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	<title>marco tullio giordana &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>e io che mi credevo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 May 2011 06:12:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Aureliano Amadei]]></category>
		<category><![CDATA[Henry Rousso]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Locascio]]></category>
		<category><![CDATA[marco tullio giordana]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Martone]]></category>
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					<description><![CDATA[ovvero I compagni che sbagliano di effeffe Al film di Mario Martone, Noi credevamo, sono andati ben sette Premi David di Donatello. Da quello più importante per la sezione migliore film a quello apparentemente minore, del Miglior trucco. Dico apparentemente perché, a parer mio, l&#8217;arma vincente dell&#8217;opera è stata proprio il maquillage ovvero l&#8217;arte dello [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>ovvero</em><br />
<strong>I compagni che sbagliano</strong><br />
di<br />
<strong>effeffe</strong><br />
<iframe loading="lazy" width="460" height="292" src="http://www.youtube.com/embed/jLxRVhIwC_k" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Al film di Mario Martone, <strong>Noi credevamo</strong>, sono andati ben sette Premi David di Donatello. Da quello più importante per la sezione migliore film a quello apparentemente minore, del <strong><img src="http://www.mymovies.it/biografia/img/premio.gif" alt="" align="absmiddle" /> Miglior trucco</strong>. Dico apparentemente perché, a parer mio, l&#8217;arma vincente dell&#8217;opera è stata proprio il <em>maquillage</em>  ovvero l&#8217;arte dello svelare e insieme rivelare (nascondere, velare due volte) verità altrimenti disturbanti nella presa diretta. Per spiegare come e perché questo film non mi sia affatto piaciuto e soprattutto perché lo considero come l&#8217;ennesimo esempio di esperienza mancata mi sono necessari alcuni passaggi che spero non tedieranno il lettore.<br />
<span id="more-39145"></span></p>
<p><strong>Raccontami una Storia</strong><br />
La domanda che mi assilla ogni volta che sento parlare di Storia è: come si racconta la Storia? A volte mi sembra che questa strana creatura ( qui da intendersi nel suo significato anglosassone di macchina-mostro) sia come un dispositivo soggetto a revisione costante. Ecco perché al termine revisionista, così abusato in Italia, e malinteso per giunta visto che la Storia è quella che, attraverso le sue narrazioni, diventa ogni volta, preferisco il termine francese négationnisme, ovvero narrazione che nasconde o nega la verità di un fatto .<br />
Il <strong>Risorgimento,</strong>, durante il novecento è stato raccontato sempre e comunque nella sua matrice più autentica e libertaria, sia che si trattasse di una storiografia di sinistra, si pensi per esempio al Carlo Pisacane riletto da Nello Rosselli, che nazionalista, ed è una storia che affascina quanto il libro Cuore che pur essendo un manuale di propaganda unitaria potè contare tra i propri più ferventi lettori un Majakovskij o un Miller. . Come se dalla concretezza dei fatti si elevasse un racconto senza tempo, universale come accade per ogni narrazione &#8220;intempestiva&#8221;, per lo più epica in grado di interrogarsi dai tempi di Omero sui valori e sul senso della vita. Se il  Romanzo, rompe questo tipo di continuità tra esperienza e racconto non è in nome della verità storica ma di un altro tipo di verità, non per questo meno vera ma soprattutto non meno utile per elaborare quel tipo di esperienza. Quando per esempio Cervantes di ritorno dalla più grande battaglia di tutti i tempi, Lepanto, la prima cosa che gli viene in mente di scrivere è il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Don_Chisciotte_della_Mancia">Don Chisciotte</a>, o più recentemente Kurt Vonnegut che sopravvissuto al bombardamento di Dresda, si inventa qul grande piccolo capolavoro <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mattatoio_n._5">Mattatoio n°5,</a> non assistiamo a una diserzione del racconto dall&#8217;esperienza ma ad una reinvenzione del mondo che quell&#8217;esperienza l&#8217;aveva generata.</p>
