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	<title>mare &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Non ho tempo per andare al mare &#8211; Mari Accardi (Nutrimenti Edizioni 2024)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Oct 2024 05:06:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[mare]]></category>
		<category><![CDATA[palermo]]></category>
		<category><![CDATA[Peppino di Capri]]></category>
		<category><![CDATA[ray charles]]></category>
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					<description><![CDATA[Primo capitolo del libro di Mari Accardi, edito da Nutrimenti Edizioni (2024).]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-110035 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/wp-content_uploads_2024_05_PCop_Non_ho_tempo-191x300.jpg" alt="" width="271" height="425" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/wp-content_uploads_2024_05_PCop_Non_ho_tempo-191x300.jpg 191w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/wp-content_uploads_2024_05_PCop_Non_ho_tempo-652x1024.jpg 652w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/wp-content_uploads_2024_05_PCop_Non_ho_tempo-768x1206.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/wp-content_uploads_2024_05_PCop_Non_ho_tempo-150x235.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/wp-content_uploads_2024_05_PCop_Non_ho_tempo-300x471.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/wp-content_uploads_2024_05_PCop_Non_ho_tempo-696x1093.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/wp-content_uploads_2024_05_PCop_Non_ho_tempo-268x420.jpg 268w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/wp-content_uploads_2024_05_PCop_Non_ho_tempo.jpg 839w" sizes="(max-width: 271px) 100vw, 271px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Estratto dal libro di Mari Accardi per Nutrimenti Edizioni. </strong></p>
<p class="primariga"><span lang="IT">Incontravo i turisti nella terrazza dell’hotel, indicata a ogni piano con una freccia puntata verso l’alto. Per loro erano state disposte sedie di plastica e tavole imbandite con vino bianco e rosso e pasticcini ricoperti di cioccolato che col caldo si squagliava. La Spugna assaggiava il vino bianco, faceva una smorfia, lo gettava dentro la pianta di monstera, riempiva il bicchiere di vino rosso fino all’orlo e poggiava la caraffa al lato della sedia. Era una scena che si ripeteva di volta in volta. D’altronde, sul logo della Compagnia era rappresentato un vecchietto che tracannava una bottiglia di lambrusco in una vasca a forma di Colosseo. Non c’erano ambiguità sul tipo di clientela che volevamo attirare.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Tutti indossavano un gilet multitasche blu che assomigliava a un giubbotto antiproiettile. Lo regalava la Compagnia insieme a un quaderno col logo, un’agenda col logo, una penna col logo, una borraccia col logo e un cappello a falde larghe pieghevole, che i turisti distribuivano nelle varie tasche. Sotto portavano pantaloni che tirando le cerniere diventavano pantaloncini, scarpe da trekking per gli uomini e ballerine da trekking con la suola di gomma per le donne: una sorta di divisa. La Compagnia li incoraggiava a viaggiare con il solo bagaglio a mano, chi lo imbarcava, come per ammonizione, lo smarriva in aeroporto. Al ritorno, tuttavia, molti compravano una seconda valigia. Viaggiavano soprattutto in coppia, i pochi solitari erano in maggioranza donne. Venivano da ogni parte d’America, ma anche dal Sudamerica e dal Canada, e perfino dall’Australia e dalla Corea. In aeroporto non c’era nessuno ad attenderli. Farli arrivare in albergo con i mezzi pubblici era uno degli obiettivi educativi della Compagnia, che si chiamava: Il Mondo degli Audaci.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Fino a quel momento, l’attività più rischiosa in cui ci eravamo spinti era stata salire sul 101 in un orario di punta. Dedicavo un’intera lezione alla corretta timbratura del biglietto: spiegavo in quale verso inserirlo, dove inserirlo, con quanta forza spingerlo, cosa fare se era spiegazzato, cosa fare se, nella calca, non si riusciva a raggiungere la macchinetta. I turisti avrebbero già dovuto sperimentarlo nel tragitto dall’aeroporto all’albergo ma sospettavo che in realtà barassero e prendessero il taxi.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Alle 14.30, come se avessero impostato la sveglia, drizzavano la schiena e smettevano di parlare. Erano schierati in tre file, seduti sul bordo della sedia, in posizione di allerta. Con le loro divise e i giubbotti antiproiettile pareva stessero andando in missione. Erano l’‘esercito degli Audaci’ e io il loro comandante.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Buonasera e benvenuti in Sicilia, l’isola più grande del Mediterraneo, in cui hanno vissuto e convissuto fenici, greci, romani, bizantini, arabi, normanni, angioini, aragonesi, austriaci, borboni… Farei prima a elencarvi da chi non siamo stati dominati…”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">(Risate).</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Come vedete, noi siciliani accogliamo tutti. Anche gli animali randagi sono regolari cittadini”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">(Sorrisi perplessi).</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Sono fiera di iniziare questo tour nella città in cui sono nata e cresciuta: Palermo”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">(Applausi).</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Il mio nome è Matilde e sarò la vostra guida per i prossimi nove giorni”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Il Simpatico cominciava a fischiettare. Dopo alcuni secondi, la Spugna capiva il riferimento e gli dava manforte. Dall’ultima fila partiva il coro: “<span class="corsivo">Matilda, Matilda, Matilda, she takes me money and run Venezuela…</span>”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Adesso la canticchiavano tutti.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“<span class="corsivo">Everybody!</span>”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“<span class="corsivo">Matilda, Matilda, Matilda, she takes me money and run Venezuela</span>”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Aspettavo paziente che arrivassero all’ultima strofa.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Mi raccomando però: ricordatevi che il mio nome finisce con la <span class="corsivo">e</span>, non con la <span class="corsivo">a</span>. M-a-t-i-l-d-e”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“<span class="corsivo">Of course</span>, Matildeeeeeee”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: -.25pt;">“Adesso guardate il panorama dalla terrazza. Vedete quei due palazzi stretti e lunghi, quasi a ridosso della montagna? Li chiamano <span class="corsivo">Lunghi</span> <span class="corsivo">a matula</span>, perché gli appartamenti sono piccoli e mal distribuiti. Alle loro spalle, nell’interstizio, si intravede la casa in cui sono cresciuta</span><span lang="IT">”<span style="letter-spacing: -.25pt;">. Stavo seguendo la regola numero 4 del vademecum della brava guida: “Fai entrare i turisti nella tua vita”.</span></span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Tutti esclamavano “Ooooooh”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Lo vedete il giardino con la palma?”. Qualcuno rispondeva di sì, mentendo. Da quella distanza si distinguevano a stento i contorni e io descrivevo le immagini della mia memoria, quelle che negli anni non erano mai cambiate. “La vedete l’Audi marrone con il gatto giallino che si stiracchia sul cofano? Dentro c’è mio padre con un sigaro spento in bocca che ascolta Peppino di Capri o Ray Charles, a seconda dell’umore. È il posto in cui si rifugia quando si sente offeso”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">L’Ottuso chiedeva: “E perché non si va a fare un giro?”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Perché l’Audi non parte”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">(Risate).</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Un tempo mio padre faceva il rappresentante di commercio e la macchina per un rappresentante è il suo biglietto da visita. Ora che è in pensione non vuole sbarazzarsene”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Non gli piace la vita da pensionato?”, chiedeva il Devoto, prossimo alla pensione.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Forse si annoia”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“E cosa fa durante la giornata?”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Litiga con la gente. Sul frigo ha appeso una mappa dove ha barrato i negozi in cui, secondo lui, hanno cercato di truffarlo. Per qualsiasi commissione fa dei giri lunghissimi e ci impiega ore”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">(Risate).</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Mia madre per rabbonirlo è andata a portargli il caffè. Qualunque cosa succeda, che lei sia arrabbiata, affaccendata o indisposta, a quest’ora va sempre a portargli il caffè. Margherita, la vicina, ha sentito l’odore e si è presentata davanti al cancello. Sapete, Margherita ha lasciato il marito il giorno del cinquantesimo anniversario di matrimonio e mio padre crede che voglia convincere mia madre a fare lo stesso”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Ed è vero?”, chiedeva l’Impicciona.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Non proprio. Cerca di convincere <span class="corsivo">tutte</span> le donne a stare da sole. Ha adottato un chihuahua che ha chiamato Aceto perché l’ex marito era allergico all’aceto”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Beviamoci su”, diceva la Spugna, e proponeva il primo brindisi di una lunga serie. “All’amore eterno!”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“All’amore e basta”, diceva la Cinica.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Al vino!”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Quando siamo usciti per perlustrare il quartiere e visitare il santuario di Santa Rosalia non ci siamo persi neppure una volta. Nessuno aveva notato i miei errori di pronuncia e gli strafalcioni di storia. Dicevano che ero la guida migliore che avessero mai avuto. E dato che: “La prima impressione è l’unica che conta”, (regola numero 3) mi avrebbero riempito di ‘superbo’, il massimo dei voti.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Ecco come sarebbe dovuto andare, secondo il copione, il nostro primo incontro. Ma non andava mai così.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Di solito alle 14.30 facevo un respiro profondo, aprivo il petto e mi dirigevo a testa alta verso il palco: un angolo incastrato tra la pianta di monstera e il tavolo imbandito. Avevo il sole in faccia e socchiudevo gli occhi per mettere il pubblico a fuoco. Il vademecum diceva: “Gli Audaci sono membri temporanei della vostra famiglia”. Era la regola numero 1. Osservavo viso per viso, cercavo somiglianze con mia madre, mio padre, mia nonna, come quando da piccola andavo a caccia dei nostri sosia tra le tombe del cimitero. Avrebbe dovuto attutire il disagio di trovarmi tra estranei ma non funzionava. Quando stavo per parlare la Sorella schiva mi chiedeva dov’era il bagno, la Spugna si lamentava che le caraffe di vino erano vuote, il Pedante voleva sapere il nome delle chiese che si vedevano dalla terrazza. Oppure il Simpatico arrivava di corsa e molto lentamente si riempiva il bicchiere di vino davanti a me, coprendomi alla vista degli altri, mentre l’Ottuso mi pregava di ripetere le frasi. Per non parlare di tutte le parole italiane di cui dovevo fare lo spelling. Gli Audaci erano convinti che in una settimana avrebbero imparato l’italiano. Si appuntavano le parole sul quaderno, che poi dimenticavano in albergo. Era l’oggetto che più dimenticavano insieme ai calzini. Scrutavo le espressioni facciali, interpretavo ogni increspatura della fronte come un principio di astio nei miei confronti. Guardavo le bocche sporche e non capivo perché in estate, con tutti i dolci tipici che l’albergo avrebbe potuto offrire, paste di mandorla, sfogliatine, biscotti all’anice, offrisse proprio pasticcini al burro ricoperti di cioccolato. Mi leccavo le labbra sperando che di riflesso lo facessero anche gli Audaci ma continuavano a mangiare e a sporcarsi.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Buonasera e <span class="corsivo">welcome to Sicily</span>. Mi chiam…”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Non si dovrebbe dire ‘buon pomeriggio’?”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Be’, tecnicam…”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Come si dice <span class="corsivo">Sicily</span> in italiano?”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“S-i-c-i-l-i-a”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“S-i-s-i…”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“L-i-a. Dunque, come vi dicevo, mi chiamo Matilde e sarò la vostra guida per i prossimi no…”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Parla più forte, <span class="corsivo">sweetie</span>”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">A un certo punto mi bloccavo e pensavo: ‘Che stai facendo? Non ti vergogni?’. Sentivo la voce di mio padre: ‘Ma se scambi Vergine Maria per Mondello’. Sentivo la voce di mia madre: ‘Li farai morire’. Sentivo la voce di mia nonna: ‘Non ti sai fare manco l’uovo bollito’. Tour dopo tour, l’attimo di vergogna continuava a presentarsi. E non potevo attribuirlo alla sindrome dell’impostore perché impostora lo ero davvero. Per fare la guida era necessario il patentino, che io ovviamente non avevo. Per i musei mi appoggiavo alle guide locali, ma per tutto il resto cercavo di non farmi notare. Quando incontravo vecchi compagni di università provavo a scappare o mentivo, mi sembrava che mi guardassero con sospetto. Mi sembrava che tutti mi guardassero con sospetto. Con gli Audaci mettevo subito le mani avanti. Nel copione una frase che non mancava mai era: “Se ci dovesse fermare un vigile, dite che siete i miei cugini”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Semmai zii”, puntualizzavano i vari Pedanti.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Ehi, ti sei imbambolata?”, diceva la Spugna schioccando le dita.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Colta alla sprovvista alzavo il bicchiere e dicevo: “<span class="corsivo">Cheers</span>”, ma i bicchieri degli Audaci erano già vuoti.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<p><strong>Mari Accardi</strong> (1977) è nata a Palermo e insegna alle scuole medie. Suoi racconti sono apparsi su diverse riviste e sull’antologia Quello che hai amato (Utet) curata da Violetta Bellocchio. È stata selezionata da Granta per il numero Che cosa si scrive quando si scrive in Italia dedicato ai nuovi autori del nostro paese. Ha già pubblicato, Il posto più strano dove mi sono innamorata (finalista al Premio Settembrini) e Ma tu divertiti, entrambi con Terre di Mezzo Editore.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La minuscola</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/04/03/la-minuscola/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Apr 2024 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[bava]]></category>
		<category><![CDATA[esoscheletro]]></category>
		<category><![CDATA[inedito]]></category>
		<category><![CDATA[laminuscola]]></category>
		<category><![CDATA[mare]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[Marta Barattia]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Marta Barattia</strong><br />Cade senza un grido, trascinata in un abisso di vortice scuro che confluisce in un tubo più grande e poi in un altro e un altro ancora. E poi – si suppone – nel mare.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Marta Barattia </strong></p>



