rovelli, lo scrittore? Jovica Jovic, il musicista? Il libro, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/jovica.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-48724" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/jovica.jpg" alt="jovica" width="280" height="441" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/jovica.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/jovica-190x300.jpg 190w" sizes="(max-width: 280px) 100vw, 280px" /></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Moni Ovadia, Marco Rovelli, <em>La meravigliosa vita di Jovica Jovic</em>, Feltrinelli, 187 pag.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cos’è esattamente <em>La meravigliosa vita di Jovica Jovic</em>? Un romanzo? Un <em>memoire</em>? Un saggio? Una chiacchierata fra amici? Chi è per davvero l’autore del libro? Moni Ovadia, l’attore? Marco Rovelli, lo scrittore? Jovica Jovic, il musicista? Il libro, come s’è capito, rifugge tutte le categorie, è un oggetto narrativo non identificato, che racconta la vita vera di un fisarmonicista rom. Vita ancora in atto, per capirci. Una sorta di biografia di un personaggio “non” illustre.</p>
<p>Fra frammenti di scrittura sconclusionata del fisarmonicista, fotografie ricordo, dialoghi, fiabe e leggende, attraversare la vita di quest’uomo, con i suoi sogni modesti e il suo amore smisurato per la famiglia e la musica, significa, inevitabilmente, attraversare la Storia. Guardata però dalla parte degli ultimi, dei negletti. Significa conoscere come i genitori di Jovica abbiano conosciuto i campi di sterminio nazista, come grazie alla sua fisarmonica il giovane Jovica abbia girato l’Europa, come il crogiuolo di etnie dove viveva la sua famiglia, nella ex Yugoslavia, si sia consumato in una guerra fratricida, come l’uomo, il padre, abbia dovuto trovare il modo di sfamare i figli, di nazione in nazione, fino a giungere in Italia. La terra dei campi.</p>
<p>Lo stupore di Jovica è palese quando osserva le condizioni dei suoi fratelli rom e sinti in Italia. Quasi vivessero in un far west selvaggio, a un paio di chilometri dal duomo di Milano. Ma Jovica non recrimina. I rom sono un popolo pacifico, dice, non hanno mai dichiarato guerra a nessuno.</p>
<p>Fra fiabeschi ricordi di Jovica Jovic e dotte dissertazioni di Moni Ovadia (c’è persino una lettera della fisarmonica di Jovic!) il libro, ricucito pazientemente assieme da Marco Rovelli,  a tratti pare confusionario nel suo tentativo di imbrigliare una esistenza <em>larger than life</em>, ma è talmente colmo di micro narrazioni, degne di interi romanzi, che merita la lettura. Per restare umani, depurandoci dai pregiudizi che ci soffocano.</p>
<p><em> </em></p>
<p>(<em>pubblicato su</em> Cooperazione, <em>n° 52 del 23 dicembre 2013</em>)</p>
<p><em><a href="http://flipbook.cantook.net/?d=%2F%2Fedigita.cantook.net%2Fflipbook%2Fpublications%2F31656.js&amp;oid=2&amp;c=&amp;m=&amp;l=en&amp;r=http://www.feltrinellieditore.it&amp;f=pdf">Qui</a> si possono leggere le prime pagine del libro. </em></p>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>Su &#8220;Sangue&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Feb 2014 05:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni senzani]]></category>
		<category><![CDATA[lotta armata]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[pippo delbono]]></category>
		<category><![CDATA[roberto peci]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli Ancor prima di essere proiettato al festival di Locarno, il film di Pippo Delbono Sangue ha ricevuto numerosi attacchi da molti giornali italiani per il solo fatto di contenere la testimonianza dell&#8217;ex brigatista Giovanni Senzani. Ma non si può liquidare così Sangue, un film estremo: estremo perché vive di una tensione estrema [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Ancor prima di essere proiettato al festival di Locarno, il film di Pippo Delbono <em>Sangue</em> ha ricevuto numerosi attacchi da molti giornali italiani per il solo fatto di contenere la testimonianza dell&#8217;ex brigatista Giovanni Senzani. Ma non si può liquidare così <em>Sangue</em>, un film estremo: estremo perché vive di una tensione estrema verso i confini di vita e morte attraverso le storie parallele della morte della madre di Delbono e di Senzani; perché è stato girato con un cellulare (dispositivo che riduce la minimo la distanza tra il soggetto e l&#8217;oggetto); perché non si basa su una sceneggiatura, ma campiona pezzi di vita, li riquadra, li mette in sequenza, li monta in una costellazione di senso. </p>