<p><strong>Mancare l&#8217;esperienza</strong><br />
Una delle ossessioni &#8211; ma non sempre le ossessioni sono inutili- della nuova narrativa italiana è l&#8217;idea di &#8220;perdita dell&#8217;esperienza&#8221;. certo nessuno si sognerebbe di pensare che la vita si sia messa in testa di privare le nostre esistenze di magnifici o terribili doni come l&#8217;amore o la morte, tanto per citarne due, assai fondamentali e sempre in auge, quanto di prendere atto della perdita di quegli strumenti, il survival kit, che ci fa sentire così poco attrezzati per decodificarla, ricordarla, raccontarla ovvero fare in modo che essa, l&#8217;esperienza sia trasmissibile. Accade invece che si manchi l&#8217;esperienza quando nonostante la mia posizione di testimone privilegiato di un fatto, quel mio stesso statuto non genera una narrazione all&#8217;altezza dell&#8217;esperienza appena vista o vissuta. Ai David di Donatello, per esempio era candidato anche <a href="http://www.mymovies.it/film/2010/20sigarette/">Venti sigarette a Nassirya</a>. La sensazione che mi è rimasta addosso a fine proiezione era che il corto circuito, giovane filmaker dei centri sociali vs guerra in Iraq, era che il film avesse centrato il suo bersaglio, ma che quest&#8217;ultimo, al di là della volontà del regista, era tutt&#8217;altro. Sulla guerra in Iraq, sull&#8217;esperienza di tanti giovani confrontati con una strana missione di pace, nuovo ordine mondiale e quant&#8217;altro, sulla morte di soldati al soldo di un nuovo tipo di guerra, 20 sigarette non diceva nulla. In altri termini l&#8217;esperienza del regista Aureliano Amadei vittima sopravvissuta a quell&#8217;attentato, era totalmente superata dall&#8217;involontaria caricatura di un frequentatore borghese di centri sociali, vittima della propria inettitudine e dei propri familiari così fintamente radical, così veramente chic. Con chiunque io abbia parlato che quella guerra se l&#8217;è combattuta, volente o nolente, e che quel film l&#8217;avesse visto, a prescindere dal grado di convinzione nell&#8217;indossare le stellette, il giudizio era stato unanime: quel film non racconta. </p>
<p><strong>Mancare la storia</strong><br />
Dalle prime scene di Noi credevamo ho pensato che mi fossi sbagliato di film. Anzi che il film avesse sbagliato i costumi di scena. I primi piani di uno dei protagonisti-  le espressioni corrucciate dell&#8217;eccellente Luigi Locascio, Nicola in <em>La meglio gioventù</em> di Marco Tullio Giordana, si sovrapponevano a quelle del pur bravo Locascio, Domenico in <em>Noi credevamo</em> &#8211;  risuonavano in me creando uno straordinario effetto di déjà vu. E così man mano che si andava avanti mi rendevo conto di come si trattasse di un remake di quella storia, attraverso la sua esperienza fondante della beata gioventù essenzialmente concentrata sulla figura del rivoluzionario o del terrorista a seconda di dove si guardasse. In altri termini Mario Martone sacrificava il racconto del Risorgimento in nome degli anni di piombo, dei cattivi maestri, delle fazioni, dei moderati e dei radicali, della paranoia dei cospiratori, delle spie e dei venduti al nemico, i pentiti, nell&#8217;angustia di un montaggio molto, in certi punti troppo, teatrale, troppo scritto e poco &#8220;<em>giocato</em>&#8221; per non parlare  delle scivolate assolutamente imperdonabili dal punto di vista del linguaggio cinematografico. La sequenza dell&#8217;insurrezione fallita nei boschi meriterebbe l&#8217;annovero nell&#8217;albo delle scene comiche legate al fattore nebbia subito dopo quella dell&#8217;arrivo di Totò e Peppino alla stazione di Milano.<br />