<p>La minuscola precipita nel tubo. Gli arti appena accennati protesi verso l’alto, una scia di cometa; la schiena curva – saranno non più di due centimetri totali – quasi solo una sottile catena di vertebre, come perline d’avorio. Cade senza un grido, trascinata in un abisso di vortice scuro che confluisce in un tubo più grande e poi in un altro e un altro ancora. E poi – si suppone – nel mare.</p>



<p>Non è un brutto posto il mare. Per finirci. E la minuscola è ancora una specie di pesce, dopotutto, un pesce abissale dagli occhi ciechi e dalle branchie amaranto. Fluttuerà sotto alla superficie per qualche giorno, dissolvendosi lentamente, trasportata dalle correnti in un ammasso di pulviscolo simile a plancton in cui altri minuscoli esseri bioluminescenti le viaggeranno accanto, protetti dai loro esoscheletri trasparenti, pronti a impigliarsi nei fanoni di balena.</p>



<p>Dentro a una balena, pensa Eva, la minuscola potrebbe anche viverci.</p>



<p>E la balena non ci farebbe nemmeno caso; non la sentirebbe crescere, non ne sopporterebbe il peso estraneo. Dev’esserci molto spazio, dentro a una balena, tanto che la minuscola potrebbe starsene lì per sempre e questo non modificherebbe la vita della balena, né la sua forma, né la sua libertà.</p>



<p>Eva abbassa la tavoletta e si costringe a restare ancora un poco, finché il carico dell’acqua è completo e il galleggiante galleggia e torna il silenzio. È tempo di andare.</p>



<p>Il corridoio fuori appare luminoso e sgombro.</p>



<p>Dieci passi.</p>



<p>Il parquet è lucido come una lastra di ghiaccio. Si potrebbe camminare velocemente, così velocemente da non rischiare di cadere, di precipitare in un ipotetico sottostante qualora la superficie dovesse creparsi all’improvviso.</p>



<p>Il pericolo ha odore di cera per pavimenti.</p>



<p>Conviene strisciare lungo le pareti, la schiena appoggiata all’intonaco fresco, le mani aperte. A guardare verso l’alto il corpo si fa più leggero, si solleva, il baricentro fluttua senza proiezione terrestre. I piedi scalzi, le dita allargate in raggi divergenti. Le pareti del corridoio trattengono la penombra. Eva desidera rimanere lì, sospesa tra il dentro e il fuori. Da lì potrebbe respirare senza sentire la fame, toccare senza dover vedere.</p>



<p>Un crampo la stringe sotto l’ombelico e d’istinto raddrizza la schiena: è una sensazione passeggera e la conosce da quando aveva undici anni. È cresciuta in fretta, Eva, il suo corpo è cresciuto in fretta, ma tutto il resto, il bisogno di non fermarsi, il disordine dei vestiti indossati un solo giorno e poi accatastati sullo schienale della sedia, i calzini spaiati nel cassetto, i compiti non fatti, i contratti a termine, lo smalto blu sulle unghie. Tutto il resto non cresce. È fatto di una sostanza instabile che non proietta ombre.</p>



<p>Sulla destra, al centro della camera, oltre la cornice della porta, si spande la chiazza bianca del letto sfatto. Eva è tentata di tornare a immergersi nelle lenzuola di cotone, di avvilupparsi in un bozzolo e riavvolgere i giorni fino al suo stato di crisalide, di sentirsi protetta dall’odore di crema idratante, sudore e ammorbidente, di farsi tagliare dalle lame di luce che filtrano attraverso le tapparelle appena sollevate. Ma sa che è venuto il momento di uscire allo scoperto e che c’è ancora modo di programmare gli eventi per far sì che tutto continui a riguardare soltanto lei. E che quel modo è sfilare con passo leggero sopra la superficie cerata del corridoio, zittire il tintinnio delle chiavi infilandole nella tasca interna della borsa, proteggersi con gli occhiali da sole dalla luce feroce del giorno che incombe, trattenere il fiato mentre il gomito cigola abbassando i finestrini a manovella e l’aria rovente dell’abitacolo scivola per convezione all’esterno. Se la vecchia carretta non fosse soltanto un 800 di cilindrata il rombo del motore coprirebbe la pulsazione ritmica dentro le orecchie con un fragore continuo e costante, invece si innesta sul battito del cuore.</p>



<p>Tutummmrrrr-tutummrrr-tutumrrrr.</p>



<p>L’auto è un piccolo parallelepipedo rosa: scorre all’interno delle arterie grigie che si snodano giù per la collina, appare e scompare sotto le fronde dei castagni, ed Eva sa che anche minuscola, nel frattempo, sta viaggiando in direzione del blu come se fosse compressa in una capsula di plexiglass. Eva non è certa di conoscere il funzionamento dei depuratori ma si immagina che siano una specie di enorme filtro, un colino gigantesco dentro cui si incagliano assorbenti, sacchetti di plastica, tappi di bottiglia, e attraverso il quale invece spera che la minuscola possa filtrare proprio grazie al suo essere soltanto in potenza. La minuscola arriverà al mare per prima, superato il Grande Colino e le rapide del Po e i banchi di alghe aggrovigliate e i becchi lunghi e sottili degli aironi e le bocche piatte e senza denti dei pesci gatto e le pale rotanti dei motori delle chiatte, o sarà prima Eva ad arrivare là dove qualcuno possa dichiarare la minuscola definitivamente scomparsa?</p>



<p>Non c’è più nulla qui, le diranno con voce soffice, accarezzando con la sonda fredda di gel il triangolo sotto l’ombelico. Ci dispiace.</p>



<p>A me non dispiace, penserà Eva, ma non potrà dirlo. Potrà solo tentare di calcolare il tempo impiegato dalla capsula di plexiglass per scivolare attraverso la pianura fino al delta. Anche il delta è un triangolo. Anche il santuario dei cetacei del Mediterraneo, dove ora probabilmente nuota la balena dentro cui la minuscola sta trasferendo il suo essere in potenza.</p>



<p>L’arteria grigia, dentro cui scorre la scatoletta rosa contenente il corpo di Eva da poco espulso dalla casa, confluisce in un’arteria più grande dove altre scatolette viaggiano su più corsie parallele. Dai finestrini si riversa nel fuori il rumore battente del motore in sincrono con la pulsazione vitale di Eva.</p>



<p>Tutummmrrrr-tutummrrr-tutumrrrr.</p>



<p>Sul sedile una piccola chiazza di bava umida e rosea si allarga in un’impronta che sarà quasi cento volte la minuscola. Il segno che lasciamo spesso non è proporzionato alla nostra dimensione. Siamo più grandi di quello che pensiamo, abbiamo più contenuto. Per questo la minuscola starà ormai scivolando tra i giunchi e i pontili, dalle parti di Chioggia, perché il suo potenziale di galleggiamento è molto superiore alle sue dimensioni apparenti, anzi con le sue dimensioni non c’entra nulla: c’entra più con il peso del liquido spostato e la minuscola sta spostando un enorme volume, costituito dalla somma di quello del corpo di Eva – benché privato della minuscola stessa e della sua bavosa scia residua che si allarga come chiazza sul sedile – e da quello della Cinquecento rosa più, in aggiunta, il mazzo di chiavi nella tasca interna della borsa.</p>



<p>Tutummmrrrr-tutummrrr-tutumrrrr. Tum.</p>



<p>La pulsazione si interrompe all’improvviso.</p>



<p>Proprio ora che mancano poche decine di metri allo sbocco nell’ultima via, al traguardo. Eva considera l’ipotesi di chiudere i finestrini e restare lì finché la temperatura salirà così tanto da perdere conoscenza, fino a sublimare in un passaggio di stato, e quando tutto diventerà reale Eva non ci sarà più, sarà evaporata e sorvolerà le risaie tra i gracidii delle rane e nugoli vibranti di moscerini. E della minuscola non avrà più notizie e nemmeno ne potrà avere perché le nubi di vapore non sanno e non si pongono domande.</p>



<p>Oppure.</p>



<p>Eva potrebbe telefonare e chiedere aiuto, ma ciò significherebbe ammettere la sua discesa lungo le arterie grigie e che la casa l’abbia costretta ad affrontare, con solo un mazzo di chiavi tintinnante, il bagliore da cui le lenti scure degli occhiali non riescono a proteggerla; ammettere che la minuscola sta viaggiando in direzione opposta in una capsula di plexiglass e che non ci sarà modo di avere sue notizie e che peraltro lei non desidera averne, preferendo di gran lunga scivolare sul parquet sollevata dal peso della minuscola e poi schiudere la propria crisalide di lenzuola, uscire e discendere la collina sotto l’ombra dei castagni senza avvisare nessuno, senza telefonare a nessuno. Senza far caso alla pulsazione regolare.</p>



<p>Tum.</p>



<p>La morte della pulsazione coincide, per un caso fortuito, con il luogo deputato ad accogliere ogni trapasso, giacché avviene esattamente in corrispondenza degli ingressi delle camere mortuarie che spalancano le loro bocche quadrate sul retro del Grande Ospedale.</p>



<p>Il Grande Ospedale sta a una via di distanza dal Piccolo Ospedale (anche detto Ospedale dei piccoli) che è là dove Eva sta andando e dove sarebbe andata comunque, anche nell’eventualità in cui la minuscola avesse deciso di non precipitare nel tubo in direzione della balena. In quel caso la minuscola sarebbe rimasta dentro Eva ed Eva avrebbe dovuto trovare un modo per farla uscire, a un certo punto, prima o dopo, ma dopo quanto sarebbe dipeso anche dal fatto che Eva decidesse di condividerne o meno l’esistenza. Esistenza che Eva non poteva fare a meno di identificare con la propria scomparsa.</p>



<p>Così Eva, che finora ha scelto di nascondere la minuscola dentro sé stessa, non è capace di fare altro se non ristagnare nel proprio silenzio. Apre la portiera e scende. Lì intorno non c’è nessuno. Sopra l’asfalto è sospeso uno strato mobile di calore tremolante. Eva appoggia la schiena alla lamiera rosa e calda e non guarda mentre la luce feroce asciuga la bava umida che è l’ultima impronta della minuscola; sente con piacere che la stretta sotto l’ombelico è più morbida e che ai lati della strada non ci sono letti sfatti con lenzuola morbide che sanno di crema idratante e sudore in cui desiderare di tornare a imbozzolarsi. Se sapesse come strizzare le palpebre potrebbe sollevare con due dita le lenti scure, appoggiare la montatura di tartaruga come un diadema tra le ciocche di capelli e mettere a fuoco un profilo umano a cui rivolgere un gesto qualsiasi. Allora l’estate entrerebbe nei suoi polmoni chiusi e lei piangerebbe e tutto, intorno a lei, inizierebbe a muoversi e dalle macchine in fila, bloccate in quell’imbuto a senso unico dietro alla sua Cinquecento rosa, davanti alle camere mortuarie del Grande Ospedale, scenderebbero persone urlanti, persone con una ragione per andare di fretta: un appuntamento, un compito, un lavoro. E quelle persone pretenderebbero da lei lo spostamento immediato della macchina dalla strada, pur non avendo lei idea di come si potrebbe spostare una macchina la cui pulsazione vitale si è interrotta così improvvisamente.</p>



<p>Tum.</p>



<p>A meno che l’auto non potesse precipitare in un tombino, incastonata in una capsula di plexiglass, e procedere dal tombino originario a un successivo tubo e poi in un tubo più grande e in un altro e un altro ancora. Fino al mare, pensò Eva. Impossibile. La Cinquecento è una macchina piccola ma non abbastanza piccola da passare tra le maglie del Grande Colino. Si incaglierebbe assai prima, tra il ghiaione del fondo, mischiata a legni grigi e altri rottami. Diventerebbe ruggine e non plancton, scheletro e non balena.</p>



<p>Ma.</p>



<p>Potrebbe andare così.</p>



<p>Eva potrebbe dire addio alla macchina, di colpo silenziosa e improvvisamente ferma e poi precipitata, e prendere un autobus. E andare in un posto che non è casa sua ma potrebbe presto diventarlo. Un posto dove ci sarebbe un fiume ghiacciato su cui pattinare e pavimenti di pietra e aria gelata. In ogni caso sarebbe meglio che raccontare della minuscola. Che ammetterne l’esistenza prima e la scomparsa poi.</p>



<p>Se andasse così sarebbe sostenibile.</p>



<p>Invece va che quattro uomini nerovestiti di tutto punto, becchini professionisti in pausa tra un funerale e l’altro, con passi simultanei e facce allenate a una seria e distaccata compassione, si accorgono del silenzio improvviso, dello sgomento di Eva e della sua apnea mentre la schiena frigge contro la lamiera e le braccia sono appese lungo i fianchi. E hanno la sensazione che le labbra serrate di Eva e le sue braccia appese lungo i fianchi non siano un buon segno e che non lo sia nemmeno il colorito bluastro che screzia il suo decolleté e che invece è soltanto il riflesso lucido del sudore più due gocce di inchiostro di penna a sfera che Eva ha trasferito toccandosi il petto con la punta delle dita. E per evitare il peggio – ma senza panico – con gesti fluidi e calmi scostano Eva e la posano sul marciapiede nell’ombra scura di un balcone, afferrano ai quattro angoli i paraurti della piccola automobile, la sollevano incredibilmente in alto, fin sopra le spalle, e muovendosi in una coreografia simmetrica e perfetta la inseriscono in un parcheggio appena poco più avanti, uno spazio ritagliato su misura, un loculo quadrato disegnato dalla striscia bianca della segnaletica orizzontale. Lì la macchina potrebbe riposare per sempre e venire dimenticata, sepolta sotto strati sovrapposti di polveri sottili.</p>



<p>Quando le sospensioni cigolano per l’ultima volta, nell’istante in cui l’auto viene depositata a terra, Eva schiude le labbra e l’aria rovente entra nella sua cassa toracica e insieme vi entra anche l’ombra scura del balcone. Come un grido.</p>