<p><em>Sangue</em> è essenzialmente la messa in scena di un teatro interiore. La messa in scena, sia chiaro, per prima cosa di fronte a se stesso. Davanti alla mente passano come nubi le forme delle cose, la forma della vita: e si tratta, semplicemente, di osservare. Come si fa nella postura meditativa, semplicemente osservare. Osservare le cose come sono, e in questo atto conseguire il distacco.<br />
<span id="more-47497"></span><br />
Davanti alla mente/sguardo di Delbono passano forme di vita che lui osserva: quella di colei che ha donato la vita e va a conoscere la morte, e di colui che ha donato la morte e va a conoscere (forse) la vita. Due fedi, due sangui. Che si snodano intorno alla <em>Cavalleria rusticana</em> (messa sulla scena teatrale da Delbono), alla sua danza. Perché tra la vita e la morte c&#8217;è un duello senza fine, e senza vincitori.</p>
<p>Nei dibattiti dopo il film si è verificato che agli spettatori fa assai più problema quel mostrare la morte della madre che non la presenza di Senzani. Ma non c&#8217;è niente di morboso in quello, io credo. Anzi, può essere letto come un estremo gesto d&#8217;amore. &#8220;Pensa a qualcosa sull&#8217;amore&#8221;, dice la madre al capezzale. E Delbono la osserva col suo sguardo doppio: il suo, fisico, lacerato, sanguinante; e quello indiretto dell&#8217;occhio artificiale, che frappone il distacco dell&#8217;osservazione, la contemplazione della pura forma, la meditazione (buddhista) del dissolvimento. Ci vuole lucidità, per non farsi sopraffare dalla sofferenza. L&#8217;occhio lucido (doppiamente lucido: lucido anche di pianto), per non farsi trafiggere. E allora il &#8220;voglio vedere&#8221; pronunciato da Delbono nei riguardi del corpo morente della madre risuona con la frase in italiano pronunciata in precedenza da lei in mezzo a una appassionata professione di fede pronunciata in dialetto: &#8220;Voglio vedere la mia mamma&#8221;, aveva detto; e poi: &#8220;guardate il sole&#8221;. Le uniche due frasi della madre pronunciate in italiano hanno a che fare col vedere. Perché sia chiaro a tutti, oltre ogni dubbio, che si tratta di vedere.</p>
<p>La morte è ovunque, in <em>Sangue</em>. Nelle macerie dell&#8217;Aquila che aprono il film, e, immediatamente dopo, nelle riprese del funerale di Prospero Gallinari. E la camera/occhio si alza dalla neve e dalla teoria di persone dietro la bara agli alberi. Alla ricerca della forma, e della leggerezza. La forma che salva dalla morte, la forma che ci dona la vita. La contemplazione della forma. Gli alberi, che non sanno, e sono innocenti (e mi risuona allora una canzone di Nick Cave: <em>Trees don&#8217;t care what a little bird sings, we go down with the dew in the morning light. And we breathe it in, there is no need to forgive</em>: Non c&#8217;è bisogno di perdonare, mai: la vita è innocente). Lo sguardo cerca l&#8217;innocenza degli alberi: e il suo modo per farlo è riscattare la vita, trovare ancora qualcosa da riscattare. Come fa Delbono nel suo “viaggio della speranza” a Tirana, dove va a cercare un rimedio per il cancro della madre, per cercare ancora una chiave per la vita. E se poi è una grande illusione &#8211; Pharma Matrix, è il nome della farmacia dove Delbono va a comprare la miracolosa pozione taumaturgica &#8211; non importa: importa la volontà di riscatto, di perseguire l&#8217;innocenza.</p>
<p>Se l&#8217;illusione svanisce, l&#8217;essenziale è tenere gli occhi aperti. Delbono osserva, guarda, vede: la insegue col suo occhio doppio anche da cadavere, ancora come una meditazione buddhista tibetana, la contemplazione del cadavere, la contemplazione della forma vuota. Poi, la bara che si chiude: è il rumore dell&#8217;addio. Dopo di esso, l&#8217;occhio/camera non può che inquadrare se stesso. È il loop della vitamorte, quando si è orfani senza maschere.</p>
<p>E orfano è anche Senzani. Che non si libera dell&#8217;assenza che ha causato, della morte atroce che ha dato. Sta tutto in quel No di un sogno in cui rivive la morte data a Peci: un No urlato come se fosse allora, e solo allora, che le sue speranze svanissero. Il sogno parla per lui: e quella &#8220;scena ad effetto&#8221; di cui parla a proposito del luogo della morte di Peci (ne parla tenendola a distanza, come parlasse di una location cinematografica) torna nella sua verità (nella sua verità di effetto, precisamente) nel sogno, luogo di verità. La morte è reale, e anche a lui tocca, adesso, di guardarla a occhi spalancati.<br />
“Nessuno può sfuggire alla vita, nemmeno con  la morte”.</p>
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