Non meraviglia allora che un giovane studente, <em>costretto</em> a vedersi il film in sala insieme alla propria classe abbia scritto in un commento su youtube:</p>
<p><em>Sono andato a vederlo mercoledì con la scuola ha fatto talmente cagare che me ne sono andato e mi hanno sospeso. bruciate tutti i dvd del﻿ film.</em></p>
<p>La figlia della mia compagna, quindicenne, alle mie insistenti domande su com&#8217;era stato- mi piace la sensibilità di Martone e dunque speravo che mi confortasse nell&#8217;attesa- mi aveva risposto che dopo i primi dieci minuti nessuno in classe ci aveva capito più niente.<br />
Ora che l&#8217;ho visto ho capito perché. Nel tentativo di raccontare gli anni settanta del secolo scorso attraverso la storia degli anni cinquanta e sessanta di due secoli fa, Martone  avrebbe voluto, come molti della sua generazione  chiudere i conti con il proprio personale passato. Per raccontare gli anni di piombo, ma soprattutto la propria generazione, bisognava truccare i protagonisti in modo che lo spettatore ne seguisse la storia senza pregiudizi, seguendo passo dopo passo  il cammino aperto da Giordana in quel campo minato che è e rimane il ventennio della <em>Grande Ricreazione</em> . In un certo senso l&#8217; operazione di sdoganamento è riuscita visto che sia ai David di Donatello che sulle pagine della critica ufficiale, perfino quella abitualmente più accorta, il film è passato. Eppure, bastava poco per scorgere la lacrima, la goccia di sudore, che scompaginava la maschera, il cerone. Lo scarso appeal avuto presso i più giovani, dimostra invece come, quando si manca una storia, per scelta o per necessità, c&#8217;è poca speranza perché questa sopravviva alla voce che l&#8217;ha raccontata. Ed è un peccato. Uno spreco di soldi ed energia.</p>
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		<title>Fuori tempo massimo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Aug 2003 21:34:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[marco tullio giordana]]></category>
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					<description><![CDATA[Giorgio Mascitelli Nei giorni scorsi sono andato a vedere La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana. Come è noto, si tratta di un film di 6 ore originariamente prodotto per la televisione e poi, in seguito a vicissitudini politico-aziendali, approdato alle sale cinematografiche diviso in due parti. Il film narra le vicende di una famiglia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong> Giorgio Mascitelli </strong></p>
<p>Nei giorni scorsi sono andato a vedere La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana. Come è noto, si tratta di un film di 6 ore originariamente prodotto per la televisione e poi, in seguito a vicissitudini politico-aziendali, approdato alle sale cinematografiche diviso in due parti.<br />
<span id="more-103"></span><br />
Il film narra le vicende di una famiglia italiana a partire dal 1966 fino ai giorni nostri, la prima dal 1966 fino al 1980 e la seconda da quella data fino ad oggi. Quello che mi ha colpito di quel film è che nella prima parte il contesto storico-sociale domina sulle vicende private dei protagonisti, mentre nella seconda questo è sullo sfondo fino a scomparire del tutto: negli ottanta si ha ancora a che fare con il terrorismo, poi c’è un accenno del tutto estemporaneo al 1992 con tangentopoli e la morte di Falcone e poi più nulla.</p>
<p>Naturalmente una scelta simile di sceneggiatura può avere numerose spiegazioni, tenendo conto anche della destinazione originaria del film, ma questa scelta, bello o brutto che sia il film, tiene, cioè non è avvertita come contraddittoria dallo spettatore rispetto alla prima parte. Insomma questa scelta di sceneggiatura rende conto di un vissuto comune. Ovviamente non c’era bisogno di quel film per scoprire la frammentazione della società, o per meglio dire l’assenza della società, e tuttavia mi è venuto abbastanza naturale collegare, magari un po’ fuori tempo massimo, questa situazione con le riflessioni fatte da Tiziano Scarpa a proposito dei blog e sul dibattito nato da queste.</p>