<p>Perché le grida silenziose entrano nei corpi invece di uscire.</p>



<p>Gli uomini nerovestiti salutano con un cenno del capo. Eva galleggia. Anche la minuscola.</p>



<p>Sono sospinte verso l’alto, entrambe.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Mots-clés__Mare</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/02/05/mots-cles__mare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Feb 2023 06:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Charles Trenet]]></category>
		<category><![CDATA[françois truffaut]]></category>
		<category><![CDATA[I quattrocento colpi]]></category>
		<category><![CDATA[Il mare è tutto azzurro]]></category>
		<category><![CDATA[Les 400 coups]]></category>
		<category><![CDATA[mare]]></category>
		<category><![CDATA[mots-clés]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[paola ivaldi]]></category>
		<category><![CDATA[Sandro Penna]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paola Ivaldi</strong> <br /> Il mot-clé di febbraio è: Mare [Charles Trenet, François Truffaut, Sandro Penna]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Mare</strong><br />
di <strong>Paola Ivaldi</strong></p>
<p style="text-align: right;">Charles Trenet, <em>La mer </em>-&gt; <a href="https://www.youtube.com/watch?v=PXQh9jTwwoA">play</a></p>
<p>___</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="bO8XIm6bbgA"><iframe loading="lazy" title="Les 400 Coups (Scène Finale)" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/bO8XIm6bbgA?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></div>
<p>___</p>
<div>
<p style="font-weight: 400;">Da Sandro Penna, <em>Poesie scelte e raccolte dall&#8217;Autore nel 1973</em>, Mondadori 2019, pag. 10</p>
<p style="font-weight: 400;">&#8211;</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il mare è tutto azzurro</strong></p>
<p>Il mare è tutto azzurro.<br />
Il mare è tutto calmo.<br />
Nel cuore è quasi un urlo<br />
di gioia. E tutto è calmo.</p>
</div>
<div></div>
<div>
<p style="text-align: center;">___</p>
<p>[<em>Mots-clés </em>è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. Ogni prima domenica del mese, Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.<br />
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a: tajani@nazioneindiana.com. Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti.]</p>
</div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La strega di Caracas</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/07/29/chiamatemi-marconi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Jul 2022 05:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Athos Bigongiali]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni ETS]]></category>
		<category><![CDATA[Garfagnana]]></category>
		<category><![CDATA[mare]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[navigazione]]></category>
		<category><![CDATA[Oreste Verrini]]></category>
		<category><![CDATA[viaggi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Oreste Verrini</strong> <br /> La parola, l’immagine, il riferimento casuale in grado di accendere il ricordo di una storia arriva improvviso, come sempre del resto.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Oreste Verrini</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/7984.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-98727" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/7984-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/7984-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/7984-683x1024.jpg 683w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/7984-768x1151.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/7984-1025x1536.jpg 1025w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/7984-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/7984-300x450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/7984-696x1043.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/7984-1068x1601.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/7984-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/7984.jpg 1334w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a>Il pranzo è alle battute finali; le pietanze sono state servite con cura, impiattate con gusto e attenzione, la stessa che abbiamo messo nel mangiare, con vorace dedizione, quasi ne andasse della nostra vita. Athos è un ottimo cuoco e non lasciare nulla nel piatto è stato il nostro modo per rendere omaggio alla sua competenza.<br />
I caffè, serviti in bicchieri di vetro, con l’immancabile sambuca ad addolcirne il sapore, arrivano al momento in cui la conversazione è virata, nemmeno ricordo il perché, verso l’Uruguay.<br />
E trovarlo il perché non è affatto facile; infatti, una volta saziata la fame più grossa, quella che fa tacere le voci e suonare la melodia di forchette, piatti e bicchieri, le chiacchiere tornano a essere protagoniste e spesso navigano, proprio come una nave alla deriva, senza una meta o un filo conduttore a tracciarne la rotta. Vagano, come è giusto che sia, tra un ricordo e un’affermazione, un dettaglio e una conferma, senza fretta, per il piacere di raccontare ma preferibilmente per ascoltare. Si narra di luoghi del mondo come se fossero i paesi incontrati lungo la statale che dal passo dei Carpinelli porta a Lucca: Montevideo, Buenos Aires e magari Guaiana Francese, Santiago del Cile in un parallelo impossibile con la Nuova Guinea e Auckland, si susseguono e sostituiscono senza alcuna fatica Roggio, Camporgiano, oppure San Romano e Villetta. Talmente abituati a ricordarli, a menzionare storie ed episodi accaduti nei quattro angoli del mondo da trovare così naturale citare le vie, gli alberghi e i ristoranti e la toponomastica di luoghi per molti, e il sottoscritto è tra questi, così lontani e remoti da sembrare fantastici, quasi fossi dentro una storia de <em>Le mille e una notte</em>.<br />
E così di Uruguay finiamo a parlare, attratti dalle descrizioni di Renzo, impegnati a immaginare un grande altopiano pianeggiante, mandrie di bovini e un paese fermo alla metà del 1900 dov’era facile incontrare immigrati italiani affezionati al ricordo della patria lontana e contenti di poter parlare con chi, in Italia, continua a vivere. La parola, l’immagine, il riferimento casuale in grado di accendere il ricordo di una storia arriva improvviso, come sempre del resto. Sono gli occhi a tradirne l’arrivo, si vedono splendere di una luce diversa.<br />
«Vi ho mai ‘conto la storia della <em>bruja</em>?» dice Renzo, piegandosi in avanti, quasi stessimo cospirando.<br />
«La bruca?» ribatto sorpreso.<br />
«Non la bruca, la <em>bruja</em>, la strega. È spagnolo» ribatte, sorridendo e felice di avere una nuova storia mai raccontata prima.<br />
Anche Athos annuisce e sorride, ci sta che lui la conosca, ma dal suo modo di fare, dal silenzio pieno di attesa non è facile capire quanto ricordi e quanto gli piaccia ascoltare.<br />
«Mai» ribatto pronto, la testa che scrolla da una parte all’altra.<br />
«Si andava a mangiare da <em>La Bionda</em>» ricorda Renzo, lo sguardo fisso e la mente ai ricordi lontani.<br />
«Il vero nome non lo ricordo, solo <em>La Bionda</em>. Ci si andava così spesso che era come sentirsi a casa. Un giorno, mentre si chiacchierava le chiesi se lì, in paese, ci fosse qualcosa da fare, da vedere. Senza però precisare a cosa alludessi. La donna, una donnona di quelle energiche, vitali, mi squadrò da capo a piedi, certo voleva valutare la mia prestanza, poi annui, più a sé stessa che a me. Mi fissò dritta negli occhi e mi disse: ‘Ci sarebbe la <em>bruja</em>, la strega. Se te la senti’, concluse. Certo che me la sentivo e la curiosità era tanta, e già mi figuravo entrare in un antro buio, con ombre vive, inquietanti, ragnatele ovunque e magari un enorme paiolo, affumicato, con un fuoco rosso vivo a cingerlo attorno, quasi una corona. La più classica delle streghe nella più classica delle ambientazioni».<br />
Renzo ferma il racconto, sorseggia il caffè, assapora l’aroma che sale dalla tazza. La pausa a effetto ci sta, crea attesa, incuriosisce. Viene quasi voglia di solleticarlo, di fargli fretta. Magari è proprio quello che cerca: che il pubblico chieda di proseguire e si roda nell’attesa. Infine, riprende: «Immaginavo una strega, una vera strega, perciò potete capire la delusione che mi colse quando ci trovammo di fronte, dico trovammo perché andai accompagnato oltre che da <em>La Bionda</em> da un altro marinaio, una donnina minuta, tutta curva, seduta su una sedia, proprio davanti all’uscio di casa. Se ne stava immobile, gli occhi chiusi e la nuca appoggiata al muro. Dormiva o forse meditava, non saprei dirlo. <em>La Bionda</em> ci presentò, dicendo che eravamo venuti per vedere <em>el miracle</em>. La nonnina aprì gli occhi e ci osservò. Occhi neri e vivi, non acquosi come spesso accade ai vecchi. Erano vivi e vigili, attenti. Veri occhi da strega. Quelli sì che un po’ mi fecero tremare. ‘<em>El miracle</em>?’, disse con una vocina gentile, delicata come un fiore. Annuii seppure di quel miracolo non sapessi alcunché. A dire il vero non sapevo nulla di quello che eravamo venuti a fare. Solo che la nonnina era la strega più improbabile al mondo e che la situazione sembrava per lo meno surreale. Certo, io di streghe non ne sapevo nulla, di miracoli ancora meno, ma di situazioni imbarazzanti sì, e quella sembrava esserlo. Forse la <em>bruja</em> percepì il mio disagio, il mio scetticismo, non so. O forse fu solo un caso che si rivolgesse a me. Mi disse: ‘Raccogli un legnetto, uno qualsiasi qua attorno’. Aggiunse: ‘Per favore’. ‘Un legnetto’ mi dissi, ‘e per fare che?’, però mi chinai e cominciai a sondare il terreno in cerca di un legno che meritasse di essere raccolto.<br />
Lo cercai a lungo, più di quanto meritasse la ricerca. Infine, lo vidi, un piccolo stecco, secco da poter essere spezzato con un movimento leggero delle dita. Mi rialzai e glielo porsi certo che lo avrebbe rifiutato, chiedendomi di cercare meglio, che quello stecco non andava bene per una strega. Invece mi sorrise, un sorriso gentile, leggero quanto quel pezzo senza vita. Lo strinse tra le dita della mano destra, il pollice e l’indice, e iniziò a strofinare il legno con un movimento circolare. Sembrava lo accarezzasse, come si potrebbe accarezzare il viso di un neonato, con delicatezza e attenzione. Aveva smesso di guardarci, però sorrideva e nel farlo sembrava stesse masticando delle parole, come se le fossero rimaste in bocca e non riuscisse a inghiottire. Il movimento era ipnotico e ben presto i nostri occhi furono fissi sul pezzo di legno secco e il movimento delle sue dita. Quando vidi apparire quella che sembrava una foglia sobbalzai all’indietro, quasi una mano mi avesse afferrato alle spalle tirandomi» e mentre lo dice, fa lo stesso gesto tirando indietro la schiena. Manca poco che sobbalzo pure io.<br />
«Ma non solo la foglia: continua ancora pochi attimi e quella che parve una gemma cominciò a prendere forma. La strega, non c’erano più dubbi su questo, stava riportando alla vita un legno ormai secco. Avevo la bocca aperta, non una parola, solo infinito stupore. Il mio amico invece si era tappato gli occhi con entrambe le mani e ripeteva, seguendo il ritmo delle carezze: ‘Non voglio vedere queste cose, non voglio vedere queste cose, non voglio vedere queste cose’». Renzo tace, ci fissa e dice: «Ve lo giuro è, come se accadesse ora. La <em>bruja</em> aveva riportato la vita, ecco in cosa consisteva il miracolo».<br />
Pure io non so che dire, come se stesse accadendo anche ora e assistessi senza trovare una spiegazione. L’unica cosa che riesco a fare è mormorare parole sconclusionate e senza senso, vorrei fare domande, ma non trovo modo di mettere in fila qualcosa di decente. Athos invece riesce a farne, su tutto; è incuriosito dalla scelta dello stecco, dai gesti della donnina, dalla reazione dell’amico marinaio, da come giustificò l’accaduto <em>La Bionda</em>.<br />
«E mica lo giustificò» risponde Renzo, «affatto». Disse che la nonnina parlava con tutti gli esseri del creato, animati o no, non aveva importanza. E questi le davano ascolto e per quanto potevano cercavano di esaudire i suoi desideri. Nel paese lo sapevano tutti e lo accettavano, quasi fosse una cosa naturale.<br />
Renzo non aggiunge altre parole, sarebbero superflue, forse di troppo e spezzerebbero il clima creato. Aveva conosciuto la <em>bruja</em>, l’aveva vista all’opera, lo aveva raccontato, lasciando il pubblico, noi, con la bocca aperta. La degna conclusione di un ottimo pranzo in famiglia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR Questo testo di Oreste Verrini fa parte della raccolta <a href="https://www.edizioniets.com/scheda.asp?n=9788846763129&amp;from=homepage">&#8220;Chiamatemi Marconi – Storie di mare&#8221;, edito da Edizioni ETS</a> (2022), nel quale Verrini e Athos Bigongiali hanno riunito i racconti di Renzo, ufficiale marconista partito dalla remota Garfagnana, entroterra della provincia di Lucca, per «vedere il mondo» e vivere tante avventure come Simbad il marinaio. </em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La casa al mare &#8211; Luca Lucchesi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/09/21/racconto-luca-lucchese/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2017/09/21/racconto-luca-lucchese/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Sep 2017 12:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[berlino]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
		<category><![CDATA[mare]]></category>