<p>Infatti il tipo di preoccupazioni provate da Scarpa e da  altri a proposito dei blog non può essere semplicemente ricondotto all’attività di alcuni aspiranti scrittori in erba, che in fondo ci sono sempre stati, ma è pienamente comprensibile solo sullo sfondo di un timore, magari implicito, per una perdita di senso della letteratura come spazio sociale dotato di significato. Ma questo timore assolutamente condivisibile, perché fondato su un rischio oggettivo (e forse la parola rischio è un po’ troppo ottimistica), rimanda alla questione se possa esistere la letteratura, non i singoli testi, ma la letteratura come momento di elaborazione culturale collettiva in una società frammentata . Per esempio, quando Carla Benedetti solleva il problema dell’anonimato degli autori dei blog si richiama a principi basilari dell’etica della discussione, un richiamo invero inaudito a chi partecipi di quest’etica, ma la realtà, e da qui la necessità del richiamo, è che quest’etica è oggi patrimonio privato di alcuni e ciò non per malevolenza degli scrittori di blog, ma perché non c’è nessuna discussione che non sia privata e dunque le responsabilità connesse con il prendere la parola non sono nemmeno avvertite. Ciò in ogni caso non riguarda i blog e nemmeno la rete, che è al massimo un acceleratore di queste tendenze, ma la costituzione della società (e forse non sarà male ricordare che un’illustre statista degli anni ottanta era solita affermare che per lei la parola società non aveva alcun significato e, quel che più importa, ricordare le centinaia di migliaia di uomini che hanno compiuto decisioni importanti ispirandosi fermamente a tale frase senza sapere che sia mai stata pronunciata).</p>
<p>In questo contesto credo che occorra assumere l’orizzonte della crisi come proprio orizzonte. La frase è bella, ma detta così rischia di non significare granché, cercherò allora di precisare: in questa situazione lo spazio della letteratura (torno a ripetere non i singoli testi che hanno vite non immediatamente riconducibili alle logiche generali) è precario e pertanto precaria sarà anche la soggettività di ogni scrittore, non ci sono più garanzie istituzionali per la voce dello scrittore, al di fuori di quelle alquanto volatili del successo di mercato. E’ solo in questo contesto che diventa possibile una “lotta di classe tra scrittori e bloggers”. Dunque accettare la crisi significa fare di necessità virtù e convivere con la precarietà, che porta però ad affermare qualcosa di spiacevole, oggi la differenza tra scrittori e scrittori di blog è limitata, certamente non sul piano letterario, ma sul piano sociale sì, proprio perché non esiste una letteratura non come luogo di approvazione dei testi o degli autori, ma come luogo di dibattito e di elaborazione del senso di un’esperienza: in questo senso è già blogger una battuta detta dallo scrittore Hanif Kureishi anni or sono nel corso di un’intervista, alla domanda su quali autori lo avessero influenzato o perlomeno leggesse rispose che scrivendo molto non aveva tanto tempo per leggere ( che può anche essere un modo per tagliar corto a una domanda indesiderata, ma è indicativo di uno stato di cose). In questa precarietà salvare l’etica della discussione è già un buon modo di essere inconfondibili.</p>
<p>Giorgio Mascitelli</p>
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		<title>La meno peggio gioventù</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Jul 2003 22:51:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[christian raimo]]></category>
		<category><![CDATA[marco tullio giordana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Christian Raimo Sono andato qualche giorno fa a vedere il malloppometraggio di sei ore di Marco Tullio Giordana, e ho capito un sacco di cose non tanto su questo paese (a quello c’ha pensato il mio presidente che finalmente ha detto chiaro e tondo qual è il genio italico: pane al pane e vino [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>Sono andato qualche giorno fa a vedere il malloppometraggio di sei ore di <strong>Marco Tullio Giordana</strong>, e ho capito un sacco di cose non tanto su questo paese (a quello c’ha pensato il mio presidente che finalmente ha detto chiaro e tondo qual è il genio italico: pane al pane e vino al vino&#8230; i tedeschi sono tutti nazisti, gli arabi inferiori, i morti rompicoglioni, i filosofi puttanieri&#8230;).<br />
<span id="more-81"></span><br />
Ho capito un sacco di cose su <strong>quella cosa chiamata sinistra</strong> in cui (spesso senza volerlo) mi sono tante volte identificato (stesso tavolo al ristorante, stessi libri sullo scaffale, stessa fila al cinema&#8230;). Ecco la cosa che ho capito: che questa sinistra è una roba che si è dimenticata abbastanza del passato, e che per il futuro campa alla giornata, meno peggio dell’orizzonte degli eventi rappresentato dalla destra a cui si contrappone, ma ugualmente evanescente. Massimalisticamente parlando, è così.</p>
<p>Quello che ho visto è un film mortalmente noioso, con un senso storico che non si innalza oltre una preparazione da secondo liceo, ideologicamente violento senza dirlo. Insomma un manifesto di quella che è la sola proposta culturale omogenea della sinistra oggi: il <strong>veltronismo</strong>. (Avete letto il libro su <strong>Luca Flores</strong>?, avete letto la prefazione la libro delle barzellette di <strong>Totti</strong>?&#8230; l’epoca della <strong>Nutella</strong>, sappiatelo, era il pensiero forte&#8230;) E il veltronismo ha una suo firmamento di riferimenti, ha i suoi idoli che nel film compaiono tutti:</p>
<p><strong>1. La letteratura come amuleto</strong>. Uno dei due fratelli protagonisti, quello più tormentato che finisce a fare il celerino e poi si ammazza, si porta appresso sempre un sacco di libri che non hanno nulla a che fare con l’interpretazione della realtà, anzi gli sono per lo più di ostacolo/danno nei rapporti con gli altri. L’equazione è letteratura=schizofrenia che porta al suicidio (presente <strong>Accorsi</strong> che fa <strong>Campana</strong>? Presente tutti i serial killer pseudo-colti?). Leggere sì, ma con cautela, che la vita è una partita di calcetto.</p>
<p><strong>2. L’assoluta rimozione di un’interpretazione minimamente marxista, storicista</strong>, qualsiasi cosa. Perché si diventa celerini e non psichiatri? perché ci si dà alla lotta armata? Nel film di <strong>Giordana</strong> non esiste conflitto di classe (l’operaio <strong>Claudio Gioè</strong> licenziato alla <strong>Fiat</strong> finirà a fare l’operaio specializzato per restaurare il casale dell’amico ricco), non esistono neanche ideali contrapposti. Le distanze tra le persone (manifestanti contro polizia, pacifisti contro terroristi) sono dettate solamente da tic caratteriali. Perché la lotta armata? Per nervosismo. Uno gli gira il culo, e diventa clandestino.</p>
<p><strong>3. L’idolatria per la psicologia, la psichiatria</strong> (in questo caso l’antipsichiatria di <strong>Basaglia</strong>). Nello sterminio ormai incruento delle ideologie (non si ricorda proprio più di cos’era l’una cosa o l’altra) l’unico valore positivo (che non sia tautologicamente la vita) è la psicologia. Le altre possibilità ermeneutiche sono totalmente azzerate. Le persone non sono convinte di quello che fanno ma sono in assoluta preda al loro portato. A quel punto il protagonista non può che essere un <strong>Luigi Lo Cascio</strong>, versione aggiornata e normalizzata del <strong>Sergio Castellitto</strong> del <strong>Grande Cocomero</strong>. Un personaggio che semplicemente non può sbagliare (perché non ha nessun aut aut che gli si presenti).</p>