		<category><![CDATA[palermo]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
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					<description><![CDATA[La casa al mare racconto inedito di Luca Lucchesi &#160; Il mare è guasto. Ci risiamo. Ora di pranzo, sono sola, ho fame. Gli schiamazzi arrivano dal ristorante. È chiuso. Un compleanno, dieci anni. – Adesso tutti seduti! È arrivato il momento del karaoke! Non c’è proprio verso di odiarli questi bambini. Anche se un po’ [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center"><em><strong>La casa al mare</strong></em></h3>
<h3 style="text-align: center">racconto inedito di Luca Lucchesi</h3>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-69768 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Casa-al-Mare-Acquarello_Luca-Lucchesi-300x206.jpeg" alt="" width="390" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Casa-al-Mare-Acquarello_Luca-Lucchesi-300x206.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Casa-al-Mare-Acquarello_Luca-Lucchesi-768x528.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Casa-al-Mare-Acquarello_Luca-Lucchesi-1024x704.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Casa-al-Mare-Acquarello_Luca-Lucchesi-100x70.jpeg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Casa-al-Mare-Acquarello_Luca-Lucchesi.jpeg 1073w" sizes="(max-width: 390px) 100vw, 390px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il mare è guasto. Ci risiamo. Ora di pranzo, sono sola, ho fame.</p>
<p>Gli schiamazzi arrivano dal ristorante. È chiuso. Un compleanno, dieci anni.</p>
<p>– Adesso tutti seduti! È arrivato il momento del karaoke!</p>
<p>Non c’è proprio verso di odiarli questi bambini. Anche se un po’ mi scoccia dover cucinare.</p>
<p>La prima che va al microfono è la festeggiata: abito da prima comunione, imbuto bianco rovesciato sulla vita, la testa in alto, strozzata. Il testo scorre sul televisore in alto ma lei non guarda neanche. Deve essersi preparata. La conosce a memoria. L’animatrice passa il microfono ad un bambino che per fortuna si vergogna. Per un po’ non canta più nessuno.</p>
<p>Io e Leonardo ci frequentiamo da sette anni. Sul nostro tavolo di ieri hanno messo i regali. Al posto di Leonardo c’è seduto un orso di peluche a grandezza naturale. La mia sedia l’hanno usata per ammucchiare le scatole vuote di tutte le fate e principesse in mostra sul tavolo. È una cosa strana da vedere. Come una metafora. Scatto una foto con il telefonino. Gliela mando. Mi poggio al muretto, guardo sotto: il mare si sta mangiando l’ultima striscia di spiaggia. Il messaggio non parte. Non c’è rete oggi alla scogliera.</p>
<p>Ieri era domenica ma il mare era calmissimo. Con Leonardo siamo stati in acqua fino al tramonto. Poi siamo venuti qui a mangiare la pizza. “Un rosso di sera bel tempo si spera, per favore.” Il cameriere ci ha messo un po’ a capire. Ha fatto una risata di cortesia. Ci ha portato il rosso della casa. Leonardo non è di queste parti. Io ci vengo solo d’estate. Sono di qua. Ma nessuno ci scommetterebbe.</p>
<p>Risalgo a casa. Non so se spalancare le porte all’afa o innalzare una trincea di serrature e imposte. Devo decidermi e fare montare il condizionatore.</p>
<p>Un signore accorcia la cenere della sigaretta sui gerani dei miei vicini. Deve essere uno che ha portato il figlio alla festa di sotto. Mi alzo di scatto e gliene dico due. Lui si scusa ma non lo so da dove mi è uscito il coraggio.</p>
<p>La mia vicina è morta la settimana scorsa. La casa è bellissima, grande. Sembra costruita per custodire un tesoro. È proprio attaccata alla mia.</p>
<p>Magari la trovavo che stendeva la biancheria. Poi un discorso tirava l’altro. Era bello parlare con la signora. Era facile.</p>
<p><em>Dentro</em> casa non ci siamo invitate mai. Rimanevamo solo in piedi, così, come due vicine di casa appoggiate alla ringhiera che separa i loro terrazzini.</p>
<p>Da me ci sono le belle-di-notte. La signora me le annaffiava quando non c’ero. Io non mi sarei mai permessa di ricambiare il favore. Quei gerani sono davvero una cosa preziosa.</p>
<p>Ho incrociato l’avvocato ieri mattina. Io e Leonardo ci prendevamo il caffè in terrazza. Gli ho fatto le condoglianze. Non sono brava in queste cose. Mi ha detto che non viene più volentieri adesso che è solo. Preferisce rimanere in città. I figli non scendono più come prima. Il lavoro, i nipoti. Le cose che la vita mette davanti.</p>
<p>“Senza di lei questa casa è un ulivo marcio”. Ha detto così. Io non l’ho mai visto un ulivo marcio. Mi sono commossa. Leonardo mi ha abbracciato, ma era una di quelle cose teatrali sue, come al solito. L’avvocato poi ci ha chiesto se lo accompagnavamo a cena stasera. Ma Leonardo è andato via stamattina presto. Ci andrò da sola.</p>
<p>La moglie dell’avvocato se la sarebbe presa subito casa mia. “Tu sei sola, che ci fai qui? È un posto per famiglie! Pigliati qualcosa in un posto più alla moda!” E rideva.</p>
<p>Certo sarebbe un bell’affare se decidesse di venderla. Sfondando la parete della cucina potrei allargare. Casa mia è proprio minuscola. A malapena sono riuscita a mettere un divano-letto per gli ospiti. Forse Leonardo si convincerebbe pure a portare Nanni.</p>
<p>Lei è rimasta in cinta quando già ci frequentavamo da più di un anno. Dopo Nanni io mi sono allontanata. Lui si strappava i capelli. Per quattro anni è andata avanti così. La solitudine si mangiava ogni giorno un pezzo della mia rabbia. Poi lo scorso inverno mi è venuto a trovare a lavoro e mi ha detto che aveva chiesto il divorzio. Secondo me però è stata lei a chiederlo. La causa dovrebbe chiudersi quest’autunno. Sono cose lunghe.</p>
<p>Quando passo la mano sui fianchi sento la seta che si spettina. Ho messo il vestito leggero, quello turchese. Adesso non ho più un granello di rabbia addosso. Mi è rimasta solo una solitudine grassa nel cuore.</p>
<p>Abbiamo ordinato un antipasto della casa e una grigliata di pesce del giorno. L’avvocato dice che è fresco sicuro.</p>
<p>Leonardo non ha ancora risposto al mio messaggio. Gliel’ho rimandato di pomeriggio quando sono andata in paese a fare la spesa. Mi ha dato un passaggio il figlio di Concetta. Sono stata per più di un’ora in giro ma niente. Ho solo ricevuto un messaggino da Sara. È a Dubai a trovare la figlia. Lavora in uno di questi grattacieli. Mi ha mandato una foto con la vista dal suo hotel. Mi è venuta una vertigine a guardarla.</p>
<p>Un giorno farò anche io una figlia. Se ne andrà a studiare anche lei lontano e a lavorare se ne andrà ancora più lontano. Chissà quando la rivedrò a nostra figlia. Una volta all’anno. Magari qui nella casa al mare, una casa più grande, con uno squarcio nella parete della cucina.</p>
<p>La prima bottiglia se ne è andata. Sono un po’ brilla. Lo dico all’avvocato. Lui stringe i pugni sul tavolo, poi si mette a ridere.</p>
<p>– Tanto non devi guidare.</p>
<p>– Così ubriaca non sono.</p>
<p>– L’unico pericolo sono gli scogli e il mare in tempesta.</p>
<p>– Come vi siete conosciuti con la… <em>signora?</em></p>
<p>Sono molto imbarazzata. “<em>La signora</em>”, “<em>la moglie dell’avvocato”</em>. Non ci siamo mai presentate. Io ero la sua vicina di casa, lei la mia. Non c’era bisogno di chiamarsi per nome.</p>
<p>– …<em>Costanza.</em></p>
<p>Lo sussurra. Sembra anche lui sentire per la prima volta il suono di quel nome. Leonardo non mi chiama mai per nome. Io non faccio altro che dire <em>Leonardo</em>, <em>Leonardo</em>. Lui dice <em>amore</em>, <em>gioia</em>, <em>piccolina</em>.</p>
<p>– Tutto questo cemento è colpa di mio padre in un certo senso. O forse è grazie a lui se non è andata peggio. Seguiva i lavori alla marina. Costanza si metteva su quello scoglio quando smontava dalla tonnara. Io ero il figlio dell’ingegnere ma a lei non l’avrebbe intimorita nemmeno il figlio di dio in persona. Non dimenticherò mai l’odore delle mani di Costanza quando le ho baciate la prima volta…</p>
<p>Il vento è fastidioso. Per fortuna la veranda un po’ ripara. Mi giro istintivamente a contemplare le nostre due case.</p>
<p>– Voglio vendere. A <em>voi</em> interesserebbe?</p>
<p>– A <em>noi</em>?</p>
<p>– Sì, a te e Leonardo dico.</p>
<p>Poi dico una cosa stupida.</p>
<p>– Da qui sembriamo appoggiate l’una alla schiena dell’altra.</p>
<p>Il tavolo vibra, Leonardo finalmente. Il vento deve aver trascinato le antenne dal monte fino a quaggiù. Mi sento un burattino appeso ai fili elettromagnetici della Wind.</p>
<p>&lt; Che fai? &gt;</p>
<p>Chiedo al cameriere di farci una foto. La mando a Leonardo.</p>
<p>&lt; Salutami l’avvocato. Te l’ha regalato lui l’orso? &gt;</p>
<p>&lt; No era la festa di compleanno di una bambina stamattina… &gt;</p>
<p>&lt; Ah, OK &gt;</p>
<p>&lt; Che c’hai? &gt;</p>
<p>Il messaggio non parte, ci risiamo.</p>
<p>L’avvocato tossisce. Che figura. Gli faccio vedere la foto, sorride.</p>
<p>– Potreste essere tu e Leonardo fra quarant’anni. Lui, se è fortunato, invecchia come me. Su di te invece non ho alcun dubbio…</p>
<p>Arrossisco.</p>
<p>– Costanza si è ammalata l’anno scorso. Un bel regalo che ci ha fatto Gesù bambino per Natale. Sono entrato in salotto e ho visto l’albero: sulla punta, a mo’ di stella, c’era una bottiglia di alcool che ancora sgocciolava. Costanza era in cucina che preparava, come se niente fosse. Mia figlia si è spaventata, si è fatta il segno della croce. Mio genero ha tolto la bottiglia e ha portato l’albero fuori in giardino. Abbiamo fatto un falò. I bambini a piangere, non ti dico. Tumore al cervello non operabile. “Farà cose straordinarie, la troverete estrosa, una specie di pazza allegria. Poi il cancro andrà in giro e si prenderà il resto di lei. Un mese o un anno, non dipende da noi”. Sto medico è una cosa inutile. E noi ce lo siamo tenuti una vita. Di giorno Costanza dormiva, di notte la portavo a passeggio sul lungomare. Se c’era la luna piena si faceva il bagno, nuda, e voleva che la fotografassi. Io ovviamente non ci ho mai avuto il coraggio di scattare, facevo finta, prendevo il cellulare e lo puntavo verso di lei, facevo solo il gesto, così. Mi diceva: “Te le guardi quando ti senti solo”. Era una cosa bellissima: la luna piena; Costanza nuda che si tuffava in acqua…</p>
<p>Io ordino un caffè, lui prende un amaro.</p>
<p>Sono scesa in spiaggia. Un po’ sola, un po’ Concetta mi ha fatto compagnia. L’avvocato l’ho incrociato, ma niente più di buongiorno e buonasera. Ci siamo ripresi la nostra lontananza di vicini, come se nulla fosse. Mostrarsi vulnerabili è la cosa più difficile.</p>
<p>Faccio la valigia. Chiudo acqua e gas, stacco la luce. Di solito lasciavo le chiavi alla signora. Bussavo e gliele facevo scivolare sotto la porta.</p>
<p>Ora che ci conosciamo la potrei chiamare per nome.</p>
<p>Le direi: “io sono Anna. Costanza è un nome bellissimo. Se lo avessi saputo prima, il nostro sarebbe stato un rapporto diverso. Ti avrei invitata in casa, per cena. Ti avrei chiesto di svelarmi il segreto dei tuoi gerani”.</p>
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<p><i>Luca Lucchesi è nato e cresciuto (un po’) a Palermo. Dal 2009 vive a Berlino dove si occupa, sotto variegate spoglie, di cinema e televisione. Gli piacerebbe un giorno mettere la testa a posto e cominciare a scrivere sul serio. La Casa al Mare è un estratto dalla raccolta inedita di racconti “Nacusilia”.</i></p>
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		<title>Moby Dick, storie di mare e resistenza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/01/16/moby-dick/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jan 2014 08:30:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[balena]]></category>
		<category><![CDATA[Dario Coletti]]></category>
		<category><![CDATA[edizioni Postcart]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[malattia]]></category>
		<category><![CDATA[mare]]></category>
		<category><![CDATA[Moby Dick]]></category>
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					<description><![CDATA[testo e foto di Dario Coletti Sono in mare in prossimità di Porto Paglia, vicino Gonnesa, imbarcato su un vascello. È il dieci giugno 2010 e compio cinquantuno anni. Respiro profondamente. L’aria è fresca, il sole è tiepido, guardo l’orizzonte e sorrido. Guardo, respiro, sorrido. Sono esattamente dove ho voglia di stare con l’ambizione di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>testo e foto di <strong>Dario Coletti</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/01/16/moby-dick/mare-005/" rel="attachment wp-att-47284"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-47284" alt="mare 005" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-005-300x300.jpg" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-005-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-005-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-005-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-005.jpg 472w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Sono in mare in prossimità di Porto Paglia, vicino Gonnesa, imbarcato su un vascello. È il dieci giugno 2010 e compio cinquantuno anni. Respiro profondamente. L’aria è fresca, il sole è tiepido, guardo l’orizzonte e sorrido. Guardo, respiro, sorrido. Sono esattamente dove ho voglia di stare con l’ambizione di fare quello che mi piace, sono io che ho voluto e progettato questo momento. L’ho desiderato tutte le volte che ho attraversato il mare per raggiungere quest’isola o per tornare a casa, ogni volta accompagnato da un’emozione diversa, o spinto da obiettivi e speranze sempre nuovi. Il bello del navigare è che da quando ci si lascia alle spalle la costa, anche di pochi decine di metri, si comincia immediatamente a rievocare storie universali che anche se fantastiche diventano plausibili e ti riconciliano con le motivazioni dei viaggiatori leggendari: Ulisse, Achab, Santiago, il vecchio uomo di mare o il cambusiere Ransome. La distesa dell’azzurro e il ritmo delle onde mi guidano in un altro viaggio, più profondo, in un luogo dell’anima dove tutto si annulla e dov’è possibile riscoprire l’andamento del moto universale. Inizio il mio viaggio nel tempo. Se sono qui nel blu e se respiro avidamente è perché il mio corpo ha bisogno di ossigeno quanto la mia mente di pace.</p>
<p>Tempo: due anni prima. Luogo: una stanza di ospedale con circa quattordici letti. Il protagonista sono io in un doppio ruolo: un primo io è in sospensione magica, intento a osservare un secondo io seduto su una poltrona accanto a un letto disfatto. Delle due presenze, la prima si manifesta come un flusso di energia trasparente, antropomorfa, la seconda ha una consistenza materiale, non sembrano dialogare tra di loro; c’è molta luce ed è tutto bianco in questa camerata. Gli altri abitanti di questo luogo si muovono dentro ai loro letti, lo fanno lentamente, sembrano immersi in un tempo che si chiama attesa. L’io seduto, quello ferito, legge un libro. Sembra che la lettura riesca a placare il dolore, quanto quel liquido trasparente che attraversando un congegno idraulico scorre nel suo sangue. Effettivamente sembra che le avventure dei balenieri riescano a portare la mente dell’io seduto fuori del corpo, a sospingerlo su ignote rotte alla ricerca di verità. A un tratto l’io seduto guarda verso il luogo dell’io sospeso ancora intento a osservare. Quando i due sguardi s’incontrano, una forza prepotente sembra attrarre l’ombra verso il corpo, l’aria verso la terra, fino a farli corrispondere, fino alla fusione. C’è una smorfia sul viso dell’io unificato, mentre nella coscienza affiora la promessa d’intraprendere, se salvo e appena possibile, la vita del mare, sia pur per breve tempo, sia pur solo per fotografare. È questo il pensiero che balugina nella mente dell’io unificato; luccica come il dorso argenteo di questi pesci stesi sul ponte del vascello al sole.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/01/16/moby-dick/mare-13/" rel="attachment wp-att-47285"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-47285" alt="mare 13" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-13.jpg" width="472" height="472" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-13.jpg 472w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-13-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-13-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-13-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 472px) 100vw, 472px" /></a></p>
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<p>Riemergo dal passato e mi trovo in un’agitazione fatta di movimenti sincronizzati, urla e comandi, un caos che confluisce in un clamore unico, un boato che mi risveglia e ritorno di nuovo pienamente cosciente. In mare. Sapientemente, rispondendo agli ordini di un capo giovane dagli antichi saperi, uomini di mare ritmano il destino di un centinaio di tonni incanalati nelle reti. I tonnarotti a ritmo tirano le funi e chiudono definitivamente ogni via d’uscita a questo banco di tonni, escludendo qualsiasi spazio alla speranza. Urla ritmate e movimenti sincronizzati che caratterizzano l’azione sulla superficie del mare si contrappongono sotto il pelo dell’acqua a disperazione e disordine. Le pinne cominciano ad affiorare, il quadrato di mare che si stringe nella schiuma, emergono dorsi argentati; annaspando pesci di cento, duecento chili tentano di sfondare il perimetro di questa gabbia mortale. Cerco con gli occhi il vecchio rais siciliano dagli occhi chiari di normanno. È sul ponte della barca, lo colgo mentre scruta quel quadrato di mare agitato. L’aspetto è fermo ed eccitato, deciso e compassionevole. Sembra un giovane di 70 anni, consapevole del suo ruolo. Mi appare come un antico cerimoniere. Quando la camera della morte è chiusa, per un attimo tutto si ferma, i tonnarotti stanno immobili ai bordi delle imbarcazioni con rampini e ganci pronti alla raccolta. È un momento solenne che sa di preghiera, di richiesta di perdono per l’eccidio previsto e immanente. Un grido rompe quest’atmosfera, seguito da un clamore di voci. Comincia la mattanza. Le reti affiorano e i primi tonni vengono issati sul ponte. Si dimenano in un ultimo desiderio di vita. A breve tutto è sangue, il mare si colora di rosso, il ponte della barca e tutti noi siamo imbrattati di sostanza vitale.</p>
<p>Gli uomini scattano a un ritmo che ricorda la catena di montaggio: affondano ganci e funi nella vasca e tirano su enormi pesci. C’è eccitazione, esaltata dal clamore delle code che sbattono sulla superficie dell’acqua e sulle murate delle imbarcazioni e dal rosso del sangue che dilaga. Emergendo dal caos infernale che domina la scena, mi appare, come in un sogno, un tonnarotto: è saldamente ancorato sulla murata della nave e aggancia pesci medi e li trascina sulla barca. È la storia di un passaggio, un distacco dal proprio ambiente vitale, inteso come smarrimento, stupore per tutti, per il carnefice e la vittima. È qui che tutti comprendiamo il dolore.</p>
<p>A ogni arrivo, per suggellare la fine della storia, il vice rais affonda il coltello sotto la pinna del tonno a cercarne il cuore. Qualcuno s’immerge nel mare e nel sangue per far durare il meno possibile questa mattanza. L’eccitazione del sangue pervade i sensi, l’istinto è quello di gettarsi in acque limpide per purificarsi, e poi tornare verso la terraferma, pulito dal sangue degli animali sacrificati. Il pensiero è una via d’uscita per allontanarsi dal rumore della morte, per tornare alla normalità del calore del proprio focolare al buon vino bevuto al bar con gli amici di sempre. L’imperativo è allontanare il pensiero della morte.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/01/16/moby-dick/mare-76/" rel="attachment wp-att-47286"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-47286" alt="mare 76" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-76.jpg" width="472" height="472" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-76.jpg 472w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-76-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-76-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-76-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 472px) 100vw, 472px" /></a></p>
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<p>Non è ancora il rosso e non è più il blu che comanda il pensiero dell’uomo seduto con il libro sulle gambe e gli occhi chiusi. Ora è il bianco della schiuma marina, dei ventri di questi pesci ammassa- ti nelle stive del vascello. È ancora il bianco della balena, simbolo dell’irrefrenabile istinto di libertà, indomito, che diventa vendicati- vo e terribile al solo pensiero di subire limitazioni. È il bianco del mistero che, quando diventa assoluto, quando ci circonda in ogni parte del nostro essere, quand’è fuori e dentro di noi, ci riporta all’immagine del mare bianco, immerso in un’immota nebbia che inghiotte Gordon Pym nel suo ultimo misterioso viaggio.</p>
<p>Ora nello stanzone è sera, l’uomo unificato è nel letto, poggiato su cuscini che lo tengono eretto, il capo all’indietro, gli occhi chiusi, e nella mente oscurata da questo buio cercato si affaccia una frase che sa d’incoscienza: io sono la balena bianca, indomita, se vuoi prendermi morte, fallo, ma non chiedermi il permesso.</p>
<p>Dopo la battaglia, durante il rientro, l’orizzonte blu ci accompa- gna discreto, ipnotico, catartico, conclusivo. Lo osservo, senza mai abbassare lo sguardo, per tutto il tragitto.</p>
<p>Al largo di Portoscuso, 10 giugno 2007</p>
<p><em>[Dario Coletti è fotografo professionista e coordinatore del Dipartimento di Fotogiornalismo dell’ISFCI a Roma. Il testo e le foto sono tratte da: “Il fotografo e lo sciamano, dialoghi da un metro all&#8217;infinito”, Edizioni Postcart, Roma, 2013]</em></p>
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		<title>Il male veniva dal mare (Marino Magliani intervista Giuseppe Conte)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/09/05/magliani-intervista-conte/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Sep 2013 06:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Conte]]></category>
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		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[liguria]]></category>
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					<description><![CDATA[MM Il mare. Dalla Liguria dei costoni rivolti all&#8217;opaco, è lì ma è più dei turisti che tuo. Troppo facile. Il mare non si risolve mica così, con una battuta. Alla fine quelli come me non ci si mettono neanche, manca il coraggio. Provo a dirmi: sei stato mozzo sul Corsica Ferry, qualche mese&#8230; Ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>MM Il mare. Dalla Liguria dei costoni rivolti all&#8217;opaco, è lì ma è più dei turisti che tuo. Troppo facile. Il mare non si risolve mica così, con una battuta. Alla fine quelli come me non ci si mettono neanche, manca il coraggio. Provo a dirmi: sei stato mozzo sul Corsica Ferry, qualche mese&#8230; Ma il mare? Non è andarci noi, esplorarlo, è farlo emergere. Era questa la sfida, Giuseppe Conte, dopo aver scritto<i> Il terzo ufficiale </i>con i vascelli carichi di schiavi e dolore, e <i>La Casa delle onde</i>, l&#8217;aria inzuppata che hanno respirato Shelley e Byron? Era<i> Il male veniva dal mare</i> (NdR: Longanesi, 2013), il romanzo al quale lavoravi da anni per chiudere la  grande trilogia del mare?</p>
<p>GC La Liguria ha due mari. Uno è quello dei turisti o peggio ancora dei bagnanti. Un mare qualunque, scialbo come la sagoma di un ombrellone, addomesticato, sempre un po’ freddo, totalmente insignificante. Poi ha un altro mare. È quello delle navi, della Repubblica di Genova, dei capitani di Porto Maurizio che partivano da qui per varcare Capo Horn, il mare grandioso e solitario che sta dirimpetto alle scogliere dei Balzi Rossi, che fronteggia le Alpi sino a Savona e poi il verde degli Appennini, che rende tutto verticale e fa di tutto una visione e un miraggio, un mare d’avventura e di metafisca, un mare interiore e terribile, che a noi non resta che guardare, contemplare, seguire nel suo movimento incessante. Io ho cominciato a capire il mare quando sono tornato in Liguria dagli anni passati nelle metropoli del Nord, a Milano soprattutto, e poi anche a Torino. Quando ero un adolescente, non me ne fregava niente del mare, come della campagna. I miei orizzonti erano esclusivamente urbani. Via Cascione a Porto Maurizio (allora era davvero una via viva) era la mia Oxford Street, il mio Boulevard Saint-Germain. Mi vedevo e sognavo in città. I miei parenti materni sono forse gli unici liguri che risiedendo in Liguria da più di quattro secoli non abbiano conservato un pezzo di terra. Poi, i terreni comperati da mio padre a Diano Arentino e a Baiardo e che ho ereditato li ho tutti venduti: ho commesso il sacrilegio di vendere gli alberi. Ma era fatale che prevalesse lo sradicamento. Io amo vincere la forza di gravità, avere radici verso l’alto. Il mare, come gli alberi e i fiori, li ho scoperti tornando. Allora mi aggiravo tra le ville di Sanremo a cogliere gli estremi sussulti di una vegetazione in splendore. Gli agapanti, gli acanti. Solo dei corrotti possono pensare che sono fiori e nomi preziosi, da bandire. Sono fiori comuni, democratici, selvatici alle volte, basta avere occhi selvatici per vederli. E poi pian piano la mia attenzione si è rivolta al mare. Mare padre, per il Montale di &#8220;Mediterraneo&#8221;. Mare madre, per chi pensa in francese. Mare delle origini, mare della vita. Nei miei romanzi , il mare c’è subito, penso al diario della mareggiata che corre lungo tutta la vicenda raccontata in <i>Equinozio d’autunno </i>ambientata a Baiardo. Una Baiardo che poteva anche essere in Irlanda, per me andava bene lo stesso. Ma certo nei miei ultimi romanzi il mare diventa davvero protagonista, non so se si tratta di una trilogia, caro Marino, ma tu hai colto bene il filo che passa dal <i>Terzo ufficiale</i> a <i>La casa delle onde</i> a questo <i>Il male veniva dal mare</i>. Un mare di libertà e di schiavitù (l’edizione greca del <i>Terzo ufficiale</i> ha intitolato: <i>Schiavi della libertà</i>), un mare scuola di vita, un mare rigurgitante di visioni e di miti, diventa il mare amato da Shelley e Byron, il mare dell’utopia e della bellezza. E infine questo mare, in <i>Il male veniva dal mare</i>, quello di oggi e di un futuro vicino, sempre più avvelenato, infestato da isole di plastica, teatro di morte e di distruzione. Il mare è il filo conduttore. Quello reale e quello fantastico, delle mitologie e delle visioni , che non può essere ucciso dalla avidità e dalla violenza dell’uomo. Il mio è un libro riparatorio. Un libro di resistenza. Senza moralismi e senza soluzioni pronte. Il mare è simbolo della stessa profondità, complessità, tempestosità dell’anima umana. Per chi crede che esista una corrente di energia spirituale che chiamiamo anima, e che esiste un fruitore di questa energia che chiamiamo essere umano.</p>
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<p>MM È un mare che ci ha osservato, ci ha spiato (con le sue meduse, la grande invenzione del romanzo), e noi nel frattempo l&#8217;abbiamo sporcato. Una delle cose importanti di questo romanzo è stata quella di legare felicemente l&#8217;invenzione al grido di dolore oceanico: parlo tra l&#8217;altro dell&#8217;isola della spazzatura, la <i>Great Pacific Garbage Patch.</i></p>