<p><strong>4. L’inconsistenza del Sessantotto</strong>, a cui vengono dedicati un paio di minuti per cui sembra che le lotte del periodo avessero l’inconsistenza giovanile di un’occupazione. Il <strong>Settantasette</strong> è ancora più ridotto a rimosso. Gli scontri ormai si svolgono nell’indefinitezza totale, sono fumo e corse tra i portoni, stare di qua o di là significava la stessa cosa, una spruzzata (giusto una spruzzata) di <strong>Pasolini</strong> su <strong>Valle Giulia</strong> e passano gli squilibri. Ed ecco una <strong>Genova antelitteram</strong> come l’abbiamo vista raccontata dalla tv.</p>
<p><strong>5. L’ideologia di una gioventù senza alcun fascino</strong>. Il giro in Europa, le scopate con le svedesi che ci stanno facile, le corse in macchina, le corse sulla Vespa. <strong>Sapore di mare</strong> finalmente rivendicato. E tutto questo viene evocato per tutte le cinque ore successive del film come un paradiso perduto. Un’età stupenda che la nostra vita non potrà mai uguagliare. Ho vissuto un’adolescenza incasinata io, ma se ve ne racconto due minuti mi state a sentire di più.</p>
<p><strong>6. Il vero successful man del libro è l’economista di sinistra</strong>, ciampiano, che realizza alla fine il vero ideale di sinistra: il villone in Toscana, dove da vecchi rievocare ancora per fare girare a Bertolucci <strong>Io ballo da sola</strong>. La fine del film è lì. In un villone fra tanti amici: in un villone (con la gente che voglio io, con la mia sinistra selezionata), non in una manifestazione. Non è un particolare. <strong>Scola</strong> (v. sotto) era radicale: <strong>Gassman</strong> nella villa se ne stava ricco e solissimo alla fine del film, <strong>Manfredi</strong> con la <strong>Sandrelli</strong> a fare la fila per iscrivere i figli a scuola insieme al mondo.</p>
<p><strong>7. La sudditanza nei confronti dei modelli che non si è riusciti a omaggiare</strong>. L’ombra opprimente che schiaccia <strong>La meglio gioventù</strong> a una nientepiùcheunafiction è appunto quella di <strong>Scola</strong> di <strong>C’eravamo tanto amati</strong>. Laddove per Scola il brodo primordiale che univa le menti e i cuori era la Resistenza, Giordana sceglie l’alluvione di Firenze. Da quel punto in poi perché le sorti si separano. Per Scola perché ognuno fa le sue scelte, per Giordana per nessun motivo. Il fratello tormentato <strong>Alessio Boni</strong> (un po’ deluso un po’ incazzato) diventa poliziotto (“Volevo delle regole” dice due ore e mezza dopo, quando lo spettatore continua a non capire proprio perché si è ficcato in un ruolo insensato per le cose che pensa e che fa). Per Scola narrare la storia di quel paese voleva dire mettere in scena le file per iscrivere i bambini a scuola, per Giordana lo sciopero alla Fiat dell’80 viene detto (e non mostrato) attraverso la lettera di licenziamento che Gioè l’operaio tira fuori a un certo punto dalla tasca del vestito buono.</p>
<p><strong>8. La morbosità della regia</strong>. Primi piani, musichine, iperfinali (il fantasma del fratello morto che ricompare alla fine), dettagli risibili per fare capire che un film che ricostruisce una storia: ritagli di giornali, e telegiornali dappertutto.</p>
<p>Forse sì non è giusto accanirsi, perché ci sono <strong>cose da salvare</strong>: gli attori (a parte un Lo Cascio spaesato a fare un Cristo laico completamente privo di angoli) sono bravi o almeno professionali e costruiscono quanto meglio possono dei personaggi che hanno delle battute che restano a mezz’aria. E poi, è vero, la scena del processo coi malati di mente che accusano il loro ex-aguzzino ha un che di toccante – in mezzo anche lì a cumuli non di retorica ma di esplicitazione forzata. Perché è come se il dubbio di Giordana alla fine fosse semplicemente questo: si capisce da che parte sto, sì? Sì, si capisce benissimo. Dalla parte di <strong>Jovanotti</strong>, dalla parte di chi può essere recensito bene dal <strong>Guardian</strong> e andare poi da <strong>Vespa</strong>. Dalla parte in cui non voglio stare io.</p>
<p>_____________________________________________________</p>
<p><em>Per inserire commenti vai a &#8220;Archivi per mese – Luglio 2003&#8221;</em></p>
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