<p>GC Le meduse sono esseri misteriosi e bellissimi. Primordiali, dovevano essere sul pianeta alle origini dei tempi e della vita. Ci sono stupende immagini di meduse che flottano e pulsano in una sequenza enigmatica di <i>The tree of life </i>di Terence Malick. Io mi sono letteralmente innamorato delle meduse. Tutti le odiano sulle spiagge. Come se fossero loro ad attaccare l’uomo, e non l’uomo a sbattere contro di loro nello spazio che appartiene a loro. Mi sono innamorato della loro leggerezza, trasparenza, luminosità, capacità di pulsare e di danzare. Sono stato anche colpito dalla rapidità del loro degrado, un mutamento repentino dalla bellezza all’orrore è quello che capita a loro quando vengono catturate e gettate sulla sabbia; da creature splendide diventano orribili ectoplasmi. Come la Medusa della mitologia greca, ragazza dai capelli bellissimi che una maledizione degli dèi trasforma in mostruosi serpenti. Nel romanzo, le meduse portano notizie dalle profondità. Non solo dai fondali feriti dallo sversamento dei rifiuti tossici, ma anche dalle profondità dello spirito della vita. La vita è venuta dal mare. Se il mare muore, siamo tutti fottuti. E gli uomini, presi in un gorgo di corruzione, incoscienza, miseria spirituale, non se ne rendono conto. Allora una specie più evoluta di quella degli umani viene a ricordarci tutto. A farci pagare tutto. Certo, i due simboli chiave del romanzo sono le meduse e la meganave <i>Sirena</i>. La meganave che trasporta sedicimila anime e chissà quante migliaia di fusti di sostanza tossiche nel suo interno. Un Leviatano, una balena bianca senza nessun Capitano Achab, una che gli uomini stessi si sono costruiti, dopo avere cacciato e ucciso tutti i cetacei dal pianeta. La scoperta che nel Pacifico, ma ormai anche nell’Atlantico, esistono isole di rifiuti plastici, isole inabitabili e di morte, su cui si immolano a milioni uccelli di mare e pesci, grandi ormai come una parte degli stessi Stati Uniti, è stata capitale per la storia immaginata da questo romanzo. Che sembra un romanzo fantastico, forse lo è, ma contiene credo una dose di realtà superiore a quella ristretta di certi romanzi sedicenti realistici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>MM Siamo nel terzo decennio del secolo XXI, a Nizza, sulla spiaggia, un barbone, a poca distanza di tempo, s&#8217;imbatte in due cadaveri. Due giovani donne di colore, bellissime e mutilate. A Cavallero, un commissario che annega la sua malinconia ingozzando salumi e formaggi, toccano le indagini. A Nyamé, un giovane giornalista tocca scriverne sul suo giornale. Il mare luccica e ribolle come popolato da distese di famelici piraña. È luce di meduse. Si muovono non distante da una grossa nave, la più grande della storia marina, che ha gettato l&#8217;ancora nella Baia degli Angeli.</p>
<p>GC Sì,  il romanzo contiene molti fatti, privilegia movimento e avventura, è una mia scelta precisa, antinovecentesca, meno ingenua di quello che i miei avversari credono (non si ricordano mai che a ventisette anni ho pubblicato  un libro, <i>La metafora barocca</i>, che oggi è in tutte le biblioteche europee e americane, e che da allora la mia consapevolezza del manufatto letterario è particolarmente acuta, ma forse è per questo che i miei avversari mi attaccano, perché “rompo” come ebbe a scrivere una volta Aldo Nove (in fondo il più simpatico tra quelli che mi detestano). Mi interessano poi le trame come disegni del destino e i personaggi come grumi di movimenti dell’anima. Poi ai miei personaggi dò anche corpo, linguaggio idiolettico, coscienza etica, rilievo simbolico, un gran lavoro, insomma. Anche questa volta. Quattro anni, non so quanti rifacimenti, quante parti sacrificate, lavoro sempre come un Don Chisciotte, quello di Unamuno e Turgenev, l’incarnazione di un idealismo utopico, che avevo da ragazzo e ho mantenuto. A 16 anni sognavo di cambiare la letteratura italiana. A 67 continuo in questo sogno del cazzo, che non vale niente. Ma io sono fatto così. E, almeno in Francia e in America, qualcuno crede che dopo <i>L’Oceano e il Ragazzo</i> (1983) la poesia italiana un po’ è cambiata. Col romanzo ci provo ancora. Con romanzi “fuori schema e fuori legge”, come ha scritto di <i>Il male veniva dal mare</i> Sette del Corriere della Sera. Mi piace essere un fuorilegge. Aspetto che gli sceriffi della legalità romanzesca vengano a catturarmi. Se ce la fanno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>MM Racconta qualcosa dei personaggi, dei libri che amano.</p>
<p>GC Marlon, il senzatetto che sempre più lettori considerano centrale nel romanzo, legge soltanto due libri, <i>Le metamorfosi</i> di Ovidio e <i>Foglie d’erba</i> di Whitman. Una colossale enciclopedia di mitologie antiche e eterne e una colossale celebrazione della istantaneità della vita e dell’universo. Dice più volte che non ha bisogno di altro. Il commissario Cavallero, di origini piemontesi, legge Jean Giono. Mark Breton, il direttore del giornale dove lavora Nyamé legge Borges e ne tiene un poster in redazione. Il suo vice Zeno legge una scrittore immaginario, autore di un romanzo sulla crisi di impotenza creativa di un trentenne e un  quarantenne che si chiama Franco Andrea Corti.  Questo nome dovrebbe dire a qualcuno che l’autore è immaginario ma che forse rispecchia un autore reale, forse due.</p>
<p>Quanto alle mie letture , sinora le recensioni uscite hanno parlato di influenze di Borges,Verne, Conrad, Melville, Stevenson, Neihardt, Jack London, Philip Dick, Victor Hugo, Mario Soldati, Italo Calvino, Cormack McCarthy, Murakami.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>MM Ci parli di cosa hai fatto per ripulire la costa da mafie, cemento, corruzione?</p>
<p>GC Non certo tutto quello che basta. Ci vorrebbe una pulizia ben più radicale. Una tabula rasa. Non sono per i compromessi, in questa fase storica, ma per la lotta frontale, anche durissima. Ho soltanto scritto editoriali per il quotidiano di Genova. Senza paura e parlando chiaro, da uomo libero e da libero scrittore. Ma mafie cemento e corruzione sono ancora lì. Certe volte penso che scrivere sia poco. Ma poi mi dico che è tantissimo. Almeno per me. Che ho sempre vissuto per scrivere. Qualunque cosa, ma scrivere, che per me è come respirare e nutrirmi. Scrivere. Contrapporre la propria scrittura alle brutture e alle barbarie della società. Farne intravedere una migliore. Lascia che i miei avversari (spesso sono linguaioli che davanti a qualunque potere se la fanno ampiamente sotto) ridano. Io rido più di loro. E sono in buona compagnia.</p>
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		<title>Pesca e oceano nel Pacifico occidentale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/04/17/la-pesca-nel-pacifico-occidentale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Apr 2012 05:24:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Alexander Hofford]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
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					<description><![CDATA[Alexander Hofford è un fotografo di Hong Kong da anni molto attivo nel mondo della pesca industriale e della tutela delle specie naturali a rischio. Sono famose le sue campagne sui danni che l&#8217;industria delle pinne di squalo arreca all&#8217;ambiente marino. Nel 2011 ha viaggiato con Greenpeace nell&#8217;oceano Pacifico occidentale e a Palau, scattando una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/PacificPix-085.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-42233" title="an illegal Philippine 'mother ship' outrigger, fishing illegally in Palau waters." src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/PacificPix-085.jpg" alt="" width="510" height="330" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/PacificPix-085.jpg 510w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/PacificPix-085-300x194.jpg 300w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a><span id="more-42232"></span></p>
<p>Alexander Hofford è un fotografo di Hong Kong da anni molto attivo nel mondo della pesca industriale e della tutela delle specie naturali a rischio. Sono famose le sue campagne sui danni che l&#8217;industria delle pinne di squalo arreca all&#8217;ambiente marino. Nel 2011 ha viaggiato con Greenpeace nell&#8217;oceano Pacifico occidentale e a Palau, scattando una serie di fotografie di grande bellezza. Alcune sono da brivido, come le foto fatte in immersione all&#8217;interno di una tonnara, altre documentano cose che non sapevo, come l&#8217;uso dei corpi morti come aggregatori di pesce (FAD, fish aggregating devices).</p>
<p><a title="Alexander Hofford's Pacific photos with Greenpeace" href="http://www.alexhofford.com/node/2396" target="_blank">A Portrait of the Western Pacific Ocean &#8211; Industrial Fishing and Natural History.</a></p>
<p><em>Nella foto: an illegal Philippine &#8216;mother ship&#8217; outrigger, fishing illegally in Palau waters.</em></p>
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		<title>Da: Il mare alto. Inediti di Renata Morresi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Feb 2009 10:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Babino]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[mare]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Cristina Babino Il mare alto è una linea d’orizzonte. Quella che si intravede in certi giorni dalle colline che ci sono familiari. Quella che si scopre all’improvviso, nella sua carica ovvietà, dalla prospettiva abbassata di una spiaggia. Che ci riconduce alla nostra infinitesima dimensione, che ci rimette al nostro posto. Questa raccolta di inediti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/infra.jpg" alt="infra" title="infra" width="520" height="371" class="alignnone size-full wp-image-14758" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/infra.jpg 520w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/infra-300x214.jpg 300w" sizes="(max-width: 520px) 100vw, 520px" /></p>
<p>di <strong>Cristina Babino</strong></p>
<p><em>Il mare alto</em> è una linea d’orizzonte. Quella che si intravede in certi giorni dalle colline che ci sono familiari. Quella che si scopre all’improvviso, nella sua carica ovvietà, dalla prospettiva abbassata di una spiaggia. Che ci riconduce alla nostra infinitesima dimensione, che ci rimette al nostro posto.<br />
Questa raccolta di inediti è una cattedrale in costruzione. Non ha ancora una forma definitiva, né un numero di mattoni stabilito; è un <em>work in progress</em> di cui si possono però saggiare già la solidità delle fondamenta, i tratti caratterizzanti e le discontinuità di una ricerca stilistica che sa farsi cifra a un tempo individuale e indicativa di una via, di uno degli infiniti percorsi possibili di ricerca del senso, e della sua espressione poetica. Una <em>quȇte</em> fatta di un graduale, faticoso riconoscersi sempre più in se stessi e nella propria rappresentazione del mondo: per quanto fatta di scarti, di frenate, di sorpassi e ripensamenti emozionali, prima ancora che formali.<span id="more-14757"></span><br />
Rispetto ai precedenti (rintracciabili in rete, tra l’altro, <a href="http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article477">qui</a> e <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/01/18/reanta-morresi-album-di-famiglia-ii/">qui</a>), questi nuovi testi di Renata Morresi ci affrontano con la nitidezza di un verso rifinito, ricercato non più nella sontuosità ingegnosa del gioco di lingue e di parole, nell’abilità evidente e mal dissimulata del mestiere, ma nell’esattezza di un dettato qui scarnificato, asciugato come per lavorio di una marea fatta d’indagate inflessioni e riflessioni. Un procedimento “a levare” che ad ogni verso si fa chiarezza, ma stratificazione di senso e consapevolezza al tempo stesso. Così nella prima sezione della raccolta,  <em>Dominio delle cose</em>, sono gli oggetti nella loro banale quotidianità a parlare dai luoghi che gli sono abitualmente propri, e da cui traggono ogni giorno giustificazione al loro uso e al loro essere. La tv, la tavola, persino il vino parlano per <em>monologhi</em> che contrappongono alle istanze di un “io” oggettuale insospettabile &#8211; e ora disvelato &#8211; un “voi” che tutti ci identifica, ci livella, ci contiene. E’ il canto dispiegato delle cose che scuote noi involontari interlocutori, lasciandoci nello sbigottimento appeso di <em>«grucce / rimaste a dondolare»</em>, che ha la dolenza di un rimprovero, un andamento a tratti astioso e fermo, quasi d’invettiva: <em>«che cosa potete sapere / del perdersi se / è sempre il vicino / che guardate morire»</em>.  Altre volte invece è la prospettiva stessa delle cose, la loro usata materialità, a penetrare commosse per osmosi in un recinto tutto umano e personale di sentire, solidificate in immagini d’un  concretismo quotidiano, privatissimo: <em>«Si girava / bene la città con gli strani / famigliari, senza perdersi / nulla, la forma di carriola / in pancia, molte ossa / in giuntura mobilissima / di mollette da bucato»</em>.<br />
La sezione centrale, <em>Il mare alto</em>, s’allontana dalla dimensione d’ogni giorno, entra nella realtà parallela e sospesa della vacanza estiva, della vacanza dalle consuetudini di sempre, per farsi però paradossalmente nuovo ciclo di azioni ripetute, d’una routine soltanto traslata e ricomposta. Così il campeggio, eletta quinta vacanziera, si fa microcosmo ricreato ancor prima che ricreativo, somma di monadi e universi che di tenda in tenda raccontano il carapace chiuso delle proprie solitudini, il tentativo di conservazione della specie attraverso la conservazione delle proprie rassicuranti abitudini, dalle quali si finge però,  almeno una volta l’anno, di fuggire. La vita del campeggio fatta di numeri seriali, di immatricolazioni, di date d’arrivo e partenza, di regole condivise per il bene del vivere comune, di gesti quotidiani spiati ai vicini (<em>«un cocciare di stoviglie schiuse»</em>), di presenze d’un tratto stranamente familiari (<em>La signora delle pulizie</em>), di telefonate a casa («<em>tuo padre / che sta dentro il quadrato del telefono / come quando sei nato»</em>), e persino della teoria di ciabatte parcheggiate fuori dalle tende, <em>«né da uomo né da donna. Ciabatte / umane, buone al viaggio verso Marte»</em>: oggetti, di nuovo, semplici, banali persino, che nell’assemblaggio si caricano, con slancio rinnovato e quasi dadaista, di significati straniati, inaspettati. Proprio come la strada che apre il capitolo <em>Dal treno</em>,  una strada a cui si dà del tu perché conosce ognuno dei nostri passi di bambini, i prodigi di un’immaginazione incontenibile, i luoghi normalissimi che sembravano incantati, straordinari: <em>«Strada di cartelli che via eri /  (…) portavi all’officina di babbo / portavi la mia ferramenta / di sogni e Rumi, tutti rotando / come dolcissimi cannoli.» </em>C’è tutta una vita &#8211; una bellezza &#8211; nelle cose, che solo nella chiarezza matura e disadorna dello sguardo di chi la sa vedere si fa restituire.</p>
<p>Da <em>Dominio delle cose</em></p>
<p>Monologo del vino: </p>
<p>“Sono stato nella terra<br />
quando ancora io non era</p>
<p>Credimi: la terra è una porta<br />
che porta al nostro nulla</p>
<p>Sulla sua soglia crescono<br />
case fatte di posti, rovi, cervelli<br />
vestaglie gonfie di fantasmi<br />
giorni lunghi esattamente<br />
spaesate<br />
	    case<br />
		  di saponette<br />
rinsecchite e grucce<br />
rimaste a dondolare. </p>
<p>Voi io voi io voi io<br />
che cosa potete sapere<br />
del perdersi se<br />
è sempre il vicino<br />
che guardate morire?</p>
<p>Se noi stiamo insieme<br />
vi farò quasi bene<br />
vi farete lontano.”</p>
<p>*</p>
<p>All&#8217;una</p>
<p>Dall&#8217;una a mezzanotte all&#8217;una,<br />
mescolate le parti<br />
mandate a memoria<br />
i sé distorti dal vizio<br />
di parlare, tutti i pezzi<br />
di parenti, di polente,<br />
sogni spossati<br />
come fantasmi di pietra </p>
<p>			   si girava<br />
bene la città con gli strani<br />
famigliari, senza perdersi<br />
nulla, la forma di carriola<br />
in pancia, molte ossa<br />
in giuntura mobilissima<br />
di mollette di bucato.</p>
<p>Compiaciuta d&#8217;elevarmi<br />
per nessuno senza<br />
mollare alcuna crepa<br />
o rottame o il chilo<br />
di mezzanotte,<br />
il chilo dell&#8217;una. </p>
<p>*</p>
<p>Da  <em>Il mare alto</em></p>
<p>Campeggiatori</p>
<p>Intorno brulica l&#8217;attività<br />
segreta della specie, occultata<br />
in un cocciare di stoviglie schiuse.</p>
<p>*</p>
<p>Ciabatte</p>
<p>Ciabatte sparse fuori dalla tenda<br />
né da uomo né da donna. Ciabatte<br />
umane, buone al viaggio verso Marte.</p>
<p>*</p>
<p>La signora delle pulizie</p>
<p>Rosamarina spazza profumata<br />
di selva rumena. <em>Mulsumèsc</em><br />
mi insegna e io credo alla radice</p>
<p>slava, mil-, alle lievi scorribande<br />
di luglio fino alla Lettonia,<br />
l&#8217;amore che t&#8217;insegna a sillabare. </p>
<p>*</p>
<p>Regole</p>
<p>Dalle 2 alle 4 è in voga la quiete<br />
e come d&#8217;abitudine s&#8217;affoga.<br />
La regola di scrivere non spiega</p>
<p>altro ma le rive sassose e la falesia<br />
potrebbero perfino non vederla,<br />
non distinguere il granaio del mare</p>
<p>dalla frutta disposta per colore<br />
o il cocomero nell&#8217;acqua fresca<br />
dalla divisa uncinata del sole.</p>
<p>*</p>
<p>Posizione</p>
<p>C&#8217;è una tenda verde così alta da starci<br />
in piedi e due amache messe a fianco<br />
a strisce rosse e azzurre dove non ho</p>
<p>mai visto nessuno dondolare, stare<br />
in piedi. La posizione orizzontale<br />
sul mare ci livella frontali al cielo</p>
<p>increspature in superficie, miracolo<br />
del morto contro tesi darwiniane,<br />
muscolo a medusa, cuore di derive.  </p>
<p>*</p>
<p>Telefono</p>
<p>Alle sette chiamiamo tuo padre<br />
che sta dentro il quadrato del telefono<br />
come quando sei nato</p>
<p>come nel quadrato del miracolo<br />
che costruimmo senza un lato</p>
<p>*</p>
<p>Mare alto</p>
<p>Sulla groppa del bufalo notturno,<br />
costone ricciuto del promontorio,<br />
il mare alto si beve il mio sguardo. </p>
<p>Se lo beve per intero, mi sta<br />
sopra non come a riva dove arriva<br />
schiacciato sotto i fianchi. Chi lo sa</p>
<p>come si vede il mare? Come finge<br />
di stare per una ed essere molte<br />
figure che non una sa capire.</p>
<p>*</p>
<p><em>Dal treno</em></p>
<p>Strada di cartelli che via eri<br />
dalle casi popolari di San Marone<br />
lungo i pioppi verso ovest<br />
portavi all&#8217;officina di babbo<br />
portavi la mia ferramenta<br />
di sogni e Rumi, tutti rotando<br />
come dolcissimi cannoli.</p>
<p>Dal treno ti vedevo, salutavo,<br />
per scherzo il fazzoletto appeso<br />
al finestrino volò fuori, sul campo<br />
volò avvolgendosi a se stesso, spinto<br />
di nuovo in alto gonfio d&#8217;aria<br />
girando in vortici volò lontano<br />
lo persi di vista sopra il campo perfetto. </p>
<p><em><strong>Renata Morresi</strong> è laureata in lingue e dottore di ricerca in letterature comparate; attualmente insegna lingua e letteratura inglese d’America all&#8217;Università di Macerata. Si occupa di poesia, critica culturale, femminismo e letteratura angloamericana. Sue poesie sono pubblicate in “Nodo sottile 4”, a cura di V. Biagini e A. Sirotti (Crocetti, Milano, 2004), “Lo stormo bianco”, Premio Tina Accardi, (D&#8217;if, Napoli, 2004) e “L&#8217;opera continua”, a cura di G. Vincenzi, (Perrone, Roma, 2005). Nel 2005 ha curato con Marina Camboni la raccolta di saggi e traduzioni “Incontri transnazionali: modernità, poesia, sperimentazione, polilinguismo” (Le Monnier, Firenze). La sua prima monografia critica, “Nancy Cunard: America, modernismo, negritudine”, è stata pubblicata nel 2007 per i tipi di Quattroventi, Urbino.</em></p>
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		<title>Lo stato delle cose in Occidente II</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 12:30:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante «All’inizio il dono dell’arte si manifesta attraverso la malattia. A volte mi sento una creatura in cui coesistono innumerevoli spiriti: l’artista 1, l’artista 2, l’artista 3&#8230;» Di ritorno dal Sud Tirolo, trovo queste parole registrate da una voce umana nella mia segreteria telefonica. La riconosco: è quella di Nedko Serbajenov, un «essere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>«All’inizio il dono dell’arte si manifesta attraverso la malattia. A volte mi sento una creatura in cui coesistono innumerevoli spiriti: l’artista 1, l’artista 2, l’artista 3&#8230;»<br />
Di ritorno dal Sud Tirolo, trovo queste parole registrate da una voce umana nella mia segreteria telefonica.<br />
La riconosco: è quella di Nedko Serbajenov, un «essere scelto», un «eletto», un «veggente», un «pittore» sintonizzato con ’universo. Ogni sua opera possiede un suo stile. Non ho dubbi: Serbajenov rappresenta a mio avviso l’ultima frontiera dell’arte visiva: nessuno, neppure Serbajenov, è in grado di stabilire quando il suo essere sarà sequestrato da uno dei suoi innumerevoli spiriti. Chi sarà l’autore del suo prossimo quadro? L’artista numero 1? L’artista numero 2? O l’artista numero 3, 4, 5&#8230;?<span id="more-13259"></span> Senza contare le combinazioni possibili tra i singoli elementi di ogni artista con quelli di tutti gli altri.<br />
Quando si contempla una delle sue tele, si approda in un isolotto lontano da ogni arte concettuale dei nostri giorni: da tutta questa diarrea artistica che ha trasformato il talento (<em>talant</em>, in russo) in un marchio scioccante e ripetitivo il cui solo senso coincide con il suo valore commerciale: tutti questi piccoli Damien Hirst, tutti questi geni del box-office del terrorismo visivo.<br />
Serbajenov non si ripete mai. Non può farlo. E come potrebbe? La collezione di spiriti che si dibattano nella sua anima è infinita e sconosciuta.<br />
Ho detto «anima», ma la parola è inadeguata. Il dono dell’arte, secondo Serbajenov, non ha nulla a che vedere con le nostre profondità. Egli, in realtà, subisce uno slittamento di ciò che nel nostro linguaggio puerile chiamiamo «stato di coscienza». È precisamente in quel momento che uno dei suoi «antenati» lo trasporta sotto la sua ala e lo separa dal mondo di quaggiù. La pittura, la poesia, non sono altro che una manifestazione sciamanica. Lo scopo dell’arte non è quello di scioccare o di ferire, ma di placare quella massa confusa di tristezza e di dolore che ogni persona sente mordere nelle fibre del suo corpo. Il corpo visibile e il «corpo invisibile», come dice Serbajenov. È quest’ultimo che ci lega ai nostri «antenati»: la vita di un uomo incomincia prima della sua nascita e non termina con la sua morte. Ciò significa che ogni uomo è sempre circondato da una grande aureola di corpi invisibili che fluttuano come foglie autunnali nel vortice del tempo.<br />
Lo scopo sciamanico di ogni artista del XXI secolo è perciò quello di prender su di sé la sorda sofferenza di ogni uomo, diventare il catalizzatore del Male accumulato nel corso dello sviluppo diabolico della storia del XX secolo ed educarsi a entrare in contatto con i corpi invisibili dei suoi antenati. Pena: la morte.<br />
Serbajenov è nato nella Siberia estremo-orientale alla fine degli anni trenta del secolo scorso, precisamente a Jakutsk, capitale della Jakuzia. Suo padre era un fisico delle particelle elementari. Sua madre, Alejandra Pozharnik, era un’ebrea russa. La sua famiglia, allo scoppio della rivoluzione d’Ottobre, era emigrata in Argentina, a Buenos Aires, dove Alejandra è nata nel 1919. Dopo aver studiato alcuni anni con il pittore e poeta Juan Soro de Planas, nel 1937, spirito libero e nomade, decide di conoscere il paese dei suoi antenati visibili e invisibili.<br />
Nel 1938, in uno dei periodi più cupi delle purghe staliniane, sbarca a Vladivostok. Qui, durante una serata letteraria a casa del poeta Piotr Tvardoskij, incontra Boris Serbajenov, amico d’infanzia di Tvardoskij e suo fratello astrale (erano nati nello stesso giorno e alla stessa ora), che lavorava in una centrale nucleare. I due, dopo neppure un mese, a causa di una soffiata di un collega di Boris sulle «ambigue» origini di Alejandra, sono costretti a fuggire da Vladivistok. Alla fine di un viaggio inenarrabile, raggiungono nel marzo del 1938 Jakutsk, dove viveva uno zio di Boris, un discendente di una lunga genealogia di sciamani della regione. L’anno seguente, in una cantina, verrà alla luce Nedko.<br />
Ho conosciuto Serbajenov dieci anni fa. Viveva già da tempo a New York. Era diventato ricco. Fra i suoi adepti c’erano molti oligarchi della nuova Russia di Putin, i quali per avere i suoi favori gli inviavano una volta al mese un jet privato. Nedko, con il suo immancabile blazer blu, saliva la scaletta lentamente. Non era mai in ritardo. Non aveva perso tuttavia la sua scorta di umanità: un giorno alla settimana era consacrato a ricevere nel suo ufficio-atelier di Manhattan ogni genere di paria e di apolidi che vivevano come vermi nella polpa putrida della Grande Mela. E non dimenticava neppure le babuske di Brooklin, che non avevano mai appreso la lingua dei «nemici del popolo».<br />
È stato a Parigi. Saint-Germain-des-Près. Ero al bistrot “Bonaparte” con Pascale Delpech, la moglie francese di Danilo Kis, l’ultimo scrittore jugoslavo, morto nel 1989, un mese prima del crollo del muro di Berlino.<br />
Pascale, a quell’epoca, aveva già tradotto tutta l’opera del marito. Faceva la spola tra la Francia e Pristina, la capitale del Kosovo, dove lavorava come interprete presso il distaccamento delle <em>Kosovo Security Forces</em>. Le aveva dato appuntamento per discutere la traduzione italiana di una raccolta di saggi di Danilo, <em>Homo poeticus</em>. Durante la conversazione, un uomo dai capelli bianchi e arruffati, che contrastano con il suo impeccabile abito blu, si avvicina al nostro tavolo e si accomoda. Si presenta come «un artista di origine russa». Io e Pascale ci guardiamo un istante negli occhi. La conversazione riprende. Afferrato il nostro argomento, «l’artista di origine russa» tenta di estrarre dalla tasca della sua giacca un enorme taccuino, così smisurato che per estrarlo è costretto ad affondare la mano nelle più profonde profondità. Finalmente, dopo aver strappato la tasca, ce lo mostra trionfante: «Consigli utili per ogni evenienza!».   </p>
<p>«Non visitare le fabbriche, i kolchoz, i cantieri: il progresso è ciò che non si vede a occhio nudo»<br />
«Non occuparti di economia, di sociologia, di psicanalisi»<br />
«Sii consapevole che l’immaginazione è sorella della menzogna, e perciò pericolosa»<br />
«Non credere ai profeti, poiché tu sei un profeta»<br />
«Sappi che quello che non hai detto nei giornali non è perduto per sempre: è torba»<br />
«Non esaltare il relativismo di tutti i valori: la gerarchia dei valori esiste»<br />
«Non creare nessun programma politico, non creare nessun programma: tu crei dal magma e dal caos del mondo»<br />
«Non lasciarti persuadere di non essere nulla e nessuno: tu hai visto che i principi hanno paura dei poeti»<br />
«Quando senti parlare di “realismo socialista”, rinuncia a ogni discussione»<br />
«Chi afferma che la Kolyma è altra cosa rispetto a Auschwitz, mandalo al diavolo».</p>
<p>Io e Pascale ci guardiamo un’altra volta negli occhi. Restiamo di stucco: quello che Serbajenov nel suo francese un po’ metallico ha appena finito di snocciolare è una scelta dei <em>Consigli a un giovane scrittore</em> scritti in serbo-croato da Danilo Kis nel 1984, tradotti da Pascale nel 1992 e pubblicati nella versione francese di <em>Homo poeticus</em> nel 1993 da Fayard.<br />
Un anno dopo ero a Boston, a casa di Keith Botsford, colui che mi aveva iniziato all’opera di Saul Bellow e che una dopo l’altra, come fossero state ostie consacrate, aveva posato sulla punta della mia lingua queste parole immortali: «<em>Nature cannot suffer the human form. The visible world sustains us until life leaves, and then it must destroy us</em>» (La Natura non può tollerare la forma umana. Il mondo visibile ci sorregge finché la vita ci lascia, poi ci deve distruggere).<br />
Una sera di novembre, verso la fine del mio soggiorno, Keith era al pianoforte, un magnifico Bösendorfer a coda modello Chippendale. La testa leggermente reclinata, stava eseguendo la <em>Sarabanda</em> della <em>Suite inglese</em> n. 5 di J. S. Bach. Mentre lo ascoltavo, sfogliavo distrattamente l’inizio del suo romanzo <em>Collaboration</em>:</p>
<p><em>Nature has not primed man or beast for losing. It watches the predator, not the prey. Examples of losing abound: being callously rejected by the man one loves, being beaten senseless by thugs, having one’s soul-destroyng secrets laid out in the public prints, learning that one’s children connive at your early death&#8230;</em></p>
<p>(La Natura non ha programmato l’uomo o l’animale alla perdita. Si preoccupa del predatore, non della preda. Esempi di perdita abbondano: c’è chi è respinto senza pietà da qualcuno che ama, chi è ucciso senza alcuna ragione da un invasato, chi vede i propri segreti più intimi e inconfessabili esposti sulle pagine della stampa, chi impara che i figli possono convivere con la sua morte precoce&#8230;).</p>
<p>Il vecchio telefono di casa Botsford squilla. Keith risponde. Alla fine della breve conversazione in russo, sfiorando il corpo del suo pianoforte, m’informa: «Era Serbajenov. Vuole vederti domani per colazione all’“Anthony Pier 29”».<br />
«Allora, Nedko, raccontami com’è nata quella che una volta hai chiamato la tua “vocazione sciamanica”&#8230;».<br />
«Non ci si meraviglierà mai abbastanza dell’onnipresenza della natura nella Siberia in cui sono nato: cielo, uccelli, alberi, animali di tutte le specie, la notte, e la neve&#8230; Era inverno. Avevo dodici anni e passeggiavo con mio zio Ivan in un bosco di cedri. D’un tratto mi sono ritrovato con il volto affondato nella neve: il suo biancore accecante tempestato da lampi di sole&#8230; «È bene che testa e cuore s’allontanino/ Dalla notte che tace/Ho visto il mattino di neve/Dalle luci gialle, come un tempo/Un cesto di frutti amari/ O erano bocche di leone?», canta il nostro poeta&#8230;<br />
Un medico aveva diagnosticato una crisi epilettica. Mio zio mi ha accompagnato da un vecchio sciamano della sua tribù. Lo sciamano, vestito di piume d’uccello, ha acceso un fuoco, alimentandolo con la corteccia della betulla che s’innalzava al centro della sua tenda: simbolo dell’albero cosmico che congiunge i tre mondi. Poi mi ha piantato in gola un tubo di vetro e ha aspirato dal mio corpo un liquido nero: lo spirito maligno che mi possedeva».<br />
«E il rimedio è stato efficace?», gli domando.<br />
«Posso solo dirti che in quel momento ho compreso di essere stato scelto. Le crisi si sono manifestate ancora diverse volte, ma con il trascorrere degli anni ho imparato a governarle. Diciamo che ho imparato a smembrare e a ricomporre il mio corpo. Prima di restituirmi la mia forma originaria, il “Creatore ozioso”, che attraverso il vecchio sciamano, amico di mio zio Ivan, aveva cacciato lo spirito maligno, ha deposto in me un dono: un diamante».<br />
«Il diamante dell’arte?», gli domando, mentre fuori comincia a nevicare sull’Atlantico.<br />
«Il diamante della malattia, mio caro, di cui l’arte non è che una manifestazione, Il mio compito è quello di guarire gli altri. E per guarirli è necessario possedere il diamante della malattia, cioè il dono di catalizzare i mali degli altri, di veder i loro mali riflessi nel prisma sacro del mio diamante, di imprigionarli nella sua luce, di trasformarli grazie alla sua luce&#8230; L’arte, in questo Occidente spogliato di mistero, ha bisogno di risvegliarsi ai sogni. E il solo modo di risvegliarsi ai sogni è quello di rivelare il sonno nel quale siamo immersi. I nostri sensi dormono, mio caro, raggomitolati come cani bastardi impauriti e senza padrone agli angoli di tutte le strade di questa città in decomposizione e senza vie d’uscita che chiamiamo “intelligenza”. Ma l’intelligenza è solo un ingrediente, non la zuppa. Conosco diverse specie di uccelli in Siberia che possiedono un’intelligenza superiore a quella di molti miei amici russi che continuano fraternamente ad ammazzarsi per un seggio alla Duma».<br />
«Lo sai, di recente ho letto <em>L’origine dell’uomo e la selezione sessuale</em> (<em>The Descent of man and Selection in Relation of Sex</em>, 1871) di Charles Darwin. Anche lui, questo infaticabile uomo di scienza, ha dovuto ammettere che uno dei nostri antichi progenitori aveva imparato a utilizzare la voce e a emettere il suo primo canto imitando un fringuello. Sembra che questa attitudine imitativa abbia influenzato il suo cervello a tal punto da produrre la prima formazione del linguaggio articolato. I fringuelli possiedono la nostra stessa struttura ritmica, capisci? Senza ritmo, nessun linguaggio. Senza poesia, nessuna prosa. Darwin, naturalmente, nel suo libro non si domanda per quale motivo l’uomo civilizzato non riesca più a comprendere il linguaggio del fringuello, cioè, in fondo, di uno dei suoi modelli ancor oggi più imitati (come ti spieghi, se no, il nostro attuale tasso di inquinamento comunicativo!). Ma credo che tu lo conosca: l’uomo non è più in contatto fisico con l’universo. Pensa che tutto ciò che è fuori di lui, alberi, animali, pietre, fringuelli, sia una proiezione di se stesso, del suo <em>intellectus</em>&#8230;».<br />
«Quello che dici mi fa venire in mente Nadezda Stepanova, un’affascinante sciamana siberiana, nata sulle rive del lago Bajkal, il nostro “mare”. L’ho conosciuta grazie a mia madre. In seguito alle campagne antireligiose di Stalin, i suoi genitori, per timore di una sua deportazione in qualche campo della Kolyma, le hanno proibito di manifestare il suo dono. L’ho incontrata all’inizio degli anni ottanta in un asilo per alienati. Il dono della malattia, che l’essere scelto dagli spiriti protettori degli antenati deve necessariamente attraversare, si era trasformato a causa della proibizione in una malattia vera e propria, un cancro. Le avevano asportato un seno. La vedevo aggirarsi nei corridoi poco illuminati dell’edificio, semivestita, il cranio rasato: mostrava con noncuranza una grande cicatrice rossa sulla parte superiore del torace.<br />
“Mi riconosci? – le ho domandato al momento della nostra breve conversazione. Sono il figlio di Alejandra, la <em>porteña</em>. È grazie alle tue visioni che ha incominciato a dipingere&#8230;”. La pelle del suo corpo nudo emanava una luce gialla, come quella delle bocche di leone della mia infanzia semisepolta dalla neve.<br />
“Certo, Nedko. Il fatto di essere pazza non mi impedisce di ricordare. Ne vuoi una dimostrazione? “Lei è nuda nel paradiso/che è diventata la sua memoria/Lei ignora da dove vengono le visioni/Lei non ha paura di saper nominare/quello che non esiste/Di spiegare con parole di questo mondo/che da me partì una nave portandomi via”. È una delle poesie che tua madre mi ha recitato in spagnolo qualche giorno prima di suicidarsi, la notte del 26 settembre 1972. Il 26, per la Cabala, è uno dei numeri nei quali si nasconde Javeh, mentre il numero 9 è sinonimo di spiritualità o di sessualità sublimata. Il numero 19 – che si ottiene sommando i numeri che formano la data della sua morte –, secondo l’antico sapere sciamanico, è il numero che rappresenta la Vita. Gli scienziati del XX secolo, che arrivano sempre con secoli di ritardo, hanno scoperto che dal momento dell’inseminazione il periodo di gravidanza ha la durata di circa 280 giorni, o più precisamente di 266 giorni o 38 settimane: 266 e 38 sono multipli di 19. Senza contare che il testosterone, secretato dal tessuto interstiziale dei testicoli, è uno steroide a 19 atomi di carbonio. Non abbiamo bisogno dell’intelligenza, Nedko».<br />
«È ancora viva?», gli ho chiesto. Fuori la nevicata imperversava. In mare una nave da carico sembrava aver messo radici sotto la coltre bianca.<br />
«Non saprei. Ho sentito dire che agli inizi del periodo della Perestrojka Nadia guidava il movimento sciamanico a Mosca. Sotto l’ala dei suoi dei protettori e di qualche padrino politico ne resuscitava i rituali che in Russia per settant’anni non erano più stati celebrati. Era diventata anche Professore emeritus di sciamanesimo all’Accademia della Cultura di Ulan. In una delle sue conferenze – che ho potuto leggere grazie a una delle mie allieve, la figlia di una discendente di Madame Helena Petrova Blavatskij, la fondatrice della Società teosofica – , tenuta all’Istituto delle Religioni Liberate della capitale, affermava che nella nostra epoca gli sciamani non possono più operare in segreto. È venuto il tempo, diceva, che essi condividano il loro dono. Anch’io, per questa ragione, mi dedico a insegnare ai miei adepti come instaurare un legame con i loro spiriti protettori, integrando questa conoscenza con alcune pratiche di levitazione allo scopo di apportare la chiarezza e la forza alla vita di ogni uomo. È vero che nella maggior parte dei casi fallisco: solo pochissime persone si ammalano di quella malattia sciamanica che è il dono supremo (non dimenticare che per rivelarsi questo dono deve riposare come un diamante grezzo nel grembo genealogico). Tuttavia, grazie al mio lungo tubo di vetro, riesco talvolta a svuotarli di tutta la loro individualità maligna, a estirpare dalle loro profondità inesistenti quella superstizione chiamata “io” e così facendo li guarisco, cioè li preparo al risveglio dei sensi e dei sogni: come tanti sterminati prati siberiani in attesa della primavera. C’è chi al momento del risveglio diventa fisico delle particelle elementari, chi naturopata, chi campione di scacchi, chi  intraprende il cammino dell’arte, soprattutto della pittura: dipingono gli spiriti che sono dappertutto fuori di noi e che gli uomini, di solito, raggomitolati come cani bastardi e addormentati a tutti gli angoli della loro cosiddetta vita cosciente, non vedono mai. Alcuni di loro hanno appena costituito un movimento artistico. La loro prima uscita alla Bennet Strett Gallery di Atlanta ha riscosso un certo successo. Il critico Joseph W. Raphelsson, di origine islandese, che ha fatto conoscere agli americani il più grande artista islandese del XX secolo, Jóhannes S. Kiarval, senza dubbio un artista sciamano – basta osservare il suo <em>Syn vid Selfljót</em> (<em>Visione sul fiume</em>, 1950) per convincersene –, nella sua presentazione al catalogo (Mouth and Foot Painting Artists, Atlanta, 2007) ha definito la nuova corrente “<em>Shamanic Informal Art</em>”».<br />
Da quell’incontro a Boston non ho più rivisto Nedko Serbajenov. Ricevo di tanto in tanto delle cartoline postali con i suoi disegni, “Il dio protettore”, “L’albero dalle piume d’uccello”&#8230;, delle chiamate telefoniche nella notte – Nedko se ne infischia del fuso orario – , delle e-mail dove mi tiene al corrente dei suoi spostamenti nel mondo di quaggiù – di quelli negli altri mondi può parlarne e scriverne soltanto in lingua buryat – o dei nuovi libri sullo sciamanesimo –  Daniel C.  Noel,<em>The Soul of Shamanism: Western Fanatasies, Imaginal Reaities</em>; Thomas Dale Kowalskij, <em>Shamanism: as a Spiritual Practice for Daily Life</em>, ecc. Condividiamo un amore smisurato – smisurato come il suo carnet parigino pieno di consigli – per Mircea Eliade. Lo slancio verso la «realtà transumana» che, secondo Eliade, impregna il gesto più banale di ogni civiltà, così come agisce da medicamento segreto in ogni opera d’arte, è ciò che ci unisce, me e il mio amico Nedko. E anche un’altra convinzione: «Ogni verità non scompare, ma si degrada trasformandosi in superstizione». Solo che, sempre secondo il maestro Eliade, di solito quello che gli uomini chiamano «superstizione» non è che una verità più profonda e dimenticata che non appartiene a nessun individuo.<br />
«Allora, Nedko, io e te non siamo che un insieme di ricordi immemoriali e niente ci appartiene, neppure quel tuo diamante, la cui luce riflessa, dopo aver attraversato tundre glaciali e cumuli di morti, ti è giunta dalla notte dei tempi».<br />
«Forse sì – immagino che mi risponda. Ognuno di noi è un tubo di vetro attraverso cui tutti i suoi morti respirano, restano a galla, blaterano, esprimendo così tutto quello che hanno taciuto per pudore, ignoranza o soltanto per mancanza di vanità».  </p>
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